Namibia, Windhoek

Donnavventura in Africa

Ultimo giro di boa. Abbiamo attraversato il Botswana e da diversi giorni siamo entrate in Namibia, ultima meta di questo affascinante raid africano. Il Botswana e la Namibia sono tra i paesi più ricchi di questo continente: i diamanti, il turismo e la stabilità politica hanno fatto di loro paesi aperti e accoglienti, ma sono talmente poco popolati che per miglia e miglia non si incrocia nessuno se non pascoli sul ciglio della strada e animali selvatici.

Botswana

Il Botswana è grande come la Francia e conta poco più di un milione e mezzo di abitanti e al di fuori delle città principali ci sono sterminati paesaggi inariditi dalla stagione secca e mentre guidi non hai la percezione di quanti kilometri stai percorrendo, schiacci l’acceleratore e per ore e ore ci sei solo tu e i tuoi pensieri che passano veloci come gli scenari che lasci alle spalle. La nostra spedizione si è fermata solo davanti ad uno degli spettacoli più esclusivi al mondo: il delta dell’Okavango, il fiume che non si perde nel mare.

Okavango

L’Okavango trova sfogo nella terra di questa regione creando corsi d’acqua e zone paludose dove la concentrazione di animali è altissima. C’ è un punto in cui questo fiume comincia a rompersi e come schegge impazzite nascono nuovi percorsi d’acqua, molti dei quali in questa stagione sono asciutti. Zebre, elefanti, giraffe, ippopotami e coccodrilli ovunque, uccelli sulle acque basse e fangose, zanzare, tramonti infuocati.

Abbiamo passato la dogana a Mamuno il 12 Ottobre, la bellezza della Namibia è sconcertante. Scrivo di questa terra dal letto di un albergo a Walvis Bay, sotto la Skeleton Coast. Oggi non mi sento bene, da queste parti l’escursione termica tra il giorno e la notte è altissima e ho qualche linea di febbre, ma fortunatamente ci fermiamo più notti e ho il tempo di riprendermi. Il balcone della mia stanza dà sul mare, sul freddo Atlantico in una giornata grigia e sulla spiaggia passeggia un ragazzo con il cappello di lana in testa, un bambino gioca con il pallone assieme al padre e a bagnarsi sono solo i fenicotteri rosa. Sono tanti e si muovono in piccoli gruppi, sono buffi e sembra si facciano i dispetti fra loro. Ieri invece eravamo a Cape Cross e sugli scogli c’erano centinaia di otarie, alcune dormivano indisturbate, altre lottavano, qualche mamma accudiva il proprio piccolo, un maschio che pesava almeno 300 Kg cercava insistentemente di accoppiarsi con una femmina che non ne pesava più di 70, ha ceduto dopo qualche minuto. Rivedere il mare è stato emozionante, è comparso all’improvviso.

Abbiamo percorso circa 100 Km in mezzo a un deserto di piccole dune e rocce, c’erano tante salite e discese e dietro una di queste salite ci ha sorpreso il mare, da li in poi il deserto era fiancheggiato a pochi metri dall’Oceano!!! Che meraviglia!!! Abbiamo fermato le macchine e fatto una corsa per bagnarci i piedi. Fredda e schiumosa, sulla Skeleton Coast la corrente del Benguela rende l’acqua pericolosa, ma è di un fascino indescrivibile. Pensare che due mesi fa eravamo cullate dal caldo mare dell’Oceano Indiano! Su questa parte di costa, ai tempi degli esploratori europei alla ricerca delle Indie, le navi venivano avvolte da fumi e nebbie impenetrabili e la forte corrente le trascinava sulla riva dove non era più possibile salvarsi, morivano interi equipaggi e gli scheletri delle imbarcazioni distrutte rimanevano incastrate nella sabbia.

I relitti di alcune di esse sono ancora visibili ed è da questo che trae origine il nome di Skeleton Coast. Quella stessa nebbia ricopre ancora questa zona impervia e difficilmente raggiungibile. Avremo ancora mare e dune del Namib, ma la Namibia è stata anche l’incontro con i leoni e con le popolazioni che da millenni vivono questa terra. Nell’Etosha National Park ne abbiamo visti tanti e non esiste animale che incanta come il leone. E’ in assoluto il re e nel guardarlo senti di poterlo fare solo per sua concessione. Lui è all’ombra di un’acacia per tutto il giorno, dorme e quando ti avvicini a pochissimi metri come abbiamo fatto noi, ti rivolge uno sguardo indifferente per pochi secondi, lui non teme nessuno e torna a dormire, circondato dalle sue leonesse, quelle che di notte andranno a cacciare anche per lui. Belli ed eleganti ad ogni movenza, lenti e teneri come gatti in riposo, occhi fieri e impenetrabili.

Dopo l’Etosha National Park è cominciata la risalita verso l’entroterra del Nord, dove è alta la concentrazione dei bushmen. Anche la Namibia conta poco più di un milione e mezzo di abitanti, ma la mescolanza etnica è impressionante. Abbiamo conosciuto comunità Herrero, le cui donne ancora vestono i pudichi abiti voluti dai missionari europei fatti di gonna lunga a più strati, corpetto con maniche a sbuffo e uno strano copricapo a forma di corna. Gli Himba, confinati in villaggi remoti dove le donne, al contrario de quelle Herrero, hanno rifiutato la morale dei missionari e ancora oggi girano a seno nudo e con una gonna corta fatta di pelle di pecora, la loro pelle è rossa per l’ocra mista a burro che cospargono per tutto il corpo. Ancora incontri con comunità Himba e San. Ma in Namibia è visibile anche l’influenza dei tedeschi, molte città sono ordinate e curate secondo il loro stile, pronte ad accogliere il turista in cerca di emozioni, ricche e attrezzate. Insomma è il paese dei contrasti e se esiste in questo viaggio una terra che più delle altre mi ha tolto il fiato, quella è sicuramente la Namibia.
Namibia, Windhoek, 22-10-2005

Racconto di Francesca Minieri