Fino alle sponde di Mekong River

Donnavventura, Grand Raid della Malesia

L’arrivo a Chiang Mai è adir poco provvidenziale. Dopo 478 Km ininterrotti tra saliscendi interminabili sulle montagne Thailandesi (Doi Inthanon National Park). Abbiamo proprio il bisogno di rifocillarci. Appena arrivate in albergo ci facciamo una doccia al volo, cena e subito dopo a lavorare. E’ uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. Il tramonto è ormai trascorso da tempo e la nuova alba ci riserva una splendida giornata all’insegna dell’avventura. Lasciamo il nostro albergo per incontrare una comunità cinese rifugiata politica. Quella degli Hmog Cao. Piccola realtà autonoma, che lontana dalla civiltà provvede al proprio sostentamento senza aiuti esterni. Vivono in condizioni igieniche pessime. Mi ha lasciata sconvolta il modo in cui conservano il riso. Già cotto viene messo su una stuoia per terra e coperto con un telo. Si dimostrano comunque ospitali, e anche se inizialmente sono reticenti accettano di farsi filmare e fotografare accogliendoci nelle loro abitazioni. Il ritorno diventa difficile ed adrenalinico. La pista sterrata, ripida e scivolosa della jungla ci da un gran da fare. Dopo lunghe peripezie e timori giustificati dalla difficoltà, superiamo il percorso con successo. E’ stato un lavoro di squadra.brava Yanne che si è comportata egregiamente alla guida e brava alla navigatrice che ha sudato insieme alla pilota per l’ottima riuscita. Bella squadra, anche se si vocifera il contrario.

La sera in giro per il mercatino notturno di Chiang Mai. L’artigianato locale, la musica del posto, gli odori, le persone sorridenti.tutto ti invitava a vivere questa realtà per più tempo. Comprare l’impossibile era l’impulso, ma non è stato realizzabile. Il mattino successivo sveglia di buon ora, partiamo percorrendo a ritroso i km che ci faranno rincontrare la comunità dei Karen. Seguiti dalla polizia riusciamo comunque a rubare qualche immagine, riuscendo a parlare con un ragazzo di uno dei villaggi. Ci spiega che ci sono 7000 abitazioni e circa 20000 abitanti. Anche loro hanno chiesto asilo politico in Thailandia. Rifugiati politici birmani, vivono autonomamente, e l’unico aiuto di cui usufruiscono è quello sanitario, perché gratuito. Li salutiamo dopo il breve ma intenso incontro e ci dirigiamo verso il Laos. La prossima tappa sarà Pithsanuloc, una delle precedenti capitali della Thailandia. Visitiamo diverse rovine e templi buddhisti. La spiritualità che trasuda da questi luoghi fa venir voglia di fermarsi a riflettere. Lasciamo l’ennesima tappa e costeggiamo le sponde del Mekong River. Un confine naturale che separa la Thailandia dal Laos. Il paesaggio cambia completamente, diventa più selvaggio e meno curato. Anche le persone mutano espressione, ma tutto ritorna alla normalità con un sorriso. Finiamo la giornata a Chang Can città al confine con il Laos. La mia avventura volge al termine. Lascio delle compagne di viaggio e delle nuove amiche. Mi avrebbe fatto piacere continuare a raccontarvi le splendide avventure di questa spedizione.ma ormai il dado è tratto. Me ne vado con la testa alta, perché consapevole di aver adempiuto ad ogni mio dovere. Purtoppo l’empatia fa molto, anche se credo che le cose stavano per migliorare. Chi lo sa, mai perdere la speranza. D’altronde il mio motto è non mollare mai.

Racconto di Giusy Criscuolo