Senegal – Guinea Conakry 1999

Racconto di viaggio in Guinea

Andrea Puglisi

Africamania.it

Dopo qualche giorno di assestamento in Senegal e dopo aver controllato e caricato il nostro Toyota partiamo con l’intenzione di arrivare nel sud della Guinea, fino ai monti Nimba.
Partiamo alle 13 per arrivare a Tamba ad un orario ragionevole, ma sorpresi da un temporale spettacolare, ci arriviamo solo alle 19.
Dopo un bel piatto di gamberetti al ristorantino “ortencia”, ci sistemiamo all’ “Asta Kebè”, albergo ormai noto con bel giardino e camere pulite con bagno.
Il giorno dopo ci dirigiamo a Kedougou attraversando il Niokolo Koba dove incontriamo numerosissime famiglie di scimpanzè.
Arrivati a Kedougou facciamo le formalità di polizia per andare in Guinea passando da Salimata. Il poliziotto ci concede il timbro sul passaporto ma ci avverte che non riusciremo a passare a causa dell’acqua che ha invaso la pista dopo le ultime copiose piogge.

Noi non ci crediamo e tentiamo l’impresa ugualmente.
In effetti la pista è molto rovinata e ricca di pozzanghere profonde ma ci pare percorribile.
Dopo circa 40 Km la pista scompare improvvisamente per lasciare spazio ad un laghetto; proviamo a proseguire e l’auto avanza in un metro d’acqua. Ritroviamo la pista e poco dopo un altro lago del quale non si vede la fine. Ragioniamo un attimo e decidiamo di tornare a Kedougou, non vogliamo rischiare di lasciare per sempre la macchina in ammollo, perché abbiamo la sensazione che se il motore si spegne non si riaccende più !
Là avremmo chiesto se c’è un percorso alternativo per arrivare in Guinea.
Ci dicono di tornare a Tamba e di provare per Medina Gonasse. Intanto passiamo la notte a Kedougou in un relais gestito da francesi sulla riva del Gambia. Luogo molto carino con piscina e ottimi servizi ma senza lusso (e chi lo vuole?).
Il giorno dopo partiamo per Tamba molto scoraggiati per il tempo perso e troviamo un amico che ci aiuta ad avere notizie su una pista che dovrebbe essere praticabile che passa da Simenti nel cuore del Niokolo Koba. Ben presto sapremo che la pista è praticabile ma ci sarebbe da attraversare un fiume con un bac che è fermo a causa di un grande albero che è precipitato su di esso. Rinunciamo anche a quella ipotesi e ci dirigiamo verso Velingara per prendere la pista di Medina Gonasse. All’imbocco della medesima un blocco di polizia ci avverte che la pista è impraticabile per troppa acqua e ci consiglia di chiedere a qualche taxista guineiano qual’è la pista che loro percorrono per tornare al loro paese. Ci indicano una pista che parte da Mareve e che dopo 80 Km arriva a Koundara. A parte un guado non pericoloso il percorso è molto buono e facile. Verso sera facciamo le formalità di uscita dal Senegal. Da quel momento fino alla frontiera della Guinea il percorso è brutto con larghe pozzanghere che arrivano ad una profondità anche di 60-70 cm. Ci fermiamo dopo avere percorso qualche Km nella foresta per dormire. Il giorno dopo facciamo le formalità di entrata a Missira, in Guinea e proseguiamo per Koundara dove espletiamo anche le formalità doganali. Dato che la nostra auto è immatricolata in Senegal e noi risultiamo residenti nello stesso paese, riusciamo a non pagare la tassa di transito che equivale al 2% del valore del veicolo in virtù di un accordo che c’è tra i paesi della CDEAO.
Godiamo quindi di questo beneficio con grande delusione dei doganieri che avrebbero voluto rosicchiare qualche soldo, e partiamo verso Labè attraverso una pista che si presenta subito martoriata dall’intera stagione delle piogge. Noi la ricordavamo abbastanza bella e ben tenuta. Nel percorso troviamo alcuni veicoli in panne e addirittura 2 camion molto grandi rovesciati. Noi non riusciamo a capire come dei mezzi non fuoristrada possano avventurarsi in quelle piste terribili.
Passiamo la notte lungo il percorso che in condizioni normali si fa tutto d’un fiato in un giorno. La mattina dopo ripartiamo lungo questo percorso che si mantiene molto brutto ma percorribile ad una velocità massima di 15-20 Km/h. Arriviamo a Kounsitel dove è necessario prendere il bac per attraversare un fiume; questo ci costa 5000 FG. Raggiungiamo poi Tianguel Bori dove il paesaggio è quasi “svizzero”. Proseguendo si incontrano lungo la pista di laterite molte donne con il loro carico di merce sulla testa destinato al mercato di Kouramanguì che è poco distante in direzione di Labè nella quale arriviamo alle 12,30 circa.
Ritroviamo gli amici della grande stazione di servizio all’entrata della città e ci facciamo un bel pieno di gasolio che scopriamo essere più caro in Guinea che in Senegal. Pazienza.
Appena fuori dalla città facciamo una breve sosta per rifocillarci con del buon salame portato dall’Italia.
D’ora in poi il percorso si snoda su un asfalto di buona qualità e quindi le nostre tappe sono piuttosto lunghe, anche perché fino a Mamou, la strada e i luoghi ci sono ancora familiari dato che li abbiamo visti l’anno scorso. Ci fermiamo proprio in questa città per la notte e capitiamo all’hotel Rama dato che tanto per cambiare sta piovendo e non abbiamo voglia di dormire sul nostro mezzo. Al mattino si riparte verso Faranah. Le nuvole sono basse e il tempo non promette nulla di buono. Dopo una cinquantina di Km il tempo migliora improvvisamente e tutto il paesaggio si accende di colori vivacissimi ed irreali ai nostri occhi. Il territorio circostante è lievemente collinare con molte palme da cocco e villaggi di capanne ben ordinate e pulite: lo spettacolo è stupendo e ogni curva nasconde una nuova bellissima scena. I Km scorrono veloci in una strada quasi deserta e ricca di bei panorami. Arriviamo a Faranah dove incontriamo un vecchio che vuole venderci una statuetta di pietra del fiume Niger e altri oggetti tra cui una maschera antica di rara bellezza, ma troppo cara per le nostre tasche. Proseguiamo lungo il nastro d’asfalto verso Kissidougu e decidiamo di fermarci per cucinare qualcosa in un bellissimo villaggio di capanne sotto un enorme fromager. Ovviamente la curiosità della gente fa sì che in men che non si dica ci ritroviamo in compagnia di un centinaio di persone, fra bambini uomini e qualche donna e ci troviamo in condizioni di far assaggiare le specialità della cucina italiana a questa gente che sembra apprezzare più il gesto che i piatti stessi.
Bella esperienza. Arriviamo a Kissidougu, lo superiamo e comincia a cambiare il paesaggio che si riempie di palmeti da banane e risaie e una moltitudine di coltivatori che si spostano da un campo all’altro con i loro prodotti sulla testa. La zona è bellissimaed è valorizzata da un bel cielo limpido con qualche nuvola qua e là. Quando arriviamo a Gueckedou ci accorgiamo che quella città raccoglie la maggior parte dei profughi liberiani e della Sierra leone che sono tuttora in guerra e a un tiro di schioppo. Sapremo che solo in quella zona vengono ospitati 400.000 rifugiati sotto il controllo dell’ONU, ma anche con l’aiuto fattivo di gran parte della popolazione che, pur nella povertà, dimostra una solidarietà formidabile. Si sta facendo sera e decidiamo di cercare un posto per dormire, meglio se un alberghetto, vista la vicinanza con paesi troppo “caldi”. Troviamo il posto in una nuova costruzione che sarà adibita a hotel, ma manca ancora quasi tutto, anche la corrente ci viene concessa per poche ore tramite un generatore. Tutto sommato il luogo è accogliente e soprattutto la gente che lo gestisce ci accoglie amichevolmente.
Veniamo a sapere la sera stessa che durante la notte precedente c’è stato un attacco da parte di ribelli liberiani che hanno sconfinato in Guinea, a pochi Km da noi e hanno teso un agguato in un villaggio provocando la morte di 28 civili. Ci preoccupiamo un po’ e il giorno dopo chiediamo informazioni al posto di controllo all’uscita dalla città. Ci rassicurano e ci dicono che ora è tutto sotto controllo. Proseguiamo rimanendo costantemente immersi in paesaggi maestosi, in mezzo ad una vegetazione esuberante, fatta di foreste fittissime di alberi immensi. Uno spettacolo incredibile. Durante quasi tutto il percorso si alternano pioggia e qualche schiarita. Arriviamo a Nzerekorè e ci mettiamo in testa di cercare una libreria dove possa esserci un libro che parli della flora di quella zona che ci ha tanto impressionato. Il centro della città è un girone dantesco: un immenso mercato sotto la pioggia immerso nel fango con una moltitudine di gente incurante dell’una e dell’altro.
Pensiamo che in quel posto non può esserci una libreria, più che altro la gente ha bisogno di generi di prima necessità. Arriviamo in una piazza ampia ai bordi della quale ci sono i palazzi amministrativi. E’ una zona abbastanza elegante; vediamo una grande pianta e decidiamo di ripararci sotto di essa per consumare un frugale pasto. Mentre stiamo finendo di mangiare ci viene incontro una donna bianca, francese, e ci chiede se siamo turisti: dice che è raro vedere turisti. Parlando scopriamo che è il vice-console di Francia a Nzerekorè, ci invita a prendere un dessert da lei, una crema buonissima fatta con un frutto locale di colore rosso. Ci serve il caffè e ci da ogni informazione per arrivare ai monti Nimba. Ci salutiamo e le lasciamo anche un messaggio da mandare via E-Mail in Italia per rassicurare le nostre famiglie, dato che dall’esperienza passata in Guinea lo scorso anno, sapevamo che era quasi impossibile telefonare in Europa.Ci dirigiamo verso il campo base del Monte Nimba attraversanto, soprattutto nella fase terminale, una foresta fittissima, molto suggestiva, poi all’improvviso compare un bel prato, in zona panoramica, disseminato di graziose villette, che dovrebbero essere autosufficenti. C’è un guardiano che ce ne affitta una per la notte a 10.000 FG ( 15.000 £) e ci fa pagare altri 5.000 FG a testa per poter fare l’escursione al monte, che è riserva mondiale della biosfera.
Entriamo nella casetta che è “momentaneamente” senza corrente per mancanza di gasolio. C’è un bel salone con un angolo soggiorno e una zona pranzo, libreria ( senza libri), due camere da letto con climatizzatore ( non funzionante), un bel bagno con doccia e acqua corrente ( nera!) e una grande cucina attrezzata, con grandi ragni qua e là.
Peccato che la casa sia così trascurata, perché nelle intenzioni di chi l’ha voluta
( l’UNESCO) certamente non era previsto un sevizio così decadente. All’esterno c’è un barbecue e una bella veranda dove decidiamo di ricoverare l’auto che deve fornirci anche la corrente elettrica che ci serve per la sera. Anche se ci sono due ampie camere da letto, preferiamo dormire sull’auto, che è più sana di quel luogo abitato dai ragni.
C’è un bellissimo tramonto e l’aria non è troppo calda, anzi… sembra una serata bellissima, limpida e con tante stelle in cielo. Questo non impedisce di piovere come tutte le notti accade. Speriamo che l’indomani si aggiusti per consentici l’escursione sul Monte Nimba. Partiamo l’indomani mattina alle 8,30 lasciando l’auto all’hangar che c’è poco più su e percorrendo un sentiero ben marcato che attraversa anche una foresta fittissima, quasi impenetrabile, arriviamo in cima intorno alle 11,30, coprendo un dislivello di circa 1000 metri. Proprio sulla sommità incomincia a piovere, riusciamo a vedere uno scorcio per pochi secondi sul versante ivoriano, poi le nuvole coprono completamente la visuale.
Ci copriamo come possiamo e iniziamo la discesa verso il campo base.
Arriviamo alla villetta distrutti. Ci prendiamo una doccia e pranziamo. Paola in particolare, si sente tutte le ossa rotte, strano, normalmente dopo uno sforzo fisico il senso di indolenzimento avviene dopo qualche ora. Ripartiamo per Nzerekorè dove proviamo a telefonare in Italia: incredibile, ci riusciamo al primo colpo! Ripartiamo pensando di dormire a Seredou. Piove praticamente tutto il pomeriggio, alle 18 è quasi buio anche perché è coperto. A Seredou ci arriviamo che è già buio e non riusciamo a trovare l’albergobellino che avevamo visto all’andata in mezzo alla foresta. Continuiamo allora per Macenta.
Siamo stanchi, ci fermiamo all’hotel Bamala prima del centro a sinistra. Paola non si sente bene e non cena, Noi ceniamo con bistecca e patatine che la cuoca ci porta dopo oltre un’ora dall’ordinazione. In realtà erano squisite. Poco dopo le 22 andiamo a letto sfiniti; Paola si prova la febbre: 37,8° C. Prende la tachipirina e ci addormentiamo per la verità non troppo bene dato che all’esterno c’erano alcune persone che parlavano ad alta voce fin a tarda ora. Il giorno dopo ci alziamo presto, facciamo colazione; Piove.
Prendiamo l’asfalto per Kissidougou e poco oltre la città facciamo una sosta per mangiare qualcosa sotto una bella pianta, nella brousse. Damiano fa anche un po’ di compiti di inglese e noi facciamo una pennichella. Ripartiamo verso le 14. A Mamou un poliziotto mi vuole multare di una cifra improbabile perché guido con le ciabatte, abbiamo un battibecco acceso ma alla fine parto senza contravvenzione. Raggiungiamo Dalaba alle 19,40. Arriviamo all’hotel Tangama all’ora di cena. Ci facciamo subito una bella doccia calda e subito a cena. Sempre tutto squisito e abbondante ( conosciamo già il posto per esserci stati l’anno precedente). Il gestore francese ci riconosce solo quando gli viene in mente che un poliziotto gli ha mostrato il mio biglietto da visita con la foto. Notte fresca: ci ripariamo con il panno ( Dalaba è 1200m SLM ). Colazione abbondante il giorno dopo. Salutiamo il francese che gestisce l’hotel e ci rechiamo dai calzolai di Dalaba ai quali avevamo commissionato qualche lavoretto. Ripartiamo sull’asfalto in mezzo ad una nebbiolina che ben presto si dissolve verso Labè. Facciamo il pieno di gasolio e prendiamo la pista per Koundara che nel frattempo è peggiorata dalle abbondanti piogge.
Dormiamo poco prima di Kounsitel, nella foresta. I bambini ci guardano mentre ci sistemiamo e ben presto fa buio. Al mattino durante la colazione diamo i biscotti che ci rimangono ai bambini che ci circondano incuriositi. Due donne poverissime ci chiedono dei medicamenti per il mal di pancia, non abbiamo più molte cose e le porgiamo qualche compressa di tachipirina. Una delle due ringrazia e torna al villaggio. Dopo poco torna con dei soldi per pagare i medicinali. Ovviamente non possiamo accettare ma apprezziamo comunque il gesto che conferisce al popolo di Guinea un alto senso della dignità, cosa che ormai è scomparsa in troppi altri paesi d’Africa. L’altra donna ci spiega, a gesti, che ha perso il marito mentre stava aspettando il bimbo che ora ha circa 1 anno. La sua storia, che non vuole muovere a pietà nessuno, ci tocca, perché vediamo che le sue condizioni sono di estrema miseria quindi le lasciamo qualche soldo che lei accetta di buon grado non senza stupore. Queste donne fanno una vita molto dura: partono all’alba con i loro piccoli e fanno molti Km a piedi nella foresta per raccogliere prodotti agricoli coltivati in modo primitivo, che garantiscono loro la sopravvivenza. Tornano ai loro villaggi al tramonto e a volte addirittura dopo il tramonto, quando è già buio. Partiamo e poco dopo siamo a Kounsitel, dove dobbiamo prendere il bac a mano per attraversare il fiume. La traversata costa 5000 FG con ricevuta, come all’andata. Arriviamo a Koundara dove chiudiamo le formalità di dogana e ci dirigiamo verso il confine col Senegal. Ci fermiamo lungo la pista per mangiare qualcosa di veloce, senza cucinare, ma dopo pochi minuti comincia a piovere e ci ritroviamo assaliti da alcuni strani insetti che assomigliano a pulci, che succhiano il nostro sangue e solo a toccarli scoppiano lasciando una macchia rossa ben visibile sulla pelle. Scappiamo terrorizzati soprattutto dall’idea che prima di noi potessero avere succhiato il sangue di altri, magari ammalati….
Quella zona è la più insopportabile sotto il profilo climatico: fa troppo caldo e l’umidità è talmente elevata da essere palpabile all’istante. Infatti dentro all’auto che è climatizzata ci si sente asciutti, appena si esce dalla macchina si è bagnati all’istante. Cerchiamo di accelerare per fare frontiera velocemente e arrivare eventualmente a Velingara per non dormire in quella zona invivibile. Arriviamo quindi alla frontiera di uscita dalla Guinea dove velocemente facciamo le pratiche e ci ritroviamo in quella parte di nessuno che è compresa tra la frontiera di Guinea e quella del Senegal. La situazione della pista è peggiorata ulteriormente rispetto all’andata e ci ritroviamo spesso, ma per brevi tratti, in mezzo ad un metro d’acqua. Il Toyota pare non avere la minima difficoltà.
Dopo qualche Km troviamo immerse nell’acqua due Citroen 2CV e sulla capote delle due i rispettivi proprietari che aspettano che qualcuno presti loro soccorso. Non ci voleva, ma dobbiamo essere solidali e chiediamo se possiamo essere utili . I tre ragazzi francesi naturalmente ci chiedono se possiamo rimorchiare i loro mezzi all’asciutto dove avrebbero asciugato lo spinterogeno e tutto l’impianto elettrico. Leghiamo un cavo alle due macchine e le trasciniamo senza problemi fuori dall’acqua. Lascio le due auto sulla pista e dopo avere salutato, le evito su una pista parallela sulla sinistra che, senza che me ne accorgo, non mi riporta più sulla pista originaria, ma in una zona molle dove il fango abbonda. All’improvviso sento sprofondare la macchina e mi accorgo che non ho la possibilità di muovermi. Non troppo preoccupato prendo le mie piastre dopo avere scavato sotto le ruote e posto in posizione conveniente le stesse cerco di uscire. L’auto non si muove neanche di un millimetro. Dopo alcuni tentativi chiamiamo gli amici francesi che volentieri ricambiano il piacere fatto. Scavano fango sotto la macchina e mettono altre due piastre. Facciamo un altro tentativo, ma nulla accade. Dopo ripetuti tentativi sopraggiunge la notte: siamo tutti infangati e sfiniti. Rimandiamo all’indomani le operazioni di disincaglio.
Andiamo a dormire sotto un bel cielo stellato, ma molto presto comincia a piovere, ma con una violenza tale da cambiare i connotati al paesaggio circostante. Al mattino ci ritroviamo immersi in un lago. Penso che in quelle condizioni sia impossibile uscire da quell’inferno. Mando Paola e Damiano a chiamare tutti i giovani in forza che ci sono nel villaggio di frontiera del Senegal che dista solo 2 Km, i quali accolgono l’invito dietro un congruo compenso che viene discusso sul posto. Sono circa venti le persone che cominciano a scavare sotto lo chassis della macchina che è praticamente appoggiato al terreno e fa si che le ruote girino a vuoto. In mezz’ora l’auto è libera. Intanto i francesi ci chiedono se possiamo trainarli ancora fino alla frontiera dove non ci sono più pozzanghere profonde.
Naturalmente accetto; ci lasciamo proprio lì, dopo avere fatto una bella foto di gruppo ed esserci scambiati gli indirizzi. Li invitiamo anche a venirci a trovare in Senegal a casa nostra, qualora fossero passati di lì prima che noi partissimo per l’Italia.
Partiamo per la bella pista che dovrebbe portare a Mareve dove inizia l’asfalto che porta a Tambacunda, ma dopo pochi Km c’è uno sbarramento e un passante ci dice che la pista è allagata!!! Esasperati chiediamo di passare ugualmente e facciamo molti Km senza grandi problemi, fino a quando all’altezza di un villaggio di capanne ci fermano e ci dicono che il fiume che dovremmo guadare è salito di un metro e mezzo e ci indicano un sentiero alternativo che attraversa zone di foresta e campi di miglio per 8 Km fino ad arrivare ad un’altra pista grande di laterite che passa sul fiume con un ponte e ci consente di arrivare sull’asfalto tanto atteso. Sono già le 16,30 e mancano più di 400 Km per arrivare a casa, ma questa notte vogliamo dormire nei nostri letti e decidiamo di viaggiare fino a che non arriviamo a destinazione, cosa che avviene all’una di notte.
Siamo sconvolti, prendiamo una doccia e andiamo a letto.
Abbiamo ancora qualche giorno da dedicare al relax, e mentre ci godiamo queste giornate di riposo, i nostri amici francesi ci chiamano al telefono e ci vengono a trovare a casa, con le loro 2CV scassate più che mai, ma sani e salvi.
Abbiamo passato ancora qualche giorno con loro poi li abbiamo lasciati per l’Italia.
Ancora ora li ricordiamo con una certa nostalgia, perché hanno condiviso con noi momenti belli con solidarietà e semplicità.
Nel complesso il viaggio è stato molto positivo, ancora una volta la Guinea non ci ha deluso e ci lascia il desiderio di rivisitarla un giorno.