Africa

Racconto di viaggio in Kenya

di samorse@fastwebnet.it

Se vuoi arrivare primo, corri da solo. Se vuoi arrivare lontano, cammina insieme”.
(proverbio kenyano)

Non è facile visitare da turista un paese del Terzo mondo: la differenza tra le proprie lussuose condizioni di soggiorno e quelle, misere, della popolazione locale ti pone in un inevitabile imbarazzo, in una sorta di disagio psicologico che caratterizza tutta la tua permanenza in quei luoghi e che è possibile esorcizzare solo con il desiderio di capire più che puoi la realtà che ti circonda.
Il Kenya ha una superficie di oltre 582.000 kmq e una popolazione che si aggira sui 32 milioni di abitanti. In questi ultimi 30 anni, è diventato una frequentata meta turistica: il mare limpido, la natura in gran parte incontaminata, gli sconfinati Parchi nazionali ove vivono in libertà centinaia di migliaia di animali oggetto di “safari fotografici” costituiscono sontuose credenziali per una vacanza esotica a prezzo relativamente contenuto. Ed occorre subito dire che il turismo rappresenta autentico ossigeno per una economia primitiva ed asfittica come quella keniana.

Parto, tuttavia, con nella mente i terribili racconti di miseria e AIDS fatti da Alex Zanotelli, missionario nella baraccopoli di Korogocho, alle porte di Nairobi, tra un fiume di persone (da lui definite “sardinizzate”) che quotidianamente lottano per avere un minimo di dignità.
Ma io andrò sulla costa, e le statistiche dicono che da quelle parti le cose vanno un po’ meglio e che la vita media di un individuo si aggira sui 52 anni, neanche poco per essere Africa.
Eppure….eppure, già guardando dal finestrino dello sgangherato pullman che mi porterà da Mombasa al luogo del mio soggiorno non posso non osservare che questo non è Terzo mondo, è – più semplicemente – un altro mondo: ai lati della strada sconnessa si alternano poveri villaggi di capanne fatte di terra e sterco di vacca con il tetto in “maquti” (rami di palma da cocco seccati), fatiscenti chioschi/bar ed improbabili market. L’arrivo nei centri abitati più affollati viene preannunciato da numerosi pulmini carichi all’inverosimile, attorniati da persone che cercano di vendere di tutto, dalla frutta all’acqua, dai fazzolettini di carta a utensili per la casa. Ovunque improvvisate bancarelle, tantissima gente. I bambini (ma quanti sono?) sorridono e salutano. I più grandi, seduti, ti guardano passare quasi indifferenti. Nel mezzo, capre in libertà o a guinzaglio e distese di sacchetti di plastica. Oddio!
Ma poi lo sguardo viene rapito dalla vegetazione rigogliosa e prorompente. E se le palme da cocco la fanno da padrone, i beniamini impressionano per dimensione e chioma.
La sensazione è che qui il tempo abbia una dimensione sfumata, meno importante; di essere in un posto ove il concetto di “qualità della vita” appare privo di senso. Capirò ben presto che qui si tratta, né più né meno, di arrivare al giorno dopo, magari riuscendo a raccattare qualche soldo in più che risolva in anticipo il problema del pasto. Scoprirò che una famiglia vive con l’equivalente di un euro al giorno (e qui le famiglie sono molto numerose…); che la scuola dell’obbligo (8 anni) è gratuita, ma che per proseguire gli studi occorrono parecchi soldi e in pochi possono permetterselo; che la sanità è a pagamento (forse è per questo che gli ospedali che vediamo sono così piccoli?).
J., kenyano conosciuto in spiaggia, mi conferma che di lavoro non ce n’è, e che per loro è costoso persino emigrare all’estero. Ed allora, ecco lui e tanti altri ragazzi inseguire i turisti sulla barriera corallina, per le strade, nei centri abitati, nei locali. Eccoli attaccar discorso in un buon italiano e chiederti da dove vieni, che lavoro fai, se ti piace il Kenya e, naturalmente, offrirti qualsiasi cosa in vendita, a un prezzo dieci volte superiore a quello che si concorderà dopo una serrata contrattazione.
La rituale visita organizzata al villaggio “tipico” keniano non offre più di quello che ci si aspetta: povertà, sporcizia, capanne, immancabile danza tribale, mercatino di artigianato, il tutto offerto alla curiosità e alla commiserazione di noi turisti e agli scatti delle nostre macchine fotografiche.
All’interno di questa rappresentazione, vedo comparire un bimbetto di pochi anni. Mi colpisce non tanto il suo vagare scalzo tra la polvere, quanto la maglietta che indossa, dal colore indefinibile e piena di buchi. E penso che se un porta una maglietta così, è perché solo quella può permettersi.
Una autentica icona di povertà.
Ricaccio a fatica una retorica, ma inevitabile riflessione sulla ricercatezza del “nostro” abbigliamento e rilevo che tutto ciò che mi chiede è una caramella.
Ebbene, di fronte alla grande miseria, di fronte ai piedi scalzi, di fronte ai chilometri che le donne quotidianamente fanno per riempire d’acqua le loro taniche, di fronte alle classi piene di bambini armati solo di matita, quaderno e sorriso, di fronte all’encomiabile lavoro che ogni giorno volontari e ONG fanno in quei luoghi, di fronte al degrado e alla speranza occorre essere consapevoli che il problema Africa è ben lontano dal trovare una soluzione appena accettabile.
La antica invettiva, che denuncia la ricchezza dei pochi a scapito della povertà dei tanti, può ancora servire, se non altro, a non dimenticare mai che a poche ore di aereo esistono milioni di persone che vivono in condizioni di pura sopravvivenza o che a vivere proprio non ce la fanno più. E magari per ricordarci, una volta di più, che i barconi di disperati che sbarcano sulle nostre coste non sono altro che la punta di un iceberg di dimensioni impressionanti.
Vedere e toccare con mano tutto ciò è ben altra cosa che leggerlo o guardarlo in TV.
Provare per credere.