Kenya… la Magia della Vita!

Racconto di viaggio in Kenya

di daniela.canali@tin.it

Sabato 9 e Domenica 10 ottobre 2004
Arrivo a Mombasa alle 6 di mattina, in orario. La consegna dei bagagli è molto rapida: sbrigate le formalità burocratiche (il visto con pagamento di 40 euro lo abbiamo fatto a Fiumicino), controllo del visto, dichiarazione del possesso di telecamera e controllo dei documenti, usciamo dove ci aspetta l’assistente Francorosso ed il trasferimento al Tropical Village in pullman. Sono circa 120 km da percorrere, ci vorranno oltre 2 ore. Già immediatamente fuori dall’aeroporto si respira un’atmosfera tropicale: l’aria è calda e umida ed il sole appena opaco. Gli omini con le nostre valigie cominciano a richiedere mance: 5 euro per due valigie, giocando sul fatto che il turista arrivato in Kenya per la prima volta non si rende subito conto del valore di 5 euro da queste parti!

In viaggio verso Malindi, notiamo una vivacissima vita lungo le strade di Mombasa: in realtà la strada principale è una, quella che stiamo percorrendo, ma lateralmente si aprono viottoli sterrati che introducono nei villaggi, a ridosso della via principale, all’ombra della vegetazione. Tanta gente cammina a piedi (o si muove in bicicletta) per andare al lavoro, i bambini in divisa scolastica modesta ma dignitosa, con abbinamenti sgargianti (giallo-viola, giallo-rossa), gente seduta vicino a bancarelle improvvisate di cianfrusaglie o di ortaggi e frutta, artigiani del legno e semplicemente persone che si aggirano per il mercato esteso per la lunghezza della strada. I colori sono accesi, la pelle scura contrasta con le tonalità solari dei parei (li portano anche gli uomini) e delle camicie, mentre spiccano ogni tanto uomini in giacca e cravatta che richiamano le city nostrane. Il contrasto è molto forte, via via che ci allontaniamo da Mombasa, la povertà aumenta, le case diventano capanne di fango e paglia, davanti alle quali bambini seminudi siedono nella polvere e la gente sta seduta sotto un albero a fare niente, guardando passare le rare auto e i molti pullman che trasportano turisti. I bambini sul ciglio della strada gridano Jambo! Jambo! (il saluto locale) e salutano con la mano, ma soprattutto sorridono,

Costeggiamo un’immensa piantagione di agave da sisal di proprietà di un anglo-indiana che dà lavoro a 5000 operai: il lavoro sotto il sole già a quest’ora appare massacrante ma è una buona risorsa per la gente del posto. Il viaggio sembra interminabile anche se la strada è asfaltata, perché per proteggere i tantissimi pedoni, nei punti più affollati sono state messi dei dossi per il rallentamento dei mezzi che costringono a frenate e sobbalzi. La prima sosta è a Watamu, all’Hotel Acquarius dove scendono due turisti: durante la sosta si avvicina timidamente al pulmino un bambino che offre dei fiori in cambio dei quali gli regalo un penna.
Capisco che questo paradiso mi porterà alla piacevole scoperta del fatto che la vita può essere altro che una lotta contro il tempo nella frenetica vita quotidiana delle nostre latitudini, quasi una speranza che si può vivere senza affannarsi, hakuna matata appunto, concetto sconosciuto alle nostre abitudini.
Il Sea Club Tropical Village è un’oasi di confort, pur nella massima semplicità. Il villaggio non è un’esclusiva Francorosso (che ne possiede 75 camere) ma di Plan Hotel (operatore svizzero). Le ragazze dell’animazione, Desirè e Flavia ci danno il benvenuto insieme agli animatori locali (4). La nostra camera, 239, è nell’ultimo gruppo di edifici, verso il bosco e verso una delle piscine a ridosso della spiaggia. Nel giardino esteso e lussureggiante sono disseminate le camere del villaggio che non è molto grande quindi gli spostamenti sono brevi: ci vengono portate le valigie nella camera grande ed accogliente (temperatura interna circa 15° con aria condizionata!) con una bella veranda sul giardino. Niente televisione (ce n’è una centrale alla reception con alcuni canali italiani). Bellissimo. La stanza dominata da un enorme letto sormontato da una zanzariera che non lascia immaginare molto sul rischio zanzare.

Approfittiamo della colazione a buffet e conosciamo Chiko, uno dei camerieri del ristorante, delicato e gentile. Molto simpatico, chiede con discrezione “prima volta in kenia?” (è un classico!), i nostri nomi, la città di provenienza ecc.
Noi siamo piacevolmente sorpresi dall’atmosfera tranquilla del villaggio, tutt’altro rispetto al Sea Club di Sharm El Sheick che pullulava di italiani e di bambini. Innanzitutto il ristorante è all’aperto sotto un enorme tetto di paglia e legno tipico locale, la musica è soffusa, gli ospiti sono pochi (e questo si rivela il vero punto di forza!) perché c’è sempre un silenzio in cui regna il canto degli uccelli.
Prendiamo la cassetta di sicurezza (80 $ di cauzione) ed i coupon per i teli mare (20 $ di cauzione a testa). Sistemiamo alla meglio i bagagli, ma io sono impaziente di andare in spiaggia, per un contatto diretto con questo ambiente così affascinante e avvolgente. Il primo impatto visivo è indescrivibile: l’acqua meravigliosa dell’Oceano Indiano, sfumata di verde azzurro a perdita d’occhio, la sabbia candida e fina come gesso, le palme da cocco altissime e verdi. Un venticello tiepido che rende perfetto il clima e tanta gente locale sulla spiaggia, al di là del muretto che delimita il villaggio. Se non avessimo letto i tanti forum del sito Turisti per caso non avremmo saputo che questi sono i famosi beach boys, i ragazzi della spiaggia che ti avvicinano (o meglio tu ti avvicini a loro in quanto per loro non è possibile entrare nella zona del villaggio) per venderti artigianato, offrirti escursioni, chiacchierare. Il mare mi attrae ma sono incerta perché questi ragazzini sbracciano per attirare l’attenzione e immagino che appena varcherò il muretto sarà impossibile entrare in acqua. Se sentono una volta il tuo nome se lo ricordano tutta la settimana e appena ti vedono arrivare ti chiamano, simpaticamente, specie dopo che hai deciso con chi fare il safari e non rappresenti più una “ preda” con cui fare affari. Sono sempre simpatici e discreti: loro stessi dicono che solo gli italiani parlano con loro, per tedeschi e inglesi è come se fossero trasparenti, li ignorano. In spiaggia ci confrontiamo con altri turisti che hanno già fatto il safari: noi vogliamo farlo con i beach boys e non con Francorosso e dunque vogliamo sentire se c’è qualcuno che ha fatto questa esperienza e se ci indica con chi. Sembra che tutti i turisti italiani siano andati con i ragazzi (che naturalmente fanno capo ad agenzie di Malindi) e sono entusiasti di raccontarlo! A pranzo conosciamo le altre due coppie arrivate con noi: Francesco e Rossella di Napoli e Ivan e Monica di Caserta. D’ora in poi staremo sempre insieme, fino a Fiumicino: siamo stati veramente fortunati ad incontrarli perché abbiamo deciso le escursioni insieme e ci siamo divertiti un mondo (specialmente con il nostro passatempo preferito “dialetto alla Gaetana” (moglie di Ignazio) principale fonte delle nostre risate. A pranzo io e Luciano siamo ancora separati dagli altri, mentre dalla sera avremo il tavolo da 6: il buffet è vario e la cucina buona, molto orientata a menu italiani con pasta di vario tipo. Noi mangiamo molto pesce e carne, freschi e leggeri, oltre alle verdure (per lo più cotte), ananas e cocomero. I dolci sono un po’ deludenti ma meglio così ;-)!!

Nel pomeriggio Luciano si lascia convincere e con gli altri 4 amici vanno al mercatino dietro alla spiaggia: questo diventerà il nostro appuntamento quotidiano per treccine, tatuaggi, piccoli acquisti, mercanteggiamenti e baratti, fino all’ultimo giorno. La parte più intensa e divertente del nostro viaggio. Più tardi vado anch’io: tutti ti chiamano alla loro bancarella ma io compro solo dalle donne, parei e borse coordinate. Angela (due figli, senza marito) mi fa un tatuaggio sulla mano destra (avrei dovuto ripassarlo il venerdì, quando ha piovuto e quindi è durato giusto il tempo della vacanza!) in cambio di un rossetto Deborah e 200 scellini e Betti insiste per farmi le treccine, ma io non voglio (riuscirà a farmene solo 2 alla fine per sfinimento!).
Alle 18 aperitivo (abbiamo il trattamento all inclusive), verso le 18.30 è già notte: sarà sempre questa più o meno l’ora in cui ogni giorno guarderemo l’orologio e diremo che qui il tempo sembra non passare mai!!
La cena viene allestita intorno alla piscina per la “serata di benvenuto”: la temperatura è magnifica ma optiamo per pantaloni (obbligatori per gli uomini la sera al ristorante) e maniche lunghe a causa delle zanzare che in realtà ci sono (e si danno da fare!!). il buffet è a base di aragoste e ostriche e pesce vario, oppure di agnello allo spiedo e carne varia, oltre naturalmente a tutto il resto. Sembra così assurda una tale abbondanza rispetto alla miseria fuori dal villaggio. Uno spreco sarebbe ancora più oltraggioso e infatti ci limitiamo a prendere quello che effettivamente mangiamo (forse è la prima volta!) avendo negli occhi la realtà che abbiamo visto durante il giorno.

Domenica 10 ottobre 2004
Colazione magnifica al buffet e poi mare mare mare!!!
A Malindi ci sono diverse barriere coralline, la prima raggiungibile a piedi con la bassa marea che si estende per centinaia di metri, con un andamento progressivo durante il giorno (termina sempre più tardi al mattino) e nel periodo delle grandi piogge (da aprile a luglio) si verifica il pomeriggio. Quei mesi sono molto tristi per la gente del posto: spariti i turisti si vive solo di pesca, aspettando che torni presto l’estate e porti nuove opportunità. La mattina c’è acquagym in piscina (le attività dell’animazione sono piuttosto scarse e ripetitive) tanto per smaltire la colazione troppo calorica. Verso le 15 del pomeriggio ci facciamo portare in catamarano (si fa per dire!!), un’imbarcazione in legno con due alti laterali ed una vela in tela grezza molto caratteristica, comprata in Tanzania per circa 5000 euro (il costo mi sembra un po’ alto!!). Veleggiamo un po’ verso il largo e ben presto ci fermiamo per fare il bagno. In realtà c’è molta corrente, l’acqua è pulita e calda ma è faticoso nuotare. Inoltre non ci sono pesci, è come una grande piscina. Tira molto vento, dopo un’oretta torniamo a riva. Costo totale della breve “escursione” 750 scellini. Mentre giriamo per il mercatino arrivano Alì e Giovanni (per me due sconosciuti ma Luciano li riconosce) che ci convincono ad andare in agenzia a Malindi dove ci aspettano i nostri4 amici italiani. Saliamo in macchina e ci dirigiamo in città. Dico sottovoce a Luciano “Spero che tu sappia quello che stai facendo”, mi sembra un po’ avventato fidarsi così a occhi chiusi. Invece facciamo bene perché all’agenzia ci sono davvero Monica, Ivan, Francesco e Rossella cha hanno già confermato il safari e tutte le altre escursioni. Il pacchetto prevede: safari di due giorni con pernottamento al campo tendato di Ndololo, escursione all’isola dell’amore nel parco marino di Watamu, escursione a Sardegna 2 con grigliata di aragoste, giro a Malindi. Torniamo al Tropical che è quasi notte, ci aspettano i ragazzi della spiaggia che vogliono portarci al villaggio. Ma Giorgio ci sconsiglia di andare a piedi, piuttosto ci porterà lui la mattina dopo con il pulmino. Dunque rientriamo per la cena e la serata al nostro villaggio: il vigilante ci apre il cancello, sembra di essere recintati, protetti dal resto del mondo. In realtà protetti da cosa? Noi che viviamo la nostra vita in pasto alla cosiddetta “civiltà” e ci dobbiamo difendere su autobus, treni, metropolitane e vie affollate delle nostre metropoli? Davvero tutto è relativo.

Lunedì 11 ottobre 2004
Alle 7.30 andiamo in spiaggia per vedere la bassa marea.
Accompagnati da tre ragazzi del posto camminiamo per oltre due ore in direzione parallela alla nostra spiaggia sulla barriera corallina ammirando pesci strani, stelle marine, conchiglie e chiacchierando con i nostri accompagnatori. È una passeggiata bellissima e rilassante.
All’inizio l’acqua è molto bassa e procediamo su un fondale di vegetazione rada costellata di pesci strani, gelatinosi e innocui, lumache e alghe. Per un breve tratto l’acqua ci arriva all’altezza della vita: attraverso un sentiero di sabbia nello zoccolo della barriera corallina, risaliamo sul reef e procediamo parallelamente alla nostra spiaggia verso Watamu. I ragazzi raccolgono di continuo stelle marine e conchiglie e fanno a gara per vedere le nostre facce sorprese. La prima stella è del tipo maculato, un colore ruggine e nero, molto diffuso. Poi ne vedremo di azzurre, verdi e, la pi+ bella , rossa e trasparente, più grande della mano, attaccata al tappeto di alghe di cui si sta nutrendo. Piccoli ciuffi gelatinosi spuntano infatti al di sopra della stella, in corrispondenza delle piccole sporgenze che la ornano in superficie. Riusciamo anche a vedere la cosiddetta “stella panettone” una splendida stella dello spessore di qualche centimetro, spugnosa che sembra davvero un dolce. Alcune stelle sono simili a ragni con i tentacoli sottili e pelosi, a ventosa: camminano sul mio braccio avvolgendolo. Anche le conchiglie sono bellissime e colorate. Finiamo a fare il bagno in un punto più profondo denominato Jacuzzi, una sorta di vasca naturale che con la bassa marea e con le correnti offre una specie di idromassaggio naturale. Al ritorno facciamo colazione e alle 11 circa prendiamo il pulmino con Giorgio, il capo delle nostre guide locali, e ci avviamo al villaggio vicino, in piena campagna, quello che la sera prima ci aveva sconsigliato di visitare a piedi e da soli, come invece avrebbero voluto i beach boys.

La strada è ovviamente sterrata: dopo alcune ville italiane perfettamente recintate e praticamente invisibili dalla strada, cominciano a correre intorno al pulmino i primi bambini che gridano “Caramella! Caramella!”. Ovviamente sono abituati (non siamo certo i primi turisti a visitare il villaggio con Giorgio) ma sono sempre festosi e sorridono. Dalle capanne alcuni salutano forte “Jambo! Jambo!” sono bellissimi! La loro miseria appare festosa, lo so sembra un paradosso, ma i loro sorrisi sfidano ogni tristezza. Di fronte a tanto, ti rendi conto che per sentirti triste tu, a casa tua, con tutto quello che hai, devi davvero avere un motivo molto serio ORA. O forse veramente ti accorgi che non basterebbe avere tutto l’oro del mondo per essere felici. Qui comunque siamo lontani da qualsiasi idea di igiene, cibo, acqua, luce, ecc.
Giorgio suggerisce di fermarci a comprare sacchi di farina che poi consegneremo al capo-villaggio che a sua volta la distribuirà alle famiglie. In un piccolo spaccio buio entrano Luciano, Francesco, Ivan e le guide mentre i bambini pullulano sulla porta. All’apparire di Luciano con il sacchetto delle caramelle lo assalgono letteralmente, le manine tese. Le guide dicono “In fila! In fila!”. I bambini sanno che devono mettersi in fila ma i piccoli restano sempre dietro e, come tutti i bambini del mondo, ci sono quelli che non si accontentano mai e restano in prima fila tentando di accaparrarsi qualche caramella in più. Prendo in braccio i più piccoli, sembrano figli di nessuno, ti rendi conto invece che le madri guardano da lontano e qualcuna accorre a portare via i propri figli dal gruppo. Qualcuno scappa e non vuole farsi fotografare. Alcuni di circa 7/8 anni, si coprono con parei al nostro arrivo: hanno una dignità personale che noi neppure ci sogniamo e ti fanno sentire veramente piccolo ed insignificante di fronte alla loro fatica di vivere quotidiana.
Quando due o tre ragazzetti si accorgono della digitale chiedono fotografie, vogliono rivedersi subito ritratti e ridono, sono già contenti così. Dopo questi momenti di confusione festosa, saliamo sul pulmino e naturalmente chiacchieriamo a più non posso dell’incredibile realtà che abbiamo visto. Non ci è piaciuto però aver speso ben 80 dollari in quello spaccio solo per comprare farina e caramelle. Qui lo stipendio di un vigilante del villaggio turistico è di 20 euro al mese. Allora come la mettiamo? C’è sembrata mafiosa la scelta di comprare le cose lì, ma le guide giocano molto sul fatto che il turista è completamente impreparato a vedere quello scenario e praticamente va in tilt. Dovendo tornare, comprerei fuori dal villaggio il cibo (non solo farina e inutili caramelle: con 80 dollari si fa una spesa per un mese!) e poi lo porterei alle famiglie. Anche nel villaggio c’erano misere bancarelle di ortaggi, di banane, di patate. Con quella cifra avremmo comprato intere bancarelle. Invece è andata così. Ci serve per esperienza.

Ci dirigiamo dunque all’orfanotrofio Children of the sun rising home, come suggerito dalle nostre guide, Giorgio e Pastore,dove potremo lasciare gli abitini, i giocattoli ed il materiale di cancelleria che abbiamo portato dall’Italia. Lungo la strada c’è un altro villaggio ma con case in muratura e qualche macchina, anche le persone per strada sono vestite bene(come dice la guida “è quasi città”). Al cancello dell’istituto c’è un gruppetto di bambini che ci vengono incontro: scopriamo subito che non sono ospiti dell’orfanotrofio ma che vivono nel villaggio di fronte (poche capanne con tetto in paglia). Prendo in braccio il piccolo Maurice che mi accompagna per tutta la visita: ci fanno vedere con orgoglio le camerate dei maschietti e delle femmine (in tutto 26 bambini e 14 bambine), la lavanderia, la sartoria, la cucina, l’orto e i pochi animali che allevano. In effetti le condizioni igieniche e di vita sono molto migliori del villaggio in cui ci siamo fermati a comprare le caramelle e la farina, ma mi sembra tutto un po’ troppo in ordine. Infatti solo ora mi rendo conto di non aver scattato al cuna fotografia dell’istituto né dei bambini ospitati. Abbiamo visto una piccola infermeria di pronto intervento (anche per la malaria) e quindi abbiamo consegnato i doni alla signora Elena che li ha registrati uno per uno, con uno zelo che mi è parso esagerato. Poi ci ha addirittura rilasciato una ricevuta! Intanto i bambini del villaggio ci stavano sempre intorno (l’ufficio dell’orfanotrofio dove abbiamo consegnato i doni è appena davanti all’istituto) mentre quelli dell’orfanotrofio non ci hanno quasi filato. Abbiamo scattato fotografie (foto 1, 2, 3,4) e parlato con i bambini: solo i più grandi capiscono qualche parola di inglese o italiano e traducevano ai piccoli. In particolare Jimmy con i suoi pantaloncini corti, il più piccolino, oltre ad uno di pochi mesi che nel vedermi si è messo a piangere, come spaventato ed è rimasto in braccio alla sorellina di pochi anni. Prima di ripartire foto con Jimmy e Maurice e quindi ritorno al Tropical.

Pomeriggio
Alle 14 ci aspettano le nostre guide per portarci a Watamu e all’isola dell’amore. Si tratta di un’isoletta (praticamente un grosso scoglio) a forma di cuore che con la bassa marea offre una spiaggetta incantevole di sabbia bianca e fina come borotalco e acqua cristallina. Il tragitto è di circa mezz’ora e attraversiamo il villaggio di Watamu dove notiamo una differenza notevole di case e di abitanti (negozi, abiti, mezzi) rispetto alla Malindi vicino a noi. Oltretutto sembrano poco ospitali e quasi seccati dal passaggio dei turisti. Alla spiaggia stiamo circa un’oretta in attesa che scenda la marea e anche qui si passa a mercanteggiare su parei e simili con le venditrici locali.

Raggiungiamo l’isola con una barca di legno molto “artigianale” che nel breve tratto di mare è continuamente spostata dalla forza della corrente e dalle onde, sebbene l’acqua non sia alta. L’arrivo alla spiaggia è emozionante: acqua calda e limpida che si ritira a vista d’occhio mentre emerge la sabbia candida formata dal disgregarsi dei coralli morti. Subito approfittiamo per un bel bagno che ci rifocilla dal vento caldo e dalla sabbia raccolta sulla spiaggia da cui siamo partiti. Siamo presi dall’entusiasmo di scattare foto e fare riprese, mentre le nostre guide si riposano e si gustano i soliti gridolini estatici di noi turisti (foto 1, 2). Siamo solo noi 6 sulla spiaggia e sembra davvero un’isola alla Robinson anche se in realtà per esplorarla (c’è ben poco!) bisogna arrampicarsi fino alla sommità. Da qui la vista è fantastica: verso la riva il mare è meraviglioso con le diverse gradazioni di verde e azzurro mentre verso il largo le onde sono imponenti verso la barriera corallina. Verso il tramonto la spiaggia comincia a popolarsi di granchi chiari che si rifugiano sotto la sabbia o verso il mare al nostro passaggio. L’abbassamento delle acque lascia a riva una sabbia molle che cede sotto i piedi (foto 1, 2). Tra scherzi e risate è ora di ripartire e quindi con la nostra piroga torniamo alla spiaggia di partenza, soltanto che ora con la bassa marea potremmo attraversare a piedi il tratto di mare. Lo spettacolo serale al Tropical è dedicato ai Masai che ci incantano e ci coinvolgono con le loro danze e i loro riti di avvistamento, caccia ed uccisione del leone. Al termine dello spettacolo un piccolo mercatino ci permette di conoscere e parlare un po’ con questi uomini rappresentanti della maggiore tribù guerriera della Tanzania: conosciamo Saragi che ci racconta un po’ di sé (lo rivedremo il mercoledì successivo al ritorno dal safari dal momento che al Tropical ci sarà di nuovo il mercatino masai nel pomeriggio). Foto di gruppo e fine serata anche perché domattina ci sarà la levataccia per partire per il safari alle 6.30.

Martedì 12 ottobre 2004
Colazione alle 6.00: siamo gli unici al Tropical anche perché la nostra escursione non è con Francorosso ma con i beach boys e quindi siamo solo noi 6 italiani. All’uscita del cancello del Tropical (accesso assolutamente vietato ai locali) come sempre c’è la nostra guida Barilla e l’autista Pino Daniele (nomi fittizi ovviamente!). I nomi vengono scelti per essere ben ricordati dagli italiani ed infatti sono i più disparati. Passiamo in agenzia a prendere una ragazza che farà il safari con noi (Mara di Brescia che non è in albergo ma ha affittato una villa con piscina, cuoco e cameriere molto vicino al Tropical). Mentre aspettiamo che arrivi con Calimero (;-)) ci gustiamo i bambini che passano per andare a scuola: l’orario è molto presto ma bisogna considerare che fanno km e km a piedi, sia per le elementari (primarie) sia per l’asilo. Il nuovo presidente del Kenia ha reso l’istruzione gratuita offrendo alla popolazione la possibilità di istruire i figli: chi può, li manda a scuola vestiti con divise colorate e molto eleganti. Qualche bambino è per mano alla madre ma la maggior parte va in solitudine o in gruppetti, con lo zainetto a tracolla. Non tutti però vanno a scuola ed un pulmino di turisti fermo è sempre un’ottima occasione per chiedere una caramella.

Finalmente partiamo per il parco Tsavo East, il più grande del Kenya con una superficie di oltre 12.000 kmq, visitabile solo per una parte, comunque molto estesa, mentre il territorio restante è dedicato alla ricerca scientifica. Il viaggio da Malindi all’ingresso del parco dura circa 2 ore e mezza, su una strada sterrata che inizialmente è piena di gente ai lati che a piedi (o con rare biciclette) si reca a Malindi a lavorare, al mercato, a scuola. Via via che procediamo le abitazioni e le persone sono sempre più rade finchè ci troviamo in piena savana. Immediatamente prima dell’ingresso ci fermiamo in un punto di ristoro per un caffè e soprattutto per avvistare i coccodrilli nel fiume. Infatti, scesi al fiume, grazie anche alle indicazioni della nostra guida che ha un occhio per gli animali molto più allenato di noi, notiamo subito nell’acqua muoversi due sagome. Sono perfettamente mimetizzate con rocce che emergono dal corso del fiume e con la vegetazione. Solo ogni tanto spuntano due occhietti e di seguito con guizzi veloci si muovono a colpire. L’omino di guardia al posto, getta carne cruda sulla riva ed il coccodrillo rapido esce dall’acqua quanto basta ad agguantare il suo bottino. Noi siamo estasiati mentre a distanza,sull’altra sponda del fiume, avvistiamo un elefante che tranquillamente fa la sua colazione. Sembra di un colore rossiccio da lontano: poi capiremo che è il colore della polvere della savana che anche noi ci siamo portati addosso per giorni. Ripreso il furgone entriamo nel parco vero e proprio: all’improvviso l’autista accelera l’andatura e noi veniamo sballottati nel furgone; esce di pista e la sensazione è che dal suo baracchino incessantemente acceso abbia avuto notizia di qualche avvistamento interessante. Esce di pista e si avvicina alla sponda del fiume: lungo la riva, dalla nostra parte, un branco di leonesse (circa 20) procede lentamente dopo aver attraversato il fiume: nel massimo silenzio assistiamo a questa passeggiata mattutina di felini. Sono bellissime, sinuose, si muovono lentamente ma appaiono forti e decise. Barilla sostiene che dovrebbe essere anche il leone (per loro simba indica sia il leone sia la leonessa). Avvistare un leone è molto più difficile ma con un branco così grosso dovrebbe esserci. Infatti poco dopo, distante, sull’altra sponda, avanza lento e maestoso il leone. Cammina sulle tracce delle leonesse, scende al fiume, lo attraversa, risale la sponda davanti ai nostri occhi e segue il cammino del branco di femmine. Noi siamo in assoluto silenzio e ci gustiamo la scena anche se in quei momenti non sai se vorresti fotografare, riprendere, guardare con il binocolo o semplicemente goderti quel momento magico in sei un intruso curioso e fuori luogo.
Si stempera l’emozione e ripartiamo: Barilla dice che siamo fortunati, non tutti riescono a vedere i leoni durante il safari e noi abbiamo cominciato alla grande!

Proseguiamo e poco distante appare un branco di zebre che tranquillamente mangia e passeggia nella savana: nel parco ci sono due tipi di zebre dalle strisce più sottili e ravvicinate e dalle strisce più larghe. Abbiamo visto solo questo secondo tipo ma ogni animale è bellissimo anche perché le loro strisce sono come le nostre impronte digitali, personalizzate. Inoltre il mantello è lucido ed il contrasto tra il bianco e nero molto netto. Lungo il percorso non è difficile incontrare famiglie di elefanti più o meno numerose ed in effetti l’elefante è molto presente nel parco. i primi che abbiamo visto ci colpivano poi ci siamo quasi abituati al loro incontro, sempre molto lenti e silenziosi, avanzano implacabili con la loro mole, affiancati da piccoli cuccioli che camminano quasi sotto la pancia della madre da cui non si allontanano mai, neanche alle pozze in cui si abbeverano. Il punto successivo non lascia dubbi: Hyppo point è il punto sul fiume in cui sono visibili gli ippopotami: ne riusciamo a vedere cinque che via via si immergono e riemergono con le sommità delle teste o semplicemente con gli occhietti rotondi. Nessuno però esce dall’acqua nonostante le sollecitazioni rumorose di Barilla e di Pino che lanciano sassi e rami in acqua. Da qui al campo tendato in cui riposeremo, pranzeremo e trascorreremo la notte, ci vuole circa un’ora ed il caldo si fa sentire anche se il tettuccio apribile del pulmino ed i finestrini lasciano passare un’aria piuttosto fresca. Ci troviamo a circa 600 metri di altitudine e nei mesi estivi (luglio) qui la temperatura raggiunge anche i 10°C. Lungo la strada continuiamo ad incontrare elefanti (foto 1, 2, 3), antilopi, gazzelle (diki diki in swahili).

Siamo stanchi ed accaldati quando arriviamo al campo tendato Ndololo. Prima di vedere la nostra tenda (n. 11) pranziamo all’aperto, sotto gli alberi, circondati da babbuini che saltano da un ramo all’altro sperando di acciuffare qualche cibo dai tavoli. L’ambiente è molto caldo, ci sono parecchi turisti e soprattutto parecchie zanzare e vespe. Abbiamo letto da diari di viaggio di Turisti per caso che la notte nel campo tendato è un’esperienza indimenticabile e dunque abbiamo deciso di rinunciare a qualche comfort per viverla. La vista della tenda da una parte ci diverte, dall’altra ci spaventa: altro che pavimento rialzato, corrente elettrica e sicurezza: qui si tratta di una versione ampliata (e speriamo rinforzata!) delle tende da campeggio. All’interno c’è un letto matrimoniale in legno con possente zanzariera, un comò e supporti per i bagagli sempre in legno. Sul retro un lavandino centrale e due tende laterali per il water e la doccia. Spruzziamo permetrina sul letto e sulla zanzariera, accendiamo lo zampirone e tentiamo di riposare anche se l’agitazione, la stanchezza, il caldo soffocante (che la zanzariera rende ancor più insopportabile) e soprattutto i rumori degli animali ci tengono piuttosto all’erta. Dopo qualche minuto comincio a sentire un calpestio fuori dalla tenda. Tira vento e penso che sia un rumore causato dalle cinghie della tenda ma in realtà dalle finestre retate scorgo vicino un gruppo di antilopi che stanno mangiando i cespugli vicini a noi. Guardiamo in silenzio finché non si allontanano. Alle 14 arriva una telefonata di mio fratello (il telefono è una delle note più dolenti del viaggio: 13 euro al minuto per chiamata, in 3 telefonate ho consumato due schede da 25 euro, poi abbiamo capito che l’unico sistema per comunicare erano gli sms: dopo una ricarica provvidenziale dall’Italia fatta da Paolo, ho potuto restare in contatto con i figli per il resto dei giorni sono tramite messaggi). Mentre parlo con Paolo, ancora ignara del costo, Luciano mi avverte di aver sentito un ruggito. Mi metto a ridere: la suggestione ed il caldo giocano brutti scherzi! Lo prendo in giro finché anch’io non sento uno strano verso, gutturale e profondo. Mi affaccio alla tendina e vedo un grosso elefante che strappa i rami di un albero per mangiare tranquillamente. Pensiamo che non sia solo (li abbiamo sempre visti in branchi).

Usciamo dalla tenda e ci dirigiamo verso il luogo da cui proviene il suono. Sentiamo altre voci, ci sono altri due ragazzi che curiosano come noi. Cominciamo ad allontanarci dal campo per seguire gli animali che ad un certo punto si fermano: mentre riprendiamo e cerchiamo di fotografare, il più grosso si gira e fa i suoi bisogni. Mentre assistiamo allo “spettacolo” vediamo dagli obiettivi di macchine e camere che l’elefante si gira: appena accenna a dirigersi verso di noi, scappiamo spaventati. Io sono in pigiama, Luciano in mutande, siamo usciti come eravamo in tenda, catturati dallo spettacolo della natura. Torniamo di corsa alla tenda per chiamare i nostri compagni di viaggio: ho preso un bello spavento e mi rendo conto che siamo stati imprudenti, dal momento che le guide del campo avevano raccomandato di non avvicinarsi agli animali. In effetti non siamo al circo, anche se sembra difficile crederlo!! Qui gli ospiti siamo noi e le regole le fa la natura. È impossibile tornare a riposare, chiacchieriamo e scherziamo con Ivan e Monica. Alle 16.00 pausa tè e biscotti in compagnia del babbuino Johnny e si riparte per un giro nella savana, dopo la foto di gruppo all’ingresso del campo. I momenti migliori per avvistare gli animali sono infatti la mattina presto ed il tramonto, quando vanno ad abbeverarsi e cacciano. La sabbia rossa del terreno ed i colori stemperati dal tramonto creano effetti magnifici, la luce è splendida. Già solo il panorama, anche senza animali, incanta. Gli elefanti che mangiano (lo fanno per ben 22 ore al giorno per un totale di circa 250 kg di foglie al dì!) con le ombre che si stendono sul terreno, in controluce, ci danno un senso di tranquillità e pace. Poco distante c’è una sorta di pantano dove gli animali vanno ad abbeverarsi. Arriva una mandria di bufali che sguazza felice nel fango, ogni tanto un muggito di richiamo e lentamente si muovono indisturbati. Non devono temere altro che i loro predatori, per loro l’uomo non esiste. La notte scende presto (verso le 7 è buio). Alle pozze che troviamo lungo la strada del ritorno al campo altri elefanti con i cuccioli si lavano e bevono tranquilli, incontro alla notte, con una magnifica lentezza e decisione dei movimenti. Mentre procediamo verso il campo, sulla sinistra, seminascosta da un cespuglio, una leonessa è intenta a sbranare la sua preda di cui si vedono due zampe nere in aria e gli zoccoli. Deve trattarsi di uno dei bufali che abbiamo appena visto alla pozza d’acqua. Della leonessa di vede la parte posteriore del corpo ed ogni tanto qualche breve movimento per strappare la carne della sua vittima. In poco tempo il posto si riempie di pulmini che,di ritorno ai campi per la notte, avvistano lo stesso spettacolo cui stiamo assistendo noi. Attendiamo con pazienza che il posto si sfolli: Barilla ci ha promesso che, passati i rangers per il controllo ed allontanatisi i turisti inglesi (proverbiali spioni!) ci porterà fuori pista e più vicini alla leonessa.

Attendiamo fin quasi alle 19: orami è quasi notte, c’è ancora un solo pulmino che fa per andarsene, ma dal tettuccio un turista avvista la leonessa ed il pulmino torna indietro. Ormai è praticamente notte, non c’è più niente da vedere per nessuno. Torniamo a Ndololo per la cena. Qui inizia il bello perché alle 19.30 è fissato l’appuntamento intorno al fuoco (acceso in un buco nel terreno). Dopo cena ci saranno racconti africani intorno al falò, alla presenza del masai che sorveglia il campo di notte e infine, alle 23.00, verrà spento il generatore e tutto il campo sarà al buio completo per consentire agli animali di girare liberamente: del resto i padroni sono loro!! Tra il serio ed il faceto la guida del campo ci spiega come comportarci di notte nel caso dovessimo sentire animali avvicinarsi alla tenda. Tassativamente vietato aprire la tenda! Del resto chi si azzarderebbe?!? Insomma i racconti erano quasi terrorizzanti ma volti a sdrammatizzare la paura del buio, soprattutto a partire dalle 23. verso le 22 armati di pile e candele ci dirigiamo alle nostre tende: Francesco e Rossella si sono spostati alla tenda 16 perché la zip della loro (accanto alla nostra) era rotta, tanto per stare sicuri!! Qualche chiacchiera davanti alla nostra tenda, giusto il tempo per vedere uno scorpioncino bianco che sale sale verso la zip (prontamente ucciso da Luciano), foto ricordo con autoscatto e poi a letto! E qui inizia il vero safari! Ricerca oculata di tutti gli insetti fuori e dentro la zanzariera: bottino finale 2 grossi ragni bianchi (uno esterno alla zanzariera e uno sotto al letto). Le zanzare ovviamente non si contano, meno male che abbiamo portato gli zampironi, visto che non c’è corrente. Eppure nel corso della notte il ronzio nell’orecchio della zanzara che ti tormenta non ci è mancato. La notte è stata tranquilla, anche gli uccelli tacciono, cerchiamo di dormire prima che stacchino la luce. Il cielo che abbiamo visto qui è qualcosa di unico: una miriade di stelle luminose, molto più evidenti che in qualsiasi altro luogo inquinato da luce artificiale… qualche risveglio notturno e alle 5.30 sveglia per la partenza alle 6.15.

Mercoledì 13 ottobre 2004
Colazione al campo tendato in mezzo a nugoli di zanzare: peggio della sera prima, all’alba sono veramente feroci. L’Autan tropicale sembra funzionare ma in effetti non vediamo l’ora di partire. Durante la colazione abbiamo la gradita visita di un branco di elefanti intenti a divorare rami e foglie a pochi metri da noi e c’è uno scatenarsi di fotografie e riprese. Così vicini non li avevamo ancora visti. Si parte per la savana sperando di assistere alla caccia da parte del leone, visto che l’ora è favorevole. In effetti la temperatura è fresca anche se il sole è presto alto. Lungo la strada continuano gli incontri con le creature miti della savana (zebre , giraffe, antilopi) ed un babbuino curioso si avvicina al pulmino: gli lanciamo qualche caramella e lui svelto la scarta e se la divora. Ne arriva uno più grosso dall’aspetto un po’ aggressivo, tiriamo i finestrini e proseguiamo. Poco più avanti, piuttosto distante dalla strada sterrata che percorriamo, perfettamente mimetizzate con l’erba secca e con i radi cespugli quattro leonesse ed un cucciolo si riposano accanto ad una carcassa di bufalo appena sbranata. In realtà hanno creato una voragine nella parte posteriore della bestia con un’incisione quasi chirurgica.

Il vuoto profondo indica con quale ferocia è stata divorata la preda. Ad un certo punto una delle leonesse si alza e riprende a mangiare, affondando la testa nella ferita fino a farla scomparire completamente. Per lungo tempo resta con la testa affondata nella carcassa del bufalo, le zampe posteriori fortemente puntellate al terreno mentre l’unico movimento percettibile è l’impegno a strappare via la carne per divorarla. Assisto a tutta la scena con il binocolo che mi rende una visione veramente emozionante. Subito dopo il passaggio dei rangers, Pino e Barilla di nuovo ci lanciano fuori pista, velocemente, girando intorno al cespuglio sotto il quale sono distese le leonesse. È come un attimo: il pulmino si ferma un istante per concludere la sterzata, alzo gli occhi dalla macchina con cui non riesco ad inquadrare a causa del movimento e della velocità e per un attimo incontro quell’immagine, bellissima, uno sguardo interrogativo verso di noi. È solo un attimo, ma mi fa rendere conto di come vogliamo sempre arrivare a conoscere, a vedere a costo di violare la tranquillità degli altri e calpestandone il rispetto,per non parlare poi dei rischi. Torniamo in pista e proseguiamo il giro, dirigendoci verso le elephant grid griglie di filo spinato a bassa tensione che evitano che gli elefanti escano dal campo. Da qui raggiungiamo di nuovo la pozza dell’acqua: a quest’ora del mattino arrivano varie mandrie di zebre, antilopi, elefanti a bere. Sulla sinistra della strada sono ammassati dei grossi tubi gialli destinati forse alla costruzione di un condotto: dentro uno di questi tubi sta appisolata (o almeno così sembra) una splendida leonessa distesa su un fianco: le giriamo intorno e lei ogni tanto apre gli occhi indifferente. Sembra attendere pazientemente qualcosa. Una grande mandria di bufali avanza lentamente verso la pozza che si allunga fino alla strada. È impressionante vedere come si muovono lenti ma decisi, una macchia scura che contrasta sul rosso della sabbia. Poco distante dalla pozza, sotto ad un cespuglio avvistiamo una leonessa solitaria che guarda con apparente disinteresse verso la mandria che si abbevera. La scena sembra immutata per un po’: in realtà qualcosa di impercettibile sta accadendo. Uno dei bufali, presumibilmente il capo branco, si stacca leggermente dal gruppo ed allungando in modo esagerato il muso in avanti, come a percepire un odore che lo attrae, avanza lentamente verso la leonessa. Avanza e si ferma, avanza e si ferma. La mandria sembra non accorgersi, continua a bere e a mangiare: via via i bufali escono dall’acqua e adesso sono davvero tanti quelli che si trovano sulla sponda della leonessa e che sembrano brucare indifferentemente l’era secca circostante. È a questo punto che la leonessa si alza e con apparente noncuranza ma inimitabile alterigia avanza verso la strada, ad un passo dal nostro pulmino, attraversa la strada e si va ad adagiare sotto un altro cespuglio sulla nostra distanza ad una distanza di pochi metri da noi. La mandria di bufali raggiunge il cespuglio dov’era prima la leonessa e con una furia sorprendente lo assalta, cercando l’odore, e lo distrugge alzando una nuvola di polvere rossa. A questo punto noi siamo tra i bufali e la leonessa. Noi aspettiamo emozionati l’attacco ma tutto lascia pensare che non ci sarà baruffa, piuttosto una ritirata, anche perché Barilla ci ha detto che i bufali attaccano il leone e che questo quando sono in branco non li attacca. Comunque nessuno dei bufali più bruca o beve: tutti fissano la leonessa schierati come un esercito a zampe larghe. È impressionante come abbiano saputo trasmettersi il segnale di pericolo, a noi incomprensibile.

Lentamente la leonessa lascia anche il suo nuovo giaciglio e con grande nonchalance si dirige verso i tubi: non dà l’idea di battere in ritirata, semplicemente di rimandare la caccia ad un momento più propizio. Appena la leonessa entra nel tubo i bufali si rilassano e tornano a muoversi. Il pericolo per il momento è scampato. La leonessa uscirà, forse insieme all’altra che avrà vissuto poco prima la stessa esperienza,di nuovo a caccia di bufali o di più docili zebre, antilopi, gazzelle. L’escamotage dei tubi interferisce nel mondo della natura: de non ci fossero stati, cosa sarebbe accaduto? E noi, con il nostro pulmino nel mezzo, cosa potevamo rischiare? Ad ogni modo la scena si conclude qui. Abbiamo perlomeno compreso che gli animali non hanno fretta, la loro vita è davvero libera. Saliamo al Voi Lodge per vedere un panorama della savana, esattamente sopra al punto dove eravamo prima. Questo bellissimo lodge è tutt’altro rispetto alla nostra sistemazione della sera prima, è praticamente un albergo con una vista meravigliosa sulla savana e una pozza d’acqua al di sotto dove si recano a bere gli animali. Usciamo dunque dal parco per andare a mangiare in un ristorante al villaggio Voi: questo è l’unico pasto veramente penoso di tutta la vacanza. Le condizioni igieniche sono al limite (o forse al di sotto visto che effetti intestinali non risparmiano nessuno della compagnia!!), il mangiare veramente scadente. Ad ogni modo alle 12.15 abbiamo finito: prima di ripartire mando Barilla a comprarmi una pannocchia arrosto in una bancarella poiché non mi va di contrattare. Con 15 scellini mi tolgo il gusto e anche la fame. Ora ci aspetta la strada del ritorno, oltre 3 ore di sobbalzi e caldo: dobbiamo riattraversare tutto il parco e raggiungere Malindi, quindi il nostro villaggio. Arrivare a destinazione è un vero sollievo: ci rinfreschiamo velocemente ed andiamo in spiaggia. Intorno alla piscina c’è il mercatino dei Masai e quindi rivediamo il nostro amico Saragi che in cambio di una maglietta della Peroni ci regala una collana ciascuno; ricominciano contrattazioni, acquisti e baratti con la consueta allegria e simpatia: facciamo le foto anche con un altro Masai che in cambio di maglietta (Telecom ADSL) e cappellino regala a Luciano una collana ricordo (il nome dovrebbe essere Santè). Gli ultimi acquisti riguardano uno scudo in pelle che si abbina perfettamente alla lancia già acquistata poche sere prima (per non parlare del modello!). La giornata termina in relax e dopo cena assistiamo ad un vivace spettacolo africano con balli, danze e colori.

Giovedì 14 ottobre 2004
La giornata di oggi è dedicata all’ escursione all’atollo denominato Sardegna 2. Verso le 10 saliamo sul solito pulmino, oggi ci accompagna Pastore. In pochi minuti siamo all’interno del parco marino di Malindi dove ci aspetta la barca con il fondo di vetro per poter ammirare i fondali durante la navigazione. Rispetto alle piroghe usate finora, questa sembra affidabile. Oltre a Pastore ci accompagnano altri tre “marinai” che aiuteranno poi per il pranzo. La prima sosta è in un punto della barriera corallina popolato di pesci: scendiamo in acqua con pinne e maschere per goderci lo spettacolo. La temperatura è gradevole ed i pesci sono numerosissimi. Quando diamo loro del pane praticamente battono contro i nostri corpi per afferrarlo o escono dall’acqua per prenderlo se lo lasciamo fuori. Oltre ai pesci, le specie non sono molte ma è sorprendente la massa che ci nuota intorno, il fondale è popolato di conchiglie e coralli che Luciano riprende con la macchina fotografica subacquea sperando di portare a casa almeno la loro immagine visto che sono intoccabili e tanto meno “esportabili” in Italia. Risaliti in barca, ci dirigiamo verso l’isola delle stelle marine, una zona di sabbia bianca che emerge con la bassa marea. Nelle acque cristalline circostanti si intravedono meravigliose stelle marine, rosse che risaltano nel fondale candido di sabbia. Passeggiamo in questo paradiso marino (foto 1, 2) ma ben presto siamo raggiunti da alcuni venditori che, incredibile!!, ci offrono artigianato anche qui! L’acquisto più interessante che riusciamo a fare consiste in tre polipi appena pescati che ci vengono ceduti per 2 euro dal pescatore che poi ci invita a vedere la sua imbarcazione dove del resto ha anche altro pesce ancora vivo.

Qualche foto ricordo di questo indimenticabile “sbarco” e proseguiamo per Sardegna 2, dove pranzeremo. Il tragitto è breve, in pochi minuti siamo lì, persi ad ammirare lo spettacolo intorno a noi. Si tratta in pratica di un atollo di sabbia molto esteso che emerge dalle acque con la bassa marea e quindi scompare di nuovo in poche ore. Ci tratteniamo infatti un paio d’ore trascorse ad ammirare il mare e le mille sfumature azzurro-verdi dell’acqua. Ma naturalmente non siamo soli! Capannelli di venditori di souvenir ci vengono incontro e con vari Jambo Jambo e Hakuna matata cominciano a proporci la loro merce (artigianato in legno). Mai avremmo pensato di fare acquisti in un posto del genere ma l’Africa e la sua gente è stata una sorpresa fin dall’inizio! Andiamo anche a fare il bagno in un punto più profondo: una vera e propria piscina naturale di acqua tiepida e limpida. Mentre torniamo verso la barca inizia una pioggerella sottile ma decisa che dura qualche minuto. Cambiano i colori e la luce ma il posto è sempre magnifico. I nostri “marinai” hanno intanto allestito il barbecue per cuocere il pranzo: una splendida grigliata di barracuda e aragoste, oltre naturalmente ai polipi che abbiamo comprato in abbondanza! Il fondo di vetro della barca coperto con un’asse è diventato il tavolo e Pastore ha già messo i piatti: qui non si usano posate, né bicchieri. Via via che il pesce è pronto viene portato a tavola su un vassoio con il pane tostato e ognuno si serve con le mani, e mangia con le mani, scatenando quella piccola parte trasgressiva e ribelle che abbiamo nascosta dal nostro denso della “civiltà”. È un momento bellissimo, unico, condiviso con i nostri amici, ed è un vero piacere sentire l’armonia che c’è intorno. Uno dei nostri marinai prepara ananas, papaia e cocco, ci passa la noce per bere il latte. Mai pasto più prelibato e gustoso! Perfetto. Il lavaggio dei piatti avviene in acqua di mare: la semplicità con cui vengono fatte le cose è disarmante! Ieri altri turisti hanno goduto di questa pace, oggi noi, domani altri ancora, comunque fortunati!

Presto la marea riprende a salire e dove prima era il barbecue all’asciutto ora è già coperto dall’acqua, carichiamo le nostre cose e partiamo, seguiti dagli imperterriti venditori di elefanti, giraffe, ippopotami in legno. Monica ha comprato per sé e per me uno spettacolare cappello appena intrecciato di foglie di palma da cocco, che man mano si secca fino a cambiare di colore da verde in marrone.
Durante il ritorno facciamo una breve sosta in un poverissimo villaggio di pescatori: sulla spiaggia ci sono le donne che aspettano il ritorno degli uomini dalla pesca e qualche bambino, tra cui Joseph che ci viene incontro e ci chiede se abbiamo una maschera da regalargli: in cambio di una foto con i tonni pinne gialle appena pescati, gli lasciamo la mia.
Verso le 15 siamo di ritorno al nostro villaggio. La sera dovrebbe esserci una festa in spiaggia a Malindi ma in realtà il tempo minaccia pioggia. Noi due con Ivan e Monica prendiamo un taxi e ci facciamo portare al Casinò di Malindi (costo della corsa 600 scellini andata e ritorno con attesa di circa due ore fuori dal casinò). Giochiamo con slot e roulette e alla fine racimoliamo 1000 scellini (circa 10 euro) ma ci siamo divertiti. È stata una giornata intensa, ma soprattutto siamo cotti dal sole come se fosse il primo giorno di esposizione!

Venerdì 15 ottobre 2004
Ci svegliamo con la pioggia. Il cielo è completamente coperto. Tutti quelli del posto interpellati dicono che migliorerà nel pomeriggio, in particolare alla quinta ora (ossia le 12.00, visto che il conteggio per loro inizia dalle 7 del mattino). Dobbiamo preparare i bagagli ma abbiamo tutta la giornata davanti e quindi ci facciamo portare da Giorgio (la nostra guida locale) a visitare il serpentario, la collezione privata di un inglese aperta al pubblico per 5 euro a persona. La giornata è piovosa ma fa caldo. All’ingresso vediamo le prime teche con vari serpenti più o meno velenosi, come la vipera del Kenia. Subito dopo passeggiamo tra le tartarughe di terra, una delle quali, Maria, è di dimensioni veramente notevoli e molto socievole. Altre tartarughe più piccole si aggirano lentamente nel recinto mentre la nostra guida ci mostra una tartaruga d’acqua dolce con un naso prettamente suino. La pioggia si fa sempre più insistente ed in effetti non è molto piacevole per noi, mentre i locali tranquillamente camminano a piedi scalzi sotto l’acqua. Il mese di ottobre di solito è secco (le grandi piogge vanno da aprile a luglio) ma in settembre le precipitazioni sono state scarse e dunque ne subiamo qualche strascico. La guida ha molta buona volontà, si offre di dare da mangiare ai coccodrilli, ma la pioggia incessante rende tutto faticoso e quindi scappiamo letteralmente verso l’ingresso sperando che ci sia Giorgio con il suo pulmino.
Prima di uscire facciamo la foto con il pitone, sia io sia Luciano, insieme a Giorgio.
Qui a Malindi riusciamo a comprare le ultime cose in un bazar grande dove c’è di tutto e la contrattazione è più agevole, ma niente a che vedere con la simpatia dei venditori della spiaggia. Torniamo al Tropical per il pranzo ma nessuno di noi ha voglia di chiudersi in camera per preparare le valigie. Dunque scendiamo in spiaggia dove, nonostante la pioggia, c’è qualche ragazzo che imperterrito offre i suoi oggettini di artigianato. Sanno che oggi partiamo e ci chiedono di lasciare loro dentifricio, sapone e shampoo, prima di andare via. Io e Rossella posiamo per una delle ultime foto, e poi io con Mami e con Dingorasta. Restiamo d’accordo per il pomeriggio ma il tempo peggiora. Dopo pranzo prepariamo le valigie e ci facciamo una pennichella, visto che la sveglia per la partenza è prevista alle 2 della notte. Quando ci alziamo il cielo è ancora più grigio, tentiamo di andare al mercato dietro alla spiaggia ma non c’è più nessuno perché il tempo è troppo brutto. Lasciamo qualcosa a due ragazzi che hanno resistito in attesa dei turisti. La delusione più grande è non rivedere Bali, un bambino che tutta la settimana ha aspettato che gli lasciassi i miei infradito. Comunque lasciamo le nostre cose, sperando che vadano a chi ne ha bisogno. Un’altra busta la lasciamo sul letto con un messaggio di ringraziamento per il cameriere e una piccola mancia. La cena è sul tono triste. Penso di essere l’unica ad essere impaziente di tornare in Italia, visto che rivedrò i miei figli, Ludovico ed Agostino con i quali non parlo da domenica scorsa. Mi piange però il cuore non averli qui. In questo caso la mia felicità sarebbe stata perfetta e ancora meno avrei voluto tornare a casa. Decidiamo di fare tutta una tirata fino alle 2 e andiamo di nuovo al casinò, questa volta con il pulmino del gruppo visto che l’uscita è organizzata dall’animazione. Stiamo ben attenti a non vincere dal momento che non vengono cambiate le fiches in euro ma solo in scellini. Alla fine il bilancio è di +700 scellini (circa 7 euro) che spenderò la mattina dopo in aeroporto per caramelle e succo di frutta.

Alle 2 comunque suonala sveglia in camera: un Jambo! Jambo! Come sempre socievole e allegro ci fa sorridere anche se siamo stanchi e tristi. L’omino delle valigie ci aspetta fuori, in divisa ma scalzo, sotto la pioggia e ci saluta con un Jambo e Hakuna matata! riferendosi al temporale. Due ore e mezzo di pulmino e siamo all’aeroporto di Mombasa. Dopo ben cinque controlli e pagamento di 20 euro (visto di uscita), in perfetto orario ci imbarchiamo e partiamo alle 7.45.
Alle 14.20 ora locale (un’ora indietro rispetto al Kenia) atterriamo: cielo sereno ma vento freddo, 20° la temperatura a Roma. Ci prendiamo un caffè tutti e 6 prima di salutarci e dividerci, ognuno verso casa propria.
Chi ci ridarà i colori dell’Africa? Il nostro primo pensiero è “Quando potremo tornare?”