Un sogno che diventa realtà

Racconto di viaggio in Kenya

di francescation@yahoo.it

Lunedì si è conclusa la mia prima, bellissima, esperienza africana: le informazioni dei resoconti di viaggio riportate in questo sito mi sono state veramente utili…spero, adesso, di poter contraccambiare.
Io e Leo siamo partiti da Roma il 1 agosto: ci aspettavano 2 settimane in Kenya, una di mare a Watamu e una di safari. Per quanto riguarda i vaccini, abbiamo deciso di andare sul sicuro: consultate le ASS, il Ministero degli Esteri e vari siti specializzati, abbiamo fatto la profilassi antimalarica (con Malarone: costa una vera botta, 53 euro a scatola, ma a differenza del Lariam non ha nessun tipo di effetto collaterale), epatite, antitifica, antitetanica e febbre gialla.

L’operatore scelto è l’A.S.C.: con altri operatori, il costo di una vacanza di questo tipo si aggirava sui 3200-3500 euro a testa. Con l’ASC, abbiamo alla fine pagato 1950 euro a persona: in realtà, questo notevole risparmio un po’ mi preoccupava…come mai costava così poco? A fine vacanza, posso dire che la scelta è stata sicuramente azzeccata.
L’ASC è una grossa società israeliana, proprietaria di villaggi, lodge nella savana, della compagnia aerea che ci ha portati lì da Roma, degli aeroplanini che ci hanno scarrozzato in giro per il safari, dell’intera riserva Kilimangiaro-Kimana…insomma, mentre gli altri operatori si trovano a dover pagare anche le strutture, ASC riesce a ridurre i prezzi essendone proprietaria.
Che fosse una società israeliana l’abbiamo scoperto soltanto lì: a saperlo prima, visto il periodaccio, probabilmente avremmo lasciato perdere, anche perché 2 anni fa di fronte ad un villaggio della ASC a Shanzu è stata piazzata una bomba in un attentato terroristico dove sono morte diverse persone.
Scegliendo di fare un safari di una settimana, la ASC ci ha richiesto di spezzare il soggiorno mare in due parti: inizialmente, mi erano stati prospettati 2 giorni a Shanzu (a circa 10 km da Mombasa, quindi attaccati all’aeroporto), poi la settimana di safari ed infine 5 giorni a Watamu (che, invece, dista 100 km da Mombasa…su quelle stradine assurde, si impiegano in pulmino circa 3 ore). Successivamente, mi è stato detto che i giorni iniziali a Shanzu sarebbero stati 3: al che mi sono irritata (memore, tra l’altro, dei commenti che ho trovato su questo sito riguardo alla località e alle strutture) dicendo che avevo scelto come soggiorno mare Watamu e non Shanzu e minacciandoli di disdire la prenotazione del viaggio. Mi hanno quindi accontentata, facendomi fare sia i 3 giorni iniziali che i 4 finali a Watamu. Consiglio di rompere le scatole: le persone che erano con noi in safari e che si sono fatte il primo periodo a Shanzu erano abbastanza disgustate dal mare e dalla struttura, dove nelle docce in camera c’era l’acqua salata (a meno che non si tratti del Flamigo, l’unico villaggio ASC a 5 stelle, veramente bello)…in più, a Shanzu (a differenza di Watamu) ha praticamente sempre piovuto, prima e dopo il safari.
Comunque il 2 agosto, dopo 8 ore di volo, siamo arrivati a Mombasa. Leo non aveva portato con sé contanti, preferendo ritirarli da uno sportello bancomat sul posto: all’aeroporto, però, non ci sono sportelli. A Watamu, villaggetto sperduto di casupole di fango, non ci sono banche. Per cui l’unica era andare a Malindi. Io ero partita con dollari: anche se vengono accettati, sul posto sono abituati a trattare con i turisti in euro o in scellini kenioti.
All’aeroporto, il visto per entrare in Kenya costa 40 euro (o 50 dollari).
Sul posto, ci aspettava un pulmino della ASC: colpisce la cortesia e la gentilezza delle persone, sempre pronte a sorridere e a fare due chiacchiere appena trovano qualcuno che ne abbia voglia. Nonostante la stanchezza del viaggio, il tragitto fino a Watamu ci ha dato la possibilità di avere un assaggio dell’Africa vista nelle pubblicità, nei documentari e nei film: lungo la strada si stendevano a perdita d’occhio campi di ananas e banane, enormi baobab ovunque, mentre passando nei centri abitati colpivano le casupole di fango (ma se piove…che succede?), gli abiti coloratissimi delle donne che si contrapponevano ad altre coperte da veli neri che lasciavano solo intravedere gli occhi, i bambini portati sulla schiena, le caprette che zampettavano attraversandoci la strada, le bancarelle di artigianato locale… una ragazza in viaggio con noi, ad un certo punto ha chiesto all’autista di poter andare in bagno: hakuna matata, nessun problema…si accosta il pulmino e si entra in una casa privata, chiedendo di poter usufruire della toilette (sul retro della casa). Poi il pulmino non ripartiva più, così i maschietti si sono messi pure a spingere.
Siamo quindi arrivati a Watamu, distrutti (le strade sono catastrofiche…3 ore di sobbalzi continui non sono uno scherzo): il Watamu Beach Hotel è una struttura molto carina ed accogliente, anche se forse un po’ datata. Consiglio caldamente di prendere le camere sulla scogliera: costano un po’ di più ma, a parte la posizione mozzafiato, lì sopra tira perennemente un po’ di vento che tiene lontane le zanzare…in camera nostra, mai vista una.
Unica pecca del villaggio è che il cibo non è eccellente, ma comunque ci sono sempre molte verdure cotte in modi diversi, vari tipi di carne, pesce al forno, primi a base di pasta (ovviamente da sconsigliare) e riso, minestre e scelta di dolci e frutta. Noi, partendo dal presupposto che in un villaggio turistico sarebbero veramente idioti a non lavare bene verdure crude e frutta o a darci da bere acqua di rubinetto, non abbiamo preso nessuna precauzione, mangiando ogni giorno verdure crude, tonnellate di frutta e bevendo l’acqua della caraffa che ci portavano: non abbiamo mai avuto problemi.
L’animazione è discretamente misera, ma a noi andava più che bene così.
La spiaggia è molto bella…sabbia candida, acqua pulita, bellissimo panorama: il periodo, per il mare non è dei migliori a causa delle alghe, che però non sono come le nostre mucillaggini ma sono più simili a grossi fili d’erba marrone. Insomma: non danno fastidio e sulla nostra spiaggia ce n’erano abbastanza poche. Il disastro l’ho visto sulla spiaggia davanti alla struttura Blue Bay (de I Grandi Viaggi)…tonnellate di alghe che invadevano non solo l’acqua (non si riusciva neppure a camminare, legavano le caviglie!) ma soprattutto la sabbia…impossibile distendere un telo da bagno, gli ospiti della struttura erano costretti a rimanere in piscina.
A Shanzu, la spiaggia di fronte al villaggio è delimitata da una corda, che non può essere travalicata dai Beach Boys: appena una persona va in acqua e, quindi, passa oltre la corda, viene assaltata da frotte di persone che tentano di vendere qualcosa (artigianato o escursioni). Sono tutti gentili ma veramente ossessivi. A Watamu non ci sono corde: appena ci si allontana, però, un po’ dalla struttura, l’assalto c’è comunque. Quando c’è la bassa marea si può camminare fino al limite della barriera corallina, ammirando gli anemoni di mare, le stelle marine, i vermi d’acqua, i granchi, i paguri color blu elettrico e tante altre meraviglie (attenti ai ricci di mare!)…non c’è speranza di farsi una passeggiata in solitudine: verrete sicuramente avvicinati da qualcuno che vi proporrà di farvi vedere il pesce palla arenato che c’è poco più in là, le murene o qualcos’altro. Quasi sempre sono fregnacce per farvi fare un giretto per la baia, per poi concludere che il pesce palla è stato portato via o che l’acqua è troppo bassa per vedere le murene, ma nel frattempo la mancia se la sono comunque guadagnata. Lo stipendio medio di un keniota è di 50 euro al mese. Fate un po’ una proporzione su cosa debba essere per lui la mancetta da 5 euro che gli lasciate…più o meno l’equivalente di 100 euro per noi. Le mance sono un’abitudine irrinunciabile: appena avrete una borsa da sollevare, ci sarà qualcuno che verrà ad aiutarvi. Appena, nel villaggio, avrete bisogno di trovare un negozio che venda qualcosa di specifico, qualcuno vi accompagnerà. Il taxista che vi accompagna alla fabbrica del legno di Malindi (ce ne sono diverse) si becca la percentuale sui vostri acquisti ed idem chi vi porta in una baracchetta di artigianato sulla spiaggia o in paese. I camerieri, gli autisti durante i safari, quelli che vi rifanno i letti e qualsiasi altro dipendente che ha a che fare con voi implicano mance…che per noi sono un problema relativo, mentre per loro fanno la differenza tra uno stipendio medio ed uno stipendio da quasi signori. Lavorare a contatto con i turisti è quanto di più redditizio ci sia: dove la gente abita in case di fango e sterco di vacca, vivere a contatto con persone che si permettono di spendere 4 euro al giorno per un caffè ristretto (il caffè espresso è buono…costa 2 euro, come se per noi costasse 50 euro) non è cosa da poco.
L’artigianato è bellissimo: sandali di perline e conchiglie, anche fatti su misura nel giro di 3 ore, borsette, parei, collane, sculture in pietra saponaria e tante sculture in legno…ciotole decorate con animali intagliati, maschere tribali, scagni dipinti, tavole da muro interamente intagliate, enormi animali… Il prezzo si tratta: in genere, si arriva più o meno alla metà di quanto richiesto. Alla fabbrica del legno di Malindi i prezzi sono fissi e parecchio alti: la qualità è migliore (soltanto i pezzi perfetti vengono venduti lì, ma le piccole imperfezioni di quelli venduti altrove non si notano neppure), però conviene comprare sulla spiaggia o attorno ai villaggi.
Mentre trattate sul prezzo, vi capiterà che vi chiedano di barattare il vostro orologio, una vostra maglietta o qualsiasi altra cosa abbiate addosso: portate con voi magliette vecchie che poi possiate lasciare lì e regalare…li farete impazzire dalla gioia.
Le escursioni proposte sono molte: Malindi, Sardegna 2 (una specie di atollo stile Maldive al largo di Malindi), Mida Creek (parco delle mangrovie), Turtle Bay, l’Isola dell’Amore (che noi avevamo di fronte al villaggio e che si raggiungeva a piedi con la bassa marea) e tante altre. In genere, queste escursioni costano 30 euro a testa, compreso il pranzo a base di aragoste sulla spiaggia (sembra che la cuoca, almeno a Watamu, sia la stessa che rifornisce tutti i Beach Boys: decisamente il miglior pranzo della vacanza…riso con sugo di polpo e cocco, King Fish e aragoste alla griglia, frutta…porzioni da non poterne più).
Noi ci siamo affidati ad un uomo che avevamo conosciuto in una delle nostre passeggiatine sulla barriera. Si chiama T. (vi farà vedere perché :-)) e noi ci siamo trovati molto bene: ci ha portati prima in una spiaggia molto bella e deserta, poi a fare snorkeling sulla barriera corallina sopra una barca con lo scafo di vetro, ed infine su una spiaggia veramente stupenda (senza ombra di alghe) dove c’eravamo soltanto noi e dove abbiamo pranzato.
Apro quindi il discorso safari: è possibile anche prenotarli sul luogo ed affidarsi (come hanno fatto molti) ai Beach Boys, che in genere si appoggiano ad agenzie di viaggio serie…ma, onde evitare problemi, ho preferito prenotare anche quello dall’Italia. Ho scelto il safari Out of Africa che implicava 2 giorni allo Tsavo est, volo al lago Nakuru, poi volo verso il Masai Mara dove siamo rimasti 2 giorni ed infine volo alla riserva Kilimangiaro Kimana dove siamo rimasti altri 2 giorni. E’ stata un’esperienza veramente incredibile, anche se forse (contro ogni aspettativa) sarebbe bastato un safari di 5 giorni: rimanere nella riserva Kilimangiaro 2 giorni, per quanto bella, forse è stato eccessivo…avrei preferito passare un giorno in più a Watamu.
Le strutture sono veramente bellissime: il Crocodile Camp nello Tsavo, il Mara Buffalo Camp nel Masai Mara e il Twiga Camp nel Kilimangiaro sono a dir poco affascinanti, tutte poste in riva a fiumi nei i quali si possono ammirare ippopotami che nuotano, elefanti che vengono ad abbeverarsi, coccodrilli (alla sera, nel Crocodile Camp c’è un tipo che chiama con una cantilena i coccodrilli (Isabella, Rosmaria, Paolo…), che risalgono dal fiume per venire a mangiare i pezzi di carne che lui gli butta)…antilopi, zebre, dik dik, facoceri, gazzelle entrano nei lodge liberamente e, durante la notte, nel Mara Buffalo Camp entrano anche giraffe e gli ippopotami del fiume (una notte un rumore assordante mi ha svegliata: sono uscita dal bungalow per vedere il sedere di un ippopotamo che si allontanava…mi aveva lavato la staccionata di cacca…). Non ci sono problemi per ricaricare telecamere o macchine digitali: l’elettricità c’è, al limite manca per un paio d’ore a orari prestabiliti. Incredibilmente, i cellulari prendono meglio in mezzo alla savana che non a Watamu: chiamare l’Italia costa molto, meglio mandare sms che costano 1 euro e che arrivano senza problemi.
Giornata tipo: ogni mattina la sveglia è tra le 5 e le 6 a seconda delle giornate (in genere, 5.15): caffè bevuto al volo e safari di un paio d’ore, per poi tornare a fare colazione in riva al fiume, quindi di nuovo safari fino a pranzo e, dopo un po’ di pausa, safari fino alle 17-18 circa. In realtà, le levatacce al mattino sono servite sempre a ben poco: sembra che a quell’ora dormano tutti tranne noi.
Colpisce la differenza di paesaggio tra una riserva e l’altra: lo Tsavo è arido, la terra è color mattone, ovunque enormi termitai, niente erba… abbiamo visto molti elefanti, facoceri (vengono chiamati “Kenya express” perché schizzano via appena ci vedono), giraffe, antilopi, gazzelle, qualche scimmia, coccodrilli e ippopotami nel fiume, zebre a valanghe, un paio di struzzi, qualche leone che pigramente faceva siesta sotto un albero.
Tragico il pic nic in riva alle cascate: bellissime le cascate, mentre il pic nic (svegli dalle 5…ci saremmo mangiati una zebra intera) era costituito da 1 uovo sodo, una polpetta con forte retrogusto di fegato e cipolla, praticamente immangiabile, un pezzo di pane unto di maionese e avvolto in un cellophane bagnato fradicio, una banana spiaccicata e una fetta di ananas malconcia.
La nostra guida ci ha anche portati in un villaggio Masai: non eravamo molto convinti, ci sembrava la solita bufala per turisti, già ci vedevamo ‘sti muratori, artigiani e cuochi che smettevano di lavorare e si andavano a vestire da Zulù per accoglierci…in realtà, poi siamo comunque stati soddisfatti perché, a prescindere dall’originalità o meno, in ogni caso era bello vedere queste persone vestite in modo tradizionale, questi bimbi bellissimi (i kenioti sono un bel popolo, con tratti del viso piacevoli), le case di sterco di vacca e fango…insomma, siamo rimasti contenti.
La seconda tappa è stata il lago Nakuru, veramente fantastico: mi aspettavo di trovare un lago con molti fenicotteri rosa e basta, in realtà lo spettacolo è indescrivibile…qui il paesaggio è verde e rigoglioso. Nel lago, rosa dalle migliaia di fenicotteri, si riflettono i monti che ci sono alle spalle e tutto attorno pascola tranquillamente una varietà incredibile di animali: bufali, zebre, babbuini, pellicani, giraffe, antilopi, cicogne africane, struzzi, facoceri e, soprattutto…rinoceronti bianchi. Non posso descrivere l’emozione di averli ad un metro dal pulmino, mentre tranquillamente brucano l’erba in branco, senza scomporsi per tutta la gente attorno che li fotografa …praticamente, sarebbe bastato allungare un braccio per toccargli l’enorme corno (caldamente sconsigliato).
Il Masai Mara è una distesa infinita di erba alta e gialla con qualche albero qua e là: ovunque, zebre e giraffe, gnu e bufali, antilopi, facoceri, molti elefanti, aquile, impala, topi (una specie di antilope dalle corna stile fusillo Barilla), uno sciacallo, qualche leone con i cuccioli (fantastici), un avvoltoio (sembrava proprio quello dei cartoni di Walt Disney, con il collo tutto spelacchiato!), molti ippopotami nel fiume Mara. Consiglio di portarsi vestiti pesanti: alla mattina, fa veramente freddo. Molto utile un k-way ed una bandana da mettere davanti alla bocca per evitare la polvere (soprattutto nella riserva Kimana).
L’ultima nostra tappa è stata la riserva Kilimangiaro Kimana: il Kilimangiaro non si è visto, molto spesso è coperto dalle nuvole, giusto per un attimo siamo riusciti ad intravederne, da uno scorcio, la punta innevata. Qui il paesaggio è grigio e polveroso, per terra c’è terra grigia che sembra sabbia (di tanto in tanto si vedono delle lunghe striature nella polvere: sono le scie lasciate da un pitone) e la vegetazione è piuttosto secca: infatti, gli erbivori erano decisamente meno pasciuti di quelli del Mara. Il Twiga Camp (twiga significa giraffa…le tende sono tutte arredate con oggetti giraffati, incluse le vestaglie) è posto in riva ad un fiume ed è bellissimo: la vegetazione attorno è rigogliosa e nel fiume, dove nuotano vari ippopotami e dove c’era un coccodrillo che prendeva il sole, ci sono ovunque ninfee ed alti alberi, sui quali saltellano babbuini. Ovunque, uccelli incredibili dalle ali e dal dorso blu elettrico che sembra metallizzato, il petto arancione e la testa nera: si chiamano Superstarling. Nella riserva, a parte gli stessi animali già visti (tra i quali molti elefanti) abbiamo visto due iene.
Unica pecca del safari è che non ci è stato dato di vedere ghepardi o, ancora più ambiti, leopardi: nel Masai Mara, abbiamo visto sopra un albero la carcassa di mezza gazzella…l’unico contatto con un leopardo. Da notare che le entrate ai vari parchi non sono comprese nel prezzo del safari (in genere non lo sono mai): il costo è consistente, circa 170 euro a persona.
Il 15 agosto, con sveglia alle 3 di notte, siamo partiti alla volta di Mombasa per tornare in patria: all’aeroporto di Mombasa sono veramente fiscali per quanto riguarda il peso delle valigie…ogni kg in più costa 7,50 euro. L’artigianato è fantastico, per cui conviene portarsi da casa il meno possibile e riempire la valigia al ritorno.
Mando un bacione a tutto il gruppo del nostro safari: l’esperienza è stata bella anche per merito loro. Splendida Africa, ci rivedremo presto!!