Watamu nel cuore

Racconto di viaggio in Kenya

di mariateresabert@yahoo.it

Prima di partire per Watamu avevo letto le testimonianze, tutte positive, inviate a Turistipercaso, sul Kenya. Sapevo tutto su cosa fare e cosa non fare, sui beachboys, sul mare e sul safari da non perdere. Pensavo di essere preparata. L’impatto a Malindi, il primo giorno, è stato molto forte. I colori, i sapori, gli odori che ti rimangono addosso, tutta quella povertà. Dentro mi sono sentita scossa, un bum bum che non mi sarei mai aspettata di provare. Sono stata male, sono ritornata al resort sconvolta.
E’ come nei films, o l’Africa ti piace e ti entra dentro o la rifiuti. Piano piano, pole pole, il Kenya mi ha preso. Con la povertà, con i villaggi di capanne fatte di fango, di legno, di lamiere, senza acqua nè luce, con i visi dei bambini ricoperti di mosche, che vivono per strada, con la rassegnazione negli occhi delle persone e i loro sorrisi.

Abbiamo fatto anche noi come tanti, ci siamo appoggiati per il safari ad un beachboy trovato fuori dal nostro residence (Aquarius). Sapevamo di essere per lui solo un lavoro, il suo pane, stavamo attenti solo a non essere imbrogliati, contrattare sempre avevamo letto. C’è stato vicino anche dopo aver comprato il pacchetto con il safari e le solite escursioni, anche quando non avevamo più niente da dargli. Come si vive in Kenya c’è l’ha insegnato lui, portandoci in giro nei villaggi, spiegandoci le cose, gli usi, le tradizioni, il significato dei loro gesti, passando le serate con noi a giocare a biliardo, accompagnandoci a notte fonda al resort, ci siamo sempre sentiti protetti. A volte, quando si camminava da soli per Watamu, i locali ci salutavano e ci chiedevano dov’era il nostro amico e ci lasciavano stare, non ci assillavano per farci comprare qualcosa, ci sembrava di essere del posto. E se ci prendeva buio, lo è già alle ore 19.00, lo vedevamo apparire come un ombra, ci accompagnava fino al resort, poi se ne andava. Ci sono persone che incontri per una vita e non ti danno niente, mentre lui, in una settimana ci ha lasciato il segno, per la sua onestà, per la sua dignità. E’ un masai, si chiama Stefano Bambino. Affidatevi a lui, cercatelo, lo trovate sulla spiaggia di Watamu, lavora per l’Agenzia locale Marina.

Sono rientrata in Italia e, questa volta, l’impatto di Malindi l’ho provato davanti al nastro rotante in aeroporto. Perchè il Kenya mi ha lasciato dentro una sensazione strana che va al di là dei paesaggi, del mare, delle spiaggie, della savana, dei tramonti e delle albe che ti tolgono il fiato e ti riempiono il cuore. A noi non manca il pane, le case, l’istruzione e siamo insoddisfatti, forse non sappiamo cosa è veramente importante, forse i problemi ce li creiamo da soli, forse non ci basta mai.

Andate in Kenya, ma uscite fuori dal villaggio vacanze, vivete tra la gente, fidatevi. Porterete a casa molto di più di qualche souvenir e di un’abbronzatura.

Permettetemi un’ultima cosa, voglio mandare un messaggio, anche se non so se sarà mai ricevuto: ancora grazie Stefano Bambino, grazie di cuore. Ci mancherai. Teresa e Piero