Uomini del Deserto

Racconto di viaggio in Libia

Dio ha creato paesi ricchi d’acqua perché gli uomini vi vivano,
i deserti perché vi ritrovino la propria anima
” (proverbio tuareg)
Ma cosa ci sarà mai in un deserto?: silenzio, solitudine, spazio, sintesi e, sole, stelle, sabbia, sassi, sete, ma anche animali, acqua, albe, arte.
Deserto è incantarsi davanti ad un paesaggio roccioso, è desiderare la frescura dell’oasi, è…, ma andiamo per ordine.
Il deserto in Libia non è una rarità. Ad esclusione della fascia costiera larga circa 200 chilometri e qualche oasi, il 93% del paese è arido, e, dato che la Libia è uno dei paesi africani più estesi, di deserto ce n’è per tutti i gusti e altrettanto vari possono essere gli itinerari. Per noi la scelta è stata facile, era il primo viaggio e quindi abbiamo scelto il percorso più bello, il più classico, nel Fezzan, regione a sud ovest ma attraversando il Jebel Nafusa (Montagne occidentali).

Percorriamo i 750 km, da Tripoli a Ghadames, su una strada asfaltata e scorrevole. Ogni scritta, compresi i cartelli stradali sono rigorosamente in arabo, indecifrabili. All’inizio passiamo per popolosi quartieri, gente per strada, traffico tranquillo. Per un paio d’ore ai lati della strada scorrono ininterrottamente, officine, laboratori, negozi, ristoranti, coltivazioni e rifiuti, finché ci sono case. Poi tutto diventa arido e sassoso, prima piatto poi montagnoso. Affiancate alla strada imponenti linee elettriche. Superiamo un gregge, qualche bancarella con frutta e ceramiche. Rari i paesi, abitati da berberi. Per strada solo uomini, molti sono completamente avvolti nel caldo gard, un tradizionale telo di lana bianca che serve da cappotto. Dromedari al pascolo. Un paio di brevi soste per sgranchirsi le gambe, ma vento e sabbia ci ricacciano subito in auto. Qualche fiocco di neve, chi l’avrebbe detto? Nel deserto!
Un paio di posti di blocco, ci fermiamo, vengono mostrati i documenti, un malloppo di fotocopie e certificati. Ormai è notte, i due libici che ci accompagnano chiacchierano fitto, è una parlata fluida, armoniosa, sommessa, che assopisce. Ed eccoci a Ghadames, a mio avviso una città simbolo della Libia di oggi con forti testimonianze del passato.
Passato che si manifesta nel colore nero della pelle di molti abitanti e nella medina (dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO), ora completamente deserta. Gheddafi, nel suo desiderio di modernizzazione, ha completamente sradicato la popolazione dalle case tradizionali. Nel 1984 nella città vecchia vivevano più di 6000 persone, quattro anni dopo una sola irriducibile famiglia. Ora vivono in quartieri nuovi, anonimi e incompiuti. D’estate il caldo è insopportabile e c’è chi torna alle vecchie abitazioni, più fresche e vivibili. Ma si sa i processi di modernizzazione sono inarrestabili e legittimi, e spesso il salto è troppo vistoso e lacerante.
La medina di Ghadames è come un corpo morto, nelle vene non scorre più il sangue, non più voce e sguardi, movimento e pensiero. Ma, anche se deserta la città vecchia è suggestiva. Contornata da mura con 2 torri di guardia, 7 ingressi, che venivano chiusi al tramonto, uno per ogni quartiere. Nei vicoli c’è ombra, a volte buio totale. Il colore dominante è il bianco, spesso nell’intonaco c’è l’impronta di una mano, è la “firma” del muratore. Le porte in legno, sono tozze e massicce, alcune portano i segni di chi è stato in pellegrinaggio alla Mecca. Nelle piazzette, dove si svolgeva la vita sociale dei quartieri (riunioni, matrimoni, feste, compleanno del profeta) sono esposti interessanti oggetti di artigianato. I venditori non assillano, lasciano guardare e la contrattazione è veloce. Taher, la nostra guida, ci racconta di come era organizzata la vita: di giorno le donne vivevano prevalentemente in casa, anzi sui tetti, uscivano solo di mattina presto e al tramonto. Nessuna limitazione per gli uomini, che però si raggruppavano per età: giovani, bambini, gli anziani vicino alla moschea. Anche per i matrimoni valgono le categorie, una tradizione tuttora in uso, si fanno tra consimili: originari, immigrati, ex schiavi.
Il giro passa per il palazzo del Pascià, il pozzo, poi i bagni pubblici con acqua corrente. E arriviamo agli orti ombreggiati dalle palme, qui si sente lo scorre dell’acqua, siamo proprio sopra ad una delle canalette che la portano all’interno della medina. L’acqua, preziosissima, era regimentata. Un addetto controllava il pozzo e teneva conto dei consumi. A Maggio c’era la riunione dei saggi di famiglia per organizzarne l’uso: vendita, affitto e pagamento di quella usata.
Ghadames, importante oasi e centro di commerci, è stata per secoli fondamentale tappa per le carovane che portavano merci ma anche notizie, schiavi e materiali preziosi. Dal centro Africa verso l’Europa: oro, pietre preziose, cavalli, piume di struzzo, mentre dal Vecchio Continente arrivavano perle e lino. L’ultima carovana è partita nel 1940, poi c’è stata la guerra e molte famiglie di carovanieri si sono stabilite in Niger o nel Mali e i traffici si sono interrotti.
Le carovane si accampavano fuori città nei pressi della sorgente che ora, pare per effetto di un terremoto, è ridotta ad un desolato buco, con solo un po’ d’acqua verdastra sul fondo.
La visita finisce con un pranzo tipico in una abitazione altrettanto tipica. Alcuni abitanti, cogliendo le opportunità che il turismo offre, stanno restaurando e aprendo le loro vecchie case per interessanti visite. Dopo l’ingresso, c’è un breve corridoio, una ripida e stretta porta all’ampia sala soggiorno. Via le scarpe, sul pavimento c’è un soffice tappeto e decine di cuscini su cui sedersi. Lungo le pareti un largo e alto gradino in muratura funge da panca e ripiano. I candidi muri sono decorati (dalle donne) con disegni stilizzati rosso fuoco, un po’ di giallo e verde. Tantissime ciotole di rame e specchi sono appesi al muro, per decorare e per riflettere la luce che entra soltanto da una porta e dal lucernario posto in cima all’alto soffitto. Attorno al soggiorno, sopraelevate di alcuni gradini le stanze da letto, quasi delle nicchie – quella matrimoniale, con un baldacchino, veniva usata la notte di nozze o in caso di morte del marito per ricevere eventuali visite. Un’apertura porta alla “stanza” esterna: il tetto a terrazza, dove, a parte un piccolo locale per cucinare, il resto è aperto. Uno spazio per stendere, seccare, lavorare, dormire in estate, spostarsi. Anche oggi, nonostante le aperture di Gheddafi, ad esclusione di Tripoli, è rarissimo vedere una donna in pubblico, le regole sociali e religiose sono molto radicate e le donne sono in genere segregate in casa. Quindi i tetti della medina, con le case addossate le une alle altre, diventavano la loro strada. Me le immagino volteggiare funamboliche in uno svolazzo di lunghe vesti colorate.
Almeno la visione da lassù è speciale, totalmente diversa dagli spazi angusti della città “bassa”, l’orizzonte è libero, la brezza ti asciuga il sudore, si vedono i voli delle tortore.
E dopo questo tuffo nel cielo torniamo dentro dove è pronto un ottimo pranzo, preparato da donne invisibili e servito dagli uomini: olive, harissa, shorba, cus-cus di carne e verdure, bibite o birra ma analcolica (in Libia non sono permessi gli alcolici), frutta e per finire the verde alla menta.
Ristorati e rifocillati, è il momento di partire per il deserto. Abbandoniamo le comodità, per 10 giorni le nostre strade saranno piste, per casa la jeep, per tetto la tenda.
In due giorni attraversiamo l’Hamada al-Hamra, il Deserto Roccioso Rosso, una zona fredda, un altopiano piatto dove il vento corre senza incontrare ostacoli, una zona fredda. I primi giorni sono duri per le temperature rigide, sia di giorno che di notte. Si mangia con guanti e berretto e la mattina ci si sveglia con la brina ghiacciata all’interno della tenda, prima di alzarsi si aspetta che il sole intiepidisca un po’ l’aria.
In questi due giorni abbiamo percorso una zona poco frequentata – in genere i tours, per guadagnare tempo, passano più a est su strada asfaltata – ma noi abbiamo preferito non indugiare e partire per l’Akakus seguendo una pista parallela al confine con l’Algeria. Sulla nostra destra, a pochi chilometri, i pozzi di petrolio libici e algerini. Di giorno si notavano appena e di notte si intravedeva qualche bagliore.
E’ quasi sera, l’andatura delle due Toyota rallenta, la nostra guida sta cercando il posto per il campo, il primo. Sarà un piccolo albero a custodirci. Una minima depressione, alcuni cespugli, un po’ di rami secchi, è tutto quello che ci serve.
Le macchine vengono messe vicine, a L, in modo da sbarrare la strada al vento. In breve le tende sono montate, la stuoia e i cuscini sono già distesi, la cena è quasi pronta, anche il fuoco è acceso ed il primo dolcissimo the è pronto per scaldarci.
Gli abiti sono ancora puliti e ancora per poco profumano di bucato, ma ci penserà il fumo, che rotea ovunque, a darci il tipico odore dei nomadi. Non c’è possibilità di scampo e nonostante gli spostamenti tira sempre dalla tua parte, tanto vale restare fermi e lasciare che il fumo entri negli occhi, servirà a purificarli. Poi li chiudo in attesa di domani.

Il deserto d’inverno. (seconda parte)

Otto di mattina, svegliarsi è duro, non per il sonno, la notte è lunga e si dorme molto, ma per il freddo.
La luce è ancora quella dell’alba, ma la colazione è pronta e non si può più indugiare. Gli altri sono già tutti seduti sulla stuoia. Fuori. A turno ci si scalda le mani sul provvidenziale fuocherello. Pane abbrustolito, marmellata, miele, nutella, uova, formaggini, the, caffè. Arriva anche un Mula Mula, uccellino portafortuna. La giornata parte proprio bene. Intanto spunta il sole. Ancora qualche chiacchiera poi impacchettate tende, coperte e bagagli, si carica tutto sulle auto e si parte verso i tanti paesaggi del deserto: distese di sabbia rossa o pietraie nere, rocce appuntite o tozzi conetti, piane sterminate o strette vallate.
Appena possibile, in certi posti che le guide conoscono, ci si ferma a raccogliere legna secca, quanta ne serve per alcuni giorni.
Oggi la zona è inizialmente piatta, poi l’altopiano si spacca, si apre una vallata, scendiamo sul fondo tra pareti rocciose e pinnacoli sparsi. La pista in certi punti è segnata da mucchietti di sassi, se ne scorgono anche in alto, sui bordi del canyon. Per segnare la strada, un po’ come si fa da noi in laguna, si usa quello che si trova: vecchi copertoni, bastoni, carcasse di auto, bidoni arrugginiti.
Arriviamo a Gar-Mellen dove c’è un pozzo, una cisterna, 2 baracche per due famiglie. Appena scesi gironzoliamo incauti, ma Ahmed, la nostra guida, ci avverte di non andare oltre, ci sono le famiglie, ci sono le donne che non possono essere viste. Dobbiamo imparare la discrezione, guardare, ma senza invadere. Attorno rottami, piccioni, capre, il deserto. Tre bidoni senza fondo proteggono le uniche piante, due piccoli fichi, della tenera rucola e qualche pianta di miglio.
Pozzi così non ne incontreremo più, in genere sono isolati, c’è un piccolo edificio con le pompe, una canna, una vasca. Il pozzo è anche un punto d’incontro, fin che si fa il carico d’acqua è utile scambiare qualche informazione con altri equipaggi: sulla condizione della pista, su dove si è stati o su dove si sta andando.
L’hamada (altopiano desertico roccioso) che stiamo percorrendo è coperto di pietrisco nero sopra ad uno strato rosso, che affiora soltanto dove passano le auto. Il pianoro infatti è un intrico di linee parallele che si perdono all’orizzonte.
A sinistra, un gruppo di cammelli bruca quel poco che c’è.
Ogni tanto in lontananza appare un lago o un’isola con palme, un miraggio, che dura poco. Molto concreto invece è il polverone dell’auto che ci precede che, per i giochi del vento, ogni tanto ci investe e per qualche minuto toglie completamente la visibilità.
Mezzogiorno arriva presto e la sosta è abbastanza lunga anche per consentire agli autisti di riposarsi un po’ dalla guida, che assomiglia ad un rodeo. Servono esperienza, perizia e molta energia per tenere una macchina lanciata a buona velocità per evitare di insabbiarsi, ma scansando le pietre più grosse, o a tutta potenza per superare un ripida duna, fermarsi quasi in bilico sul filo di cresta, e poi giù senza capotarsi. E questo per un giorno intero, magari dovendo anche riparare una foratura o qualche altra non rara rottura al motore.
Alla sera, dopo aver montato la tenda e sistemati i bagagli, in attesa della cena, si approfitta per fare un po’ di movimento e se nei paraggi c’è un rilievo qualsiasi, meglio se una montagna, viene naturale salirci sopra. Toccarla quella roccia, dalle forme fantastiche di animale preistorico, roccia squamosa, nera, inscalfibile. Invece è solo apparenza e quello che sembrava un materiale duro, vulcanico è in realtà duttile arenaria, nera in superficie per effetto dell’ossidazione, ma dal cuore rosso e ocra. Ben lo sa il vento che granello dopo granello corrode, scava e sparpaglia questo docile materiale spianandolo o accumulandolo a suo piacimento.
Dalla cima il panorama si raddoppia, si triplica, lo sbalordimento e l’incredulità inchiodano davanti a paesaggi strepitosi esaltati dalle fiammate del tramonto che accende i rossi e poi fa diventare tutto d’oro. Purtroppo la luce precipita improvvisamente e bisogna scendere al più presto.

Giorno dopo giorno ci avviciniamo alle spettacolari rocce dell’Awiss e poi all’Akakus famoso per le pitture rupestri.
Anche qui le montagne hanno delle sembianze strane e non serve molta immaginazione per vedere profili di tartarughe e di indiani, volti di babbuino o due che si baciano, occhi di iguana, pelle di rinoceronte. Ma anche torri, macigni in bilico, funghi, pinnacoli, denti, aghi.
A volte, colore a parte, sembra più familiarmente di essere sui campi di neve di Fanes o del Pordoi. Incredibile, anche le pareti sono somiglianti.
Ed è in questo labirinto di valli e vallette che nel 1955 un archeologo italiano, Fabrizio Mori, cominciò a studiare quella che viene considerata una delle più interessanti e ricche gallerie d’arte preistorica del mondo. 1300 siti censiti, migliaia di pitture rupestri, le più antiche risalgono a 12.000 anni fa.
Varie epoche sono raffigurate: “la grande fauna”, “le teste rotonde”, “pastorale, “cabalino” “camelino”. Il ciclo più interessante è del periodo “pastorale”, 6000 – 2000 a.C., quasi la saga di due tribù: battaglie, cacce, danze, riti, perfino un matrimonio.
Sei giorni nel deserto e poi arriviamo a Ghat per partecipare ad una festa popolare. La città è abitata prevalentemente da tuareg. Anche per loro sta iniziando un cambiamento nello stile di vita e nonostante che per un tuareg “la casa sia la tomba dei vivi ” molti di loro, da nomadi diventano stanziali. Questo è certamente dovuto all’introduzione di regole e confini da parte degli stati, che complicano la vita a popolazioni che per secoli si sono mosse liberamente all’interno del loro territorio. Regole difficili da rispettare per un nomade, che però, aggiunte a modifiche commerciali e sociali, stanno velocemente trasformando la loro cultura.
Ghat, 16.000 abitanti. L’oasi è animatissima, per l’occasione escono anche le donne, ma velate. La città vecchia, soltanto per questi tre giorni di fine anno, si rianima di suoni, attività e commerci.
Vari gruppi folcloristici si esibiscono in canti e danze. Nell’intrico dei vicoli si viene catturati da una musica, la si segue e superati angusti passaggi, si entra nei cortili interni dove gruppi di donne bellissime, senza velo, mostrano volti intensi, prevalentemente neri, vestite con abiti dai colori sgargianti, gioielli tradizionali e acconciature particolari, suonano e cantano con grande abilità e naturalezza.
Alla sera il concerto nello stadio. Partecipazione altissima, una vera folla. Uomini e donne nettamente separati. Da parte nostra un certo spaesamento, con altri 5 o 6 turisti eravamo gli unici bianchi, ma il nostro imbarazzo era dovuto soprattutto al fatto di essere, anche noi donne, nel settore riservato agli uomini. Ma non abbiamo notato nessun gesto, nessuno sguardo di disapprovazione nei nostri riguardi.
Il bello della serata, il vero spettacolo, è stato essere in mezzo a tutta quella gente così diversa e variopinta, partecipare al gioco delle sedie vuote che ogni tanto passavano sopra le teste spostate da decine di braccia sollevate, per recuperare un posto un po’ più avanti; percepire il tono di rimprovero degli anziani verso i giovani troppo turbolenti; sentire quanta aspettativa c’era nel ragazzino davanti a noi che con solo una camicia addosso, tremante di freddo, attendeva pazientemente l’inizio dello spettacolo. Occhi che brillavano come stelle, in certi volti neri come la notte. Un vero bagno di umanità.
L’ultimo dell’anno qui è un giorno come un altro, mezzanotte è arrivata senza destare nessun interesse e noi siamo stati gli unici a scambiarci una stretta di mano e un sommesso “auguri”.
Partiamo da Ghat e ricomincia il carosello dei panorami. Difronte, un monte strano, sembra un castello, è l’inaccessibile Kaf el Djenoun, dove vivono potenti e temibili spiriti, meglio non avvicinarsi. Dopo qualche ora, un “oceano di pietre nere” e l’andatura si riduce a passo d’uomo, poi una serie di dune bicolore e una piana che sembra una steppa asiatica, arriviamo a Mathendush, un’altra galleria d’arte.
Dodici chilometri di incisioni rupestri, ovvero tutta la gamma degli animali selvatici che 12.000 anni fa vivevano qui ma in condizioni ambientali ben diverse da ora: elefanti, zebre, coccodrilli, struzzi, scimmie, dalle grandi dimensioni, eseguiti con una tecnica ed un’arte molto raffinate. Incredibilmente, forse a causa della distanza, in un posto così bello non abbiamo incontrato nessuno, noi invece ci siamo fatti a piedi tutti i 12 chilometri, sempre con gli occhi alzati alla ricerca delle incisioni sparpagliate sulle pareti più solide e lisce, fermandoci ad ammirare le più belle, fino ad arrivare ai famosi ed enigmatici “gatti mammoni”.
Partiamo per Germa, sosta al distributore di benzina che, come i pozzi sono un crocevia di incontri. Molte jeep italiane, gli equipaggi sono ancora lindi e ben stirati, noi invece abbiamo i vestiti provati da molti giorni di vagabondaggio, ma fra poco faremo un bagno.
Ormai il nostro viaggio sta giungendo al termine e dopo la visita alle rovine della città dei Garamanti, popolazione dominante all’arrivo dei romani; ai singolari laghi di Ubari, in pieno deserto, circondati da palme e da una corona di spettacolari gigantesche dune; riprendiamo la strada asfaltata e in una “volata” di 8 ore arriveremo a Tripoli.
Superiamo piccoli villaggi. Dalle case basse spuntano i tetti verdi delle moschee e i minareti, che svettano sottili come gigantesche matite dalla punta verde. Verde, il colore dell’Islam, il colore preferito da Maometto. Attorno agli abitati piccole coltivazioni. Bambini che tornano da scuola. Uomini soltanto.
E’ anche il momento di salutare Ahmed, Mohamed e Ibrahim, a Tripoli non ci sarà bisogno di loro. Dopo averli lasciati, per qualche ora la commozione e la tristezza delle cose belle che finiscono ci fa stare tutti in silenzio.
La visita di Tripoli sarà veloce e quindi un po’ superficiale, ma sufficiente per cogliere alcuni forti contrasti, tra il nucleo compatto della città vecchia e il gigantismo della parte nuova, tra le radicate tradizioni della periferia e l’avviata globalizzazione della capitale.
Lasciamo il bel sole Libico per un rientro denso di nuvole e di grigiume padano, ma con gli occhi pieni pieni di paesaggi e bellissimi ricordi.
Letture:
FIABE TUAREG Leggende degli uomini del deserto. Ed. Giunti
LIBYA FELIX di Monika Bulaj – Ed. Mondadori
Un’esperta guida di Ghadames che comunica anche in italiano:
Hafid El Wahshy elwahshy@yahoo.com
organizza viaggi personalizzati, puo’ fornire tours già pronti che possono tuttavia essere modificati con grande flessibilità.
E’ anche disponibile ad accompagnare chiunque voglia visitare la Libia utilizzando mezzi propri. Puo’ fornire gli inviti, indispensabili per ottenere il visto.

Per ulteriori informazioni e/o contatti
Maria Grazia Brusegan
mariagrazia@arcam-mirano.it
Brusegan Maria Grazia http://www.arcam-mirano.it/