Don Cipriano

Racconto di viaggio in Marocco

di Luca Moretti

E’ curioso che il mio approccio con i musulmani e l’Islam sia avvenuto grazie ad un prete cattolico. Don Cipriano fu parroco del mio paese per venticinque anni, da quando ero bambino. Poi, qualche anno fa si trasferì a Casablanca, in Marocco. Con lui feci il catechismo, la prima comunione, il chierichetto e la cresima. Ma soprattutto ho fatto alcune esperienze di vita importanti. Con lui ed altri ragazzi leggevamo don Milani. Discutevamo di Ghandi e Madre Teresa. Con don Cipriano facevamo i digiuni il giorno di Natale mentre tutti gli altri buoni cristiani si abbuffavano e buttavano via un sacco di soldi in regali inutili per poi andare alla Messa di Natale (solo quella, una volta all’anno, per far vedere a tutti che sono dei buoni cristiani…) e tornare a casa uguali a prima, bestemmiando invece di pregare, e continuando nel quotidiano disinteresse o addirittura disprezzo per chi è povero, per chi è diverso, per chi è straniero.

Ricordo che a don Cipriano, durante una Messa di Natale, piacque dire che se noi siamo ricchi e ci possiamo abbuffare a Natale è perché da qualche altra parte del mondo c’è qualcuno che muore di fame; qualcuno che muore di fame perché l’occidente ha portato via le risorse della sua terra. Don Cipriano ha contribuito a farmi maturare la convinzione che questo mondo è da cambiare. E che forse lo si può fare anche senza armi e rivoluzioni. Forse si potrebbe cominciare a cambiare il mondo smettendo di essere ossequiosi e servili verso i potenti; opponendoci con forza a chi ci vuole portare in guerra; rifiutando categoricamente ogni forma di razzismo, vergognoso e ignobile; sforzandoci di capire che solo chi è diverso da noi ci arricchisce e ci fa crescere; abolendo per sempre dai nostri pensieri l’odio e l’egoismo. Con don Cipriano facevamo le manifestazioni per la pace e la non violenza. Discutevamo, leggevamo, studiavamo. Cercavamo di imparare, di conoscere il mondo, di capirlo. E abbiamo capito che il mondo costruito e dominato da noi occidentali, ricchi e potenti, è profondamente ingiusto.

Mi ricordo quando Don Cipriano voleva abolire la processione per le vie del paese il Venerdì Santo perché la gente la prendeva solo come un’occasione per chiacchierare; o quando non voleva in chiesa le forze armate in divisa il 25 aprile perché sosteneva che la chiesa è un luogo di pace e non di guerra; o quando pretendeva che non si facessero fotografie durante i battesimi sostenendo che il battesimo era un importante momento di preghiera e non uno spettacolo del circo… Questo era don Cipriano. Don Cip, come lo chiamavamo noi. Pacifista, idealista, un po’ testone. Anzi, molto testone. Timido, tuttavia. Onesto e coerente. Intelligente. Rigoroso nel rispetto dei suoi valori, mai disposto a compromessi sulle sue convinzioni religiose e morali, pronto a pagare di persona per quello in cui crede. Come le persone che piacciono a me. Come Ghandi e Che Guevara. Come don Milani. Non come certi politici (anzi, molti…) che governano nel totale disinteresse per i problemi veri della gente comune, commistionando vergognosamente affari e politica.

Io e Antonello, mio amico da una vita, decidiamo di andare a trovare don Cip a Casablanca. E già che ci siamo, pensiamo di fare una puntatina a Marrakech e una Rabat. Si parte all’inizio di giugno.

Casablanca

Arriviamo a Casablanca nel primissimo pomeriggio e don Cip è all’aeroporto che ci aspetta. Abbiamo pochi giorni per vedere il Marocco. Non abbiamo il tempo per riposare. A casa di don Cipriano beviamo un succo di frutta fresco e, sebbene siamo già stanchi per la levataccia e il lungo viaggio, partiamo subito alla scoperta della città. Usciamo in macchina e scopriamo un traffico infernale, caotico e rumoroso. Dagli scarichi delle auto esce un fumo nero che, come ci spiega don Cip, rende Casablanca una delle città più inquinate del continente africano. Cuore economico del Marocco, seconda città dell’Africa dopo Il Cairo, grande metropoli con quasi cinque milioni di abitanti, ci appare subito come una città piena di contraddizioni, un po’ come tutte le grandi metropoli, ed in particolare quelle del terzo mondo. Grattacieli di vetro e acciaio, palazzi bellissimi e moderni, viali ampi e alberati con palme altissime, piazze imponenti e vive, palazzi vecchi e poco curati, case e negozi fatiscenti e antiquati, degrado e sporcizia, mendicanti e bidonvilles. Sì, proprio le bidonvilles che siamo abituati a vedere in televisione nei documentari sul terzo mondo. E tuttavia l’impressione che abbiamo è quella di una città viva; di un Marocco che sta provando a crescere. Casablanca è una città giovane che si è sviluppata con incredibile velocità solo a partire dall’inizio del secolo scorso. Fino all’arrivo dei francesi, nel 1907, contava solo poche migliaia di abitanti e per questo non può vantare un patrimonio artistico e culturale di grande spessore, come le antiche città imperiali. E però possiede un fascino tutto suo, impalpabile ma presente ovunque. L’andirivieni di persone, il passato coloniale, la città teatro di storie di spie e di intrighi internazionali, i caffè pieni di fumo di Humphrey Bogart, la brezza dell’Oceano Atlantico… Tutto si mescola nei pensieri in modo confuso, assieme al buon odore secco della città; un odore abbastanza intenso ma asciutto e gradevole; un odore di asfalto, di scarichi d’auto, di carni alla griglia vagamente speziate.

Andiamo a vedere la gigantesca moschea dedicata all’ex re Hassan II°. E’ la più grande dell’Africa, una delle più grandi del mondo. E’ davvero maestosa e imponente, con il suo colonnato nella piazza antistante che ci ricorda quello del Bernini a Roma. L’impatto emotivo, vedendola, è quello di avere di fronte qualcosa di più grande – e grandioso – della basilica di San Pietro: l’architetto musulmano che l’ha progettata ha raggiunto lo scopo… Realizzata nel 1993 è costruita con criteri moderni ma è perfettamente coerente con le tradizioni e le forme dell’arte araba.

Giriamo per la città con don Cipriano, un po’ in auto e un po’ a piedi, alla scoperta dei luoghi più interessanti e significativi. E’ bellissimo potersi immergere in una realtà sconosciuta – e in questo caso anche completamente diversa dalla nostra – con una guida come don Cip, capace di spiegarci ogni cosa che vediamo, ogni particolare, ogni sfumatura. Attraversiamo la piazza Mohammed V°, piena di gente. Qualcuno veste all’europea; pochi. Quasi tutti, uomini e donne, indossano i loro abiti lunghi, con colori morbidi e discreti. Alcune donne sono coperte da abiti neri che nascondono completamente tutto il corpo. Sembrano fantasmi con il lenzuolo nero! Guardarle fa una certa impressione. Suscita stupore e meraviglia. Perfino incredulità. Fa pensare. All’Islam, all’integralismo religioso, alla religione in generale, all’emancipazione delle donne occidentali… Ogni società, ogni popolo, ogni paese ha i suoi modelli di vita e i suoi stili diversi. Che non vanno giudicati ma semplicemente conosciuti e capiti; anche quando ci sembrano incomprensibili. Attraverso viali e piazze, passiamo davanti alla stele eretta a ricordo degli attentati terroristici ad opera di Al Qaeda di due anni fa. Facciamo un salto al Twin Centre, un centro commerciale modernissimo chiamato così perché è formato da due torri gemelle di vetro e cemento. Costeggiamo con l’auto la bidonville, in periferia. Non ci entriamo, ovviamente, ma riusciamo comunque a vedere come vive la gente dentro lì. Una visione scioccante. Colpisce lo stomaco. Nel mondo ci sono decine di milioni di persone che vivono così. E non credo proprio che sia una loro scelta…

La lunga giornata è finita. Ceniamo da don Cip e festeggiamo il compleanno di una delle tre suore domenicane che sono lì con lui nel convento-parrocchia a gestire un piccolo ricovero per anziani. Le regaliamo un libro che abbiamo comprato nel pomeriggio. Abbiamo comprato anche un mazzo di fiori bianchi che regaliamo alle tre “sorelle”. Sono colombiane e quindi rispolvero qualche parola di spagnolo. Beviamo una bottiglia di vino valtellinese (l’Inferno, tra lo stupore e la divertita incredulità delle suore…) che io e Antonello abbiamo portato in Marocco per don Cipriano. Chiudiamo la cena con qualche bicchierino di brandy. Poi a letto. Domani si va a Marrakech.

Marrakech

Partiamo al mattino presto. Ci aspettano tre ore di strada. Usciti da Casablanca ci immergiamo nella campagna marocchina, brulla e sterminata. Il grano è già stato mietuto. Don Cip ci spiega che qui, in febbraio e marzo, il paesaggio è bellissimo, verde e rigoglioso. Qui, in inverno, c’è un clima simile alla nostra primavera. Paesaggio strano, affascinante. Una distesa infinita di campi che danno un grande senso di solitudine. Non ci sono né città grosse né paesini. Solo qualche sparuto villaggio. Misere case di fango e argilla. Ogni tanto incrociamo un carretto di contadini tirato da un cavallo malandato. A volte invece, sofferente sotto il peso di un contadino stanco e delle sue merci, c’è un asino. Bellissimi, questi contadini. Hanno proprio l’aria di non sapere che nel mondo esiste anche qualcosa di diverso dal loro asino e dal loro campicello. Fa caldo.

Arriviamo a Marrakech e ci colpisce il fatto che tutti i palazzi siano di colore rosa-rosso, molto simili fra loro. Andiamo verso il centro e vediamo la splendida moschea della Koutoubia, con il suo elegante a armonioso minareto di settanta metri.

Visitiamo la medersa, la scuola coranica. Fondata nel Quattordicesimo secolo e attiva fino al 1960, fu la più importante e prestigiosa facoltà di teologia del Maghreb. Vi studiavano il corano più di mille giovani provenienti perfino dal Medio Oriente. L’edificio, con le sue centotrenta camere, è davvero bello, decorato riccamente con le tipiche ceramiche a motivi floreali e geometrici.

Entriamo nel souk, il mercato. Un’incredibile e indescrivibile esplosione di colori, odori, persone, rumori. In un immenso labirinto di viuzze ci sono centinaia di negozietti e laboratori artigianali, uno attaccato all’altro, in mezzo ad un caos infernale. I mercanti, invadenti, ti si attaccano come sanguisughe. Un viavai di gente e carretti. Facciamo un po’ di acquisti e qualche fotografia in un’atmosfera incantevole e suggestiva. Un po’ romantica, d’altri tempi. Sembra di essere fuori dal mondo reale; si ha l’impressione di essere dentro un immenso circo, una festa, un girone dell’inferno, un film in costume. E alla sera la piazza principale esplode. Bancarelle, giocolieri e saltimbanchi, musicisti e cantastorie, incantatori di serpenti, maghi e streghe, storpi e vagabondi che chiedono la carità. Migliaia di persone che fanno festa, cantano, ballano, mangiano, bevono, pregano, discutono, stanno assieme. Per tutta la notte. Davvero affascinante questa Marrakech! Folle. Magica e irreale. Unica.

A cena, in un ristorante molto chic, abbiamo assaggiato un cous-cous straordinario.

I monti dell’Atlante e le cascate d’Ouzoud

Dopo una notte in un bell’alberghetto all’interno della Medina (il cuore della città antica, circondata e protetta dalle mura), lasciamo Marrakech e ci avviamo verso la catena dell’Atlante. In Marocco ci sono monti che arrivano fino a quattromila metri. In inverno su questi monti nevica e ci sono perfino delle stazioni sciistiche. Saliamo verso le cascate d’Ouzoud lungo una strada tortuosa dove non incontriamo nessuno. Il paesaggio è davvero suggestivo. Spazi immensi, sterminati, a perdita d’occhio. Solo qualche rara casetta ogni tanto, qualche contadino su un asino, un gregge di pecore o di capre. E una landa di solitudine infinita. La montagna a volte assomiglia vagamente al Gran Canyon del Colorado, a volte al suolo della Luna, altre volte al paesaggio del Gargano. Lungo questa strada solitaria, senza indicazioni e senz’auto, ogni tanto attraversiamo un piccolissimo villaggio e incrociamo un gruppetto di ragazzini che ci salutano. Saliamo fino a duemila metri, poi scendiamo verso le cascate.

La cascate d’Ouzoud, con i loro centodieci metri, sono le più alte dell’Africa, dopo quelle del Lago Vittoria. Al prezzo di ottanta dhiram ci facciamo accompagnare da una “guida” locale, senza la quale non saremmo riusciti ad arrivarci, in mezzo a questa foresta così ampia. Che spettacolo straordinario! Non avevo mai visto cascate così alte. In basso si forma l’arcobaleno. Sotto di noi c’è un burrone alto più di cento metri e non ci sono transenne di protezione! E’ un peccato, in questi casi, soffrire di vertigini e non potersi sporgere a guardare giù, e vedere il fondo… Questa zona attraversata dal corso d’acqua, con la sua vegetazione molto verde e ricca, è popolata da numerose scimmie. Le vediamo che corrono sugli alberi.

In un chiosco dove la nostra guida fa il “cameriere” mangiamo la “Tagina”, piatto tipico della cucina marocchina. La tagina, in realtà, non è propriamente un piatto tipico; don Cipriano ci spiega che “tagina” è il nome della pentola. Una pentola di terracotta, con un coperchio conico, anch’esso in terracotta, che raccoglie il vapore del cibo e lo ributta nella pentola mantenendo morbido il cibo stesso. Nella tagina si fa cuocere molto lentamente, sulla brace, anche per un giorno intero, un miscuglio di carne (in genere pollo o agnello) e verdure, aromatizzate con spezie un po’ piccanti. La tagina che ci hanno preparato in questo chiosco dove le condizioni igieniche imporrebbero l’immediato arresto dei gestori con l’accusa di “tentata diffusione di epidemia di diarrea”, è semplicemente eccezionale! Indimenticabile!

Riprendiamo la via del ritorno. Scendiamo dai monti e ci rimettiamo sulla strada principale, in direzione di Casablanca passando per Azilal, dove facciamo benzina, e Beni Mellal, dove ci fermiamo a bere un ottimo tè alla menta; bollente, eppure rinfrescante. Bevanda tipica da queste parti, va preparata e versata nei bicchieri secondo un rituale ben preciso. Arriviamo a Casablanca poco dopo le dieci di sera, un po’ stanchi, dopo un lungo viaggio in automobile grazie al quale abbiamo potuto vedere paesaggi incantevoli e un bellissimo tramonto.

Rabat

Partiamo per Rabat al mattino piuttosto presto, col treno. Siamo solo io e Antonello; don Cip è impegnato con la cerimonia della prima comunione. Dopo un’oretta giungiamo alla capitale del Marocco, residenza ufficiale del sovrano. A prima vista sembra una città per molti versi simile a Casablanca; un po’ più piccola. Moderna e antica, ricca e povera. E anche qui come a Casablanca il clima, temperato dall’influenza dell’Oceano Atlantico, è mite e gradevole. Primo luogo di visita, a due passi dalla stazione ferroviaria, è la cattedrale cattolica. Molto sobria, moderna, con dei bei vetri colorati che cercano di richiamare ed imitare il gusto delle cattedrali gotiche francesi. Antonello, organaro professionista, si fa una lunga chiacchierata sulla musica e sugli organi (tramite un impeccabile traduttore in lingua francese: io) con l’organista della cattedrale, una donna sui sessant’anni che vent’anni fa fuggì dalla Cecoslovacchia e, non si sa come mai, si trasferì a Rabat a insegnare musica. Antonello, alla fine, travolto dal suo amore per gli organi e per il suo lavoro, non riesce a resistere alla tentazione di riparare due o tre tasti che non funzionano.

Usciamo dalla cattedrale e ci dirigiamo verso il mausoleo di Mohammed V°, un’imponente struttura realizzata solamente un quarantina di anni fa ma costruita nel rispetto dell’eleganza e delle forme classiche della tradizione araba. Sono molto belli gli abiti delle guardie reali, impettite e orgogliose, davanti ad ogni ingresso.

L’ex re Mohammed V°, oltre che in questo luogo, è molto venerato in tutto il paese. Ogni negozio, ogni bar, ogni casa ha una sua foto appesa al muro. I marocchini sono molto legati al loro re e alla dinastia regnante. Nei paesi arabi, ci spiega don Cipriano, il popolo è abituato da duemila anni al califfo e al sultano e quindi ha bisogno di un re, di una guida, di uno che comanda, di un potente al di sopra di loro, di qualcuno da servire e adorare. In tutti i paesi arabi. Perfino in quelli democratici come il Marocco. O come la Tunisia, dove il presidente Ben Alì, eletto democraticamente, governa da vent’anni, ha poteri immensi, nei fatti è un dittatore, ed è amatissimo dal popolo. Credo che voler imporre a tutti i costi la democrazia occidentale ad un popolo che non la vuole e non sa cos’è, non è un’idea molto intelligente… La democrazia liberale funziona sicuramente benissimo per noi, in Europa e in Nordamerica; ma questo non vuol dire che debba per forza andare bene per tutti, in tutto il mondo… Da tempo vediamo ogni giorno in televisione personaggi molto nobili dal cuore d’oro, senza dubbio grandi benefattori dell’umanità, che promettono di portare al più presto la democrazia in Iraq; peccato che l’Iraq questa democrazia non la vuole proprio… Sicuramente tra qualche anno o tra qualche decennio l’Iraq ci arriverà da solo alla democrazia, quando sarà il momento, se lo vorrà. Arriverà alla democrazia perché la desidera e lotterà per averla. Come ha lottato l’Europa, come ha lottato l’Italia. Arriverà ad una democrazia vera nei modi e nei tempi necessari; senza bisogno di eserciti stranieri che ne impongano una di fasulla… Un modello politico ed economico imposto da altri non ha mai funzionato e non funzionerà mai, in nessun paese. E i fatti dell’Iraq – dove ogni mese muoiono inutilmente centinaia di iracheni e decine di soldati americani – lo dimostrano. Ma come si fa non capirlo?!? Ma come si fa a non vedere che i potenti della Terra, raccontandoci di voler portare la democrazia in Iraq cercano di nascondere l’unico vero motivo dell’intervento militare e cioè gli interessi economici e geopolitici? E per giustificare questa guerra vergognosa ci hanno riempiti di balle. Come quella delle potenti e sofisticate armi di distruzione di massa possedute dal perfido Saddam Hussein. Eh già… Fucili di legno di vent’anni fa, ormai rotti e arrugginiti… Venduti all’Iraq dagli americani; a quel brav’uomo di Saddam Hussein che una volta non era brutto e cattivo, quando combatteva contro l’Iran…

Continuiamo la visita del mausoleo. Al centro di una sala sfarzosamente decorata con marmi e ori, circondata da bandiere del Marocco finemente ricamate, Mohammed V° è sepolto dentro un sarcofago di marmo bianco, su un fianco come prescrive la legge coranica, rivolto verso La Mecca. Ad ogni lato della sala una guardia reale, giorno e notte, veglia sul sepolcro. Di fronte al mausoleo, al di là della grande piazza antistante, c’è la bellissima Torre di Hassan, edificata alla fine del XII° Secolo.

Visitiamo la Medina, la città antica, circondata dalle mura. Vie strettissime e piene di gente. Gente di tutti i tipi. Mercanti e mendicanti. Galline, cani e gatti randagi. Pescatori che sgozzano il pesce. Pollame in vendita, appeso al caldo. Frutta, verdura, spezie. Sporcizia. Molta sporcizia. Ogni tanto arrivano ventate di odore fortissimo, nauseante. Negozietti che vendono di tutto. Un labirinto. Entri nella Medina, giri l’angolo, e non sai più da che parte è l’uscita! Per qualche attimo ho avuto paura. Non so di cosa, ma ho avuto paura.

Una visita alla Kasba, la fortezza, cittadella fortificata dove risiedeva il califfo locale. La kasba di Rabat, imponente e maestosa, risalente al Dodicesimo Secolo, è quella degli Oudaia. Bellissima la vista sull’Oceano e sulla foce del fiume che divide le due città gemelle, Rabat e Salè.

Rientriamo a Casablanca in serata, in tempo per una cena all’aperto, cullati dalla fresca brezza dell’Atlantico, a base di spiedini speziatissimi e verdure. Il nostro breve tour del Marocco finisce qui. Domani mattina si parte.

Arrivederci e grazie di tutto, don Cipriano

E’ arrivato il giorno del rientro in Italia. Una bella colazione, un saluto alle suore e ai vecchietti della casa di riposo, poi don Cip ci porta alla Stazione di Casa Port, la stazione ferroviaria al porto navale. Da lì, col treno, fino all’aeroporto. Cambiamo gli ultimi dhiram rimasti e ci imbarchiamo. Il volo di ritorno non è bello come quello dell’andata; c’è un po’ di foschia e qualche nuvola; riusciamo a vedere bene le Baleari e la città di Genova. Durante il volo di andata era stata spettacolare la vista dall’alto di Barcellona e dello Stretto di Gibilterra.

Dopo diverse ore tra aereo, attese, autobus e treno, eccoci a casa. Un viaggio interessante. Davvero interessante. Alla scoperta di un mondo completamente diverso dal nostro. Diverso dal punto di vista religioso, culturale, sociale, economico, politico… Da tutti i punti di vista. Un mondo che avrebbe anche molte cose da insegnarci, se non avessimo la presunzione di essere gli unici depositari della verità e della perfezione… Tanto presuntuosi da voler imporre con le armi i nostri modelli… Che bello se l’occidente industrializzato e ricco avesse un po’ di umiltà… Un po’ di voglia di conoscere e capire gli altri popoli… Un po’ di interesse a far crescere il terzo mondo anziché sfruttarlo… Sono davvero grato a don Cipriano. Per averci fatto da guida in questo viaggio, ma soprattutto per quanto ha saputo insegnarmi da ragazzino. Ho sempre sperato e spero tuttora che un giorno possa diventare Papa, ma so che purtroppo le persone come lui non hanno chances. Ad avere in mano le sorti del mondo sono solo i potenti dell’economia con l’abito grigio scuro e la cravatta blu a pois. Pazienza. Continuerò a tifare per le persone come don Cipriano; e come lui a preferire i deboli ai potenti e gli oppressi agli oppressori. Arrivederci don Cip. E grazie di tutto.