Grand Tour

Racconto di viaggio in Marocco

di Mauro Morelli
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PREPARATIVI DI VIAGGIO
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Marocco, uno dei paesi “vicini” a noi che, più di ogni altro, da tempo mi chiamava: la sua completa anche se erata islamizzazione, la sua natura selvaggia e varia, dal mare al deserto alle montagne, e infine i suoi caldi villaggi e castelli di terra rossa impressi nel mio immaginario da qualche foto o descrizione, mi avevano spinto già da un anno a studiarne possibili itinerari e scoperte. Ma quale modo scegliere per visitarlo? La forma più semplice, quella del tour completamente organizzato, alla Francorosso per intenderci, con un lussuoso pulmann che ci avrebbe fatto fare il classico Grand Tour insieme ad altri 50 turisti, mi spaventava, richiamandomi alla mente le interminabili soste alla fabbrica della seta o della giada in Cina, aspettando che ognuno avesse concluso la sua serie di acquisti, ogni volta sempre più abbondante quasi come se fosse diventata una gara a chi comprava di più e a miglior prezzo. All’opposto c’era la possibilità di un tour fly and drive in piena autonomia e libertà, con il problema non indifferente di dover guidare una macchina a noleggio per oltre 3.000 chilometri su strade magari di tipo birmano, sulla base di cartelli stradali forse inesistenti o magari scritti in arabo; Alberto era chiaramente favorevole alla prima e più facile soluzione .Io mi sentivo attratto dalla piena libertà, ma…….. tutti che ci dicevano che il Marocco era meglio non visitarlo da soli, perché i marocchini sono….arabi (addirittura islamici, diceva Enrico, con l’intenzione di farmi capire quanto potrebbero essere pericolosi perché credono in Allah!), perché tanta gente aveva avuto problemi, furti, rapine, guasti alle macchine con riparazioni in tempi impossibili, pezzi di ricambio introvabili (Ornella: due suoi amici per sostituire una ruota forata avevano dovuto aspettare una giornata intera e poi dormire sulla strada!!!!), difficoltà a trovare decenti sistemazioni alberghiere, pranzi avvelenati, polizia connivente con i delinquenti, venditori assillanti, imbroglioni pronti a colpire qualunque turista che viaggi da solo e così
via.

“…..le strane cose che ci dicevano di quella città (Fès), del suo popolo e dei pericoli del viaggio, coloro che v’erano stati con altre ambasciate. Ci dicevano che erano stati circondati da migliaia di cavalieri, i quali li salutavano con una tempesta di fucilate a bruciapelo, a rischio di accecarli; che s’erano sentiti fischiar le palle all’orecchio………..ci parlavano di scorpioni, di serpenti, di tarantole, di nugoli di cavallette, di rospi e di ragni enormi……..ci descrivevano l’entrata in Fès, in mezzo ad un turbinio di cavalli, a un’immensa folla ostile, per strade coperte, oscure., ingombre di rovine di carcasse di animali. Ci preannunziavano un monte di malanni…dissenterie furiose, reumatismi, zanzare….”
Optiamo quindi per una forma intermedia che dovrebbe consentirci di soddisfare sia il bisogno di tranquillità e sicurezza ( alberghi a quattro stelle, prenotati con cena e prima colazione), sia quello di libertà ( saremo solo noi quattro in un pulmino con autista, l’itinerario potrà essere personalizzato, i pranzi saranno liberi, le soste le faremo quando e come vorremo) sia soprattutto ci solleverà dal problema della guida dell’auto e dalla conoscenza del percorso. Riusciamo a trovare un’agenzia marocchina con sede a Roma che, ad un prezzo accettabile e comunque inferiore a quello dei viaggi tutto compreso (anche se poi naturalmente con i costi non compresi spenderemo circa la stessa cifra) ci offre un viaggio con itinerario di nostro gradimento dove riusciamo addirittura ad inserire due giornate “libere” con programma da stabilire al momento, in base alle nostre condizioni fisiche e di spirito. E allora si parte: i soliti quattro, Alberto, Ornella, Grazia ed io, Mauro.
Volo con la Royal Air Maroc da Roma a Casablanca in circa tre ore, passando sopra Sardegna, Baleari, costa spagnola fino a Gibilterra, stretto e costa atlantica marocchina fino a Casablanca; durante il volo conosciamo una ragazza marocchina, Naima, che vive in Italia ad Ascoli Piceno insieme ad un italiano e commercia in minerali marocchini: infatti sta andando a Midelt, suo paese natale per procurarsi un po’ di merce. Ad attenderci all’aeroporto troviamo Brahmin e Abdhul, il primo, titolare dell’agenzia di Rabat e l’altro, autista del nuovissimo pulmino Ford Transit che ci guiderà per l’intero tour. In realtà il vero nome di Abdul è Abdellazak, ma noi lo chiameremo Abdul I (Primo perché poi ce ne sarà anche un Secondo). Trasferimento in albergo a Casablanca, a circa 30 minuti dall’aeroporto, con un primo approccio con la realtà marocchina. L’albergo, El Kandara, è centralissimo e discreto. Ultimi accordi con Brahmin e appuntamento con Abdul per la mattina successiva per l’inizio del tour. Noi prendiamo possesso delle camere e, prima di cena, facciamo una breve passeggiata per Casablanca, la città principale del Marocco con i suoi oltre 3,5 milioni di abitanti nonostante il suo sviluppo risalga appena all’inizio del periodo coloniale francese e precisamente nel 1912.
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CASABLANCA
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La fondazione di Casablanca da parte di alcuni pescatori berberi, risale al X secolo a.C.; successivamente ne utilizzarono il porto prima i fenici, poi i Romani e infine, dopo qualche secolo di resistenza da parte dei locali berberi, la città cadde nelle mani degli Almoravidi che la islamizzarono definitivamente. Tra il XVI ed il XVIII secolo fu un avamposto militare dei portoghesi che avevano un importante colonia nella vicina El Jadida. Comunque il grande sviluppo urbano di Casablanca iniziò con il protettorato francese che ne fece la capitale economica del paese contribuendo in maniera determinante alla nascita dell’attuale città, moderna e piuttosto occidentalizzata, anche se ancora ricca di fascino grazie soprattutto, oltre che alla parte vecchia della città con la sua grande medina, ai numerosi bianchi palazzi costruiti in perfetto stile liberty in alcuni quartieri della Ville Nouvelle.
La prima uscita in terra marocchina ci consente un morbido approccio con questo paese: a passeggio per un bel viale, percorso da un contenuto e tranquillo traffico automobilistico separato nei due sensi da una fila di altissime palme, osserviamo una popolazione vestita per la maggior parte alla maniera occidentale – ragazze in jeans passeggiano con fare del tutto disinvolto – anche se tra le persone più adulte e soprattutto donne, non mancano quelle vestite ancora alla maniera tradizionale, interamente avvolte nei loro lunghi e colorati haic. Passeggiamo un po’ senza una meta precisa e poi torniamo in albergo per la prima di una lunga serie di monotone, anche se abbondanti, cene a buffet internazionale, qualche volta insaporite da piatti locali.
Il giorno successivo, domenica 11 ottobre, svegliati all’alba dalla voce di un muezzin che chiama i fedeli alla preghiera, dalla finestra della camera vediamo svettare in lontananza, su un reticolo infinito di case e terrazze bianche, l’altissimo minareto della Grande Moschea di Hassan II. Abbondante colazione accompagnata da adeguata scorta di brioches e cornetti per i bisogni della giornata e subito fuori dell’hotel troviamo il nostro Abdul I che ci sta aspettando con il pulmino per iniziare un minitour della città. La prima tappa è proprio alla Grande Moschea dove fortunatamente arriviamo prima che il suo immenso piazzale, nel quale possono riunirsi fino a 80.000 pellegrini, venga invaso da vocianti comitive turistiche.
La Moschea Hassan II, ultimata solo da non più di un paio di anni, è probabilmente la più grande del mondo e il suo minareto, a pianta quadrata con 25 m di lato, è alto ben 172 metri. E’ stata costruita in circa 15 anni con il prezioso lavoro di 10.000 artigiani marocchini utilizzando esclusivamente materiale nazionale con le uniche eccezioni del marmo bianco di Carrara, con il quale sono state fatte alcune colonnine all’interno dell’edificio, e di alcuni lampadari in vetro di Murano. La Moschea sorge al termine di un grande piazzale interamente lastricato in marmo e costeggiato da due bassi e lunghi edifici con arcate, ed è costruita proprio sulla riva dell’oceano Atlantico tanto da far dichiarare al re Hassan II che si trova all’estremità occidentale del mondo musulmano.
Restiamo veramente impressionati dalla grandezza e ricchezza dell’insieme e soprattutto dai fantastici bassorilievi in gesso o marmo che arricchiscono con una serie infinita di arabeschi geometrici, floreali o calligrafici, le porte, i soffitti, le pareti, il tutto con la netta predominanza del bianco salvo alcune verdi decorazioni nella parte alta del minareto. La moschea di Casablanca, per evidenti motivi economici, è l’unica moschea del Marocco, insieme a quella piccolina di Meknes, ad essere accessibile anche ai non musulmani. Paghiamo ben 100 dirham a testa ed entriamo, a piedi nudi, nella sua immensa sala di preghiera che può ospitare oltre 20,000 fedeli. Il pavimento è in marmo scuro e i soffitti, in legno di cedro, sono finemente lavorati ed intarsiati in una continua ed infinita serie di motivi geometrici e floreali. Nelle due navate laterali una lunga terrazza sopraelevata in legno, protetta da stupende musharabija – una specie di parete alta un paio di metri in legno di cedro scolpito e traforato che ha lo scopo di consentire a chi sta dietro di vedere senza essere visto – è destinata appunto ad ospitare le donne durante le preghiere nella moschea. L’immensa sala di preghiera, haram, termina con una parete altissima, qibla, alla base della quale si trova una nicchia, mihrab, incavata nel muro e rivolta verso la Mecca, verso la quale va rivolta la preghiera. La visita della moschea si conclude nel piano sotterraneo dove c’è la sala delle abluzioni, una specie di ampia cripta con una serie di fontane e poi la sala del bagno turco e quella del bagno marocchino. Risaliamo alla luce del sole e ci attardiamo ancora un po’ in giro per il piazzale esterno della moschea alla ricerca di qualche sensazione “islamica”, anche se, essendo stato preso d’assalto da comitive di turisti e pellegrini musulmani, il luogo ha ormai perduto il fascino misterioso del primo mattino.
Torniamo al nostro mezzo di trasporto e continuiamo il giro di Casablanca: una prima sosta la facciamo alla Piazza delle Nazioni Unite, centro amministrativo della città, con una grande fontana centrale, dove, tra bambini che giocano al sole e piccioni che mangiano chicchi di granturco, si aggirano alcuni venditori d’acqua nel loro costume tradizionale con la speranza di trovare qualche turista che, per pochi dirham, chieda loro di posare per una foto. Di nuovo in auto e, costeggiando la place Mohammed V, punto centrale di Casablanca che funge da collegamento tra la città vecchia e quella nuova, raggiungiamo un delizioso edificio, che crediamo di capire sede della prefettura o meglio, sede della corte giuridica islamica. Si tratta del Mahakma del Pascià, costruito in marmo, pietra e legno nel 1948 e costituito da ben 60 sale. Restiamo estasiati di fronte alle stanze con le pareti completamente coperte prima da mosaici colorati, a motivi floreali o geometrici, poi da iscrizioni in arabo calligrafico, sormontate da stucchi o marmi finemente incisi, per passare poi agli infiniti motivi decorativi che occupano i capitelli delle colonne e la parte alta delle pareti e finire agli stupendi soffitti in legno di cedro intarsiato, lavorato e colorato. Ci viene indicato il Palazzo Reale, del quale possiamo vedere solo la porta principale rigorosamente chiusa inserita in un lungo a altissimo muro, e poi girelliamo in un vicino quartiere commerciale, pieno di negozi, attraversato dalla ferrovia, dove abbiamo i primi contatti con i venditori di argenti, bronzi, tappeti, babbucce e datteri. Ci facciamo tentare da alcuni deliziosi pasticcini e da un etto di mandorle sgusciate.
Proseguiamo la visita di Casablanca con una puntata in auto sul Bld de la Corniche, una strada lungo l’Oceano poco distante dal centro della città, sulla quale sorgono, da una parte ville residenziali e alberghi a 5 stelle e dall’altra, sul mare, stabilimenti balneari, night-clubs, chalets, campi da tennis e ristoranti. Noi consumiamo i nostri pasticcini seduti su una panchina, presto assaliti da un gruppetto di bambine che ci chiedono con tipica insistenza marocchina, dirham, stilo e bon-bon.
Torniamo al pulmino e lasciamo Casablanca per Rabat, distante poco meno di 100 chilometri di autostrada, l’unica esistente nell’intero Marocco. L’unica nota da segnalare è il fatto che Abdul I, prima di trovare la strada giusta, deve fermarsi per ben tre volte a domandare indicazioni sul percorso: fatto abbastanza preoccupante visto che, nei prossimi 15 giorni, saremo nelle sue mani per gli oltre 3000 chilometri di strade dell’itinerario previsto.
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RABAT
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Rabat, capitale del Marocco sin dall’inizio del protettorato francese, sorge sull’oceano Atlantico proprio sulla sponda sud dell’estuario del fiume Bou Regreg che la divide da Salé, una cittadina che, pur trovandosi così vicina alla capitale, ha sempre saputo e voluto mantenere una certa indipendenza. Le sue origini risalgono ai fenici e ai cartaginesi; durante la dominazione romana viene eletta a rango di colonia e infine nel X secolo alcuni guerrieri ortodossi musulmani vi costruiscono un ribat (monastero fortificato) che dà il nome definitivo alla città. Questa fortificazione fu edificata sulle alture della riva meridionale dell’estuario dove oggi sorge la kasba degli Oudaia. Nei secoli successivi le fortune di Rabat furono alterne: capitale nel XII secolo durante il dominio della dinastia almohade, declino a seguito fine degli almohadi, nuovo breve prestigio sotto i merinidi che poi trasferirono la capitale a Fès; nel XVI secolo a Rabat restano un centinaio di case e sarà solo grazie a dei rifugiati musulmani cacciati dalla Spagna che vi si stabilirono all’inizio del secolo successivo e vi istituirono una repubblica di corsari che Rabat riprese a crescere fino al definitivo decollo con l’arrivo dei francesi che riportarono la capitale da Fès a Rabat contribuendo in maniera determinante alla sua rinascita e alla sua grandezza odierna.
Arriviamo a Rabat nel primo pomeriggio della domenica e iniziamo la visita dal Palazzo Reale del quale è consentito vedere solo una porta di ingresso aperta nelle mura che lo proteggono dall’esterno. Raggiungiamo questa porta percorrendo una lunga strada deserta fino ad un grande piazzale, ugualmente deserto (forse perché è domenica?), presso una moschea dove lasciamo l’auto per proseguire a piedi insieme a due comitive di turisti scese da grandi torpedoni. Assistiamo ad un curioso cambio della guardia tra una pattuglia di guardie reali ( a dir la verità poco solenni sia nel portamento che nell’andatura) vestite con una brillante uniforme rossa e un’altra pattuglia con un altrettanto vivace uniforme verde.
Prima di continuare verso il centro della città raggiungiamo, poco fuori delle mura, la necropoli merinida di Chellah. Città romana con il nome di Sala, poi città berbera indipendente e infine cimitero reale sotto i Merinidi nel 1154, andato parzialmente distrutto dal terremoto del 1755. Oggi possiamo vedere alcuni resti romani, un minareto – sul tetto del quale c’è un grosso nido di cicogne – alcune rovine di una moschea e soprattutto, sotto una tettoia a stalattiti, la tomba del sultano merinide Aboul El-Hassan – detto il Sultano nero per le sue origine abissine – accanto a quella della bella moglie europea convertita all’Islam. Lo spettacolo finale, che ci fa entrare in un’atmosfera magica, ci viene offerto dall’arrivo di uno stormo di cicogne e altri uccelli più piccoli. Le cicogne, battendo rumorosamente il loro lungo becco quasi come per manifestare il loro disappunto per la presenza nel loro regno di importuni visitatori, si posano planando sui nidi costruiti sugli alberi, sui resti della moschea e sulla cima del minareto.
Rientriamo in città e scendiamo alla spianata della torre Hassan, il simbolo più famoso di Rabat. Questa torre è in effetti un minareto incompiuto, che il sultano Yacoub el-Mansour avrebbe voluto il più alto del mondo, costruito nei pressi della grande moschea della quale, sempre a causa del disastroso terremoto del 1755, non restano che le basi dei suoi 354 pilastri – altezza variabile da uno a due metri – disposte perfettamente allineate su una pavimentazione recente: tutto questo, con lo sfondo del fiume che si getta nell’oceano, contribuisce a rendere l’atmosfera ricca di un certo fascino. Dalla parte opposta del minareto, costruito negli anni sessanta di questo secolo, sorge un mausoleo che contiene il sarcofago in onice pakistano, dove riposa il re Mohammed V, considerato il padre della patria per aver fatto riacquistare l’indipendenza al Marocco: a lato del sarcofago, con lo sguardo rigorosamente rivolto verso La Mecca, un imam legge giorno e notte ad alta voce i versi del Corano. Notevole l’afflusso di persone che vanno a rendere omaggio in continuazione al re defunto, padre dell’attuale sovrano Hassan II del quale, durante il nostro tour, avremo l’occasione di vedere, appese in ogni luogo pubblico, immagini che lo ritraggono in momenti sempre diversi della sua vita.
Il punto più caratteristico di Rabat resta la Kasbah degli Oudaias, un quartiere fortificato, delimitato da una muraglia risalente al XII secolo, costruito sul promontorio a picco sull’oceano e sull’estuario del fiume proprio di fronte a Salè. Si accede alla kasbah attraverso l’enorme porta almohade di Bab el-Oudaia quando il sole è ormai vicino al tramonto. Il passaggio è consentito solo ai pedoni e l’interno si rivela subito come un fitto labirinto di piccole strade tortuose,. Appena entrati avvertiamo un certo movimento sospetto di persone e veniamo avvicinati da un paio di uomini che praticamente ci impediscono di andare avanti lungo quella che sembrava la strada principale, e ci fanno deviare in un vicoletto laterale. Un giovane, che si dichiara studente, si offre di guidarci, per un compenso che non precisa, fino alla terrazza dalla quale potremo così ammirare il tramonto ormai imminente.
Pur presagendo già qualche problema al termine della visita guidata ma non richiesta, ci godiamo per il momento il fascino di questa kasbah: le sue stradine strette e tortuose sono fiancheggiate da una serie continua di casette, terreno e primo piano con terrazza usata per la stesa dei panni lavati, interamente imbiancate di calce salvo uno zoccolo celeste alto un metro o due da terra; le mura delle case sono rifinite molto grossolanamente e solo raramente presentano una magari piccola finestra che da sulla strada, mentre le porte di ingresso sono spesso arricchite da decorazioni a mosaico in netto contrasto con la semplicità delle costruzioni stesse; alcune stradine sono animate da stuoli di bambini che giocano rumorosamente a pallone, mentre altre sono completamente deserte e, a causa della loro tortuosità, non consentono di vedere dove vadano a finire aumentando così il fascino misterioso del luogo. Mescolate tra le abitazioni ma senza alcuna caratteristica che possa farle distinguere dalle altre costruzioni, la guida ci indica alcune piccole moschee, nelle quali naturalmente non possiamo entrare. Arriviamo nella parte altra della kasbah dove, dalla piattaforma di una torre di avvistamento, ci godiamo lo spettacolo del sole che tramonta sull’oceano mentre Salè, proprio di fronte a noi al di là dell’estuario, continua a risplendere ancora per qualche secondo degli ultimi raggi di luce. Lo studente ci riaccompagna verso l’uscita e, dopo una serie di misteriosi appostamenti, ci chiede la bellezza di 220 dirham!! Di fronte alla nostra prevedibile reazione arriva subito a spalleggiarlo un suo compare e ci troviamo soli con loro in un vicolo cieco, mentre la luce sta ormai sparendo e…….paghiamo 200 dirham. Arrabbiati e abbacchiati raggiungiamo l’uscita passando attraverso i Giardini Andalusi e, in auto, arriviamo al nostro nuovo albergo, l’hotel Chellah. Prima di cena incontriamo nuovamente Brahim, il titolare della Edlane Voyages, che ci dà le ultime istruzioni e precisazioni sul viaggio, raccomandandoci in modo particolare di ricorrere sempre ai servizi delle guide e solo di quelle ufficiali (ricordatevi, ci dice, non dite mai alle guide che non ne volete sapere di visitare qualche negozio da lui consigliato, altrimenti rischierete di non essere guidati!!!!!) e ci informa che saremo accompagnati per l’intero percorso da un altro marocchino che avrà l’incarico di aiutare l’autista, al suo primo tour nel sud del Marocco.
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MEKNES
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Il giorno successivo, lunedì, partenza di buon mattino insieme alla nuova guida, anche lui di nome Abdul, e accompagnatore fisso della Francorosso. Percorriamo la strada che da Meknès conduce a Fès, passando per Tiflèt e Khémisset: è una strada abbastanza confortevole, con tratti a doppia corsia, traffico tranquillo e relativamente modesto, costeggiata da eucalipti, querce da sughero, ibiscus e fichi d’india; tanti greggi di pecore che pascolano su prati di erba secca, piccole casette ad un solo piano sparse qua e là, colline in lontananza di un caratteristico color ocra. A Khémisset facciamo una breve sosta per gustare il nostro primo tè alla menta – un bicchiere di tè aromatizzato da un mazzetto di foglie di menta fresca e molto zuccherato – e alle 10,30 arriviamo alla porta di Meknes, Bab el-Bardayn, dove incontriamo la guida ufficiale prenotataci da Brahim che, per 200 dirham, in un paio d’ore ci farà visitare la città.
Meknes è stata capitale dell’impero berbero solo per poco più di mezzo secolo, da quando il sultano alauita Moulay Ismail nel 1672 vi iniziò la costruzione di un enorme palazzo con 25 km di mura e 20 porte di accesso; la morte di Moulay Ismail e il terremoto del 1755 segnarono il suo declino. Oggi la città , costituita dalla Medina e dalla Ville nouvelle costruita dai francesi, grazie all’impulso di un importante flusso turistico che ha spinto il governo ad investire risorse nel restauro del grande complesso voluto da Moulay Ismail, ha riacquistato una notevole importanza e conta circa 500 mila abitanti.
“ A Mechinez ci sono le più belle donne del Marocco, i giardini più belli dell’Affrica e il palazzo imperiale più bello del mondo. Così cominciò. E Mechinez gode infatti questa fama nell’impero. Mechinesina è sinonimo di bella e mechinesino di geloso.
”Iniziamo la visita fermandoci di fronte alla porta Bab El-Mansour, una delle più belle del Marocco, affiancata da due bastioni con arcate sostenute da pilastri; notevoli le decorazioni calligrafiche riportanti alcuni versi del Corano che sormontano l’arco a ferro di cavallo. La porta costituisce l’ingresso principale al palazzo imperiale, ma attualmente è inaccessibile. Di fronte alla porta si apre la Piazza el-Hedim, un tempo ritrovo di giocolieri e oggi occupata da bancarelle di frutta e verdi carrozze in attesa di turisti. Attraversiamo la piazza e, situato proprio dalla parte opposta della porta, visitiamo un tipico palazzo marocchino del XIX secolo recentemente trasformato in museo delle arti e dell’artigianato locale. Tappeti e gioielli berberi sono le cose che più ci colpiscono. Interessante il patio all’interno del palazzo arricchito da zellij (mosaici fatti da frammenti di maiolica di colori e forme diverse), gessi scolpiti dalle ormai familiari decorazioni geometriche e calligrafiche e uno stupendo soffitto in legno di cedro intarsiato. Entriamo nella medina di Meknes ove, in un intrico di 10.000 stradine, di cui ben 2.000 vicoli ciechi, vivono oltre 150.000 persone! La guida, non so se per un attacco di simpatia o se per tentare di venderci qualcosa, ci fa visitare la sua abitazione: si tratta di una casa ereditata dai genitori ove vive con un fratello, con diverse stanze, situate su tre piani e collegate da una scalina stretta sino alla assolata terrazza scoperta dalla quale possiamo ammirare un panorama sui tetti, anzi sulle terrazze, delle centinaia di case della medina interrotte qua e là da qualche minareto. Vorremmo passeggiare un po’ nei vicoli della medina, ma la guida, per poter rispettare i tempi concordati e sapendo che al termine della visita vuole riservarci una buona mezz’ora da dedicare alla visita di un negozio di tappeti! , ci porta subito a vedere i tesori architettonici della Città imperiale che costituiscono la principale attrattiva turistica della città. Attraversiamo i tre ordini di mura che cingono la città e per prima cosa entriamo nei granai e nelle scuderie di Moulay Ismail. Questo sovrano del XVII secolo aveva l’ossessione degli assedi e quindi si era fatto costruire degli enormi granai, addossati al suo palazzo, con pareti di 7 metri di spessore fatte di terra, argilla, pietre e paglia, coperti da un tetto a botte rinforzato da canne da zucchero, per mantenere una temperatura costante per tutto l’anno, nei quali faceva custodire grano per gli abitanti e fieno per i 12.000 cavalli da lui posseduti. A fianco dei granai troviamo infatti un grande complesso a cielo aperto – il soffitto che lo ricopriva, non essendo stato a botte come quello dei granai, è andato infatti completamente distrutto nel terremoto del 1755 – costituito da 23 navate poggiate su possenti pilastri, che danno origine ad originali prospettive su una serie continua di archi via via sempre più piccoli, nel quale venivano custoditi appunto i 12.000 cavalli del sovrano. Proseguiamo il troppo veloce tour di Meknès con la visita al mausoleo di Moulay Ismail costituito da una piccola moschea – insieme a quella grande di Casablanca le uniche nelle quali sia consentito l’accesso anche ai non musulmani – e dalla tomba del re, di sua moglie e dei suoi successori. All’uscita del mausoleo il tour guidato finisce con una prevedibile visita di un grande negozio di tappeti e altri oggetti di artigianato: qui cominciamo a capire che i tappeti del posto sono sempre i più belli e preziosi del Marocco e che quel particolare negozio ha i prezzi più bassi in assoluto! Riusciamo ad evitare acquisti ingombranti riservandoci di tornare quando ripasseremo – cioè mai! – da Meknès. Salutiamo la guida e ci fermiamo a mangiare al Karam, una specie di trattoria-rosticceria raccomandata dalla guida EDT, con una fila di tavoli situati sotto i portici di una strada della città nuova. Mangiamo una tajina di montone con carote e piselli, assistendo, tra l’altro, al puntuale rispetto, da parte di alcuni clienti musulmani, di uno dei cinque obblighi dettati dall’Islam e precisamente quello di fare la carità ai mendicanti: man mano che un cliente finisce di mangiare, prende un pezzo di pane, lo apre, lo riempie di ciò che ha lasciato nel piatto e lo da ai mendicanti che, proprio in tale attesa, stazionano in piedi vicino ai tavoli. Completano la scena altri mendicanti più sfortunati che, passando di lì e vedendo una tavola abbandonata piena di avanzi, si avvicinano furtivamente per vuotare i piatti degli ultimi pezzetti di cibo, prima che il cameriere provveda a portarli via. Oltre quello della carità ai bisognosi, gli altri quattro obblighi imposti dalla religione musulmana sono: credere in un solo Dio, Allah; rispettare il digiuno nel mese del Ramadan; pregare cinque volte al giorno e infine il pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita.
Riprendiamo il viaggio verso Fès facendo però una lunga deviazione verso nord passando per Moulay Idriss e Volubilis. La strada è ancora buona e il paesaggio ci offre una quantità impressionante di giganteschi cespugli di fichi d’india carichi di frutti coloratissimi. Chiediamo di fare una sosta per visitare la cittadina di Moulay Idriss: è molto bella vista da lontano con le sue casette bianchissime, ammucchiate su una collinetta, che spiccano in un paesaggio ricco di vegetazione. Questa cittadina, considerata santa, deve il nome al suo fondatore, il santo più venerato del Marocco e pronipote del profeta Maometto che alla fine dell’VIII secolo fuggì da Damasco in seguito alla guerra civile che aveva diviso il mondo musulmano tra sciiti e sunniti. L’interno del paese, che visitiamo accompagnati da Abdul II e da un uomo del posto, non offre niente di particolare se non le solite stradine assolate animate da poche persone vestite alla maniera tradizionale e da qualche asino utilizzato come mezzo di trasporto di cose e persone, e un bellissimo panorama sulle bianche terrazze delle abitazioni con lo sfondo della piana di Volubilis.
Proprio a Moulay Idriss comincio a rendermi conto che forse non riusciremo mai a girare per i paesi del Marocco da soli: più o meno ci troveremo sempre accompagnati sia da Abdul II (in un primo momento pensavo che ci accompagnasse per una specie di protezione dai pericoli esterni, poi, invece, capiremo il vero motivo del suo attaccamento ) sia da qualche sfaccendato del posto nella speranza di ruscolare qualche dirham.
A poco più di quattro chilometri da Moulay Idriss si trovano le rovine romane di Volubilis, cittadina fondata dai Cartaginesi nel III secolo a.C., poi avamposto dell’impero romano nel II e III secolo d.C., quindi, dopo l’abbandono dei romani, abitata da berberi, ebrei e siriani sino al XVIII secolo quando, per la costruzione dei palazzi di Meknès, Moulay Ismail la depredò di marmi e pietre accelerandone la fine. Oggi possiamo goderci un suggestivo spettacolo grazie ai resti di alcune architetture romane, fortunatamente lasciate sul posto, costruite su un delicato declivio, dalla cui sommità vediamo sullo sfondo il bianco nucleo della cittadina di Moulay Idriss. Finalmente soli riusciamo d individuare con tutta calma, la basilica, il campidoglio, il foro, l’arco di trionfo costruito all’inizio del Decumanus Maximus (la strada principale della città romana) e una serie di case private ( quella di Orfeo, delle Colonne, degli Efebi) delle quali possiamo ammirare ancora alcuni tipici pavimenti a mosaico ben conservati.
Il sole sta ormai per tramontare e i grossi gruppi di turisti hanno già terminato la visita lasciandoci soli a girovagare in mezzo ai resti della città romana: il perfetto silenzio, la luce brillante e radente del momento, la visione della campagna che si estende lontana fino alla base di alcune colline sullo sfondo, contribuiscono a rendere particolarmente suggestivo il tutto, tanto da farmi apprezzare, come mai prima d’ora, il fascino misterioso e segreto delle rovine antiche. Come tutte le manifestazioni dell’arte, i resti informi di opere, che visti da soli, potrebbero sembrare niente di più di semplici sassi o pietre, per essere pienamente apprezzati, dovrebbero essere visitati solo in particolari momenti magici, purtroppo difficili da indovinare e combinare.
Dopo questa lunga visita durata oltre due ore, ritroviamo i nostri autisti leggermente preoccupati e annoiati e partiamo subito diretti a Fès dove arriviamo poco dopo le 19 sistemandoci in un bellissimo albergo, l’hotel Volubilis. Ottima cena internazionale arricchita da una discreta varietà di tajine (di piccione, di agnello e di vitello accompagnate da pesche, uvetta e pere), tè alla menta a volontà e simpatico ma rumoroso spettacolo di danze tradizionali berbere.
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FES
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Siamo già a martedì 13 ottobre e ci accingiamo a visitare, dopo Rabat e Meknès, la nostra terza città imperiale. Prima dobbiamo decidere se assoldare o no una guida locale per la visita della città e della sua medina che è la più grande e vivace dell’intero Marocco. Ricordiamo i suggerimenti di Brahim che ci aveva fermamente sconsigliato di utilizzare guide non ufficiali e tanto meno di girare la città da soli. Poi ci sono i nostri autisti, Abdul II in modo particolare, che fanno finta di non capire il motivo della nostre perplessità e ci portano nei pressi di un albergo dove, appunto, un gruppetto di guide è pronta ad offrire i loro servigi: di nuovo giocoforza e dopo una breve trattativa ci troviamo a bordo una guida che parla italiano e che per 200 dirham ci accompagnerà per l’intera giornata. Sempre meglio di quella prenotataci da Brahim a Meknès a 200 dirham per due sole ore!!!! Comunque sia godiamoci ora Fès.
Fès è la più antica delle città imperiali e la sua fondazione risale al 789 a cura di Idriss I della dinastia degli Idrisidi, che ne fece la capitale del suo impero. Sotto la successiva dinastia degli Almoravidi Fès continuò a crescere anche se la capitale venne trasferita a Marrakech. Segue la conquista da parte degli Almohadi che, durante il loro regno dal 1140 al 1250, ne distrussero le mura per ricostruirle ancora più belle e larghe tanto da essere ancora oggi per grandi tratti in piedi. Finalmente con la dinastia dei Merinidi, dal 1250 al 1465, Fès conobbe il suo periodo di massimo splendore e tornò ad essere la capitale del Marocco fino a quando salirono al potere i Saaditi che nuovamente preferirono Marrakech come capitale del loro regno. Oggi Fès è una grande città di circa 700mila abitanti, capitale culturale del Marocco e suddivisa in tre parti: Fès el-Bali e Fès el-Jdid che costituiscono la medina e la ville nouvelle, costruita dai francesi durante la loro amministrazione. Fès el-Bali, che è la parte più vecchia ed interessante dal punto di vista storico e turistico, è a sua volta divisa dal piccolo fiume Fès nel quartiere Kairaouinese e in quello Andaluso.
“Il primo effetto è quello d’una immensa città decrepita, che si vada sfacendo lentamente. Case altissime, le quali paion formate da più case sovrapposte, che si scompongano; scalcinate, screpolate da cima in fondo, puntellate da ogni parte, senz’altre aperture che qualche buco in forma di feritoia o di croce…ad ogni tratto un lungo passaggio coperto, buio come un andito sotterraneo, dove bisogna camminare a tentoni; vicoli senza uscita, recessi, antri, meandri umidi e sinistri……in una mezz’ora di cammino abbiamo fatto tanti giri che, disegnati, formerebbero uno dei più intricati arabeschi dell’Alhambra…..vediamo fontane ornate di ricchi mosaici, porte arabescate, qualche cortile ad archi, qualche resto di bella architettura araba annerito dal tempo. A desta e a sinistra ci sono bazar affollati; cortili di alberghi colmi di mercanzie; porte di moschee, per le quali si vedono lunghissime fughe di arcate bianche, e gente prostrata che prega…..l’aria è impregnata di un odore acuto di aloè, di spezie, di incenso, di kif; pare di camminare in una immensa drogheria.”.
Per consentirci di avere un’idea della vastità della medina di Fès, la guida fa partire il suo tour dall’alto di una collinetta a sud della città. Ci arriviamo naturalmente con l’auto e da lassù, nei pressi di una vecchia fortezza, possiamo veramente renderci conto dell’infinito dedalo di stradine, vicoli, bianche terrazze di abitazioni, minareti, verdi cupole di moschee che, costruite su una dolce collina, formano la grande medina di Fès, abitata da oltre 350mila persone e suddivisa in circa 500 piccoli quartieri, ognuno dei quali dotato dei cinque servizi essenziali per un musulmano: la moschea, il bagno turco, la scuola coranica, la fontana e il forno per il pane. Torniamo da basso per vedere finalmente da vicino la vera Fès e, abbandonata l’auto con gli autisti con l’accordo di ritrovarci prima della sera dall’altra parte della medina, ci affidiamo completamente a Docìle, il nostro baffuto anfitrione, tipicamente vestito con un lungo djellaba bianco.
Iniziamo il giro dal souk della frutta secca – milioni di datteri e fichi secchi infilzati in grandi anelli di filo di ferro – poi entriamo in un caravanserraglio, una specie di cortile interno circondato da piccoli magazzini dove una volta si riposavano i cavalli, gli asini e i dromedari e oggi adibito a laboratorio artigiano. Purtroppo è molto difficile fare fotografie, sia per la diffidenza dei musulmani, sia per i forti contrasti di luci e ombre esistenti all’interno dei vicoli della medina. Visitiamo una manifattura di stoffe con telai completamente manuali in legno e qui veniamo invogliati ad acquistare una bella pezza di stoffa bianca: ci faremo un vestito? Per chi? Tra una visita commerciale e un’altra, Docìle si limita ad indicarci gli ingressi di alcuni tra i più importanti edifici religiosi e amministrativi esistenti in quell’intrico di vicoli: su tutti, la moschea di Kairaouine, una delle più grandi del Marocco e la Medersa el-Attarine, scuola Coranica risalente al 1325. Purtroppo al termine della visita dovrò rendermi conto di non ricordare quasi niente di tali edifici, un po’ perché ero tutto preso dall’osservazione della vita frenetica della medina, ma soprattutto perché trattandosi di edifici confusi tra le centinaia di normali abitazioni dei vicoli e inoltre inaccessibili ai non musulmani, la guida non ci dava il tempo sufficiente – lui aveva solo l’interesse di far restare del tempo per portarci a fare acquisti in qualche negozio convenzionato – per poterli almeno osservare da diversi punti di vista in modo da poterne godere una visione più o meno completa.
Andiamo allora nel quartiere delle tintorie e, salendo sulla terrazza di un negozio di articoli in pelle, possiamo vedere le decine di vasche colorate nelle quali vengono immerse le pelli per la loro colorazione. Dal basso sale un acuto e cattivo odore, tanto da spingere i padroni del negozio a dotarci di un mazzetto di fresche foglie di menta da tenere vicino al naso. Le terrazze delle case sono coperte da pelli stese ad essiccare. Sono di fronte ad una delle scene più fotografate del Marocco, ma, vuoi per un difetto della macchina, vuoi per il poco tempo a disposizione che non consente una adeguata scelta delle inquadrature e dei soggetti, le mie foto delle tintorie risulteranno veramente deludenti. Docìle è smanioso di farci comprare qualcosa – vedi provvigioni – e, passeggiando attraverso una serie infinita di stanzini e botteghe vicinissimi l’uno all’altro, senza nomi, né insegne, né vetrine, ci porta infine in un grande negozio di tappeti, dove tra un tappeto e l’altro, ci beviamo un buon tè alla menta: anche qui niente acquisti, povero Docìle. Quando arriva il momento del pranzo chiediamo di essere portanti in una trattoria locale. Nonostante la nostra richiesta – dopo dirà di non aver capito – in un primo momento Docìle ci porta in un locale lussuoso con una fastosa apparecchiatura, ma noi, che cominciamo ad averne le tasche piene delle guide, lo costringiamo a restituire il menu che già ci aveva fatto portare e usciamo. Visibilmente contrariato, Docìle finirà per portarci in una trattoria più modesta che oltre tutto si rivelerà molto accogliente e veramente tipica come piace a noi. Mangiamo in una stanzetta attigua al patio, seduti su scomodi sofà: antipasti e cus-cus.
Al termine del pranzo viene a riprenderci Docìle, il quale, ancora visibilmente contrariato per il nostro comportamento al ristorante da lui scelto, non accetta di bere con noi neppure un caffè. Peggio per lui, non potrebbe fregarcene di meno! Comunque, per quanto riguarda il tour non demorde e, come se niente fosse, ci porta subito a visitare una fabbrica di ceramiche, le famose ceramiche blu di Fès. Assistiamo alle varie fasi della lavorazione con l’immancabile passaggio finale nel magazzino dove sono in vendita i prodotti finiti: gioco forza compriamo un paio di piattini, i più piccoli in assoluto, ad un prezzo che, nel prosieguo del viaggio, si rivelerà esageratamente elevato. Evidentemente non soddisfatto dai nostri più che modesti acquisti – motivo di magre conseguenze sulle sue provvigioni – ci riprova portandoci in un negozio dove stanno incidendo uno stupendo piatto di bronzo; teiere, portavasi, piatti, oggetti vari in bronzo e argento finemente incisi, ma anche qui, acquisti zero!
Sfiorando il palazzo reale – Dar el-Makhzen -, del quale come al solito possiamo vedere solo alcune bellissime porte rigorosamente chiuse, arriviamo alla porta Bab Bou Jeloud, ?che divide Fès el-Bali da Fès el-Jedid: si tratta della porta più bella della città, aperta nelle mura di cinta, e risalente al periodo almohade del XIII secolo anche se fedelmente ricostruita nel 1913; decorata con arabeschi di maiolica smaltata blu (il colore di Fès) da una parte e da piastrelle di maiolica verde (il colore dell’islam) dall’altra. Il tempo della visita guidata è scaduto; fuori della porta troviamo i nostri autisti pronti a riportarci all’albergo. Ma è ancora giorno e noi non abbiamo nessuna voglia di tornare già in albergo: chiediamo di poter restare ancora un’oretta in modo da poter girellare – finalmente da soli! – nelle tanto pericolose stradine della medina. Docìle naturalmente pretende di essere riaccompagnato dove l’avevamo imbarcato al mattino e così gli diamo volentieri 20 dirham affinché si prenda un bel taxi e si tolga finalmente dai piedi.
Ripassando sotto la porta blu, contenti di sentirci liberi, ci immergiamo tra una folla composta che, in un via vai sempre crescente man mano che scende la sera, percorre la stretta strada principale della medina, tra due file ininterrotte di piccole botteghe intervallate da decine di vicoli e vicoletti, che si diramano a loro volta in altre stradine fino a formare un reticolo pressoché infinito nel quale, ci rendiamo conto, non sarebbe difficile smarrirsi. Non vogliamo quindi approfittare della nostra libertà e allora ci imponiamo di non lasciare la via principale; facciamo solo una eccezione per curiosare sui banchi di un piccolo mercatino aperto su una piazzetta laterale. L’ora di permesso finisce presto e a passo svelto dobbiamo tornare indietro verso la porta blu dove ritroviamo i nostri autisti evidentemente contenti di poterci finalmente riportare in albergo.
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VERSO IL DESERTO
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Oggi, mercoledì 14 ottobre, ci aspetta un lungo trasferimento verso sud che da Fès, per poco più di 450 Km, ci porterà a Erfoud, cittadina alle porte del deserto sahariano vicino al confine algerino. La giornata è bellissima. Paesaggio di campagna appena punteggiato da qualche bianca casetta sparsa in mezzo a grandi appezzamenti di terreno lavorati con grosse zolle di terra da poco rigirate, grandi ulivi e bianchi asinelli al lavoro. La strada poi comincia a salire e dall’alto di una collina, voltandoci indietro, diamo un ultimo sguardo a Fès ai piedi delle montagne del Rif. Continuiamo a salire e attraversiamo Ifrane e Azrou, località di villeggiatura sia estiva che invernale, situate a 1600 metri di altezza: la vegetazione e anche alcune abitazioni con giardini rasati e fioriti e tetti spioventi, ci ricordano i nostri paesaggi alpini e appenninici. La presenza di alcuni venditori di minerali lungo la strada ci fa capire che siamo in una zona geologicamente interessante. Anche dopo Azrou, dove abbiamo fatto una breve sosta, la strada continua a salire fino a raggiungere i 2178 metri del Col du Zad, per poi iniziare una leggera discesa in mezzo a foreste di abeti, larici, lecci e soprattutto stupendi cedri con tronchi giganteschi e pochi rami. Lasciate le montagne, lungo una strada a saliscendi pressoché deserta, attraversiamo un vasto altopiano caratterizzato da una serie infinita di terre desolate appena animate da sparsi greggi di pecore e da rare tende di pastori.
A Midelt sostiamo per un paio d’ore e dopo vane ricerche tra i poveri venditori di un souk alimentare e alcuni negozi di minerali e prodotti artigianali – dove tra l’altro facciamo conoscenza con un commerciante marocchino che ha un fratello a Pisa – riusciamo ad incontrarci con Naima, la ragazza marocchina conosciuta sull’aereo. Beviamo con lei un tè alla menta seduti al tavolo di un bar nella piazza del paese, circondati da bambini curiosi e dallo stesso proprietario che, evidentemente contento e onorato di aver ospitato quattro clienti stranieri, vorrebbe non essere pagato. Naima ci dà qualche consiglio per la visita nel deserto e quindi riprendiamo il viaggio ripromettendoci di ritrovarci tutti insieme a Roma.
Siamo ora nell’Alto Atlante e percorriamo la stupenda valle dello Ziz, un fiume oggi ridotto ad un modesto corso d’acqua ma che, in origine doveva avere una portata ben maggiore: si capisce dal suo ampio letto che si snoda tra una serie di profondi canyons proprio al di sotto della nostra strada. Il letto dello Ziz è oggi interamente occupato da una larga e lunga striscia verdeggiante costituita da palme, meli, lecci e orti domestici. Una sosta, appena attraversato il “tunnel del legionario” realizzato nel 1930 appunto dai soldati della Legione Straniera, ci consente di fare qualche foto a questo fantastico scenario naturale arricchito da villaggi di piccole case cubiche addossate l’una all’altra e fatte di semplice terra cotta al sole. Prima di attraversare la moderna cittadina di Er Rachidia – strade diritte contornate da squallide case squadrate, al massimo con terreno e primo piano, senza tetto e con terrazza occupata da antenna parabolica e panni ad asciugare: ma dove sono i morbidi angoli dolcemente arrotondati delle vecchie case di argilla? Dove sono gli archi e le volte? – vediamo in lontananza un grande bacino artificiale realizzato con la costruzione della diga Hassan nel 1971 per lo sfruttamento delle acque dello Ziz. Ancora un centinaio di chilometri di strada e prima di buio arriviamo a Erfoud dove ci sistemiamo all’Hotel Salam. Io, forse disturbato dall’auto, rinuncio alla cena e me ne vado a letto presto: quanto raccontato da De Amicis comincia puntualmente ad avverarsi.
“Esperimentammo in quei giorni la verità di quello che ci fu detto a Tangeri circa agli effetti dell’aria di Fèz. Ma son poi effetti dell’aria o dell’acqua? O dell’olio scellerato? O del burro infame? O di tutte queste cose insieme? Comunque sia, è un fatto che stiamo tutti male. E’ languidezza, disappetenza, prostrazione di forze, pesantezza del capo, e quel ch’è più grave, un’abitudine, contratta da tutti, di attraversare di tratto in tratto il cortile rapidissimamente, senza voltarsi indietro, come se fossimo inseguiti. Strana debolezza!”
Infatti al mattino successivo anche Ornella ed Alberto denunciano qualche sintomo di malessere generale. Io ho avuto un po’ di febbre durante la notte mentre Grazia, per fortuna, sta benissimo. In attesa di fare la prevista escursione a Rissani, passeggiamo sino al centro di Erfoud, inevitabilmente accompagnati da un paio di bambini fiduciosi di poter ottenere prima o poi qualche dirham. Erfoud è una delle oasi più importanti e grandi del Marocco ed è alimentata dalle acque dello Ziz e del Rheriss. Qui, come in tutte le successive località a parte Casablanca e Marrakech, non riusciamo ad utilizzare la carta telefonica pubblica acquistata a Fès, e dobbiamo ricorrere alle onnipresenti Teleboutique, gestite da privati, con antiquati ma funzionanti telefoni a moneta.
Rissani è un piccolo centro a circa 20 chilometri da Erfoud dove arriviamo percorrendo una piccola strada in mezzo a file di palme da dattero. Sostiamo nei pressi del mausoleo di Moulay Ali Chèrif – come al solito non visitabile – situato in un grande spiazzo terroso e assolato sul quale si affaccia una fila di case e negozi; dall’altro lato una stradina conduce all’interno del vero villaggio di Rissani, una kasbah di piccole casette color ocra circondate da basse mura. Ancora indecisi sul comportamento da tenere, chiediamo di visitarlo, anche per giustificare l’escursione fin lì, ma i nostri “premurosi” autisti ci fanno capire che è meglio starne alla larga. Come al solito, al momento, pensiamo che sia una precauzione per tutelare la nostra sicurezza, ma ora ripensandoci, ritengo che lo abbiano fatto per non perdere tempo in un posto dove non c’era niente da comprare e quindi nessuna speranza di provvigione per loro! Stimolato da una foto sulla guida chiedo allora di condurci allo Ksar di Oulad Abd el-Halim, una specie di castello con belle decorazioni che dovrebbe trovarsi nei pressi di Rissani. Evidentemente o non lo conoscono o fanno finta di non capire, ma comunque per contentarci ci conducono in uno ksar abbandonato, spacciandocelo per quello richiesto. Risulta ugualmente interessante grazie alla presenza di un vecchio che ci fa visitare i vari ambienti della costruzione mostrandocene, con l’ausilio della luce di un lume a petrolio, anche i luoghi più nascosti: tra l’altro cucine, bagno turco e le quattro stanze del sultano, una per ogni moglie, alle quali l’uomo accedeva da un patio comune.
opo una ennesima visita ad una fabbrica di tappeti tuareg, ritorniamo in albergo dove mangiamo qualche formaggino in camera; io non sto molto bene, Alberto e Ornella non sono da meno e allora decidiamo di rimandare a domani l’escursione in fuoristrada alle dune di Merzouga: invece del tramonto assisteremo, inch’Allah, alla ancora più suggestiva alba nel deserto. Trascorriamo l’intero pomeriggio in camera e, prima di cena, Alberto prende accordi con una guida locale che domani mattina, alle ore quattro!, ci porterà con la sua Land Rover sino alle dune di Merzouga.
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L’ALBA A MERZOUGA
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Nonostante una nottata breve e tempestosa, nel senso dell’intestino, alle quattro ci ritroviamo puntuali all’appuntamento fuori dell’albergo insieme ad altre decine di turisti tutti diretti al mitico erg sahariano di Merzouga. Io e Ornella stiamo meglio, Alberto invece è messo male: ha la febbre e un forte mal di testa. La nostra Land Rover è la prima a partire e per circa una sessantina di chilometri di strada, prima asfaltata e poi sterrata e sconnessa, sopportiamo continui sbalzi sui suoi duri sedili. Naturalmente è buio completo e non vediamo anima viva: Ornella si volta spesso nella disperata speranza di vedere le luci delle altre macchine partite dopo di noi. Niente! Siamo soli nel buio con un autista marocchino che non capisce una parola di francese. Finalmente cominciamo ad incontrare un paio di piccole costruzioni, ancora immerse nel buio completo, adibite ad albergo e a campeggio. Poco dopo ci fermiamo in uno spiazzo sterrato vicino ad una bassa costruzione dove i fari della nostra Land Rover fanno apparire una dozzina di dromedari che, seduti a semicerchio proprio all’inizio delle dune sabbiose, stanno attendendo pazientemente i turisti. Fa freddo e siamo contenti di avere indossato la giacca a vento. L’autista ci fa capire che per inoltrarsi nel deserto fino al punto adatto per osservare il sorgere del sole possiamo servirci di un dromedario a persona o a coppia opportunamente guidato da un tuareg….oppure anche avviarci da soli, a piedi, nel buio più fitto. Ma come? dove? quando? Non abbiamo scelta e, alla tariffa imposta, “noleggiamo” due dromedari. I dromedari sono animali più grossi e soprattutto più alti di quanto uno non si aspetti. Naturalmente saliamo mentre l’animale è ancora accovacciato e fin qui niente di difficile; il bello viene quando il dromedario viene invitato dal cammelliere ad alzarsi sulle sue lunghissime zampe: ecco allora che prima raddrizza quelle posteriori, facendoci restare per qualche istante in una scomodissima posizione: io disperatamente untato al pomello della sella per non scivolare fantozzianamente sulla testa del dromedario mentre sento Grazia spingermi con tutto il suo peso sulle spalle , fin tanto che il dromedario non raddrizza anche le zampe anteriori portandoci così ad una vertiginosa altezza. Il momento critico è passato e iniziamo la…….cavalcata nel deserto inoltrandoci per circa un chilometro in mezzo ad un mare di dune. Scendiamo dal dromedario, con gli stessi problemi della salita, e ci sediamo sulla sabbia in attesa de l’eléve du soleil prevista per le sei. Anche se nei dintorni, nascosti da piccole dune, cominciano ad arrivare altri turisti, ci godiamo un silenzio assoluto. In alto, nel cielo ancora scuro, brilla uno spicchio di luna. Poi, piano piano, il cielo comincia a schiarirsi e a colorarsi di azzurro mentre qualche isolata nuvoletta, veleggiante sopra al punto dove sorgerà il sole, si tinge di rosso. Il momento si avvicina ed ecco che, proprio dietro lo scuro profilo dell’alta duna di fronte a noi, spuntano i primi luminosi raggi del sole che miracolosamente tingono di un delicatissimo rosa la finissima sabbia dell’erg di Merzouga. Gli scatti fotografici si sprecano nella speranza di riuscire a cogliere il momento con la luce più bella. Ancora un po’ storditi camminiamo sulla sabbia per gustare al massimo quel magico paesaggio visto da diverse prospettive. Poi ci lasciamo scivolare lungo una discesa e Grazia addirittura viene iniziata dal cammelliere allo sci sahariano: seduta sul ciglio di una duna viene presa per i piedi dal cammelliere e fatta scivolare sul sedere fino in fondo. Sentiamo le nostre scarpe piene di finissima sabbia. E’ una sensazione piacevolissima. Lo sguardo spazia incessantemente sul mare di dune che ci circonda e che ogni minuto che passa assume un colore sempre diverso, passando dal delicato rosa dei primi momenti al giallo ocra di quando ormai il sole comincia a salire nel cielo.
Come noi ci sono molti altri piccoli gruppetti di turisti ma siamo tutti sparpagliati, lontani gli uni dagli altri, in questo mare di sabbia e quindi la magnifica sensazione di grandiosità e di silenzio non viene minimamente sciupata. Purtroppo Alberto, sempre più febbricitante, non riesce ad apprezzare questo spettacolo irripetibile e avrebbe voglia soltanto di andarsene e letto. Lo spettacolo è finito; ci avviciniamo ai dromedari che nel frattempo ci avevano aspettato accucciati ai piedi di una duna, ma, prima di farci salire, i due cammellieri tirano fuori da sotto il loro mantello gli immancabili fossili e minerali: raccontandoci che il loro villaggio è distante 15 chilometri verso l’interno del deserto, ci spiegano che la vendita di tali oggetti è l’unica loro fonte di guadagno, non essendo proprietari dei dromedari e che per il servizio di accompagnamento dei turisti, ricevono solo il vitto e l’alloggio. Un po’ perché mossi a compassione, un po’ perché praticamente obbligati – ci debbono aiutare a risalire sui dromedari – acquistiamo un paio di minerali ad un prezzo altissimo nonostante la solita trattativa. Risaliamo sui dromedari ma il nostro, visibilmente arrabbiato, riesce ad alzarsi solo dopo qualche tentativo a causa delle zampe posteriori che gli affondano dentro la sabbia. Torniamo allo spiazzo dove si sono fermate tutte le Land Rover osservando le nostre lunghissime ombre proiettate sulla sabbia del deserto.
Il viaggio di ritorno in fuoristrada, anche se l’autista ci fa fare un giro più lungo passando attraverso una piccola oasi e un villaggio semideserto, non offre niente di particolare. Arriviamo all’albergo verso le 9.30, facciamo colazione e partiamo subito alla volta di Zagora: Alberto sta sempre peggio.
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DA ERFOUD A ZAGORA
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Fortunatamente il trasferimento da Erfoud a Zagora, via Alnif e Tazarine lungo una strada che la carta indica come terziaria , si rivela molto più tranquillo del previsto. Oggi la giornata è leggermente nuvolosa. La strada è regolarmente asfaltata e attraversa piccoli villaggi senza nome formati dalle ormai usuali semplicissime casette di terra cotta dal sole: poche finestre rigorosamente protette da eleganti grate in modo da consentire alle donne di vedere dall’interno senza essere viste e orribili porte di ingresso in lastra di ferro colorata; ogni villaggio ha la sua calda tonalità di colore, dal giallo ocra al rosso, a seconda della terra utilizzata; qualche torre arricchita da semplici decorazioni geometriche si eleva al di sopra delle terrazze. Altri villaggi li vediamo da lontano, oasi sorte sul fondo di una piccola valle, lungo il letto di un fiume o ai piedi di una collina, spesso deliziosamente affiancati da fitte palmeraie e da verdissimi orti, campi di granturco, alberi di fichi e frutteti. Facciamo solo una breve sosta ad Alnif, una cittadina lungo la strada con negozi e alberghi, dove visitiamo, tanto per cambiare, un souk alimentare. Alberto sempre più in crisi resta in macchina e allora decidiamo di non fermarci più fino a Zagora in modo da consentirgli di mettersi a letto al più presto possibile. Alle 15 siamo già sistemati all’hotel Reda, ci riposiamo qualche minuto e poi, lasciando Alberto a letto a smaltire la febbre alta, partiamo subito per una breve escursione al vicino paese di Tamegroute a circa 18 km da Zagora.
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ZAGORA E DINTORNI
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La strada asfaltata è interrotta per un completo rifacimento e quindi dobbiamo viaggiare per una decina di chilometri sullo sterrato laterale. Paesaggio arido e pietroso; qualche dromedario che pascola alla ricerca di qualche arbusto da mangiare; bambini che ci offrono, pieni di speranza, alcune piccole biciclette costruite con lattine schiacciate; traffico limitato a qualche grand-taxi che circola carico di persone.
Tamegroute, importante centro religioso ed educativo sino a poco tempo fa, consiste in una serie di ksour collegati l’uno all’altro e racchiusi entro una piccola cerchia di mura. Lasciamo l’auto in un ampio spiazzo terroso fuori della porta principale della cittadina animato da venditori ambulanti e, sempre scortati dal fedele – fedele alle provvigioni! – Abdul II e subito presi in consegna da una guida locale, iniziamo la visita. Interessante una importante biblioteca ove vengono conservati, in semplici armadi protetti da ante a vetro, preziosissime edizioni del Corano risalenti al XIII secolo, impreziosite da stupende miniature raffiguranti, come al solito, solo motivi geometrici, calligrafici o floreali. Poi ci addentriamo nelle sue strette e misteriose stradine interne, luminose quelle a cielo aperto e buie quelle coperte da un soffitto in canne e rami di palma mescolate a terra rossa . Incontriamo un gruppetto di giovani donne, vestite interamente di nero, che appena si accorgono delle nostre macchine fotografiche pronte a colpire, fuggono coprendosi elegantemente gli occhi.
“Sono da sette giorni in Marocco, e non ho ancora visto il viso di un’araba………Camminano a passi lunghi, lentamente, un po’ curve, coprendosi il viso con un lembo d’una specie di mantello di tela……del loro corpo non si vede che gli occhi, la mano che copre il viso, tinta di rosso coll’hennè alle estremità delle dita, e i piedi nudi, pure tinti, infilati in larghe pantofole di cuoio giallo….Incontrando un’Europeo per una strada appartata alcune si coprono tutto il viso con un movimento brusco e sgraziato e passano stringendosi al muro; altre arrischiano un’occhiata tra diffidente e curiosa; qualcuna, più ardita, saetta uno sguardo provocatore e abbasso il viso sorridendo.”
Completamente affascinati e storditi da tutto quello che ci circonda, osserviamo ancora: due mamme in un vicoletto buio, sedute per terra, mentre stanno allattando al seno i loro bambini; lo scuro interno di un ambiente, che chiamare casa è impossibile, dove un bambino di tre anni, attaccato da un nugolo di mosche attirate dal suo muco nasale, piange disperatamente rotolandosi sul pavimento di sconnessa terra battuta mentre la sorellina, di poco più grande, cerca di consolarlo distraendolo con un fiammifero acceso; un continuo avvicinarsi di bambini scalzi e sporchi, con i due immancabili ceri che scendono dal naso, che ci chiedono insistentemente un dirham, un bon-bon o una stilò. In questi frangenti meglio non accontentare nessuno perché se qualcuno di noi avesse la malaugurata idea di dare qualcosa ad un bambino, ci vedremmo improvvisamente assaliti da altre decine di richieste che naturalmente non saremmo in grado di esaudire; e allora tiriamo avanti dicendo che non abbiamo niente da dare. Solo quando siamo certi di non essere visti da nessuno ci lasciamo andare a regalare la caramella o la moneta che ci stanno scottando in tasca, all’ultimo bambino rimasto, quello più cocciuto o disperato che fino all’ultimo, non avendo niente da perdere né da fare, riesce a sperare in qualcosa.
Usciamo da quell’intrico di vicoletti e visitiamo una cooperativa di vasai. Qui alcuni operai, costantemente avvolti da un denso fumo nero, alimentano con grosse fascine di foglie di palma un rudimentale forno in terra cotta, dove, dopo una cottura di 5 ore alla temperatura di 1200 gradi, vengono prodotte le piccole e lucide tegole verdi utilizzate per la copertura di tetti e sporgenze varie. Ci ritroviamo nello spiazzo antistante la porta della cittadina, spiazzo che funge da piazza principale e luogo di ritrovo degli uomini e da qui, dopo aver telefonato dalla solita, immancabile ma graditissima Teleboutique, e aver assistito ad uno stupendo cielo rosso dietro la silhouette di alcune palme, risaliamo sul nostro pulmino e torniamo a Zagora.
Il giorno successivo, sabato 17 ottobre, Alberto non è ancora in grado di uscire: Ornella racconta che durante la notte, in preda ad una febbre altissima, la supplicava disperatamente di non lasciarlo lì e di riportarlo a casa! E invece lo lasciamo a letto in albergo e andiamo a fare una escursione verso sud, fino a M’hamid, a circa 90 chilometri da Zagora. Ripercorriamo il tratto di strada fino a Tamegroute e poi continuiamo per una zona desertica pietrosa; la strada sale poi per attraversare una serie di colline caratterizzate da alcuni picchi scoscesi curiosamente formati da strati di terra alternati a rocce squadrate simili a palizzate; superato il passo, segnato da una infantile porta ai lati della strada, attraversiamo una serie di vasti altopiani deserti, punteggiati qua e là dal verde delle oasi e delle palmeraie. Il traffico è scarsissimo e la strada piuttosto stretta tanto da non consentire il transito a due mezzi contemporaneamente. Poche auto, qualche vecchio bus, scarso movimento di persone a piedi, in bicicletta o su qualche asino: non assistiamo mai a quell’intenso movimento di mezzi stracarichi di cose e di persone che animava incessantemente le strade della Birmania, né tantomeno a quelle lunghe processioni di uomini e donne che, a piedi o in bicicletta, ci preavvisavano, sempre in Birmania, l’avvicinarsi di un centro abitato. Evidentemente qui in Marocco la popolazione è statica e quelli che lavorano non hanno bisogno di spostamenti giornalieri. Attraversiamo qualche piccola cittadina sempre caratterizzate da un lungo porticato sui lati della strada, ove fanno sfoggio della loro merce decine di botteghe. A Tagounite veniamo fermati da un vigile: fortunatamente è un conoscente di Abdul e così dopo qualche convenevole possiamo riprendere la corsa senza problemi.
Arriviamo a M’hamid nel mezzo della mattinata quando il sole è già alto. Il paese dà proprio l’impressione dell’ultimo avamposto della civiltà prima del deserto. Dopo M’hamid……..il nulla! Siamo a pochissimi chilometri dal confine algerino. Ci sono poche case, piccole e sparse, una moschea, alcune botteghe, un bar, un souk deserto, un grande spiazzo assolato invaso dalla sabbia dove stanno giocando alcuni bambini con un paio di dromedari, il tutto attraversato dalla strada che continua verso sud diventando però pista desertica.
Nonostante la ritrosia di Abdul II, che evidentemente, vista la penuria di negozi, comincia a preoccuparsi per le sue tangenti, entriamo ugualmente nel recinto del souk. E’ costituito da una serie di spiazzi circondati da portici sotto i quali, nel giorno di mercato – ci dicono il lunedì – si ritrovano potenziali venditori e acquirenti che arrivano dai dintorni a cavallo dei loro somari e muli. Oggi i portici sono quasi deserti, salvo un paio di gruppetti di persone che se ne stanno riparati all’ombra di una tettoia di foglie di palma: il primo composto da una giovane coppia con un paio di bambini che, non sappiamo per chi e con quale speranza, tiene esposti per terra i modestissimi frutti del loro orto e più in là quattro uomini, avvolti in bianchi mantelli e con il capo coperto da un elegante turbante sempre bianco, che, accovacciati sulla sabbia, stanno giocando a dama. Ci avviciniamo curiosi e di fronte alla nostra intenzione di scattare qualche foto, uno dei tre uomini si nasconde il viso e si allontana brontolando. Gli altri invece sorridono con cordialità facendoci così sentire a nostro agio. Con nostra sorpresa osserviamo la scacchiera e le pedine: le caselle non sono altro che piccoli buchi nella sabbia, mentre le pedine che le occupano sono costituite da bastoncini di canna per i bianchi e…..sterco di dromedario per i neri! Assistiamo a qualche mossa di pedine e poi torniamo sui nostri passi. Nonostante la scarsità di offerte non possono mancare gli immancabili acquisti: in un piccolo negozio, aperto proprio oggi, acquistiamo un bel braccialetto berbero in argento e smalto per Valentina. Il giovane proprietario per immortalare la sua prima vendita si fa fotografare tra Grazia e Ornella.
Un po’ perché non c’è più niente da vedere, un po’ perché preoccupati per Alberto solo in camera con la febbre, decidiamo di tornare verso Zagora.
Facciamo una sosta a Ouled Driss, un ennesimo agglomerato di casette in pisé (terra impastata con argilla e paglia e cotta al sole) divise da strettissimi vicoletti, e per l’ora di pranzo siamo in albergo. Lasciamo liberi i nostri autisti, facciamo uno spuntino in camera e ci riposiamo. Alberto sta un po’ meglio ma non ancora bene da uscire. Quindi nel pomeriggio che ci ritroviamo libero, senza i nostri angeli custodi, andiamo a piedi verso il centro della città a circa un chilometro di distanza dall’albergo. Liberi si fa per dire perché non siamo ancora usciti dal recinto dell’hotel che veniamo immancabilmente affiancati da un uomo che, cordialmente, intavola un discorso per parlare un po’ in francese – dice lui – risponde alle nostre domande, ci dà alcune notizie e alla fine naturalmente ci chiede di andare a visitare il suo negozio in città, quello con la merce migliore e più a buon prezzo di tutto il Marocco! E’ veramente impossibile restare da soli! Anche Zagora è una cittadina appena un più grande delle altre, divisa da una strada larga e dritta animata da una serie continua di negozi, bazar di tappeti e chincaglierie varie, bar con sedie all’aperto occupate solo da uomini, un grande souk all’interno di un recinto dove vediamo una grande folla aggirarsi tra bancherelle e venditori ambulanti. Oggi di confusione ne ho abbastanza e anzi ripenso con una punta di nostalgia al fascino misterioso e allucinante del souk deserto di M’hamid. Percorriamo lentamente tutta la strada principale, acquistiamo alcune cartoline e arriviamo così al negozio della nostra provvisoria guida: pugnali, interessanti braccialetti e monili in argento tuareg ( come al solito meno cari di quelli analoghi comprati al mattino al paese precedente!), bauletti intarsiati, piatti in bronzo, porta profumo, custodie per il Corano, porta hennè e un tonificante tè alla menta gentilmente offertoci dal padrone del negozio. Non mi ricordo che cosa, ma anche qui compriamo regolarmente per la gioia segreta del nostro Abdul II che, dimenticavo, era nel frattempo apparso nel negozio, attirato come l’orso dal miele, dall’odore delle provvigioni. Incredibile! Salutiamo il nostro anfitrione con la promessa di rivederci al mattino successivo, prima di partire, per uno scambio di merce e in piena tranquillità ce ne torniamo, questa volta finalmente soli, al nostro albergo quattro stelle dove ritroviamo Alberto in netta ripresa sia nello spirito che nel corpo.
Al mattino successivo, finalmente tutti in forma, o quasi, lasciamo anche Zagora e il sud del Marocco. Come convenuto prima però facciamo una sosta nel bazar della guida di ieri e, da veri commercianti marocchini, riusciamo a barattare un sacco di nostri vecchi indumenti con un elegante portagioie berbero in argento e smalto colorato e una pregevole custodia per Corano. Ornella, presa dalla foga della trattativa, baratterà anche l’unico paio di scarpe da trekking di Alberto lasciandolo con solo scarpe da città. Alla fine chi avrà fatto un affare, noi o il proprietario del bazar?
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VALLE DEL DRAA
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Il Draa anticamente era il più lungo fiume del Marocco e, dice infestato dai coccodrilli, scorreva costantemente dalle montagne dell’Alto Atlante fino all’Oceano Atlantico; oggi, dopo un percorso di circa 250 km lungo la meravigliosa valle che prende il suo nome da Zagora a Ouarzazate, si perde nella sabbia a nord di Tan-Tan. La strada costeggia il fiume e quindi possiamo goderci per tutta la mattinata una serie continua di invitanti oasi affollate da palme da dattero, tamerici, oleandri, acacie, orti dove coltivano erba medica, hennè e ortaggi e alberi da frutta. Accanto a queste rinfrescanti macchie di verde sorgono una cinquantina di ksour, piccoli villaggi fatti di semplici case in terra cotta che si fondono armoniosamente con il resto del paesaggio e dei suoi colori. La strada si inerpica su per alcune montagne pietrose e dall’alto di una di queste ci soffermiamo ad ammirare un paesaggio mozzafiato: il letto quasi asciutto del fiume, formato da enormi lastroni di pietra liscia dal tipico colore ocra tendente al rosso, ha formato nel tempo uno stupendo, profondo canyon che si snoda prepotentemente nell’arido paesaggio delle catene del Medio Atlante.
Arriviamo a Ouarzazate giusto in tempo per farci un delizioso bagno nella lussuosa piscina dell’hotel Belere ( anzi a dire la verità soltanto Grazia può permetterselo, perché noi altri siamo ancora convalescenti e dobbiamo contentarci di prendere un po’ di sole e guardarla invidiosi).
Che cambiamento improvviso! Dalle povere e nude casette in terra battuta abitate da uomini, donne e bambini proprietari di niente, ci ritroviamo ora ai bordi di una piscina di un invitante colore azzurro – arricchita da un assurdo isolotto centrale con una paio di palme – che si sdraia al centro di un grande complesso alberghiero dove, allo snack-bar, ci mangiamo una nostalgica pizza riscaldata. Breve riposo e alle 15.30 siamo di nuovo pronti per andare alla scoperta di Ouarzazate.
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OUARZAZATE
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Ouarzazate, creata dai francesi sul finire degli anni venti per servire da guarnigione, è oggi una cittadina di circa 60.000 abitanti situata al centro di un altopiano desertico. Deve buona parte delle ragioni del suo sviluppo al notevole flusso turistico che vi transita grazie alla sua strategica posizione geografica e stradale: le quattro strade che la attraversano in croce portano infatti rispettivamente ad Agadir, alla valle del Draa fino a Zagora, alle valli del Dadès e alle Gole del Todra e infine a Marrakech.
Le uniche due cose da vedere a Ouarzazate sono la Kasbah di Taourirt e l’adiacente villaggio, situati all’uscita orientale della città. Vi arriviamo a piedi direttamente dall’albergo percorrendo poco meno di un chilometro lungo un’ampia strada moderna. La kasbah, antica residenza dei Glaoui, è costituita da un dedalo di ricchi appartamenti, da semplici case in argilla e da tre torri merlate, decorate con semplici motivi geometrici, che svettano sulla piazza antistante. Oggi il palazzo principale è ormai disabitato ed è aperto al pubblico. Entriamo e ci perdiamo, insieme ad altri turisti accompagnati da una guida locale che parla in francese, nell’intrico misterioso delle sue piccole stanze, costruite senza un apparente criterio una dentro all’altra; collegate tra loro da piccole basse porticine e scarsamente illuminate da rare finestre che guardano all’esterno sempre protette da grate in ferro battuto. Salendo per una scaletta stretta e tortuosa, arriviamo sino al terzo piano di una delle torri merlate, in una sala appena un po’ più grande delle altre, arricchita da fregi in gesso alle pareti e da un bel soffitto in legno di cedro finemente decorato da colorati motivi floreali. Siamo nella stanza del Pascià, dove, aiutati dall’esotismo misterioso che emana dalle eleganti musharabiye che proteggono le finestre e che consentono di dare uno sguardo sulle povere case che sorgono nei pressi del palazzo, riusciamo per un momento ad immaginarci qualcosa delle ore lussuriose che qui il pascià trascorreva con le donne del suo harem. Infine usciamo dal palazzo e, ignorando i pressanti, soliti inviti di alcuni proprietari di bazar, ci addentriamo lungo una stradina sterrata verso l’interno del povero villaggio fortificato, questo sì tutt’ora abitato, che sorge da tempo nei pressi della ricca kasbah di Taourirt.
Veniamo immancabilmente affiancati da un uomo che, in cambio di una promessa di una visita finale al suo negozio di spezie, si offre gentilmente di accompagnarci nell’intrico delle stradine e dei vicoli del villaggio. Come al solito non possiamo che accettare: questa volta però la scelta forzata si rivelerà estremamente positiva e mi confermerà ancora una volta che con un po’ di cordialità e una piccola dose di fortuna, si può riuscire a visitare i luoghi più interessanti, senza ricorrere al costoso e soprattutto fuorviante aiuto delle guide ufficiali. E’ inutile specificare che il nostro Abdul II, sentendo l’irresistibile odore di commissioni, ci seguirà per l’intero giro del villaggio.
Accompagnati quindi da Moulay Idriss girelliamo curiosi per le stradine del villaggio osservando da vicino il vero e naturale svolgimento della vita in questi piccoli e polverosi agglomerati. Qui vivono in piena armonia circa 1500 persone, tutte berbere, insieme a due sole famiglie ebree: Moulay ci spiega che esiste una specie di servizio di vigilanza della polizia che protegge il villaggio da indesiderate intromissioni di arabi, spesso ubriachi, che potrebbero turbare l’ambiente. Effettivamente anche noi riusciamo a sentirci pienamente a nostro agio, e io, se non fosse per il timore di dare l’impressione di violare la misera condizione di quegli ambienti, unito al pressoché normale rifiuto da parte delle persone, vorrei e potrei scattare qualche centinaio di potenziali stupende fotografie.
“ …I pittori tirano fuori i loro album per fare qualche schizzo. Tempo perso! Appena uno di quegli scamiciati si vedeva guardato, o voltava le spalle o si nascondeva dietro un albero o si tirava il cappuccio sugli occhi. Tre, l’uno dopo l’altro, s’alzarono e se n’andarono brontolando a sedere cinquanta passi più lontano…….Rispondevano di no con la mano, indicando il cielo e sorridendo furbescamente come per dire: – non siamo così gonzi! -…..Il Corano proibisce la rappresentazione della figura umana e degli animali, come un principio o una tentazione all’idolatria…..Perché….Perché in quella figura che il pittore vuole fare, non è capace di infondere l’anima. A che scopo quindi la vorrebbe fare? Dio solo può creare degli essere viventi, ed è un sacrilegio pretendere di imitarlo”
Mi restano nella mente immagini di minuscole botteghe alimentari che si affacciano da un alto bancone sulle stradine del villaggio; bambini che giocano intorno alle case come i bambini di ogni altro paese del mondo; una piccola piazzetta con una fontana che coagula intorno a sé un certo numero di donne intente al necessario approvvigionamento idrico; un capannello di uomini che osserva interessato due berberi che stanno giocando a dama seduti su un muretto; un dignitoso negozio di minerali e fossili e infine, situato nei locali di una piccola sinagoga, un bazar gestito da un simpatico musulmano. Mentre ci sentiamo interamente calati nell’ambiente, dall’alto di un semplice minareto, risuona improvvisamente il richiamo alla preghiera pomeridiana del muezzin: noto però che anche qui, come in tutti gli altri luoghi del Marocco, nessuno stende il suo tappetino in terra per pregare come richiesto dal Corano, ma ognuno continua tranquillamente a svolgere la sua attività, evidentemente rimandando a più tardi l’asservimento di uno dei cinque obblighi richiesti a ogni fedele di Allah. Facciamo conoscenza con il capo del villaggio, un distinto signore che ha vissuto per qualche anno a Roma alle dipendenze dell’Ambasciata del Marocco, e con la guida precedentemente incontrata durante la visita della kasbah, un giovane laureato in lingue di nome Hamid Ousboul che, per non abbandonare il suo paese, si adatta a svolgere un lavoro abbastanza modesto. Al termine del percorso manteniamo la promessa di visitare il negozio di Moulay Idriss, dove in decine di barattoloni in vetro disposti su mensole, sono esposte una grande varietà di spezie e altre erbe locali: acquistiamo tè alla menta e hennè, colorante per capelli, richiestoci da Valentina. Salutiamo i nostri amici e promettiamo loro di tornare più tardi, da soli, senza Abdul II, in modo da far risparmiare loro le odiose provvigioni dovute alle guide.
In auto facciamo una breve escursione a Tiffoultoute, una kasbah che si erge su una collinetta a cinque chilometri da Ouarzazate. Anche questa un tempo appartenuta alla famiglia dei Glaoui, oggi è stata trasformata in albergo e ristorante ove, alla sera, vengono dati spettacoli di folklore locale. Il padrone, opportunamente stimolato da Abdul II, sperando che magari si decida di rimanere giusto per la cena, ci offre un gradito tè alla menta. Noi ci accontentiamo di uno stupendo tramonto su Ouarzazate dall’alto della terrazza del castello, abitata anche da nidi di cicogne, e ce ne torniamo all’albergo.
Liberatici delle nostre guide e ormai tranquilli e sicuri nonostante sia ormai sera, torniamo da soli al villaggio di Taourirt dove troviamo ad aspettarci il buon Moulay Idriss. Ornella e Alberto, convinti di concludere una serie di irripetibili affari, si scatenano in acquisti di pugnali e pietre.
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LE GOLE DEL TODRA E DEL DADES
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Iniziamo la seconda settimana di viaggio con una escursione della durata di una intera giornata sulla strada che da Ouarzazate conduce a Erfoud via Tinerhir, che ci consentirà di vedere e visitare due dei più stupendi spettacoli naturali del Marocco: le Gorges du Dadés e le Gorges du Todra. La strada, fiancheggiata in lontananza dalle montagne innevate dell’Alto Atlante, si snoda lungo la valle del fiume Dadès sino a Boulmane per circa 120 chilometri; da qui la strada principale continua verso Erfoud mentre una strada secondaria porta verso nord alle gole del Dadès; proseguendo verso Erfoud si incontra prima Tinerhir e poi si devia di nuovo verso nord per le Gole del Todra.
Nonostante una diversa indicazione del programma, Abdul II ci convince a visitare per prima le Gorges du Todra. La strada delle gole inizia costeggiando la riva destra dell’uadi il cui letto è occupato da una estesa palmeraia. Arriviamo in auto, guadando anche il fiume, fin quasi al punto più spettacolare delle gole: due fantastiche falesie a picco alte 300 metri, lunghe un centinaio e separate da un corridoio largo, in alcuni punti, appena 10 metri. In alto, appesi alle pareti delle falesie, si intravedono un paio di scalatori. Percorriamo a piedi la gola fino al punto in cui il letto del fiume si allarga e si snoda in un paesaggio montuoso, arricchito da qualche palma e da orti verdissimi. Il cielo è di un azzurro intenso e un provvidenziale venticello ci fa apprezzare ancora di più il silenzio e i colori del luogo. Risaliamo il Todra per un centinaio di metri e poi ci rigeneriamo i piedi immergendoli per qualche minuto nelle sue fresche e limpide acque. Qui, non essendoci bazar o altra sorta di venditori, siamo venuti da soli: i nostri autisti sono rimasti in auto nei pressi del ristorante. Anzi Abdul II, per non smentirsi, credo che abbia provveduto nel frattempo alla prenotazione di un tavolo al ristorante: mi dispiace per lui e per le sue provvigioni mancate, ma noi non abbiamo nessuna intenzione di mangiare e, lasciandolo di stucco, decidiamo di ripartire subito verso le Gole del Dadès.
Ripercorriamo quindi la strada fino a Boumalne, da dove deviamo verso nord ancora lungo il Dadès. La strada inerpicandosi sulle montagne dell’Alto Atlante e attraversando alcune oasi con alberi da frutta, fichi, olivi e orti, proseguirebbe sino alla sorgente del fiume e poi ancora sino a Imilchil, la famosa località ove, una volta all’anno, si svolge la festa dei fidanzati. Noi facciamo una sosta nel piccolo Hotel Kasbah, lungo la strada, con una bella vista sulle montagne, dove, facendo un delizioso spuntino a base di patatine fritte seduti su bassi sofà nel tradizionale patio centrale della piccola costruzione, conosciamo il simpatico titolare, Mustapha Hamdaoui. Ci spiega che organizza tours in 4×4 per tutto il Marocco, con sistemazione in tenda o piccoli alberghi, pranzi al campo cucinati da cuoco al seguito, dividendo il percorso in tre periodi: una settimana di deserto, una di montagna e una di mare. Sarà per la prossima volta! Visitiamo anche la modeste camerette che per pochi dirham consentono di trascorrere una notte più che dignitosa……..ma noi abbiamo il nostro 4 stelle super con piscina che ci aspetta e allora proseguiamo verso il punto più caratteristico delle gole. Ci fermiamo su una rudimentale terrazza panoramica e ci troviamo di fronte una serie di stranissime montagne interamente coperte da centinaia di sculture lisce e tondeggianti di color rosso come piantate nel suolo. C’è chi le paragona a “ un conglomerato di sculture olmeche rose dal tempo” e chi a “ rocce erose con forme tondeggianti che ricordano i piedi umani”. Io riesco a vederci figure di uomini e anche di simboli fallici. Lo spettacolo è veramente unico e sarebbe senz’altro bello potersi trattenere a lungo per vedere la scena che cambia con il cambiare della luce. Ma ormai comincia ad essere tardi e riprendiamo subito il viaggio verso Ouarzazate non senza fare qualche sosta per gli immancabili acquisti. Ricordo qui il mio acquisto di una bella teiera antica(?) in peltro duro. Infrangiamo anche le ferree regole marocchine dando un passaggio fino a Boumalne ad un paio di donne berbere che poi, nonostante tutto, si rifiuteranno di farsi fotografare.
Arrivati all’albergo, ci liberiamo velocemente dei nostri autisti e torniamo a Taourirt per salutare i nostri amici. Ci ritroviamo con Moulay idriss e Hamid in un piccolo localino dove brindiamo a Coca-Cola e tè alla menta. Presto il locale si riempie di bambini che, incuriositi e speranzosi, ci guardano bere….e allora Coca-Cola per tutti! Improvvisamente sento una voce dietro di me chiedere in perfetto livornese: “ per me una coca-‘ola fresca con la ‘annuccia ‘orta”; mi giro, era stato Hamid; aveva imparato a parlare così da un turista toscano conosciuto qualche tempo prima. Con una punta di rimpianto salutiamo i nostri amici, scambiandoci gli indirizzi con la promessa di scriverci. Lasciamo il villaggio quando ormai sono quasi le nove di sera, soddisfatti per le simpatiche sensazioni che eravamo riusciti a trovarvi.
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VERSO MARRAKECH
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Martedì 20 ottobre salutiamo Ouarzazate e il sud del Marocco per dirigerci a Marrakech, l’ultima e più famosa delle città imperiali. Dopo una ventina di chilometri facciamo una breve deviazione per visitare uno dei ksur, (cittadella fortificata) più interessanti e scenografici: Ait Benhaddou. Lasciamo l’auto nei pressi di un villaggio moderno, lo attraversiamo e, sotto di noi, ci troviamo di fronte l’ampio letto di un fiume ora quasi in secca; sull’altra sponda, addossato al dolce versante di una collina, sorge un magico agglomerato di rustiche costruzioni in pisé rossastro, unite l’una all’altra e sull’altra senza un criterio ben definito fino a formare il solito intrico di vicoli, vicoletti, prospettive e scorci panoramici, il tutto arricchito da una serie di stupende torri merlate e decorate, tutte di sola argilla cotta al sole, aventi lo funzione di torri di avvistamento fortificate. Il morbido e caldo rosso dell’argilla si insinua felicemente tra il verde della vegetazione dell’oasi e l’intenso azzurro del cielo. Un berbero con un paio di dromedari sta attraversando lentamente il letto del fiume diretto al villaggio. Anche noi facciamo altrettanto e in pochi minuti, attraverso una grande porta aperta nelle mura fiancheggiata da due torri merlate, entriamo nello ksar di Ait Benhaddou.
Fino a qualche anno fa questa cittadella fortificata era abitata da oltre cento famiglie; oggi ne restano solo quattro, che fungono da guardiani e da guide ai turisti. Il motivo del progressivo abbandono di queste cittadelle da parte della popolazione va ricercato nel fatto che da qualche anno la presenza di un forte governo centrale ha ormai fatto sparire il problema dell’autodifesa: ecco quindi come i ksur, come questo di Ait Benhaddou, che per secoli sono stati la principale difesa delle collettività rurali del Grande Sud marocchino, hanno perduto la loro ragione di essere e finiscono per svuotarsi e crollare sbriciolandosi a poco a poco mentre i loro abitanti, aiutati dall’estensione della rete stradale e dall’incremento dei mezzi di trasporto, emigrano verso le grandi città del Marocco o addirittura verso paesi stranieri.
Fortunatamente quando arriviamo noi, un gruppo di turisti sta completando la visita e così restiamo da soli, avvolti da un magico silenzio, a curiosare indisturbati tra gli stretti e polverosi vicoletti, alla ricerca di prospettive e immagini originali per le nostre foto. Come al solito ci sarebbe bisogno di molto più tempo a disposizione per consentirci di scoprire, conoscere, assimilare, attendere la luce giusta e poi, ma solo allora, cominciare a scattare. Un ragazzino ci fa visitare una casa realmente ancora abitata da una delle quattro famiglie: cucina e macina per il grano a terreno; camera da letto semplicemente arredata con quattro tappeti stesi per terra e qualche disegno religioso alle pareti; caprone che pascola su un cortiletto rialzato e, sopra al tutto, una terrazza dalla quale ci godiamo, sia uno stupendo panorama sulle costruzioni abbandonate di Ait Benhaddou, sia delle ottime mandorle sbucciate che ci vengono offerte dalla padrona di casa, una vecchia berbera che non ha niente in contrario a farsi fotografare. Salutiamo, ringraziamo e ricompensiamo la padrona di casa e ci aggiriamo ancora per un po’ tra le costruzioni senza tempo di questa cittadella fortificata (senza tempo perché nessuno sa indicarci approssimativamente a che epoca risalgano): sembra che possano sbriciolarsi e sparire da un momento all’altro e osservandole meglio non riesco a capacitarmi di come, soprattutto quelle a più piani e le torri in modo particolare, possano avere resistito per tanti anni. Anche la precisazione fornitami da qualcuno che le case e le torri, pur essendo costruite in semplice argilla cotta al sole, poggiano su fondamenta in pietra, non riesce a convincermi della loro solidità. Lasciamo la cittadella non senza fare qualche sosta nei bazar aperti lungo le strade del moderno villaggio sulla strada e riprendiamo la strada verso Marrakech.
Oggi dobbiamo attraversare la catena dell’Alto Atlante superando il passo Tickha a ben 2260 metri di altezza. La strada si inerpica sulle montagne con una serie di ariosi tornanti, vertiginosi quanto basta per poter essere goduti senza temere per la nostra incolumità. Il traffico, tranne qualche camion, è come al solito scarso. Siamo in mezzo ad uno scenario naturale che vorrei non finisse mai. Ognuna delle decine e decine di montagne che ci vengono davanti, grazie alla diversa costituzione geologica, ha un colore diverso dall’altra : una serie infinita di sfumature che vanno dall’ocra al marrone, dal verde all’arancio, dal viola al celeste di quelle in lontananza, per finire al morbido e caldo rosso terroso che, accostato all’azzurro piacevolmente cupo del cielo, costituisce il tipico abbinamento cromatico marocchino.
Le poche piante sparse qua e là e i campi aridi e secchi ove pascolano, mangiando sterpi e ramoscelli secchi, grossi greggi di pecore e montoni, evidenziano la scarsità delle precipitazioni in questa zona. Nonostante tutto, anche qui incontriamo diversi piccoli agglomerati delle solite casette d’argilla, di color ocra quelle costruite prima di valicare il passo e di un colore sempre più tendente al rosso quelle sul versante nord verso la pianura di Marrakech. A metà discesa facciamo una sosta a Taddert, un paesetto situato lungo la strada con una serie di botteghe e bazar di minerali. E’ l’ora del pranzo e ne approfittiamo per mangiare insieme ai nostri autisti in una simpatica trattoria all’aperto che espone una invitante grigliata di spiedini e una serie di tajine in cottura sul muretto lungo la strada. E allora via con la degustazione di queste ottime brochettes (spiedini) di montone alla brace e di due bollenti tajine di pollo e verdure miste. Gli intenditori si dissetano con tè alla menta bollente servito in piccoli tipici bicchieri fatti a mano. Mi innamoro dei bicchieri e, per pochi dirham, riesco a comprarne una dozzina in un piccola bottega lungo la strada: sarà un problema farli arrivare a Livorno tutti interi!
Riprendiamo la discesa verso Marrakech mentre la terra, e di conseguenza le case, si fa sempre più rossa e la vegetazione si anima e si riempie di lecci, ulivi, fichi india e palme. A circa 30 km da Marrakech ci fermiamo in un grande souk bisettimanale. Sono le quattro del pomeriggio e pertanto c’è già un grande movimento di commercianti che stanno ricaricando sui loro mezzi, asinelli o camioncini, le merci rimaste invendute. Il mercato, tutto all’aperto ma circondato da un recinto murario, è molto grande e suddiviso per settori merceologici.
Nel reparto alimentare si vendono, per lo più sparpagliati per terra, i residui di frutta e ortaggi; non sono rare le donne che scandagliano con un bastone tra i rifiuti alla ricerca di qualche pezzo scartato perché ormai marcio. Alcuni guerrab, venditori d’acqua potabile dai pittoreschi costumi, si aggirano tra le bancarelle facendo tintinnare una campana di rame per richiamare l’attenzione di qualche assetato: se sarà un musulmano l’acqua verrà versata in una tazza di latta, ma se fosse un ebreo il contenitore sarà una semplice scatola da conserva. Nonostante sia vicina ormai l’ora di chiusura, c’è ancora una discreta animazione. Girelliamo anche nei reparti di generi vari costituiti da grossi capannoni che fiancheggiano le strade del mercato. Aiutata da Abdul II che sentendo odore di acquisti ci sta appiccicato alle costole, Grazia riesce a trovare un fabbricante di panchetti di legno impagliati, proprio quelli che stava disperatamente cercando dall’inizio del viaggio. Ne compriamo due, con vivo disappunto di Alberto che già pensa al crescente dramma del trasporto bagagli in aereo!
Ancora una trentina di chilometri di pianura e finalmente arriviamo a Marrakech dove alloggiamo all’Atlas Hotel. Meritato riposo, breve passeggiata lungo il grande viale ove sorgono diversi alberghi, cena internazionale e poi a letto.
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MARRAKECH
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Marrakech è stata in ordine di tempo la seconda città imperiale del Marocco. Gli Almoravidi nel 1050 vi trasferirono la capitale da Fès, gli Almohadi ve la mantennero fino al 1269 quando andò al potere la dinastia Merinide che la riportò a Fès. Dopo poco meno di tre secoli di appannamento, nel 1525 tornò capitale dell’impero con la dinastia Saadita che vi costruì una serie di opere importanti facendo vivere alla città il suo periodo aureo durato circa centocinquanta anni fino al nuovo trasferimento della capitale imperiale a Mèknes.
Come le altre città imperiali, anche Marrakech si divide in due parti: la città vecchia ove si trovano la medina con i suoi animati e colorati souk, le principali moschee tra cui la famosa Koutoubia, alcuni antichi palazzi risalenti al periodo saadita e soprattutto la famosissima piazza Djemma el Fna che è il cuore e il simbolo della città; la Ville Nouvelle come al solito costruita dai francesi durante il periodo del loro protettorato.
Qui a Marrakech ci facciamo coraggio e decidiamo di non ricorrere a nessuna guida per la visita della città. Da soli rischiamo senz’altro di non vedere qualcosa di importante, ma visto le deludenti esperienze di Mèknes e di Fès siamo certi che sarà meglio così. Finalmente riusciamo a far capire ed accettare le nostre intenzioni ai nostri autisti e di buon mattino, utilizzando l’auto solo per alcuni spostamenti, iniziamo il giro della città.
Durante il tragitto di trasferimento verso la zona centrale della città abbiamo modo di ammirare parte della imponente cinta muraria che ancora protegge la parte più vecchia e preziosa di Marrakech: costruita in un impasto di argilla e calce color sabbia, è alta dai sei agli otto metri, si sviluppa per circa 10 chilometri e vi si aprono dieci porte monumentali.
Da soli, senza la scorta di Abdul II, visitiamo le Tombe Saadite, poi il Museo delle arti marocchine e infine il Palazzo de la Bahia. Le tombe, che raggiungiamo attraverso uno stretto corridoio, si trovano in alcuni padiglioni inseriti in un piccolo giardino e contengono le salme di 66 membri della dinastia saadita. Districandoci tra le strade di Marrakech raggiungiamo e visitiamo il Museo ospitato dal Palazzo Dar Si Said e contenente collezioni di gioielli in argento, tappeti e ceramiche. Poi passiamo al Palazzo de la Bahia, antica residenza del gran Visir Si’Musa; una serie di padiglioni, separati da giardini e cortili, con sale arricchite da mosaici, bassorilievi e soffitti in legno, tutti decorati con i soliti motivi geometrici e floreali.
In auto raggiungiamo la moschea della Koutoubia, costruita nel XII secolo dagli Almohadi con il suo minareto che ancora oggi è il punto di riferimento più alto e più famoso di Marrakech. Purtroppo come al solito la visita è vietata ai non musulmani e noi dobbiamo contentarci di una breve occhiata esterna. Sempre in auto arriviamo alla Menara, un grande bacino d’acqua costruito nel XII secolo sulle cui sponde sorge un padiglione che i sultani utilizzavano per il loro incontri galanti. Un po’ delusi dalle bellezze architettoniche viste sino ad ora, ci facciamo portare alla piazza Djemma el Fna da dove ci addentriamo nella tanto paventata medina di Marrakech. Anche qui ci sono migliaia di vicoli e vicoletti e allora, per paura di perdersi, decidiamo di seguire la direttrice principale cercando di allontanarsi il meno possibile da essa. E’ l’ora di pranzo e la scarso movimento di persone, nonostante che i bazar e le botteghe siano tutte aperti, ci consente di girellare, guardare, entrare nei negozi, fotografare, senza alcun problema. I venditori ti invitano ad entrare a vedere la loro merce, cercano di convincerti a comprare tutto, ma senza quell’insistenza che tutti, compresa la preziosa guida EDT, ci avevano descritto. Qualcuno ci spiega che le cose sono notevolmente cambiate negli ultimi anni per iniziativa del governo che provvede a punire severamente chi importuna o assilla i preziosi turisti occidentali. Girelliamo senza una meta precisa, ripromettendosi soltanto di percorrere tutta la direttrice principale sino all’edificio di una importante Medersa (scuola coranica). Non riusciremo ad arrivarci mai. Continuamente distratti da qualcosa di interessante finiamo sempre con lo smarrire i punti di riferimento e quindi ci vediamo costretti a tornare indietro. Prima di ritrovarci con gli autisti per la visita ai giardini Majorelle facciamo uno spuntino sulla terrazza di un moderno locale che si affaccia proprio sulla piazza Djemma el Fna.
Questa tanto famosa piazza, durante il giorno, è una anonima piazza parzialmente occupata da alcune bancarelle di agrumi, datteri e mandorle e da una fila di taxi e di carrozze in attesa di clienti. Niente di più. Leggiamo che il bello verrà dopo il calare del sole e quindi ci torneremo più tardi.
In auto andiamo ai Giardini Majorelle situati poco fuori della cinta muraria e creati negli anni venti dal pittore francese Jacques Majorelle. Passeggiamo lungo piccoli vialetti avvolti in un intrico di vegetazione tropicale con alcuni giganteschi esemplari di piante grasse e un delizioso laghetto quasi completamente coperto dalle foglie e dai fiori delle ninfee. In un angolo del giardino sorge un edificio, un tempo studio del pittore e oggi sede di un museo di arte islamica, dipinto di un azzardato colore blu vivo che viene esaltato dal verde della vegetazione che lo circonda. Rinfrancati da questa breve visita ci facciamo riportare nel cuore della città per un’altra passeggiata nella medina alla disperata ricerca di cose da comprare: scatole in legno di tuia, pugnali berberi, bastoni da passeggio, borse e così via. L’ora del tramonto si avvicina e allora ritorniamo sui nostri passi per ritrovarci di nuovo in piazza Djemma el Fna. E così, mentre sopraggiunge il buio, abbiamo modo di vederla animare come per incanto da un a serie di piccole trattorie ambulanti che cucinano spiedini e pesce fritto e soprattutto da un movimento continuo di capannelli di persone che si formano intorno a saltimbanchi e danzatori, venditori di tutto e di niente, maghi e cartomanti, musicisti, sciamani, tremendi monconi di uomini, incantatori di serpenti, cantastorie, mendicanti, madri con bambini sporchi e affamati, finti dentisti. Tutto questo nella sola disperata speranza di guadagnare qualche dirham per arrivare almeno fino a domani.
Forse sono stanco e resto un po’ sconcertato da questo immenso spettacolo di vita. Tante domande mi girano per la testa. Vorrei continuare ad aggirarmi nella piazza per osservare meglio e capire qualcosa di quello che sta succedendo, anzi di quello che succede qui un giorno dietro l’altro, e magari tornare domani sera e poi ancora dopo domani per poter assaporare pienamente il fascino misterioso di questo luogo. Ma è tardi, è buio, siamo stanchi, affamati, sconcertati…… e allora salutiamo Marrakech, la sua medina, i suoi colori e, dai nostri Abdul ci facciamo condurre in albergo.
Mi consolerà leggere poi, in uno struggente articolo della giornalista tedesca Lottemi Doormann, che questa sensazione di delusione è normale. Infatti “…ma scoprirò presto che non basta abbandonarsi ad un epidermico bagno di folla, stordirsi ai richiami degli imbonitori, cedere alle mille lusinghe di un luogo unico perché diverso da tutto; passeranno giorni prima di poter intravedere anche un solo barlume della verità che regna in questa piazza. Forse in nessun altro posto del Marocco, come a Marrakech, è così inteso il senso di estraneità con cui la seducente città esotica accoglie i visitatori frettolosi, rifiutandosi di svelare i propri segreti……..Ed è un peccato perché Marrakech, la vera Marrakech dai sette volti, si lascia conoscere solo se si impara a viaggiare nel tempo. E per tempo intendo quello islamico, non quello scandito dal frenetico ritmo occidentale. Tempo per gettarsi alle spalle l’irritazione degli sguardi onnipresenti e delle seccature incessanti, il tempo per salire su un traballante veicolo dopo aver mercanteggiato son sette vetturini e per smarrirti nel labirinto della Medina……..Finchè io dimentico tutto, il tempo, l’estraneità che qualche giorno prima mi aveva esclusa e un po’ ferita. E, quando mi alzo e mi accingo a tornare in albergo, il vecchio mi guarda e mi dice: A’ demain.”
E allora ciao Marrakech, ciao piazza Djemma el Fna, piazza del Nulla, alla prossima! Inch’Allah!
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VERSO L’OCEANO ATLANTICO
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Il viaggio si sta avviando alla conclusione. Ci restano un paio di giorni che volutamente avevamo lasciato in bianco per riservarci la possibilità di stabilire al momento opportuno che cosa farne. L’alternativa più interessante sarebbe quella di scendere fino a Taroudannt e Agadir, visitare la zona di Tafraoute e di Tiznit e poi risalire tutta la costa Atlantica fino a Casablanca passando per Essaouira. Ci rendiamo conto che per realizzare tranquillamente questo percorso sarebbero necessari almeno un paio di giorni in più e allora., con il sollievo dei nostri autisti, rinunciamo al progetto e decidiamo di spendere le due notti per riposarci nella cittadina di Essaouira.
Il trasferimento da Marrakech a Essaouira si svolge tranquillamente sotto un cielo ancora sereno, lungo i 180 chilometri di strada pianeggiante. Prima molti vigneti, ulivi ed eucalipti; poi distese infinite di terreno secco e pietroso, appena punteggiato qua e la da pochi cespugli. Greggi di pecore e montoni. Piccoli villaggi di casette ocra che quasi si confondono nel paesaggio assolato. Man mano che ci avviciniamo al mare aumentano gli ulivi e vicino ad ogni casetta vediamo mucchi di olive verdi e nere in attesa di essere passate al frantoio. Caratteristica della zona è anche la coltivazione della argania, un frutto dal quale viene spremuto un olio alimentare. L’unica cosa degna di nota nelle poche e squallide cittadine che attraversiamo, è il colore dei portici che fiancheggiano la strada, occupati come al solito da una fila continua di botteghe: sono interamente imbiancati a calce e rifiniti con uno zoccolo di circa un metro fatto di lucide mattonelle celesti. Finalmente dall’alto di una collinetta vediamo a pochi chilometri da noi l’elegante ammasso di bianche casette di Essaouira che da un promontorio sulle rive dell’oceano, si spargono a raggiera verso l’interno.
Essaouira venne fondata nel XVI secolo dai portoghesi che ne fecero un importante avamposto dotandola di imponenti bastioni tutt’oggi esistenti e poi la abbandonarono verso il 1750. L’odierna struttura della cittadina risale comunque al 1765 quando un sultano la ricostruì interamente per usarla come fortezza nella lotta contro Agadir.
In mancanza delle abituali prenotazioni in lussuosi alberghi a 4 stelle, qui dobbiamo contentarci del modesto, ma dignitoso e tranquillo, Hotel Sahara, situato appena fuori delle mura proprio vicino all’ingresso dei souk. Arriviamo a piedi sino al porto dove, su uno spiazzo proprio sul mare animato dal volo e dalle grida di grossi gabbiani, ci sediamo a uno dei grandi tavoli comuni già apparecchiati, per gustarci una splendida grigliata di calamari, sarde, sogliole e gamberetti. Ci adeguiamo con simpatia all’usanza di trattare il prezzo del pesce prima di mangiare: se il prezzo richiesto sembra troppo elevato, e non c’è cliente che non lo trovi tale, inizia la commedia della solita trattativa che si conclude quasi sempre con un accordo bilaterale sia sul prezzo, spesso invariato, che sulla quantità del pesce, aumentata. Trattative a parte, ci facciamo una mangiata di gusto e poi andiamo a riposarci nelle fresche camere dell’Hotel Sahara. Abituati ai fasti dei 4 stelle, Alberto e Ornella cominciano già a dare segni di disagio e si lamentano – peraltro giustamente – per l’umidità che c’è nella loro camera. Grazia si sente stanca e strana; si misura la febbre: 39 e uno! Anche lei alla fine ha ceduto alla maledizione del deserto marocchino! Sotto con la Tachipirina.
Seduto vicino alla finestra nella penombra della camera rifletto sul senso di questa sosta. Anche questo fa parte del gioco del viaggio e quindi bisogna trovarvi il lato positivo, come dice Maharishi, filosofo indiano: “se il destino ti dovesse porgere un limone, preparati con questo una limonata!”. Approfitto della sosta forzata per completare il diario e terminare di leggere “Creatura di sabbia”, il romanzo ambientato in Marocco di Tahar Ben Jelloun che tratta della condizione della donna. Ascolto voci straniere che giungono dalla strada, il richiamo alla preghiera del muezzin dal minareto vicino e, strano ma vero, il suono di due campane. Riesco così a tenere lontano il vago senso di tristezza e di provvisorietà che ti assale in questi frangenti. Grazia continua ad avere la febbre alta accompagnata da nausea e diarrea e prende a forza una tazza di tè caldo. Io esco con Alberto e Ornella per cenare ad un tavolo all’aperto sulla piazzetta centrale di Essaouira, frequentata da un discreto numero di arabi e berberi e da qualche turista.
Grazia trascorre una notte agitata, tra febbre alta, nausea, scariche intestinali, grandi sudate e infine un improvviso svenimento in bagno che mi fa prendere una grossa paura: sento un tonfo sordo e la trovo sul pavimento, priva di sensi, attorcigliata tra la vasca e la tazza del wc. Si riprende, mi guarda e non riesce a rendersi conto di come e cosa le sia successo. Rinforziamo le dosi delle medicine e, grazie a Dio, al mattino sta un po’ meglio.
Sistemato Grazia che, ancora debole, resta a letto, io, insieme ad Alberto e Ornella e la mia fremente macchina fotografica, esco per le stradine di Essaouira. Questa cittadina si rivelerà come uno dei posti del Marocco tra i più ricchi di spunti fotografici e quindi cerco di non lasciarmi sfuggire le decine di occasioni che incessantemente mi si propongono davanti. Per le strada c’è un discreto movimento di persone, sia uomini che donne. Gli uomini giovani sono vestiti all’occidentale, ma quelli anziani e soprattutto i vecchi indossano ancora i loro tipici burnus bianchi, celesti, grigi. Le donne mi colpiscono particolarmente per i loro lunghi vestiti colorati che creano spesso un irresistibile contrasto cromatico con il bianco accecante dei muri delle case interrotto dai vivi colori delle porte di ingresso. Molte le donne con il volto coperto; tante quelle vestite interamente di bianco: un candido e ampio vestito lungo sino ai piedi, una mantella dello stesso colore che copre testa e fronte e le avvolge sino alla vita e infine il triangolo del viso coperto sino agli occhi da un fazzoletto nero. Qualcuno ci dice che tale modo di vestire viene usato dalle vedove, ma ce ne sono troppe e ritengo che sia una informazione errata. Alla fine della strada principale mi trovo nel mellah, il quartiere ebraico, dove vivono gli ebrei che costituiscono il 25% della popolazione di Essaouira. Ancora una volta osservo con piacere che qui in Marocco la convivenza tra ebrei e musulmani è completamente pacifica e tranquilla, lontana anni luce da quello che ci dicono nei mitici luoghi della Terra Santa. Da solo mi aggiro tra gli animatissimi souk alimentari, con i soliti banchi pieni di frutta e ortaggi, spezie colorate e erbe medicinali, verdissimi fasci di piantine di menta, cosce di montone e di pecora, polli vivi e infine, nel reparto del pesce, tonni, sarde e lunghissimi pesci sciabola. Capito poi nel souk degli orefici dove decine e decine di piccole botteghe espongono braccialetti, orecchini e collane in argento. In un cortile interno, attorniata da spettatori interessati, si svolge una specie di vendita all’asta di stracci e vestiti usati. All’ingresso delle moschee, nell’interno delle quali riesco appena ad intravedere i fedeli che pregano seduti per terra, stazionano mendicati in attesa di qualche elemosina.
Il nostro albergo è vicino alla zona dei souk e così spesso vado a controllare le condizioni di Grazia. Alla fine della mattinata sta molto meglio e parla già di uscire nel pomeriggio.
Noi torniamo al porto per fare il bis della mangiata di pesce di ieri. Oggi scegliamo una rossa granceola insieme ai soliti gamberetti e calamari. Dopo il pranzo assistiamo ad una interessante vendita all’asta del pesce appena tolto dalle reti: in un grande edificio coperto, stesi ordinatamente su ampie piattaforme rialzate in cemento circondate da probabili acquirenti, stanno tonni, pesci sciabola, orate, gronghi enormi, triglie, scorfani e gallinelle mentre un banditore grida il prezzo di ogni singolo lotto. Lasciamo il porto e, prima di andare a riposare, ci beviamo un caffè ad uno chalet lungo la spiaggia che si estende verso sud. Nel pomeriggio anche Grazia rischia una breve sortita per avere un idea dei souk e poi ci scateniamo in acquisti di scatole, scatoline, bauletti, portacarte, cornici e scacchiere in legno di tuia, specialità del posto. Visitiamo le decine e decine di botteghe di artigiani che si trovano per le strade di Essaouira fino a quelle aperte all’interno dei bastioni portoghesi. Si fa buio, torniamo a prendere Grazia, ormai quasi completamente e miracolosamente ristabilita, e ceniamo in una tipica trattoria al lume di candela. Salutiamo Alberto e Ornella che hanno cambiato albergo e ce ne andiamo a letto.
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RITORNO A CASABLANCA
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Dopo una breve passeggiata sui bastioni di Essaouira per fotografarci sugli antichi cannoni che ancora vi stazionano con le bocche rivolte verso l’oceano, iniziamo l’ultimo tragitto in auto fino a Casablanca.
Salvo una breve sosta in un frantoio lungo la strada per assistere alla macina delle olive fatta da un povero dromedario bendato, facciamo una lunga tirata sino a El Jadida, anche questa nata come fortezza portoghese dal XVI al XVIII secolo. Visitiamo la Città Portoghese, una medina quadrata sul mare interamente circondata da alti bastioni, dai quali, nonostante sia mezzogiorno, osserviamo l’oceano avvolto in una delicata nebbia che consente di vedere a malapena le barche dei pescatori ormeggiate sotto di noi.
In vena di grandezze, offriamo l’ultimo pranzo ai nostri fidi autisti in una semplice trattoria, seduti ad un tavolo all’ombra di un albero nella piazza principale di El Jadida, dove ho la fortuna di gustare il piatto più buono dell’intero viaggio: una deliziosa e bollente tajina di gamberetti e calamari, cotti in un sughetto di limone e insaporiti con foglie di prezzemolo e di menta. Favolosa!
Torniamo velocemente alla Città vecchia per visitare la famosa Cisterna Portoghese. Si tratta di una cisterna costruita dai portoghesi per la raccolta dell’acqua piovana. L’interno, grazie alla luce che proviene dal grosso buco nel soffitto e alla poca acqua che c’è sul pavimento, offre una serie di suggestivi riflessi degli eleganti pilastri che con una serie di nervature sorreggono il tetto.
Lasciamo anche El Jadida e ci dirigiamo definitivamente verso Casablanca, dove arriviamo verso le 17 tornando all’hotel del primo giorno. Passeggiata lungo una strada principale sino alla Place Mohammed V caratterizzata da una grande semisfera in vetro che nasconde l’ingresso del sottopasso pedonale, ultima cena internazionale – niente a che vedere con la tajina di ieri – e poi in camera per l’arduo compito di far entrare nelle valigie tutti gli oggetti acquistati, bicchieri da tè e panchetti compresi!
Al mattino successivo, appuntamento alle 10.30. Ne approfittiamo per visitare almeno una piccola parte della medina di Casablanca. Vi arriviamo a piedi, in piena tranquillità. Ci addentriamo nei vicoli più vicini cercando di non perdere le tracce. E’ domenica mattina, ma le botteghe sono tutte aperte: qui non esistono giorni festivi. Siamo gli unici turisti ma ormai ci sentiamo di casa; magari cercando di non dare nell’occhio fotografiamo tutto e tutti; come al solito nessuno ci importuna facendoci così rimpiangere ancora una volta il fatto di aver visitato le medine di Mèknes e di Fès con l’aiuto, inutile e costoso, di una guida ufficiale.
Ultimo tragitto fino all’aeroporto. Saluti gli autisti e al bravo Ford Transit che in quindici giorni ci ha scarrozzato senza problemi per oltre 3.200 chilometri per tutto il Marocco, e volo tranquillo sino a Roma dove arriviamo in perfetto orario.
Pienamente soddisfatti dell’esperienza marocchina immortalata in oltre 30 pellicole fotografiche, tre cassette di videocamera e due cassette audio, salutiamo con una punta di malinconia i nostri compagni di viaggio Alberto e Ornella, promettendoci però di ritrovarsi al più presto per una nuova, appassionante esperienza: India, Giordania o Capo Nord ?
Vedremo; ma comunque e soprattutto: “ INCH’ALLAH” .