La città dei contrasti

Racconto di viaggio in Marocco

Angela Iantosca

angela@mediumsrl.it

Tempo fa un amico mi ha detto che non è necessario partire per “conoscere” il mondo, che grandi poeti e letterati hanno descritto mondi fantastici senza mai muoversi dalla propria stanza… Parole giustissime – almeno così credevo -, ma poiché io sono un po’ come San Tommaso (se non vedo non credo!), ho deciso di prendere l’aereo e trascorrere 6 giorni a Casablanca. E devo dire che ora non sono più d’accordo con le sue parole… Vediamo se riesco a farvi venire la voglia di volare nel Continente Nero!
Prima di imbarcarmi in questa avventura, ovviamete, ho “studiato”: la capitale del Marocco è Rabat; le lingue parlate sono il francese e l’arabo; la moneta è il dhiram (ad 1 euro corrispondono 100 dhiram, circiter); le religioni professate sono quella musulmana, quella ebraica e quella cristiana; i periodi migliori per visitarlo sono maggio-giugno e settembre-ottobre, quando di giorno ci si abbronza facilmente e la sera si può uscire anche sbracciati; c’è un fuso orario di 2 ore, il viaggio ne dura 3 e le compagnie per raggiungerlo sono l’Alitalia e la Royal… Se in agenzia vi dicono che la compagnia marocchina è poco sicura, non dategli credito: tutti me l’hanno consigliata perché affidabile ed economica!

Arrivo ore 10,25
Sbrigate le formalità di rito alla dogana dell’aeroporto intitolato a Mohammed V (giovane re di 42 anni salito al trono nel 1999), mi avvio all’uscita con la mia valigia piena di abiti (un consiglio: portate jeans, scarpe da ginnastica e qualche maglietta di ricambio per il giorno. Se la sera dovete andare per locali, portate gonne o pantaloni, anche eleganti e sandali per non sfigurare con le ragazze del posto che sono vestite all’ultima moda, ben truccate e curate nei particolari).
Per prima cosa fate attenzione a chi si avvicina offrendosi di portarvi il bagaglio o accompagnarvi alla sortie (l’uscita): ovviamente non lo fanno perché sono dei cavalieri, ma per denaro! Io ci sono cascata subito, ma me la sono cavata con 2 euro (per il cambio dei soldi, vi informo che lo potete effettuare al vostro arrivo a Casablanca o in qualsiasi banca della città, chiuse il lunedì mattina e negli altri giorni aperte dalle 8,30 alle 11,30 e dalle 14,15 alle 17). Arrivo finalmente all’aperto dove mi devo incontrare con il mio ospite, un amico italiano che vive lì da più di 10 anni: siamo a fine aprile eppure il sole “brucia” ancor di più di quello dell’estate italiana, e il venticello è come se ti avvolgesse con il suo calore. Il mio “gancio” (come direbbe la Carrà) mi aspetta con un cartello su cui ha fatto scrivere in arabo: Angela la giornalista! Saliamo sul suo fuoristrada e partiamo per Casablanca, che si trova a 20 minuti dall’aeroporto. La strada è costeggiata da un’area desertica e da qualche eucalyptus. Poca gente per strada, alcuni in abiti occidentali ed altri con il capo coperto da un velo. Le note di una tipica musica locale mi introducono nell’atmosfera marocchina.
Arrivo in città
Casablanca è una metropoli di cui non si conoscono né i confini né il numero degli abitanti: è un crogiolo di razze, di mentalità, di ricchi (pochi) e di poveri (molti), una città dai forti contrasti e dagli accostamenti arditi, anche nell’edilizia. Camminando per le strade, ti capita di vedere palazzi moderni e lindi affiancati da edifici fatiscenti o completamente abbandonati. Il colore dominante è il bianco. Guardandola dall’alto poi, la cosa che ti colpisce sono le antenne paraboliche: centinaia di antenne accostate le une alle altre si stagliano sul cielo marocchino, mentre il sole tramonta alle loro spalle. Ma perché ce ne sono tante? “Anche se sarebbe sufficiente una sola antenna per ogni palazzo – mi spiegano -, la gente ha deciso di metterne una per ogni appartamento… Rinunciano a tutto ma non alla parabola!”.
Volgendo lo sguardo in un’altra direzione (siamo nel centro della città), poi, vedo due torri che rievocano in me ricordi inquietanti.
“è il Twin Center, il centro commerciale: quando si sono verificati i fatti dell’11 settembre qui la gente ha iniziato a dire che i kamikaze, prima di andare a New York, si “esercitavano” proprio lì!”. Ovviamnete è una leggenda metropolitana. Il Twin Center è un centro commerciale enorme in cui puoi trovare di tutto: dal prodotto tipico alle grandi firme europee, dalla banca, al ristorante.
Il traffico
L’arteria principale, che porta nel cuore della città, è trafficatissima soprattutto in due momenti della giornata: alle pre 12 e alle 17. Se capitate a quell’ora, ma anche se vi capita di attraversare la strada in qualsiasi altro momento della giornata, state sempre molto attenti agli automobilisti. Dovete sapere, e questa è stata la prima lezione che mi è stata impartita, che il pedone non ha nessun diritto, neanche sulle strisce pedonali e neanche quando è verde! Anche chi guida deve fare molta attenzione… regole non ce ne sono e, da un momento all’altro, può sbucare qualcuno che vi supera a destra o che procede a zig zag nel traffico.
Altra particolarità: i parcheggi.
Non ci sono parcheggi a pagamento o, per meglio dire, non ci sono le strisce blu. Si può parcheggiare ovunque, anche sul marciapiede, o sul marciapiede all’angolo della strada: nessuno vi farà una multa perché a “proteggere” le vostre macchine ci sono i posteggiatori, abusivi ovviamente! Per ogni tratto di strada ce n’è uno, di solito provvisto di sedia; a loro puoi lasciare anche le chiavi dell’auto per spostarla in caso di necessità. Alla fine della serata o quando esci, basta lasciargli qualche moneta, per ricompensarlo e fartelo amico.
L’ospitalità
Come parametro di ospitalità, di solito, noi italiani facciamo riferimento alla gente del sud perché generosa e sempre disposta ad ‘aggiungere un posto a tavola’. In Marocco ancor di più. Ho avuto la fortuna di trascorrere intere giornate con persone che conducono una vita serena, senza preoccupazioni di tipo economico, ma la loro gentilezza è andata al di là del puro aspetto materiale, tanto da farmi sentire a casa tra persone che conoscevo da appena due giorni! Stando a tavola con loro, poi, ho scoperto il piacere della cucina locale. A far da padrona è la verdura cruda (carciofi, funghi, insalata, pomodori finocchi) a cui si aggiungono il pesce (triglie, pesce azzurro) pescato nell’Oceano Atlantico (su cui si affaccia Casablanca) e la carne (agnello e montone). I dolci più caratteristici? Sono dei biscotti fatta con diverse paste di mandorle. E il cous cous? Anche se me lo hanno preparato, mi hano fatto notare che non è un piatto tipico del Marocco. Lo diventa se lo si condisce con carne di montone. Viene servito in un grande piatto posto al centro del tavolo da cui ognuno può mangaire direttamente. Al centro vengono disposte le verdure cotte (carote, patate) e la carne. A latere, le salse. Il tutto innaffiato da vini locali e, per chi volesse assaggiare, da una bevanda particolare, simile allo yogurt acido. Un po’ forte come sapore, ma ve lo consiglio!
La bonne
Quel 2% di popolazione benestante che vive a Casablanca ha in casa una o più donne marocchine che si occupano di tutto, dalla pulizia della casa alla cucina al servire in tavola. Le chiamano bon: sono srvizievoli e sorridenti e sanno cucinare molto bene!
Le petit taxi
Per spostarsi potete servirvi de ‘Le petit taxi': dei taxi di colore rosso (di solito si tratta di Fiat Tipo, Uno o Ypsilon, e Peugeot 105, vecchio modello) che sfrecciano per le strade della città, dai cui confini non escono mai. Gli interni sono neri, in simil pelle e la musica, neanche a dirlo, è quella marocchina! Gli autisti parlano solo francese e arabo. La cosa curiosa è che non dovete indicare loro il nome della strada, ma la zona in cui portarvi.
L’Oceano
In una giornata di sole, dopo pranzo, sono andata sulla spiaggia dove c’erano tanti ragazzi: alcuni giocavano a calcio, altri camminavano, alcune ragazze prendevano il sole, alcune in jeans e maglietta, altre con il velo. E durante l’estate? Il mio amico mi dice che non ci sono restrizioni e che le ragazze si mettono anche in costume.
E forse è proprio questa la cosa più interessante della città: non c’è nessun tipo di chiusura mentale, nessun tipo di ‘fondamentalismo’. Ma ciò che si nota è integrazione, apertura. Parlando con un ragazzo musulmano, Alì, ho “scoperto” che proprio per questo i marocchini preferiscono visitare il Sud America o l’Africa, piuttosto che l’Europa, perché nel nostro continente riscontrano sempre troppe chiusure e stereotipi contro cui lottare. Ed è vero: la prima sera ho partecipato ad una festa ebraica alla quale erano presenti ebrei, musulmani e cristiani, italiani, francesi e marocchini e si parlava in inglese, italiano e francese: una cosa del genere è difficile che capiti da noi. Quando vivi in questi contesti, quando ti rendi conto che veramente siamo tutti uguali, che tutti amiamo vivere, ridere, mangiare e bere, quando ascolti storie di persone che vivono a 2000 km di distanza e ti rendi conto che sono storie di vita simili alle tue, allora ti domandi come sia possibile, non dico la guerra, ma che ancora la gente in metropolitana guardi con diffidenza le persone di colore o i vu cumprà agli angoli delle strade… Ma questa è un’altra storia…
La moschea
E’ la terza moschea più grande del mondo. Può accogliere 25mila persone ed è stata realizzata tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90. Gli architetti e tutti coloro che vi hanno lavorato erano musulmani. Le visite si svolgono tutti i giorni alle 9, alle 10, alle 11 ed alle 14. Il venerdì (giorno di preghiera dei musulmani) è chiusa. Il costo del biglietto è di 150 dhiram (15 euro). La moschea, in parte, è stata costruita sull’Oceano. I colori dominanti sono il verde dei mosaici e il colore della sabbia. Entrando (ricordate che si devono togliere le scarpe) si rimane senza fiato, non tanto per la bellezza quanto per la grandiosità dell’ambiente in cui spiccano i lampadari di Murano, il soffitto in cedro e i lucidi pavimenti in marmo (che sono anche riscaldati). Il soffitto, in caso di necessità, viene aperto, in modo da garantire una maggiore aereazione e da mostrare ai fedeli in preghiera il cielo. La zona delle donne è separata da quella degli uomini. L’intera struttura è antisismica, nonostante Casablanca non sia una terra soggetta a terremoti. Sotto la zona di pregheira, ci sono le sale per le abluzioni, che possono ospitare fino a 1500 persone (l’abluzione è un rito di purificazione del corpo prima della preghiera); per ragioni turistiche, poi, è stata realizzata un’area con le tre tipologie di terme romane: il frigidarium, il tiepidarium ed il caldarium. Uscendo dalla moschea, si nota una grande struttura costituita da due ali: si tratta della biblioteca che non è stata mai messa in funzione.
Il contrasto
La cosa che colpisce di più, tuttavia, è la Casablanca che si trova a ridosso della moschea: la vera Casablanca, la medina, la città vecchia, dove vive un numero imprecisato di persone accatastate le une alle altre. Le case sembrano fatte di fango e dalla strada si intravedono degli stretti cuniculi e delle stanze piene di oggetti. Attraverso questa zona in moto: nonostante la velocità, arriva alle mie narici un odore forte. Sulla strada, poi, si vede le marchet (il mercato): non immaginate il classico mercato con le bancarelle. Qui gli oggetti sono in vendita direttamente sul selciato della strada (che non ha una vera e propria pavimentazione, ma che è formato da terriccio polveroso). Mi colpisce l’immagine di una vecchia avvolta nel suo abito tradizionale variopinto che, in attesa dei clienti, sferruzza qualcosa per i suoi nipotini. Sulla sua “bancarella” c’è una banana marcia, una radiolina, un orologio che probabilmente non funziona più. Sempre qui ci sono baracche in cui si realizano sedie di paglia e legno (tutte uguali), mentre agli angoli delle strade giovani marocchini trainano dei carretti su cui sono disposti limoni, banane, fragole… Proseguendo il giro in moto, vedo emergere da un muro bianco cataste di oggetti di ogni tipo. Cerco di sbirciare: “fino a poco tempo fa da qui passavano tutti gli oggetti contrabbandati. Qui puoi trovare veramente di tutto – mi spiega la mia guida -: un computer portatile di ultimo grido lo trovi anche a 500 euro!”.
I muri bianchi
Immaginate di camminare lungo una via in cui ci sono dei palazzi, quando ad un certo punto sulla vostra destra trovate un lungo muro bianco, dal quale ogni tanto escono dei bambini o verso il quale ne corrono degli altri. Al di là del muro non si vede niente. Che cosa sarà? “A Casablanca i terreni costano moltissimo. Se non si costruisce subito, il proprietario rischia di svegliarsi una mattina e trovarlo occupato. Una volta che della gente ha preso possesso di una terra, qui è difficile mandarla via. Spesso innalzano in men che non si dica delle casupole nelle quali vanno a vivere in almeno 30 persone! Per sicurezza, allora, vengono innalzati questi muri per recintare l’area e proteggerla… anche se spesso all’interno vivono delle persone”.
L’hammam
E’ difficile trasmettervi le sensazioni provate, ma per farvi capire la portata dell’esperienza, vi posso dire che il viaggio a Casablanca vale anche solo per l’hammam!
Tanto che, quando sono uscita, e mi hanno chiesto “How do you feel?” (come ti senti?), io non ho potuto che rispondere: “Like a queen!” (come un aregina). L’hammam, meglio conosciuto come bagno turco, è una pratica che viene da lontano e che affonda le proprie radici nel mondo greco e romano. È il luogo delle elezioni delle donne e degli uomini arabi che ricreano i propri rituali igienici ed estetici, terapeutici ma soprattutto sociali. Per un’ora e mezza di trattamento spendete solo 250 dhiram (25 euro). Uomini e donne sono separati. Ed ora abbandoniamoci al rito! Una donna, l’unica che conosceva qualche parola di inglese, mi ha portata in una sala calda, umida, illuminata da luci soffuse provenienti da lampade in ferro battuto e vetri colorati. Mi ha fatto spogliare, mi ha spalmato un unguento per ammorbidire la pelle e mi ha fatto stendere in una sala per il bagno turco. Dopo 10 minuti, durante i quali mi ha invitata a dormire o a rilassarmi totalmente, è iniziata la pulizia vera e propria. Sempre con lo stesso unguento e con un guanto di crine, delle donne dalle mani energiche ma delicate, mi hanno strofinato la pelle, facendomi ritornare bambina! Dopodiché siamo passati al massaggio che mi ha riconciliato con il mondo e con me stessa: con mani sapienti, una donna dalle forme abbondanti, ha rilassato tutti i miei muscoli arrivando a massaggiarmi anche i capelli…
No photo
Una cosa che ho riscontrato è stata la difficoltà nel fare le foto. Anche quando le scattavo ai palazzi, agli edifici e non alle persone, sentivo sempre qualcuno che mi richiamava. In alcuni casi ho fatto finta di non sentire. In altri ho fatto finta di cancellare le foto. Quando dicevo di essere una giornalista, poi, ancora peggio… Meglio dire “Je ne parle francais!”.
Il mercato
Come tutti, anche io mio sono fatta prendere dal fascino dei mercati locali, un tripudio di colori e di oggetti fatti a mano: saldali di cuoio, vestiti tipici, posaceneri, lampade in ferro battuto, cappelli, tappeti… E come tutti ho comprato qualcosa anche io, perché il rapporto qualità prezzo è ottimo, soprattutto per noi occidentali…almeno lì l’euro è forte! Quando ho dato a mia sorella i sandali che le avevo comprato, la prima cosa che ha detto è stata “che puzza”… per me, invece, quell’odore è profumo: è odore di spezie, di incenso, di cuoio, di terra, di sole cocente, di vento, di dolci, di sapori locali… E ogni volta che sento quell’odore mi emoziono…
L’alcol
Nonostante il Marocco sia un paese musulmano, c’è un consumo di alcol superiore rispetto all’Italia. La movida di Casablanca
Casablanca di giorno è caos, rumori, musica, gente per strada, macchine che corrono, motorini (l’unico tipo che vedi è il Sì, di solito guidato da un marocchino che porta dietro una donna sempre troppo grassa per essere contenuta dal sellino!), polvere, sole. La notte è vento dall’Oceano, calma apparente, silenzio. In realtà la gente è nei locali per i quali non esistono giorni di chiusura, l’unico periodo di chiusura è quello del Ramadan. E allora si mangia e si beve per tutta la notte. E si canta, si balla. Una sera sono andata in un pub di giovani e mi sembrava di essere a Roma o forse a Dublino, se non fosse stato per i diversi fonemi linguistici: la musica era la stessa, l’atmosfera la stessa. Il proprietario del pub, un ragazzo sui 35, era nato e cresciuto a Parigi dove, come professione, faceva il poliziotto. Stanco di inseguire i delinquenti, ha deciso di aprile un locale a Casablanca e dedicarsi alla sua passione, i cocktail! Nello stesso locale, quella sera, ho visto una donna bionda, alta, bellissima: il mio accompagnatore, Alì, me l’ha indicata e mi ha rivelato che quella donna, in realtà, finché era vissuta in Europa, era stata un uomo e che era amica del regista Almodovar… ecco, Casablanca è anche questo: un insieme infinito di persone e personalità, una giostra in un carnevale che non sembra possa mai finire.
Dopo quel locale, ho proposto io: facciamo un giro nei “bassifondi” della città. Detto fatto.
Per prima cosa siamo andati al Manhattan, un locale vicino alla costa (dove trovi anche il Mc Donald’s): dopo una chiacchierata con il proprietario (che quando ha capito che preferivo le conversazioni in inglese ha fatto di tutto per farmi sentire a mio agio parlando addirittura in italiano) e un cocktail, siamo passati all’Armstrong. Ingresso gratuito e consumazione facoltativa. Ovviamente verso le 3 erano ancora poche le persone sobrie! La bellezza del locale? La gente, tantissima, e la musica dal vivo: musica internazionale, da Sting ad Aretha Franklin. Terza tappa, una domenica sera, Le Balcon, il night club più vecchio di Casablanca. Ingresso vietato ai minori di 16 anni. L’unica cosa che mi hanno detto: non ti stupire di niente, ti spieghiamo noi ogni cosa. L’atmosfera è quella tipica dei night club (quando l’ho visto mi ha fatto pensare ad uno di quei locali d’appuntamenti che a volte si vedono in alcuni episodi della serie Derrick): luci rosse e soffuse, musica marocchina con incursioni anche della disco music. Età media degli uomini: 60. Per lo più gente ricca accompagnato da bellissime ragazze, “prostitute” – mi fanno notare. Forse gli unici tre “normali” siamo noi! E anche questa è Casablanca…