Air Tenere, le piste del silenzio

Racconto di viaggio in Nigeria

Davide

Prefazione
Ancora una volta partiamo per un’immersione totale, anche se solo per una decina di giorni, nell’amatissimo deserto del Sahara. La brevità del viaggio è dovuta al fatto che a casa lasciamo il nostro piccolo Luca di nove mesi; dieci giorni possono essere pochi per un viaggio di questo genere, ma possono risultare anche molto lunghi senza il nostro piccolo cucciolo d’uomo.
Vi lasciamo immaginare la bonaria ironia di colleghi e amici (solo quelli a cui i viaggi non suscitano alcun interesse) sul nostro strano modo di fare le vacanze. Com’è possibile passare le ferie in un ambiente così selvaggio e ostile, quando nel mondo ci sono tanti posti più belli, comodi e divertenti ??.

Se si sfogliano le pagine di un atlante e ci si sofferma sull’Africa Settentrionale, ci si rende subito conto dell’enorme estensione del deserto del Sahara; una regione geografica gigantesca, un mondo ancora poco conosciuto nonostante il dilagare planetario del turismo di massa, che fortunatamente si dirige verso altri lidi.
Il deserto è tutto e nulla; il deserto ti fa dimenticare che esiste un’altra realtà da qualche parte. Questi spazi inimmaginabili a volte sono troppo grandi per essere compresi da chi come noi vive ammassato nelle nostre città; il tempo che scorre in un’altra dimensione, questi silenzi mai provati, il respiro del vento, il poco o nulla a disposizione che diviene il tutto invita alla riflessione sul troppo che abbiamo. Nel deserto si ha solo bisogno dello stretto indispensabile e non del superfluo.
Più che un viaggio in un luogo esotico e lontano, diventa un viaggio all’interno di noi stessi.
Note sul paese
La meta del nostro viaggio è il NIGER e più precisamente il massiccio montuoso dell’AIR e le dune del Ténéré che, in continuo movimento e spinte dal vento, qui vi si addossano.
Il NIGER, privo di sbocchi sul mare, è per dimensioni il secondo paese dell’Africa Occidentale (pari a quattro volte l’Italia) ed uno dei meno popolati.
Nella parte settentrionale del paese si riscontra dapprima una fascia climatica prettamente arida, con caratteristiche di deserto e predeserto; in prossimità delle aree più meridionali si comincia a risentire degli effetti di un clima megatermico umido con caratteristiche di savana. Il passaggio tra queste due aree climatiche avviene molto gradatamente tramite quella fascia di raccordo conosciuta come Sahel.
A questa distinzione climatica, corrispondono vari gruppi etnici diversi tra loro con attività economiche ben differenziate: da una parte le etnie sedentarie dedite all’agricoltura e dall’altra le etnie nomadi dedite all’allevamento.
Nella zona meridionale circostante il fiume Niger, che dà il nome a tutto il paese, si concentra la quasi totalità della popolazione. Qui le precipitazioni medie sono di 350 ¸ 400 mm annui e segnano il limite dell’agricoltura possibile senza bisogno di irrigazione; le principali colture sono quelle cosiddette alimentari di base come miglio, sorgo, riso e quelle introdotte più recentemente come arachidi e cotone.
Le etnie sedentarie presenti nella regione meridionale del paese si distinguono in tre gruppi principali: SHONGAI e ZARMA nella parte occidentale, gli HAUSSA nella parte centro-meridionale ed i KANOURI nell’estremità orientale ai confini con il Tchad.
I nomadi occupano le zone settentrionali desertiche e sono rappresentati: dai TUAREGH, concentrati nel massiccio dell’AIR, dai TEBU sparsi nella parte orientale del paese fino alle oasi meridionali del grande Erg di BILMA e nelle vicinanze del TERMIT. Infine dai PEUL e BORORO che si spostano in tutto il territorio nigerino che va dalla parte sud-occidentale dell’AIR all’intera zona meridionale del paese fino ai confini con la Nigeria.
A nord di AGADEZ, tra la piana del TALAK a occidente e il deserto del Ténéré ad oriente, si trova il massiccio montuoso dell’AIR (o AZBINE in lingua Haussa), meta principale del nostro viaggio.
Lungo quasi 400 km e largo 250 circa, con una superficie totale di 80’000 kmq, è uno dei cinque grandi massicci sahariani insieme all’HOGGAR -TASSILI, TIBESTI, ENNEDI e all’Adrar degli IFORHAS.
Questa catena montuosa di inconsuete dimensioni, formatasi tra i 600 e i 200 milioni di anni fa, è praticamente un plateau disseminato di piccoli e grandi sassi, lanciati in epoche preistoriche da vulcani, dai colori che bruno-rossastri. Nel suo complesso il rilievo si presenta come un altipiano di 800 metri, sul quale si elevano creste e picchi vulcanici, isolati l’uno dall’altro da vallate pianeggianti che sono chiamate kori (letti asciutti dei fiumi); qui inoltre vi è la presenza di numerose “ghelte” laghetti di acqua fresca, di palmeti e oasi con rigogliosi giardini. Queste piccole e grandi valli fluviali, costituiscono una vasta rete idrografica la cui orientazione, quindi il convoglio delle acque durante la breve stagione delle piogge, è generalmente rivolta verso la depressione occidentale del TALAK.
L’AIR è inoltre percorso in varie direzioni anche da piste molto antiche, che ne raccordano la quasi totalità delle località abitate.
Dimora dei Tuaregh, i KEL AIR nomadi e sedentari, è il punto di partenza delle lunghe traversate che compiono le carovana di dromedari per l’acquisto e il trasporto del sale (per uso animale) dalle lontane saline del KAOUAR.
Il gruppo Tuaregh, popolo di stirpe berbera, è in gran parte costituito da fiere popolazioni nomadi che non si rassegnano al loro declino e alla marginalizzazione economica. Agli inizi degli anni novanta una brutale repressione da parte dell’esercito a causa delle loro rivendicazioni di autonomia sfociò in una guerra civile conclusasi nel 1995 con un “cessate il fuoco” tra lo stato centrale ed i ribelli Tuaregh asserragliati nell’AIR. L’anniversario della firma dell’accordo del 1995 è diventato giornata di festa, chiamata Journée de la Concorde.
Il NIGER è stato duramente condizionato dalle siccità che hanno colpito il sahel negli anni 1973 e 1984. Anche se dalla fine degli anni ottanta in poi le precipitazioni sono tornate su valori normali, resta sempre elevato il rischio che questa fascia marginale del deserto, dove i deficit pluviometrici sono ricorrenti, venga in un futuro prossimo colpita da anomalie climatiche che potrebbero avere conseguenze ancora più drammatiche.
Queste disastrose siccità hanno provocato anche una drastica riduzione della consistenza del patrimonio animale, in parte sterminato dalla fame e in parte trasferito nei paesi confinanti. Nel paese l’allevamento del bestiame, principalmente zebù, ovini e dromedari, costituisce l’attività più importante nel settore dell’economia, concorrendo a formare all’incirca il 15% del valore del prodotto interno.
Il dramma delle siccità e soprattutto la forte pressione demografica, hanno evidenziato che il sahel è un ambiente ecologicamente fragile, incapace così di sopportare un’eccessiva pressione antropica.
Le scarse precipitazioni, inoltre hanno fatto sì che la portata del fiume Niger, in questi ultimi due decenni, si sia ridotta di circa un terzo con conseguenze catastrofiche per i circa 110 milioni di persone che vivono lungo le rive di questo fiume. L’anno scorso la scarsità di acqua era tale che, gli abitanti di NIAMEY guardavano dai ponti un fiume praticamente in secca. Il forte inquinamento unito alla drastica di diminuzione della portata di acqua del fiume, ha effetti disastrosi sulla navigabilità del fiume e di conseguenze sulle economie locali, considerato che il fiume Niger è l’unica fonte di approvvigionamento di acqua per l’agricoltura e il bere di tutto il paese.
Il NIGER, indipendente dal 1960, è una delle tante entità politiche artificiali prodotte dalla storia coloniale, come lo si può facilmente desumere dall’andamento pressoché rettilineo di alcuni tratti di confine, fissati dalla Francia quando si trattò di definire i vari stati che facevano parte dei possedimenti coloniali in Africa Occidentale. Questo paese, sprovvisto di vie di comunicazione moderne, è praticamente privo di risorse esportabili, ed è tra i paesi dell’ex colonia francese quello che versa nella situazione più critica, dove la durata media della vita è di circa 47 anni con un elevata mortalità infantile e un reddito pro capite medio che è, come in tutto il sahel, ai limiti della soglia di sopravvivenza.
Nel corso degli anni settanta, con la scoperta dell’uranio nella zona di Arlit, il Niger divenne il secondo produttore del continente africano. Per circa un decennio il paese beneficiò di consistenti introiti; il calo del prezzo dell’uranio, unito al progressivo assottigliamento della rendita mineraria, ha fatto sì che la sopravvivenza economica di questo stato dipenda ormai in larga misura dall’esito delle trattative sulla riduzione del debito estero, nonché dagli aiuti internazionali.
Ora un altro dramma sta investendo questo paese: la “nuova tratta degli schiavi”.
In questi ultimi anni migliaia di persone cercano di fuggire dai loro paese di origine, principalmente quelli del Golfo di Guinea per la miseria e la disperazione in cui versano, nell’illusione di poter entrare clandestinamente in Europa. Le rotte dei clandestini fanno tutte tappa ad AGADEZ, l’imbuto dentro cui passa tutto il traffico verso l’Italia, per poi affrontare il temutissimo Ténéré ed il Sahara nella terra di nessuno tra Niger e Libia. Un vero e proprio popolo in fuga, che affronta i 4-5 giorni di viaggio nel Ténéré, ammassati come bestie su vecchi camion Mercedes 6×6 fino a DIRKOU, divenuta ora l’oasi degli schiavi; una vera e propria prigione a cielo aperto, dove il Ténéré ed il Sahara sono le sue sbarre.
Qui nella grande roulette in cui ci si gioca la vita, solo pochi fortunati potranno raggiungere le coste libiche e affrontare poi, su inumane carrette del mare, il famigerato canale di Sicilia, per approdare a Lampedusa, porta d’accesso all’Europa meridionale.
Il viaggio
Questo viaggio è stato effettuato con SPAZI d’AVVENURA, tour operator di Milano fondato da un medico milanese Piero Ravà, che ad AGADEZ è presente con un proprio ufficio, veicoli fuoristrada e guide italiane con decennale esperienza di questi luoghi, coadiuvate egregiamente da personale locale.
Il lungo viaggio di avvicinamento al deserto nigerino, è iniziato il 22 novembre da Bologna via Parigi con i nostri amici Claudio e Roberta; qui insieme a Mirella, Daniela e Paola, tutte provenienti da regioni del Nord Italia, con la nuova compagnia aerea libica AFRIQIYAH AIRWAYS, raggiungiamo la capitale NIAMEY via TRIPOLI. A causa di un forte ritardo sul volo TRIPOLI – NIAMEY, prendiamo possesso della nostra camera all’hotel Gaweye soltanto verso l’una di notte. Un breve riposo, sveglia alle quattro di mattina e alle cinque in punto partenza in pulmino per una lunga galoppata su asfalto di oltre undici ore, con un totale di quasi mille chilometri, per raggiungere, alle porte del deserto nigerino, l’antica città carovaniera di AGADEZ.
Lungo la principale direttrice nigerina, ci dirigiamo verso est, parallelamente ai confini di BENIN e NIGERIA, nella regione più popolosa e fertile del paese; qui in un paesaggio savaneggiante, attraversiamo numerosi villaggi di capanne e curiosi granai a forma di salvadanaio, costruiti in paglia e fango, tipici dell’etnia HAUSSA. Insolite sono anche le minuscole moschee dalla ruspante architettura in terra, con i fedeli che si apprestano alla preghiera.
Siamo coinvolti nel colorato commercio che si sviluppa lì attorno: i ragazzini con i loro rudimentali carrelli si spostano vivacemente con l’intento di vendere bibite fresche, mentre le donne, avvolte nelle tradizionali “pagne” (foulard che sono legati in vita come gonne e sistemati sul capo a protezione del sole) vendono frittelle dolci e salate accanto agli uomini, che sistemano intorno ad un fuoco ricco di brace, dei saporiti spiedini di carne.
Passato il villaggio di BIRNI’n’KONNI, dove effettuiamo una breve sosta per il pranzo, la strada piega decisamente verso nord, rendendo evidente il graduale cambiamento climatico-ambientale nel passaggio da sahel a deserto vero e proprio; è possibile incontrare talvolta i nomadi PEUL che transumano con le loro mandrie. Mano a mano che si procede, diventano sempre più rare le coltivazioni di miglio e sorgo, lasciando spazio a distese sabbiose e ciottolose. A TAHOUA, la strada ripiega verso est passando per il suggestivo lago artificiale di ABALAK, incassato tra enormi dune morte coperte da una rada vegetazione di tipo arbustiva.
Non si spalanca nessuna porta per entrare nella stanza del deserto; capisci che ci sei già dentro dalle pareti dell’orizzonte che si sono improvvisamente dilatate, tanto da farti perdere i punti di riferimento.
Arriviamo in tarda serata all’hotel Tiene e dopo una doccia ristoratrice ci aspetta una cena all’eccellente ristorante “Le Pilier” di proprietà di Vittorio Gioni, un italiano residente qua da molti anni.
Qui incontriamo Piero Ravà, che l’indomani mattina, con due fuoristrada Range Rover, guiderà il nostro piccolo gruppo alla scoperta del massiccio dell’AIR e delle genti che lo popolano.
L’indomani, usciti dalla città, si comincia a salire verso Nord in un paesaggio di pianure solcate da grandi oueds; occorreranno due giorni per arrivare a KOGO, ultima piana della valle di ZAGADO, prima delle grandi dune del Ténéré. Si segue il corso del kori TELOUA, molto verde e rigoglioso nonostante che oramai siamo alla fine del mese di novembre. Quest’anno le piogge si sono protratte fino agli inizi di ottobre e la loro abbondanza ha fatto sì che si possa godere ancora di una vegetazione lussureggiante, costituita principalmente di acacie, palme dum e tamerici. Costeggiamo poi i massicci di GUISSET e BILET dai quali si dipartono rigogliosi kori; ANOU MAKKERENE e MELLETS tra i più grandi e intensamente popolati da famiglie di nomadi TUAREGH. Abbiamo il piacere di incontrare un paio di piccole carovane di dromedari (qui chiamate TAGHALAMT) che trasportano fin qui blocchi di sale per uso animale dalle lontane oasi di FACHI e BILMA; appaiono dal nulla e scompaiono nel nulla, sembra una favola d’altri tempi, una visione, ma qui è pura e semplice realtà quotidiana.
Durante il procedere dinoccolato dei dromedari scambiamo un rapido saluto con i nomadi che li conducono, donando a loro alcuni capi di abbigliamento di lana, utili per le fredde notti dell’inverno nigerino.