Giugno 2003

Racconto di viaggio in Senegal

di Andrea Puglisi

Da molto tempo stavamo meditando di visitare la Sierra Leone, ma per motivi di gravi disordini interni e di guerra vera e propria non ci siamo mai avventurati. Solo da pochi mesi la guerra è finita e sotto il controllo, forse anche eccessivo, dell’ONU, la calma è tornata in quel paese.

Chiara, la nostra nipotina, ha prestato servizio in un’ospedale aperto da Emergency, proprio nei pressi di Freetown da gennaio di quest’anno fino all’inizio di giugno; proprio grazie a lei che ci ha descritto entusiasticamente il paese, abbiamo avuto notizie fresche che ci hanno confortato al punto di decidere di recarci proprio là partendo con il nostro vecchio e fedele Toyota HDJ61 da Dakar. Siamo arrivati dall’Italia in Senegal domenica 8 giugno con, fra le altre cose, una marmitta nuova fiammante per il nostro toyotone.

Trovato un meccanico per la sostituzione, abbiamo aspettato il martedì mattina per sbrigare le faccende burocratiche come assicurare l’auto anche per i paesi dell’area CEDEAO o ECOWAS e fare i visti per la Guinea Conakry, dato che anche il lunedì successivo alla Pentecoste si festeggia e tutte le attività sono bloccate. Non sarà possibile fare a Dakar il visto per la Sierra Leone, non essendoci una Ambasciata in Loco. Sarà quindi necessario fare i visti per quel paese a Conakry dove al contrario esiste una rappresentanza.

L’assicurazione per un mese per l’auto costa attualmente in Senegal 25.000 FR.CFA e i visti per la Guinea ( 3 passaporti + il lasciapassare speciale per l’auto) ci sono costati 140.000 F.CFA con l’opzione di due ingressi e due uscite. La notte tra martedì 10 e mercoledì 11 la passiamo a Toubab Dialao e quel giorno alle 13 partiamo per Tambacunda. La normale strada che passerebbe per Mbour e Fatik è in fase di ricostruzione ed è praticamente impraticabile, per cui siamo costretti ad aggirare il problema prendendo la strada per Thies, Djourbel e Kaolack, dove si ritrova la strada normale che senza particolari problemi ci porta a Tamba all’ora del tramonto. Tutto il percorso ci mostra una brousse arida come non mai, con segni evidenti di carestia, dovuta certamente al fatto che il 2002 non ha regalato una buona stagione delle piogge e anche il 2003 non sembra portare in tempi brevi quelle piogge abbondanti che dovrebbero normalizzare la situazione agricola e dei piccoli allevamenti familiari basati sul pascolo.

Persino a Tamba ci dicono che è piovuto solo una volta e che la situazione è sempre più critica. Passiamo la notte al Relais de Tamba, un nuovo albergo piuttosto confortevole che costa solo un po’ di più dell’Hasta Kebè ( 35.000 F.CFA con prima colazione in tre). Al mattino vorremmo partire un po’ presto per cercare di arrivare oltre Koundara ( in Guinea) e dormire nella brousse. Purtroppo abbiamo difficoltà a trovare dei nuovi tergicristalli e perdiamo un po’ di tempo. Tutto risolto verso le 11 quando partiamo a gran velocità fino a Medina Gonasse dove acquistiamo pane e frutta. Lì comincia la pista che diventa sempre più brutta man mano che ci si avvicina alla frontiera. Si tratta di venti Km di fango e pozzanghere immense solcati dagli pneumatici di pesanti camion che trasportano merci dalla Guinea al Senegal e viceversa.

Per noi nessuna difficoltà ma per i camion… lasciamo perdere. In corrispondenza del cippo che indica la linea di confine fra i due paesi improvvisamente la pista si fa liscia, in laterite ben tenuta, percorribile anche a 50-60 Km all’ora. Evidentemente in Guinea danno molta importanza alla manutenzione delle piste come ci era già capitato di constatare in passato.

Le formalità di frontiera sono abbastanza veloci e piacevoli sia in un versante che nell’altro, con qualche piccolo tentativo di estorsione da parte di qualche doganiere, ma senza successo. Arriviamo a Koundara nel tardo pomeriggio ci stupiamo nel constatare che non ci sono più i controlli di routine all’ingresso dei centri abitati. Grazie a questo risparmio di tempo riusciamo ad arrivare una trentina di Km oltre Koundara prima del tramonto e a preparare il nostro campo e cenare a base di buste di minestrone liofilizzato. Abbiamo appena avuto il tempo di lavare i piatti, che è subito iniziata una pioggia fittissima e insistente che ci ha costretti ad entrare molto presto in macchina per dormire riparati: certo che quando si va in branda alle 8 di sera la notte diventa davvero molto lunga! Ma dovremo abituarci a questi orari dato che di preferenza le piogge iniziano sempre più o meno a quell’ora e che l’unico nostro riparo è l’auto. Questo naturalmente comporta che ci alziamo molto presto la mattina e riusciamo quindi a macinare molti Km durante il giorno.

La pista per Labè è ancora in buono stato e riusciamo quindi a percorrerla tutta il giorno seguente. La nostra fortuna ci porta a forare proprio quando entriamo nella città dove neanche a farlo apposta c’è un vulcanizzatore ( una specie di gommista africano) che ci ripara subito la gomma ( ma senza vulcanizzarla!) e ci consente quindi di proseguire fino a Dalaba dove intendiamo alloggiare al già noto Tangamà e soprattutto cenarvi dato che siamo davvero affamati. All’hotel ci dicono che il signore francese che lo gestiva è rientrato in patria per motivi familiari. A parte qualche carenza nell’efficienza del personale, l’ambiente non è cambiato e si continua a stare bene quasi come si fosse a casa propria. I prezzi sono modestissimi ( 35.000 fr. Guineani per una camera tripla con bagno, pulita e spaziosa) e la cucina è molto buona. Durante la notte piove copiosamente ma al mattino è già bello e partiamo entusiasti verso Conakry. Sosta dentro ad una foresta dopo Mamou per un pic-nic a base di carne in scatola, pomodori in insalata e frutta. Si riparte dritti verso Conakry attraverso un percorso che ci riserva paesaggi mozzafiato. Arriviamo nella sua periferia al tramonto in mezzo ad un traffico impazzito ma abbastanza scorrevole. Solo quando fa buio, non senza difficoltà troviamo un albergo decente, ma che ci pare abbastanza caro. Il giorno dopo è domenica, cerchiamo una Messa, dato che fino a lunedì l’ambasciata della Sierra Leone non riapre, e la troviamo nell’arcivescovado di Conakry, quando si festeggiava l’insediamento ufficiale del nuovo arcivescovo. La cerimonia è durata cinque ore e mezzo, ma noi non abbiamo resistito al caldo umido soffocante di quel luogo e siamo scappati molto prima. Avevamo in progetto di noleggiare una piroga per andare a visitare le isole di Loos approfittando della sosta obbligata in città. Così abbiamo fatto e non abbiamo certo avuto motivo di pentircene, dato che abbiamo scoperto davvero un’angolo di paradiso, ancora molto selvaggio e non organizzato, con tante spiaggette deserte orlate di alte palme da cocco e foresta fitta all’interno. Il rovescio della medaglia è che non essendo organizzate, le isole non hanno corrente elettrica, e il cibo si trova con difficoltà eccetto la frutta che abbonda sugli alberi. Il clima è caldissimo e umidissimo: per questo la vegetazione è così esuberante. Abbiamo pernottato a casa di un ragazzo francese che si è insediato sull’isola di Rhum, che ci ha affittato una stanza abitata da scorpioni e ci ha fatto preparare un po’ di riso scotto, giusto per riempire il pancino… La doccia era un secchio d’acqua e il bagno un buco in terra e una caraffa d’acqua. Va bè… non era il grand’hotel, ma quell’isola vale il sacrificio di due giorni di scomodità e le foto lo dimostrano!

Nel tardo pomeriggio di lunedì riprendiamo la piroga e torniamo sulla terra ferma. Pernottiamo all’hotel Galaxy e la mattina dopo ci fiondiamo all’ambasciata di Sierra Leone. I visti costano 91.000 per passaporto + 60.000 fr. Guineani per l’auto e in due ore ci vengono consegnati senza problemi. A mezzo giorno siamo pronti per dirigerci verso il confine. Facciamo una sosta per il pranzo prima del confine e cominciamo con le frontiere. Nessun problema per uscire dalla Guinea, qualche problema in più per entrare in Sierra Leone, dove tutti i funzionari parlano un inglese strano, ancora più incomprensibile per noi che non lo mastichiamo molto. Ancora più difficile diventa spiegare i motivi del nostro viaggio, dato che alla frontiera non sono abituati al turismo, e pensano sempre che si entra in quel paese con secondi fini. I militari ci chiedono anche soldi, che noi rifiutiamo di elargire e ad aggravare la situazione è un taxista guineano che ci mette in guardia raccontandoci che l’ultima volta che era andato in S.L. era stato rapinato tre volte. Ma il tempo passava e i controlli erano sempre più lunghi e accurati. Abbiamo superato tutto questo quando ormai stava per tramontare il sole e Freetown era dannatamente lontano. Ma noi volevamo arrivarci per non dormire nella foresta dove avevamo paura di essere aggrediti e rapinati. Ma alle 22 abbiamo dovuto desistere e ci siamo infilati in una pista secondaria in mezzo alla vegetazione per dormire: la pista era troppo lenta e rovinata, saremmo arrivati sfiniti a notte fonda a Freetowon con il rischio di non trovare dove dormire. La notte è stata tranquilla e qualcuno è passato di lì mentre dormivamo, ma erano tutti gentilissimi, ci salutavano e ci chiedevano se avevamo bisogno di qualcuno. Ben presto viaggiando in quel paese abbiamo capito che è tutto molto tranquillo, che la gente è cordiale e disponibile e che ha tanta voglia di normalità, dopo 10 anni di guerra. A vigilare sulla sicurezza, se ce ne fosse bisogno, c’è l’esercito dell’ONU che con molti check-point dislocati sul territorio, dà una certa tranquillità. Lo stato delle strade è per il 90% piuttosto disastrato, ma si sta ricostruendo velocemente e con criterio. Il paesaggio è molto bello, ricoperto per lo più da foreste, con qualche zona coltivata in modo estensivo. Le coste sono molto belle e ricche di spiagge da sogno che non sempre sono facilmente raggiungibili. La penisola su cui è insediata la Capitale è molto bella, collinosa e ricca di vegetazione e le sue spiagge semideserte sono splendide oltre ogni immaginazione. Solo i locali le sfruttano per le loro gite domenicali e gli operatori di Organizzazioni Non Governative nel loro tempo libero, godendo di un privilegio davvero speciale, dato che né in Europa né in America i Tour Operator propongono questa destinazione, anche per mancanza di strutture adatte ad un certo tipo di turismo esigente. Il nostro primo impatto con la Sierra Leone è stata proprio la capitale. Non è che noi volevamo visitarla, ma avevamo il dovere di visitare l’ospedale di Emergency e ci siamo visti costretti ad attraversarla per arrivare a Goodrich dove è stato edificato. Freetown ci è apparso come tutte le grandi città africane, molto caotica, ma allo stesso tempo piacevole a vedersi, soprattutto per la presenza delle case ex-coloniali inglesi, che erano state destinate dai coloni al ceto medio Creo: vere e proprie villette in stile inglese, spesso in legno, rattoppato un po’ ovunque, a due o tre piani che stanno in piedi per miracolo. Sovente le case più malconce vengono ricoperte da lamiera ondulata, per ripararle meglio anche dalle piogge che in quel paese sono davvero molto abbondanti. Alle finestre degli ultimi piani si affacciano spesso delle vecchiette che passano la giornata a controllare ciò che avviene nei dintorni. Per noi questo tipo di architettura in Africa è una novità, dato che le nostre destinazioni sono per lo più ex colonie francesi, caratterizzate da una edilizia e un’urbanistica molto diverse. Attraversata la città scompare anche l’asfalto e dopo una decina di Km ci troviamo di fronte all’ospedale di Emergency che si trova a Goodrich, proprio sulla pista rossa di laterite.

Suoniamo alla porta e ci accoglie un guardiano al quale spieghiamo che siamo gli zii di Chiara. La sua gioia è incontenibile, a testimonianza del fatto che la nipote ha lasciato buoni ricordi della sua presenza, e corre subito a chiamare tutta l’equipe medica e paramedica. Iniziano le presentazioni fra la gioia di tutti i presenti e tramite un’infermiera fisioterapista italiana, veniamo accompagnati a visitare l’ospedale. L’impressione sull’operato del personale è stata estremamente positiva: l’ospedale è molto ben organizzato e attrezzato e presta il suo servizio a titolo completamente gratuito a tutti coloro che si presentano alle sue porte con un problema di salute grande o piccolo che sia. Facciamo amicizia con i medici e gli infermieri, che vengono da varie parti d’Europa e prestano il loro servizio per un minimo di sei mesi. Ci invitano a cena e noi accettiamo di buon grado. Serata piacevolissima e cena davvero speciale a base di ottimo pesce e frutta locale. La sera alloggiamo da Pierre, un meticcio che gestisce un albergo fatto di casette in legno climatizzate, carine anche se un po’ decadenti. L’hotel si affaccia su una spiaggia lunghissima, orlata da palme e altre piante tropicali: qualcosa che si vede nelle cartoline che si spediscono quando si vuole essere invidiati!

Il giorno dopo lo teniamo per il riposo che non può non essere a sfondo balneare. Il tempo è bello, solo nel primo pomeriggio piove ma dopo un’ora o due torna il sole. In linea di massima ogni giorno è così: anche la meteorologia è abbastanza prevedibile. Nel tardo pomeriggio usciamo con Silvia (la fisioterapista) e Sylvester (un infermiere locale) che ci portano a visitare ancora Freetown e il mercato centrale. Chiudiamo la serata in un ristorantino sulla spiaggia che anche Chiara era abituata a frequentare.

Torniamo da Pierre e passiamo la seconda notte nell’hotel. Pensiamo di ripartire l’indomani per rientrare in Guinea, non dopo aver visitato le leggendarie spiagge bianchissime di River N° two. Sono davvero un’incanto, considerando poi che ci troviamo soli a calpestare questa sabbia bianca finissima che scricchiola sotto i nostri piedi ci sentiamo davvero privilegiati. Anche qui il contorno e fatto di altissime palme da cocco e altre piante fiorite che nascondono qua e là le capanne col tetto di paglia di un villaggio tipico africano. Lasciamo questo paradiso e ci dirigiamo verso il nord della Sierra Leone attraverso una strada asfaltata abbastanza bella che da Makeni

(sosta per la notte in un albergaccio) ci porta a Kabala. Da qui si prende la pista per Musaia che diventa sempre più difficile e complicata che ci porterà oltre il confine con la Guinea a Oure Kaba. Il percorso si snoda in zona collinare abbastanza coltivata, che si alterna con brevi macchie di foresta vicino alle quali si trovano i villaggi di capanne dei coltivatori. Tutto intorno è di un verde irreale e il paesaggio ti trasmette un gran senso di pace. Man mano che la pista si avvicina al confine diventa sempre più accidentata ed è necessario procedere quasi a passo d’uomo. Solo nel tardo pomeriggio ci accorgiamo di essere già in Guinea dove ci controllano i passaporti. La nostra uscita dalla Sierra Leone non è quindi stata registrata sui passaporti. Poco male, ormai siamo di là… Sbuchiamo sulla strada asfaltata tra Faranah e Mamou, ci dirigiamo verso quest’ultima e ci arriviamo quasi al tramonto: Dobbiamo ancora fare timbrare i passaporti per l’ingresso in Guinea e lo facciamo quindi alla polizia della città. Ripartiamo subito per Dalaba dove vogliamo passare la notte come sempre all’hotel Tangama. Ci arriviamo alle 20 circa e prenotiamo subito una cenetta di lusso al Sib Hotel dopo tanti pasti frugali più o meno appetitosi. Sarà per la fame arretrata, sarà perché davvero lo Chef de cuisine è un asso in cucina, indubbiamente questo pasto ce lo siamo goduto oltre che meritato. Il mattino dopo partiamo un po’ presto perché vogliamo percorrere buona parte della pista Labè-Koundara. Durante il percorso ci becchiamo un bell’acquazzone, ma niente di troppo fastidioso: come sempre dopo poco torna a splendere il sole. Man mano che ci si avvicina a Koundara il clima si fa sempre più umido e torrido per effetto dell’altitudine che non è più quella tipica del Fouta (1000-1200 metro SLM), ma ci difendiamo col climatizzatore che anche dopo 16 anni di onorato servizio non da segni di cedimento. Arriviamo intorno alle 18 in quello spiazzo ricavato dalla foresta, nel quale avevamo sostato per la notte all’andata, a trenta Km da Koundara e, con calma cominciamo a preparare la cena a base di “buste” e insalata di pomodori. Il cielo è sereno ma fa molto caldo e non si muove una foglia. Facciamo in tempo a mangiare e a lavare le stoviglie, ma ben presto, come da copione, incomincia a piovere. Ci infiliamo subito nella nostra “cuccetta” e ci convinciamo che non ci resta che dormire. Caldo boia aggravato dal fatto che la zanzariera non lascia passare quel leggero venticello che si è alzato nel frattempo. Pazienza…

All’alba ci alziamo, prepariamo la colazione a base di caffelatte e biscotti e partiamo. Ormai il viaggio volge al termine, tanto vale galoppare a lunghe tappe. Passiamo le frontiere tra Guinea e Senegal e arriviamo nel pomeriggio a Tamba. Questa volta vogliamo tornare all’Hasta Kebè per lavarci un po’ e goderci qualche ora di relax nella piccola piscina. Incontriamo ancora una volta con piacere il nostro amico Bassari che da molti anni fa la manutenzione del giardino e della piscina: ormai ci aspetta tutti gli anni, almeno una volta. Verso sera decidiamo di portare la macchina a far lavare e ingrassare, perché dopo tanti Km di piste rosse e fango anche gli organi meccanici sono monocromatici.

Ormai tutto è compiuto: l’indomani partiremo alla volta di Toubab Dialaw dove ci aspetta ancora qualche giorno di vero relax. Il bilancio del viaggio è stato molto positivo, perché abbiamo conosciuto nuove terre (per noi) che meritavano di essere scoperte per la loro bellezza esuberante e perché non si sa ancora per quanto tempo saranno sconosciute ai più. La macchina non ha avuto problemi meccanici di nessun genere, solo una foratura e qualche noia all’impianto elettrico. Si è rotto il relé delle frecce e nell’ultimo tratto da Tamba a Dakar si è bruciato il fusibile dei tergicristalli, quando le piogge erano solo un ricordo . Lo abbiamo sostituito ma dopo poco si è di nuovo bruciato… probabilmente un filo è andato a massa, ma ormai questo è un problema che passiamo all’elettrauto.

Gli ultimi giorni scorrono con vivo il ricordo del viaggio, mentre ci cuociamo sulle spiagge di Toubab Dialaw: non è male, ma ci annoiamo un po’ e ci sembra di perdere tempo: pensiamo che avremmo potuto visitare con più calma la Sierra Leone, ma ormai quella terra è troppo lontana. La prossima volta… chissà…