Due Ghepardi a caccia nel Bush

Racconto di viaggio in Sud Africa

Sara e Sonia Bruno

La giraffa ha il cuore lontano dai pensieri:
si è innamorata ieri e ancora non lo sa”.
(antico detto San)

La Tovaglia, la nuvola nata dall’incontro tra le calde correnti provenienti dall’Oceano Indiano e la fredda aria atlantica, che copre la cima della Table Mountain trasformandola in un misterioso e ribollente pentolone da cui sgorgano densi vapori bianchi pronti a scivolare senza sosta sulle pendici di quel grigio blocco di arenaria, alto 1.073 m, ai cui piedi si è sviluppata Città del Capo.

Due ghepardi che si muovono leggeri in cerca di un impala o di una zebra nel caldo pomeriggio africano, i gialli occhi vigili, il corpo snello, le lunghe gambe pronte allo scatto. Forse non si sono accorti dello sgambettare furtivo dello sciacallo che li segue ben nascosto tra gli alberi e l’erba secca del bush, determinato a farsi avanti quando i due fratelli avranno catturato la loro preda e saranno talmente stan¬chi da non riuscire a difenderla.

L’acqua dello Zambesi che mi piove addosso, mi bagna i capelli, scivola sul viso, sulle mani, sulla schiena fino a quando non raggiunge le scarpe, ormai grondanti; i miei occhi che si perdono nell’immensità delle Cascate Vittoria, imponenti, invincibili, a un passo da me; la nuvola tonante di vapore e ac¬qua che avvolge ogni cosa e si innalza per metri e metri nell’azzurro del cielo, in uno spumeggiante saluto rivolto a chi ha la fortuna di trovarsi di fronte a questo meraviglioso tempio della natura.

Sono queste le tre immagini più significative, quelle che più profondamente si sono impresse nella memoria e che rimarranno lì per tutta la vita a ricor¬darmi questo favoloso viaggio in Sudafrica e alle Cascate Vittoria che ormai sta per giungere al termine.
L’aereo si è alzato dalla pista di Johannesburg circa dieci minuti fa lasciandosi alle spalle la distesa senza fine di luci accese ad illuminare palazzi, ville, townships, piazze e vie di quell’immensa metropoli nata attorno a quattro fattorie solo poco più di un secolo fa ed oggi distesa su una superficie di 2.500 km2. L’impressione, sollevandosi sopra la città, è di posare gli occhi su una gran quantità di preziose pepite dorate, le stesse pepite, gli stessi ma¬gici luccichii che, verso la fine del 1800, hanno attirato qui numerosi avventurieri, stregati dall’illusione di facili guadagni e pronti a giocarsi tutto pur di ottenere una conces¬sione.
Johannesburg o Egoli, la città dell’oro, è nata proprio così, grazie alla fortuita scoperta di un cercatore australiano, George Harrison (sì, proprio lo stesso nome di uno dei quattro scarafaggi di Liverpool!), che, nel marzo del 1886, trovò tracce d’oro in questa remota zona del Transvaal. Il destino, però, non arrise al povero George che, ignaro di trovarsi di fronte all’unico fi¬lone superfi¬ciale del più ricco gia-cimento d’oro mai scoperto, vendette la sua proprietà per sole 10 sterline!
Forse è per ricordare lui e gli altri milioni di cercatori che hanno visto sfumare i loro sogni che alcuni cumuli di scarti di miniera del tempo sono stati pro¬clamati monumenti storici ed oggi torreggiano alla periferia della città, giallastri ed anonimi a prima vista, ma sicu¬ramente carichi di storia e storie e so¬prattutto an¬cora zelanti custodi di fulgidi scintillii.
Proprio a Johannesburg siamo atterrati tredici giorni fa, in una calda e soleggiata mattinata. E da lì siamo subito ripartiti alla volta della “città madre”, Cape Town, raggiunta dopo poco più di un’ora di volo.
La Table Mountain, coperta dalla sua quasi inseparabile Tovaglia, ci ha dato il benvenuto in città. Quella nuvola è così strana: adagiata mollemente sul pianoro della montagna, ogni tanto lascia scendere qualche sua morbida propaggine lungo i pendii scoscesi e conferisce al luogo un’atmosfera incan¬tata, assoluta¬mente fuori dal tempo.
Secondo una vecchia leggenda afrikaaner è solo il fumo della pipa di un attempato cittadino, ostinato a fumare più del diavolo.
A mio parere, la Table Moun¬tain non è altro che un magico calderone in cui una rinsecchita strega strampalata sta cuocendo un torbido intruglio.
A detta dei più realistici meteorologi, invece, è il Cape Doctor, il vento che soffia da sud-est e che libera la città dai germi (per questo motivo si chiama così!), il responsabile di tutto. È lui, infatti, che, attraversando la corrente di Agulhas e di False Bay, si carica di umidità ed è sempre lui che, incontrando la Table Mountain, sale e si condensa in fitte nuvole lattee quando viene a contatto con aria più fre¬sca.
Che sia il vecchio fumatore, la strega pazza o il venticello purificatore rimane il fatto che la salita sulla montagna per oggi è sfumata, quindi non ci resta che dedicarci ad una visita dei più significativi monumenti della città.
Decidiamo di cominciare dal Castello di Buona Speranza, costruito tra il 1666 ed il 1679 accanto al sito su cui i primi europei, guidati da Jan Van Riebeeck, leader della Compagnia Olandese delle Indie Orientali – la VOC – avevano eretto un semplice fortino dalle mura di fango. At¬torno ad esso si era poi sviluppata una base commerciale molto utile per le navi dirette verso l’Oriente che vi facevano scalo per rifor¬nire le loro stive di carne, frutta ed or¬taggi freschi e per permettere ai loro marinai di toccare nuovamente terra dopo giorni e giorni passati in mare a lottare contro lo scorbuto.
Fu così che Kaapstad, o Città del Capo, divenne nota come la “Taverna dei Mari”.
Fu così che i leoni, gli elefanti, gli ippopotami, i rinoceronti neri, i bu¬fali, le iene ed i leopardi, largamente diffusi nella zona prima dell’arrivo degli Euro¬pei, furono quasi completamente sterminati.
E fu così che i Khoikhoi e i San, da sempre abitanti della zona, furono cacciati dalle loro terre, decimati dalle malattie ed annientati dalla superiorità delle armi, oppure ridotti in schiavitù sia per la manodopera sia per soddisfare i bisogni sessuali dei bianchi.
Ma Jan Van Riebeeck non si fermò qui: per far fronte alle sempre crescenti richieste da parte delle navi in transito, deportò migliaia di schiavi dal Mada¬gascar, dall’Indonesia e dalla Malesia. Questi, prima di essere venduti al loro futuro padrone, di solito residente nel quartiere di Bo-Kaap, oggi noto come quartiere malese, venivano ammassati nello Slave Lodge, la costruzione che oltrepassiamo prima di rag¬giungere la Catte¬drale anglicana di St. George, fino a pochi anni fa retta dall’Arcivescovo Desmond Tutu, premio nobel per la pace nel 1984 per il suo impegno contro la pazzia dell’apartheid.
Sua è infatti la frase “Senza perdono non esiste futuro, ma senza confessione non ci può essere perdono” alla quale si è ispirata la Truth & Reconcilia¬tion Commission, la Commissione per la Verità e la Riconciliazione, che, dal 1994 al 1999, ha analizzato i crimini legati a quel periodo in cui i fonda¬mentali diritti civili di milioni di persone sono stati negati semplicemente sulla base del colore della pelle.
Molte, moltissime storie di terribile brutalità, di omicidi e massacri, di pestaggi e abusi di qualsiasi genere sono passati al vaglio della Commissione che, ba¬sandosi sul motto dell’Arcivescovo, permetteva ai colpevoli disposti a confessare i loro crimini di ottenere il condono della pena.
E così si è venuti a conoscenza delle violenze commesse nelle prigioni, delle agghiaccianti applicazioni delle leggi discriminatorie e addi-rittura degli esperimenti compiuti per cercare di sintetizzare un veleno che agisse solo sui non bianchi.
Ma il limite della Commissione sta nel fatto che, sebbene molti poliziotti, soldati e cittadini abbiano confessato le loro colpe, coloro che hanno deciso le politi¬che ed impartito gli ordini, responsabili di atroci crimini contro l’umanità, rimarranno con ogni probabilità impuniti,poiché è arduo trovare prove che dimo¬strino la loro colpevolezza, nonostante questa sia rimasta sotto gli occhi di tutti per quasi mezzo secolo…
Un’altra celebre e sicuramente più allegra frase dell’Arcivescovo, che campeggia su tutte le guide turistiche ed i cataloghi che pubbliciz-zano viaggi in questa zona, è quella che riguarda la definizione di Rainbow Nation, Nazione Arcobaleno, attribuita al Paese per sintetiz-zare la sua com¬plessità etnica e paesaggistica.
Il Sudafrica è infatti un melting pot di razze, culture ed etnie che unisce quasi trentaquattro milioni di neri, tenacemente orgogliosi della loro apparte¬nenza ad una determinata tribù, circa cinque milioni di bianchi, in prevalenza discendenti da immigrati inglesi, olandesi, te-deschi o fran¬cesi, quattro mi¬lioni di coloureds, i meticci nati dall’incontro tra gli europei e gli schiavi importati nei primi anni di vita della Colonia del Capo, ed un milione di asiatici, soprattutto di origine in¬diana.
E queste persone possono decidere di vivere in grandi città o in paesini sperduti tra le montagne o abbarbicati in riva al mare, e di pas-sare le loro va¬canze sulle calde spiagge dell’Oceano Indiano, tra le suggestioni infinite del deserto del Kalahari o nel bushveld inconta-minato dei parchi nazionali.
Davvero un paese eterogeneo, non c’è che dire!
Anche il nostro ingresso nella cattedrale, progettata dall’architetto Sir Herbert Baker nel 1897, è salutato da un arcobaleno, quello creato dalle vetrate e dai rosoni policromi illuminati dai raggi del sole, davanti ai quali rimaniamo come ipnotizzati mentre la guida ci spiega che qui in Su¬dafrica non esiste una religione di stato, infatti la maggior parte della popolazione è cristiana, ma ci sono anche nu¬merosi induisti, musulmani ed animisti.
All’uscita, dopo aver percorso pochi metri, ci soffermiamo ad ammirare lo splendido esempio di architettura coloniale inglese offerto dalle Houses of Parliament, risalenti al 1885, dove Nelson Mandela, il 10 maggio 1994, fu proclamato primo presidente della nazione eletto democra¬tica¬mente, e poi varchiamo l’ingresso dei Company’s Gardens, sorti su una parte dell’appezzamento di diciotto ettari su cui gli uomini di Jan Van Riebeeck coltivavano insalata, cavoli, zucche ed altre verdure da vendere ai marinai di passaggio.
Oggi che Cape Town non è più la Taverna dei Mari, ma una vivace città visitata ogni anno da milioni di turisti, i campi coltivati hanno tro-vato dei degni sosti¬tuti nelle aiuole di rose dal profumo inebriante, nei prati da cui curiosi scoiattoli spiano i passanti sgranocchiando qualche nocciola e negli alberi secolari, ge¬nerosi dispensatori d’ombra.
Così, dove un tempo uomini e donne seminavano mais e spinaci, adesso svetta la statua di Cecil John Rhodes, Primo Ministro della Co-lonia del Capo dal 1890 al 1895.
Ed è proprio a quegli anni che ci riportano il suo sguardo ed il suo braccio rivolti verso nord, gli anni in cui que¬sto piccolo inglese mala-ticcio, arricchitosi con i diamanti di Kimberley e l’oro del Transvaal, progettava di unificare l’Africa dal Capo al Cairo sotto la giurisdizione britannica. Per realizzare questo sogno non esitò ad utilizzare ogni mezzo a sua disposizione ed in particolare sfruttò i missionari per imbrogliare i capi delle varie tribù stanziate lungo il percorso.
Fu in questo modo che riuscì a farsi gioco di Lobengula, il re degli Ndebele, una tribù che in breve tempo venne massacrata e sfrattata dalle terre a sud dell’attuale Zimbabwe in cui si era stabilita pochi anni prima, nel 1823, per sfuggire al regime di terrore imposto dal sangui¬nario re zulu Chaka.
A poco servirono i lunghi scudi e le lance affilate contro le armi e la polvere da sparo dei bianchi…
Fortunatamente, però, questo pazzo sogno imperialistico era destinato a rimanere tale: il Capo ed il Cairo non furono mai uniti, Cecil John Rho¬des passò a miglior vita a soli quarantanove anni ed ancora oggi, dalle colline di Matobo Hills, in Zimbabwe – l’ex Rhodesia – dov’è sepolto, il suo sguardo è fisso verso il tanto anelato, ma ormai irraggiungibile, nord.
Lasciata alle spalle la statua, diamo una rapida occhiata alla South African National Gallery prima di raggiungere il quartiere malese di Bo-Kaap, dove ci ritro¬viamo circondati da una moltitudine di basse case variopinte.
È qui che vivono i musulmani del Capo, discendenti degli schiavi importati dall’Asia da Jan Van Riebeeck, ed è qui che, nel 1794, è stata co¬struita la prima mo¬schea della città, la Auwal Mosque, fortemente voluta da Tuan Guru da Tidore, carismatico leader islamico che la VOC esiliò a Cape Town nel 1780. Oggi la sua tomba si trova nel cimitero Tara Baru, sempre in questo quartiere: è uno dei venti kara-mats, le tombe di santi musulmani, che cir¬condano Città del Capo ed ogni anno è visitata da numerosi fedeli.
Noi, però, evitiamo questo pellegrinaggio: preferiamo percorrere Chiappini Street, la via che prende il nome da un pittore veneziano arric¬chi¬tosi in In¬dia e di¬venuto famoso qui come mercante di vino e consigliere della città.
Le case dal tetto piatto, ognuna di un colore diverso, scorrono davanti ai nostri occhi: la prima è blu elettrico, quella accanto è lilla pal¬lido, poi c’è il verde acido, il giallo canarino, il rosa, il rosso, il turchese… una vera esplosione di allegria, su cui vegliano la spianata neb¬biosa di Table Mountain e la vetta felina di Lion’s Head.
Dopo questo bombardamento di colori, stanchi, ma smaniosi di scoprire ogni angolo della città, ci dirigiamo verso il Victoria & Alfred Waterfront, il vec¬chio porto tuttora utilizzato da piccole navi e pescherecci ed allo stesso tempo in grado di ospitare, nei suoi edifici ri-salenti alla fine del se¬colo scorso, uno scintil¬lante centro commerciale.
Il sole è ancora caldo, nonostante stia già calando la sera, ma la fresca brezza del Cape Doctor, che sferza la zona portando con sé il profumo del mare, mi¬tiga il clima e fa sventolare le tante bandiere sudafricane sistemate a poppa delle imbarcazioni all’ancora.
Tra queste, sta sguazzando tranquillo un leone marino in cerca di cena. Il suo corpo, scuro e lucido, a tratti emerge dall’acqua, attirando gli sguardi incu¬riositi dei passanti, di fronte ai quali sembra quasi pavoneggiarsi. Dopo una breve ma infruttuosa ricognizione, si lascia alle spalle l’Alfred Basin per diri¬gersi speran¬zoso verso il più grande Victoria Basin: purtroppo, anche qui la caccia non dà i risultati spe¬rati, così non gli ri¬mane che abbandonare il porto e raggiungere le fredde acque dell’Atlantico, dove sicuramente troverà di che sfa¬marsi. Un ultimo colpo di coda ed ecco che il suo corpo sparisce sott’acqua, decretando la fine dello spettacolo…
Gli occhi dei turisti possono quindi tornare a posarsi sulle vetrine dei negozi mentre i nostri sono attratti da un palo nero situato lì vicino sulla cui som¬mità al¬cune frecce indicano la distanza dai punti più significativi della Terra. È così che scopriamo che sono sufficienti 6.131 km per sbarcare sui ghiac¬ciai del Polo Sud, che bisogna percorrerne quasi il doppio, ovvero 12.202, per ammirare l’Opera House e l’Harbour Bridge di Sidney e che, dopo 16.192, si atterra nella fredda Vancouver.
Fortunatamente, bastano pochi passi per raggiungere, sull’altra parte del molo, la rossa Torre dell’Orologio che, ligia al suo dovere, ci ricorda che è arri¬vata l’ora di tornare in albergo per la cena. Saziato lo stomaco, la stanchezza si impossessa definitivamente dei nostri corpi, così crol¬liamo in un sonno profondo fino all’indomani mattina quando la sveglia, puntata alle 7.00, ci avverte, senza alcuna pietà, che è giunta l’ora di sve¬gliarsi.
La prima tappa della giornata è a Camps Bay, dove i Dodici Apostoli, dodici speroni rocciosi che si staccano verso sud dalla Table Mountain, si gettano nell’Oceano Atlantico, oggi illuminato da mille tonalità di blu create dal sole, già alto nel cielo, e percorso da numerose macchie bianca¬stre di plancton che, tra giugno e novembre, verranno spazzate via dalle voraci balene giunte in queste zone dai gelidi mari antartici per ripro¬dursi.
Ancora alcuni chilometri ed eccoci arrivare ad Hout Bay, un paese che deve il suo nome ai fitti boschi, un tempo intensamente sfruttati, che si esten¬dono alle sue spalle, infatti in afrikaans “Hout” significa “legno”. Qui, ci imbarchiamo per raggiungere, dopo una ventina di minuti, Duiker Island, una piccola isola roc¬ciosa divenuta la casa di migliaia di foche.
È uno spettacolo davvero incredibile! Gli scogli sono completamente ricoperti da questi animali così buffi: alcuni sono intenti a giocare, alcuni a sonnec¬chiare, mentre altri, sentendo la barca avvicinarsi, si muovono goffamente sulle rocce per raggiungere l’acqua dove, senza doversi preoccupare della presenza del loro peggior nemico, lo squalo, tenuto lontano dalle correnti fredde, sono liberi di mettere in scena uno spetta¬colo ricco di tuffi, acrobazie ed audaci giravolte a cui partecipano anche i cuccioli, pazientemente sorvegliati dalle mamme.
A poco a poco, il tempo comincia a volgere al peggio: uno stuolo di nuvole minacciose si muove veloce a coprire il sole mentre dal mare una malinco¬nica neb¬biolina sale verso la costa, così il nostro ritorno verso il porticciolo, scortato da un numero indefinito di onde infu¬riate e da un vento sferzante, si rivela al¬quanto movimentato!
Le nuvole basse e grigie ci accompagnano anche al Capo di Buona Speranza, creando la giusta atmosfera per visitare questo impervio lembo di terra proteso nell’Oceano Atlantico che Sir Francis Drake, nel lontano 1580, quand’era ormai giunto alla fine del suo giro del mondo, definì “la cosa più mae¬stosa e più bella che abbiamo mai visto sulla faccia della terra”.
Per raggiungerlo, attraversiamo il Cape Peninsula National Park, patria incontrastata del Cape Floral Kingdom, il regno floristico più pic-colo ma più ricco al mondo, esteso su una zona molto limitata, quella compresa tra Cape Point e Grahamstown, ma in grado di ospitare oltre 1.300 spe¬cie vegetali ogni 10.000 km2, la stessa superficie sulla quale, nella rigogliosa Foresta Amazzonica, se ne contano appena 400…
Pochi alberi, sicuramente dotati di una grande resistenza, riescono a crescere su questa terra costantemente battuta dai venti, dove il re indi¬scusso è il fynbos, la “piccola macchia” costituita da protee, eriche e canne che, con le loro foglioline strette e la loro natura cespu-gliosa, si sono rivelate meno vulnerabili agli attacchi sferrati ogni giorno dall’impetuosa aria atlantica.
Ed è proprio da un cespuglio di protee, il fiore simbolo del Paese, che il botanico Linneo battezzò con il nome del dio greco dalle mille forme per elo¬giarne le trecento differenti specie, che dieci babbuini sbucano all’improvviso, bloccando la strada che ci sta portando a Cape Point.
Il primo a mostrarsi è un vecchio maschio, probabilmente il capo. Si avvicina al nostro pulmino con passo deciso e poi, fermo sul ciglio della strada, ci osserva con la sua espressione aggressiva ma allo stesso tempo ottusa, come a volerci sfidare. A poco a poco, anche il resto del gruppo lo raggiunge, per poi sparpa¬gliarsi tutt’intorno. Due giovani maschi prendono d’assalto i rami di un alberello lì vicino, alla ricerca di qual¬cosa da sgranocchiare, mentre un piccolo, sfuggito al controllo della mamma, sgambetta tra l’erba, nel vano tentativo di catturare un insetto. Qualcuno si corica all’ombra delle protee, ma con gli occhi fissi a scrutare ogni nostro movimento; altri si allon¬tanano con la loro andatura lenta ed indifferente e la lunga coda che dondola a de¬stra e a sinistra.
Dopo qualche minuto passato ad osservarli, decidiamo di allontanarci anche noi e, percorsi ancora pochi chilometri, ecco apparire davanti ai nostri oc¬chi, spietato e crudele, l’incubo di tutti i più consumati uomini di mare: il famigerato Capo di Buona Speranza!
Nel corso dei secoli, numerose navi si sono inabissate in queste acque irrequiete, punto di incontro della fredda corrente del Benguela e delle calde onde pro¬venienti da Cape Agulhas, ed i loro relitti giacciono oggi sul fondo dell’oceano, con le capienti stive, un tempo tra-boccanti di oro, the e spezie, invase da alghe e crostacei.
Il primo europeo a riuscire nell’impresa di doppiare questo infausto sperone di roccia fu un navigatore portoghese, Bartolomeus Dias.
Il Re del Portogallo, Giovanni II, gli aveva affidato una missione importantissima: aprire una via marittima verso i preziosi mercati delle Indie, una nuova via che sostituisse quella di terra, chiusa nel 1453, dopo che Costantinopoli era caduta in mano ottomana.
Accettata la sfida, con due caravelle ed una “naveta” per i rifornimenti, Dias salpò da Lisbona nell’agosto del 1487 ed il 3 febbraio dell’anno suc¬cessivo, dopo aver perso ogni speranza in seguito ad una tempesta che aveva trascinato la nave fuori dalla rotta prefissata, si accorse di essere inaspettata¬mente giunto nell’Oceano Indiano: la costa del continente africano, infatti, non era più rivolta verso l’ignoto sud, ma saliva verso nord-est, lo stesso nord-est in cui si tro¬vava l’Asia con le sue terre coltivate a coriandolo, pepe, cannella e paprica.
Ma i viveri sulla nave di Dias cominciavano a scarseggiare e così gli ufficiali portoghesi gli ordinarono di riprendere la via di casa. Supe-rato con facilità Cape Agulhas, il punto più a sud del continente, dove le acque atlantiche incontrano quelle indiane, all’orizzonte emerse inaspettato un nero baluardo roccioso, pro¬teso come un pugnale pronto a colpire.
Ben presto la nave divenne preda di onde altissime, mentre correnti ingovernabili minacciavano di scagliarla a riva. Nonostante tutto, Dias riuscì a sog¬giogare la forza del mare e, a ricordo della battaglia vinta, decise di battezzare il suo avversario Cabo Tormentoso.
Questo nome, evocatore di tempeste e disgrazie, però, non piacque a Re Giovanni che, pervaso da un nuovo ottimismo al pensiero che l’Oriente po¬tesse nuo¬vamente essere raggiunto, decise di cambiarlo nel più benaugurante Cabo de Boa Esperança.
Molti navigatori da allora approdarono sulle coste asiatiche, ma Dias non fu tra questi: nel 1500 si trovò ancora una volta a fronteggiare il Capo, ma questo, tornato Tormentoso, si vendicò di colui che aveva violato il suo segreto trascinando la nave nei suoi abissi.
Oggi, il nome di Dias echeggia ancora tra le nebbie del Capo: a lui è infatti dedicata la spiaggetta incastonata tra i due promontori di Cape of Good Hope e Cape Point, su cui si infrange il bianco spumeggiare dell’oceano.
Ed è proprio su quella spiaggia che si posa l’unico raggio di sole che per pochi secondi illumina la nostra visita quaggiù, a 34° 21′ 24″ di latitu¬dine sud e 18° 29′ 51″ di longitudine est: la sabbia cupa prende improvvi¬sa¬mente vita colorandosi di giallo ed arancione mentre gli evanescenti luccichii del mare si prodigano per darle un aspetto ancora più prezioso. Ma si tratta di un’apparizione fugace: in breve tempo le nuvole pren¬dono di nuovo il sopravvento e l’oro della sabbia perde tutta la sua brillantezza.
Noi ammiriamo tutto questo dall’alto del Cape Point Peak, raggiunto attraverso una funicolare ed un sentiero a gradoni. Quassù, a ben 249 me¬tri sul livello del mare, svetta ancora il vecchio faro, un tempo il più potente del mondo, che è stato mandato in pensione nel 1911, dopo il nau¬fragio della nave portoghese “Lusitania”, avvenuto perché la sua luce bianca, anche se intensissima, non riuscì a pe¬netrare la coltre di nebbia e nuvole che quel giorno affliggeva il Capo. Da allora, il compito di mettere in guardia i marinai che si avven¬turano tra queste acque è svolto da un altro faro, situato sul sottostante Diaz Point, ad appena 87 metri sul livello del mare.
Chissà se la sua luce viene scorta anche dal Capitano Van Der Deken, meglio conosciuto come l’Olandese Volante, condannato a vagare in que¬ste acque nei giorni di tempesta con il suo veliero dalle rosse vele sbrindellate…
Narra infatti la leggenda che egli si vantava di po¬ter circumnavigare tutti i mari del mondo con qualsiasi burrasca; arrivato al Capo di Buona Speranza, se ne trovò davanti una degna di questo nome e decise di sfidarla, anche se l’equipaggio ed i pas¬seggeri cercarono di convincerlo a desistere. Ma lui non diede retta alle loro lamentele: avrebbe dimostrato a tutti la sua abilità ed il suo coraggio. Fu in quel momento che un an¬gelo apparve sulla nave e lo supplicò di cambiare idea per il bene suo e delle persone che erano a bordo. Al sentire quelle parole, il capi¬tano alzò la pistola per spa¬rargli, ma l’angelo riuscì a rimandare indietro il colpo, ferendo Van Der Deken alla mano. Arrab¬biato, quest’ultimo alzò l’altro pugno, ma si ritrovò con il braccio paralizzato. L’Olandese Volante cominciò quindi ad insultare l’angelo che, in un batter d’occhio, fece sparire l’equipaggio ed i pas¬seggeri e lo condannò a percorrere per l’eternità i mari in tempesta, senza cibo e senza acqua, solo con l’acido del suo stomaco. Ecco perchè, quando le tem¬peste si accaniscono sul Capo, rendendolo an¬cora una volta Tormentoso, tra la furia dei ca¬valloni im¬pazziti molti giurano di scorgere un vecchio vascello dalle vele ormai ri¬dotte in brandelli…
Oggi, all’orizzonte campeggiano molte nubi grigie ma di sicuro non porteranno né lampi né tuoni, quindi lasciamo che la nebbia continui ad av¬volgere le in¬quietanti urla del capitano ed il suo veliero trascinato alla deriva e, dopo aver avvistato due eland impegnati a brucare tra i cespugli del fynbos, co¬steggiamo la False Bay, lasciandoci affascinare dalle sue acque, all’apparenza tranquille ma in realtà respon-sabili di tanti tragici naufragi, che si infran¬gono su scure rocce affilate o calde spiagge sabbiose.
In breve, arriviamo a Simon’s Town, tristemente nota ai tempi dell’apartheid per essere stata una “whites only area”, dove pran¬ziamo a base di pesce a bordo di una nave ancorata nel porto militare, e poi, nel pomeriggio, accompagnati da un inaspettato sole che, assistito dal vento, ha provveduto a spazzar via le nuvole, raggiungiamo Boulders Beach, per il tanto atteso incon¬tro con la colonia di pinguini che da parecchi anni vive qui.
La loro casa è una piccola distesa di sabbia finissima racchiusa tra bianchi massi granitici, i famosi “boulders” che hanno dato il nome al luogo.
È qui che que¬sti simpatici uccelli passano la maggior parte della loro giornata, intenti a covare, giocare o semplicemente dormire su una pietra o all’ombra di un cespuglio. È qui che ritornano ad asciugare le loro piume dopo una tranquilla nuotata nelle acque trasparenti della False Bay da cui escono cion¬dolando a destra e a sini¬stra e provocando numerosi sorrisi sui volti dei turisti. Ed è sempre qui che si mettono in posa davanti alle tante macchine fotografiche pronte a scattare, che allungano il collo ed il becco verso il cielo per rivolgergli il loro strano grido simile al ra¬glio di un asino e che si esibiscono nella loro buffa andatura ondeg¬giante.
Ma soprattutto è qui, su questa spiaggia appartenente al Cape Peninsula National Park, che questi animali, sottoposti a continue minacce di estinzione, tro¬vano un luogo sicuro per deporre le loro uova, spesso raccolte per uso alimentare, ed un mare incontaminato dove le sardine e le acciughe, il loro cibo prefe¬rito, non mancano di certo.
Ogni giorno, sulla passerella in legno che porta alla spiaggia, si accalcano orde di turisti. La maggior parte dei pinguini sembra ormai essersi abituata ai loro occhi indagatori ed al loro chiasso, ma qualcuno rivela ancora una certa curiosità. È il caso del pinguino che ci segue mentre ci dirigiamo verso l’uscita. Le sue ali nere, che millenni di evoluzione hanno trasformato in agili pinne, risplendono sotto i caldi raggi del sole, mentre le sue corte zampe si muovono veloci la¬sciando piccole impronte nella sabbia. Dopo i primi passi un po’ titu-banti sembra farsi più ardito, ma, ap¬pena si accorge di essere stato scoperto, il suo corag¬gio viene meno ed in pochi secondi eccolo nascon¬dersi dietro un cespuglio lì vi¬cino. Mentre noi ci allontaniamo, solo un pic¬colo becco curioso ed alcune piume bianche del petto spuntano tra i rami e le foglie a rive¬lare la sua pre¬senza…
Dopo questo bizzarro incontro, ci attendono i Giardini Botanici di Kirstenbosh, distesi ai piedi delle pendici orientali della Table Mountain, dove si colti¬vano quasi 9.000 delle 22.000 specie vegetali sudafricane. Il periodo migliore per visitarli sarebbe tra settembre e ottobre, quando la mag¬gior parte delle piante esplode in mille colori, ma anche in questa calda giornata di gennaio si rivelano un luogo molto affascinante. Un sole splendente illumina infatti la sconfinata distesa blu cobalto del cielo, su cui qualche soffice nuvola vaga senza una meta precisa, mentre la rigida Table Mountain, spalleg¬giata dai raggi infuocati che fanno brillare ogni sua pietra, sembra volersi disfare per un attimo di un po’ della sua au¬sterità.
Camminiamo senza fretta, lasciandoci avvolgere da morbidi prati intervallati da cespugli di protee, distese di erica ed alberi dai rami contorti, sempre se¬guiti da un leggero venticello, la gioia dei nostri corpi accaldati, che ci sferza il viso e ci scompiglia i capelli; ogni albero, ogni foglia, ogni ciuffo d’erba intorno a noi sembra impegnarsi per creare infinite to¬nalità di verde e, mentre i miei occhi si stupi-scono di fronte ai colori ed alla forma di un’inaspettata pro¬tea fiorita ed il profumo di una strana pianta dal nome impro¬nunciabile mi solletica il naso, devo rassegnarmi a riconoscere almeno un merito a quel pazzo sterminatore che fu Cecil John Rhodes: è stato lui, in¬fatti, nel 1895, ad acquistare questo terreno per preservarlo dalla costruzione scriteriata di case e palazzi e a lasciarlo in ere¬dità alla città po¬chi anni dopo, con la promessa che, nel corso dei secoli, non una pietra, un mattone o un granello di cemento avreb¬bero contaminato que¬sto angolo di Table Mountain.
Anche un altro europeo, a cui però dubito riuscirò mai a riconoscere un merito, ha lasciato il segno in questa zona, ma prima che venisse tra¬sfor¬mata in un giardino botanico.
Correva l’anno 1652 quando Jan Van Riebeeck approdò al Capo con un manipolo di dipendenti della Compagnia Olandese delle Indie Orientali e l’intento di creare una base commerciale per le navi che facevano la spola tra l’Europa ed i ricchi mercati asiatici, ma, con suo grande disap¬punto, trovò la terra già abi¬tata dai San e dai Khoikhoi. Col passare del tempo e l’aiuto delle armi, avrebbe sterminato queste popolazioni, ma il primo provvedimento che decise di pren¬dere per proteggere la pura razza europea dall’inciviltà fu quello di piantare una barriera di mandorli amari dalle pendici di Table Mountain fino a Table Bay. Ancora oggi alcune di queste piante svettano nella parte nord del giardino, ma noi non abbiamo il tempo di raggiun¬gerle. Per concludere degna¬mente la giornata abbiamo infatti pensato a qualcosa di più spettacolare: approfitte¬remo del temporaneo divorzio tra la Ta¬vola e la sua Tovaglia per ammirare Città del Capo da 1.073 metri di altezza.
Diamo ancora una rapida occhiata al Conservatorio, una specie di serra all’interno della quale sono coltivate quelle piante che all’aperto non tro¬vereb¬bero un clima adatto, come gli indomiti arbusti provenienti dal deserto del Karoo o dalle vette dei Drakensberg e le felci e le orchidee abi¬tuate all’umidità delle foreste costiere, e poi lasciamo i giardini per dirigerci verso la stazione di partenza della funivia.
Sono sufficienti pochi minuti per superare i ripidi fianchi e ritrovarsi sulla vetta, un’enorme spianata lunga quasi tre chilometri di cui per-corriamo ogni angolo, totalmente affascinati dalla vista di cui si gode da quassù.
Città del Capo, distesa ai nostri piedi, dà l’impressione di voler cercare verso l’oceano una via di fuga dalle montagne che da sempre la asse¬diano, im¬placabili. L’incursione nel centro cittadino è affidata alla coraggiosa Signal Hill, la bassa collina ricoperta di pini ed eucalipti pronta a farsi strada col suo famoso cannone che tutti i giorni, tranne la domenica, a mezzogiorno, spara un colpo a salve – il “Noon Gun” – per salutare le navi ancorate nel porto, e alla fiera Lion’s Head, questa sera incappucciata da un’innocente nuvoletta bianca, mentre il controllo del fianco destro è lasciato al diabolico Devil’s Peak, deciso ad incutere timore sia col suo nome che con la sua cima aguzza. Anche il lato sud è coperto: i Dodici Apostoli sono infatti rigorosamente schierati per contrastare l’avanzata di Camps Bay. Nulla da eccepire quindi al massiccio della Table Mountain che sembra svolgere alla perfezione il ruolo di esperto comandante al quale è stato chiamato.
Ma questa non è la sola sfida che si sta giocando sotto i nostri occhi. Sono infatti le 6.00 di sera ed i raggi del sole, sconfitti dalle ingorde ombre che hanno già conquistato interi quartieri, si stanno preparando ad abbandonare la città. L’unico loro alleato sembra es¬sere rimasto l’oceano, an¬cora com¬pletamente illu¬minato, sulle cui acque, che sfumano dall’allegro azzurro della riva, pronto a sedurre migliaia di bagnanti e wind-surfers, al cupo blu delle profondità percorse dagli squali, stanno danzando, sospinte dalle onde, numerose barche già ormeggiate.
Presto si unirà a loro anche il battello che si sta allontanando dalla cru¬dele Robben Island, sospesa all’imboccatura della Table Bay.
Noi, imbacuccati nelle nostre giacche che però nulla possono contro il vento ostinato che ci sta avvolgendo con tutta la sua forza, seguiamo per un at¬timo la sua scia biancastra diretta verso il porto e poi, dopo un ultimo sguardo alla città, risaliamo sulla funivia.
Per tornare in albergo, affidiamo i nostri dieci corpi, stipati su un pulmino da sette posti, nelle mani di un autista che sembra impegnarsi di più a ridere e a gesticolare che a seguire ciò che succede sulla strada davanti a lui, ma, nonostante tutto, riusciamo ad arrivare sani e salvi per la cena e per quattro chiacchiere a bordo piscina, le uniche cose che riusciamo a concederci prima di crollare esausti sui nostri letti.
La mattina seguente, è uno stuolo di nuvole grigie ad accompagnarci a Robben Island, l’isola che deve il suo nome ai tanti leoni marini (i “robbe” in olandese) che, prima di essere quasi sterminati per la carne, la pelle ed il grasso, vivevano sulle sue coste, ma che è di¬ventata fa¬mosa in tutto il mondo per un altro triste motivo. Durante il periodo dell’apartheid, infatti, la pazzia dell’uomo l’ha trasformata in un’atroce pri¬gione per migliaia di neri, rei sol¬tanto di aver lottato contro un regime che non riconosceva loro alcun diritto, se non quello di venire trattati come esseri inferiori.
Un regime folle e discriminatorio che classificava ogni persona in base alla razza e che, in accordo con il suo significato, “segregazione”, preve¬deva aree e strutture separate a seconda del colore della pelle.
Un regime che aveva confinato la popolazione nera all’interno di dieci territori quasi privi di risorse, le homelands, per uscire dalle quali era ne¬cessario il passaporto ed un permesso particolare.
Un regime che, con la sua assurda politica basata sulla tortura, sull’incarcerazione senza processo e sulla censura dei mezzi di informa-zione, è riuscito a governare il Paese dal 1948 al 1994, anno in cui uno degli ex prigionieri di Robben Island, Nelson Mandela, scarcerato l’11 febbraio 1990, ha vinto le prime elezioni multirazziali della storia del Sudafrica.
Da allora, l’isola ha abbandonato la sua triste funzione di prigione e, col passare degli anni, è stata trasformata in un museo.
I turisti che vi approdano, noi compresi, cominciano la visita con un giro in pullman che tocca tutti i punti più significativi, dal villaggio delle guardie car¬cerarie alla casa dove era imprigionato Robert Sobukwe, leader del Pan African Congress, tenuto lontano dagli altri pri-gionieri per paura che potesse incitarli alla ribellione, fino alla cava di calce in cui i detenuti erano costretti ai lavori forzati.
È qui che si trova uno dei monumenti più importanti di tutta l’isola. Si tratta di un semplice cumulo di pietre, la prima delle quali è stata posta da Nelson Mandela, poi seguito da altri prigionieri. La particolarità sta nel fatto che non una di queste pietre è uguale alle altre. Tutte hanno una loro forma, di¬mensione o composizione. Eppure si trovano insieme, nello stesso posto… Il sogno di tutti i detenuti di Robben Island, ossia il raggiungimento dell’unione tra diverse razze, diverse culture e diversi pensieri, non poteva essere rappresentato in modo migliore.
Dopo un’oretta, il pullman si ferma davanti alla prigione. Appena scesi, conosciamo la nostra guida, un ex prigioniero, e con lui ne var-chiamo i cancelli. La sua voce è comprensibilmente amareggiata mentre ci mostra i diversi settori in cui l’edificio era suddiviso: quelli contrassegnati dalle lettere D, E e F erano riservati ai detenuti “normali”, ammassati in più di trecento all’interno di una stanza e co¬stretti a fare i turni per dormire perché non c’era abba¬stanza spazio per terra, mentre nel B venivano rinchiusi i leaders. Questi ultimi avevano a disposizione una cella di 6 m2 ciascuno, ma erano totalmente isolati dal resto dei carcerati e le uniche persone con cui pote¬vano scambiare qualche parola erano le guardie. Anche Nelson Mandela, il prigioniero n. 466/64, fu rinchiuso in questo settore. Vi ri¬mase dal 1964 al 1984, quando venne trasferito nel carcere di Pollsmoor, a Cape Town, e fu tra queste mura che iniziò a scrivere “Il lungo cammino verso la libertà”, il libro che ripercorre tutte le fasi della sua vita, dall’infanzia trascorsa in un piccolo villaggio del Transkei di cui il padre era il capo, agli studi da avvocato, fino agli anni della lotta con¬tro la segregazione razziale.
Dopo aver visto la sua misera stanza, tralasciamo il settore C, utilizzato come raggio punitivo di isolamento, e ci soffermiamo in quello contrad¬distinto dalla lettera A, destinato alla tortura. La guida ci spiega che le punizioni più utilizzate erano due: il buco di pietra, con il quale il dete¬nuto veniva seppel¬lito nella sabbia fino al collo e lasciato in queste condizioni fin quando non dava segni di soffocamento, e l’aeroplano, che consisteva nell’appendere il prigioniero a un palo a testa in giù per diverse ore.
Ma la tortura più difficile da sopportare per i reclusi di Robben Island era forse il totale isolamento dal resto del mondo. In tutto l’anno, pote¬vano rice¬vere solo due visite e tre lettere, contenenti non più di 120 parole e rigorosamente scritte in afrikaans, in modo che le guardie potes¬sero controllarle prima di passarle ai destinatari. La lingua dei poliziotti, infatti, era la sola che si poteva utilizzare all’interno della prigione e, a causa di questo, molti pri¬gionieri, capaci di parlare solo il dialetto della propria tribù, finirono col chiudersi in un triste mutismo.
Con il settore A termina la nostra visita. Un ultimo saluto alla guida e poi non ci resta che dirigerci verso il porticciolo dove il battello ci starà già aspet¬tando. Lungo la strada, mi soffermo a guardare alcune gigantografie appese sui muri che riproducono lo sbarco dei dete-nuti sull’isola. Ed è mentre i miei occhi osservano le divise immacolate ed i lunghi fucili dei bianchi puntati contro le spalle chine ed i visi smunti dei prigionieri che mi tornano in mente le parole lette su una rivista di viaggi poco prima di partire dall’Italia: “Quando creò quel lembo di terra, la natura voleva farne solo un paradiso per pinguini e per certe antilopi rare, dette bontebok, ma poi l’uomo la destinò ad altri usi”…
Decido di scattare una foto ad una di quelle gigantografie: sarà la sola fatta a Robben Island…
Il battello si lascia ben presto alle spalle l’isola, con il suo alone di tristezza e le sue nuvole grigie, e in poco tempo raggiunge il Victoria & Alfred Waterfront, dove ci fermiamo per il pranzo e per un giretto veloce tra i tanti negozi. Dopo aver acquistato qualche souvenir e scattato un’ultima foto alla Table Mountain, decidiamo di concludere le nostre due giornate a Cape Town con un rilassante bagno nella piscina del nostro albergo.
Il giorno dopo, infatti, ci tocca salutare la Taverna dei Mari per inoltrarci verso l’interno e raggiungere così Oudtshoorn, il paese degli struzzi.
Lungo il primo tratto di strada ci accompagnano i vigneti di Stellenbosh, la seconda città più vecchia del Sudafrica, fondata dal governatore Van Der Stel nel 1679, e di Paarl, famosa per essere stata, un tempo, una delle roccaforti degli afrikaner. Qui venne infatti fon¬data, nel 1875, l’Associazione dei Veri Afrikaner e sempre qui vennero stampati i primi libri in afrikaans, l’idioma in origine chiamato “kitchen dutch”, ossia “olan¬dese da cucina”, poiché si trattava di una versione molto semplificata, e quindi facile da insegnare agli schiavi, della lingua madre dei primi co¬loni, ma che, col passare del tempo, ha su¬bito le influenze del tedesco, del francese, del malese, dei dia-letti africani e dell’inglese, trasforman¬dosi così in una lingua indipendente, riconosciuta tra quelle ufficiali del Sudafrica nel 1925.
A poco a poco, le rinomate viti delle Winelands lasciano il posto ad alte rocce dolomitiche ricoperte di arbusti dagli allegri fiori rossi e gialli che ci scor¬tano fino a Montagu, dove il compito di vivacizzare le tante vecchie case dal tetto di paglia è affidato a numerosi cespu¬gli di bugan¬villee e di oleandri dai colori molto intensi.
Dopo il paese, ci accoglie una zona quasi desertica. Qui, dalla terra bruna, arsa da un sole implacabile, spuntano solo miseri cespugli rinsecchiti, qualche aloe e rare piantagioni di rooibos, il “cespuglio rosso” dalle cui foglie gli schiavi malesi ricavavano un particolare te, più leggero delle miscele normali, ancora oggi molto diffuso in tutto il Sudafrica… un te il cui strano aroma pungente ci sveglierà ogni mattina in queste due set¬timane.
E finalmente, dopo quasi cinque ore di viaggio, ecco apparire i primi allevamenti di struzzi che caratterizzano tutta la zona di Oudtshoorn.
Intorno a noi, si scorgono solo vaste distese incolte percorse da questi uccelli enormi che con l’evoluzione hanno perso la capacità di volare, ma sono diventati degli ottimi corridori, in grado di raggiungere i 50 km/h di velocità. Ci sono grossi maschi dalle piume bianche e nere che ci scrutano con un’espressione poco amichevole, piccoli di pochi mesi che sgambettano scontrandosi l’uno con l’altro e fem¬mine intente a covare o a razzolare tra l’erba alla ricerca di qualcosa di commestibile.
Sono questi animali che hanno fatto la fortuna di Oudtshoorn verso la fine del secolo scorso, quando la moda voleva i cappelli e gli abiti da si¬gnora or¬nati di piume svolazzanti. A quel tempo, nella regione vivevano 750.000 struzzi ed un chilo di piume costava quanto un chilo d’oro. Gli allevatori, detti baroni delle piume, si arricchirono a dismisura e poterono costruire sontuose ville, i “Palazzi delle piume”, alcuni dei quali oggi sono stati dichiarati mo¬numento nazionale.
Ma con la prima guerra mondiale e l’avvento delle automobili scoperte la moda cambiò e le piume persero inevitabilmente valore. Oggi, ven¬gono utiliz¬zate quasi esclusivamente per adornare i vestiti succinti delle ballerine del Moulin Rouge di Parigi o del Carnevale di Rio de Janeiro, così gli allevatori, che ormai hanno perso il loro titolo nobiliare, sono stati costretti a diversificare la produzione, puntando sulla pelle, utilizzata per borse, scarpe e porta¬fogli, sulla carne, seccata e trattata per produrre il biltong, e sulle uova, uno dei quali equivale a ventiquattro di gal¬lina.
Ma una cospicua fonte di guadagno per questi allevatori deve essere anche la curiosità dei turisti. Sono molti infatti quelli che ogni giorno visi¬tano gli allevamenti… e anche noi siamo tra questi!
Dopo il pranzo, naturalmente a base di carne ed uova di struzzo, ci dirigiamo verso i campi in cui questi uccelli scorrazzano. Siamo scortati da una sim¬patica guida armata di un ramo di acacia spinosa, utile per difendersi dagli attacchi sferrati non tanto con il becco, quanto piuttosto con le zampe, mu¬nite di un pericoloso artiglio capace di sventrare un uomo.
Il nostro primo incontro è con un grosso maschio occupato a covare: sotto le ali nasconde più di dieci uova. Non c’è ombra di dubbio: questo esemplare deve essere un gran seduttore. Gli struzzi, infatti, sono tutt’altro che monogami: ognuno di essi è libero, naturalmente dopo aver dato prova delle proprie qualità attraverso un’elaborata danza di corteggiamento, di accoppiarsi con più femmine, che poi deporranno le loro uova, al massimo cinque ciascuna, tutte nello stesso nido. Qui, i futuri pulcini saranno covati solo dalla prima fem¬mina, aiutata dal maschio, mentre le altre non potranno più occuparsi della loro prole.
Alcune volte un uovo viene lasciato fuori dal nido, ma gli studiosi non hanno ancora capito per quale motivo. I Boscimani hanno fornito una loro ver¬sione, sicuramente non molto veritiera, ma interessante, per spiegare questo comportamento. Si tratta di un’antica leg¬genda che risale ai tempi in cui il mondo era ancora giovane e in cui l’unico dio era la mantide religiosa. Questa, molto golosa, divenne ben presto amica dello struzzo, capace di stupirla ogni giorno con nuovi manicaretti, e volle a tutti i costi carpire il segreto di quel cuoco provetto. Fu così che una sera lo spiò e scoprì che quei piatti, così appetitosi e soprattutto impossibili da imitare, venivano cucinati uti-lizzando una strana meraviglia totalmente sconosciuta sia a lei che al resto degli esseri viventi.
Una meraviglia che lo struzzo teneva nascosta sotto la sua grande ala: il fuoco!
Decisa a rendere partecipe il mondo intero di quella scoperta, la mantide pensò per giorni e giorni al modo in cui raggirare lo struzzo, fino a quando non gli venne una splendida idea: lo invitò sotto un albero di marula per uno spuntino e gli chiese, siccome lui era più alto, di mangiare i frutti appesi sui rami più distanti da terra. Ma per fare questo, il povero struzzo dovette alzare le penne!
La fiammella cadde così a terra e la mantide riuscì ad impadronirsene e a donarla all’umanità.
Secondo i Boscimani, ancora oggi, vedendo l’uovo fuori dal nido, lo struzzo si ricorda che non deve alzare le penne, ma continuare a covare, se non vuole perdere qualcosa di molto prezioso.
Mentre la guida continua ad impugnare il suo ramo di acacia, lasciamo che il nostro maschio torni alle sue uova e ci dirigiamo verso un altro campo, dove alcuni suoi simili sono in attesa di qualche temerario disposto a cavalcarli. Già, tra gli sport diffusi in questa zona, c’è anche la corsa con gli struzzi! Nessuno di noi, però, dimostra di avere coraggio a sufficienza per affrontare questa prova e così ci ac-contentiamo di ve¬dere all’opera alcuni dipendenti dell’allevamento che, aggrappati saldamente alle ali ed accompagnati da una nuvola di polvere sollevata da quelle zampe così robuste e veloci, impie¬gano davvero pochi secondi per raggiungere l’albero di pepe colmo di gra-nelli rosa che segna il traguardo del piccolo circuito.
Prima di partire, c’è ancora il tempo per qualche curiosità raccontataci dalla guida. È così che scopriamo che l’uccello più grande del mondo, capace di raggiungere un’altezza pari a 2,5 metri ed un peso di 150 chili, è un animale onnivoro, in grado di trangugiare, oltre a erba e piccoli mammiferi, anche tacchi di scarpe, candele di automobili, monete e pietre. Il suo collo, dotato di ventinove vertebre cervi-cali, è infatti molto elastico e quindi non ci sono problemi a far arrivare queste prelibatezze, che non possono essere masticate perché lo struzzo non ha denti, nello stomaco… o meglio, negli stomaci! Questo strano animale ne possiede ben due: il primo, con all’interno due organi simili a pietre, macina qual¬siasi cosa sia stata ingerita, mentre il se¬condo si oc¬cupa di completare la digestione.
Ora che tutti i segreti degli struzzi ci sono stati svelati possiamo lasciare l’allevamento: le Cango Caves ci aspettano!
Queste grotte furono scoperte nel 1780 da un colono inglese alla ricerca di una pecora desiderosa di un po’ di libertà, ma una piccola pittura rupestre che gli oc¬chi faticano a scorgere su una parete poco dopo l’entrata dimostra che i Boscimani avevano già usufruito del riparo da loro offerto anni prima.
Anche il nome, oggi inglesizzato, porta ancora le tracce dei primi abitanti. In lingua khoisan, infatti, Cango significa “luogo umido” e certo non bisogna essere dotati di una particolare originalità per battezzare in questo modo un ambiente in cui, a dare il benvenuto ai visitatori, ci pen¬sano l’aria spudora¬tamente appiccicaticcia e l’incessante danza messa in scena da mille goccioline che, dalle stalattiti appese al soffitto, si la¬sciano cadere nel vuoto per essere poi accolte dal terreno e dalle stalagmiti che lo costellano oppure dalle spalle, dai capelli e dal viso dei turisti.
Ma di fronte allo spettacolo che la natura è riuscita ad allestire nel corso dei secoli, di fronte a quelle stalattiti così simili ai fanoni di una balena o a quell’immensa sala prima avvolta nell’oscurità e poi a poco a poco illuminata per lasciar emergere strane formazioni calcaree, gli umidi ten¬tacoli che as¬sillano i nostri corpi non hanno di sicuro la meglio. E così, indifferenti alle suppliche della nostra pressione, che tende decisamente verso il basso, ri¬ma¬niamo circa un’ora nelle grotte a cercare di immaginare angeli, diavoli, organi e tutto quanto la fervida fantasia delle guide è riuscita a scor¬gere tra le rocce.
La giornata si conclude con l’arrivo a George, la città fondata nel 1811 dagli inglesi e dedicata al loro re, Giorgio III.
Passiamo la notte qui, in un bell’hotel un po’ distante dal centro, ed è proprio camminando tra i suoi giardini assediati dalle tenebre che riusciamo a scorgere, per la prima volta dal nostro arrivo nell’emisfero australe, i luccichii lontani della Croce del Sud, impossibili da av-vistare in mezzo alle sfacciate luci che ogni sera sbocciano a Città del Capo per sgominare l’oscurità.
Li osserviamo accompagnati dal roco gracidio delle rane nascoste tra i fiori, di tanto in tanto interrotte nei loro assoli dal fischio acuto di un uc¬cellino appollaiato su chissà quale ramo, e lasciamo che siano questi minuscoli puntini iridescenti, persi nella buia immensità che ci sovrasta, ad augurarci la buona notte.
Il mattino seguente, ci saluta uno splendido sole, il tempo ideale per una bella gita sul trenino a vapore che collega George a Knysna, sul quale sa¬liamo dopo aver girovagato per qualche minuto all’interno del Museo dei Trasporti di George, tra quelle vecchie auto decap-pottabili che hanno fatto passare di moda le piume di struzzo, le luccicanti locomotive ripulite dalla patina di carbone che le ricopriva oltre un secolo fa, quando di¬stinti signori accompagnati da eleganti dame si accomodavano sulle sfarzose carrozze di prima classe ad esse collegate per compiere lunghi viaggi d’affari o di pia¬cere, ed i pullman rigorosamente dotati di zona per i bian¬chi e zona per i neri voluti dalle insane menti fautrici dell’apartheid.
Ci aspettiamo grandi cose dall’Outeniqua Choo Tjoe, questo è il suo nome, che ogni giorno sferraglia tra foreste, laghi, coste e lagune seguito da una densa nuvola di fumo nero. E non potrebbe essere altrimenti visto il modo in cui viene pubblicizzato. La “Lonely Planet” lo definisce ad¬dirittura “una delle ragioni principali per visitare George”, poiché dai suoi finestrini “si può ammirare un magnifico pae¬saggio altrimenti non visi¬bile dalla strada”.
Ai nostri occhi, però, questo paesaggio appare tutt’altro che magnifico: decrepite bidonville e lugubri tratti di foresta ci tengono infatti compa¬gnia per la prima parte del viaggio, fino a quando non entriamo nella zona che anni fa gli Inglesi battezzarono Wilderness, ossia “regione sel¬vaggia”, ispirati dalla natura incontaminata che qui regnava sovrana. Ma oggi, purtroppo, di quei laghi, prati e boschi, po¬polati di uccelli ed altri animali, che suggerirono que¬sto nome non c’è quasi più traccia.
Un qualcosa di ben più selvaggio ha preso il loro posto: la costruzione di grandi ville con piscina e lussuosi alberghi a cinque stelle…
E così, dopo aver attraversato il lunghissimo ponte disteso sulla laguna di Knysna, arriviamo nella “città delle ostriche” un po’ delusi e quasi to¬talmente ricoperti da quella patina nerastra che un secolo fa ricopriva le locomotive e che oggi, invece, si deposita su quelle persone che, con¬vinte che prima o poi davanti ai loro occhi apparirà il tanto agognato “magnifico paesaggio”, passano più di due ore affacciati al finestrino, a pochi metri da un camino pronto a sputare fuliggine per tutta la durata del viaggio!
Appena scesi dal treno, ci rechiamo nella frazione di Belvedere, dove ci accolgono una bella chiesa in stile normanno e numerose villette im¬merse nel verde. Ma la più grande attrattiva di Knysna è senza dubbio la sua immensa laguna: 13 km2 di acqua protetti dalle onde furenti dell’Oceano Indiano da due fiere scogliere di arenaria rossa soprannominate “The Heads”.
Sono numerose le compagnie di navigazione che propongono gite in barca alla sera per godere dei magici colori del tramonto africano e natu¬ralmente noi, rinfrancati da un divertentissimo bagno in piscina, non ci lasciamo sfuggire questa opportunità. Questo è infatti il quinto giorno che passiamo in Africa e ancora non abbiamo avuto modo di valutare le capacità artistiche del sole. Certo, ci fidiamo delle descrizioni estatiche di Wilbur Smith, ma, se riuscissimo a vedere con i nostri occhi uno di quei suoi meravigliosi tramonti infuocati, la giornata si concluderebbe in modo davvero spettacolare… pec¬cato che oggi la nostra buona stella abbia deciso di mostrarci il suo lato più perfido!!!
La crociera si rivela infatti di una durata quasi eterna (più di due ore!) e, nel momento in cui il sole dovrebbe deliziarci con una splen¬dida uscita di scena, il cielo si ricopre di poco promettenti nuvole grigie!
Scendiamo dalla barca con un’espressione alquanto desolata e decidiamo di affogare i nostri dispiaceri in un buon bicchierino di amarula, un liquore dolce, tipico del Sud Africa, ricavato dai frutti dell’albero di marula, che, seguito da quattro risate attorno al tavolo di un locale del porto, ci tira pronta¬mente su il morale.
E così il giorno dopo siamo di nuovo in perfetta forma.
In poco tempo, ci lasciamo alle spalle Knysna e raggiungiamo Monkeyland, un centro nei pressi di Plettenberg Bay in cui vengono curate e reintrodotte nel loro ambiente naturale quelle scimmie che vi sono state impietosamente sottratte dai padroni di circhi e zoo o da coloro che, stufi di cani e gatti, volevano che qualcosa di più “esotico” girovagasse per il giardino di casa.
Mentre un appassionato ranger ci guida attraverso il tratto di foresta su cui questo progetto ha potuto svilupparsi, agili lemuri dalla morbida pelliccia bianca e nera, totalmente indifferenti alla nostra presenza, saltellano tra gli intricati rami che ci fanno da tetto ed alcune golden monkeys, simpatiche scimmiette gialle provenienti dal Brasile, ci osservano curiose da dietro un tronco, con la lunga coda che penzola nel vuoto.
La visita si dimostra alquanto interessante, anche se fa una certa rabbia vedere quei babbuini ormai irrecuperabili che saltano sui tavo¬lini del bar per rubare bustine di zucchero o lattine di aranciata… questi animali non verranno mai reintrodotti nelle foreste in cui vive¬vano anni fa in¬sieme ai loro simili: non riuscirebbero a soprav¬vivere se dovessero procurarsi il cibo da soli…
La tappa successiva è all’interno del Parco Nazionale Tsitsikamma, istituito per proteggere i circa 100 km di costa che uniscono Pletten-berg Bay a Humansdorp. Anche in questo caso, come alle Cango Caves, è stato mantenuto il nome scelto dai primi abitanti della zona, i San, forse perché trovarne un altro più emblematico non era facile: qui, infatti, sullo sfondo di una rigogliosa foresta, è proprio la “tsitsikamma”, ossia “l’acqua frizzante”, la prota¬gonista indiscussa.
Imponenti onde si accaniscono senza pietà sugli scogli poco distanti da noi, in una continua esplosione di schiuma e vapore. Animate da chissà quale rancore, sembrano volerli flagellare, il loro esercito di infinite goccioline pronto a lanciarsi all’attacco. Tuttavia, le scure rocce riescono a neutraliz¬zare senza problemi queste cariche umidicce ed i soldati agli ordini del Generale Oceano Indiano vengono an¬nientati in pochi attimi.
Ma, mentre un’inconsistente schiuma lattiginosa, tutto ciò che rimane del loro assalto, scivola sconfitta lungo dure pareti di arenaria, un’altra onda, dalle in¬tenzioni ancora più bellicose, si sta già armando nel quartier generale situato a poche decine di metri dal luogo della battaglia, laddove leggere incre¬spature si sollevano incitate dal loro comandante ed in pochi attimi acquistano il coraggio ed il vigore necessari per lan¬ciarsi in un attacco dall’esito tri¬stemente scontato.
Forse saranno necessari secoli, ma queste onde così audaci riusciranno nella loro difficile impresa ed allora, alle rocce che oggi le fron-teggiano quasi sfrontate, non rimarrà altra scelta che arrendersi, chinando il capo striato dalle cicatrici di tante battaglie.
Per nostra fortuna, oggi, l’acqua del mare non ha dovuto richiedere l’appoggio della sua alleata e le inquietanti nuvole sopra di noi si sono po¬tute tenere ben stretto il carico di pioggia che le rendeva così grigie. Senza la sgradita compagnia di odiosi goccioloni, ci siamo quindi avventu¬rati nella foresta che lambisce la costa, vero trionfo di felci ed alberi sempreverdi dai nomi decisamente illuminanti.
Qui, infatti, accanto agli yellowwood, dal tenero legno giallastro, crescono i puzzolenti stinkwood, che fortunatamente sprigionano il loro parti¬colare aroma solo quando vengono bruciati, ed i resistenti ironwood e leadwood, la cui anima, dura come il ferro ed il piombo, venne sfruttata soprattutto dai Voortrekkers. Con essa, infatti, si potevano costruire dei carri indistruttibili ed era proprio di carri che questi pionieri, ferventi calvinisti, avevano bisogno per portare a ter¬mine la loro missione: ricercare quella lontana terra promessa di cui erano intrise le pagine della Bibbia, loro unica fonte di conoscenza.
Il loro esodo, oggi conosciuto come Great Trek, iniziò nel 1836: fu allora che il “popolo prescelto da Dio” ab¬bandonò la Colonia del Capo e quella inso¬stenibile giurisdizione inglese che aveva avuto il coraggio di eliminare la schiavitù e quindi di mettere sullo stesso piano l’integerrima razza bianca e gli infedeli neri, capaci di credere a spiriti e stregoni, per spingersi oltre il fiume Orange ed imboccare così strade mai battute da uomini bianchi.
Strade che li portarono incontro alla terribile ma¬laria e a desolate regioni abitate da spietati animali feroci, ma anche all’oro e all’avorio, inesti¬mabili ric¬chezze che questa terra sembrava partorire senza un attimo di tre¬gua.
E gli ironwood ed i leadwood rimasero fedeli a questi pionieri: durante il Great Trek, infatti, quando sui campi calava la notte ed i leoni ed i leo¬pardi fa¬cevano sentire il loro inconfondibile ruggito, venivano accesi scoppiettanti falò con questo legno che bruciava molto len-tamente e quindi riusciva a sco¬raggiare la grande pazienza dei felini, e poi, quando i Voortrekkers giunsero alla fine del loro pellegrinag-gio ed abbandonarono i carri per delle più con¬fortevoli case, porte e finestre costruite con questo materiale si rivelarono davvero dura-ture.
I maestosi esemplari che incontriamo lungo il nostro cammino forse sono sfuggiti al folle disboscamento scatenatosi in quel tempo e possono così al¬lungare i loro rami sopra le nostre teste e dare ospitalità a quegli uccelli e a quelle scimmie che hanno trovato nel parco un luogo sicuro in cui vivere, ma che noi, purtroppo, non abbiamo la fortuna di avvistare.
Dopo aver percorso il ponte sospeso sulla foce del fiume Storm, oggi decisamente fedele al suo nome viste le onde sollevate al suo incontro con l’Oceano Indiano, ritorniamo verso il nostro pullman e, lungo la strada che ci conduce a Port Elizabeth, decidiamo di fermarci al cospetto del Big Tree, un enorme albero di yellowwood le cui misure si dimostrano assolutamente impressionanti.
Sono infatti più di 800 anni che ha messo radici in questa foresta ed ormai ha raggiunto un’altezza di oltre 36 metri; per circondare il suo tronco, la cui circonferenza misura quasi 9 metri, sono necessari ben nove adulti! Ma se qualcuno dovesse decidere di accerchiare la sua chioma, avrebbe bisogno di qualche amico in più, visto che si allarga per 32,9 metri!!!
Da quando, il 31 dicembre del 1994, un fulmine ha abbattuto quello che oggi viene chiamato Fallen Tree, un altro yellowwood molto vicino alla soglia degli otto secoli, nessuno qui è più in grado di fare concorrenza a questo gigante. Gli alberi che crescono accanto a lui, infatti, appaiono come dei bam¬bini intimoriti che guardano con rispetto al vecchio saggio intento a distendere i suoi folti rami, sinonimo di esperienza, sulle loro giovani fronde quasi im¬berbi e dovranno passare molti anni prima che qualcuno trovi il coraggio di sfidarlo.
Raggiungiamo Port Elizabeth quando è ormai scesa la sera e l’impressione che ne ricaviamo, mentre davanti ai nostri occhi sfilano, offu-scati dalla piog¬gia, moderni palazzi dal design av¬veniristico ed un porto invece decisamente ligio alla tradizione, ossia caotico e trasan-dato, non è delle migliori. Ce la immaginavamo legger¬mente di¬versa questa città dell’amore, fondata nel 1820 dal governatore britan¬nico Sir Rufane Donkin a perenne ricordo della sua mogliettina morta a soli ven¬totto anni, ma poco importa: per noi questa non è altro che una tappa obbligata per raggiungere l’Africa degli animali feroci, degli spazi sconfi¬nati e delle prodighe miniere d’oro, infatti sarà proprio da qui che domani decolleremo alla volta di Johannesburg, il nostro crocevia per lo Mpumalanga.
Mentre l’aereo della South African Airways, con la sua allegra coda colorata, rolla sulla piccola pista dell’aeroporto, i nostri pensieri sono tutti rivolti a ciò che ci attende nei prossimi giorni: le zone visitate fino ad ora, infatti, si sono rivelate molto “europee” e noi siamo an¬siosi di vedere, sentire e toc¬care la più intima essenza dell’Africa.
Vogliamo capire quale strano sortilegio è riuscito ad incantare così tanti esploratori, scrittori, poeti…
Saranno forse quelle enormi praterie che non sembrano avere né un principio né una fine, o quelle notti in cui il cielo appare come tempe¬stato di diecimila dia¬manti o ancora la brulla atmosfera in cui si muo¬vono implacabili felini, timide antilopi e vecchi elefanti orgogliosi di mostrare il loro carico di avorio? Oppure sarà quel sole lontano, che nell’arco di un giorno acceca, brucia, si fa quasi odiare per la sua forza e la sua invincibilità, ma poi chiede perdono con un tramonto di fronte al quale non ci si può sentire altro che un piccolo puntino insignificante?
Forse alla fine di questa settimana riusciremo a trovare una risposta, ed io mi auguro che sia la più semplice di tutte: “È l’Africa!”
Il volo scorre veloce, cullati da queste fantasie decisamente migliori delle immagini proposte sullo schermo davanti a noi, dove stralunati perso¬naggi sono impegnati a mettere in scena candid camera davvero assurde, e, dopo poco più di un’ora, eccoci di nuovo avvolti dalla frenesia dell’aeroporto di Johannesburg, che sette giorni fa ci ha accolti in Sudafrica.
Oggi lo lasciamo in tutta fretta: fuori ci attendono Carla e Bongani, la guida e l’autista insieme ai quali andremo alla scoperta dello Mpumalanga, “il luogo del sole nascente”, e del Gauteng, “il luogo dell’oro”. Davvero molto promettenti questi nomi…
Pochi minuti sono sufficienti per abbandonare Johannesburg ed i suoi gialli cumuli di scarti di miniera che sembrano sbucare da ogni dove, ma non ba¬stano di certo per lasciarsi alle spalle prima l’high veld, l’altopiano che circonda la città, dove a giocare la parte del leone sono i campi di granturco e di sorgo e le alte ciminiere delle centrali elettriche, dalla cui cima si levano in cielo instancabili nuvole di fumo, e poi il low veld, l’immensa pianura che ha fatto meritare allo Mpumalanga la definizione di “cestino di frutta del Sudafrica”, ma che noi ricorderemo soprattutto per quella distesa di girasoli che il vento si divertiva a cullare, solleticando i larghi petali che avevano rubato al sole un po’ della sua luminosità: impieghiamo infatti più di tre ore per rag¬giungere Lydenburg, “la città della sofferenza”, fon¬data dai Voortrekkers nel 1849, tredici anni dopo l’inizio del loro Great Trek.
Il nome ci crea una certa inquietudine e quindi decidiamo di passare oltre, inerpicandoci per la strada che conduce al Long Tom Pass, cosa che non fa che aumentare il nostro disappunto: questo “Tom il Lungo” a cui è intitolato il passo, infatti, altro non era che il cannone usato dai boeri durante la guerra contro gli inglesi, scoppiata, naturalmente, per avere il controllo di quel prezioso metallo lucci¬cante che in Europa adornava le mani, le orecchie ed il collo delle dame più raffinate e che in questa zona, l’antico Transvaal, la “terra promessa” dei Boeri, sembrava permeare ogni roccia.
Verso la metà del secolo scorso, trovare l’oro divenne quindi il chiodo fisso di migliaia di persone giunte fin qui da ogni angolo del mondo, i loro sogni popolati da montagne di pepite grosse come uova.
Tra queste persone c’era un uomo.
Come tutti gli altri, anche lui si spinse oltre il fiume Vaal convinto che la fortuna, per una volta, sarebbe stata sua alleata.
Per molti anni vagò lungo il letto di fiumi e torrenti, la piccozza ed il setaccio tra le mani e gli occhi smaniosi di scoprire un piccolo lucci-chio che avrebbe potuto forse cambiargli la vita; mille volte affogò i suoi dispiaceri in quel whisky che dell’oro non aveva soltanto il co-lore, ma anche il prezzo; col tempo, imparò addirittura a sedare l’invidia, la rabbia e le delusioni ed a capire che rompersi una mano in una rissa non avrebbe fatto altro che allontanare da lui quelle tanto bramate pagliuzze, l’unica ragione per la quale valeva la pena al¬zarsi dal letto la mattina.
Una sola compagna non lo abbandonò mai, dimostrandosi più fedele delle donne e dei liquori: la speranza.
Era accanto a lui quando si recava al fiume e quando ritornava verso la sua tenda la sera, senza niente tra le mani, se non gli ormai malridotti setaccio e piccozza, quando al mattino si svegliava con un cerchio alla testa ed una bottiglia vuota ai piedi del letto e quando la notte i suoi so¬gni avevano smesso di essere popolati di montagne scintillanti e si erano trasformati in spaventosi incubi in cui regna¬vano cumuli di terra e pie¬tre senza alcun valore.
Si appoggiava alla sua spalla, le labbra vicino all’orecchio, e gli sussurrava parole così dolci che era impossibile non crederle.
Diceva sempre: “La tua occasione un giorno arriverà”.
E quel giorno arrivò per davvero, anche se fu necessario che il sole tramontasse infinite volte e che numerose estati lasciassero il posto ad al¬trettanti inverni.
L’anno era il 1873. Era iniziato come tutti gli altri e sembrava destinato a chiudersi nello stesso modo, fino a quando un mattino la sua fedele speranza non decise di posare sul setaccio una piccola pepita.
Incredulo, l’uomo la strinse tra le mani callose e, mentre i suoi occhi non riuscivano a staccarsene ed i suoi polpastrelli ne saggiavano ogni più pic¬cola asperità, si sentì come se il suo pellegrinaggio, alla ricerca di quel luccicante dio tanto venerato, fosse dunque finito.
Non ebbe alcun dubbio su come chiamare quel luogo: il “riposo del pellegrino” sarebbe stato il nome più adatto.
Fu così che nacque Pilgrim’s Rest, il paese in cui scendiamo per sgranchirci le gambe dopo esserci lasciati alle spalle le immense foreste di pini ed euca¬lipti che, da Lydenburg in poi, sono state le nostre uniche compagne di viaggio.
Dapprima ci fu solo la tenda di quell’uomo, poi arrivarono altri cercatori ed infine i ricchi Randlord, i Signori del Rand, pronti ad investire in pale, picconi, dinamite e, naturalmente, in economica manodopera nera i capitali attinti dai diamanti scoperti qualche anno prima a Kimberley, su un terreno apparte¬nente ad un certo Signor De Beers…
Pilgrim’s Rest cominciò quindi ad ingrandirsi e, ben presto, siccome molti erano attratti dall’oro ma non dalla prospettiva di passare tutta la giornata in una cava ad armeggiare con mazze ed esplosivi, sorsero negozi e botteghe sui cui scaffali, accanto alla carne secca ed al caffè, erano ammassati sigari di qualità scadente, ruote per i carri o stivali di pelle di bufalo, e bar tra le cui pareti, oltre a spesse nuvole di fumo, si poteva trovare il conforto di una bottiglia di brandy, di un mazzo di carte o di una donnina alquanto estroversa. E poi arri-varono la chiesa, l’ufficio postale, la tipografia ed ancora empori e locande… fino a quando, nel 1972, l’oro si esaurì: anche la più piccola pagliuzza era stata in¬fatti portata alla luce e la terra era diventata irrimediabil¬mente sterile.
Il destino del paese sembrava dunque segnato: abbandonato dalle grandi compagnie minerarie, i suoi prossimi abitanti sarebbero stati la pol¬vere e l’incuria, che, insieme all’erba ed ai rampicanti, avrebbero aggredito, nel giro di pochi mesi, i bei porticati in legno, i tetti in lamiera, le campane della chiesa ed il piccolo cimitero.
Ma, di fronte a questa prospettiva, il governo decise di intervenire, acquistando la città e trasformandola in un museo a cielo aperto, così, oggi, cammi¬nando tra le sue vie e cercando di non fare troppo caso alle strade asfaltate ed alle bancarelle allestite sul loro ciglio, si può ancora re¬spirare l’atmosfera di quei tempi.
Ecco che allora il gestore dell’albergo accanto alla posta diventa il burbero barista pronto a sedare le risse e a centellinare il whisky, mentre la receptio¬nist si trasforma nella cameriera dai biondi capelli cotonati e dalla scollatura generosa. Il signore che cammina dall’altra parte della strada, con quei suoi lunghi baffi schiariti dal sole e quel suo passo così deciso, potrebbe in¬terpretare senza problemi il ruolo del cercatore se indossasse un grosso cappellac¬cio, una camicia sgualcita ed un paio di pantaloni rattoppati sopra a degli stivali coperti di terra e se avesse un piccone nuovo di zecca appoggiato sulle spalle muscolose e lo sguardo torvo tipico di chi ha ap¬pena sco¬perto che, nella concessione accanto alla sua, è stato trovato un ricco filone d’oro.
E anche noi, mentre ci perdiamo all’interno dei negozietti o ci lasciamo ubriacare dal forte odore di alcool che pervade la distilleria o scrutiamo le foto ingiallite e gli attrezzi ormai presi d’assalto dalla ruggine che campeggiano sulle pareti del museo, ci sentiamo un po’ rudi cercatori, av¬venenti cameriere o – perché no? – esperti tecnici minerari, immersi in quel clima polveroso di un secolo fa.
Ma queste nostre fantasticherie sono destinate ad infrangersi non appena torniamo verso il pulmino: saranno infatti le sue ruote ed il suo mo¬tore ben oliato, e non dei cavalli con la sella ormai consunta o un carro trainato da robusti buoi, a portarci al nostro albergo che si affaccia sul fiume Sabie.
Tornare al presente, comunque, si rivela tutt’altro che difficile: questo hotel è infatti semplicemente fantastico ed il suo giardino, ricco di piante dai nomi alquanto esotici, ci affascina.
Qui, infatti si può godere dell’ombra offerta da un grande albero di marula carico di dolci frutti o dell’esplosione di colori di un albero tulipano dagli al¬legri fiori arancioni; si può camminare tra le orecchie di elefante, gli alberi della febbre ed i flanboyen; ci si può perdere tra alte palme ed intricati cespu¬gli; ci si può lasciare accarezzare dalla morbida erba del prato ed ipnotizzare dal violento amaranto di un ibiscus appena sbocciato.
Questa specie di “giardino botanico” ci avvolge con i suoi mille colori e le sue forme più disparate mentre ci dirigiamo sulle rive del Sabie, nelle cui ac¬que stanno poltrendo due ippopotami: sono stati proprio questi animali, aiutati dai famelici coccodrilli, ad ispirare que¬sto nome che, in lingua locale, si¬gni¬fica “terrore”. Nessun’altra parola, infatti, sarebbe risultata più appropriata per descrivere la sensa¬zione che si prova quando si è di fronte al ruggito del “leone delle acque”, capace di mettere in mostra due minacciosi canini lunghi fino a 50 cm, o quando le orecchie captano lo strisciare furtivo di un ret¬tile che ha adocchiato la sua preda ed è deciso a trascinarla in quelle profondità melmose che ha eletto a sua dimora.
I due ippopotami immersi a pochi metri dalle canne e dai bambù accanto ai quali ci siamo appostati, comunque, non sembrano preoccupati dalla nostra presenza e per questa sera decidono di tenere al loro posto i denti spietati e di mostrarci solo quattro piccole orec¬chie rosee e due paia di occhietti por¬cini che ogni tanto fanno capolino dall’acqua e ci scrutano indifferenti.
Quando il sole scende dietro le colline in lontananza, ritorniamo nelle nostre camere, ma, prima della cena, ci concediamo ancora un favoloso bagno in piscina sotto una volta stellata davvero impressionante. Dietro le foglie di un marula, la luna ci sorride complice: sembra aver capito che questa notte dovrà dar fondo a tutte le sue risorse per catturare i nostri sguardi totalmente ammaliati dai mille sfavilli sparsi attorno a lei…
La mattina seguente, gli ippopotami continuano a negarsi agli scatti delle nostre macchine fotografiche: nonostante sia ancora presto, infatti, il sole è già pronto a scagliare i suoi caldi raggi e, per difendere la loro pelle delicata, questi animali così grossi e pericolosi non possono far altro che gettarsi nell’abbraccio protettivo dell’acqua. Alcune oche egiziane che sgambettano tra l’erba a pochi passi dalla riva sembrano deriderli con il loro verso star¬nazzante, ma il suono cavernoso che si leva dal fiume le zittisce in un attimo e le induce ad allontanarsi in tutta fretta con il loro passo sgraziato e don¬dolante.
Anche noi, dopo aver abbandonato ogni speranza di vedere un tozzo corpo lucido issarsi tra le canne dell’isoletta a pochi metri dalla sponda, ci allon¬taniamo: ci tocca raggiungere Carla e Bongani, pronti a portarci alla scoperta del Blyde River Canyon, il terzo canyon al mondo in ordine di grandezza. Salutiamo quindi le orecchie di elefante, i flanboyen e gli alberi tulipano e ci avviamo lungo una strada totalmente accerchiata da piantagioni di ba¬nane e papaie e dagli immancabili pini ed eucalipti, alcuni talmente alti che sembrano in grado, con le loro fronde, di fare il solletico alle nuvole, altri grandi appena quanto noi ed altri ancora tristemente accasciati al suolo, il loro legno resinoso pronto per essere ri¬dotto in tanti ceppi.
Una volta entrati nella riserva del canyon, che si estende per 26.000 ettari, ci soffermiamo per qualche minuto di fronte al Pinnacolo, un’alta formazione rocciosa che svetta al centro della scarpata e che sembra molto impegnata a lottare contro gli invadenti alberi che hanno deciso di occupare i suoi ripidi fianchi e la sua cima orgogliosa, e poi ci dirigiamo verso la God’s Window, accompagnati dalla convinzione che un nome così altisonante non può che essere foriero di un grande spettacolo.
Sfortunatamente, però, dovremo ricrederci: negli ultimi anni, infatti, la “finestra” sembra essere stata un po’ dimenticata da quel “Dio” a cui è dedi¬cata, che l’ha lasciata in balia di una rigogliosa foresta capace di nascondere il precipizio profondo ben 1.000 metri che anni fa si è presen¬tato agli occhi di colui che ha deciso di battezzarla in questo modo e così, oggi, noi non possiamo far altro che lasciare il no¬stro sguardo spa¬ziare su alberi, alberi ed an¬cora al¬beri…
Ma le nostre espressioni deluse ed i nostri commenti non proprio entusiasmanti sono destinati ad abbandonarci nel giro di pochi minuti, quando ci ren¬diamo conto che in questa prima parte il canyon era solo impegnato nelle prove: il vero spettacolo, infatti, comincia qual¬che chilometro più a nord, nel momento in cui fanno il loro ingresso in scena le Bourke’s Luck Potholes. Per ammirare la loro splendida interpretazione, basta fermarsi alla confluenza dei fiumi Blyde e Treur, impeccabili registi: sono infatti stati i loro mulinelli, nel corso dei secoli, a scavare nella roccia queste strane buche cilindriche che oggi il sole, brillante scenografo, rende ancora più attraenti, regalando alle rocce una luce particolarmente intensa ed all’acqua che le circonda una mi¬riade di balenanti scintillii.
Il produttore esecutivo, Mister Blyde River, ha davvero curato ogni minimo dettaglio ed anche le comparse, come quel piccolo filo d’erba mosso dal vento o quelle nuvole immobili che sonnecchiano all’orizzonte o i pesci che guizzano a pochi centimetri dall’acqua che scorre sotto di noi, svolgono il loro ruolo così bene da sembrare dei teatranti consumati.
Ma questo non è altro che il primo atto: altri attori, infatti, sono pronti dietro le quinte e si mostrano a noi dopo qualche chilometro an-cora.
Si tratta dell’invincibile Capo Marepe, abile secoli fa nello sconfiggere gli Swazi durante la Moholoholo, la “grande grande battaglia”, ed oggi perfetto nell’interpretazione di Marepeskop, l’alta ed austera collina che domina la valle, e delle sue tre fedeli mogli, Maseroto, Ma-gabole e Magaladikwue, ben immedesimate nella parte di tre vanitose Rondavels che neanche per un attimo rinunciano a specchiarsi nel fiume Blyde che scorre ai loro piedi, così preoccupate che il loro trucco, la folta vegetazione che le ricopre, possa non essere all’altezza.
Poco prima di chiudere il sipario, il gran finale spetta alla Blydepoort Dam, che impersona il Tabanen, “l’ombra che mi segue” in lingua shan¬gana, dove il Blyde River dimentica per un attimo i sassi e le cascatelle che l’hanno accompagnato fin qui e si allarga in una grande bacino arti¬ficiale color zaffiro: così termina l’ennesima replica dello show che tutti i giorni viene allestito dalla compagnia “Blyde River Canyon”.
La nostra mattinata, invece, prosegue con una breve sosta alle Berlin Falls e con un lauto pranzo nei pressi di Sabie, durante il quale, allietati dalle note di “Tanti auguri a te” cantata in lingua locale e dal vino della distilleria di Pilgrim’s Rest, festeggiamo il compleanno del nostro Giu¬liano.
Ma la giornata deve ancora regalarci la sua parte migliore (senza offesa per Giuliano…): è infatti giunto il tanto atteso momento del no-stro primo safari al Kruger Park e noi non stiamo più nella pelle!
In pochi minuti, durante i quali Carla cerca invano di tenere a freno il nostro entusiasmo spiegandoci le regole del parco, raggiungiamo la porta di in¬gresso di Hazyview, dove ci accoglie il grosso busto di un serissimo Paul Kruger. È stato proprio questo rude agricoltore, presidente per ben quattro volte della Repubblica Boera del Transvaal, a fondare in questa zona, nel lontano 1898, una piccola riserva privata, la Sabie Game Re¬serve, che, col passare degli anni, ha visto cambiare, oltre al suo nome, anche le sue dimensioni: oggi, infatti, il Kruger è uno dei parchi nazio¬nali più grandi al mondo, visto che si estende su una superficie di quasi due milioni di ettari (avete pre¬sente lo Stato di Israele? Il Kruger lo su¬pera, anche se solo di una bazze¬cola!).
I nostri rangers, Keith e Jeremy, ci stanno aspettando accanto alle loro lucide jeep che ben presto si copriranno di polvere. Mentre ci presen¬tiamo, non possiamo fare a meno di notare quanto doni a Keith quella tenuta da safari!!! Tra i due, Jeremy deve essere senza dubbio quello che viene descritto come “il simpatico”… ed in effetti lo è. Avrò modo di scoprirlo in questi due giorni… anche perché io non sarò tra quelli che si accomoderanno sulla jeep di Keith!
Il primo avvistamento, comunque, avviene ancor prima di partire, senza l’aiuto dei nostri due rangers, e in un luogo, a dire la verità, un po’ in¬solito… è infatti dalla finestra del bagno che noi donne scorgiamo una famigliola di facoceri composta da due adulti e due piccoli! Con i loro corpi tozzi che ballon¬zolano a destra e a sinistra e le piccole code ritte verso l’alto come antenne, stanno correndo tra i ce-spugli, forse spaven¬tati da qualcosa, e, mentre li osserviamo ed ascoltiamo i loro grugniti sommessi, non possiamo fare a meno di ac-corgerci che l’adrenalina ha già cominciato a solleticare ogni cellula del nostro corpo e che la voglia di scoprire anche l’angolo più se¬greto del bushveld, la prateria cespugliosa che ci circonda, ci ha ormai contagiate in modo irrimediabile.
Ed allora, così velocemente come i nostri facoceri si eclissano tra gli alberi, noi, con gli occhi intenzionati a scorgere ogni minimo movi-mento nella bo¬scaglia e le dita ansiose di muoversi su zoom e binocoli, prendiamo posto sulla jeep di Jeremy e, già dopo poche centi¬naia di metri, ci imbattiamo in un branco di waterbuck, le antilopi d’acqua, intente a brucare sul ciglio della strada. Allarmato dal nostro arrivo, il maschio, così maestoso con quelle lun¬ghe corna leggermente ricurve verso l’esterno e la folta pelliccia elegantemente bordata di peli bianchi avvolta attorno al collo, ci scruta per qualche secondo attraverso grandi occhi color nocciola, ma poi, nel momento in cui capisce che gli scatti dell’otturatore delle nostre macchine fotografiche non costituiscono un pericolo, riprende indifferente a strappare gli alti fili d’erba che gli accarezzano le zampe, imitato dal suo harem di femmine.
Mentre noi ne ammiriamo la bellezza e l’eleganza, Jeremy ci spiega che è molto facile trovare questi animali qui, a due passi dal Sabie, poiché la loro caratteristica principale, non a caso ripresa anche dal nome, è che, per difendersi dai predatori, che comunque sono poco attratti dalla loro carne dura e dall’odore non proprio invitante, non esitano a buttarsi nell’acqua, dove, con la pelle protetta da una par-ticolare sostanza sottocu¬tanea, possono resi¬stere anche alcune ore… sempre che nelle vicinanze non si stia aggirando un coccodrillo particolarmente affamato!
Dopo un ultimo sguardo a quegli occhi così dolci, riprendiamo la nostra strada, sulla quale ben presto vediamo sollevarsi una fitta nuvola di pol¬vere: con la nostra jeep abbiamo infatti creato un po’ di scompiglio nel branco di impala che la stava attraversando e che ora si è sparso su en¬trambi i lati, i loro sguardi preoccupati tutti rivolti verso di noi. Si tratta di una famiglia di una ventina di esemplari: al¬cuni, più timidi, si dile¬guano tra gli alberi con grandi balzi quando le loro piccole orecchie a punta captano i nostri bisbiglii, mentre altri, più avvezzi a questo tipo di incontri, si sparpagliano tutt’intorno a noi, chi per brucare, chi per coricarsi all’ombra di un albero. Tra questi c’è anche un grande maschio, si¬curamente il capo, che, con le sue belle corna a forma di lira ed il suo portamento orgoglioso, cerca di rassicurare alcune femmine che si sono strette attorno a lui, con i piccoli dall’andatura ancora esitante al riparo tra le loro agili zampe.
Osservandoli, non possiamo fare a meno di notare che il loro manto, così lucido e privo di alcun difetto, sembra disegnato dalla matita di un rigoroso stilista amante dell’equilibrio e dell’armonia: il fulvo brillante che avvolge il dorso, infatti, si interrompe improvvisamente con una pre¬cisa linea retta sui fianchi, per lasciare spazio ad un beige appena accennato che si allunga fino ai robusti zoccoli, sfumando in un candido bianco sulla pancia, sul petto e sul mento, mentre due strisce nere dalla simmetria quasi perfetta incorniciano la piccola e soffice coda.
L’unica stranezza che l’artista si è concesso nella creazione di questo abito è costituita da un paio di ciuffi confezionati con scuri peli ribelli e po¬sti all’altezza delle caviglie posteriori, a protezione di due preziose ghiandole in grado di sprigionare un particolare odore che permette agli esemplari dello stesso branco di rimanere uniti e che, durante la caccia, disorienta anche il più determinato dei predatori.
Questo “aroma ingannatore”, la velocità e la capacità di compiere balzi prodigiosi, lunghi anche fino a 10 metri, sono le uniche armi che i 120.000 im¬pala sparsi all’interno del Kruger Park possono utilizzare per sperare di vincere un duello contro i loro nemici mortali, sem¬pre in ag¬guato. La loro carne così tenera, infatti, è molto apprezzata sia dai ghepardi e dai licaoni, che amano cacciare alla luce del sole, sia dai leopardi e dai leoni, che preferiscono invece sfruttare la loro straordinaria vista notturna, e quindi questi poveri animali, definiti scherzosamente dai ran¬gers i “McDonald’s del bush” perché rap¬presentano uno spuntino veloce e facilmente reperibile, si trovano con-dannati, fin dalla nascita, a non abbassare mai, neanche per un attimo, la guar¬dia.
Nel corso degli anni, però, gli impala hanno capito che gli strani esseri motorizzati che scorrazzano per il parco, abbigliati nei modi più insoliti, non co¬stituiscono un peri¬colo, così la nostra bella famigliola continua a staccare delicatamente le foglie di un arbusto a pochi metri da noi, senza più de¬gnarci di uno sguardo. Jeremy decide quindi di ripartire, lasciandoli consumare il loro pranzo in tutta tranquil¬lità, ma, dopo aver schivato un bushbuck che ir¬rompe improvvisamente sulla strada per attraversala alla massima velocità consentita dalle sue gambe, si ferma nuova¬mente: i suoi occhi hanno avvi¬stato qualcosa.
È una femmina di kudu, anch’essa impegnata a banchettare con i teneri germogli di un albero, per niente disturbata dal vorace uccellino dalla te¬sta rossa appollaiato sul suo dorso che, in cambio di questa comoda sistemazione, è disposto, in un solo giorno, a divorare più di trecento fastidiose zecche anni¬date tra i corti peli. Ci guardiamo intorno, nella speranza di vedere spuntare le corna a spirale del ma¬schio, che abbiamo notato su molti cataloghi di viaggio e che starebbero sicuramente bene immortalate sulla lucida carta delle nostre fotografie, ma tutto quello che riusciamo a scorgere sono solo due buceri terrestri, degli uccellacci quasi grotteschi, simili a dei grossi tacchini, con le piume nere un po’ ar¬ruffate e la testa rossa completa¬mente spe¬lacchiata. Stanno frugando tra l’erba, forse alla ricerca di una tartaruga, il loro cibo preferito, da ca¬povolgere e poi uccidere con il potente becco, un prolungamento della spina dorsale. Gli spazi sconfinati del cielo, infatti, non sono l’ambiente ideale di questi uccelli che, siccome sono capaci di volare solo per brevi tratti, preferi¬scono passare la maggior parte del loro tempo a terra, con le pic¬cole ali grigie grate di non doversi far carico di un peso così notevole e le folte ciglia pronte a sbattere in continuazione per proteggere i perfidi occhi neri dalla sabbia sollevata dal loro continuo razzolare. Mentre li scrutiamo con i nostri binocoli, il loro aspetto sinistro ci inquieta un po’… ed anche quello che ci racconta Jeremy ci fa un certo effetto: i buceri terrestri, infatti, cominciano a dar segno della propria malvagità sin dal primo giorno di vita, quando il primo nato butta giù dal nido collocato su un ramo l’altro uovo deposto dalla mamma, rimanendo così l’unico a godere delle sue cure.
Vedendo il disgusto fare capolino sui nostri volti nel momento in cui sentiamo queste parole, Jeremy decide di rimettersi in marcia, alla ricerca di un al¬tro animale un po’ più simpatico. È così che ci imbattiamo in un maschio di gnu, l’animale detto anche “il collage del bush”, poiché nel crearlo Madre Natura sem¬bra essersi divertita a riunire, un po’ a casaccio, i caratteri del bue, dell’antilope e del ca¬vallo, ottenendo come risul¬tato uno strano erbivoro dotato di quattro zampe sottilissime, un muso un po’ troppo allungato ed una sgra¬ziata gobba che una lunga zazzera ribelle non riesce del tutto a ca¬muffare. In¬curante degli indiscreti zoom puntati nella sua direzione, sta mangiucchiando svogliatamente qualche filo d’erba, mentre, a pochi passi da lui, due ma¬schi di impala, indispettiti dal fatto che un animale così poco elegante abbia catalizzato tutti i no¬stri sguardi, cercano di rubargli la scena mo¬strandoci le loro giovani corna ancora innocenti. Decidiamo di premiare gli sforzi di questi due no¬velli narcisi, assicurandoci un primo piano che, nel no¬stro album fotografico, non sarà sicuramente seguito dall’immagine di quello spaurito duiker che si è nascosto tra gli alberi non appena ha sentito la jeep avvi¬ci-narsi, ma da una bella zoomata sull’abito da galeotto di una famiglia di zebre, ferme sul bordo della strada per permettere al piccolo, nato da poche settimane, di riposarsi su un morbido cuscino d’erba. Un brusco scarto del papà, forse insofferente alla nostra presenza, però, lo sveglia all’improvviso, spaventandolo, e l’unico rimedio per rassicurarlo sembra essere il caldo e dolce latte materno poppato con avidità fino a quando lo sto¬maco non si sente sazio e le gambe, ormai non più tremanti, non si rivelano pronte a galoppare lontano da noi, tra i due diffidenti genitori.
Con gli occhi ancora affascinati da questa immagine così tenera, ripartiamo, abbandonando la zona boscosa per inoltrarci in una regione più secca, dove gli alberi appaiono più rari e certamente sopraffatti da piccoli cespugli e sporadiche macchie di erba assetata che cer¬cano di donare un po’ di colore al bruno della terra. È qui che il caldo, fino a questo momento scongiurato dall’ombra, si rivela a noi con tutta la sua violenza: quando la jeep è in movi¬mento sembra infatti che un enorme phon, pronto a sparare una fortissima aria arroven¬tata, sia azionato contro di noi alla massima velocità, mentre, quando ci fermiamo, le potenti braccia di tutti i quarantaquattro gradi che oggi assediano il parco ci avvinghiano implacabili, senza accordarci neanche un attimo di respiro.
Ma un lato positivo in tutto questo c’è: senza piante a darci fastidio, è molto più semplice avvistare gli animali… peccato che non ce ne siano!
Per un bel po’ di tempo, infatti, gli unici movimenti che scorgiamo sono i balzi leggiadri di qualche impala e l’andatura dondolante di alcune fa¬raone dalla testa blu, le cui magre zampe sembrano far fatica a sostenere dei corpi così ben pasciuti, sicuramente molto apprezzati da gatti sel¬vatici, caracal e linci.
Ma ad un tratto, in quella che a noi appare come la grande ombra di un’acacia ad ombrello, Jeremy riesce a scorgere il corpo accovac-ciato di una iena macchiata. Binocoli in azione, poiché alcune decine di metri ci separano da quella sagoma scura, notiamo il suo muso canino sollevarsi all’improvviso dalle zampe su cui era appoggiato e volgersi verso un cespuglio lì accanto. Anche noi dirigiamo i nostri sguardi in quella direzione ed intravediamo due pic¬cole corna che spuntano tra i rami. Qualche secondo dopo, il giovane impala a cui appartengono sbuca allo scoperto, accompagnato dalla sua bella: entrambi sembrano un po’ intimoriti da quel brutto essere incontrato lungo la loro strada, anche perché le iene, nonostante la fama di divoratrici di ca¬rogne, sono abili cacciatrici. Ma quella che li sta svo-gliatamente fronteggiando in questo momento non sembra così decisa ad entrare in azione: forse è troppo accaldata o forse ha capito che avrebbe scarse possibilità, anche perché la coppia, già allertata, non impiegherebbe molto a distanziarla con un paio di lunghi salti. E così i due si allontanano, sempre guardinghi, mentre lei prosegue il suo sonnellino: probabilmente andrà in caccia questa sera, quando un po’ di frescura calerà sul parco, e sarà allora che nell’aria risuoneranno le sue raccapriccianti risate.
Imitando gli impala, ce ne andiamo anche noi, con la speranza che il piccolo steenbok che si sta incautamente avviando verso quella solitaria acacia la cui ombra è già occupata, non scateni nella iena, con quel florido ancheggiare di quarti posteriori, una fame improvvisa.
Qualche centinaio di metri dopo, è ancora un’acacia ad attirare la nostra attenzione: tra il cupo verde delle sue foglie, infatti, scorgiamo un’insolita mac¬chia di colore. Guardando meglio, scopriamo le piume azzurre, blu e turchese di un’allegra ghiandaia europea, forse af¬fetta da mal d’Africa, tranquilla¬mente appollaiata tra le lunghe spine acuminate che ricoprono l’albero. Rimane in posa solo per pochi secondi e poi, con un frullio d’ali quasi impercet¬tibile, si alza in volo per andarsi a posare su un cespuglio un po’ più distante dalla strada. Anche questa sistema¬zione, però, non si rivela adatta: un grosso maschio di kudu, prima nascosto da alcuni grossi massi lì vi¬cino, infatti, irrompe improvvisamente sulla scena, costringendola a scappare un’altra volta. È davvero un bell’esemplare, con quelle imponenti corna a cavatappi ed il mantello lucido percorso, sul dorso, da bianche strisce verticali, ma la nostra presenza sembra preoc¬cuparlo e, dopo pochi secondi dalla sua apparizione, eccolo di nuovo scomparso dietro a quei bianchi macigni da cui era spuntato.
Anche se il tempo sembra essere volato, ormai sono più di tre ore che gironzoliamo per il parco e, secondo Jeremy, è giunto il momento di sgranchirsi un po’ le gambe. Noi siamo un po’ titubanti ma ci fidiamo di lui e, dopo pochi minuti, eccoci scendere dalla jeep nei pressi dello Stevenson Hamilton Memorial Tablet, una bassa collina rocciosa circondata da numerosi alberi che speriamo vivamente non stiano dando allog¬gio a qualche leopardo desi¬deroso di uno spuntino…
Qui, su una grossa pietra sbiadita dal sole, una lapide ricorda il primo ranger del Kruger che si è meritato il soprannome di Skukuza, ovvero “Colui che non lascia niente di intentato” per la sua strenua lotta contro il bracconaggio, ancora oggi una delle piaghe che afflig-gono il parco.
Rimaniamo solo pochi attimi ad onorare il vecchio Stevenson… pochi attimi che però sono sufficienti a farci conoscere, e subito odiare, la fasti¬diosa can¬tilena di un uccello appostato sui rami appena sotto di noi. Quando chiediamo informazioni, Jeremy prima sorride e poi ci spiega che si tratta di un lourie, una specie di pappagallino il cui verso ossessivo, simile ad un continuo “Go away! Go away!” sembra un ammonimento per chiunque osi avvici¬narglisi. Come dar torto a quei rangers che lo hanno insignito della poco dignitosa carica di “rompiscatole del bush”?
Una volta scesi dalla collina, ci rendiamo conto che sono quasi le 6.00 di sera e che il nostro primo safari sta per giungere al termine: osser¬viamo an¬cora per qualche minuto tre ippopotami annoiati che cercano un po’ di frescura nel Sabie e poi ci dirigiamo verso l’uscita.
Ma a poche centinaia di metri dai cancelli, si presenta ai nostri occhi uno spettacolo quasi commovente, il momento culminante di que¬sta gior¬nata dav¬vero ricca di incontri: è una giraffa. Sarà alta cinque metri, o forse qualcosa di più. Sta cercando di bere accanto ad una piccola pozza d’acqua.
Ed è meravigliosa…
Guardandola, il primo pensiero che si affaccia alla mente è che in lei c’è tutta l’Africa, con la sua fantasia e la sua magia, la sua dolcezza e la sua cru¬deltà.
La fantasia è in quel collo lunghissimo, sostenuto solo da sette infaticabili vertebre, in quelle inutili protuberanze ossee ricoperte di pelle e pelo che spuntano curiose tra le orecchie e in quell’eccentrico vestito ottenuto cucendo, con del grossolano filo beige, una miriade di pezze marroni dalle forme e dimensioni più disparate…
La magia è nel suo cuore, un grosso tamburo lungo 60 cm e pesante 11 kg capace, con i suoi battiti ritmati, di pompare il sangue verso l’alto per oltre due metri e di accordare una geniale orchestra di valvole e vasi sanguigni sparpagliati su cinque metri di altezza, tutti pronti a farsi un baffo della pres¬sione…
La dolcezza non può essere che nei suoi grandi occhi, la cui particolare luce è in grado di svelare tutte quelle sensazioni e quelle emozioni a cui la gi¬raffa non riesce a dar voce. È infatti nel suo mutismo che appare la folle crudeltà dell’Africa, così cinica da riuscire a con¬dannare questi animali ad un’esistenza avvolta da un velo di silenzio che niente, né la tristezza o l’allegria, né il dolore o la passione, riesce a squarciare.
Nessun suono, quindi, uscirà mai da quella gola slanciata a pochi passi da noi.
Nessun ansito rivelerà la paura di essere attaccata da un leone.
Nessun gemito tradirà lo sforzo immane che le gambe anteriori devono compiere per assumere una posizione quasi impensabile.
E nessun sospiro confesserà il piacere provato cogliendo il profumo ed il gusto di quell’acqua finalmente raggiunta.
Sentendoci solidali con lei, anche noi diventiamo improvvisamente muti e ci guardiamo intorno allarmati, sperando che nessun pericolo si na¬sconda tra gli alberi. Il rumore degli zoccoli che sbattono sul terreno, allontanandosi sempre più l’uno dall’altro, sembra durare un tempo infinito e, mentre osser¬viamo il muso scendere lentamente da cinque a zero metri e l’avida bocca avvicinarsi all’acqua, non pos-siamo fare a meno di provare un po’ di pena per questo animale, così indifeso in questo momento.
Solo qualche minuto dopo, quando vediamo le sue esili gambe simili a dei trampoli allontanarsi lentamente dalla pozza e dirigersi verso gli al¬beri, la no¬stra apprensione si dissolve, lasciando il posto ad una strana sensazione di felicità.
Forse questo era il modo migliore per concludere la nostra prima giornata di safari…
Appena usciti dal parco, scorgiamo ancora la forma di un elefante ben mimetizzato tra i grossi massi che costellano il Sabie, ma parec¬chi metri ci divi¬dono da lui e la luce che sta già cominciando a calare non ci aiuta di certo a distinguere le sue zanne o la sua ruvida pellaccia grigia, così non ci rimane che prendere in parola il nostro ranger, pronto a prometterci per domani molti incontri con questi giganti, ed avviarci verso il Kru¬ger Game Lodge, dove passeremo le nostre due prossime notti.
Qui, dopo un rigenerante bagno in piscina, l’ideale per spazzare via tutto il caldo accumulato durante la giornata, raggiungiamo il boma, il re¬cinto chiuso all’interno del quale ceneremo con spiedini di coccodrillo, salsicce di kudu e facocero alla griglia. Nel mezzo, un grande fuoco sta già crepitando e le fiamme, così simili a sinuose ballerine che danzano accompagnate dal ritmo scoppiettante di un complesso di grossi ceppi arroventati, alzano le lunghe braccia verso il cielo, come per ghermire le tante stelle che ci spiano da dietro le fronde degli alberi e che, di fronte alla loro luminosità, sembrano quasi impallidire.
Ma, ben presto, quando il silenzio calerà sul boma e le danzatrici che ora si muovo infervorate saranno preda della stanchezza, si pren-deranno la loro rivincita: solo loro, infatti, avranno l’onore di illuminare il Sabie, che scorre accanto a noi; solo loro indicheranno la strada a quell’immenso elefante che, al tramonto, si muoveva lento tra le sue acque; solo loro terranno compagnia a Morfeo, dalle cui accoglienti braccia ci lasciamo avvolgere subito dopo la cena, stanchi per tutte le emozioni che abbiamo vissuto oggi ma allo stesso tempo ansiosi che arrivino pre¬sto le 5.00, ora in cui un altro eccitante safari avrà inizio…
E, quando le 5.00 finalmente arrivano, sono ancora le stelle ad illuminare il cielo e ad osservarci mentre cerchiamo di difendere i biscotti del nostro spuntino dagli attacchi di alcune simpatiche scimmiette che hanno fatto dei rami degli alberi attorno al lodge la loro casa. Qualche mi¬nuto dopo, però, quando varchiamo i cancelli del parco, dei loro brillii non c’è più traccia: i teneri colori che stanno risve¬gliando l’orizzonte hanno già provveduto ad offu¬scarli.
Per un attimo dimentichiamo gli animali e solleviamo i nostri occhi verso quelle inoffensive nuvole screziate di rosa e di oro che, sospinte dal vento, sembrano sfruttare questi ultimi istanti di penombra per giocare a rincorrersi. Tra poco, infatti, dovranno abbandonare il loro abito colo¬rato ed indos¬sarne uno bianco, immacolato, la divisa ideale per accogliere il loro re sole che, dietro gli alberi lontani, sta già cominciano la sua ascesa giornaliera e che, in un attimo, con i suoi raggi sguainati come invincibili spade, farà abdicare altri tre re.
Tre re che si sono uniti ieri sera, accomunati dalla fame e dalla necessità di cacciare, e che, quando la notte ha ammantato il parco, hanno ma¬nifestato tutta la loro forza, con agghiaccianti ruggiti ed agguati mortali.
Tre re che torneranno ad imporre la loro legge quando il buio, loro alleato, ingoierà un’altra volta quella fastidiosa palla infuocata.
Tre re incoronati da una splendida criniera fulva che stanno sfilando altezzosi davanti a noi, rimasti totalmente senza parole al cospetto della loro mae¬stosità.
Tre splendidi leoni presto inghiottiti dall’erba alta: un lampo, una visione fugace, quasi onirica, ma capace di provocarci un brivido e di regalarci un’emozione indimenticabile…
Chiudiamo gli occhi per un attimo ed ecco che sono già scomparsi. Gli steli complici li hanno avvolti in un morbido abbraccio, come per proteg¬gerli dai nostri sguardi, e solo il leggero ondeggiare delle loro verdi cime ci as¬sicura che non si è trattato di un sogno, ma del mi-glior avvio che potevamo augu¬rarci per la nostra giornata “in cammino”. E così, mentre i nostri tre re si muovono alla ricerca di un luogo in cui riprendersi dalle fatiche della notte, noi imbocchiamo la strada che conduce al Sabie, con la speranza di incappare in qualche ani-male assetato. Fiancheggiamo le sue rive, colonizzate da sico¬mori, acacie ed alberi delle salsicce carichi di frutti allungati, e, ben presto, dall’acqua vediamo emergere gli oc¬chietti, le orecchie e la massa scura del dorso di alcuni ippopotami. Per un attimo, sembra quasi che vogliano uscire dal fiume e mostrarci il loro grasso corpo percorso dal fluido rossastro che li protegge dalle scottature, ma poi un grido risuona inaspettato nell’aria silenziosa spaventandoli ed inducendoli a ributtarsi, con le piccole narici chiuse come valvole, tra i flutti da cui erano affiorati.
È il verso imperioso di un’aquila pescatrice che si sta preparando a scagliarsi sull’acqua, attratta dal guizzo di un’ignara preda. Prima che i ce¬spugli, l’erba alta e le imponenti chiome degli alberi celino il suo tuffo, riusciamo a scorgere le ali color ruggine che si piegano ele-gantemente all’indietro, gli artigli affilati, bramosi di afferrare un viscido pesce, e le bianche piume della testa, che incorniciano alla perfezione il micidiale rostro pronto a colpire e quei freddi occhi dalla vista proverbiale.
Ma lo stesso destino accomuna l’aquila ed i cespugli e l’erba alta che hanno nascosto il suo tuffo: ben presto, infatti, anche a loro tocca scom¬parire, sommersi da una marea brunastra che si riversa sulla strada fuggendo dal fiume. Si tratta di un branco di impala che, in¬tenti a bere, de¬vono essere stati spaventati da quell’inattesa apparizione alata. Improvvisamente, irrompono sulla strada, circondando la jeep, e l’unico ma¬schio, anch’esso alquanto tur¬bato, non rie¬sce ad imporre la calma sulle sue femmine, alcune delle quali, molto magre, portano ancora i segni delle sofferenze patite durante la gravi¬danza, quando i piccoli che ora sgambettano inquieti accanto alle loro zampe occupavano il 15% del loro peso, rendendole molto vulnerabili agli attac¬chi di quei nemici che, se avessero fiutato la presenza del branco, non avrebbero lasciato loro scampo. Questa situazione di continua tensione le ha tormen¬tate per sei lunghi mesi e, se fos¬sero mancati il cibo e l’acqua, si sarebbe protratta ancora di più: le femmine di impala, infatti, sono in grado di prolun¬gare la loro gesta¬zione anche di alcune settimane se le piogge sono scarse e non c’è abbastanza erba.
A poco a poco, brucando qualche foglia, il branco si calma e, rassicurato dal maschio, ritrova il coraggio necessario per avvicinarsi al fiume: l’aquila ormai sarà lon¬tana, occupata a gustarsi il suo pesce oppure ancora in caccia perché prima i suoi artigli non hanno affer¬rato altro che acqua.
Noi, intanto, continuiamo a costeggiare il Sabie, ma, qualche minuto dopo, una piccola tartaruga leopardo che sta attraversando con gran flemma la strada, ben protetta dalla sua corazza maculata, ci co¬stringe ad interrompere la nostra corsa. Questa, insieme al tessitore bufalo, allo scarabeo rinoce¬ronte, al to¬poragno elefante e al formicaleone, appartiene a quel gruppo che viene scherzosamente so-prannominato “small five”, cinque piccoli insetti, rettili od uccelli di cui Jeremy ci avverte non esiterà a mettersi in caccia se gli faremo fretta nella ricerca dei più am¬biti “big five”, ossia il leone, il leo¬pardo, l’elefante, il rinoceronte ed il bufalo… gli animali più pericolosi da cacciare… il sogno di tutti i safaristi…
Allarmati da questa minaccia, gli promettiamo che non interferiremo in alcun modo con il suo, speriamo infallibile, fiuto e così, già dopo poche centinaia di metri, il nostro ranger ci dà prova della sua abilità… o forse della sua fortuna?
Un grosso leopardo, infastidito dal rumore della jeep, abbandona il giaciglio di erba sul quale stava riposando accanto alla strada per raggiun¬gere alcune rocce più distanti. Si muove in fretta e quindi non riusciamo del tutto a scorgere le sue lunghe vibrisse da gattone o la forma “a im¬pronta di leone” delle macchie nere che ricoprono fittamente la sua pelliccia giallastra, ma la grazia della sua corsa non passa di certo inosser¬vata. È un incedere felpato, si¬lenzioso, pressoché inavvertibile e per questo incute timore, ansia ed un grandissimo rispetto. Lo sanno bene gli impala che lo osservano impauriti non molto distanti dalle pietre che ha scelto come nascondiglio. Per qual¬che minuto, scalpitano nervosa¬mente, indecisi se fuggire o fidarsi della sua appa¬rente calma, e poi si tranquillizzano. Se¬condo molti zoologi, infatti, le prede intuiscono quando il cacciatore è deciso a sferrare un attacco ed evidentemente in questo momento quello stanco leopardo di cui noi vediamo solo più una zampa penzolare mollemente da un macigno arrotondato non ne ha la più pallida inten¬zione.
Ma i “McDonald’s del bush” non possono comunque stare tranquilli. Subito dopo essere ripartiti, infatti, una lunga striscia distesa sulla strada ci obbliga un’altra volta a fermarci: è un pitone di roccia, il terzo serpente al mondo in ordine di grandezza, dopo l’anaconda ed il pitone reticolato. Si tratta di un esemplare nato solo da pochi mesi, ma sicuramente molto ghiotto di piccoli impala. Spaventato dal ru-more della jeep dei nostri compagni di viaggio, che arrivano all’improvviso alle nostre spalle e ci informano, un po’ delusi, che Keith sta facendo apprezzare loro quasi esclusivamente il lato ornitologico del safari (!), si attorciglia rapido su se stesso, assumendo la stessa posizione di cui si serve quando attacca, e sparisce tra i cespugli, continuando a far saettare nell’aria la sua lingua biforcuta.
Per nostra fortuna, Jeremy, a differenza di Keith, non è attratto solo dai volatili e così, qualche minuto dopo, riesce ad avvistare quattro antilopi rupestri mimetizzate in modo quasi perfetto con i massi ricoperti di polvere rossastra sui quali si stanno muovendo. Mentre le osserviamo sal¬tellare sulle rocce più impervie con i loro zoccoli simili a delle ventose, Carla ci spiega che equilibrio ed agilità non sono le uniche armi di difesa che questi animali possono adottare contro i leopardi, i loro più grandi predatori. Anche il pelo, molto corto, si ri¬vela infatti un valido alleato: essendo vuoto all’interno, per permet¬tere alle antilopi di sopportare il caldo sprigionato dalle pietre e dai sassi tra cui vivono, si stacca facil¬mente dal corpo… e, per questo motivo, a volte ca¬pita che i leopardi più abili, o forse più affamati, capaci di seguirle nei loro balzi acrobatici, concludano la caccia stringendo tra i denti soltanto un poco appetitoso pugno di peli!
Le quattro femmine che stiamo scrutando forse non si sono accorte di noi e si allontanano lentamente, piegandosi ogni tanto a strappare i pochi steli d’erba eroicamente cresciuti tra quelle rocce arroventate: assorbendo l’umidità in essi contenuta, potranno resistere anche parecchi giorni senz’acqua ed evitare così di scendere verso il fiume e di abbandonare quell’ambiente roccioso in cui possono sfo¬derare tutto il loro repertorio di salti.
Quando anche l’ultima è scomparsa, Jeremy si rimette in marcia, continuando a seguire il corso del Sabie. Ad un tratto, alcune automo¬bili ferme su un ponte attirano la nostra attenzione. Convinti che ci sia qualcosa di interessante, decidiamo di seguirle, ma gli unici ani¬mali che incon¬triamo sono alcuni babbuini che guardano con occhi un po’ troppo curiosi la nostra jeep ed un airone Golia che sta scan-dagliando con il suo lungo becco l’acqua mel¬mosa rimasta imprigionata tra alcuni grossi massi vicini alla riva, alla ricerca di qualche ap-petitosa ranocchia. Sorridiamo dello sguardo stizzito con cui si al¬lontana dopo alcune beccate andate a vuoto e poi ci allontaniamo an¬che noi per dirigerci verso Lower Sabie, dove gli altri nostri compagni di viaggio ci raggiungono per la colazione.
Il confronto degli avvi¬stamenti di queste prime tre ore di safari è inevi¬tabile e così, mentre noi descriviamo il nostro breve incontro con il leo¬pardo, loro ci rac¬contano di un enorme ippopotamo che, intento ad attra¬versare in tutta tranquillità la strada che stavano percorrendo, ha rotto la mo¬notonia di ali e becchi in cui sembrava fossero rimasti intrappolati.
Con la speranza che una scena simile si presenti anche davanti ai nostri occhi, li salutiamo e ci rimettiamo in cammino. In effetti, i primi animali che incontriamo dopo la sosta sono proprio degli ippopotami, ma non sembrano molto propensi ad abbandonare l’acqua della pozza in cui stanno sguaz¬zando per lasciarsi travolgere dalla calda aria che sta cominciando ad aggirarsi per il parco. Poco importa: sulla riva opposta a quella su sui ci troviamo noi, infatti, molti altri animali si mostrano in tutto il loro splendore. Alcuni impala stanno bru¬cando la tenera erbetta che è cresciuta alimentata dall’acqua, mentre un facocero scorrazza tra gli alberi poco distanti ed un airone ci¬nerino si muove senza una direzione precisa sui suoi lunghi trampoli. Anche loro, però, come gli ippopotami, vengono ben presto igno¬rati dai nostri sguardi. All’ombra delle acacie cresciute a pochi metri dalla pozza, infatti, un’enorme massa grigia si sta muovendo in modo non molto aggraziato: appartiene ad un rinoce¬ronte bianco che, dopo un rigenerante bagno di fango, sta cercando di sbarazzarsi dei molti parassiti che lo tormentano sfregandosi contro un malcapitato tronco. È incredibilmente grosso: il corpo, tozzo e massiccio, sembra poggiare su quattro corte ma solide colonne ed anche il corno, che in questo momento sta fendendo pericolosamente l’aria, sembra essere lì per dimostrare tutta la potenza del suo proprietario. Proprio que¬sta protuberanza che spunta orgogliosa sopra la bocca, però, è la responsabile dello sterminio a cui sono stati sottoposti i rinoceronti nell’ultimo secolo. Secondo la medicina cinese, infatti, non c’è nulla di più afrodisiaco della polvere ricavata da un semplice ammasso di peli strettamente saldati tra di loro che, come molti studi hanno dimostrato, contiene soprattutto cheratina.
E per questo motivo, oltre che per il piacere che alcuni stupidi sanguinari provano nel veder svettare sopra il caminetto un lugubre tro¬feo di caccia, mentre io mi chiedo perché i cinesi non abbiano ancora capito che c’è un metodo molto più comodo per migliorare le pro¬prie prestazioni sessuali, ov¬vero triturarsi le proprie unghie, e perché i cacciatori non si siano ancora resi conto che un bel quadro sa¬rebbe sicuramente più di buon gusto, il brac¬conaggio continua ad essere uno dei mali che flagellano l’Africa, costretta negli ultimi trent’anni a vedere i rinoceronti che gironzolavano per le sue sa¬vane diminuire da 20.000 a 3.500 esemplari… un male di fronte al quale nemmeno il Kruger Park riesce ad essere indenne.
Jeremy sembra molto contento di questo incontro e ci consiglia di non fare il minimo rumore: l’udito del rinoceronte, infatti, è molto sviluppato e proba¬bilmente le nostre parole, anche se appena sussurrate, lo metterebbero in guardia e lo spingerebbero ad allontanarsi.
E così è nel silenzio più assoluto che ci godiamo questo luogo magico, in cui la natura non merita di essere disturbata dalle nostre voci.
Nel silenzio più assoluto ammiriamo i mille colori attorno a noi, che spaziano dal verde brillante dell’erba al bruno della terra fino all’azzurro del cielo che ogni minuto sembra impreziosirsi di una nuova tonalità.
E nel silenzio più assoluto ci facciamo avvolgere dalla pace che qui regna sovrana.
Nemmeno il canto degli uccelli tessitori si leva nell’aria. Il loro grosso nido, costruito sui rami di un albero ormai secco, sembra disabitato e non c’è trac¬cia neppure del falco pigmeo, il rapace più piccolo al mondo, che di solito offre loro protezione dai predatori, in cam¬bio di una sistema¬zione in quel rifu¬gio che può comprendere fino a cinquanta stanze ed arrivare ad alloggiare più di trecento uccellini.
Soltanto il ruggito di un ippopotamo che si erge improvviso dall’acqua, dando vita ad infinite increspature concentriche, interrompe i nostri pen¬sieri. Con ogni probabilità, è stufo della nostra presenza ed i lunghi canini di cui fa sfoggio allargando la bocca sono un chiaro segnale del suo malumore. Di fronte a questo inequivocabile avvertimento, quindi, non possiamo far altro che allontanarci dalla pozza, ma, dopo qualche mi¬nuto, altre masse grigiastre che si muovono in riva al fiume ci costringono a fermarci.
Questa volta, però, sopra la loro bocca non svetta alcun corno… solo una lunga proboscide!
Cinque elefanti stanno infatti giocando con l’acqua a qualche decina di metri da noi e sembrano sfruttare questi momenti di divertimento per insegnare al piccolo che si muove tra di loro in che modo usare quello strano aspiratore azionato da migliaia di muscoli che spunta tra le zanne. Per lui, però, non è affatto facile imitare i grandi, così abili nel creare zampilli e spruzzi che, alla luce del sole, si illuminano di infiniti riverberi: ben presto si perde d’animo e, stufo che i suoi ostinati tentativi non producano altro che timide piogge¬relle, si immerge nel fiume, dove, con un gran sollevarsi di onde, lo raggiun¬gono an¬che gli altri. La lezione, almeno per oggi, sembra proprio terminata…
La nostra tappa successiva è ancora nei pressi di una pozza d’acqua, ma anche in questo caso nessun ippopotamo tra quelli che si stanno go¬dendo i leggeri massaggi delle onde decide di mostrarci il suo grasso corpo. Rimangono tutti sommersi e solo i loro occhietti spuntano di tanto in tanto per scrutare prima noi e poi quelle brutte cicogne marabù che si stanno riposando sulla riva e che, con il gozzo rosso, le bianche zampe scheletriche e la loro tetra fama di becchini, ci incutono un po’ di timore. Dirigo il mio binocolo nella dire¬zione opposta a questi uccellacci e stento a credere ai miei occhi quando questi colgono, a pochi metri dagli alberi, un movimento che nessun altro dei miei compagni ha notato.
È un’andatura indolente, annoiata, accompagnata da una lunga coda ripiegata tra le zampe. Ma basta un leggero battito di ciglia per cancel¬larla.
Decisa a capire di cosa si tratta, mi consulto con Jeremy e dopo qualche secondo, quando lui si complimenta con me per aver avvistato una leonessa intenta a cercare un po’ d’ombra per riposarsi, non posso fare a meno di ringraziare la mia buona stella… e cercare di im-primermi nella mente quei po¬chi passi che ho visto qualche attimo fa perché ora di quelle grosse zampe da gatto e di quel manto fulvo non c’è più traccia: soltanto pochi indecifrabili movimenti si scorgono tra i cespugli ad indicare che la belva ha finalmente trovato la fre-scura di cui era in cerca. Niente allarmismi, dunque, per il branco di impala che sta bevendo sull’altra riva…
Mentre ci rimettiamo in marcia, nel cielo in lontananza scorgiamo una nuvola di avvoltoi che sta volando in circolo: nei paraggi ci sarà sicura¬mente una car¬cassa. Aspetteranno che il predatore l’abbandoni, sazio, e poi, a seconda della specie, si avvicineranno ad essa: prima toccherà agli uccelli con il becco più duro, capaci di frantumare le ossa e poi, quando questi avranno placato la loro fame, potranno avvicinarsi quelli che si nutrono di midollo. Decidiamo all’unanimità che non è uno spettacolo a cui vogliamo assistere, ma Je¬remy, forse contagiato da Keith, si sente improvvisamente attratto dai volatili e così, dopo qualche chilometro, si ferma nei pressi di uno stagno dove dovremmo avere la possibilità di avvistarne parecchi… peccato che oggi l’unico movimento visibile tra gli alberi sia quello delle foglie agitate dal vento e che i martin pescatori, le ghiandaie, le nettarine e gli uccelli tessitori abbiano abbandonato tutti i loro nidi per piroettare nell’aria! Proviamo allora a scrutare l’acqua, con la speranza che almeno un coccodrillo irritato dalle nostre voci si faccia vedere, ma nemmeno una piccola increspatura rompe la sua quiete, quindi, pochi minuti dopo il nostro arrivo, decidiamo di lasciarci alle spalle questo luogo, assecondando la nostra buona stella che sembra prefe¬rire le aree più assetate, dove i sovrani indiscussi sono i pic¬coli arbusti, le acacie spinose, qualche indomito ciuffo d’erba e soprattutto gli sche¬letri biancastri degli alberi ormai secchi, i cui rami, pietosamente rivolti verso il cielo, sembrano ancora convinti che qualche goccia d’acqua li possa salvare.
È qui che si muovono silenziose le giraffe. Ne scorgiamo davvero molte, impegnate ad assaporare le foglioline delle acacie, insensibili alle spine che, grazie al loro palato gommoso, possono ingerire senza problemi, oppure a spiarci nascoste dalle fronde o ancora a scap¬pare, allarmate dal rumore della nostra jeep, cercando di tener fede al loro nome, che deriva dall’arabo “xirapha” e significa “colui che cammina veloce”.
Ma è un branco di gnu a regalarci l’immagine “africana” per eccellenza. Sono tutti occupati a pascolare all’ombra di una grossa e fron¬zuta aca¬cia, l’unico albero cresciuto nello spazio di centinaia di metri. L’erba con cui stanno cercando di nutrirsi è ormai secca, la terra su cui scalpitano è bruna, arsa da mille soli, ed il cielo è di un azzurro limpido percorso da qualche nuvoletta. Questa è l’Africa, non c’è ombra di dubbio!
E l’Africa è anche quel leone che osserva con sguardo sfrontato tutte le jeep ferme a pochi passi da lui e non accenna ad abbandonare il giaci¬glio d’erba su cui si è disteso con la sua leonessa. Il suo alone di maestà e di potere è un po’ offuscato dalla lingua penzoloni e dai sospiri accal¬dati che hanno preso il posto dei ruggiti selvaggi, ma quella criniera così folta, un ottimo scudo con cui proteggere la giu-gulare durante i com¬battimenti contro i suoi simili, e quei canini affilati che si intravedono nella sua bocca mentre ansima, soffocato dall’afa, saranno sicuramente molto rispettati nel bushveld. An¬che la femmina ha un aspetto davvero nobile: glielo conferiscono i suoi fieri occhi giallastri, sotto i quali pos¬siamo chiaramente notare una spessa stri¬scia bianca, utile per migliorare la vista notturna, ed il suo muso aggraziato su cui spicca un sorriso sornione incorniciato da lunghi baffi.
Siamo totalmente ipnotizzati da questa immagine e finiamo col supplicare Jeremy di fermarsi ancora un po’ nel momento in cui rimette in moto, ma lui non vuole sentir ragione: deve ancora mantenere la promessa fattaci ieri sera. Secondo il nostro ranger, infatti, l’avvistamento capitatoci prima lungo il fiume, per il quale noi ci sentivamo già molto soddisfatti, non rappresentava affatto quello che si può definire “un vero incontro con un elefante”.
Un vero incontro con un elefante è quello che ci capita qualche minuto dopo, lungo la strada che ci porta verso l’area in cui sosteremo per il pranzo.
È un vecchio maschio, fermo a non più di quattro o cinque metri da noi, ed è immenso! Ci sta fissando con i suoi vacui occhi neri: pro-babil¬mente non riesce a metterci a fuoco in modo perfetto, perché la sua vista è molto debole e noi siamo come pietrificati, ma non ha dubbi che siamo lì, davanti a lui: grazie al suo udito finissimo, infatti, può sentire i battiti del nostro cuore accelerare all’impazzata quando le sue grandi orecchie a forma d’Africa iniziano a sven¬tolare nell’aria. Bastano pochi secondi, però, per capire che non si muo¬vono con quel ritmo furioso, la¬tore di una carica che può raggiungere an¬che i 60 km/h, che gli uomini e gli altri animali hanno imparato a temere: il vecchio gigante sta solo cercando di scacciare quel caldo insopportabile che af¬fligge ogni cellula del suo corpo.
Jeremy ci fa notare che una resa dei conti con un suo simile deve avergli spezzato la zanna sinistra, di cui rimane solo un timido moncherino, mentre quella destra è ancora integra, pronta ad affrontare nuove battaglie. È di un bianco opaco, macchiato in alcuni punti dai succhi vegetali dei marula e dei gwarrie di cui questo colosso è ghiotto. Nonostante in questo momento stia strappando lunghi fili d’erba con la sua proboscide, infatti, preferi¬sce di gran lunga rimpin¬zarsi di foglie, frutti o cortecce e, per assicurarsi la sua dose giornaliera di cibo – 300 kg! – non esita ad abbattere, con la testa o con il corpo, alberi anche molto grossi. Ma questa mania di distruzione sta creando seri problemi ai circa 10.000 ele¬fanti che, a causa delle frontiere innaturali con lo Zim¬babwe ed il Mozambico, si sono dovuti stabilire definitivamente nel Kruger Park, scordan¬dosi per sempre le migrazioni: un parco come que¬sto, infatti, può resistere alle scorre¬rie di “solo” 8.000 esemplari. Per questo motivo è nato un progetto che ha l’obiettivo di trasferire nei Paesi confinanti almeno 1.000 elefanti, ma gli ostacoli da superare sono molti e certa¬mente non si può condannare questi animali a vivere in zone flagellate dal brac¬co¬naggio, dai disboscamenti abusivi o dalle mine lasciate in eredità dai conflitti scoppiati negli ultimi anni.
Chissà se anche il nostro vecchio guerriero dovrà cambiar casa o se continuerà ad aggirarsi per il Kruger…
Noi intanto lo salutiamo, ansiosi di raggiungere gli altri nostri amici e di raccontar loro, nei minimi dettagli, quest’ultimo, esaltante incontro. Keith e Je¬remy hanno scelto un luogo davvero fantastico per il pranzo: lo sguardo spazia su un’enorme pozza d’acqua distesa ai nostri piedi, nella quale riusciamo a scorgere, armati di binocoli, un grosso branco di elefanti che sta giocando. Divertiti dalle evoluzioni delle loro proboscidi, quasi non notiamo l’enorme nuvola di polvere che in un attimo inghiotte gli alberi stagliati contro l’orizzonte: a sollevarla è una mandria di bufali che si sta allonta¬nando dal fiume. Soltanto alcuni sono visibili, ma i nostri due rangers ci assicurano che saranno almeno cinquecento capi e, subito dopo la sosta, decidono di portarci faccia a faccia con le loro corna ricurve ed i loro neri mantelli impolverati.
Mentre ci soffermiamo ad osservare un piccolo nato da un solo giorno, dalla cui pancia spunta ancora una parte del cordone ombelicale, che, con le sue zampe titubanti, fatica a seguire la mamma e le altre femmine, ansiose di portarlo via dai nostri sguardi, stentiamo a credere di es¬sere di fronte a quelli che rangers e cacciatori hanno dichiarato all’unanimità gli animali più pericolosi del bush, ma tutto il nostro coraggio è destinato a vacillare pochi se¬condi dopo, di fronte agli sguardi inferociti di alcuni grossi maschi che hanno circondato la jeep, e ad essere com¬pletamente schiacciato, proprio come quegli zoccoli scalpitanti stanno schiacciando l’erba, quando nell’aria, già percorsa da pericolose parabole disegnate dalle corna, si levano sbuffi nervosi e quando dalle numerose bocche che hanno smesso im-provvisamente di brucare comincia a tra¬boccare un’inquietante schiuma, segno inequivocabile di grande insofferenza. Dinanzi a queste credenziali è decisamente impossibile contrad¬dire chi ha scelto questa definizione…
E molto difficile risulta anche contraddire Keith (ora è lui il nostro ranger) che, non sentendosi affatto al sicuro, decide di allontanarsi, alla ri¬cerca di ani¬mali più tranquilli. È così che ci imbattiamo in due giovani elefanti fermi a pochi metri dalla strada, nel punto in cui le foglie di alcuni alberi hanno scate¬nato il loro appetito: impegnati come sono a strapparle, quasi non fanno caso ai nostri occhi, pronti ad esaminare ogni ruga ed ogni grinza della loro pelle, ogni macchia di fango o terra che ha intaccato l’avorio di quelle zanne ancora corte, ma esibite con grande fie¬rezza, ed ogni movimento di quelle orecchie che hanno sicuramente captato la flebile voce di Keith, ca¬pace di riportarci indietro di trent’anni, al tempo in cui il sogno di ogni viaggiatore che varcava le porte del Kruger Park non era quello di avvistare i “big five”, ma i “magnificient se¬ven”.
Shawu, Dzombo, João, Kambaku, Mafuyane, Ndulamithi o Shingwedzi: questi erano i loro nomi.
Si aggiravano per il parco esibendo eccezionali scimitarre eburnee e suscitando lo stupore dei guardaparco e dei turisti e la cupidigia dei brac¬conieri, tanto che due di loro caddero sotto i colpi dei fucili. Gli altri cinque, invece, si spensero serenamente, in quelle praterie che per cent’anni erano state il loro regno.
Al giorno d’oggi, qualche scettico non crede a questa storia e la liquida come una leggenda inventata dai rangers per impressionare i visitatori del parco… ma le zanne di Shawu sono esposte al campo di Letaba e le loro dimensioni sono pronte ad impressionare chiunque nutra dei dubbi: una misura 303,5 cm, mentre l’altra arriva a ben 317,00!
Forse nelle vene dei due giovani di fronte a noi scorre il sangue di uno dei magnifici sette e forse tra cent’anni saranno i loro nomi a popolare le storie raccontate dai rangers… per ora noi li lasciamo ai loro giochi, e ci allontaniamo dirigendoci verso nord.
Scorgere qualche movimento nel veld, però, diventa davvero un’impresa alle due del pomeriggio, quando il termometro posizionato sulla jeep segna quarantacinque gradi, così vaghiamo per parecchio tempo senza vedere altro che alberi presi d’assalto dalle termiti, i cui rifugi hanno raggiunto di¬men¬sioni impensabili, spingendosi a coprire persino i rami più bassi con una compatta terra rossiccia. Al loro interno, le regine, che vivono fino a quin¬dici anni ed ogni giorno depongono ventimila uova, si staranno godendo una temperatura di appena ventisette gradi, mante¬nuta costante grazie al battito delle ali delle operaie a cui è stato affidato questo compito! Che invi¬dia…
Ma, ad un tratto, una nuvola di polvere che si solleva nell’aria a poche decine di metri da noi, accompagnata dallo scalpiccio di alcuni zoccoli, distoglie i nostri sguardi da questi mucchietti che non tarderanno a soffocare gli alberi: alcune zebre, evidentemente molto diffi-denti, si stanno allontanando di corsa, con la criniera sbarazzina agitata dal vento. Le quattro giraffe che erano con loro, invece, si di-mostrano più spavalde, o forse soltanto più curiose, e rimangono a fissarci per qualche minuto con i loro dolci occhioni. Nel gruppetto c’è anche un piccolo, alto non più di due metri, che ancora non si sente pronto per allontanarsi dalle gambe della mamma, lunghe quanto lui: la segue in ogni suo passo, cercando protezione non tanto dalle jeep, a cui ormai sarà abituato, quanto piuttosto da quei grossi gattoni che si aggirano furtivi per il parco aspettando, con infinita pazienza, il momento propizio per attaccare.
Ed in effetti è proprio un grosso gattone quello che, con l’aiuto dei binocoli, intravediamo pochi chilometri dopo, ma, fortunatamente per le gi¬raffe, non dà l’impressione di avere intenzioni bellicose: il suo corpo fulvo, infatti, è placidamente allungato su una roccia e solo la coda sembra in grado di muo¬versi per frustare, con scarsa convinzione, quell’aria calda colpevole di avergli sottratto tutte le forze.
È una giovane leonessa.
Una recente corsa dietro ad un’antilope o ad una zebra deve averla sfiancata ed ora, dopo aver nascosto i suoi cuccioli al sicuro tra le pietre accanto a lei, sta cercando di riprendere le forze, ma ben presto tre piccoli batuffoli di pelo emergono dal covo segreto e si lanciano all’attacco del suo muso, pi¬gra¬mente adagiato su una zampa, e della lunga coda che continua ad accanirsi contro l’afa, ponendo così fine alla sue fusa.
Sfortunatamente, la grande distanza che ci separa non ci permette di distinguere nei minimi dettagli questo gioco fatto di innocui graf¬fietti e tenere lec¬cate e così, dopo un ultimo sguardo a quei quattro corpi che ormai si sono fusi in uno solo, lasciamo che Keith si ri¬metta in marcia e che l’invadente ca¬lura ci avvolga ancora una volta tra le sue spire.
Ma poco più in là ecco che il nostro ranger pigia nuovamente sul freno: quattro piccole antilopi di canna, una specie molto rara all’interno del Kruger Park, stanno infatti brucando all’ombra di un albero della febbre, la pianta dal tronco giallastro che i Voortrekkers accusarono ingiusta¬mente di causare la malaria. Durante il loro Great Trek, infatti, l’acqua era un bene alquanto prezioso ed anche le insane paludi potevano di¬ventare un ottimo luogo in cui fermarsi per la notte. Dopo aver sostato in queste zone acquitrinose, però, molti pionieri diventavano preda di un male sconosciuto, che si manifestava con febbri altissime, capaci di portare, nel giro di pochi giorni, alla morte. Non poteva trattarsi di una pu¬nizione divina – loro erano il popolo prescelto da Dio! – e neanche gli animali sembra¬vano avere una qualche responsabilità: i maggiori indiziati divennero quindi quegli strani alberi che avevano trovato nei suoli melmosi il loro habitat ideale. Perfino il loro aspetto malaticcio sembrava confermare questa tesi: erano rinsecchiti, giallognoli e da ognuno di essi un ramo morto penzolava lugubremente a terra. Fu così che nacque questo tetro nome che non venne cambiato neanche nel 1880, quando un patologo inglese, Sir Ronald Ross, dichiarò la loro innocenza, attri¬buendo ogni colpa ad un particolare tipo di zanzara. Fu¬rono invece dei botanici a ca¬pire che quel ramo secco, sempre il più vicino al suolo, che caratte¬rizzava ogni tronco e che ogni anno ca¬deva per essere sostituito da quello appena sopra, era in realtà la “vittima designata” che si faceva carico di assorbire tutti i sali nocivi dal terreno, sacrificandosi per la sopravvivenza della pianta.
Le antilopi, naturalmente, si dimostrano molto timide e, al solo vedere i nostri obiettivi puntati nella loro direzione, fuggono nella bosca-glia.
Non ci rimane quindi che ripartire: la nostra prossima destinazione è il punto panoramico di Nkumbe. Lo raggiungiamo in poco tempo, anche perché il caldo continua a farla da padrone nel bushveld e quindi quasi tutti gli animali si nascondono ai nostri sguardi, preferendo i luoghi più ombreggiati in cui è difficile scorgerli. Le uniche due soste lungo il tragitto sono quelle che effettuiamo per “ammirare” la zecca che ancora adesso mi sto chiedendo come Keith abbia potuto notare tra l’erba alta a lato della strada ed un giovane leadwood i cui rami hanno dato ospita¬lità a due pappagallini verdi, impegnati a scambiarsi tenerezze dietro le foglie, e ad un bu¬cero dal becco giallo, che, a differenza dei suoi coin¬quilini, amanti della riservatezza, ci osserva sfrontato e sembra non avere alcun ti¬more di noi e della squillante voce di Carla, intenta a spiegarci come questo uccello, che a causa del suo becco – lungo, giallo e ricurvo – si è meritato il simpatico soprannome di “banana volante”, si com¬porta durante il periodo della cova, quando la sopravvivenza della sua futura famiglia dipende esclusivamente da lui: la femmina, infatti, dopo aver trovato un tronco cavo, si libera di tutte le piume per preparare un rifugio accogliente per le uova, ritrovandosi così nell’impossibilità di ab¬bandonare il nido e lasciando al maschio la respon¬sabilità di procurarle il cibo fino a quando i pulcini non saranno nati ed il piumaggio ricre¬sciuto.
Nkumbe è un luogo davvero straordinario.
È una bassa collinetta in cima alla quale si può scendere dalla jeep per godere del meraviglioso panorama disteso ai propri piedi: una vasta pia¬nura co¬lorata da mille tonalità di ocra e bruno e picchiettata qua e là di alberi, in alcuni punti fitti, in altri più radi, in altri ancora totalmente ine¬sistenti.
A pochi passi dall’orizzonte brillano alcune preziose pozze d’acqua in cui un sole particolarmente vanitoso sembra specchiarsi, accecan-doci, or¬goglioso della sua potenza.
Questa terra, infatti, appartiene a lui.
Lui l’ha plasmata con i suoi raggi, a volte simili a sferzanti frustate, altre volte leggeri come carezze.
Lui le ha donato il suo stesso colore: il fulvo del manto di un leone, il giallo degli occhi di un ghepardo, l’arancio dei petali di una protea.
E lui le ha trasmesso anche il suo stesso carattere, rendendola forte, aspra e violenta, ma bella da mozzare il fiato…
La¬sciando lo sguardo vagare su questa distesa sconfinata non si può non percepire in modo inequivocabile la vastità del Kruger Park: di fronte a noi, in¬fatti, c’è solo una parte infinitesimale del parco che però riesce a riempire tutto il nostro campo visivo.
Laggiù, invisibili ai nostri occhi, si staranno muovendo migliaia di animali: minuscole formiche alla ricerca di cibo od indaffarate a scavare nuove vie nei loro rifugi sotterranei e maestosi elefanti immersi in qualche pozza d’acqua o pronti ad assalire gio¬vani alberi di yel¬lowwood per assicu¬rarsi le foglioline appena spuntate sui rami più alti; titubanti antilopi nascoste tra l’erba alta cresciuta vicino a qual¬che fiume, con le orecchie ritte a captare il passo fel¬pato di un leone o lo strisciare sinuoso di un pericoloso serpente; piccoli uccelli indi¬catori, golosi di cera e di uova di ape, intenti ad attirare l’attenzione, con i loro richiami frenetici, di una genetta ghiotta di miele per condurla verso il piccolo alveare adocchiato tra gli alberi e concedersi, dopo che lei l’avrà aperto e saccheggiato, un delizioso spuntino a base di cera e di larve; indolenti tartarughe allar¬mate da un rumore sospetto e prontamente rintanate nei loro gusci ed agili ghepardi sfiancati dalla recente corsa, purtroppo infruttuosa, alle calcagna di un branco di impala; e poi sciacalli, coccodrilli e struzzi; linci, avvol¬toi e porcospini… un mondo di fronte al quale non possiamo sen¬tirci nient’altro che una nullità.
Ben presto, il sole reclama il suo dominio su Nkumbe, rendendo le pietre su cui ci eravamo seduti roventi e le nostre gole secche, e così, dopo aver ca¬pito che neanche rifugiarsi all’ombra di una grande euforbia cresciuta lì vicino serve a qualcosa, non possiamo far al¬tro che allontanarci da questo luogo così magico e raggiungere il campo di Tshokwane, dove possiamo rimpinguare le nostre scorte d’acqua: le numerose bottiglie che i rangers hanno provveduto a caricare sulle jeep questa mattina sono infatti abbandonate sui sedili, tristemente vuote, e lungo la strada riusciamo a trovare un po’ di refrigerio soltanto spruzzandoci addosso il ghiaccio ormai sciolto che fino a poche ore fa provvedeva a tenerle fre¬sche.
Ma, una volta dissetati, il nostro safari può riprendere. Ci avviciniamo alla Silolweni Dam, una grossa pozza d’acqua in cui due ippopotami stanno cer¬cando, con i loro ruggiti sguaiati, di spaventare un esercito di cicogne marabù che ha invaso il loro territorio, ma ci fer¬miamo solo per pochi secondi: gli occhi attenti di Keith, infatti, hanno scorto un movimento felino tra gli arbusti cresciuti sull’altra sponda. Ritorniamo quindi in strada per cercare di avvi¬cinarci il più possibile ed ecco che di fronte a noi appare una giovane leonessa. Si sta aggirando disperata in mezzo agli alberi, in cerca di una preda che possa rinvigorire il suo corpo, scavato da giorni e giorni di fame. Le zampe sono magre, prive di muscoli, mentre sul dorso e sui fianchi le costole sem¬brano voler forare il mantello, un tempo lucido e nobile ed ora arruffato e cascante. Ma lo sguardo, violento, acceso e risoluto, non lascia trasparire il suo tormento ed il ruggito che ci rivolge prima di allontanarsi è flebile, eppure carico di de¬terminazione.
La lasciamo alla sua caccia, augurandole con tutto il cuore che sia proficua, ed imbocchiamo la lunga strada che ci riporterà ai cancelli: il sole infatti sta già cominciando a calare e noi dobbiamo ancora percorrere parecchi chilometri prima di arrivare alla Paul Kruger Gate.
Fortunatamente, però, gli incontri non sono ancora finiti.
Qualche minuto dopo, infatti, ci imbattiamo in un grosso rinoceronte bianco… e sono io ad avvistarlo! Non che fosse difficile, visto che era fermo a tre o quattro metri dalla strada, ma tutti gli altri, inspiegabilmente, non si sono accorti della sua presenza ed anche Keith avrebbe pro¬seguito tranquillo se quella mia esclamazione non gli avesse rotto i timpani (di fronte ad un animale così, infatti, mi sono scordata la prima re¬gola del safari, ossia fare meno ru¬more possibile!).
È immobile tra gli arbusti, una zampa leggermente ferita, e non accenna a muoversi nemmeno quando i nostri sussurri e gli scatti delle mac¬chine foto¬grafiche interrompono il silenzio in cui era immerso. Solo il muso si gira lentamente verso di noi, ma i due occhietti miopi, incorniciati da un’intricata ragnatela di rughe, fanno fatica a metterci a fuoco. Il lungo corno che si erge sopra la bocca appare innocuo, così intento a tor¬mentare alcuni ramoscelli che tra non molto cadranno al suolo: ormai non c’è più traccia della veemenza che deve aver esibito durante il com¬battimento svoltosi poche ore fa, al termine del quale questo colosso ora a pochi passi da noi ha dovuto chinare il capo, sconfitto e ferito, di fronte al suo avversario.
A poco a poco, le ombre dei rami si allungano sulla sua spessa pellaccia grigia, facendola apparire ancora più scura, di un colore simile all’ardesia, e facendo sembrare il suo nome – rinoceronte bianco – alquanto fuori luogo! In effetti, solo un grosso equivoco ha fatto sì che que¬sto animale venisse battezzato così. La sua bocca, infatti, è più larga rispetto a quella dell’altra specie, i rinoceronti neri, ed an¬che la stazza è maggiore: ai Boeri, quindi, nulla sembrò più appropriato, per distinguere le due razze, che attribuire a quella più grande l’aggettivo “wijde”, os¬sia “ampio”. Per molti anni questi rinoce¬ronti vennero chiamati in questo modo, ma poi, con l’arrivo degli Inglesi, il “wijde” olandese si trasformò in “white” e da quel momento la fantasia dei viaggiatori si scatenò alla ricerca delle più svariate motiva¬zioni in grado di giustificare questo nome all’apparenza inspiegabile: qualcuno sosteneva che fossero bianchi solo nei primi giorni di vita, mentre altri, in totale opposizione, erano più propensi ad attribuire la purezza alla vecchiaia ed altri an¬cora fantasticavano su un animale raris¬simo che però nessuno riusciva mai ad avvi¬stare. Naturalmente, poi, non mancavano le persone ostinate a cer¬care a tutti i costi qualche sprazzo niveo in mezzo al grigiore della coda, della pancia o delle zampe…
Ora che il mistero è stato svelato e campeggia su tutte le guide safari, questo nome così singolare sembra solo un ulteriore omaggio alla stra¬nezza di questo animale gobbuto, dal corpo massiccio e dagli occhietti tristi, dal corno che è allo stesso tempo un vanto ed una minaccia, dal carattere forte ep¬pure vulnerabile a causa della sua scarsa vista, docile ma capace di lanciare tutti i suoi 1.500 chili ad una velocità di 50 km/h contro chiunque l’abbia minacciato…
Noi osserviamo il nostro gigante solo per pochi minuti, poi, quando alcuni sbuffi inquieti cominciano a spargersi nel vento, in un chiaro segnale di nervo¬si¬smo, decidiamo di accontentare la sua richiesta di solitudine e ci allontaniamo dirigendoci verso il Sabie.
Nessun altro luogo, infatti, dovrebbe essere più adatto del “fiume del terrore” per scorgere qualche coccodrillo… ed in effetti Keith riesce ad avvistarne uno dopo pochi minuti: si tratta di un piccolo nato da pochi mesi e lungo meno di un metro, ma i “dentini” che mette in mostra nel momento in cui apre la bocca sono comun¬que un ottimo avvertimento per l’airone cinerino che si sta muovendo, elegante, accanto alla riva. Non ci illudiamo di vedere at¬torno a lui altri movi¬menti o altre schiene dentellate pronte ad affiorare dal fiume: i coc-codrilli, infatti, sono animali solitari e proprio per questo motivo possiedono una sola espressione che li accompagna per tutta la vita, uno sguardo freddo e cattivo che ri¬mane stampato sul loro grugno sia quando stanno riposando che quando stanno cacciando, sia quando sono affamati che quando si sentono sazi e poi quando le uova che hanno deposto nella sabbia si schiudono, quando stanno per morire o quando un qualche pericolo li minaccia…
Il nostro esemplare ci osserva per pochi secondi, spalanca ancora una volta le sue pericolose fauci e poi, con un guizzo fulmineo, si la¬scia nuo¬vamente avvolgere dall’acqua. Nello stesso momento, l’airone cinerino spicca il volo, librandosi in quel cielo che ben presto si tingerà dei colori del tramonto e lasciando al leggero venticello levatosi poco fa l’onore di creare, sbatacchiando le alte canne cresciute nel fiume, l’unico movi¬mento visibile sul Sabie.
Prima di raggiungere i cancelli del parco, c’è ancora il tempo per un ultimo avvistamento: un facocero sta infatti frugando nel terreno all’ombra di una grande acacia ad ombrello. Il rumore della jeep non sembra spaventarlo o distrarlo dalla sua occupazione e così, men¬tre sguaiati grugniti di approva¬zione ci segnalano il ritrovamento di una radice particolarmente saporita o di un appetitoso pezzetto di corteccia, noi possiamo scru¬tare nei minimi par¬ticolari le dure setole che ricoprono il suo corpo, le buffe protuberanze simili a grosse verruche che spuntano sotto gli occhi per difenderli durante i combattimenti e, ai lati del naso, quelle piccole zanne rivolte all’insù che Carla ci rivela avere una concentrazione di avo¬rio maggiore rispetto alle “scimitarre” degli elefanti. Poco distante, scorgiamo la sua tana, scavata nel terreno e probabilmente rubata a qualche altro animale: tra qualche ora, quando la raggiungerà per passarvi la notte, ci entrerà a marcia indietro, cercando in questo modo di proteggersi da eventuali attacchi: per ghepardi e leopardi, infatti, risulta molto difficile resistere ad un corpo così grassottello!
Sono le 6.30 di sera quando il profilo ormai familiare dell’ingresso del parco sancisce la fine della nostra entusiasmante giornata di safari.
Il sole sta calando dietro il busto arcigno di Paul Kruger mentre intorno a noi il bushveld si prepara ad accogliere il tramonto. Salutiamo Keith, ringra¬ziandolo per tutte le emozioni che ci ha fatto provare oggi pomeriggio, ed in pochi minuti raggiungiamo il lodge, dove a darci il bentornato sono le solite scimmie.
Il buio ci sorprende mentre stiamo sguazzando in piscina, regalandoci alcuni brillanti persi nella sua immensità ed una luna che, a poco a poco, acquista il coraggio e la luminosità necessari per accompagnarci fino al boma. Qui, il fuoco acceso dona un po’ di sollievo ai no¬stri corpi che, scossi dai brividi, si ritrovano a rimpiangere quel sole rovente che non ha dato loro un attimo di tregua per tutta la gior¬nata.
Ipnotizzati dalle fiamme, lasciamo che nella nostra mente scorrano fugaci tutte le emozioni che il Kruger Park è riuscito a regalarci in questi due giorni: la criniera di un leone si sovrappone agli zoccoli di una zebra, il mantello di una giraffa lascia il posto alle corna di un kudu, un sicomoro gigantesco torreggia sul piccolo stelo d’erba su cui Keith ha scorto una zecca e lo scheletro di un albero sembra ac-cusare le ingrate nuvole inca¬paci di far scendere anche una sola goccia di pioggia e, mentre il cuore inizia a battere all’impazzata al ri-cordo di quel rinoceronte ferito o di quei facoceri avvistati dal bagno o ancora di quel piccolo impala che si nasconde tra le zampe della mamma, ecco che nelle orecchie riecheg¬giano il grugnito di un ippopotamo, il grido di un’aquila pescatrice, la risata pacata di Jeremy e quella sguaiata di Keith e tutti i nostri sussurri ed i nostri silenzi incantati e, nella cacofonia di voci degli ospiti del lodge, sembra quasi di percepire le parole pronunciate dal vecchio “zio” Paul nel lontano 1898: “Dobbiamo conservare e proteggere il nostro patrimonio affin¬ché tutti ne possano usufruire e consegnarlo alle generazioni future. Se non chiudiamo ora questa piccola parte del lowveld, i nostri ni¬poti non sapranno mai che aspetto abbia un leone, un kudu o un’antilope”…
A destarci da questi pensieri è un vento inaspettato che investe il boma con raffiche furiose ed in breve tempo riempie il cielo di nuvole cariche di piog¬gia. Lampi, tuoni e violenti scrosci d’acqua rompono il buio ed il silenzio della notte, ma al mattino, quando il cielo è ormai tornato se¬reno, solo il pro¬fumo muschiato che ha avvolto il lodge e la luce delle candele, degne sostitute di quelle lampadine di¬ventate inservibili a causa di un guasto all’impianto elettrico, ci ricordano l’acquazzone che ha impedito alle stelle di tenere compagnia a Morfeo.
Le scimmiette che si muovono sui rami, liberando le foglie dal peso delle gocce, ci salutano per l’ultima volta mentre il nostro pulmino si allon¬tana dal lodge in direzione nord-ovest: oggi, infatti, abbandoneremo il Kruger Park per raggiungere la riserva privata Ingwe, dove ci attendono altri due safari.
Lungo il tragitto, ci fermiamo nei pressi di Hoedspruit per visitare l’Endangered Species Foundation, un centro creato per difendere i ghepardi ed altre specie in via d’estinzione.
Subito dopo aver assistito ad un filmato realizzato per spiegare ai visitatori gli intenti di questa fondazione, una jeep ci porta all’interno delle enormi gabbie in cui vivono gli animali.
Il primo incontro è con un branco di licaoni che sta riposando all’ombra di una grossa acacia. Un tempo, erano le praterie del Kruger Park ad ospitare le loro corse alle calcagna di impala o piccole antilopi, ma poi, un giorno, il gruppo si è allontanato dal parco ed ha co¬minciato ad ap¬prezzare le galline e le pecore delle fattorie nelle vicinanze, scatenando così l’ira dei contadini, pronti ad impugnare i loro fucili ed a far fuoco contro il manto chiazzato di giallo, nero e bianco di questi “cagnacci”. Su venti, solo sette sono sopravvissuti ed hanno trovato ospitalità nel centro, ma ora molti cuccioli scorraz¬zano tra le zampe delle femmine e si sta pensando di reintrodurre tutto il branco nel bushveld del parco: lì, questi animali potrebbero finalmente tornare a cor¬rere liberi ed allo stesso tempo rimpinguerebbero una popolazione che negli ultimi anni è scesa al di sotto dei trecento esemplari.
In questo caso, però, la colpa della quasi estinzione non si può attribuire ai cacciatori: è la gerarchia esistente all’interno del branco a condan¬nare i li¬caoni, una ferrea gerarchia che prevede la morte per tutti i piccoli non nati dall’accoppiamento tra la femmina ed il maschio dominanti. Solo questi due, infatti, sono considerati in grado di mettere al mondo degli individui degni di appartenere al gruppo e per questo motivo i cuc¬cioli nati da unioni diverse vengono uccisi subito dopo il parto, mentre le altre femmine del branco devono ac-contentarsi di svolgere il loro ruolo di mamme allevando la “progenie reale”, a volte costituita da quindici o venti piccoli: quando questa vede la luce, infatti, anche le loro mam¬melle si riempiono di latte per permettere la sopravvivenza di tutta la cucciolata.
Il nostro arrivo all’interno della gabbia risveglia improvvisamente il gruppetto: numerosi musi canini si girano verso di noi, le grosse orecchie arroton¬date ferite dal baccano inatteso della jeep e gli occhi attenti a scrutare quell’enorme trabiccolo che ha osato invadere il loro territorio, ma dopo pochi attimi, un ringhio minac¬cioso che cerca di farsi strada nell’aria rimane tristemente senza seguito: l’indifferenza, infatti, si è già im¬possessata del resto del branco che riprende a dormire o a giocare tra le radici nodose dell’acacia sbucate dal terreno, lasciando che la terra brunastra intacchi la lucentezza dei mantelli e ricopra le chiazze colorate con un’uniforme patina di polvere.
Anche il secondo incontro è con un animale sfuggito ai fucili dei contadini: si tratta di un piccolo otocione accusato ingiustamente di dare la cac¬cia alle pecore, prede decisamente troppo grandi per lui. Il suo curioso muso da volpe spunta dalla tana che si è scavato tra le radici di un grosso albero e le sue orecchie di una grandezza sproporzionata si muovono veloci per captare ogni suono: attraverso esse è addirittura in grado di scoprire la posizione esatta di un insetto nel sottosuolo e di dare così inizio ad un frenetico scavo per assi¬curarsi il pasto! Il rumore del motore della jeep, però, deve essere davvero troppo intenso per lui che abbandona la scena con un una fuga improvvisa nel suo rifugio sotter¬raneo.
Ma gli ospiti d’onore del centro sono senza dubbio i ghepardi: il loro muso campeggia infatti sul logo della fondazione, mentre foto di corse fu¬riose nel bushveld, di mamme intente ad allattare piccole palle di pelo e primi piani di canini aguzzi e corpi slanciati danno il benvenuto ai visi¬tatori all’ingresso.
E gironzolando tra le gabbie, sempre a bordo della jeep, ci si può trovare faccia a faccia con questi stupendi felini.
Alcuni sono giunti qui feriti, altri orfani, altri ancora sono stati adottati da coloro che li avevano acquistati da cuccioli e dopo qualche anno si sono stufati di vederli gi¬ronzolare nei giardini delle loro ville e così la popolazione all’interno del centro è cresciuta di anno in anno.
Tra i vari esemplari c’è addirittura un ghepardo reale: si riconosce grazie alle macchie che costellano la sua pelliccia giallastra, più grosse ri¬spetto a quelle dei suoi simili non insigniti della carica di sovrano, e per le spesse strisce nere che percorrono la sua schiena. A mio parere, però, il suo aspetto non è molto elegante: il giovane maschio che ci troviamo di fronte qualche decina di metri dopo, un “umile” ghepardo neanche lontanamente imparen¬tato con il “re”, infatti, appare più raffinato, con quelle piccole gocce nere, poco vi¬stose, disseminate su una pel¬liccia che sfuma dal beige al giallo pal¬lido, fino al morbido bianco screziato di nero con cui termina la lunga coda.
Si è appena coricato tra l’erba, la bocca socchiusa in un sospiro senza fine ed il petto che si alza e si abbassa forsennato alla ricerca di un po’ d’aria. Il gran caldo che si sta diffondendo velocemente anche sotto gli alberi, infatti, sembra avergli tolto tutte le forze.
Ma la stanchezza non riesce ad offuscare l’innata eleganza di quelle lunghe lacrime nere che scendono sotto gli occhi, incorniciandoli, di quei sottili baffi biancastri che vibrano impercettibilmente al nostro arrivo e di quegli implacabili artigli che spuntano minacciosi tra i folti peli delle zampe, così come l’afa non può affatto sminuire la fierezza e la grazia di questo animale.
Mentre il ranger sembra impegnarsi a fondo per centrare tutte le buche della strada, intravediamo molti altri esemplari, intenti a riposarsi, a mangiare o a correre, ma l’ora a nostra disposizione giunge ben presto al termine e rimane solo più qualche minuto per una sosta accanto ad una coppia di belle ed altezzose antilopi sable.
Il maschio si sta abbeverando vicino ad una piccola pozza e solo quando la jeep si ferma a pochi metri dall’acqua alza il muso nella no-stra dire¬zione, lasciando che le lunghe corna appuntite si innalzino fiere verso il cielo. Sulla schiena, sui fianchi e sulle zampe, il suo lu¬cido mantello è nero, come quello di una pantera, e brilla sotto i raggi del sole, mentre il vento leggero appena alzatosi per solleticare le foglie degli alberi scuote la criniera irsuta; ma sul muso e sulla pan¬cia è un candore marmoreo a trionfare: la sua avanzata parte timida all’altezza degli occhi per poi allargarsi a colonizzare tutto quel morbido ventre che ap¬pare decisamente soddisfatto dall’erba e dall’acqua appena ingeriti.
La femmina, invece, è ferma sul ciglio della strada. Il suo abito è rossiccio e le sue corna non sono lunghe come quelle del maschio, ma incu¬tono co¬munque una certa inquietudine: questi animali, infatti, sono molto aggressivi e non esitano a lanciarsi in furiosi combatti¬menti pur di difendere il territo¬rio in cui hanno deciso di stabilirsi cosicché i leoni meno esperti possono anche morire sotto la forza delle loro possenti incor¬nate.
Dopo esserci lasciati alle spalle i cancelli dell’Endangered Species Foundation è necessaria un’altra ora di viaggio per raggiungere l’Ingwe Game Reserve, dove il bushveld ed i suoi abitanti sono i sovrani indiscussi.
Il primo consiglio dei rangers che ci accolgono all’ingresso, infatti, è quello di non allontanarsi dalle stanze disposte in circolo attorno al corpo centrale: il rischio di incappare in qualche leone particolarmente famelico o nei famosi “ingwe”, i leopardi che hanno dato il nome alla riserva, non è affatto re¬moto! E così, dopo il pranzo, ed in attesa del safari, il cui inizio è fissato per le 16.00, non ci rimane che ri-lassarci, facendo molta attenzione ai babbuini che perlustrano il prato in cerca di qualcosa da rubare.
Ma ecco che finalmente l’ora tanto attesa arriva e la nostra jeep, dotata addirittura di un seggiolino per il “cercatore di tracce”, inizia ad aggi¬rarsi tra gli alberi. Il fitto sottobosco, però, impedisce ai nostri occhi, abituati alle grandi distese del Kruger Park, di avvistare man¬telli, corna o criniere perfetta¬mente mimetizzati e così, dopo poco più di mezz’ora, il nostro “bottino” è costituito solo dagli immancabili termitai e da un grasso facocero lanciato come un siluro verso la sua tana.
Ma quando la delusione comincia a fare capolino sui volti coperti di polvere, la nostra buona stella decide di entrare in azione con una sorpresa ina¬spettata: una pigra leonessa coricata tra l’erba!
Il gran caldo, infatti, ha trovato il coraggio di accanirsi anche contro di lei, così fiera e pericolosa, e quegli occhi stanchi, il rosa della lingua che si intra¬vede attraverso la bocca semiaperta ed il movimento ritmico del petto sembrano un chiaro segnale della sua vittoria: neppure l’ombra di quel grosso yellowwood ai cui piedi si è distesa sembra disposta a regalarle un po’ di sollievo.
Solleticata da alcuni lunghi steli che la recente pioggia ha provveduto a rinvigorire, rimane ad esaminare per qualche minuto le nostre facce meravigliate e le nostre bocche che tutt’a un tratto sembrano aver perso il dono della parola, poi, dopo aver emesso un suono indecifrabile, a metà tra uno sbadiglio ed un ruggito, decide di alzarsi, lasciando sull’erba appiattita la forma del suo corpo; si allontana lentamente tra gli alberi e noi possiamo scorgere il suo passo superbo ma carico di grazia fino a quando un grosso cespuglio non la av-volge tra le sue fronde.
Il ranger, tuttavia, non accenna a muoversi neanche quando l’unico movimento visibile intorno a noi è quello delle nuvole che in cielo giocano a coprire il sole.
Ed in effetti lo spettacolo a cui assistiamo poco dopo premia questa sua pazienza.
La leonessa, infatti, ritorna sui suoi passi, ma questa volta non è più sola: tre piccoli leoncini di appena quattro mesi la seguono inciam-pando sulle corte zampette!
E, dopo alcuni secondi, altre tre femmine fanno la loro comparsa, precedute da due maschi nati circa un anno fa. Ma la loro è solo una breve appari¬zione: oltre i cespugli verso i quali si dirigono indifferenti alla nostra presenza, infatti, li attende una gustosa preda, proba-bilmente la re¬sponsabile di quel respiro affannato e di quegli occhi stanchi di fronte ai quali ci ha portati la nostra buona stella.
Ora, però, la leonessa, così impegnata a giocare con i suoi cuccioli nel bel mezzo della strada, sembra aver ripreso tutte le forze: la lin-gua si muove in¬stancabile a pulire il manto fulvo dei suoi gattoni, mentre la coda che si dimena a destra e a sinistra è pronta a scate¬nare i loro infiniti agguati.
È una scena meravigliosa e staremmo ore, impietriti, ad ammirarla, ma il nostro ranger non vuole far innervosire troppo quella mamma così protettiva che, anche quando si sta rotolando per terra con i suoi cuccioli, non accenna a distogliere gli occhi dalla jeep e così, a malincuore, siamo costretti ad allontanarci.
Ma dopo aver superato alcuni impala che hanno cercato invano di nascondersi dietro ad un cespuglio tristemente abbandonato dalle foglie, il bushveld è ancora pronto a regalarci uno dei suoi spettacoli indimenticabili: sulla strada sterrata che stiamo percorrendo, infatti, compaiono im¬provvisamente due ghepardi.
Sono due giovani fratelli e stanno setacciando la zona in cerca di una preda.
Mentre uno di loro prosegue impassibile, per venire in breve tempo inghiottito dalla boscaglia, l’altro si ferma sul ciglio, a pochi metri dalla jeep, e ci osserva per qualche istante.
È davvero splendido.
Il suo corpo, snello e slanciato, è immobile – solo la coda si muove nervosa – ma tutto in lui fa pensare allo scatto che forse tra pochi minuti risulterà letale per un impala: le zampe sono lunghe, agili e dotate di artigli che non si ritraggono per permettergli di aderire me-glio al suolo, i muscoli sono forti e scattanti e le narici, di fianco alle quali fremono le lunghe vibrisse, sono molto larghe, accorgimento utile per immagazzi¬nare più aria negli instancabili polmoni.
Tutto questo, unito ad un cuore potente ed energico, gli permette di correre a velocità impensabili e di raggiungere, in soli tre secondi, i 100 km/h.
Ma le sue pupille, nere e fredde, di cui riusciamo a scorgere i movimenti frenetici attraverso le lenti del binocolo, si staccano ben presto da noi per esplorare la distesa di erba ed alberi che si allarga dinanzi a lui. Ed è proprio tra quell’erba e quegli alberi che scompare poco dopo, senza accorgersi che alle sue spalle saltella ingobbito uno sciacallo dalla gualdrappa pronto ad approfittare della stanchezza che si impossesserà dei due giovani subito dopo la caccia.
La sua andatura è furtiva e gli arbusti rinsecchiti cresciuti all’ombra dei marula e dei tambootie lo aiutano a nascondere il suo mantello grigio solcato da un’eccentrica fascia nera che unisce il collo alla folta coda. Impegnato com’è a non perdere di vista i due felini che po-trebbero pro¬curargli la cena, attra¬versa la strada senza neanche accorgersi dei nostri sguardi curiosi e in un attimo sparisce.
Quando il ranger rimette in moto, lanciamo un ultimo sguardo al bushveld, ma non riusciamo più a scorgere alcun movimento: i ghepardi ormai saranno lontani, forse già impegnati nell’inseguimento di qualche impala, e, mentre la jeep svolta per immettersi in una stradina nascosta da alcuni alberi mae¬stosi, ci ritroviamo a pensare che questo incontro con loro, sebbene sia durato non più di un mi¬nuto, rimarrà sicuramente im¬presso nella nostra memo¬ria a lungo ed i loro musi dall’aspetto timido, ma capaci di nascondere una grande ferocia, si affacceranno alle nostre menti ogni volta che sentiremo parlare di Sudafrica.
Non immaginiamo neppure lontanamente che in realtà i due fratelli ci regaleranno ancora altre emozioni!
Ben presto, infatti, la jeep si ferma ed il nostro cercatore di tracce si eclissa nel bush. Solo dopo alcuni minuti, la sua voce, distorta dalla ricetra¬smit¬tente, zittisce un uccellino appostato nelle vicinanze e ci comunica che li ha nuovamente avvistati. Su invito del ranger, quindi, scendiamo dalla jeep e ci avviamo silenziosi nella boscaglia, facendo attenzione all’erba secca e pungente che ci graffia le gambe: qualche zecca, infatti, potrebbe trovare molto saporito il nostro sangue!
… E dopo pochi attimi ci ritroviamo a tre o quattro metri da loro.
Hanno rinunciato alla caccia, infastiditi dallo sciacallo o forse dalle jeep che scorrazzano per la riserva, ed ora sono coricati all’ombra di due pic¬cole aca¬cie. Nonostante la stanchezza, però, i loro occhi non hanno perso quella luce implacabile che li caratterizza ed anche i canini non esi¬tano a spuntare, minacciosi, tra le labbra socchiuse.
Siamo ammutoliti, affascinati ed assolutamente travolti dalla loro bellezza.
Il cuore è come un tamburo percosso senza sosta da un instancabile musicista, le gambe tremano e le parole risultano la cosa più superflua al mondo mentre cerchiamo di immagazzinare nella nostra mente ogni più piccolo particolare di questo spettacolo, ben consa-pevoli che comunque non riusciremo mai ad esprimere tutte le emozioni che, impe¬tuose, ci travolgono.
L’interrogativo che ci assillava alla nostra partenza da Port Elizabeth ha sicuramente trovato una risposta…
Non rimaniamo molto di fronte a loro, timorosi di innervosirli, ma quando ritorniamo sui nostri passi, per raggiungere nuovamente la jeep, il sole che fino a poco fa brillava in cielo, stuzzicato da alcune nuvole, sta già cominciando a nascondersi dietro ai lontani Draken-sberg, i Monte dei Draghi. Un’antica leggenda vuole che lassù, tra vette impervie e rigogliose foreste, a notte fonda si riuniscano fate, stregoni e tokoloshe, gli spiritelli maligni che popolano gli incubi dei Xhosa, una delle numerose popolazioni di questa terra, ma noi non abbiamo bisogno di sognare creature misteriose per rendere emozionante la giornata: oggi, infatti, la realtà è stata capace di superare di gran lunga ogni più ardita fanta¬sia… e la nostra buona stella non ha ancora finito di sorprenderci!
Si rivela addirittura in grado di assumere le sembianze di tre enormi rinoceronti nascosti tra l’erba alta.
Sono due femmine ed un maschio e riusciamo ad avvicinarci a loro così tanto da poter scorgere con chiarezza i lucidi occhi, nascosti da folte ciglia, ed i profondi solchi che, muovendosi sul muso, sulle zampe e sul dorso, percorrono ogni angolo della ruvida pelle, spessa fino a tre cen¬timetri, per poi termi¬nare il loro viaggio nell’accogliente rifugio costituito dalla pancia.
Mentre il cielo sta lentamente cominciando a colorarsi di giallo e oro, faccio fatica a distogliere lo sguardo da questi colossi e mi ritrovo ancora una volta a domandarmi quale dignità possa avere una persona capace di puntare un fucile contro il cuore o il cervello di un animale così affa¬scinante, una per¬sona il cui unico obiettivo è ormai diventato quello di sterminare anche gli ultimi 3.500 rinoceronti rimasti sulla faccia della Terra… la sua mente malata, in¬fatti, gli ha suggerito che solo in questo modo il prezzo delle corna raggiunge-rebbe livelli mai visti…
Il nostro ranger, però, ha in mente un luogo migliore per farci ammirare il tramonto e così, dopo pochi attimi, ci allontaniamo da quelle che ormai, a causa delle ombre che si stanno allungando, sono diventate tre informi masse scure e raggiungiamo una grossa pozza d’acqua in cui si è attardato un ippopotamo solitario.
Sopra di noi, alcune nuvole dispettose hanno chiesto l’aiuto del vento per riuscire a coprire la grossa palla infuocata che tra poco chiuderà il si¬pario su questa giornata e diventare così le protagoniste indiscusse, ma non hanno ottenuto altro risultato se non quello di far apprezzare an¬cora di più il suo lavoro: è proprio il sole, infatti, a regalare loro quei profili rosseggianti e quelle sfumature rosate pron-tamente catturate dall’acqua immobile ai nostri piedi e a tingere il cielo di arancio e scarlatto.
Scendiamo dalla jeep per ammirare nel modo migliore questo spettacolo che tra pochi minuti sarà solo un ricordo: una stella lontana, forse la nostra, infatti, sta già cominciando ad affacciarsi sulla vastità che ci sovrasta, timida esploratrice pronta ad aprire la pista alle armate della Via Lattea, di Orione e della Croce del Sud che tra poco la raggiungeranno.
Mentre il sole ci regala i suoi ultimi barlumi prima di raggiungere le fate ed i tokoloshe sui Monti dei Draghi, riusciamo ad intravedere l’ippopotamo is¬sarsi sulla sponda opposta alla nostra e confondersi con l’ombra del grosso albero ormai secco i cui rami si specchiano con tri¬stezza in quell’acqua inca¬pace di salvarlo e poi, in un attimo, ecco che il buio, veloce come un battito di ciglia, ci avvolge nella sua morsa fredda e ostile. Anche il semplice ru¬more del vento che si insinua tra i cespugli alle nostre spalle acquista un’improvvisa intona-zione sinistra e solo la confortante sicurezza della jeep, che raggiungiamo prontamente per ritornare al lodge, riesce a placare la nostra inquietudine.
Lungo la strada, i suoi potenti fari ed il riflettore con cui il cercatore di tracce cerca di individuare qualche movimento intorno a noi squarciano l’oscurità ed alcuni occhi sconosciuti che brillano nel bush, come illuminati da un lampo, scatenano la nostra fantasia: scorgere i corpi a cui ap¬partengono, infatti, è davvero impossibile in mezzo al turbinio di polvere sollevato dalla loro fuga ed alle ombre ostili create dagli alberi.
Solo un piccolo bushbaby, una scimmietta soprannominata così a causa del suo richiamo simile al pianto di un bambino, rivela tutto il suo co¬raggio, o forse la paura che ha immobilizzato le sue corte zampette grigie, rimanendo per alcuni attimi a fissarci appollaiato sui rami di un al¬bero cresciuto a lato della strada, con la coda, lunga più di tutto il resto del corpo, che sventola preoccupata nel vuoto.
Quando arriviamo al lodge tutti gli alloggi e le stradine per raggiungerli sono illuminati dal fuoco delle lampade ad olio, un ottimo deterrente per i felini che hanno fatto della notte il teatro delle loro battaglie, e, dopo la cena, un ranger armato di fucile accompagna ognuno di noi fin sul pianerottolo della pro¬pria stanza, avvertendoci, con cipiglio minaccioso, di non uscire più fino alle 6.00 del giorno dopo, ora in cui lui verrà a chiamarci per raggiungere le jeep pronte per un altro safari.
Mentre osserviamo la sua figura impettita allontanarsi nelle tenebre, fantastichiamo sui suoni misteriosi che tra poco animeranno il bush – il ruggito di un leone affamato, le risate agghiaccianti di un branco di iene, il grido acuto di un gufo o di una civetta – ma, appena il buio invade la nostra stanza, la stanchezza sfonda tutte le barriere che fino a questo momento l’entusiasmo aveva provveduto a co¬struire ed in pochi attimi ci annienta, negandoci que¬sta emozione.
Solo l’aroma forte del caffè che all’alba pervade la stanza riesce a svegliarci e a farci recuperare tutte le energie necessarie per il nostro ultimo “cammino”.
La mattina è fresca e luminosa e sotto i nostri occhi ormai non più assonnati il bush si risveglia lentamente.
Mentre alcuni impala si stanno muovendo cauti in cerca di una pozza d’acqua a cui abbeverarsi ed un waterbuck dalle nobili corna corre tra i cespugli lontani, intenzionato ad avvertire il branco della nostra presenza, un curioso struzzo razzola tra l’erba ancora per poco ba-gnata di ru¬giada ed una gi¬raffa cerca di mimetizzare il suo mantello geometrico tra il folto degli alberi, del tutto ignara che l’ondeggiare senza sosta dei rami dell’acacia alla quale si sta nutrendo rivela tutta la sua ingordigia.
Ma è solo dopo esserci lanciati in un guado spericolato ed esserne usciti indenni, anche se completamente ricoperti di fango, che ci im-battiamo nell’epilogo più adatto per questi quattro giorni passati a contatto con una natura così splendida.
Un branco di giovani elefanti, infatti, sta dimostrando tutta la sua forza contro alcuni alberi di marula colpevoli di averli ammaliati facendo sfog¬gio, sui rami più alti, di un nido di teneri germogli e, mentre la terra sembra tremare, in balia del loro passo forsennato, il bush risuona degli schianti di queste fronde così seducenti divelte con un semplice movimento della proboscide e dei colpi furiosi inferti ai tronchi con la testa o con il corpo.
Anche alcuni piccoli corrono allegramente tra i grigi giganti affamati che con la loro comparsa ci hanno reso muti, tentando di imitarli: sotto lo sguardo amorevole delle mamme, infatti, le loro corte proboscidi si issano fiere come un vessillo ad infrangere le grosse nuvole di polvere che percorrono l’aria.
Dopo qualche istante, le parole del ranger riescono a farsi strada tra il rumore che ci circonda: una mano appoggiata al volante e l’altra al suo insepara¬bile fucile, ci racconta il tormento che gli elefanti sono costretti a sopportare durante gli ultimi giorni di vita. Dopo aver cambiato per sette volte i denti nell’arco della loro esistenza, infatti, il loro destino è quello di morire di fame poiché questi non ricre¬scono più e solo l’acqua delle pozze isolate dove solitamente si ritirano, abbandonando il branco, quando sentono che la vita sta lenta¬mente defluendo dal corpo, può regalare loro un po’ di sollievo.
Questi giovani così pericolosamente vicini alla nostra jeep, comunque, vedranno ancora parecchi soli cadere dietro alle scure pareti dei Draken¬sberg e numerose lune illuminare il loro cammino a notte fonda; per molte altre stagioni attenderanno impazienti le scroscianti piogge capaci di ricoprire la terra con un morbido tappeto di erba ed i caldi raggi dell’estate che doneranno ai frutti dei marula quel dolce ed irresistibile pro¬fumo: la maggior parte di essi, infatti, ha solo vent’anni e gli elefanti sono animali molto longevi, capaci di arri¬vare a vivere anche un secolo.
Purtroppo, però, ben presto arriva il momento di fare ritorno al lodge e di caricare le nostre valigie sul pulmino pronto a scarrozzarci fino a Johanne¬sburg. Oggi, infatti, riprenderemo la strada verso la civiltà e sarà difficile riabituarsi al cemento, alla puzza dei gas di sca¬rico ed ai grat¬tacieli dopo quat¬tro giorni vissuti tra brulle pianure sconfinate, cieli non contaminati dallo smog e fuochi accesi per impau¬rire il buio incombente.
Qualche attimo prima che arrivi il momento di scendere definitivamente dalla jeep, uno sciacallo solitario che stringe tra i denti il corpo di un francolino appena catturato ci attraversa la strada, alla ricerca di un luogo tranquillo in cui placare i lamenti del suo stomaco, e la sua coda sco¬dinzola felice dietro di lui in un simpatico arrivederci.
La strada per Johannesburg è davvero lunga, ma i luoghi che attraversiamo racchiudono tutti un qualcosa di affascinante: dapprima il fiume Oliphants, che evoca in noi quei grossi pachidermi che poche ore fa scorrazzavano davanti ai nostri occhi, poi il Passo Abel Hera-smus, intitolato ad un esattore delle tasse soprannominato Nabula Dusi, ossia “colui che spara da vicino”, perché a coloro che si per-mettevano di non pagare faceva vedere che cos’era in grado di fare con il suo fucile, e la cascata Tufa, dove l’acqua, invece di erodere la parete di roccia da cui si lancia, la accresce, depositando il calcare di cui è ricca. E poi ecco Lydenburg, con la sua chiesetta dal tetto di paglia che, sebbene risalga al 1853, ri¬sulta decisamente migliore rispetto a quella costruita in tempi moderni, dalla struttura eccessi-vamente rigida, e Dullstroom, il “ruscello di Dull”, distesa sull’altopiano a 2.025 metri sul livello del mare: fu proprio il signor Dull, un mercante olandese, a fondarla, nella zona ricca di corsi d’acqua in cui si recava spesso a pescare, ed ancora oggi, in quegli stessi corsi d’acqua, nuotano le trote per le quali la città è diventata famosa in tutto il Paese; in pochi attimi, ci lasciamo alle spalle anche Cullinan e la sua Cullinan Diamond Mine, la miniera dove venne scoperto il dia¬mante più grande mai visto sulla faccia della terra – 3.106 carati! – dal quale si rica¬varono “The Great Star of Africa”, ora in bella mostra sullo scet¬tro della Regina d’Inghilterra, e “The Little Star of Africa”, incastonato nella corona.
E quando finalmente, alle 4:00 del pomeriggio, sotto un sole davvero spettacolare, arriviamo a Pretoria, ad accoglierci sono gli imman-cabili al¬beri di ja¬caranda, originari dell’America del Sud, tra le cui foglie spunta persino qualche timido fiore. Ce ne sono più di 70.000 sparsi per i viali della città e Carla ci racconta che, tra ottobre e novembre, periodo durante il quale le loro chiome sbocciano, la città sembra avvolta da un’enorme nuvola violacea.
Quando i Boeri giunsero nella zona, invece, quindici anni dopo aver abbandonato Cape Town, ai loro occhi si presentò solo la desolazione la¬sciata dalle scorrerie degli “impi”, i reggimenti dello spietato re zulu Chaka, scontratisi qualche anno prima con gli Ndebele. Nel 1823, infatti, quando le leggi inglesi che regolavano la vita all’interno della Colonia del Capo erano ancora tollerabili e l’idea di fuggire non si era ancora affac¬ciata nelle menti olan¬desi, questo giovane, figlio del sovrano zulu ma non della sua prima moglie, era riuscito a deporre il re legittimo, Din¬giswayo, e a prendere il potere sulla sua tribù, dichiarando la nascita del Regno degli Zulu.
Un regno fondato sul sangue e sul terrore: il vecchio stregone a cui Chaka era stato affidato dalla madre, riuscita a fuggire dall’harem del re, infatti, gli aveva spiegato che solo con questi due fedeli amici egli avrebbe potuto affermare la sua supremazia.
I suoi crudeli assegai, le lance dalla lama lunga e dal manico corto, infallibili nel corpo a corpo, e la tattica dell’attacco detto “a corna di toro”, che consi¬steva nel circondare il nemico da tre lati prima di aggredirlo, ebbero quindi ben presto la meglio sui popoli stanziati nei territori confi¬nanti che, assaliti dalla paura superstiziosa provocata in loro da quel re, nato dal sangue e considerato simile ad un terribile dio castigatore, fu¬rono costretti a fuggire per salvarsi.
Anche agli Ndebele toccò questo destino.
Abbandonando la zona oltre il fiume Vaal, si spostarono sempre più a nord, fino a quando non raggiunsero le terre oggi al confine con lo Zim¬babwe. Terre ricche ed inesplorate dove ben presto si sarebbe fatto vivo un altro folle sanguinario. Questa volta, però, la sua pelle non era color ebano, ma bianca, come il ghiaccio nel quale sembrava essere stato scolpito il suo cuore, ed i suoi impi non stringe¬vano tra le mani assegai dalla lama luccicante, ma moschetti pronti a sputare fuoco e a dila¬niare corpi.
Il suo nome era Cecil John Rhodes…
Pretoria, quindi, è una città molto recente: nacque solo nel 1855, cinque anni dopo l’arrivo dei Boeri.
Fu il figlio di un certo Andreis Pretorius a fondarla, dedicandola al padre per ricordare le sue gesta durante la cruenta battaglia di Blood River, nella quale 470 Boeri sconfissero circa 12.000 Zulu, e a trasformarla, in breve tempo, nella capitale della Repubblica Indipendente del Tran¬svaal, quella “terra promessa” a lungo sognata e cercata, a cui gli Inglesi riconobbero finalmente l’autonomia nel 1850.
Una decina di anni dopo, però, quando si scoprirono le ricchezze nascoste nelle sue viscere, oro e diamanti si trasformarono in poco tempo in lucenti scintille capaci di far scoppiare ben due guerre. I Boeri ebbero vita facile durante la prima, ma per porre fine alla seconda furono co¬stretti a chiedere la pace di Vereeniging che venne firmata proprio a Pretoria, nella sala da pranzo della Melrose House, il 31 maggio del 1902 e sancì il passaggio agli In¬glesi di questi prodighi territori ora distrutti e dilaniati dal fuoco dei combattimenti.
I fieri discendenti di Kruger, ben presto ribattezzatisi Afrikaaners, furono quindi costretti ad abbandonare le loro campagne, riversandosi nelle città, ed a competere con i neri per ottenere un lavoro, ma alcuni anni dopo, quando gli Inglesi si resero conto che senza un aiuto non sareb¬bero mai riusciti a ricostruire città e paesi ed a sedare le sempre più frequenti rivolte degli “incivili”, la loro situazione cominciò gradualmente a migliorare: dapprima le ex repubbliche boere – il Transvaal e lo Stato Libero d’Orange – ottennero la rappresentanza governativa e poi, nel 1910, i due popoli acerrimi nemici, ca¬paci di combattere per più di un secolo per ottenere il predominio su questa parte del mondo, diedero vita all’Unione Sudafricana, stabilendo che Preto¬ria ne sarebbe diventata la capitale amministrativa.
Ancora oggi, nella nuova Repubblica Sudafricana, sebbene i grandi alberi che costellano ogni sua via la facciano apparire come una grande città di cam¬pagna, svolge questo ruolo e Thabo Mbeki, il presidente succeduto a Nelson Mandela nel giugno del 1999, ha il suo ufficio proprio all’interno degli Union Buildings, i magnifici palazzi sede del governo che svettano nel quartiere di Arcadia. Fu l’architetto Sir Herbert Baker a progettarli, scegliendo una struttura capace di rappresentare il sodalizio tra gli Inglesi ed i Boeri: due ali laterali unite da un grande corpo cen¬trale. La statua di Castore e Polluce, i due Dioscuri figli di Zeus, situata a pochi passi dall’ingresso, do¬vrebbe invece sancire l’unione tra bianchi e neri… un’unione che però, nonostante anni e anni di duri scontri, continua ad avere un forte sapore utopistico…
Vasti giardini circondano questi edifici, ma i grattacieli ed i palazzi che hanno invaso il centro cittadino sembrano volerli sottrarre in tutta fretta alla no¬stra vista mentre ci dirigiamo verso Church Square, la piazza principale della città, nella quale, nel secolo scorso, i Boeri provenienti dalle campagne si riunivano ogni tre mesi per la Nagmaad, la Comunione, lasciando gli esausti buoi che avevano trainato i loro carri anche per giorni e giorni a scorrazzare tutt’intorno, finalmente liberi dal giogo. Oggi, nel suo centro, svetta la statua di Paul Kruger, il Vecchio Leone, che, con il suo sguardo torvo, sembra esaminare tutti gli invadenti piccioni che si posano sulle sue spalle, tutte le persone che transitano ai suoi piedi e l’esercito senza fine di automobili, bici¬clette e pullman turistici che hanno sostituito i carri dalle ruote di legno.
La sua casa è a poche centinaia di metri e la raggiungiamo in un attimo: secondo la leggenda, lo “zio” Paul amava sedersi sul vecchio porticato in legno e chiacchierare con i passanti, ma oggi, in questa via così offuscata dai gas di scarico ed aggredita dal suono dei clac-son e dal rombo dei motori, è diffi¬cile immaginarlo mentre disserta su un passo della Bibbia con una vecchia signora o parla dei nuovi metodi per estrarre l’oro con un cercatore appena giunto in città per vendere le sue pepite; e quasi impossibile risulta anche figurarselo mentre attraversa la strada, con il suo passo deciso per nulla osta¬colato dagli anni e dalle sofferenze, per recarsi nella chiesa olandese riformata il cui campanile si erge lì vicino.
Il nostro ultimo sguardo, prima di rimetterci in marcia verso Johannesburg, è rivolto al Voortrekker Monument, eretto per commemorare il Great Trek ed in particolare la battaglia di Blood River: la sua struttura austera, ispirata alle rovine della città di Great Zimbabwe, do-mina la città dall’alto di una collina, ma è davvero troppo distante per essere raggiunta nel poco tempo che le lancette dell’orologio sono disposte a regalarci.
Ci fermiamo solo una notte nella capitale del Gauteng, la città dell’oro e delle SOut-WEstern TOwnships, il fulcro della rivolta nera: così come Port Eliza¬beth era stata la nostra tappa obbligata per raggiungere lo Mpumalanga, infatti, Johannesburg non sarà altro che una manciata di ore insonni al pen¬siero di quello che ci attende domani… le Cascate Vittoria!
Mosy-Oa-Tunya, il “Fumo che tuona”: questo fu il loro primo nome.
Glielo diedero i nativi della zona secoli fa e ancora oggi risulta decisamente più consono di quel Victoria Falls che David Livingstone scelse per rendere omaggio alla Regina d’Inghilterra. La colonna di vapore acqueo che sale fino a duecento metri di altezza, infatti, è visibile da trenta chilometri di distanza ed il ru¬more assordante prodotto dall’immensa massa d’acqua che si getta nel vuoto è davvero simile ad un tuono senza fine.
Già mentre l’aereo si avvicina alla pista di atterraggio riusciamo a scorgere il fumo che si leva in cielo, ansioso di confondersi con le altre inno¬cue nuvo¬lette che oggi hanno deciso di scorrazzarvi, ma sappiamo che questo non è altro che un piccolo preludio dello spettacolo che ci atten¬derà tra poco e che soltanto quando la furia dello Zambesi sarà a pochi passi da noi lo stupore sarà finalmente libero di mo¬strare la sua fanta¬sia, disegnando sui nostri volti le espressioni più disparate.
È per questo motivo che, appena giunti allo Zambesi Sun, il nostro hotel, ce ne allontaniamo in tutta fretta: siamo smaniosi di raggiun¬gere l’Eastern Cataract e la Rainbow Fall, i due tronconi di cascate visibili dallo Zambia che, insieme alla Devil’s Cataract ed alla Main Fall, sul territo¬rio dello Zim¬babwe, danno origine alle Cascate Vittoria, scenografico punto di confine tra i due Stati.
Mentre ci avviciniamo, il rombo delle acque si fa sempre più intenso e la nostra adrenalina sembra risvegliarsi all’improvviso da quel torpore in cui era caduta dopo le emozioni dei safari; a poco a poco, cominciamo ad avvertire anche le prime sporadiche gocce, ma le fronde rigogliose degli alberi che sono riusciti ad accaparrarsi questo luogo così fertile e che ora se lo stanno contendendo con gli inva-denti arbusti cresciuti alla loro ombra sono un ot¬timo sipario e solo quando finalmente le superiamo il “Fumo che tuona” appare ai nostri occhi in tutta la sua maestosità.
Il quarto fiume più lungo dell’Africa, capace, prima di sfociare nelle acque dell’Oceano Indiano, di percorrere più di 2.700 km attraverso Zambia, Angola, Zimbabwe e Mozambico, infatti, si getta a capofitto da una parete di roccia larga circa 1.700 metri e profonda, in alcuni tratti, fino a cento: la sua caduta, violenta, sfrenata ed incontrollabile, ci lascia completamente senza fiato, mentre il suo ruggito travol-gente ingoia le escla¬mazioni di gioia che, incoerenti, fuoriescono dalle nostre bocche, portandole con sé oltre l’abisso e poi nella stretta gola attraverso la quale lo Zambesi si allontana, in una forsennata uscita di scena.
Nel momento in cui raggiungiamo lo Knife Edge Bridge, il ponte che fronteggia spavaldo l’Eastern Cataract, lasciandoci alle spalle le mantelline che quei ragazzi volevano a tutti i costi affittarci per indossare i nostri k-ways che ben presto si dimostreranno i compagni meno adatti con cui affrontare questa avventura, un improvviso acquazzone sembra scatenarsi intorno a noi: infinite goccioline, infatti, si sollevano nell’aria, come per sfuggire a quel salto spaventoso, per poi ricadere copiose rendendo scivoloso il terreno e depositandosi negli occhi, nella bocca, nelle scarpe e naturalmente sotto la tela leggera delle nostre giacchettine, dopo pochi attimi già fradice.
Il nostro sguardo è come impazzito e corre frenetico prima verso la spuma biancastra che si avventa furiosa oltre la voragine, sollevando una nube di spruzzi sicuramente ben accolta dagli steli d’erba che, a pochi passi da noi, sembrano mostrare orgogliosi il loro verde brillante, poi su quelle isolette ricoperte di palme dum dum che occhieggiano curiose pochi metri prima del precipizio ed infine verso il sole, seminascosto da quella fitta tenda gron¬dante su cui i suoi raggi stanno dipingendo straordinarie sfumature perlacee.
Di fronte a tutto ciò, non ci si può sentire altro che un minuscolo puntino succube della forza della natura… ma un puntino euforico, estasiato e mo¬mentaneamente in grado di pronunciare solo le parole: “È magnifico!”…
Chissà se anche il missionario scozzese David Livingstone si è sentito così quel lontano 16 novembre del 1855, quando, durante uno dei suoi viaggi di esplorazione, gli indigeni di etnia Makololos che lo accompagnavano lo portarono al cospetto di Mosy-Oa-Tunya.
Chissà se ha avvertito anche lui l’energia sprigionata da questo luogo così magico, scoprendosi inaspettatamente in dovere di ringraziare quegli inutili dei che lui voleva a tutti i costi cancellare dalle loro menti – come Nyami Nyami, il dio dello Zambesi, dal corpo di ser¬pente e la testa di pesce – per avere creato un qualcosa di così grandioso…
Ormai completamente inzuppati, attraversiamo il ponte per raggiungere gli altri punti panoramici: lo Zambesi, infatti, dopo essersi get¬tato al di là del precipizio, occupando un fronte di oltre un chilometro e mezzo, si al¬lontana in una gola larga appena sessanta metri e questa sua ritirata così modesta per¬mette ai visitatori di ammirare le cascate da una splendida prospettiva frontale.
Quando il baratro della Rainbow Fall si mostra ai nostri occhi una sorta di timore reverenziale si impossessa di noi, sempre più insignifi-canti di fronte a quei due incredibili arcobaleni stagliati contro l’azzurro del cielo, come ad incoronare l’acqua che, incurante dei neri speroni di roccia che si er¬gono dalla parete, pronti a spezzare la sua corsa, scivola impetuosa verso quel fondo impossibile da distin¬guere a causa del cupo ribol¬lire che lo asse¬dia.
Siamo stupiti, meravigliati, sbalorditi…
Nessuno di noi si immaginava uno spettacolo del genere: le fotografie dei cataloghi di viaggio e le parole di chi ci è già stato, infatti, non sono delle de¬gne ambasciatrici.
Mentre l’acqua continua a scorrere ovunque sul nostro corpo, la maestosità di questa scena pervade ogni nostra cellula, si impossessa dei nostri occhi, facendo loro assumere un’insolita luce incantata, della nostra bocca, dandole un’inesauribile inclinazione sorridente, e delle nostre gambe, comprensi¬bilmente riluttanti ad abbandonare questo luogo dove lo spirito selvaggio dell’Africa sembra aver trovato una delle sue ultime dimore.
Ma ecco che, ad appena un’ora dal nostro arrivo, dobbiamo già allontanarci: il battello dell’Africa Queen, con i suoi marinai intrappolati in ele¬ganti divise immacolate, ci attende per una minicrociera sullo Zambesi.
La navigazione è lenta, proprio come lo scorrere del grande fiume: a pochi chilometri dal salto, infatti, le acque non lasciano emergere alcun indizio di quell’aggressività a cui tra breve saranno libere di dare sfogo e soltanto la nube biancastra di vapore acqueo che si erge alle nostre spalle sembra di¬sposta a mettere in guardia chiunque osi rivolgere la prua verso sud.
Mentre il battello si allontana sempre più dal porticciolo, accompagnato dal suono lamentoso della sua sirena, un sole spietato illumina le piccole onde sollevate dallo scafo, destinate ad infrangersi dopo pochi attimi sulle verdeggianti isolette che costellano il fiume, ed in¬duce i viaggiatori saliti per ultimi ad aguz¬zare la vista alla ricerca di quei pochi centimetri di ombra rimasti liberi. Naturalmente anche noi siamo tra questi, ma la nostra buona stella rie¬sce an¬cora una volta a dare il meglio di sé: un simpatico marinaio, infatti, ci accompagna fin sulla terrazza sulla quale il capitano sta armeggiando con il suo inseparabile timone per evitare le altre barchette che stanno scivo¬lando sul fiume e le schiene degli ippo¬potami che, come grossi massi grigi, ap¬paiono tra le acque, permettendoci così di godere di una vista meravigliosa sul Parco Nazionale Mosy-Oa-Tunya, che si estende alla nostra destra, di una piacevole ombra e di un’ancor più pia¬cevole frescura, assicurata dai leggeri aliti di vento che, inaspettati, si sollevano dal fiume investendo la barca.
Come per uno strano sortilegio, il tempo sembra fermarsi, forse intenzionato ad assecondare il cammino tranquillo delle acque, ed anche il bat¬tello si lascia cullare indolentemente dall’abbraccio silenzioso dello Zambesi.
All’ombra di alcuni alberi cresciuti sulla riva, riusciamo a scorgere tre rinoceronti per nulla disturbati dalla jeep carica di turisti ferma a qualche metro da loro, mentre, poco più a nord, un branco di bufali sta pascolando tra l’erba alta, i piccoli al sicuro tra le robuste zampe delle mamme.
Improvvisamente, però, il grido acuto di un’aquila pescatrice si impone sulle voci provenienti dal ponte inferiore della barca e riesce a distogliere i nostri sguardi da queste ultime immagini “africane”. Seguiamo il suo volo maestoso fino a quando i rami di un albero pericolosamente proteso sul fiume non si rivelano un rifugio troppo invitante, sicuramente il punto ideale da cui osservare eventuali guizzi sotto il livello dell’acqua, e ri¬maniamo senza parole di fronte alla grazia con cui i suoi pericolosi artigli si appoggiano al legno.
Con estrema lentezza, il battello continua a risalire il fiume, lasciando l’aquila libera di cacciare senza l’invadenza dei nostri sguardi e, mentre il capitano ci indica un gruppo di ippopotami intenti a sguazzare nell’acqua verdastra accanto alla spiaggia di un’isoletta ed in-frange tutte le nostre illusioni di avvi¬stare qualche coccodrillo, spiegandoci quanto sia difficile scorgere i loro lunghi corpi o le loro temi¬bili fauci, qualcos’altro attira la nostra attenzione: il sole, infatti, sta già cominciando a lisciare i suoi pennelli per dipingere sull’immensa tela celeste che ci sovrasta un tra¬monto sensazionale.
La sua musa sembra essere una nuvola immobile all’orizzonte: in un attimo, con lievi tocchi di rosa ed arancio, ne cancella il triste pallore che l’ha op¬pressa per tutto il giorno per lasciare spazio ad una luce nuova, più calda, in grado di ingentilire i suoi morbidi profili.
E poi, dopo pochi minuti, ecco che la fantasia di questo pittore così estroso si espande tutt’intorno alla sua ispiratrice, come a darle uno sfondo degno della sua bellezza. Il cielo prende così fuoco all’improvviso, colorandosi di oro, rosso e porpora: qui, infatti, non c’è spazio per i colori te¬nui… ogni cosa deve essere violenta, estrema.
Altre nuvole, però, accorrono ben presto sulla scena: forse invidiose, sembrano coalizzarsi per coprire quel sole colpevole di non aver riservato loro un po’ di attenzione e così il tuffo della grande palla infuocata, decisa a spegnere i suoi ardori nell’immenso fiume che scorre imperturbabile sotto di noi, viene celato ai nostri sguardi, mentre la sua straordinaria opera ci circonda ancora per pochi attimi, fino a quando un prepotente lenzuolo buio non scende a ricoprire la tela rosso sangue.
Facciamo ritorno a terra accompagnati dalla voce di una Celine Dion pronta, attraverso gli altoparlanti del battello, ad annunciarci che “A new day has come” – che ossimoro! – e, nel momento in cui le acque ingoiano gli ultimi bagliori di questa giornata, torniamo in ho¬tel, lasciando che la notte avvolga anche i nostri corpi nel suo cupo lenzuolo.
Quando raggiungiamo lo Zambesi Sun, il cielo è già tempestato di puntini iridescenti. È come se milioni di aghi lo avessero bucherellato senza sosta per liberare una preziosa luce argentea gelosamente nascosta dal buio; così, mentre chiacchieriamo a bordo piscina, le no-stre voci ac¬compagnate dal rombo incessante delle cascate, gli sguardi non possono che essere rivolti verso l’alto, laddove stelle lumi-nosissime cercano di rubare la scena ad altre appena visibili e costellazioni dai nomi a noi sconosciuti si contrappongono a timidi scintillii solitari.
…E adesso, nel momento in cui l’aereo, sospeso a più di 11.000 metri dal suolo, sta sorvolando il Mediterraneo, eccomi giunta all’ultimo giorno di questo mio diario di viaggio, ossia ieri (senza che me ne accorgessi, infatti, la lancetta più piccola del mio orologio ha superato già da un bel pezzo il cinque scritto in caratteri romani, mentre un timido bagliore, laggiù all’orizzonte, sta cominciando a squarciare le tenebre).
Ancora una volta è il sole a salutarci appena svegli ed ancora una volta alcune simpatiche scimmiette diventano le nostre compagne di cola¬zione: nonostante i camerieri cerchino di spaventarle con le fionde, infatti, il profumino delle brioches fresche sembra in grado di infondere loro un incredibile coraggio.
Dopo una lotta impari contro la loro velocità, da cui usciamo decisamente sconfitti (vero Gianni?), decidiamo di tornare alle cascate – questa volta muniti di mantelline! – per far sì che siano i salti portentosi dell’Eastern Cataract e della Rainow Fall e la loro pioggia inces-sante a conclu¬dere questa nostra vacanza. Anche una coppia di babbuini, con il piccolo nato da poche settimane saldamente aggrap¬pato alla schiena della mamma, sembra interessata allo spettacolo, ma gli obiettivi insaziabili delle nostre macchine fotografiche scate¬nano in loro un po’ di panico e così, dopo pochi attimi, eccoli dirigersi in tutta fretta verso la boscaglia, certi che lì troveranno un rifugio sicuro.
Passiamo le ultime due ore prima della partenza nella piscina dell’albergo, la cui acqua è un richiamo irresistibile, davvero la soluzione ideale per sfuggire agli oltre quaranta gradi che un esercito di raggi crudeli sta scagliando verso di noi, e poi ecco che il nostro viaggio di ritorno, costellato da uno svenimento (il mio… ma quanto era forte il sole questa mattina?) e da una corsa incredibile alla ricerca del nostro gate che sembra in¬spiegabilmente scomparso nel nulla all’aeroporto di Johannesburg, può avere inizio, mentre le nostre espres-sioni diventano sempre meno alle¬gre ed il terrore per lo sbalzo termico che subiremo a Milano comincia a farsi strada nelle nostre menti.
… La spia delle cinture di sicurezza si è accesa in questo momento e tra pochi attimi l’hostess, rivolgendomi un sorriso bianchissimo, mi inviterà a sollevare il tavolino ormai sommerso dai fogli del mio diario.
Non mi rimane quindi che trovare una degna conclusione per queste dieci ore passate con la penna in mano…
Una conclusione che riassuma tutte le emozioni provate in questi tredici giorni.
Emozioni infinite, come le stelle perse nell’universo che l’altra sera, per un attimo, ci hanno mozzato il respiro.
Emozioni spontanee, come il sorriso di quel bambino che a Pilgrim’s Rest giocava all’ombra di un albero di mopane con gli animaletti di legno rubati sulla bancarella della madre.
Emozioni tristi, come quelle scatenate in noi dai metri di filo spinato avvolti attorno alle mura della prigione di Robben Island, ma soprattutto allegre, come i sorrisi, i sogghigni e le risate sguaiate che ci hanno accompagnato per tutto il viaggio.
Emozioni indimenticabili…

L’hostess deve aver adocchiato il mio tavolino.
Sta venendo verso di me.
Un sorriso bianchissimo sta cominciando ad illuminare il suo volto.

Indimenticabili come gli occhi di quei due ghepardi a caccia nel bush…