Nel Deserto

Racconto di viaggio in Tunisia

Di Alina Rizzi

In pullman con l’aria condizionata, bambini irrequieti, una musica etnica per radio. La luce, dietro i finestrini fumé, è abbagliante. Già alle sette di mattina il sole allaga l’asfalto rabberciato, la terra rossiccia e arida, disseminata di cespugli spinosi e grosse rocce erose dal vento.
Il pullman sobbalza nelle buche, la musica è monotona. Teste che ciondolano sul collo, qualcuno che racconta un fatto accaduto a casa, appena prima di partire: non sanno stare dove sono, devono comunque distrarsi, correre qua e là sbattendo le ali come falene prigioniere della luce.

Ho un marito silenzioso. Non fa mai commenti superflui, soprattutto sul paesaggio. Neppure quando, d’un tratto, dopo un ennesimo dosso, appare il deserto. Bianco lenzuolo polveroso, senz’ombre o increspature. La luce sconfina e si perde, freme nella calura.
Quattro palme e una tenda sbucano dal nulla. Si scende boccheggiando nel sole. I discorsi si interrompono come frustati: è un calore puro, totale, senza istanti d’indecisione, senza soluzione. E arroventa la pelle scoperta, penetra avido nelle carni comunque impreparate. Allungo le dita, i muscoli, respiro stringendo gli occhi mentre gli altri sono già corsi al riparo, sotto la tenda scura, che puzza di cammello, letame e di lane mai lavate. Sopra un tavolo un ammasso di stoffe bianche ruvide, macchiate, grandi e piccole, con lacci di cuoio, cappucci sformati, orli sfilacciati. Vengono distribuite a caso, senza troppo badare alla misura. Risolini, sfilate improvvisate. Qualcuno arriccia il naso: chissà quanta gente le ha già indossate, chissà chi. Non si sbaglia.
All’odore comunque ci si abitua subito, è inevitabile.
Per far abbassare i dromedari le guide picchiano le loro ginocchia con una lunga canna di legno, schioccando la lingua. Non è facile convincerli: sono animali dall’aria distratta e menefreghista. Ruminano guardando in lontananza, persi dentro i fatti propri, pensieri, ricordi? Comunque alla fine devono inchinarsi e lasciar salire gli estranei ridanciani, che si chiamano da una groppa all’altra mettendosi in posa per le fotografie. Poi la carovana si avvia, i bambini dritti e sicuri, gli adulti in equilibrio precario, scacciando mosche e formiche, certi piccoli ragni bianchi che sbucano da sotto la sella di coperte ripiegate.
Ogni dromedario ha la sua guida, che lo conduce tenendolo per una corda legata attorno al collo e lo precede a piedi, nella sabbia fino alle caviglie.
Dopo pochi minuti il pullman e la tenda spariscono dietro la prima duna e il deserto si spalanca come un mare: chilometri di sabbia e sole, di luce incontaminata, di un’assenza totalmente appagante.
Mentre i dromedari si separano le voci si disperdono, scolorano. Nelle orecchie il tono basso e costante del silenzio.
Non mi chiedo dove ci troviamo, se mio marito sia già tornato indietro con altri insofferenti oppure prosegue dietro la prima duna che ci separa. Sono totalmente fiduciosa e serena. Nel vuoto che mi accoglie passo passo non vedo pericoli né insidie. Non ho ansie. Sotto la frescura ruvida del caftano, sotto le strisce di tessuto candido che mi fasciano il capo lasciando sfuggire le ciocche più lunghe dei capelli, scopro il mio corpo asciutto, teso nell’ascolto dei movimenti dell’animale che mi porta, avido di calore e di luce, presente. Non penso a tornare, non penso all’uomo che mi guida. Sto dove sono senza esitazioni. L’uomo del resto non si volta neppure a guardarmi, non cerca gli altri, non parla la mia lingua. Si limita ad avanzare lungo un percorso prestabilito, lontano quanto il dromedario. Forse dimentico?
In realtà, dopo un po’ – dieci minuti, un’ora, un giorno?- ecco di nuovo poche palme. Sbucano dalle dune come un miraggio, con le verdi fronde che ondeggiano nel vento caldo e una pozza d’ombra alla base. Raggiungiamo la nostra oasi.
L’uomo fa inchinare il dromedario, affranca la corda ad un tronco e mi tende la mano per aiutarmi. Io smonto con un saltello. Mi guardo attorno ma non vedo nessuno. Non mi dispiace, non ho idea se esista una mini oasi per ogni turista. Alzo le spalle, l’uomo sorride. Non sento la mancanza di nessuno, non faccio domande.
Ora lui ha liberato le bisacce appese alla sella dell’animale, si siede nell’ombra incrociando le gambe e mi invita ad imitarlo. Mette il suo bottino davanti a noi: c’è una borraccia di metallo con dell’acqua, un tovagliolo pieno di datteri, un pane che profuma di zenzero. Banchettiamo come fossimo vecchi amici ad un pic-nic. So che dovrei chiedere dove sono gli altri e di mio marito, o come mai siamo rimasti soli e quanta strada abbiamo percorso, ma: perché? Niente di tutto ciò ha importanza veramente. E comunque non conosco la sua lingua.
Mangio i datteri e bevo dell’acqua. Lui mi lascia fare in silenzio, poi si serve a sua volta. Ha gesti tranquilli e misurati, intrisi di un rispetto che esula da qualunque forma di educazione. E’ lì per me, è evidente, ma la cosa non lo disturba e non gli pesa. Come ci conoscessimo da tempo.
Gli sorrido. Lui annuisce, quasi avessi parlato. Accetto un po’ di dolce spezzato con le mani: neppure sapevo di aver fame. Mastico con cura. Respiro. Zenzero e miele, mandorle, una pasta friabile. Ed ecco che sullo sfondo del deserto incontro per la prima volta i suoi occhi, quasi per caso, inaspettati. Lui non si ritrae. Ha le iridi nere e lucide. Le ciglia scure e incurvate. La pelle è ambrata, i baffi radi, i capelli nascosti sotto molti giri di tessuto bianco. Ora si accende una lunga sigaretta marrone e sottile, me ne offre ma io rifiuto. Mi guarda. Mi guarda ancora. Osservo le sue dita che si avvicinano, che afferrano una ciocca dei miei capelli e la strofinano piano. Pare assaporare attraverso il tatto. Sento che mi sente. Il deserto ha un odore che intride la pelle e penetra all’interno, un odore pastoso e intenso che avviluppa senza costringerti, ti circonda offrendoti uno spazio infinito. Ti invita alla deriva.
– Biondi – dice lui, in perfetto inglese.
Un’onda di calore mi investe con fragore. Il silenzio esplode come dentro una stanza affollata. Barcollo impercettibilmente: le fronde paralizzate nel sole accecante, in gola il gusto ferroso della borraccia. Siamo soli. Completamente soli. Mi alzo in piedi d’istinto, fradicia sotto gli strati di tessuto. Spingo i capelli nel copricapo, mi bagno il viso con l’acqua avanzata.
– Ho molto caldo – dico, raggiungendo il dromedario.
– Ora ce ne andiamo – mi risponde.
Lega il cesto coi resti dello spuntino alla groppa della bestia, scioglie le redini di corda, usciamo dall’ombra del palmeto e ci tuffiamo nella sabbia bruciante.
Dietro la prima duna incontriamo le altre guide, gli altri turisti. Stanno scattandosi l’un l’altro le ultime fotografie. I bambini cercano inutilmente di spingere gli animali al galoppo. Vedo mio marito che mi fa un cenno indicando il pullman a trecento metri di distanza.
Raggiungiamo la tenda tutti insieme, come avessimo cronometrato ogni movimento. Smontiamo e depositiamo gli indumenti e le stoffe.
– Potevano dircelo che avremmo preso direzioni diverse!- sta commentando mio marito.
Non ha l’aria particolarmente entusiasta, ma non è una novità.
L’autista del pullman ci invita a salire a bordo, ha già fatto partire l’aria condizionata. Ci indica l’orologio da polso perché vuole che ci sbrighiamo: c’è un pranzo tipico prenotato da qualche parte.
Dietro i vetri del finestrino guardo le guide che si allontanano coi loro dromedari. Uno di loro si volta nella mia direzione. Ha gli occhi neri senz’altro, un turbante immacolato, la djellaba che sbatte nel vento. Sembrano tutti uguali.
– Ti sei divertita?- chiede mio marito.
L’uomo del deserto solleva due dita in alto, fa un gesto con la mano.
Ripartiamo.