Birmania e Cambogia

Racconto di viaggio in Birmania e Cambogia

Dedicato a tutte le persone a me care che per motivi di lavoro, di età o salute non hanno potuto condividere la bellezza e l’armonia di questi incantevoli luoghi.

Il programma turistico

Un viaggio attraverso due Paesi straordinari che custodiscono tesori di tutta l’Umanità.

La Birmania custodisce un patrimonio storico ed artistico eccezionale con migliaia di templi millenari, a ricordo di antichi splendori, posati tra verdi vallate fertilissime, radure steppose, altopiani e catene montuose ricoperte da foreste. Lunghi fiumi navigabili con un lago straordinario, Inle, dove il tempo e la gente sembra essersi fermata con le secolari tradizioni. Mille pinnacoli d’oro si stagliano all’orizzonte, con i Buddha di ogni dimensione e stile, mentre al tramonto, tutto il paesaggio acquista un fascino irreale.

La Cambogia, scrigno di un tesoro nascosto per secoli dalla giungla che, ancora adesso, avvolge come in un abbraccio templi e monumenti unici in tutto il mondo. Tutto l’insieme è un continuo di emozioni che si materializzano con la raffinata arte che è stata scolpita nella roccia. Una ricchezza lasciataci dalla civiltà dei khmer che ha espresso in centinaia di monumenti nella giungla, la propria cultura e fede.

10 ottobre 2006 – Milano Malpensa / Bangkok

Partenza con volo di linea TG 941 alle ore 14,30 per Bangkok. Pasti e pernottamento a bordo.

11 ottobre 2006 – Bangkok / Yangon

Pensione completa. Arrivo alle06,10 aBangkok. Proseguimento con volo TG 303 alle ore 08,05 per Yangon. Arrivo alle 08,55 e disbrigo delle formalità doganali e visto.

Trasferimento in città e sistemazione all’Hotel Traders. Riposo. Nel pomeriggio visita della Pagoda Shwe Dagon, definita anche “la montagna d’oro” di quasi100 metrod’altezza, coperta da 2 tonnellate d’oro, è posizionata su un colle ed è visibile da tutta la città. Lo stupa è famoso in tutto il mondo per il suo significato religioso e la bellezza artistica, ed è bellissimo all’ora del tramonto. Cena e pernottamento.

12 ottobre 2006 – Yangon / Kyaikhtiyo

Pensione completa. Partenza per Kyaikhtiyo, il monastero della Roccia d’oro, un luogo tra i più sacri del Paese, a circa180 kmda Yangon. Un grosso masso coperto di foglie d’oro situato prodigiosamente in equilibrio sul bordo di una roccia. Sulla cima del masso, ritenuto sacro, è adagiata una piccola pagoda dorata che contiene una reliquia di Buddha. Pranzo in un ristorante locale. Salita al monte Kyaityio a bordo di camion, adibiti al trasporto dei pellegrini e proseguimento a piedi. L’atmosfera in cima al monte è carica di devozione e magia, con i pellegrini che pregano e cantano. Sistemazione all’hotel Kyaikhto, cena e pernottamento.

13 ottobre 2006 – Kyaikhtiyo / Bago / Yangon

Pensione completa. Prima colazione all’alba per godere di un suggestivo panorama sulla Roccia d’oro quando i primi raggi del sole si posano sul masso. Discesa dal monte e partenza per l’antica capitale Bago. Lungo la strada sosta ad un mercato tipico di campagna ed alle fabbriche di vasi. Visita alla pagoda di Shwemandaw, detta la grande pagoda d’oro, risalente a 1.000 anni fa e considerata una delle più sacre della Birmania. Sosta per ammirare il panorama dalla pagoda Hinta Gone sulla collina e pranzo in ristorante locale. Visita del Buddha sdraiato gigante “Shwethalyaung” lungo55 metrie alto 16. Passeggiata in un tipico villaggio su palafitte della popolazione Mon. Sulla via del ritorno sosta alla pagoda Kyaik Pun con 4 Buddha giganti alti30 metriseduti schiena a schiena e al tempio Nat. Rientro a Yangon, sistemazione all’hotel Traders, cena e pernottamento.

14 ottobre 2006 – Yangon / Heho / Pindaya

Pensione completa. Al mattino trasferimento all’aeroporto e partenza con volo 6T 531 per Heho alle 10,30. Arrivo alle ore 12,50 e proseguimento via terra per Pindaya. Arrivo e sistemazione all’hotel Conquror. Nel pomeriggio visita delle famose grotte calcaree di Pindaya, affacciate sul lago Boutaloke, con oltre 9.000 statue di Buddha in varie fogge e forme, di alabastro, lacca, mattoni situate tra stalattiti, stalagmiti e nicchie in cui dei monaci sono in meditazione. Cena e pernottamento.

15 ottobre 2006 – Pindaya / Lago Inle

Pensione completa. Al mattino visita al mercato di Pindaya e proseguimento del viaggio attraverso gli splendidi paesaggi dall’altopiano Shan, ai confini con la Thailandia. Sistemazione all’hotel Hu Pin in cottage sul Lago. Nel pomeriggio gita in barca sul lago Inle dove vive una piccola tribù degli Intha, famosa per il modo in cui spingono le loro imbarcazioni, remando con una gamba facendo scorrere silenziosamente le loro imbarcazioni sull’acqua fra i canali, isolotti ed i giardini galleggianti: il paesaggio è bellissimo e durante l’escursione ci si fermerà alla pagoda Phaung Daw Oo, al monastero dei Gatti che saltano e si avrà modo di ammirare l’ingegnosità con cui sono stati costruiti gli orti galleggianti, tenuti insieme dai gigli d’acqua e pali di bambù. In questi orti, gli Intha, coltivano fiori, verdura e frutta. Cena e pernottamento.

16 ottobre 2006 – Lago Inle / Heho / Mandalay

Pensione completa. Visita delle colline di Inthein dove migliaia di pagode sorgono in mezzo alla vegetazione tropicale, raggiungibili attraverso canali rurali. Nel pomeriggio, trasferimento all’aeroporto di Heho e imbarco sul volo 6T 501 alle ore 16,30 per Mandalay. Arrivo alle 17,00 e trasferimento in città. Sistemazione all’hotel Mandalay Hill Resosrt. Inizio delle visite. Cena e pernottamento.

17 ottobre 2006 – Mandalay / Mingun / Mandalay

Pensione completa. Navigazione in battello lungo l’Irawaddy, e visita a Mingun, l’antica città reale e zona archeologica comprendente: la pagoda incompiuta, la campana più grande del mondo, la pagoda Myatheindan. Rientro in barca a Mandalay. Nel pomeriggio visita di Mandalay, che fu l’antica capitale dal 1857 al 1885, e oggi è un importante centro culturale, religioso e commerciale. Visita e sosta ai laboratori artigianali delle marionette e degli arazzi. Visita della pagoda Mahamuni col Buddha seduto coperto d’oro e del bellissimo monastero Shwenandaw, con splendidi intarsi di legno, unico superstite degli edifici del Palazzo Reale andati distrutti durante la seconda guerra mondiale. Visita al laboratorio dove lavorano l’oro in maniera tradizionale. Tramonto dalla collina di Mandalay. Cena e pernottamento.

18 ottobre 2006 – Mandalay / Amarapura / Sagaing / Mandalay

Pensione completa. Partenza per la visita di Amarapura, l’antica capitale, comprendente il monastero Mahagandayon che ospita mille monaci, e il ponte pedonale U’Bein, il più lungo ponte in teak del mondo. Nel pomeriggio, visita alle colline di Sagaing, costellate di templi e pagode ed al monastero delle monache buddiste dai delicati vestiti color rosa. Cena e pernottamento.

19 ottobre 2006 – Mandalay / Monywa

Pensione completa. Partenza per la città di Monywa, posta sulle rive del fiume Chindwin, un importante centro commerciale. Arrivo dopo circa 2 ore. Visita alle grotte “dello sciamano” a Po Wing Taung, un santuario religioso meta di pellegrinaggi, che si raggiunge con una breve traversata del fiume e poi lungo una strada che porta alla collina, dove monaci si rifugiano per la loro meditazione. Nel pomeriggio visita della pagoda Tanbodday, uno stupefacente complesso religioso che comprende diversi stili architettonici del Paese. Circa 600.000 statue di Buddha, di tutte le dimensioni, sono poste nella grande pagoda. Visita alla foresta sacra e alla collina dove si trova la statua di un grande Buddha reclinato cavo, che si visita internamente. Sistemazione all’hotel Monywa, cena e pernottamento.

20 ottobre 2006 – Monywa / Pakokku / Bagan

Pensione completa. Partenza in macchina per Pakokku. Arrivo in circa 4 ore, visita dell’antico monastero tutto in legno di Pakhangyi. Trasferimento al porto e imbarco su battello pubblico per Bagan. Navigazione sul fiume Irawaddy e arrivo a Bagan dopo circa 2 ore. Trasferimento all’Hotel Thripyitsaya Satura. Cena e pernottamento.

21 ottobre 2006 –  Bagan

Pensione completa. Intera giornata dedicata alla piana archeologica di Bagan, un’area di circa 40 kmq, dove templi, monasteri e pagode, esaltano la religione buddista, un immenso museo all’aperto. Disseminati nella valle del fiume Ayeyardway, si trovano oltre 1.300 edifici e l’area è dichiarate dall’Unesco “patrimonio dell’umanità”. Inizio delle visite: la pagoda Shwezigon, prototipo dell’ultima civiltà birmana; il tempio di Wetky-In-Gubyakkyi, tipico per le sue mura dipinte con scene di jataka, il tempio di Htilominlo, famoso per le sue sculture in gesso e la porta dell’antica città di Tharaba, il più antico esempio della cultura di Bagan. Nel pomeriggio, proseguimento della visita della città, il tempio Myinkaba Gubyaukki, tipico esempio dello stile Mon, il tempio Manuha, testimonianza della vita in prigione del re, il tempio di Nampaya, un recente capolavoro con sculture di pietra. Sosta per fotografare le pagode di Seinnyet Hyima, templi dallo squisito design e la pagoda Mingala, una delle ultime costruite in stile pagano e da dove si potrà ammirare il fantastico tramonto sulla pianura di Bagan. Cena e pernottamento.

22 ottobre 2006 – Bagan / Yangon

Pensione completa. Continuazione delle visite alla parte sud est della città, dove si trovano i caratteristici templi del XIII secolo tra cui il Nanamanya, il Thambula, ed il Lemyethna, noti per le loro belle pitture murali di carattere Mahayana. Visita quindi alle botteghe artigianali per la produzione delle lacche.

Nel pomeriggio visita al tempio di Ananda, capolavoro di architettura, simile ad una croce greca; il Dammayangyi, tempio che raccoglie un bellissimo lavoro di mattoni: il Thatbyinnyu, il più alto dei templi di Bagan e la pagoda Bypaya in stile pyu, sulle sponde del maestoso fiume Irawaddy. Nel tardo pomeriggio, trasferimento in aeroporto e partenza con volo 6T 342 alle ore 19,05 per Yangon. Arrivo alle ore 20,25, trasferimento all’hotel Traders. Cena e pernottamento.

23 ottobre 2006 – Yangon / Bongkok / Siem Reap

Prima colazione. Trasferimento all’aeroporto e partenza per Bangkok con volo TG 304 alle ore 09,55. Arrivo alle ore 11,40. Proseguimento per Siem Reap con volo PG 938 alle ore 14.50. Arrivo alle ore 16,00. Trasferimento sulla collina per ammirare un bellissimo tramonto sui templi. Trasferimento e sistemazione all’hotel Empress Angkor. Cena a pernottamento.

24 ottobre 2006 – Angkor

Pensione completa. Giornata dedicata alla zona archeologica di Angkor. Visita ai templi del regno Jayavarman VII (1181-1220). In mattinata visita di Angkor Thom, attraverso la porta meridionale si accede a Bayon, caratterizzato dai misteriosi volti di pietra. Il perimetro del tempio buddista è decorato con bellissimi bassorilievi. Si prosegue con la terrazza degli elefanti. Si prosegue per i templi della 3° capitale: per Baphuon, una rappresentazione piramidale, per il recinto reale di Phimeanakas, e gli edifici di Khleang nord e sud. Rientro in hotel. Cena e pernottamento

25 ottobre 2006 – Angkor

Pensione completa. Escursione a circa20 chilometrida Bayon, per visitare Banteay Srei, un tempio indù dedicato a Shiva, in perfetto stato di conservazione, un bel esempio di arte khmer, che è stato aperto alle visite da poco tempo e si può ammirare in tutta la sua bellezza con dei raffinati bassorilievi. Proseguimento per Banteay Samre, Pre Rup, un tempio montagna a forma di piramide con degli architravi scolpiti. Nel pomeriggio visita di Angkor Wat, un maestoso tempio dedicato a Vishnu, ricco d’interessanti bassorilievi che riproducono in miniatura l’universo e raffigurano combattimenti, scene di poemi epici, inferni e paradisi, un vero capolavoro dell’arte khmer. Al tramonto visita al tempio-montagna di Phnom Bakhaeng. Rientro in hotel, cena e pernottamento.

26 ottobre 2006 – Siem Reap / Phnom Phen / Bangkok

Prima colazione. Trasferimento all’aeroporto e partenza con volo FT 991 alle ore 08,10 per Phnom Penh. Arrivo alle ore 09,00. Inizio delle visite alla città con sosta al Museo Nazionale  con importanti reperti archeologici di epoca angkoriana e pre-angkoriana; il Palazzo Reale con la Pagoda d’Argento, e il Wat Phnom, un piccolo tempio molto suggestivo, visita al Mercato centrale. Nel pomeriggio trasferimento in aeroporto e partenza con volo TG 699 per Bangkok. Arrivo alle 21,30.

27 ottobre 2006 – Bangkok / Milano Malpensa

Partenza con volo TG 940 per Milano alle ora 00,40. Pernottamento a bordo. Arrivo a Milano alle ore 07,20.

Il diario di viaggio

Rieccomi in partenza per un altro viaggio, stavolta la destinazione è il Myanmar la ex Birmania (che, per praticità continuerò, a chiamare col vecchio nome) e la Cambogia. Paesi lontani mille e mille miglia, con culture diverse dalla nostra e la storia letta velocemente sui libri, ascoltata in televisione per i fatti degli ultimi decenni avvenuti nella penisola indocinese. Le informazioni recuperate sulle guide ed in internet, danno parzialmente un quadro della situazione attuale, quindi non so che troverò in questi paesi a me totalmente sconosciuti.

Si preparano le valigie, la macchina fotografica e le schede di riserva (da poco mi sono convertito al digitale abbandonando la mia gloriosa Pentax meccanica), il mio inseparabile blocco per gli appunti, delle penne, passaporto, programma di viaggio, guide e non per ultimi gli indispensabili biglietti aerei.

Per il viaggio ho scelto due guide;

  • Per la Birmania (Myanmar): la prima è l’Ulisse Mozzi – ed 2003 – (molto bella per le parti descrittive, che permettono di conoscere la storia, le usanze, la geografia e le etnie), la seconda è la Lonely Planet-EDT – 5° edizione italiana, marzo 2006 -(molto utile per l’elenco dei luoghi e dei monumenti da visitare, oltre che fornire altre “notizie utili” per il viaggio).
  • Per la Camboga: l’Ulisse Mozzi – ed 2003 – e la Lonely Planet-EDT – 5° edizione italiana, gennaio 2006 -.

Nel diario farò riferimento ai luoghi da me visitati indicando la pagina di riferimento per la guida Ulisse Moizzi con (M pag.), mentre per la Lonely Planet-EDT sarà indicata con (L pag.), in modo che chi volesse approfondire dettagli storici e culturali abbia tutti i riferimenti del caso.

10 ottobre 2006

Parto da casa diretto alla stazione ferroviaria di Saronno (VA) dove il gruppo si sta formando, siamo 29 persone, con qualcuna ho già condiviso altri viaggi, altre le conosco altre no, ed il primo impatto è buono. Alla stazione c’è che arriva in auto, chi in treno, chi con un pulmino di un’associazione del paese, che gentilmente si è offerta di trasportare i bagagli dei viaggiatori. Facciamo i biglietti ferroviari e saliamo sul Malpensa Express delle 11,16, il treno che congiunge velocemente Milano all’aeroporto di Malpensa, effettuando poche fermate intermedie. Alle 11,37 siamo all’aeroporto lombardo, la procedura di imbarco è rallentata dalle bizze del computer aeroportuale che non riconosce alcuni biglietti, ma dopo qualche minuto di stand-by riparte ed il gruppo può imbarcare le valigie. L’aereo per Bangkok è pieno, il gruppo si confonde con altri passeggeri che viaggiano chi per lavoro, chi per trekking sull’Himalaya, chi rientra in Thailandia, chi come noi è diretto in altri paesi della penisola indocinese. Il volo è allietato dall’ottimo servizio della Thai (la compagnia thailandese) e dopo 11 ore di volo attraversando una coltre di nuvole, arriviamo in vista dell’aeroporto di Bangkok.

11 ottobre 2006

Atterriamo, la struttura aeroportuale in acciaio e teloni è moderna, vastissima, pulita ed ordinata, richiama una vela continua, è davvero imponente. Lunghi corridoi portano agli imbarchi di chi come noi ha solo il transito, procediamo per oltre 1 km su tappeti mobili e saliti al piano superiore, transitiamo dal controllo per l’imbarco verso Yangon, la capitale della Birmania, ci sediamo all’uscita, guardo l’orologio, sono le 6,35, il sole è già alto nel cielo, il sonno comincia a farsi sentire, durante il volo praticamente non si è dormito, chi leggeva, chi utilizzando i monitor TV LCD dell’aereo guardava un film, chi giocava, chi ascoltava musica. Dopo un breve attesa riprendiamo il volo diretti a Yangon, il volo è breve, circa 50 minuti. Le hostess della Thai, alle donne presenti sull’aereo, prima di scendere hanno omaggiato una colorata e stupenda orchidea, proprio un pensiero gradito di benvenuto.

Osservando dal finestrino, il paesaggio si presenta come una distesa pianeggiante, una sterminata risaia. Risaie irregolari con molti corsi d’acqua vicini, qualche grande fiume adiacente, si vedono case e palme, alcune abitazioni sono nuove, altre sembrano delle capanne. Atterriamo e vedo delle persone che lavorano ai margini della pista, la prima impressione è di essere arrivato in un paese in via di sviluppo. L’aereo si ferma, scendiamo, ad aspettarci c’è un pullman molto fatiscente che in un tragitto lungo pochi metri ci conduce alla zona di arrivo dei voli internazionali. L’aeroporto da più l’impressione di un grande cantiere aperto, dove chi transita deve far attenzione alle impalcature presenti ed agli operai che lavorano, uomini e donne sono su impalcature senza nessuna protezione, restando in equilibrio su delle semplici assi di legno. Passiamo il controllo per l’ingresso in Birmania, ci apprestiamo a ritirare le valigie e cercare la guida che ci accompagnerà per il tour. Troviamo una ragazza birmana che parla italiano, è una guida turistica che sta rientrando a casa, ci da una mano ad individuare le nostra guida locale, man mano che la valige arrivano, si ritirano e si passa la dogana aeroportuale, sono alla fine del nastro e …. la mia valigia non arriva. Grazie alla ragazza birmana chiedo delle informazioni e mi dicono che se la valigia non è arrivata, potrebbe arrivare alla sera con un altro volo della Thai e che comunque sono cose che succedono. A quel punto bisogna compilare il modulo di denuncia, c’è coda, da quanto comprendo non sono arrivate 4 valigie. Formalità burocratiche espletate parlando con la nostra guida, mi dice che provvederà l’agenzia al reperimento ed alla consegna della valigia direttamente in albergo. Non sono del tutto tranquillo. Meno male che nel bagaglio a mano, mi sono portato un cambio, oltre che la macchina foto ed il blocco per gli appunti.

Finalmente riesco a raggiungere gli altri sul pullman che è posteggiato fuori dall’aeroporto, nel salire noto subito qualcosa di strano, la guida del veicolo è a destra, ma la direzione di marcia è come in Italia; il pullman risale a quando la circolazione era in stile inglese, quindi si sale dalla parte sinistra del pullman, ovvero dal centro della carreggiata.

Partiamo verso l’albergo, la guida si presenta, si chiama Soe Min Tun, ma dice di abbreviare il suo nome con Sosò; è un ragazzo gioviale, parla fluentemente l’italiano, la prima impressione è ottima.

Durante il viaggio di oltre un’ora verso l’albergo, Sosò ci accenna qualcosa della situazione del suo paese, che coincide con quanto letto sulle guide e reperito in internet; la situazione politica del paese è delicata, il regime è militare e per il controllo si avvale di un efficiente servizio di spionaggio interno. Il telefono cellulare non funziona, chiedo spiegazioni e mi dice che funzionano solo le schede birmane, tutte le altre sono inutilizzabili. Con l’Italia nessun collegamento tramite cellulare, è possibile mantenere il contatto con il telefono dell’albergo e con la posta elettronica, dove è reperibile.

Dall’aeroporto, ho notato che le persone non vestono all’occidentale, solo i militari e la polizia indossano i pantaloni, tutte le altre persone portano una specie di gonna la cui lunghezza varia dalla caviglia alle ginocchia. Chiedo a Sosò, il quale ci spiega che è il longyi, l’indumento tradizionale birmano, usato da uomini e da donne, è comodo e pratico. La calzatura comune per i birmani è la ciabatta infradito, comoda, pratica, facile da togliere e da mettere. L’usanza vuole che nelle abitazioni si circoli scalzi, quindi prima d’entrare, occorre togliere le calzature, altro motivo della comodità delle ciabatte infradito. Inoltre l’accesso ai luoghi sacri, in segno di rispetto, è permesso solo scalzi.

Penso: se la valigia non arriva, potrei acquistare un longyi, oppure andare in cerca degli abiti occidentali? Vedrò l’evolversi della situazione nella serata.

Procedendo verso l’albergo, noto un contrasto urbanistico notevole, palazzi nuovi affiancati da abitazioni fatiscenti realizzate con uno stile indefinito, moderne come fattura, ma trascurate. Si vede un’urbanizzazione molto caotica, quasi senza regole con uno stridente contrasto tra gli edifici, la zona residenziale è molto ben curata, con case in stile coloniale inglese. Durante il viaggio, dal pullman, si vedono delle pagode dal tetto dorato, transitiamo nei pressi dell’imponente, elegante e scintillante Shwedagon Paya, la pagoda meta del tour pomeridiano.

Arriviamo il albergo, cocktail di benvenuto e sistemazione nelle camere. Sono al 19° piano, osservando dalla finestra il panorama, seppur assonnato vedo meglio il contrasto degli edifici visti dalla strada. Dopo il viaggio un sonno di alcune ore ci vuole proprio per riprendersi dalla differenza creata dal fuso orario, siamo 5 ore più avanti dell’Italia, qui è giorno inoltrato praticamente non abbiamo dormito una notte. Suona il telefono che sono le 11,45 locali, ed è l’inizio del tour, benvenuti in Birmania sembra annunciare la sveglia …. Il ritrovo è nella hall dell’albergo, la guida cerca di tranquillizzarmi per la mia valigia che “forse” arriverà stasera, meno male che sono stato previdente col cambio nel bagaglio a mano (prevenire è sempre meglio che curare). Saliamo sul pullman ed attraversando la città arriviamo nei pressi di un lago, dove in un ristorante cinese, degustiamo alcuni piatti della cucina birmano/cinese, involtini di gamberi avvolti in una pasta di riso e fritti, zuppa con carne di pollo e funghi, manzo con verdure, pesce, anatra, verdure cotte, tutto accompagnato da riso bianco bollito. Sono sapori nuovi, il pranzo si conclude con dell’ottima frutta fresca, melone bianco, papaja, anguria. I sapori ricordano vagamente i nostri ristoranti cinesi, il servizio è ottimo. Per fortuna che a detta di Sosò, questa doveva essere solo una breve sosta per uno spuntino prima d’iniziare il tour.

La temperatura è calda ed umida, oltre 35 gradi con 80% d’umidità, il monsone è appena passato e dovremmo trovare solo delle perturbazioni residue.

Risaliamo sul pullman e girando per la città vediamo degli autobus un “po datati”, sono vecchi automezzi inglesi, risalenti al secondo conflitto mondiale, una volta usati per il trasporto truppe ed ora trasformati in bus cittadini. Alcuni sono strapieni di persone, Sosò ci spiega che tutti pagano il biglietto, ma solo i più fortunati si siedono, altri viaggiano in piedi, altri viaggiano abbarbicati all’esterno dell’autobus. Ad una fermata noto l’interno vuoto di questi bus: i sedili sono costituiti da 2 panche di legno poste longitudinalmente ai lati collocate sotto i finestrini e di altre 2 panche di legno poste centralmente.

Proseguiamo per la città e velocemente arriviamo nei pressi di una struttura che si presenta come un capannone, ma l’ingresso è abbellito e finemente decorato, siamo a Chaukhtatggi Paya (L95 – M96): essendo un luogo sacro dobbiamo togliere le scarpe per entrare, un’imponente statua di Buddha disteso, lunga 72 metri si presenta alla nostra vista. Il rispetto per i luoghi sacri è enorme, bisogna sempre entrare a piedi nudi e, nei templi maggiori vestiti con coperte gambe e braccia (questo rispetto lo attueremo in tutta la Birmania e nei maggiori templi della Cambogia). La statua di Buddha risale al 1962, è realizzata in mattoni pieni, finemente rivestita e colorata; la colorazione è un particolare molto apprezzato dai birmani. Il capannone è sorretto da alcuni pilastri decorati con argento e specchi. Vicino la statua, delle teche raccolgono le offerte dei fedeli, offerte che servono per la manutenzione della statua e di tutto il complesso. Il cuscino della statua è fatto con vetri decorati. Nel capannone c’è una foto della statua originale, che è stata demolita e sostituita con l’attuale. Le piante dei piedi della statua di Buddha, sono decorate con 108 tavole raffiguranti fiori, animali ed habitat. Sono un punto di riferimento della religione buddista, queste tavole rappresentano l’essenza del credo buddista. Sono raffigurati i 7 monti che bisogna superare ed i 7 mari che bisogna attraversare per raggiungere il Monte Merù, punto centrale della religione buddista. Inoltre sono raffigurati tutti i piani che componenti il paradiso che rappresentano le reincarnazioni espresse dal buddismo. Il paradiso è composto da 26 piani di cui 6 inferiori, dove vivono gli angeli e 20 superiori, poi esiste il piano attuale dove vivono le persone e gli animali, infine esistono 4 piani dell’inferno. In totale sono 31 livelli.

Lasciamo l’imponente statua e Sosò ci accompagna a visitare l’adiacente monastero, dove centinaia di monaci vivono e studiano. Mentre giriamo, ci racconta la vita quotidiana dei monaci; all’alba si alzano, colazione e poi con in mano un vaso nero, completamente avvolti dal loro mantello marrone scuro, girano scalzi per il paese alla richiesta di carità, il cibo viene versato loro dai fedeli nel vaso nero (solitamente riso bianco bollito). Il monaco fa due pasti al giorno, il primo all’alba ed il secondo comunque prima della 12 e fino alla mattina successiva non ingerisce alimenti. Nel pomeriggio, il monaco può girare con una spalla scoperta. L’abbigliamento completamente coperto della mattina è un segno di rispetto per i fedeli che danno offrono loro cibo.

Girando per il monastero vediamo come sono strutturate le case birmane, innanzitutto si entra scalzi, le scarpe e le ciabatte vanno lasciate sull’uscio. Solitamente la prima stanza che si trova è un salotto dov’è posizionato un altare con sopra una statua di Buddha, davanti alla quale sono posti 5 bicchierini che rappresentano: Buddha, i monaci, i benefattori, i genitori ed i maestri.

Visitiamo la casa dove vivono i monaci, un salotto con l’altare, dei servizi molto semplici, un lavello, una stanza con delle stuoie collocate per terra, dove i monaci dormono, infine un locale dispensa dove dormono il capo ed il vice capo dei monaci. L’edificio è totalmente in legno, l’interno è semplice ed accogliente, le finestre lasciano entrare una luce che illumina i luoghi che sono dedicati alla lettura ed allo studio.

Visitiamo totalmente il monastero: posto su una collina, è costituito da case il legno, i viali interni sono interamente protetti da coperture, a riparo dal sole e dalla pioggia. All’esterno delle loro residenze, alcuni monaci si lavano, indossando il loro mantello marrone si versano addosso dell’acqua servendosi di alcuni catini in ferro (usanza che troverò per tutta la Birmania). Altri monaci riposano su panche di legno poste sotto delle piante presenti comunque vicino alle abitazioni.

Usciamo dal convento, risaliamo sul pullman e rimettiamo le scarpe, ma poco dopo effettuiamo un’altra fermata, siamo arrivati all’imponente ed estesa pagoda di Shwedagon Paya (L87 – M87)) con lo stupa dorato.

Ho appena parlato di pagoda e di stupa, ma che significa? Noi occidentali utilizziamo indifferentemente il termine pagoda per indicare qualsiasi struttura religiosa buddista, ma esistono delle differenze fondamentali, vediamole:

  • la pagoda è un complesso religioso dove sono presenti più strutture;
  • lo stupa è un edificio di mattoni pieni, solitamente la forma ricorda le foglie del “Ficus Religiosa” o “Albero della Pippala”, l’albero dove Buddha ha avuto l’illuminazione e le cui foglie dalla forma che vagamente rappresentano un cuore capovolto, sono divenute modello per la costruzione degli stupa, tendenzialmente dorato, ma i birmani amano colorarlo anche di bianco.

Alla base dello stupa possono essere custodite: delle reliquie di Buddha, o delle reliquie di monaci, o copia dei tre libri sacri del buddismo, oppure una tavoletta votiva.

Lo stupa termina con una cima decorata la “hti”, con forma ad ombrello o a corona votiva; in cima all’hti sventola sempre una banderuola, la “hingetmana”.

L’hti è realizzato in ferro dorato o in bronzo dorato e, nelle costruzioni più importanti anche d’oro tempestato di pietre preziose.

  • il tempio è un luogo di culto, di preghiera, è accessibile ai fedeli e contiene delle statue di Buddha.

Ma ritorniamo al nostro giro, il pullman si ferma, togliamo le scarpe e ci apprestiamo ad entrare nel complesso accedendo dal portale ovest. Nella pagoda sono presenti 4 accessi, uno per punto cardinale, gli accessi originali erano in legno decorato, sono stati rifatti iniziando 1997 e terminando nel 2002. Gli accessi alla pagoda si presentano come dei corridoi interamente ricoperti da tettoia, i bianchi muri, sostengono una serie di sette tetti verdi abbelliti da lavorazioni dorate, che degradano verso l’alto, alla fine il tetto è sormontato da un pinnacolo anch’esso dorato, lo sguardo si perde verso l’infinito a guardare la bellezza di simili coperture.

La copertura dei templi e di altri edifici è chiamato “pytthat” si presenta con più tetti sovrapposti, decorati con trafori in legno dorato o in latta, che vanno man mano stringendosi verso l’alto.

Per accedere alla pagoda, evitiamo di salire le gradinate degli accessi ed utilizzando un ascensore recentemente costruito arriviamo velocemente in cima alla collina, avendo una visione unica sulla città, sulle colline circostanti e sul paesaggio complessivo, la vista che si presenta è davvero affascinante, verdi colline sono a perdita d’occhio.

Entriamo nel perimetro della pagoda, subito vediamo un altare posto sotto un “Ficus Religiosa”, l’atmosfera appare surreale ed è immensa le religiosità che si percepisce in questo luogo, giriamo fra pinnacoli dorati, camminiamo tra fumate d’incenso e persone oranti. Il cielo è grigio, ma uno squarcio azzurro fa breccia nelle nuvole, il sole illumina l’imponente stupa dorato, una struttura alta 99,6 mt. Si gira intorno alla struttura in senso orario, lo stupa è circondato dalle statue che indicano i punti planetari con raffigurazioni (L92) che rappresentano i nati alla mattina o al pomeriggio di ogni giorno della settimana; dove i nativi pregano ed offrono offerte alle corrispondenti statue.

Lo stupa è circondato da un pavimento di marmo bianco che viene pulito costantemente da dei volontari 2 volte al giorno seguendo precise e rigide formazioni, la pulizia avviene alla mattina ed al pomeriggio. Nell’area vi sono molti stupa bianchi o dorati edificati da privati fino al 1999, dopodiché ne è stata proibita l’ulteriore proliferazione. Proseguiamo nel nostro giro in senso orario ed arriviamo ad un edificio contenente una campana di 20 tonnellate, la campana è divisa in 3 parti ben distinte, la prima è il bordo, la seconda illustra storie di Buddha, la terza ha dei riferimenti astrologici.

Vicino alla campana un edificio contiene dei telai in legno, sono telai su cui nella notte di luna piena, in occasione della festa buddista celebrata, le donne tessono un tessuto; è una gara che alla fine vedrà un vincitore che verrà premiato con molto denaro ed il suo prezioso tessuto servirà per vestire una statua di Buddha.

Poco distante vi è una statua di Buddha con un ventaglio azionato a mano, la credenza popolare vuole che agitare questo ventaglio serva ad allontanare i nemici personali.

Proseguiamo sempre a piedi nudi, ed in un edificio troviamo un’interessante galleria fotografica della pagoda, vi sono foto in b/n e foto a colori che testimoniano le varie vicissitudini che il complesso ha attraversato nel corso della storia. Vi sono delle stupende foto a colori del’hti, posizionata sul punto più alto dello stupa, contenente un diamante di 76 carati, è completamente d’oro ed è incastonata di pietre preziose; l’hti attuale è stato collocato nel 1999, sostituendo il precedente di bronzo dorato. Lo stupa è interamente ricoperto da lamine d’oro.

Vi sono foto che testimoniano gli imponenti lavori di restauro effettuati, il rifacimento degli edifici e l’abbellimento degli stessi; una bella ed importante testimonianza che manifesta anche il rispetto per questo luogo sacro per i buddisti.

Poco distante, sotto un tempio in legno è conservata una campana di 40 tonnellate. Proseguendo nel giro, vediamo una cappella con una statua dorata di Buddha tempestata di pietre preziose, questo è un luogo particolare per la preghiera e la meditazione. Uscendo dalla pagoda e dirigendomi verso l’ascensore che mi riporterà alla base della collina, noto che il sole sta tramontando facendo breccia nel cielo grigio, invia i suoi raggi sul rivestimento dorato dello stupa, illuminando anche le altre decine di stupa dorate, quale migliore benvenuto in Birmania si poteva auspicare?

 

Ho parlato delle statue di Buddha che abbiamo visto finora, ma vediamo le tre posizioni dell’iconografia classica che maggiormente incontreremo nel percorso in Birmania ed in Cambogia:

  • il Buddha seduto, con la mano destra che tocca il suolo e la mano sinistra appoggiata sul grembo, questa posizione simboleggia la meditazione;
  • il Buddha in piedi, con la mano destra tesa e l’indice puntato indica la via, con la mano sinistra alzata in segno di saluto, indica rassicurazione;
  • il Buddha sdraiato con le gambe flesse rappresenta il raggiungimento del nirvana, con le gambe distese è l’atto prima della morte;

Finora le statue viste erano quelle di Buddha seduto che simboleggia la meditazione e, saranno anche la maggior parte di quelle che vedremo nelle visite, qualora le statue fossero diverse le indicherò volta per volta nel racconto.

 

Rientrando in albergo facciamo un giro al mercato cinese, noto la ricchezza di colori della frutta, assaporo il profumo delle carni cotte alla griglia, vedo negozi di abbigliamento (di cui prendo il riferimento, qualora la valigia non arrivasse), negozi di cosmetici e di gioielli. I banchi del mercato sono fatti con dei sostegni di legno, le tavole sono di bambù intrecciato e le tovaglie fatte con delle enormi foglie, dove viene posato il cibo in vendita. Innumerevoli sono i pesci secchi esposti di cui ignoro il nome, anche la variegata frutta presenta vegetali a me sconosciuti, fra quelli conosciuti, individuo i meloni bianchi che abbiamo gustato nel pranzo.

Rientriamo in albergo per una doccia, mi cambio (con quello che ho nel bagaglio a mano) e poi si riparte col pullman per un ristorante posto, anche questo su un lago. Il ristorante, in muratura, ha una forma simile ad un battello, è un posto solo per turisti, e questo lo dimostra la qualità dozzinale del cibo. La serata è rallegrata da uno spettacolo musicale di danze tradizionali e poi da uno spettacolo di marionette. La cena trascorre velocemente e rientriamo in albergo verso le 21,30. Sosò avverte tutti di preparare una valigia leggera per un pernottamento di una notte, per l’escursione del giorno successivo.

La mia valigia non è giunta all’aeroporto, di conseguenza il mio zaino si adatta perfettamente all’occasione, nel frattempo recupero qualche maglietta.

In camera, dopo il viaggio aereo e la giornata trascorsa tra pullman e visite, con negli occhi ancora lo spettacolo della pagoda dorata e l’enorme statua di Buddha, crollo in un profondo sonno .

 

 

12 ottobre 2006

Alla mattina Yangon si presenta avvolta da una coltre nebbiosa, dal 19° piano del Traders Hotel e la vista spazia sulle abitazioni e sul porto, prendendo l’ascensore posso intravedere sulla collina la Shwedagon Paya visitata il giorno prima. Avere qualche punto di riferimento per orientarsi è meglio.

Colazione in albergo, si riprende il pullman e si attraversa la città diretti alla Golden Rock: la Roccia d’oro. Nell’attraversare la città, visto il traffico intenso, Sosò ne approfitta per cominciare ad illustraci alcuni aspetti del suo paese.

La prima curiosità riguarda le targhe degli autoveicoli che hanno 5 colori, il rosso per automezzi adibiti al trasporto pubblico, il nero per automezzi privati, il bianco per gli automezzi delle autorità, il celeste per i pullman ed infine il giallo per gli automezzi dei monaci (pochissimi a dire il vero).

Vediamo dei bambini che in file ordinate camminano lungo il ciglio della strada, sono vestiti con il  “longyi” verde e camicia bianca sono studenti che si stanno recando a scuola, il ciclo scolastico ricorda quello italiano, elementari, medie e superiori. Ma in Birmania esiste un sistema meritrocatico, e solo secondo i voti acquisiti nelle superiori si accede alle facoltà universitarie, dove i migliori studenti accedono a medicina ed ingegneria, mentre l’accesso alle altre facoltà degrada secondo i voti ottenuti alle superiori.

In Birmania si utilizzano tre calendari, il Gregoriano (quello usato in occidente), il calendario Birmano (che corrisponde al 1300) ed il calendario Buddista (che corrisponde al 2500). Gli ultimi due calendari seguono le fasi lunari, hanno periodi di 28 giorni ed in vario modo compensano per arrivare ai 365 giorni del percorso terrestre intorno al sole.

Durante il viaggio transitiamo nei pressi di un ospedale, Sosò ci spiega che esistono 3 tipi di ospedali. I primo è una struttura prettamente ambulatoriale dove è presente solo il medico che prescrive le ricette, il paziente deve poi recarsi ad acquistare i farmaci in una farmacia, collocata solitamente nei pressi dello studio medico; questo servizio è riservato alla popolazione. Il secondo tipo di ospedale è riservato agli impiegati statali, dove, accedono solo gli impiegati statali ed i loro familiari; queste strutture utilizzano medicine cinesi di scarso effetto terapeutico. Esistono poi gli ospedali militari, accessibili ai militari ed ai loro familiari, sono le migliori strutture sanitarie del paese, dotate di macchinari e farmaci occidentali.

Infine, ma fuori dai tre tipi su descritti e solo nelle grandi città, esistono gli ospedali per i monaci, accedono solo ed esclusivamente i monaci dei vari conventi; durante il viaggio, attraversando Yangon, transiteremo più volte nei pressi di un ospedale per monaci, un edificio grande e molto modesto.

Sosò prosegue descrivendo altre caratteristiche della vita in Birmania; è un paese che par essere costituito da caste, i militari, gli impiegati statali, i contadini e poi il resto della popolazione.

Poter entrare nei ranghi militari e superare i primi duri periodi, fornisce la possibilità di accedere alle scuole militari che servono anche come avanzamento di grado.

L’altra categoria di persone che hanno dei benefici sono gli impiegati statali, i quali, diversificati per ministero godono di una serie di “benefit” statali, chi riceve buoni per i mezzi pubblici, chi viaggia gratis, chi ha sconti su energia elettrica, chi riceve riso ed olio per sé e per la propria famiglia.

Da quanto raccontato, la Birmania appare un paese molto simile ad altri, dove solo a qualcuno sono concessi alcuni privilegi e benefici. Dalle spiegazioni e da quanto ho letto prima di partire, emerge che anche qui la corruzione è una presenza costante in molte attività e qualche scandalo riguardante persone pubbliche ben in vista, è abbastanza recente. Come metro di misura anche correlato a questo fenomeno, abbiamo delle cifre, lo stipendio medio di un impiegato statale è di 80 dollari al mese, per acquistare una Land Rover nuova (e ne girano parecchie), occorrono 150.000 dollari, di cui la maggior parte sono tasse governative. Questo parametro potrebbe spiegare la piaga che permette a qualcuno d’arricchirsi. Un appartamento in città costa molto meno di un’auto.

La Birmania è il settimo produttore mondiale di riso che risulta essere una delle principali voci nell’esportazione. I terreni sono di proprietà dello stato e sono dati ai contadini per un periodo di 60 anni, il pagamento può avvenire in due modi; il primo è l’affitto puro, il secondo modo è il 10 % del raccolto, calcolato sulla stima della produzione media della superficie della risaia, ma in questo caso potrebbero esserci seri problemi in caso di carestia, in quanto questo sistema crea indebitamento ai contadini stessi.

Ai contadini, lo stato fornisce riso ed olio a prezzi bassissimi e gli oli utilizzati dai birmani sono: quello di palma (nocivo per la salute), quello di arachidi e quello di sesamo.

Proseguiamo verso la periferia di Yangon e ci fermiamo nei pressi di un’edicola; un luogo dove tutti i conducenti di automezzi si fermano per un ringraziamento a San Cristoforo, protettore degli autisti: infatti, qualsiasi mezzo che transita, si ferma un attimo e poi riparte.

Percorriamo qualche chilometro e poi effettuiamo una sosta al cimitero degli alleati, dove riposano 27.026 inglesi e loro alleati caduti nella seconda guerra mondiale; le lapidi indicano, nome e cognome, battaglione e nazionalità, sono ben curate e vediamo del personale intento al taglio dell’erba ed alla lucidatura del bronzo delle lapidi. La manutenzione del cimitero è di assoluta e rigorosa precisione, un bell’ordine in puro stile inglese.

Ripartiamo e poco distante un casello per il pedaggio, è l’accesso all’autostrada birmana, due corsie asfaltate per direzione ed ai lati …. pedoni e poi la pista per i carri trainati dai buoi e per i trattori: veramente un’autostrada unica.

Il manto stradale presenta qualche buca, e dopo 80 km percorsi in oltre un’ora, arriviamo nella città di Bago dove ci fermiamo a vedere la Shwethalyaung Buddha (L145 – M109), una colossale statua di Buddha sdraiato lunga 55 mt ed alta 16. Anche in questo caso, come nel precedente, la statua è realizzata con mattoni pieni, rivestita di malta e finemente decorata. Sul retro della statua delle raffigurazioni illustrano la storia della statua; alla testa, il basamento è ricoperto di formelle di vetro colorato che illustrano la storia di Buddha. Anche qui il luogo è di pellegrinaggio e, come in tutto il mondo …… esiste un luogo di pellegrinaggio senza l’adiacente mercatino? Ottimo motivo, per qualche componente del gruppo di cominciare a far compere.

Riprendiamo il viaggio diretti verso lo Stato Mon (una delle regioni della Birmania), e percorrendo una strada piena di buche l’andatura rallenta di molto, ma questo permette d’osservare bene le risaie e di poter scattare qualche foto dal pullman. Ad un certo punto il mezzo si ferma di fianco ad una risaia, scendono i due autisti e cominciano a trafficare …. non vedo che fanno, ma stanno prendendo acqua dalla risaia …  Sosò c’informa che stanno aggiungendo acqua nel radiatore. Riprendiamo il viaggio ed attraversando un fiume, su un ponte di ferro costruito dagli inglesi, passiamo il confine regionale ed entrando nello Stato di Mon, ci avviciniamo alle colline dove il paesaggio cambia, le risaie lasciano il posto alla foresta tropicale, si vedono campi coltivati ed immense piantagioni di piante da gomma. Altra sosta, siamo in un villaggio costruito lungo la strada, il pullman ha dei problemi con l’impianto di raffreddamento, anche l’aria condizionata è ferma, gli autisti scendono, aprono il cofano motore e cercano di sostituire un manicotto, tentativo fallito in quanto il pezzo non originale si rivela inadatto alla sostituzione per cui viene rimontato il vecchio manicotto. Terminata la sosta dove ci siamo dedicati a scattare alcune foto agli abitanti del villaggio, ai bambini ed alle abitazioni, il viaggio riprende; il cielo che durante la sosta era diventato grigio cupo, comincia a scaricare acqua, meno male che siamo in viaggio e non stiamo visitando qualche monumento, il pullman ci protegge dalla pioggia tropicale. Ci fermiamo in un ristorante per il pranzo, siamo ai margini di una verdissima vallata ed in lontananza si vedono le colline meta del nostro viaggio. La cucina birmana offre: zuppa, pollo con arachidi, anatra, verdura, frutta. Anche oggi, come ieri, io e Sandro mangiamo con i bastoncini di bambù. Terminato il pranzo, si risale sul pullman e si riparte costeggiando la foresta tropicale. Dopo 40 minuti di viaggio, arriviamo al villaggio di Kinpun (154 – M110), dove il pullman si ferma. Scendiamo e ci rechiamo presso una piazzola rialzata, ai lati della piattaforma sono posteggiati dei camion, nel cui cassone sono state collocate delle assi di legno che fungono da sedile. Posizioniamo i nostri zaini in una gabbia posta in fondo al camion e cerchiamo di prendere posto su questo singolare mezzo di trasporto. Essendo noi europei più alti degli indocinesi le nostre lunghe gambe faticano a trovare la giusta posizione fra le strette assi che fungono da sedile. Saliti sul camion tutti e 30, partiamo; la strada è cementata e tortuosa, non si vede nulla, siamo tutti sballottati dall’andatura e dai sussulti causati dal fondo irregolare. La prima fila si posiziona in piedi e guardando oltre il tetto della cabina del camion avvisa gli altri passeggeri di com’è la strada, è un continuo “curva a destra”, “curva a sinistra”, “salita”, “discesa”, “salto” … dietro, le urla mischiate a risate, rendono indimenticabilmente piacevole il viaggio. Incrociamo altri camion che scendono, poi una sosta in un posto di controllo, dove la strada diventando stretta impone un senso alternato di marcia. Approfitto per fare delle foto al gruppo seduto sulle assi nel cassone del camion. Riprendiamo la salita, la strada è veramente stretta e sale sinuosa e ripida, ad un certo punto la strada è costeggiata da fiori rossi, una sbarra indica che siamo a Yatetaung Bus Terminal (L154), gli 11 chilometri di percorso sono stati coperti in 45 minuti di tempo. Fra le colline, troviamo un’enorme piazzale, il camion si ferma, noi scendiamo e riprendendo i nostri zaini ci apprestiamo ad effettuare l’ultimo tratto di salita che ci divide dalla Roccia d’oro, sono oltre 200 metri di dislivello. Al centro del piazzale sono posteggiati i camion che servono per il trasporto dei pellegrini, ai lati vi sono capanne con negozi, bar e punti di sosta per chi vuole riposare. La piazza è animata dai portatori che con la loro inconfondibile camicia blu, si offrono per portare valigie e zaini dei pellegrini che vogliono salire verso la Roccia d’oro. Per chi ha difficoltà a percorre la ripida strada, i portatori offrono un servizio di portantina, una sdraio sostenuta da due robuste canne di bambù. Qualcuno del gruppo approfitta del servizio, contratta il prezzo di andata e ritorno e parte, altri invece contrattano il prezzo per zaini o valige e li affidano ai portatori che con delle gerle di bambù, cominciano a salire velocemente. Anche il gruppo inizia a salire, la salita si mostra subito ripida, in poco tempo la compattezza del gruppo si sfila. Mentre saliamo, incrociamo dei camion che salgono o scendono trasportando pellegrini locali, per motivi di sicurezza, vista la strada, il servizio è riservato solo ai birmani; in effetti i camion sono stracarichi e trasportano molte più persone delle 30 previste. Salendo, lungo la strada s’incontrano delle edicole con statue di Buddha, posti di ristoro, venditori. Ad ogni passo si è costantemente assaliti dai portatori che chiedono di contrattare il prezzo e di accettare un passaggio in portantina; la strada cementata, sale ed a tratti è molto ripida.

Dopo qualche tornante s’intravede la meta; la Roccia d’oro appare sempre più chiaramente. Il tramonto è iniziato e la Roccia d’oro si colora dei raggi del sole. Si continua a salire, l’insistenza dei portatori permane e man mano che si sale il prezzo scende. Ad un tornante che gira verso destra, si apre sulla sinistra una strada sterrata che è meno ripida della precedente, e transitando tra capanne adibite sia a negozi che ad abitazioni, in poco tempo si giunge presso una scalinata di cemento con al termine un arco di ferro con delle scritte in birmano, siamo alla fine della salita. Si prosegue lungo la strada che pianeggiante porta verso l’albergo, siamo sempre circondati da portatori che stavolta cercano di contrattare il prezzo per il ritorno. In poche decine di metri giungiamo all’albergo dove veniamo accolti con dell’ottimo e caldo the verde, la bevanda è davvero un toccasana dopo la salita effettuata col grande caldo e l’umidità presente. Lasciamo gli zaini nella hall dell’albergo e proseguiamo in direzione della Roccia d’oro, ormai è sera. Avvicinandoci alla sommità della collina, che è un luogo sacro, dobbiamo toglierci le scarpe e proseguire a piedi nudi, si procede su un pavimento di marmo lucido ed in un breve tratto giungiamo alla Roccia d’oro che imponente guarda la vallata.

La leggenda racconta che la roccia è tenuta ferma da un capello di Buddha, in effetti la roccia appare proprio in bilico sulla vallata sottostante. Questo è uno dei massimi luoghi di pellegrinaggio per i buddisti; avvicinandoci alla Roccia d’oro tentiamo di fare qualche foto notturna e vista l’ora, decidiamo di rientrare in albergo, stanno arrivando delle nuvole basse che avvolgono tutto e fanno aumentare la già notevole umidità. Prima di rientrare in albergo, facciamo un breve giro tra le bancarelle del mercatino ed alcuni alberghi destinati ai pellegrini.

Rientriamo in albergo, ci vengono assegnate le camere, sono molto modeste ed umide. Alle 20: 30 la cena è servita nella sala da pranzo che guarda verso la Roccia d’oro, la cena è birmano/cinese, zuppa di lenticchie, pollo, pesce, verdure, spaghetti di riso e l’immancabile riso bollito. La cena trascorre tra chiacchiere, si ridacchia per le condizioni delle camere, chi ha trovato dei funghi, chi una rana, che delle libellule, chi dei gechi ….

Rientriamo nelle camere e cerchiamo di dormire, il ventilatore in funzione dovrebbe portare un pò di sollievo, ed io penso: “chissà se la mia valigia arriverà? Qui l’umidità è elevata ed il cambio ormai è sporco, devo trovare il modo per lavarlo …”

 

13 ottobre 2006

Notte infernale, umidità elevata, il ventilatore fa rumore e muove solo aria umida, quando lo spengo ci pensano le cicale all’esterno a tenerci svegli e quando terminano le cicale iniziano le persone sulla strada di ritorno dalla Roccia d’oro a far rumore. Sono pellegrini che hanno stazionato dalla sera precedente nel luogo sacro e pian piano s’avviano verso la discesa.

Alle 5,30, con un bussare alla porta della camera, arriva la sveglia che c’invita ad alzarci per andare a vedere il sole che sorgendo illumina la Roccia d’oro. Ci vestiamo ed andiamo, sempre a piedi nudi sulla cima della collina, a quest’ora il marmo del pavimento che ricopre la collina è freddo e scivoloso, bisogna stare attenti a camminare. Il sole nascente è nascosto dalle nuvole, ma pian piano ha il sopravvento ed illumina tutto, il suo calore inizia a togliere la fredda umidità notturna dai vestiti e dalle ossa.

Su un altare posizionato nelle immediate vicinanze della Roccia d’oro, numerosi pellegrini offrono cibo, alcuni di loro lasciano la cima della montagna ed altri ne arrivano, è un continuo via vai di gente.

Rientriamo in albergo, preparo lo zaino per la discesa, colazione e poi si parte; nella discesa incontriamo molti pellegrini che salgono, vicino alle abitazioni/negozi, incuriosito da decine di vasetti, mi soffermo a veder cosa vendono, oltre ai classici souvenir, vi sono molti prodotti della medicina e/o tradizione popolare, ossa di vari animali, oli vari, pozioni, bevande, radici, ogni cosa adatta a curare e/o lenire dei malanni e/o migliorare alcune prestazioni prettamente maschili.

La salita che la sera prima pareva ripida si conferma nella sua realtà, anche la discesa è impegnativa; dopo circa un’ora dalla partenza il gruppo è nella piana di Yatetaung Bus Terminal dove si pagano i portatori delle gerle e delle portantine. Qui la contrattazione non ha mai fine, chiedono sempre di più adducendo mille e mille scuse; il peso della persona, il caldo, la sete, l’umidità ecc, ecc, ma sono solo modi per estorcere più soldi. Questi portatori sono delle insaziabili sanguisughe che si fanno tacere solo mantenendo fermo il prezzo concordato il giorno precedente.

Il gruppo si ricompone, prendiamo un camion e velocemente percorriamo gli 11 km che ci riportano al fondovalle dove ritroviamo il pullman che è stato riparato e partiamo per la città di Bago. Lungo la strada ci fermiamo nel villaggio di Woo, un villaggio di pescatori, posto lungo un fiume, dove possiamo osservare i vari tipi di pesce pescato e le varie fasi della lavorazione e dell’essiccazione.

Si arriva nella città di Bago e ci fermiamo a visitare la Shwemawdow Paya (L145 – M109), anche questa grande pagoda ha 4 entrate, lo stupa centrale interamente dorato con i suoi 114 mt. è il più alto della Birmania; più volte innalzato nel corso dei secoli e più volte distrutto da vari terremoti, oggi appare imponente e mastodontico. Nei pressi dello stupa c’è un museo dove sono custodite delle foto degli anni passati, oltre che preziose reliquie di altri templi distrutti nei secoli.

Fuori dal museo ci sediamo su delle panche posizionate sotto un enorme albero, Sosò ci spiega che i frutti di quell’albero vengono utilizzati dai monaci per tingere di marrone i loro abiti. Infatti gli abiti dei religiosi sono realizzati con pezzi di altri tessuti cuciti tra loro, e per evitare possibili policromie, il tutto viene colorato con la tinta vegetale marrone estratta dai frutti dell’albero, la tinta è talmente forte che copre qualsiasi altro colore.

Proseguiamo il giro della pagoda vedendo cappelle e templi con statue e raffigurazioni della vita di Buddha. Alla base dello stupa è visibile un pezzo della parte terminale, rovinosamente crollata nel terremoto del 1937. Nei templi e vicino allo stupa vediamo delle teche che servono come raccolta delle offerte fatte per effettuare la festa della luna piena, festa dove i monaci pregano ininterrottamente giorno e notte per i donatori delle offerte.

Lasciamo la Shwemawdow Paya e velocemente ci dirigiamo verso la Hintha Gon Paya (L146 – M109)), una pagoda, di origine animista, dove viene celebrata la festa degli spiriti; la tradizione birmana enuncia 37 spiriti, e durante le cerimonie ed i vari rituali, effeminati e donne fungono da medium. La struttura è posta su una collina e sempre a piedi nudi, saliamo verso il tempio, dove una musica assordante e ripetitiva ci accoglie, sono uomini e donne che danzano al suono di quella musica. Proseguiamo e visitiamo la parte superiore del tempio, dove al centro è posto un altare con delle sculture di bronzo dorato che rappresentano 2 uccelli, che sono il simbolo della città di Bago, circondate da una serie di statue di Buddha. Qualche foto all’altare ed al panorama di tutta la città e all’imponente stupa dorato della Shwemawdow Paya; per uscire ripercorriamo la scalinata d’accesso e col pullman ci dirigiamo verso il ristorante per la sosta pranzo; involtino primavera, zuppa con uova di quaglia, pollo, anatra, gamberoni, verdura, frutta.

Ripartiamo per proseguire il giro; alla periferia della città ci fermiamo presso Kyiak Pun Paya (L146 – M108), un tempio con 4 statue di Buddha sedute di schiena, 3 statue sono decorate e la quarta è in rifacimento. All’entrata del tempio alcuni ragazzi travestiti da orso, chiedono delle offerte.

Lasciamo la città e ci dirigiamo verso Yangon, Sosò comunica che la valigia mancante è arrivata presso l’albergo, la notizia mi rende felice, infatti stavo programmando l’acquisto di abbigliamento per proseguire il tour.

Nel viaggio di ritorno a Yangon osservo le abitazioni, alcune sono palafitte fatte con bambù, altre sono palafitte di legno e vi sono pochissime case di mattoni. Ci fermiamo in una fabbrica di vasi in terracotta, un prodotto artigianale caratteristico del luogo, all’interno di un capanno vediamo tutto il processo di fabbricazione dei vasi. Col tornio a mano l’argilla viene modellata ed il vaso assume una forma iniziale, poi viene rifinito a mano; vediamo la lavorazione per arrotondare e per abbellire il vaso. Successivamente per sette giorni, è fatto asciugare sotto una tettoia, infine è posto nel forno per la cottura che dura tre giorni. Nel negozio sono in vendita molti vasi di ogni forma e dimensione, in terracotta semplice o rivestiti con ceramica colorata.

I vasi sono molto utilizzati nelle abitazioni birmane, quelli rotondi sono usati come contenitori dell’acqua dove rimane sempre fresca; i vasi bucati sono utilizzati per i fiori, altri vasi con diverse forme hanno un uso più o meno nobile.

Ripartiamo ed arrivando a Yangon, rientriamo in albergo dove trovo la valigia, un bel bagno, mi rado e mi cambio: indossare vestiti puliti è proprio una bella sensazione. Cena a buffet in albergo, dove con sorpresa troviamo dell’ottima piadina e dei buoni dolci. Dopo cena restiamo un poco nella hall dell’albergo a ripercorrere le esperienze vissute in queste prime giornate, poi andiamo a riposare.

 

 

14 ottobre 2006

Sveglia e preparazione delle valigie, si parte per l’interno del paese, chi del gruppo può ne lascia alcune con indumenti che non gli servono per il proseguo del tour, riprenderemo le valigie fra qualche giorno al nostro rientro a Yangon prima di partire per la Cambogia. Nel pomeriggio abbiamo il volo diretto alla città di Heho nel nord della Birmania, la mattinata la dedichiamo a visitare ulteriormente la capitale.

La prima sosta che facciamo è in una piazza dove sorge una Pagoda ottagonale, unica nel suo genere, che è stata “risparmiata” durante la costruzione di un lungo viale dagli inglesi, che hanno dominato per decenni la Birmania. Era usanza degli anglosassoni, per realizzare strade, abbattere tutto quanto c’era sul percorso; ma la pagoda era un importante luogo sacro, ed allora una delegazione si è recata a Londra dalla Regina Vittoria per illustrarle la motivazione del rispetto del luogo, la Regina ordinò che la pagoda venisse lasciata. Oggi la pagoda è adiacente ad una piazza ed un parco dove sorge il monumento all’Indipendenza. Nella stessa piazza è presente il palazzo del municipio. Lasciamo il pullman e proseguiamo a piedi per le vie della città: essendo sabato mattina non c’è molto traffico e si cammina bene. Transitiamo in un quartiere caratterizzato da edifici coloniali, vediamo il tribunale, alcune banche e poi una visita allo Strand Hotel (L107 – M97), un hotel extra lusso di origine coloniale, recentemente restaurato, che offre 23 camere riccamente arredate il cui costo varia dai 475 ai 1.000 $ per pernottamento.

Risaliamo sul pullman e ci dirigiamo al porto fluviale di Sin Ho Oan dove vediamo ogni sorta di battelli, dalle chiatte per il trasporto di merci, ai battelli passeggeri, alle semplici e leggere barche di legno per l’attraversamento del fiume. L’acqua è marrone, ma questo non evita che sia usata per la pulizia personale: fare il bagno nel fiume è una cosa naturale per molte persone. Sulla darsena sono posteggiati furgoni e camion di ogni tipo adibiti al trasporto di merce, inoltre sono presenti molti magazzini, simbolo dell’importanza commerciale di questo porto che dista solo 45 km dal mare. Nel porto, sulle panchine, vediamo la parte più povera della Birmania, alcune persone malvestite e malpulite dormono o stanno sistemano le poche cose che posseggono.

Lasciamo il porto a bordo del pullman e ci dirigiamo a visitare un monastero di monache buddiste. Anche le monache come i monaci, vivono di offerte, ma mentre per i monaci la questua è giornaliera, per le monache è permessa solo 2 volte alla settimana, per questo motivo ricevono aiuti da familiari e da donatori; se non arrivano aiuti, si nutrono di riso bollito e di pesce secco. Arrivando al monastero, possiamo osservare che oggi è un giorno particolare, è il compleanno di una signora e la sua donazione, permette alle monache di pranzare. All’interno del monastero, nella sala da pranzo, il cibo è servito su tavoli rotondi molto bassi e le monache per pranzare devono sedersi per terra; il cibo è predisposto in piatti comuni da cui le commensali, 6 per tavola, attingono. Salsa di pomodoro, gamberi con arachidi, verdura sono già serviti in tavola, il riso viene deposto nei singoli piatti: tutto diventa freddo; nella sala volano alcune mosche e solo sui tavoli dei donatori vi sono le protezioni per le stesse. Alle undici, in fila indiana, arrivano le monache, tutte indossano il loro mantello color rosa, i capelli sono rasati, l’età è indistinguibile. Entrando nel refettorio, si accomodano ai tavoli, i posti sono preassegnati ed ognuna ha il suo piatto contrassegnato con un nome o con un simbolo. Il pranzo inizia con la preghiera comunitaria di ringraziamento per i donatori. L’unico piatto caldo che è servito è una zuppa di verdure, che presa da un’enorme pentola con un mescolo, viene riversata nelle ciotole delle commensali.

Lascio le monache al loro pranzo e faccio un giro per il monastero, transito per la dispensa dove sono impilati alcuni sacchi di riso che serviranno nei giorni senza donazioni, proseguo per i corridoi esterni che danno alle camere e salendo al primo piano arrivo al tempio di Buddha; la sala è rettangolare posta sopra il refettorio, il pavimento è in legno di teak, ai lati delle portefinestre fanno entrare molta luce, un balcone gira intorno alla struttura. Opposto all’entrata sorge l’altare con sopra la statua di Buddha, alle pareti dei quadri rettangolari raffigurano episodi della vita di Buddha. Ai lati della sala, posti fra le portefinestre dei tavolini su cui studiare: in un armadio collocato sulla parete di sinistra vi è una piccola biblioteca con delle copie dei tre testi sacri del buddismo: la storia, i comandamenti, la meditazione.

Ritornando verso l’entrata del monastero, lasciamo le monache al loro pranzo in compagnia della benefattrice e ci dirigiamo al ristorante per il pranzo, sono appena le 11,30 ma, dovendo prendere l’aereo, dobbiamo pranzare presto.

Nel ristorante birmano degustiamo, zuppa di lenticchie, maiale, gamberetti piccanti, crescione, melanzane con cipolle, riso e frutta fresca (papaja, anguria e melone bianco). Una curiosità legata alla tavola birmana, ho notato che sono presenti solo forchetta e cucchiaio, il coltello non viene mai predisposto sulla tavola. E’ anche vero che io mangio con bastoncini, ma vedendo Sosò mangiare solo con forchetta e cucchiaio chiedo come mai la mancanza di coltelli; mi spiega che i birmani, avendo una cucina simile alla cinese, dove il cibo viene spezzettato in cucina, usano forchetta e cucchiaio, oppure i bastoncini cinesi. Alla fine del pranzo vengono servite delle caramelle al tamarindo, una è digestiva, ma tre diventano …. lassative. Poi una notizia che appare avere dell’incredibile: esiste il caffè espresso!!! Non il solito caffè solubile, ma un caffè espresso e da buoni italiani ne approfittiamo: il gusto è discreto.

Terminato il pranzo partiamo in direzione dell’aeroporto e poco prima, in una zona militare, ci fermiamo per veder due elefanti albini; ll colore della pelle è rosa, simile a quella dei maiali, ma paragonata al nero della pelle degli altri pachidermi in effetti appaiono bianchi. Gli elefanti sono legati con delle catene alle zampe posteriori per evitarne il movimento (usanza utilizzata da altri popoli per addomesticare gli elefanti) e vengono liberati solo alla sera.

Arriviamo all’aeroporto per prendere il volo che ci porterà ad Heho, la struttura dell’aeroporto è sempre un cantiere aperto, stanno lavorando per terminare la nuova parte che sarà destinata ai voli internazionali, noi ci dirigiamo nella parte vecchia dove voli internazionali e voli nazionali hanno lo stesso ingresso. La struttura seppur datata presenta una serie di controlli efficienti, li superiamo ed entriamo nella sala d’attesa vicino all’uscita “Gate 1”, la sala è caldissima, non essendo areata il sudore cola abbondantemente, è una sauna vera e propria. Arriva il nostro aereo, è un ATR 2 dell’Air Mandalay (di proprietà del genero del presidente birmano); dopo qualche decina di minuti c’imbarchiamo, l’aereo è vuoto interamente a disposizione del nostro gruppo, stiamo per apprestarci al decollo quando il velivolo ritorna in aeroporto, due tecnici con espressione preoccupata salgono a bordo e si dirigono velocemente in cabina di pilotaggio, dopo un pò escono sorridendo, finalmente si decolla. Dall’alto appaiono villaggi ed abitazioni circondate da palme, tutt’intorno a perdita d’occhio le verdi risaie dove, visto il periodo il riso è quasi pronto per il raccolto. Ogni tanto nei villaggi e nella campagna appare luccicante qualche pagoda dorata. Fiumi e canali solcano e segnano il terreno, l’acqua che scorre è sempre marrone, colore dovuto all’erosione del terreno. Dopo qualche minuto di volo appare un lago azzurro, sembra incredibile dopo tanta acqua marrone. Dall’alto appare un estesa pianura, qualche collina solcata da strade sterrate il cui marrone risalta nelle tonalità del verde, chilometri di foresta si susseguono evidenziando una miriade di laghi azzurri e di fiumi marroni. L’occhio si perde in questa sequenza ripetitiva e poetica; un fiume da cui parte un canale di derivazione, le risaie e poi ai margini inizia la foresta, poi un altro fiume, altri canali, altre risaie ed infine foresta ……

Durante il volo l’aero a nostra completa disposizione, permette al gruppo di sbizzarrirsi in chiacchiere varie, gli italiani hanno sempre la grande capacità d’essere allegri.

Sorvoliamo una diga fluviale a gravità, il lago artificiale si disperde nelle circostanti colline in mille rigagnoli nelle frastagliate rive, sembra avere le forme di un drago cinese. In prossimità di una catena montuosa completamente ricoperta di foresta, iniziamo la discesa, appaiono dei terrazzamenti coltivati a riso; poi la terra cambia tonalità, anche il marrone della terra appare diverso, le risaie lasciano spazio a campi coltivati, con il loro colore giallo fanno bella scena i campi si sesamo fiorito; altri campi arati infondono al paesaggio delle tonalità varie e piacevoli da vedere. Atterriamo all’aeroporto di Heho dove ha appena terminato di piovere, alla nostra destra le nuvole sono nere, mentre alla sinistra il cielo appare chiaro, l’asfalto è completamente bagnato; speriamo d’andare in direzione del bel tempo.

Siamo nello stato di Shan, Sosò ci dice che in Birmania esistono 37 etnie e nel nostro tour ne incontreremo 6. Lasciando l’aeroporto percorriamo una strada tra campi che a causa dell’alluvione sembrano delle risaie, quest’anno il monsone ha portato tanta pioggia e le zone allagate sono veramente estese.

Mentre viaggiamo, la guida ci dice che gli unici monumenti dell’antichità oggi arrivati a noi sono le pagode, le uniche strutture costruite utilizzando i mattoni, mentre tutte le altre costruzioni qualunque fossero, abitazioni, monasteri e perfino il palazzo reale erano costruite in legno; nel tempo il deterioramento, i terremoti e gli incendi hanno fatto si che solo pochissime strutture arrivassero ai nostri giorni.

Facciamo una sosta presso il monastero di Shwe Yaunghwe Kyaung (L191 – M169), una struttura del XVIII sec. interamente costruita in legno di teak. Alle finestre ovali appaiono dei fanciulli monaci; ricomincia a piovere e dobbiamo lasciare le scarpe all’esterno per acceder al monastero, comincio a comprendere l’utilità delle ciabatte infradito utilizzate dai birmani. Saliamo una scala di cemento resa scivolosa dalla pioggia ed accediamo nel monastero, vediamo una statua di Buddha di legno dorato contornata da specchi colorati. Alla parete una lavagna indica le offerte ricevute ed i nomi dei donatori, si leggono anche degli italiani. Usciamo dal tempio che continua a piovere; dobbiamo indossare le giacche a vento per evitare di bagnarci. Nelle immediate vicinanze del monastero vi è un edificio in muratura: è il tempio di Shwe Yan Pye (L191 – M169) con interni policromi, contiene 999 statue d Buddha. In origine le statue erano in marmo ed alabastro, ma a seguito di depredazioni oggi restano solo le nicchie originali al cui interno sono state poste delle moderne statue, ed alla base delle nicchie compare il nome del donatore. L’edificio è composto da molte stanze, una cappella è rivestita con vetri policromi mentre le decorazioni laterali sono parzialmente originali. Le pareti interne, ricche di nicchie contenenti le statue di Buddha, sono colorate di rosso con decorazioni in oro, mentre sulla parte alta della parete sono presenti figure a mosaico con vetri colorati.

Lasciamo l’edificio e mentre saliamo in pullman pare che la pioggia stia terminando, nel cielo grigio e cupo stanno comparendo degli squarci di azzurro.

Ci dirigiamo verso il Lago Inle, arriviamo nella cittadina di Nyaungshwe (L189 – M169) dove, presso un ponte, la strada asfaltata termina: la cittadina è completamente allagata. Le persone camminano nell’acqua alta fin oltre alla vita, le abitazioni sono sommerse, delle barche solcano le strade al posto delle automobili, sembra d’essere a Venezia, ma qui siamo in piena tragedia. Dal pullman la visione appare quasi irreale, qualcuno ride per quanto vede, seppur turisti e protetti dal pullman siamo testimoni di un’alluvione che ha sommerso gran parte del paese.

Il pullman si ferma, gira a fatica verso sinistra, procediamo lungo una strada sterrata costeggiata a destra da capanne ed a sinistra da un canale. Ad un crocevia l’automezzo si ferma, scendiamo e vediamo uno specchio d’acqua con delle barche azzurre, penso siano i nostri nuovi mezzi di trasporto, invece le nostre barche sono ormeggiate poco distanti, sono di colore rosso. I natanti presentano una chiglia molto affusolata e dal poco pescaggio, ognuna porta 5 persone più il conducente, le barche sono mosse da un motore diesel fabbricato in Birmania. Saliamo su di esse e pian piano ci allontaniamo dalla sponda verso le quiete acque del Lago Inle, quello che sembrava un semplice specchio d’acqua era la parte nord del lago, lungo 22 km e largo 11. Iniziamo la navigazione pochi minuti prima del tramonto, partiamo ondeggiando un poco, ma man mano che la barca acquista velocità, la stabilità aumenta. L’aria è fresca, il paesaggio indimenticabile, al fianco del lago s’innalzano a cerchio le montagne, le acque dapprima marroni, man mano che percorriamo il lago diventano verdi, rispecchiano il colore delle montagne circostanti; attraversiamo un villaggio di palafitte circondato da erbe acquatiche e percorriamo una serie di canali percorsi da barche di legno. A me turista, sembra di perdere l’orientamento ma la gente del posto dei vari canali ne conosce i segreti più reconditi. Navigando passiamo nelle vicinanze di palafitte, poco dopo incrociamo delle barche di pescatori, il silenzio del lago è interrotto solo dal rombo del motore diesel che spinge la barca, viaggiando verso la notte che s’avvicina, l’aria pungente, la luce che pian piano scompare, sembra d’essere in una poesia vivente ed incrociando altre barche, si sobbalza sulle onde che solcano le calme acque del lago. Con la barca passo accanto ad erbe acquatiche che sembrano delle aiuole dove fanno la comparsa delle campanule rosa e dei giacinti d’acqua azzurri. Arriva il tramonto, il lago sembra volerci dare uno splendido benvenuto per le cose meravigliose che vedremo nei giorni successivi, su una piroga incontriamo il primo rematore locale che rema unicamente con la gamba destra, una caratteristica del popolo Intha i “figli del lago” (M167) unica al mondo, per condurre una barca; questo è possibili perché il Lago Inle ha acque calme e placide.

La navigazione verso l’albergo dura oltre 30 minuti, nella memoria restano il verde delle montagne, il grigio del cielo, i colori dell’acqua, il rosa dello splendido tramonto, in lontananza un lampo rischiara il lago, forse pioverà. Delle luci poste vicino a riva indicano un passaggio ed il timoniere dirige la barca verso l’attracco dell’albergo, ci fermiamo sul molo e scendiamo dalle imbarcazioni, siamo in hotel e veniamo accolti con un cocktail di benvenuto ed anche le zanzare ci danno il benvenuto; ma una spruzzata di repellente risolve il problema. Prendiamo la chiave delle camere, siamo alloggiati in cottage posti sul lago, le stanze sono delle casette di legno e bambù, molto carine, spaziose e con un balcone che da direttamente sullo specchio lacustre; i letti sono predisposti con zanzariere onde evitare che durante il sonno gli insetti pungano. L’aria nelle camere è calda ed umida, apro le finestre protette da zanzariere, lasciando circolare un pò d’aria fresca.

Ho 1,30 ore di pausa prima della cena, ne approfitto per sistemare il diario annotando le osservazioni e le sensazioni vissute nella navigazione. Poi una bella e rigenerante doccia e mi dedico alla lettura dei siti visti durante la giornata, oltre ad uno sguardo al programma di domani.

Alle 20: 30 andiamo al ristorante dell’albergo, posto sulla collina adiacente al lago, il servizio da tavola è fatto con piatti di lacca, la cena è caratteristica della zona;. Antipasto di sfoglie fritte, riso, soia con semi di sesamo, pollo con mandorle, arachidi, verdura, porri piccoli e piccanti, dolci.

Usciamo dal ristorante e ci dirigiamo sul lago verso i cottage, il cielo è stellato e vista la latitudine è difficile individuare le costellazioni conosciute, mi soffermo a contemplare la bellezza della notte nel silenzio totale che regna sul lago.

Entro in camera e lascio le finestre aperte per far circolare l’aria, il letto coperto dalle zanzariere promette un sonno restauratore, dal lago giungono i rumori della notte, si sentono le rane gracchiare, qualche insetto che volando urta contro le zanzariere; dei tuffi di animali nelle acque del lago fanno da sfondo al sonno che sta arrivando.

 

 

15 ottobre 2006

Alle 6,00 siamo svegliati da una musica proveniente dal villaggio posto nelle prossimità dell’albergo, scoprirò poi che si tratta di una festa locale; il risveglio permette di vedere le prime luci sul lago. Il cielo si presenta nuvoloso e grigio, le nuvole sono molto basse e coprono le cime delle montagne circostanti, non so che tempo ci aspetta durante la giornata, ma se il buongiorno si vede dal mattino, potrebbe anche piovere.

E’ domenica, Santa Messa, colazione e partenza con le barche per un tour sul lago che durerà tutta la giornata; il sole spunta dietro le montagne e cerca di farsi largo tra le nuvole, l’acqua del lago si colora secondo la luce che riceve, a tratti è grigia, a tratti è verde, in altri punti è azzurra. Navighiamo per quasi un’ora sulle calme acque e mentre viaggiamo vediamo gli orti galleggianti, notiamo dei pescatori e dei contadini che raccolgono alghe dal fondo del lago che utilizzeranno come base fertile per gli orti. Attraversiamo villaggi in cui parte delle palafitte, seppur alte, sono allagate, la profondità del lago solitamente è 4,5 mt, ma a seguito delle abbondanti piogge l’acqua in questi giorni supera i 7 mt. Lasciamo il lago e ci addentriamo in un affluente la cui acqua è marrone, percorrendo il tortuoso fiume arriviamo ad un attracco per le barche, siamo a Indien (L197 – M173), un villaggio posto sulla riva destra del fiume che stiamo risalendo; lasciamo le barche ed a piedi attraversiamo il villaggio transitando per il mercatino locale, passiamo nelle adiacenze di una scuola elementare ed arriviamo all’imbocco di un porticato ligneo sostenuto da 403 colonne di muratura bianca per lato. Sotto il porticato sono disseminate decine di bancarelle con esposti souvenir e prodotti locali; tutt’intorno centinaia di piccole pagode. Percorrendo il colonnato, all’esterno vediamo delle tombe, appartengono a dei semplici monaci, in passato solo loro erano seppelliti mentre i capi monaci venivano cremati. Il complesso delle pagode risale al XVIII sec., sono in totale 1.045. C’è un tempio principale, stupa e tempietti sono disposti lateralmente, disseminate sulla collina, ed insieme al verde creano una fitta rete di guglie alcune marroni (quelle da restaurare), alcune bianche ed alcune dorate, lo spettacolo è unico e la vista si perde in mezzo a tanta incantevole bellezza. Le pagode, originariamente, avevano tutte un rivestimento decorativo giallo chiaro fatto con pozzolana (una sabbia naturale), attualmente il tempo, i terremoti ed i tombaroli ne hanno distrutto gran parte, che comunque è visibile a “macchia di leopardo”. Le pagode esistenti, la cui maggior parte sono dei piccoli templi, sono state oggetto di predazione da parte dei tombaroli e di saccheggiatori, i quali cercando tesori o reliquie hanno asportato o rovinato le statue presenti all’interno delle strutture, ma tutto questo non diminuisce l’incontrastato fascino del luogo. Alle pareti dei templi e sopra le porte sono presenti delle statue, che rappresentano angeli guardiani a protezione; le statue con diverse figure, rappresentano simbologie varie, risalenti ad epoche e culture differenti. Salendo sulla collina arriviamo al tempio principale, edificato nel XII sec. in puro stile birmano, tutt’intorno sono presenti decine di stupa dorati recentemente restaurati, ed alla base di ogni stupa vi è il nome del donatore. Il tempio è fatto a T rovesciata, l’entrata è frontale all’altare dove è collocata una statua di Buddha, a sinistra, rispetto all’entrata, si trova un altare decorato con vetri colorati e specchi, con altre statue di Buddha, a destra un’uscita permette l’accesso alle altri stupa laterali. Le pareti del tempio sono decorate con vetri policromi e specchi, nella parte alta delle pareti sono presenti dipinti raffiguranti storie della vita di Buddha; il soffitto è colore rosso con decorazioni in oro, il pavimento è di piastrelle in ceramica su cui sono stese delle stuoie di bambù. Sosò spiega che gli specchi posti dietro le statue di Buddha servono come riflesso di se stesso e delle proprie azioni, di conseguenza per potersi riflettere nello specchio senza vergognarsi, bisogna avere e mantenere un comportamento corretto.

Usciamo dal tempio e ci dirigiamo alla base della collina percorrendo il lungo colonnato coperto; noto che le bancarelle sono aumentate, essendo arrivati di buon ora i commercianti non le avevano ancora allestite al nostro arrivo. Sulle bancarelle si trovano caratteristici prodotti artigianali locali quali dei contenitori in lacca con bassorilievi, mentre coltelli, riproduzione di perle, argenterie ed oggetti di lacca decorata, provengono da altre zone del paese.

Riattraversiamo il villaggio e transitando nei pressi della scuola, vediamo i bambini che fruiscono dell’intervallo e come in tutto il mondo la loro voglia di giocare e di ridere è inconfondibile. Arriviamo in prossimità delle barche ed aspettando il gruppo ci fermiamo in un chiosco a bere del latte di cocco; fresco, gustoso e dissetante. Qualcuno nelle bancarelle ha fatto acquisti, do un’occhiata pure io, vedo delle magliette carine che acquisto da portare a casa.

Saliamo sulle barche e percorrendo il fiume rientriamo nel lago, dopo mezz’ora di navigazione arriviamo nei pressi di un villaggio dove imponente appare il Phaung Daw Oo Paya (L197 – M172), un tempio di forma quadrata col tetto di colore rosso decorato con ferro dorato, degradante su sette livelli e con in cima un altissimo hti dorato che sembra perdersi nel cielo.

All’interno del tempio il soffitto è completamente laccato in rosso e decorato con oro, sulle pareti sono presenti dei dipinti che raffigurano avvenimenti della vita di Buddha, posto al centro un altare con 5 piccole statue, tre Buddha e due Monaci. Le statue ricoperte di milioni di foglioline d’oro nel corso degli anni, oggi appaiono completamente deformate, sono un ammasso disomogeneo d’oro. Vicino al tempio, sotto un capannone è ormeggiato un battello nero con decorazioni dorate, è il battello che è utilizzato per la festa del lago, che è appena terminata. La festa ha origini molto lontane, inizialmente le cinque statue erano trasportate tutte sulla prua del battello dove girando per tutti i villaggi del lago sostava una notte intera; usanza tutt’ora presente, ed essendoci 20 villaggi, la festa dura 20 giorni.

Nel 1956 durante la festa, una tempesta ha fatto affondare il battello che trasportava le statue, immediatamente sono iniziate le ricerche delle statue affondate, ma nonostante gli sforzi profusi, dal fondale furono ripescate solo quattro delle cinque statue, mancava la più piccola. Al calar della notte, quando riportarono le quattro statue al tempio, sull’altare trovarono la quinta, bagnata e sporca dei detriti del lago; come fosse arrivata lì a tutt’oggi è un fatto inspiegabile.

Nel 1957 in occasione delle festa del lago, appena la statua lasciò il tempio, improvvisamente scoppiò un temporale e la gente, memore di quanto successo l’anno precedente, decise di riportare la statua nel tempio, appena la statua venne depositata sull’altare, il temporale cessò; da quell’anno durante la festa vengono portate in pellegrinaggio solo le altre quattro statue.

Sotto il tempio è presente un mercatino di prodotti artigianali locali, si trovano attrezzi agricoli, coltelli, stoffe, borse e camicette.

Uscendo dal complesso, l’acqua del lago rispecchia l’azzurro del cielo, ai lati del lago le verdi montagne fanno da cornice, nel cielo qualche nuvoletta bianca, il sole è veramente caldo; il clima è ideale per la navigazione.

Abbandoniamo la ressa del tempio e dopo pochi minuti di navigazione, arriviamo in una zona tranquilla fatta di palafitte di legno e di bambù, è il ristorante; una bella ed accogliente struttura che ci permette d’osservare bene alcuni aspetti del lago.

Approfitto della sosta per chiedere a Sosò delle delucidazioni sulla costruzione delle palafitte, già dalla mattinata ho notato abitazioni in bambù con tetti di paglia ed abitazioni di legno con tetto di lamiera. La guida mi dice che le abitazioni viste rappresentano i due diversi stili delle case; le prime sono costruite interamente in bambù, dai pali di sostegno alle pareti esterne, i pali hanno una durata di 6 anni e le pareti una durata di 3 anni; le finestre, nella maggior parte dei casi, sono anch’esse fatte con stuoie di bambù.

Le case di legno sono realizzate con dei pali in teak e le pareti in un altro legno locale, la durata di queste case è di circa 50 anni, ed evita una manutenzione continua, inoltre permette di avere delle finestre in legno e vetro.

Il bambù ha una funzione termoregolatrice, permette alle pareti di mantenere un microclima più fresco durante il periodo estivo e trattiene una minore umidità durante il periodo delle piogge.

Approfittando della competenza e della pazienza di Sosò, chiedo come fanno a realizzare gli orti galleggianti che ho visto precedentemente; mi spiega che per realizzarli i contadini, infilano nel fondo del lago delle lunghe canne di bambù che devono fuoriuscire dalla superficie del lago formando dei pali fermi su cui appoggiano le alghe pescate dal fondo, che costituiranno la base “terrena” creando uno strato molto fertile. Una volta che lo strato assume la consistenza dovuta, nello stesso, vengono infissi altre canne di bambù che servono come sostegno per far crescere verdura o fiori. Essendo l’orto galleggiante sul lago, i “contadini” si muovono solo ed esclusivamente su barche per tutti i lavori della coltivazione.

La spiegazione viene interrotta dal pranzo che sta per essere servito; pollo con arachidi, maiale, zucchine, pesce, spaghetti di riso, riso bianco, the.

Terminato il pranzo riprendiamo la navigazione e noto delle barche cariche di persone; sono alluvionati che avendo la casa inagibile stanno traslocando presso dei monasteri oppure presso parenti.

Proseguendo il nostro giro sul lago, arriviamo presso alcune palafitte collegate tra loro con dei pontili di legno, siamo in un centro di tessitura dove degli artigiani producono tessuti in cotone ed in seta; la seta proviene da Mandalay, qui viene colorata e tessuta. Tutte le fasi della tintura, della tessitura e della creazione dei disegni sono prettamente artigianali; per la colorazione sono usati dei colori naturali ottenuti da corteccia e radici. Giriamo per gli edifici osservando donne che con telai di legno, creano tessuti dai disegni variegati e colorati. In un edificio vediamo una lavorazione unica nel suo genere: la creazione di un filo utilizzando degli steli di fiori di loto; vengono fatti dei mazzetti di steli e vengono tagliati in pezzi lunghi circa 10 cm, da qui estraggono una resina filamentosa che unita crea un sottile filo, questo filo viene fatto essiccare e poi viene lavorato. Per creare un tessuto di 200 x 30 cm. occorrono 22.000 steli. Questo prezioso tessuto, un tempo era usato per i vestiti delle statue di Buddha, oggi i tessuti sono prodotti per il mercato giapponese, cui la richiesta è molto forte. Il tessuto finale si presenta ruvido, di colore nocciola chiaro, ha una funzione termoregolatrice veramente elevata ed il costo è quasi il doppio di un raffinato tessuto di seta.

Usciamo dall’edificio e camminando sui pontili di legno che collegano gli edifici, facciamo un giretto tra le palafitte, ad un certo punto troviamo una scritta “espresso”, ma sarà vero o è un’allucinazione? Presi dal dubbio e dalla curiosità, mentre qualche donna è nel negozio per vedere i tessuti prodotti, altri del gruppo vanno alla ricerca della preziosa bevanda nera, e come tutte le favole, il lieto fine arriva; un bar è dotato di macchina per il caffè e la bevanda servita è buona.

Dopo aver degustato il caffè, riprendiamo la barca, attraversando villaggi e costeggiando orti galleggianti ci dirigiamo verso Nga Hpe Chaung (L196 – M170), il “Monastero del gatto che salta”.

Attracchiamo e scendendo dalla barca ci apprestiamo a visitare la struttura, all’interno del tempio, sono custoditi altari di legno provenienti da altri templi, il raggruppamento di tanti altari, sembra farne un unico ed impareggiabile museo d’arte sacra dell’etnia Shang. Gli altari sono in legno dorato, finemente lavorato, abbelliti con specchi colorati. Oltre agli altari, sono presenti delle antiche statue di Buddha, le statue sono lignee, ve ne sono alcune dorate ed altre colorate, tutte tipiche dell’arte Shang (riconoscibili dagli orecchini e dai gioielli presenti). Vicino alle statue c’è un trono dove siede un monaco durante i festeggiamenti del tempio.

Poco distante, sul pavimento una serie di stuoie indicano il luogo dove un monaco fa saltare i gatti (da qui l’origine del nome del monastero), un’attrazione inventata più per i turisti che per i fedeli; i felini vengono “invitati” a saltare in un cerchio tenuto a circa 80 cm dal suolo, se il gatto salta viene ricompensato con del cibo. Viste le dimensioni dei gatti, gli stessi devono essere bravi a saltare nel cerchio ed il cibo non manca.

Il monastero edificato nel 1843 è interamente realizzato in legno misura 60 per 40 mt, il pavimento è completamente in teak lamellare, il tetto è sostenuto da oltre 200 colonne di teak lavorato. Il tetto degradante è a tre strati, originariamente erano cinque livelli, ma questo non riduce la bellezza del luogo, tutto il tetto è decorato con tavole lignee disegnate con episodi della vita di Buddha.

Riprendiamo le barche e rientriamo verso l’albergo transitando per il villaggio di Kye Za Gong, completamente circondato da orti galleggianti. Gli orti disposti su lunghe file, sono circondati da acqua calma, tutt’intorno dei “muri” fatti con erbe acquatiche creano una barriera impenetrabile alle barche e alle onde che s’infrangono sui muri a protezione degli orti. All’interno del perimetro l’acqua è calma, ciò permette ai contadini di lavorare tranquillamente sulle proprie imbarcazioni di legno per coltivare ortaggi e fiori. E’ veramente inusuale vedere sull’acqua delle righe verdi con dei tralicci di bambù sui quali crescono pomodori, zucchine e fiori.

Un particolare attira la mia attenzione, i pomodori non sono portati a completa maturazione, vengono raccolti ancora acerbi, depositati in casse di legno chiuse e così portate al mercato. Avremo modo, qualche giorno dopo, di degustare questi frutti completamente maturi. Navigando tra i villaggi mi colpisce il fatto che siamo turisti e stiamo viaggiando nel centro di un imponente alluvione, un evento naturale che vede centinaia di sfollati: mi colpisce la calma, la compostezza e la voglia di proseguire del popolo birmano, veramente un bell’esempio per noi occidentali che facciamo fatica a convivere con manifestazioni naturali di questa dimensione.

Rientro nel tardo pomeriggio, ne approfitto per sistemare gli appunti e poi, dopo una bella doccia, alle 20,00, cena birmana; patate fritte, maiale, manzo, pollo, verdura, l’immancabile riso bollito e … sorpresa … compare una macchina per il  caffè espresso. Dopo cena qualcuno del gruppo trascorre la serata giocando a carte.

Prima di coricarmi scrivo sul blocco degli appunti le caratteristiche delle barche che solcano le acque del lago Inle. Le barche sono di due tipi, le prime sono quelle usate dai pescatori, sono lunghe circa 4 metri, dal fondo piatto, hanno le estremità piatte, questo permette di poter lavorare comodamente sulla barca e di poter remare in prua utilizzando la gamba destra per manovrare il remo; questa barca è utilizzata dai pescatori, per il lavoro negli orti galleggianti, oltre che come mezzo di trasporto per le famiglie. La seconda barca serve per il trasporto di merci e di più persone, lunga dagli 8 ai 10 metri, ha poco pescaggio, è mossa da un motore diesel che viene avviato da un volano manuale e successivamente il numero dei giri regolato tramite una manopola posta sul motore. I motori estremamente semplici ma funzionali sono fabbricati in Birmania, l’elica è collegata al motore da una lunga asta di almeno tre metri che serve anche come variatore di velocità della barca immergendola più o meno profondamente nell’acqua. Quando queste barche trasportano turisti, sono predisposte con 5 poltroncine allineate sul fondo della barca; si sale una persona per volta e ci si siede subito, onde evitare di rovesciare la barca: in effetti avendo la barca poca chiglia, la possibilità non è molto remota.

 

 

16 ottobre 2006

La sveglia è alle 5,15, alle 5,45 le valigie sono fuori dalle camere, facciamo colazione mentre le prime luci del sole illuminano il lago, la visione è veramente suggestiva, delle rosse ninfee sono fiorite nello specchio d’acqua lacustre antistante il cottage; il cielo è parzialmente nuvoloso e le nuvole sembrano che si stiano abbassando. Spero che non si metta a piovere perchè dobbiamo prendere la barca per ritornare al pullman. Attraversiamo il lago verso nord, man mano che procediamo l’acqua da azzurra diventa marrone; lungo il percorso noto dei pescatori e dei fiori di loto. Vicino alla riva, tra i canneti compare la nebbia, strana sensazione approdare con la nebbia. Attracchiamo e sulla terraferma percorriamo una strada sterrata che porta alla cittadina di Nyaungshwe, dove nei pressi del mercato ci aspetta il pullman; mentre percorro il sentiero vedo ormeggiate delle barche di pescatori, gli stessi scaricano e trasbordano su dei di furgoncini posteggiati nelle vicinanze, sacche contenenti pesce che sarà venduto ai mercati delle città vicine.

Saliamo sul pullman e attraversiamo la città che due giorni fa era completamente allagata, transitiamo per vie che erano sommerse, il segno dell’acqua è visibile sui muri degli edifici. Percorriamo l’unica strada asfaltata che porta all’aeroporto, lo superiamo e proseguiamo in direzione di Pindaya, la distanza è di 80 km, il tempo di percorrenza stimato è 3 ore. Sembra un tempo inverosimile, ma passato l’aeroporto, dopo pochi km il nastro d’asfalto si restringe e diventa percorribile da un solo automezzo, la strada è piena di buche ed in caso d’incrocio, bisogna usare lo sterrato posto al lato della strada dove transitano carri agricoli e trattori.

Il paesaggio è collinare, le risaie hanno lasciato lo spazio a coltivazioni varie, la terra rossastra infonde un colore particolare al panorama; il viaggio è piacevole, lo sguardo spazia continuamente tra le colline in un susseguirsi unico di colori dei campi arati e dei campi coltivati, il rosso della terra si mischia al verde delle coltivazioni ed al giallo dei campi di sesamo fioriti, è un susseguirsi di piante, di colline coltivate e di fiumi. Proseguiamo il viaggio e dopo due ore arriviamo alla cittadina di Taunggyi (L201 – M173) con case di cemento e mattoni, le capanne sembrano sparite, è una zona di agricoltori e commercianti; pare d’essere in un altro paese, le abitazioni sono ordinate, circondate da terreno recintato, l’aspetto sembra più occidentale che orientale. Ci fermiamo e facciamo un giro al mercato; frutta, pesce, abbigliamento tradizionale e moderno (di fattura cinese), attrezzi vari. Qualche acquisto da parte del gruppo e poi si riparte per Pindaya. Sulle verdi colline compaiono le piante di pino, siamo a circa 1.400 s.l.m.; la strada continua ad avere le caratteristiche descritte prima, ed il traffico è intenso a causa dei contadini e della popolazione che si recano al mercato, incrociamo trattori stracarichi di persone, vediamo gente in attesa dell’autobus che li porti in città. A ogni mezzo che incrociamo, l’autista del pullman deve rallentare e mettendo 2 ruote sulla terra battuta (dove non troviamo pozzanghere d’acqua), incrocia l’altro veicolo; le difficoltà aumentano quando incrociamo camion o pullman.

Lungo la strada, nei campi vi sono dei contadini che stanno lavorando Sosò ci spiega che qui, nell’etnia Paho, i maschi arano il campo con l’aratro trainato dai buoi, le donne curano tutti gli altri lavori dei campi, la semina, la coltivazione, mentre gli uomini danno una mano solo per il raccolto e la disinfestazione delle piante; è una suddivisione di compiti tradizionalmente rigida. Lungo la strada, incrociamo molti carri, qualcuno è trainato da due buoi, altri più leggeri da un cavallo, lungo la strada vediamo un pozzo artesiano, è l’unico pozzo dove la gente può attingere acqua, anche se di colore marrone.

Dopo 4 ore dalla partenza arriviamo a Pindaya (L184 – M163), città famosa in Birmania per tre caratteristiche; lo stupendo lago, le onnipresenti secolari ed imponenti piante di ficus e le grotte.

Avvicinandoci alla città deviamo a sinistra e cominciamo a salire sulla montagna, con ripidi tornanti ci dirigiamo verso le Pindaya Caves (L185 – M164), le Grotte di Pindaya. Il pullman ci accompagna fino all’ingresso dove una tettoia conduce all’ascensore che porta all’entrata della grotta maggiore.

All’ingresso della tettoia una statua di un enorme ragno, simbolo della leggenda locale che vede sette principesse sorprese nella grotta dal ragno, che poi fu ucciso dal principe che liberò le principesse.

In prossimità dell’ascensore abbandoniamo le nostre calzature e saliamo verso l’entrata della grotta calcarea, lunga 150 mt con stalattiti e stalagmiti, articolata in più stanze di dimensioni diverse, ospita oltre 10.000 statue di Buddha, le statue più grandi sono 8.094. All’interno statue di ogni dimensione, gran parte sono di muratura stuccata e dorata, altre sono di legno, di alabastro, di lacca, di marmo, alcune sono annerite dal fumo delle candele, quasi tutte le statue sono ricoperte da foglioline d’oro. In una sala, vicino al pavimento, si apre una cavità, un breve e stretto corridoio porta ad un ulteriore stanza con delle statue di Buddha, è un luogo di meditazione per i monaci. Proseguendo per le stanze vediamo una statua lignea di Buddha in piedi, altre statue di lacca che sottoposte allo stillicidio dell’acqua della grotta, non possono essere ricoperte d’oro; fa un pò impressione vedere due statue nere in mezzo a migliaia di statue dorate. Proseguendo nella grotta vediamo un’enorme stalattite, concava all’interno, un tempo usata come gong (oggi non è più usata per questa funzione), in un anfratto vi è un tempio che è stato offerto dal governo attuale, e sinceramente è un poco pacchiano e stona nell’armonia delle statue presenti di epoche più antiche. In una grotta è stata realizzata una piccola pagoda, vediamo un altare dedicato ad un monaco eremita che vive su un fiume e che durante il periodo delle piogge, è chiamato nei villaggi per far cessare la pioggia ed evitare gli allagamenti (e pare che ogni tanto la sua intercessione funzioni). Nelle grotte lo stillicidio dell’acqua è continuo, il pavimento è scivoloso, e dovendo proseguire a piedi scalzi dobbiamo porre molta attenzione.

Usciamo dalla grotta che piove, per fortuna la tettoia ci protegge, tutt’intorno sulla montagna vediamo un susseguirsi di tettoie che conducono a varie grotte minori, ogni grotta contiene circa 200 statue di Buddha.

Riprendiamo l’ascensore che ci porta alla base, rimettiamo le scarpe e scendiamo lungo la scalinata d’accesso dove, nel vicino piazzale ci aspetta il pullman, sta piovendo ed utilizziamo degli ombrelli per arrivare all’automezzo. Poco dopo smette di piovere e comprendo la comodità della ciabatte infradito utilizzate dai birmani: anche se bagnano i piedi, in pochi minuti si asciugano.

Il pullman lascia la montagna e si avvicina alla città, alla periferia di Pindaya ci fermiamo per visitare una fabbrica di ombrelli tradizionali realizzati con la struttura portante di bambù, i raggi sono fatti con gelso ed il tessuto è di cotone. Qui fabbricano anche dei ventagli realizzati con gelso e tessuto di carta di bambù, tutti i prodotti sono decorati a mano con l’uso di tinte naturali. Il laboratorio è pervaso da un odore acre, è la colla che è utilizzata nelle varie fasi della lavorazione. Vediamo un artigiano lavorare con un tornio a pedali, dei pezzi di bambù destinati agli ombrelli.

Pindaya è nota, oltre che per le caratteristiche predette, anche per la coltivazione del the e del caffè, è l’unica zona del paese dove la pianta del caffè trova l’habitat ideale per la crescita. Ci fermiamo a pranzo in un ristorante dal nome latino “Memento”, ci vengono servite delle sfoglie fritte, zuppa di fagioli, pesce, manzo, erba cipollina, carote con mozzarella di bufala, l’immancabile riso bianco; come frutta una banana rossa (molto dolce e delicata), i dolci sono degli squisiti biscotti con sesamo e burro. Infine, vista la pubblicità della Lavazza, presente sui tavoli, degustiamo un buon caffè espresso.

Al ristorante troviamo altri italiani, è una coppia toscana in viaggio di nozze, qualche parola con i nostri connazionali e poi ripartiamo; il tempo si fa minaccioso, ho l’impressione che al ritorno troveremo pioggia. Siamo leggermente in ritardo e dobbiamo arrivare all’aeroporto di Heho per prendere il volo diretto a Mandalay; dopo due ore di viaggio, arriviamo all’aeroporto. Scendiamo dal pullman e sulle magliette ci appongono un adesivo della Air Mandalay, il check-in è molto veloce, Sosò distribuisce i biglietti e dopo i controlli accediamo alla sala d’attesa, dove gli ingressi sono separati per uomini e donne. Nella sala altri passeggeri attendono il loro volo, un uomo sente parlare italiano e si avvicina, è un padre missionario del Pime, nativo di Bormio, e vive da 32 anni in Thailandia. E’ a Heho per insegnare ai seminaristi teologia e filosofia; ora sta rientrando per un breve periodo in Tahilandia per poi ritornare e concludere l’anno d’insegnamento, qui i permessi di soggiorno non sono molto lunghi e deve continuamente uscire e rientrare nel paese. Scopriamo che in Birmania i cattolici sono oltre 700.000 divisi in 13 diocesi, un dato veramente sorprendente in un paese a così forte fede buddista.

L’aeroporto è molto frequentato, tre ATR 42 sono fermi sulla pista, due decollano e due arrivano, veramente inusuale per gli aeroporti finora visti e completamente diverso dalla desolazione di due giorni fa quando atterrando il nostro era l’unico aereo presente nell’area.

Decolliamo e vedo, poco distanti, le colline che delimitano il lago Inle, un’ultima occhiata al lago e poi l’aereo vira a destra, altri paesaggi appaiono, si vedono colline coltivate solcate da canyon, anche profondi, scavati dall’acqua, la terra rossa erosa dall’acqua appare come ferite vistose tra il verde dei campi e della foresta; il volo è breve, appena superata una catena montuosa inizia la discesa. Sosò durante il rientro da Pindaya, ci aveva comunicato che la strada per Mandalay è impraticabile a causa dell’alluvione che ha distrutto dei ponti, ed anche la città è parzialmente sommersa dall’acqua; fino a pochi giorni fa camion militari erano adibiti al trasportare dei turisti all’aeroporto della città.

Atterriamo e prendiamo il pullman, partiamo e ci dirigiamo verso la città, il percorso previsto richiederà almeno 1 ora. Mandalay è una città dove il contrasto con i poveri è evidente, la città è stata “invasa” dai cinesi dediti al commercio delle pietre preziose, essi hanno ottenuto dal governo l’affitto per 60 anni dei terreni sulle montagne dove cercare smeraldi, rubini ed altre pietre preziose, e nel tempo hanno trasformato Mandalay nel loro centro commerciale; gli stessi commercianti hanno creato delle catene di negozi dove vendono abiti e prodotti cinesi da loro importati e, fino a poco tempo fa anche l’oppio non era escluso dai loro traffici. Attualmente il divario sociale tra povertà e ricchezza è visibile in modo molto evidente.

Lasciato l’aeroporto viaggiamo su una strada bella ed asfaltata, quando vediamo ai lati baracche e tende: sono le abitazioni di fortuna della popolazione alluvionata. In prossimità di un ponte la strada è sbarrata dall’acqua, giriamo a sinistra ed imbocchiamo una strada secondaria che transita alla periferia della città; la parte più povera dell’abitato. Lungo il percorso, ininterrottamente vi sono tende e baracche di fortuna; centinaia o forse migliaia di persone ammassate senza soluzione di continuità. La gente cucina sul fuoco acceso a bordo strada e poco dietro hanno delle stuoie dove sdraiarsi per riposare, tutt’intorno pentole e suppellettili recuperate dalle loro abitazioni sommerse da oltre un metro d’acqua. La vita è veramente desolante in quelle condizioni; affiancate alle persone ogni sorta di animali, bovini, equini, suini, caprini, anatre. Poco prima delle 19, arrivando nella città, costeggiamo un fossato immenso, lungo oltre due km: è il fossato del Palazzo Reale di Mandalay (L244 – M139). La cinta muraria è lunga oltre 1,6 km per lato, ha quattro entrate e tre porte per lato. Originariamente ogni lato aveva una funzione specifica; il Sud era l’entrata per i Re ed i Regnati, a Nord l’entrata per i monaci, ad Est l’entrata era destinata al popolo ed ai visitatori, infine il lato Ovest era riservato all’uscita per i defunti all’interno del palazzo reale. Il palazzo era interamente ligneo e fu distrutto durante un bombardamento nel corso della seconda guerra mondiale.

Dopo oltre due ore dalla partenza dall’aeroporto, arriviamo in albergo, una struttura moderna ed ospitale che appare quasi irreale rispetto agli accampamenti che abbiamo appena visto.

Cena a buffet e poi ritiro in camera, la mia camera ha la vista una collina da cui scorgo, sulla sua cima, una pagoda dorata ed illuminata. Mi addormento pensando alle persone a me care che non possono condividere con me questa visione.

 

 

17 ottobre 2006

Il risveglio è accolto dal sole che illumina la collina dove c’è la pagoda, il contrasto tra l’oro scintillante della pagoda ed il verde della foresta che ricopre la collina è veramente forte. Scendiamo per la colazione a buffet, tutto è veramente cucinato bene, le marmellate, i dolci, i cibi salati, la frutta, il caffè seppur “all’americana” permette d’iniziare bene la giornata. Poco dopo saliamo sul pullman e si parte per un’altra giornata da turisti. Durante lo spostamento Sosò ci spiega che le regole del buddismo sono scritte in 40 libri che i monaci dovrebbero conoscere a memoria, siccome la conoscenza totale è ardua, esista una “scala della conoscenza” con relativi privilegi. Chi conosce un libro a memoria può girare sugli autobus gratis, che ne conosce due può viaggiare in nave in modo gratuito chi invece, conosce tutti e 40 i libri, gira il mondo spesato dallo stato birmano. I migliori monaci, spesso sono invitati da persone facoltose, a soggiornare negli alberghi più lussuosi, ed, in effetti, la sera precedente un monaco s’aggirava nell’albergo dove eravamo alloggiati con al seguito un nugolo di persone.

Col pullman ci stiamo recando presso il porto di Mandalay e durante il tragitto, vediamo il festeggiamento di un matrimonio, qualcuno del gruppo scende dal pullman per vedere la cerimonia; l’usanza locale vuole che in cambio di un dono, che è generalmente in denaro, gli sposi regalino un ventaglio su cui sono riportati i loro nomi.

Riprendiamo il viaggio e dopo pochi minuti arriviamo al porto fluviale dove c’imbarchiamo su un battello diretti a Mingun (L269 – M150), una località a circa 11 km da Mandalay.

Durante la navigazione il battello, improvvisamente si trasforma in un mercatino, i componenti dell’equipaggio ed alcuni loro familiari mostrano mercanzie varie, le donne del gruppo, attratte da collane, arazzi, cartoline, dipinti, borsette, ventagli si danno alla contrattazione. Più i mercanti vendono e più merce arriva sulla terrazza del battello, sembra d’essere in un pozzo senza fondo; l’ultimo articolo a comparire, ma non trova assolutamente successo, sono delle marionette con i costumi tradizionali birmani. Per la cronaca è giusto dire che precedentemente alla vendita dei prodotti, una parte del gruppo si era dedicato alla ginnastica, una serie di esercizi effettuati sulla poppa del battello “allietati” da una temperatura calda ed umida, per cui un pensiero ai “nostri ginnastici eroi” è più che dovuto.

Durante la navigazione siamo sulla terrazza superiore del battello che è coperta per proteggere dal sole e dall’acqua, la temperatura è calda ed umida e, nonostante il battello navighi in mezzo al fiume, la ventilazione è limitata, si suda copiosamente. Durante la navigazione vedo degli isolotti con la coltivazione di saggina, destinata alla produzione di scope, lungo il  fiume barche e chiatte per la raccolta della sabbia ed il trasporto di mercanzia varia. Il terreno della zona non adatto per le risaie è stato destinato alla coltivazione delle arachidi, sulla terraferma poco dopo vedremo dei terrazzi con le arachidi poste ad essiccare.

Pian piano, ma inarrestabilmente il battello solca le marroni acque del fiume, ci avviciniamo a Mingun (L269 – M150), lungo la riva molto fangosa del fiume il battello tenta più volte l’attracco e dopo qualche tentativo riesce, scendiamo lungo una passerella di legno ed in breve raggiungiamo la riva, dove immancabilmente ci attendono dei venditori di prodotti artigianali. Ci avviamo velocemente verso i monumenti da visitare, il primo che vediamo è la Pondaw Paya (L 270), un modellino bianco alto “solo” 5 mt della pagoda incompiuta, la cui costruzione si è fermata solo alla prima terrazza e la cui imponente mole domina la zona. Poco distante una pagoda con l’accesso dal fiume, dove due bianchi leogrifi, angeli con la forma tra il leone ed il grifone, sono posti all’ingresso come guardiani: è la Settawaya Paya (L270).

Tutta completamente bianca, con solo l’hti dorato, la pagoda si staglia nell’azzurro del cielo creando un bel contrasto, una vista incantevole (il colore bianco è ritenuto molto bello dai birmani, e lo utilizzano per dipingere pagode e stupa).

La struttura è alta oltre 30 mt, all’ingresso vi sono tre scale d’accesso con funzioni precise, quella per ministri o persone importanti, quella per i monaci e quella per la gente. Questa divisione mi ricorda i monasteri europei medievali, dove su più piani erano simboleggiati i ruoli dell’epoca, religiosi, imperatori ed infine il popolo.

All’interno del tempio vi sono 4 statue di Buddha, le originali sono state distrutte o danneggiate nel corso dei secoli, e sono state sostituite con delle statue di recente costruzione; vicino alle statue l’impronta di Buddha scolpita su marmo e, tradizionalmente l’acqua contenuta nell’impronta è considerata sacra. L’impronta è scolpita con tutti i 31 piani della reincarnazione, i 26 piani del paradiso, il piano attuale ed i 4 inferni.

Il re che voleva edificare nella zona, intendeva realizzare 4 grandi opere; la pagoda alta 150 mt (incompiuta), una campana (terminata), delle statue di leoni che servivano come angeli protettori (terminati) ed una diga di protezione per evitare che il fiume inondasse la zona (incompiuta).

Poco distante dalla Settawaya Paya con i suoi 150 mt la Mingun Paya (L270 – M150), avrebbe dovuto esser la più alta pagoda del paese, ma un presagio di distruzione della città fece sospendere i lavori nel 1816. Tre anni dopo il re suo edificatore morì. La struttura attuale è quadrata ed è larga 72 mt, alta 50 mt, interamente realizzata con mattoni pieni. Negli anni i terremoti hanno creato delle vistose crepe nella struttura e parte dei mattoni sono crollati al suolo, i fedeli hanno realizzato una scala esterna di 174 gradini e prelevando i mattoni da terra, li portano in cima, la credenza dice che serve per la realizzazione dei desideri.

Di fronte alla pagoda incompiuta vi sono i resti di due imponenti leoni, posti a protezione del luogo sacro, le statue erano alte 30 mt e rappresentavamo gli animali nell’atto di saltare, ma a seguito di terremoti le statue sono crollate ed ora ne rimane solo la parte posteriore.

Proseguendo tra capanne, bancarelle per turisti e devoti, arriviamo alla Mingun Bell (L270 – M151), un’enorme campana di 90 tonnellate; costruita sulla sponda opposta del fiume e trasportata in loco creando una zattera di legno di teak. E’ la più grande campana suonabile esistente al mondo, e come tutte le campane buddiste non è provvista di batacchio. Realizzata in più pezzi utilizzando bronzo e ferro; i pezzi sono poi stati uniti tra loro ma sono visibili le saldature e gli spessori differenti delle fusioni.

Proseguiamo per Mingun ed arriviamo all’entrata di Hsinbyume Paya (L271 – M151), una pagoda completamente bianca, rotonda, dalla simbologia complessa ed affascinante. E’ realizzata su 8 piani, rappresenta i sette mari ed i sette monti che bisogna superare per raggiungere il Monte Merù; l’architettura è unica, dall’alto la vista si perde fra ondeggianti strutture che rappresentano i sette mari, la struttura è dedicata alla principessa Hsinbyume (da cui prende il nome la pagoda). La pagoda originariamente, conteneva una statua di Buddha in smeraldo; attualmente all’interno del tempio sono presenti due statue, la prima che si vede è recente, mentre quella posta dietro è antica.

Giriamo per la pagoda assediati da un gruppo di ragazzini che vogliono vendere di tutto; cercano di capire da che paese proveniamo, poi quando scoprono che siamo italiani, qualche parola la formulano, anche in modo corretto. L’atteggiamento di questi ragazzi e la loro insistenza non sono assolutamente tipici del popolo birmano; un effetto negativo che il turismo di massa provoca in alcune località.

Usciti dalla pagoda, la visita di Mingun è terminata, bisogna ritornate al battello. Qualcuno del gruppo decide di utilizzare i “taxi“ locali: dei carri trainati da buoi. Io rientro a piedi e ne approfitto per rivedere i luoghi ed osservare particolari che prima non avevo notato; sul mio immancabile blocco, prendo appunti e faccio qualche disegno per rammentare quanto ho visto.

Il gruppo si ritrova vicino al fiume, ci imbarchiamo sul battello e ci dirigiamo verso Mandalay, ricompare il mercatino sulla barca, ma subito ci si accorge che i prezzi sono più alti delle bancarelle, nessuno acquista nulla. La navigazione è tranquilla, il gruppo di italiani vivacizza la monotonia della navigazione.

Arriviamo a Mandalay, prendiamo il pullman e ci accorgiamo che l’aria condizionata non funziona, il caldo comincia a farsi sentire.

Pranzo al ristorante cinese; involtini con gamberi, zuppa di verdura con uova di quaglia, zucca (ripiena di pollo, granchio, e verdure), pollo con mandorle, anatra laccata, manzo, verdure, riso pesce e frutta (anguria, melone bianco e papaja). Il ristorante posto di fronte alle imponenti mura del lato ovest del palazzo reale, permette una bella e suggestiva visione.

Terminato il pranzo, riprendiamo il pullman e constatiamo che l’aria condizionata proprio non funziona. Costeggiamo in senso orario le imponenti mura del palazzo reale e terminato il lato nord giriamo a sinistra, entriamo nella cinta della Shwenandaw Kyaung (L244 – M142), il “monastero del Palazzo d’oro“. Questo monastero è realizzato con legno di teak intarsiato e dorato, sono 2 stanze provenienti dalle 114 del palazzo reale, andato distrutto da un incendio durante la seconda guerra mondiale. Le due stanze sopravvissute erano state staccate dal palazzo nel 1880 per un dono del re fatto ad un monaco molto erudito.

L’architettura dell’edificio è affascinante, la struttura completamente in teak finemente lavorato, all’esterno compaiono degli angeli a protezione dell’edificio, dei fiori di loto e dei pavoni (tra l’altro il pavone è il simbolo della Birmania, rappresenta il sole ed il giorno, mentre il coniglio rappresenta la notte ed il buio). Originariamente l’edificio era interamente dorato, oggi le parti dorate visibili sono solo quelle interne che protette dalle intemperie hanno mantenuto la doratura. La cinta del monastero è inusuale, la sua forma ricorda un diamante.

Sosò ci spiega che i monasteri venivano edificati proporzionalmente alle capacità dei monaci che ci vivevano, più un monaco era bravo, più poteva avere un monastero bello; ecco perché il re staccò due stanze del palazzo reale per realizzare questo monastero.

Entriamo nelle stanze dorate del monastero e resto abbagliato da tanta bellezza, vi sono delle colonne cilindriche interamente dorate, il soffitto è un unico bassorilievo; nelle pareti laterali, anch’esse lavorate, si aprono delle finestre che permettono alla luce di passare e riflettersi sull’oro presente creando un continuo gioco di luci ed ombre. Ad una parete della stanza è appoggiato l’altare di Buddha, con specchi e vetri originali, la parete dietro l’altare è interamente ricoperta di formelle rettangolari con angeli. La struttura interna del tempio si sviluppa partendo da una parte verticale esterna, poi una parte obliqua, successivamente un primo livello orizzontale, poi ancora una parete verticale, altro pezzo obliquo ed infine il plafone terminale, tutto interamente intarsiato e dorato. Ai lati dell’altare due porte, una per lato, comunicano con la seconda stanza, noi transitiamo da quella destra ed accediamo alla sala dove, vicino alla parete che divide le due stanze sono collocati quattro altari ed un armadio coloniale. Gli altari, originariamente erano collocati altrove, hanno una forma particolare, come due parallelepipedi sovrapposti, il parallelepipedo più grande è in basso e quello piccolo è sopra, entrambi con funzioni ben precise, quello sotto provvisto di ante conteneva i 40 libri del buddismo e sopra, veniva posizionata la statua di Buddha.

Scatto qualche foto della struttura lignea veramente incantevole, esco mi rimetto i sandali, pochi passi ed arriviamo presso Kuthodaw Paya (L243 – M141) ”il libro più grande del mondo”, la pagoda contiene 729 tavole di marmo, ognuna delle quali custodite in una singola cappella, sulle tavole sono incisi i tre libri fondamentali del buddismo. Per scrivere una tavola occorrono tre giorni di lavoro; originariamente le parole erano scritte in argento, poi furono scritte in oro ed attualmente i nobili metalli sono stati sostituiti con delle scritte in colore nero, per evitare il deterioramento dovuto alle intemperie. Le cappelle contenenti le tavole, in origine avevano degli hti di bronzo intarsiati con pietre preziose ed una campanella terminale in oro ed argento. Questi hti sono stati sottratti dai dominatori della Birmania nel corso dei secoli, attualmente sono presenti hti in ferro dorato.

All’interno della pagoda, uno stupa dorato con posti ai quattro punti cardinali sei orchi a protezione, la fisionomia di queste statue ha un’influenza cinese. All’interno della pagoda sono presenti 1771 tavole di marmo, anche queste, protette da piccole cappelle, riportano i tre libri fondamentali del buddismo.

All’interno della pagoda, in un tempio vediamo una statua di Buddha a grandezza naturale realizzata da un pezzo unico di legno con apposte sulla fronte delle pietre preziose, il soffitto a cassettoni è ricoperto d’oro lamellare, l’altare è anch’esso d’oro.

Usciamo dalla pagoda di Kuthodaw Paya e prendendo il pullman ci dirigiamo alle pendici della Mandalay Hill (L239 – M140), la collina di Mandalay, lasciamo il pullman e salendo su dei pick-up iniziamo la salita lungo tortuose strade. Ci fermiamo per vedere Shweyattaw Buddha (L241 – M141), la Statua di Buddha in piedi che con la mano tesa indica il luogo dove 2.400 anni dopo il passaggio di Buddha, sarebbe nata una città, Mandalay, fondata nel 1857. Vicino alla statua di Buddha alta 9,5 mt di legno dorato, una statua poco più piccola raffigura una donna, che la credenza dice si sia tagliata i seni in segno di rispetto per Buddha.

Risaliamo a bordo dei pick-up e proseguiamo la salita fino alla cima della collina. Tutta la cima è una zona sacra con templi ed alberi. Anche qui per fotografare, come in tutti i luoghi sacri, occorre pagare. L’edificio centrale della collina è interamente rivestito di specchi e di vetri colorati. Il luogo è pieno di libellule, Sosò dice che questo fenomeno indica pioggia, in effetti delle nuvole sono presenti nel cielo. Troviamo un gruppo di turisti francesi e la loro guida è la sorella di Sosò; ci fermiamo a salutarla e proseguiamo nel giro.

Il tramonto sulla città e sulla pianura sottostante è suggestivo, i raggi dorati del sole calante illuminano la pianura, si riflettono sulle risaie e sulla zona allagata creando un unico, grande immenso specchio a perdita d’occhio.

Lasciando la collina ed a bordo dei pick-up scendiamo percorrendo una strada diversa da quella fatta in salita.

Rientriamo in albergo, mi reco presso il business center munito di collegamento internet, con un pò a fatica riesco ad inviare una e.mail ad amici per far avere mie notizie, poi si parte per la cena.

Ci rechiamo in un ristorante tailandese per la cena e, mentre entriamo, per puro caso incrociamo delle persone che stanno uscendo dal locale, Fernanda riconosce un sacerdote che è stato in Italia, ci fermiamo a parlare un poco e ci diamo appuntamento per la sera successiva, dove poi gli daremo degli indumenti, un piccolo aiuto per proseguire la sua opera, oltre a dei farmaci portati dall’Italia che non avevamo usato.

La cena trascorre tranquillamente; involtini primavera, wanton fritti, zuppa di cavoli con formaggio, gamberoni fritti, pollo con verdure, verdure, pesce con verdure, spiedini di carne, l’insostituibile riso bianco. Per dolce arriva una ciotola con un impasto bianco e delle palline verdi, è grano ammorbidito nel latte di cocco. Ha un gusto strano, ma è buono. Anche in questo ristorante con grande gioia per gli italiani, troviamo il caffè espresso.

Nel locale c’è un gruppo di francesi che soggiorna nel nostro albergo, 2 ragazze parlano correttamente italiano, sono comasche, una è di Como e l’altra di Lomazzo, da tempo risiedono in Francia; una di loro parlando con Fausto scoprono che è la sorella di un’amica di Fausto: il mondo si rivela veramente piccolo.

Dopo la cena, rientriamo in albergo, mi addormento osservando la pagoda illuminata sulla collina e le stelle che brillano nel cielo.

 

 

18 ottobre 2006

Sveglia alle 6,15, siamo avvolti dalle nuvole basse e durante la notte ha piovuto, guardando dalla finestra la giornata appare grigia, ma dopo pochi minuti dalla comparsa del sole, le nubi si diradano lasciando il cielo sereno, s’annuncia un’altra giornata di caldo afoso. Scendiamo per la colazione e noto che in tutto l’albergo sono posizionati dei fiori freschi e profumati, oltre ad abbellire fungono da deodorante. Alle 7,30 partiamo col pullman per vedere la statua di Buddha più famosa della Birmania, un luogo sacro e meta di molti pellegrinaggi. Dopo pochi minuti arriviamo presso la Mahamuni Paya (L245 – M142); un colonnato ammette al tempio dov’è custodita la statua di bronzo, realizzata in sei pezzi dal peso originale di 12 tonnellate con la testa  tempestata di pietre preziose. Oggi dopo la continua apposizione, da parte dei fedeli, di foglie d’oro la statua pesa 13 tonnellate, praticamente una tonnellata d’oro è stata applicata in modo disomogeneo deformandola, sembra un corpo pieno di bubboni. Un’antica tradizione tutti i giorni si ripete; alle 4,00 di ogni mattina il tempio viene aperto ai fedeli ed alle 4,15 il viso della statua viene accuratamente lavato.

Il tempio originale era in legno di teak, nel 1880 è stato rifatto in muratura e a tutt’oggi non è stato modificato; gli archi sono in stile coloniale, la copertura è interamente dorata e sulla sommità è presente una griglia per proteggere l’hti d’oro da eventuali ladri.

Alle donne non è consentito l’accesso al centro del tempio dov’è la stanza di Buddha e devono restare ai lati, oltre alle transenne; delle guardie, rigorosamente controllano l’accesso alla stanza, bisogna essere vestiti con pantaloni lunghi ed indossare magliette, i copricapo non sono ammessi. Chi indossa un abbigliamento non consono, viene bloccato ed “invitato” ad indossare delle tuniche che i guardiani gentilmente pongono. Di conseguenza l’apposizione di foglie d’oro sulla statua è riservata solo gli uomini che salendo scale laterali arrivano alla base della statua potendo così applicare l’oro.

Lasciamo il tempio e poco distante, in un edificio vediamo delle statue bronzee, sono d’origine tailandese, del VIII sec., frutto di un bottino della guerra del 1784. Le statue erano state prese per essere fuse per realizzare delle armi, ma il re, appassionato d’arte decise di tenerle per collezione. Nel tempo, la credenza popolare attribuì alle statue dei poteri guaritivi, tutt’oggi toccando le statue nella parte dove si sente dolore si pensa che aiutino nella guarigione. Il risultato è che le statue sono più lucide e levigate in alcuni punti rispetto ad altri.

Originariamente le statue erano tempestate di pietre preziose, ma oggi sono visibili solo gli incavi contenenti le pietre.

Adiacente, un altro edificio dove è custodito un gong di bronzo dal peso di cinque tonnellate, sul cui dorso sono incisi un pavone ed un coniglio; la tradizione vuole che il gong serva per la distribuzione di particolari meriti. Collocate vicino all’enorme gong, con funzione solo di abbellimento, sono presenti due statue di bronzo che rappresentano degli angeli, ognuna dal peso di due tonnellate.

Uscendo dal tempio, percorriamo la galleria iniziale che ospita un mercatino di bancarelle dove si possono trovare statue di Buddha di varie dimensioni, braccialetti, collane, oggetti in lacca e mercanzie varie. Visto che i miei sandali, il giorno prima si sono scollati, decido di acquistare delle ciabatte infradito, chissà mai che riuscirò a vestirmi anche parzialmente alla birmana? Sosò ci richiama alla puntualità in quanto siamo in ritardo sul programma, ma d’altronde transitare per un mercatino con delle donne, equivale ad un ritardo “indefinito”.

Lasciamo Mahamuni Paya ed uscendo dalla città di Mandalay ci fermiamo per vedere la scultura di statue di Buddha di marmo, la pietra proviene da cave poste sulle montagne adiacenti alla città. La lavorazione avviene partendo da un unico blocco di marmo, gli artigiani, che sono tutti cottimisti, secondo la propria capacità lavorano varie parti del blocco, dando forma alla statua. Il viso è la parte più delicata e viene lavorata esclusivamente da artigiani esperti. La lavorazione del marmo avviene con martelli, scalpelli e flessibili, uomini, donne, ragazzi e ragazze lavorano dando forma alle statue senza nessuna protezione per gli occhi, per la bocca e per il naso. La polvere di marmo, frutto dell’abrasione dei dischi flessibili, avvolge tutto e tutti, creando una nuvola bianca visibile da lontano e rendendo l’aria irrespirabile. La vita media degli artigiani è molto bassa a causa dell’asbestosi prodotta dall’inalazione della polvere.

Queste statue di marmo sono destinate alle pagode, la maggior parte è destinata all’esportazione; i birmani che sono molto superstiziosi, nelle abitazioni usano statue di bronzo o di legno, in quanto credono che statue di marmo in casa portino sfortuna.

Lasciamo Mandalay percorrendo le vie centrali che al nostro arrivo erano alluvionate, nel centro città gli edifici sono moderni, mentre man mano che ci avviciniamo alla periferia vedo delle abitazioni di bambù, alternate ad edifici coloniali un accostamento che ha un suo particolare fascino.

Percorriamo una strada attorniata da capanne e da risaie, e dopo pochi km arriviamo a Amarapura (L262 – M146), dove ci dirigiamo presso il Maha Ganayon Kyang (L263 – M148), un importante monastero dove risiedono migliaia di monaci; sono appena trascorse le 10 e possiamo girare per il monastero scoprendo la vita interna; vediamo molti edifici, qualcuno destinato a stanze dove i monaci dormono in comunità; solo agli insegnanti è permesso di dormire soli. Altri edifici sono luoghi di studio, altri sono scuole di ogni ordine e grado. Posti fra edifici dei muretti nascondono il luogo in cui i monaci fanno toelette; si lavano vestiti ed utilizzando delle scodelle si versano addosso dell’acqua che è sempre presente in diverse vasche dislocate nel monastero, veniamo avvertiti che è vietato fotografare i religiosi mentre si lavano.

Girando arriviamo alla cucina dove vi sono enormi pentoloni con gamberetti, carne, riso, the verde. Sul fuoco stanno cucinando della carne, poco lontano delle pentole di alluminio contengono il riso bollito che sarà servito per pranzo ai monaci. All’interno della cucina vi è una dispensa con dei sacchi, gamberetti essiccati, sacchi di cipolla e casse di legno contenenti dei pomodori (provenienti dal lago Inle). Molti alimenti sono frutto di offerte; i cuochi del monastero sono stipendiati da una persona benestante di Yangon, che in questo modo fa la sua offerta.

Nella vicina sala da pranzo possiamo vedere i posti riservati ai monaci e quelli riservati ai donatori.

Proseguendo nel giro del monastero vedo alcune abitazioni con delle donne anziane: è un ospizio inserito nel monastero, in cambio dell’ospitalità che ricevono, queste donne giornalmente si dedicano alla pulizia del riso per il pranzo dei monaci.

Siamo venuti al monastero per assistere alla processione che precede il pasto dei monaci, Sosò ci avverte di evitare di fotografare i monaci mentre pranzano.

Arriviamo presso l’entrata principale del refettorio, all’esterno vi sono dei tavoli con le offerte fatte dai donatori odierni, oltre alla carne vista in cucina, sui tavoli vi sono dolci e frutta.

Alle 11 precise un primo suono della campana, improvvisamente il viale centrale si popola di monaci, ognuno vestito col suo mantello marrone porta la ciotola nera che serve da piatto. I religiosi si pongono in due file indiane e lentamente s’avviano verso la sala da pranzo; l’ordine nelle file non è casuale, risponde ad un preciso rito e codice che non riesco a decifrare. Un secondo suono della campana, annuncia che è possibile accedere alla sala da pranzo; i monaci entrando nel cortile antistante alla sala da pranzo, porgono la loro ciotola ai donatori che la riempiono di riso, prendono la loro razione di carne, il dolce, la frutta e vanno a sedersi nella sala da pranzo, il tavolo è basso e devono sedersi per terra per poter consumare il pranzo. Oggi il pasto è ricco ed abbondante, nelle giornate senza donazioni, i monaci pranzano con un piatto fatto con riso, gamberi secchi, cipolle e peperoncino; ovvero gli ingredienti che abbiamo visti accumulati nella dispensa. I monaci entrando nella sala da pranzo si siedono senza un ordine ben preciso, pranzano in assoluto silenzio; solo ai monaci ammalati il pasto viene servito in camera. Quando il pranzo sarà servito a tutti i monaci, quello che avanzerà sarà distribuito ai poveri.

Lasciamo il monastero di Maha Ganayon Kyang e col pullman ci dirigiamo poco lontano, sulla riva del lago Taungthaman, l’automezzo si ferma e noi scendiamo per vedere il ponte U Bein (L263 – M148), il ponte in Teak  più lungo al mondo; ben 1.200 metri. Il luogo è prettamente turistico, pieno di venditori e di bancarelle, con ogni scusa un nugolo continuo ed interminabile di bambini tentano di vendere di tutto. Presso il ponte delle barche a remi assomigliano vagamente alle gondole veneziane.

Il ponte ha una struttura molto semplice, due file di pali di legno infilati nel fondo del lago ad una distanza di circa 2,5 mt uno dall’altro, sono collegati da travi di legno, e sopra le stesse, delle assi inchiodate creano la passerella su cui camminare, la struttura è sprovvista di parapetti laterali, ma la gente cammina tranquillamente. Circa ogni trecento metri, è presente una casetta di legno che serve come sosta e come punto d’osservazione, a metà ponte, dove è presente una curva, la casetta è dotata di una scala che scende nel lago, qui è un crocevia di barche che raccolgono i turisti e li trasportano a riva; qualche persona del gruppo decide di rientrare verso riva con la barca, ma il tempo del rientro in barca si rivela molto più lungo del previsto e dobbiamo aspettare i ritardatari.

I ragazzini che vendono prodotti artigianali, si dimostrano poliglotti, hanno una notevole capacità d’apprendimento ed assimilano le parole straniere molto velocemente. Sulle bancarelle si trova di tutto, leggii di legno, sculture, decorazioni, collane e borse realizzate con semi d’anguria, disegni in bianco e nero ed acquarelli, collane e braccialetti di pietre varie, cappelli a ventaglio (dalla struttura in bambù e colorato), cappelli in paglia a falde larghe tipici dell’Asia.

Lasciamo il ponte di teak e nel tragitto verso il ristorante ci fermiamo presso un laboratorio artigianale dove lavorano l’argento. Vediamo le varie fasi della lavorazione del metallo, la fusione, la cesellatura, la lucidatura che è effettuata utilizzando frutti ed una pietra locale dal nome intraducibile. L’argento è fuso in un crogiolo alimentato da un maglio a mano, colato in lastre di fine spessore e poi cesellato. Questo artigiano produce braccialetti, orecchini, collane, vasi, scatole, suppellettili di ogni forma, gusto e prezzo; nel negozio sono presenti anche collane, orecchini ed anelli con pietre preziose.

Lasciamo l’artigiano e proseguiamo la nostra strada costeggiando un fiume, ad un certo punto un ponte di ferro lo attraversa, la struttura del ponte vede al centro una sede ferroviaria ed a entrambi i lati delle strade su cui transitano i mezzi motorizzati, ciclisti, pedoni e carretti. Il ponte realizzato dagli inglesi, fu distrutto dai giapponesi nel secondo conflitto mondiale, ricostruito nel 1952, attualmente è una struttura considerata instabile e per questo il governo birmano sta realizzando un ponte adiacente a quello vecchio.

Proseguiamo il trasferimento e ci fermiamo per il pranzo presso un ristorante cinese, nei bagni dei rotoli di carta igienica sostituiscono gli asciugamani, ma almeno sono monouso. Si pranza con nuvole di drago, zuppa, pollo, gamberi, maiale, riso e frutta.

Usciti dal ristorante, saliamo su dei furgoni e iniziamo la salita verso la collina di Sagaing (L268 – M152), durante la salita ci fermiamo presso il tempio di Umin Thounzeh (L268 – M153), il tempio delle trenta grotte; il tempio fatto a mezzaluna contenente 45 statue di Buddha, realizzato in onore dei 45 anni in cui Buddha ha girato predicando. La struttura è interamente piastrellata con ceramica, anche il pavimento della terrazza adiacente al tempio è di ceramica bianca.

Sulla terrazza Sosò ci spiega che i monaci buddisti fanno due pasti al giorno, il primo quando si svegliano, solitamente all’alba, ed il secondo, dopo aver chiesto la questua, comunque sempre prima delle 12, e fino al giorno seguente non assumono più cibo. Questa usanza fu introdotta nel tempo, in quanto i monaci facevano poca meditazione: il lungo digiuno dovrebbe servire anche per aiutarli nella meditazione. Mentre prendo gli appunti sul mio blocco, dei monaci incuriositi, vengono a vedere come scrivo e sorridono.

All’uscita del tempio, vicino a delle bancarelle alcuni artigiani stanno fabbricando, utilizzando i semi di anguria, collane, borsette e porta chiavi; un nugolo di bambini ci segue: vogliono vendere gli oggetti prodotti dagli artigiani.

Riprendiamo i camioncini e proseguiamo verso la cima della collina dove troviamo un tempio con all’interno una statua di Buddha che indica la costruzione della città, sulla collina è presente anche un monastero ed un cimitero, chiaramente non buddista. Giriamo per la collina e possiamo osservare il bello stupa interamente dorato che si staglia nell’azzurro del cielo. Percorriamo un corridoio colonnato interamente piastrellato e protetto da una tettoia dove sui lati sono presenti dei disegni rettangolari raffiguranti i 15 incubi avuti dal re ed i relativi interventi di Buddha; in cui l’Illuminato ne spiega il significato e predice cosa avverrà in futuro.

Poco distante, un tempio contiene una pietra, è la “pietra del giudizio” che è usata dagli studenti per sapere se un esame andrà male o bene; sollevano una prima volta la pietra, fanno un’offerta e poi risollevano la pietra, se la pietra sembra di minor peso significa che l’esame sarà superato, se la pietra sembra di maggior peso, difficilmente l’esame sarà superato.

Lasciamo la collina di Sagaing e sempre a bordo di pulmini, scendiamo verso la pianura percorrendo una strada diversa da quella utilizzata per la salita.

Ripartiamo per il rientro a Mandalay e lungo la strada ci fermiamo a visitare una fabbrica di arazzi. Gli arazzi si distinguono secondo il disegno e le finiture; se l’arazzo contiene poca superficie lavorata è da ritenersi poco prezioso, invece se presenta una superficie molto ricamata è da ritenersi prezioso. All’intero della fabbrica, sedute ad ogni tavolo, quattro ragazze lavorano a cottimo alla produzione di arazzi, l’età è indefinita, alcune potrebbero essere veramente giovani.

Proseguiamo il tour e poco dopo ci fermiamo in un laboratorio dove realizzano le foglie d’oro da apporre sulle statue di Buddha e nei luoghi sacri. Da 26 grammi d’oro escono ben 4.000 foglie d’oro, ognuna di pochi cm di superficie. Gli artigiani lavorano nell’area a piedi nudi, in quanto ritenuta sacra e benedetta. Per assottigliare l’oro utilizzano uno strumento fatto con dei fogli di carta bambù, larghi circa 15 per 15 cm, trattenuti da due pezzi di legno ai lati, legati a croce con della pelle di cervo. L’oro posizionato tra i fogli di bambù, trattenuti e legati dalla pelle di cervo, viene picchiato con una mazza, così facendo lo strato d’oro si assottiglia. Successivamente, i fogli di bambù vengono aperti e la foglia d’oro divisa in due parti, i fogli vengono richiusi e proseguono nella battitura. Questo procedimento è ripetuto per cinque passaggi, alla fine ottengono una foglia d’oro sottilissima che confezionata in bustine è venduta fuori dalle pagode e dei templi.

I fogli di bambù che servono per questa lavorazione, sono fatti stagionare nell’acqua per due anni, mentre la pelle di cervo che tiene uniti i bastoni di legno ed i fogli di bambù, è l’unica pelle resistente ai colpi di mazza inflitti dagli artigiani.

Le foglie assottigliate, vengono rifinite dalle donne che le predispongono in forma quadrata e le imbustano. I pacchetti di 10 bustine hanno un valore, in negozio di 1.500 khat, ovvero 1,5 €. Adiacente al laboratorio c’è un negozio, dove si trovano vari oggetti d’oro da quelli religiosi a quelli di bellezza.

Rientrando verso l’albergo in prossimità del fossato delle mura del palazzo Reale, ci fermiamo a fare delle fotografie.

Rientro in albergo, doccia e poi mi metto a sistemare gli appunti presi durante la giornata. La cena la consumiamo in un ristorante birmano; zuppa di lenticchie e cipolle, pesce, pollo, manzo, verdure, riso e di dolce, delle banane fritte. Il ristorante all’aperto fa “assaporare” appieno la temperatura calda ed afosa; terminata la cena, si torna in albergo, vado a letto con lo sguardo sulla pagoda illuminata, posta in cima alla collina.

 

19 ottobre 2006

Sveglia e sistemazione delle valigie, colazione e caricati i bagagli sul pullman, partiamo per Monywa. Uscendo dalla città, noto come sia invasa da biciclette e da motorini; essendo mattina la gente dalla campagna si reca in città per lavorare, ognuno porta la sua “gavetta” col pranzo della giornata.

Lasciando Mandalay, ripercorriamo la strada verso Sagaing, riattraversiamo il ponte di ferro e stavolta, proseguiamo diritti senza fermarci sulla collina. Percorriamo la strada asfaltata contornata dalle capanne delle famiglie alluvionate, ci fermiamo a fotografare la Kaunghwmudaw Paya (L269 – M153), una pagoda eretta nel 1636 dalla bianchissima cupola, la leggenda vuole che essa rappresenti il perfetto seno di una regina birmana. L’altezza della cupola è di 46 mt. Scatto delle foto e controllandole salgo sul pullman ma … hanno cambiato l’autista? No, sono io che camminando senza guardare, ho sbagliato pullman e sono salito su quello di turisti francesi, scendo immediatamente e salgo sul pullman giusto posteggiato dietro a quello dei francesi.

Approfittando del viaggio, Sosò racconta curiosità, usanze e tradizioni della Birmania; la superstizione è molto forte e coinvolge completamente tutta la vita; se le case hanno l’entrata a sud o ad est, l’abitazione viene ricercata ed assume un buon valore economico, se invece l’entrata è a ovest o nord, il valore economico scende di molto. Nei negozi e nelle bancarelle, i commercianti sono convinti che il primo cliente che entra nel negozio o si ferma alla bancarella, se acquista, la giornata è positiva, se non acquista, la giornata avrà un risvolto negativo per gli affari, per questo i commercianti al primo cliente sono disposti ad applicare sconti molto forti pur di vendere ed avere così una giornata positiva.

In Birmania la patente del motorino si può conseguire a 18 anni, dopo sei mesi, si può conseguire quella dell’auto, dopo due anni quella dei pullman e dopo cinque anni quella dei camion.

I telefoni cellulari hanno una storia tutta particolare, girando per la capitale ho notato delle pubblicità di telefonini dell’ultima generazione, ma le schede funziono solo localmente. Il costo degli apparecchi è equivalente a quello italiano, invece la scheda d’attivazione costa 5.000 $ (tutte tasse governative). Esiste una lotteria nazionale in cui il vincitore ottiene un premio che consiste in una scheda telefonica d’attivazione per “soli” 1.500 $ e, vista la situazione economica dei birmani, molte volte il premio viene venduto in cambio di soldi. Sempre in fatto di telecomunicazioni anche il telefono fisso ha costi d’attivazione notevoli, la linea costa 1.500 $.

Lungo la strada ci fermiamo per una “sosta idraulica” presso un ristorante posto sulla strada, pur essendo mattina sulla tavola ci sono dei piatti pronti, quali passeri fritti e formaggio fresco; riprendiamo il viaggio e Sosò continua nell’illustrazione della vita del suo paese.

Le abitazioni sono costituite da una sala principale dove in molti casi è collocato un altare dedicato a Buddha, nelle abitazioni si entra sempre scalzi, le stanze, oltre a quelle dei genitori, sono divise tra maschi e femmine; anche i figli sposati, quando vanno a trovare i genitori, dormono in stanze separate.

Ogni birmano per essere una persona corretta dovrebbe rispettare cinque doveri; l’insegnamento di Buddha, il rispetto per i genitori, per i figli, per gli insegnanti e per gli studenti.

Lungo il percorso attraversiamo una zona agricola coltivata a cotone, anche qui è arrivata l’alluvione e sono presenti baracche di fortuna che costeggiano la strada.

La strada che collega le città birmane ha le caratteristiche delle precedenti percorse, un nastro d’asfalto largo circa 4 mt, affiancato da due piste sterrate dove transitano trattori e carri agricoli; i pedoni e chi viaggia in moto non hanno delle regole ben precise, ma tendenzialmente viaggiano sull’asfalto. In caso d’incrocio di pullman e camion, gli automezzi vanno con le ruote esterne sullo sterrato, di conseguenza la velocità varia a seconda del traffico che si trova.

Avvicinandoci alla città di Monywa, Sosò ci fa notare imponenti edifici con adiacente estesi prati ben tenuti; sono le facoltà universitarie, costruite dal governo tutt’intorno alle città. Essendo luoghi decentrati, agli studenti è garantito un regolare trasporto pubblico.

Proseguo ad ascoltare altre caratteristiche della vita della Birmania odierna, dove i servizi sociali sono assenti, la pensione non esiste, gli anziani devono sperare nell’aiuto dei figli, altrimenti devono andare negli ospizi. Gli stipendi sono esenti da tasse per operai, impiegati statali e militari, solo gli scaricatori del porto e le guide turistiche devono pagare il 10% di tasse.

Mentre viaggiamo si rompe l’aria condizionata del pullman, è proprio un tormento in questo tour, proseguiamo con i finestrini aperti. Durante il tragitto troviamo un passaggio a livello chiuso, un addetto della ferrovia con una bandiera verde annuncia la chiusura manuale delle sbarre e l’arrivo del treno; la ferrovia è ancora quella costruita dagli inglesi, il treno passeggeri ha un locomotore diesel ed è formato da quattro carrozze.

Transitato il treno, riprendiamo il viaggio costeggiando campi coltivati e, lungo la strada vediamo delle bancarelle con angurie.

Continua la descrizione della vita in Birmania: la distribuzione della benzina è regolata dallo Stato, al cittadino spettano 4 galloni la  settimana, il rimanente fabbisogno viene acquistato al mercato nero con un costo tre volte superiore, circa 4.500 kyat al gallone (3 €).

I birmani usano masticare foglie di the mischiate tra betal e calce, masticando questo intruglio hanno le gengive e la lingua corrose dallo sfregamento della calce. La calce viene preparata ponendola in una pentola con acqua e viene fatta cuocere, poi l’acqua viene gettata e resta solo la calce; il procedimento viene ripetuto cinque o sei volte. Così preparata la calce avvolta da foglie di the, viene masticata; toglie la fame ed il sonno. La saliva diventa rossa, i birmani che masticano foglie di the sputano continuamente e, camminando sulle strade è possibile intravedere molte macchie rosse, frutto degli sputi effettuati. L’uso della masticazione delle foglie di the è di origine indiana.

Le donne, fin dalla tenera età amano apporre sul viso della “tanaka”, un prodotto che serve per proteggere ed abbellire la pelle. La corteccia del legno di tanaka è grattugiata e macinata finemente, poi viene applicata sul viso. Terminata la corteccia, i pezzi di legno vengono macinati ed utilizzati per realizzare creme per la cura delle mani.

Arriviamo a Thanhoddhay Paya (L274 – M155), un tempio dai colori pastello, contenente 600.000 statue di Buddha, di ogni grandezza. Scendiamo dal pullman e prima di accedere al tempio, chiaramente rigorosamente scalzi, vediamo degli scoiattoli correre per terra e su un albero. Il tempio costruito da un monaco di nome Leonardo è davvero inusuale, il colore pastello del rosa, azzurro, verde, bianco e giallo, si perdono, si mischiano continuamente con le bianche statuine di Buddha poste all’esterno del tempio sui pinnacoli, sulle steli, come decorazione. Vicino al tempio, una vasca contenente dei pesci è circondata da una cornice abbellita con pannelli descriventi la vita di Buddha. I buddisti acquistano pesci ed uccelli (tra l’altro visti in vendita sul ponte di teak il giorno precedente) per poi liberarli. Adiacente alla vasca due donne vendono del cibo per i pesci; il cibo acquistato dai pellegrini e dai turisti è dato direttamente ai pesci che sono nella vasca.

Lasciamo la vasca ed entriamo nel tempio, è pieno di gladioli, i fiori della fede, il loro profumo si diffonde e mischiato all’incenso che brucia sugli altari, rende l’aria veramente gradevole. All’interno del tempio vi sono statue di Buddha con varie posizioni delle dita della mano, in segno d’insegnamento. Scatto alcune foto di questo particolare e cromatico tempio e poi ci dirigiamo tra campi coltivati presso un’altra zona sacra, sulle colline di Po Khaung (L274 – M154) dove c’è un’imponente statua di Buddha disteso, la lunghezza della statua è 90 mt.; accediamo in quest’area tramite una zona in cui sono presenti 10.000 piante di Ficus Religiosa, saliamo su una torre che è il miglior punto d’osservazione per la pagoda e la statua di Buddha sdraiato. Dietro a questa statua un’enorme impalcatura fa intravedere un’ulteriore statua di Buddha in piedi in costruzione, l’altezza è imponente, a lavori terminati la statua sarà alta 167 mt.

Lasciamo la zona e ci dirigiamo verso la città di Monywa dove giungiamo per l’ora di pranzo, ci fermiamo ad un casello per pagare il pedaggio che permette l’accesso alla città. Sosò ci spiega che per la costruzione delle strade le persone “volontariamente”, dietro imposizione statale, lavoravano un giorno la  settimana. Lo stato per ricompensare questo contributo, divide a metà la riscossione del pedaggio, 50 % va allo Stato e 50 % resta alla città e viene utilizzato per la manutenzione delle strade e per altre opere pubbliche.

Arriviamo al ristorante; patate fritte (sempre gradite dagli italiani), zuppa di ceci, manzo, maiale (dall’ottima cottura), verdure, ananas. L’albergo è carino, le camere sono delle palafitte di legno, molto pulite e gradevoli.

Dopo pranzo col pullman andiamo al porto cittadino, luogo in cui prendiamo delle barche per traghettare sull’altra sponda del fiume dove, adiacente ad un mercato caotico, ci attendono dei fuoristrada che ci porteranno a visitare le Hpo Win Daug Caves (L275 – M155), le Grotte degli sciamani. Saliamo sui mezzi e partiamo verso le grotte percorrendo la pianura caratterizzata da campagna; poco dopo transitiamo vicino ad estese aree cintate e delle montagne di pietrisco indicano che siamo nella zona mineraria di proprietà statale, dove estraggono rame. La guida racconta che di notte, la gente del villaggio, prende la terra per estrarre il prezioso minerale e poterlo vendere.

Lasciamo la pianura e cominciamo a salire sulle colline, la strada è sterrata ed i ponti sono di legno, l’autista procede a velocità abbastanza sostenuta continuando a suonare il clacson ogni volta che incontra qualcuno.

Dopo circa 45 minuti di viaggio ci fermiamo su un piccolo piazzale, siamo arrivati alle Grotte degli sciamani. Le prime grotte furono scavate nell’arenaria nel 900, nel 1400 sono state affrescate e gli affreschi, seppur parzialmente rovinati, sono ancora ad oggi visibili; nel 1780 vengono apposte le prime statue di Buddha in bronzo, nel 1900 cominciano i restauri e vengono apposte numerose statue ancora visibili.

L’origine del nome delle grotte si perde nella notte dei tempi, sembra che derivi dal fatto che il luogo era frequentato da sciamani che si riunivano per la preparazione di pozioni varie.

Accediamo alla prima grotta, è preceduta da un tempio di muratura, originariamente il tempio era di legno, oggi rimangono solo le porte di legno di teak intarsiato, visibili ai lati. La grotta è scavata nell’arenaria, all’interno una statua di Buddha e degli affreschi raffiguranti la sua vita. Proseguiamo lungo le pendici della collina, è un susseguirsi di grotte, alcune visibili, altre seminascoste dalla foresta tropicale, appaiono delle scimmie che, anche a distanza ravvicinata ci chiedono del cibo e, putacaso, dei ragazzini vendono dei sacchetti di arachidi da dare alle scimmie. Proseguiamo il giro sulle colline, vedendo grotte di ogni forma e dimensione, alcune sono abbastanza ben tenute, altre mostrano i segni del tempo e dell’umidità. In alcune possiamo osservare degli affreschi raffiguranti l’impronta del piede di Buddha o dei fiori di loto; una credenza locale vuole che transitare sotto questi affreschi, porti fortuna, allora visto che sono li perché non approfittarne?

In cima ad una collina, una grotta contiene una statua di Buddha morente, la caratteristica sono le gambe completamente distese e non flesse, come nelle statue precedentemente viste, questa fu la prima grotta scavata tra quelle presenti.

Scendiamo un poco dalla collina e troviamo un piazzale circondato da templi, sul piazzale si sono radunati gli abitanti del villaggio e sono comparse decine di urlanti scimmie. Visitiamo una grotta contenenti quattro grandi statue di Buddha ed una più piccola; questa grotta fu restaurata nel 1901. Nonostante il restauro complessivo del sito, iniziato nei primi del 1900, solo ultimamente sono stati effettuati degli interventi conservativi e se non proseguiranno celermente, potrò dire di aver visitato le grotte pochi decenni prima della loro distruzione a  causa dell’umidità, delle infiltrazioni d’acqua e della foresta che avvolge tutto.

Sulla facciata della montagna, vediamo una grotta con la rappresentazione del Monte Merù, di fianco all’entrata una forma piramidale scolpita nella roccia rappresenta i sette monti ed i sette mari da superare per raggiungere il monte sacro ai buddisti. Nella scultura la parte rappresentante le montagne è in altorilievo, mentre la parte rappresentate il mare è in bassorilievo, in cui sono scolpiti dei pesci. Sopra la forma piramidale, sono rappresentati i 26 piani del paradiso.

Poco distante, una grotta contiene la statua più grande del complesso, rappresenta Buddha sdraiato ed è lunga 27 mt.

Seguendo un percorso ai limiti della foresta, scendiamo dalla collina e saliti suoi fuoristrada, ripercorrendo la strada percorsa nell’andata ritornando al fiume. Nel viaggio transitiamo vicino a terreni recintati, dove la pastorizia è diffusa, al posto delle classiche palafitte noto delle abitazioni, significa che qui la piovosità è minore che in altre zone del paese.

Arriviamo al fiume e m’accorgo d’essere ricoperto della terra sollevata dai fuoristrada che ci precedevano, ho proprio il viso ricoperto e questo si nota bene, quando tolgo gli occhiali da sole, per fortuna che in albergo ci attende una bella doccia.

Prendiamo la barca per attraversare il fiume, mentre il tramonto lascia spazio a nuvole minacciose, lontano, sul fiume si vedono dei lampi. Rientriamo in albergo che il buio è già calato sulla città, una doccia e poi, visto che l’internet point è accessibile, il collegamento internet funziona ed i costi sono accettabili, ne approfitto per inviare mie notizie tramite la solita catena di amici.

La cena la consumiamo in albergo, verdura fritta (un piatto chiamato tampura, fatto con farina di riso e verdure), zuppa con uova di quaglia, spaghetti di grano, riso saltato, agnello, pesce, cavolfiori. Servono un dolce fatto con pasta di riso farcita con cocco, poi delle banane.

Durante la cena comincia a piovere copiosamente, attendiamo che il temporale diminuisca d’intensità e ci rechiamo presso la hall dell’albergo per giocare a carte e chiacchierare un poco. Poi mi ritiro in camera per la sistemazione del diario e m’addormento con negli occhi la visione delle grotte scavate nell’arenaria viste nel pomeriggio.

 

 

20 ottobre 2006

Alla mattina, il pullman che il giorno precedente aveva l’aria condizionata rotta è stato sostituito con un altro perché dovendo fare molta strada avremmo dovuto viaggiare con i finestrini aperti. In effetti troviamo un altro pullman, ma …….. è quello che abbiamo cambiato due giorni prima ed anche questo aveva l’aria condizionata non funzionante!!!! Diciamo un “ritorno al passato”.

Colazione e partiamo per Pakkoku, uscendo dalla città di Monywa noto delle palafitte di bambù ed altre di teak, lungo la strada vi sono delle segherie, dove, su concessione governativa, lavorano il legno di teak. La strada è contornata da piante di acacia con fiori rossi e gialli: l’accostamento è molto gradevole.

La strada che unisce le due città è stata costruita nel 1992, presenta innumerevoli buche e per lunghi tratti risulta non asfaltata. Per la manutenzione la strada viene suddivisa in tratti e l’esecuzione lavori viene appaltata a dei gruppi familiari. In quest’attività tutto il nucleo familiare lavora, gli uomini prendono i sassi dalle cave e a mano, li rompono fino a ridurli piccoli granelli che vengono messi nelle buche. Le donne, i ragazzi ed a volte si vedono anche dei bambini, sono parte attiva del lavoro; trasportano sassi dalle cave verso la strada oppure depositano i sassolini all’interno delle buche che poi ricoperte d’asfalto viene battuto con dei pesi. Il lavoro non è eseguito a “regola d’arte” in modo che la manutenzione sia continua e di conseguenza l’appalto del lavoro sia “garantito” nel tempo.

Dopo due ore di viaggio, ci fermiamo nel villaggio di Mau, costruito interamente con bambù e palme nel 1997, dopo che un incendio lo aveva completamente distrutto. Appena scesi dal pullman, vediamo delle donne impegnate nella fabbricazione artigianale delle stecche per gli incensi che realizzano con l’ausilio di una macchina impastatrice; pongono una stecca di bambù e chiudendo la macchinetta, permettono a queste stecche di passare in un impasto grigio che li avvolge. La lavorazione avviene singolarmente per ogni stecca e le stesse, successivamente, sono adagiate per terra sostenute da un legno per l’essiccazione dell’impasto. Le bacchette d’incenso prevedono un secondo rivestimento che è fatto altrove, varie essenze conferiranno il profumo voluto dalla combustione della bacchetta. Mentre le donne sono intente nella lavorazione delle stecche per l’incenso, degli artigiani lavorano le foglie di palma creando suppellettili ed oggetti per la casa.

Vicino al villaggio vediamo delle pagode del XII sec. e sparse nella foresta, i resti di altre pagode, la guida “c’invita” a non addentrarci nell’alta erba presente onde evitare l’incontro, poco piacevole, con qualche strisciante rettile. Proseguiamo per le pagode, qualcuna è bianca, qualcuna è in stato d’abbandono, dopo un breve percorso arriviamo in una radura dove sorgono delle scuole. Sosò regala ai bambini della prima elementare dei quaderni e delle matite; i bambini, contentissimi, ringraziano per la donazione.

Poco distante in un’altra scuola vedo dei ragazzi/e impegnati nell’ora di educazione fisica, gli esercizi fisici appaiono come una ginnastica “di regime” e ricordano i vecchi filmati dell’istituto Luce, del periodo antecedente la seconda guerra mondiale.

Ritornando verso il pullman, mentre attraversiamo il villaggio vediamo prima dei campi coltivati a sesamo, con le piante dai fiori gialli; poi un gruppo di donne recarsi presso il tempio, è il settimo giorno dopo la luna piena e per il calendario buddista è un giorno sacro.

Mentre riprendiamo la strada parzialmente asfaltata dirigendoci verso Pakkoku, Sosò continua la descrizione delle tradizioni birmane; i regali offerti dagli stranieri ai ragazzi sono tenuti come souvenir. Anche le penne e la cancelleria varia, non è utilizzata. In Birmania penne e cancelleria, reperibile a basso prezzo arriva dalla vicina Cina, ma la qualità non è elevata.

Transitando vicino a piantagioni di palma, ce ne descrive l’uso delle sue parti. Alla palma servono 15 anni per produrre le noci di cocco; le piante sono maschi e femmine, le femmine producono le noci di cocco ed i maschi producono dei baccelli, i contadini utilizzando delle scale fatte di bambù legate al tronco, salgono in cima alla pianta ed incidendo i baccelli, appongono dei recipienti per la raccolta del liquido in essi contenuto. Questo liquido viene fatto fermentare e produce una bevanda chiamata Toddy (L72), simile ad una birra leggera.

Della palma si utilizza tutto, le foglie servono per la realizzazione dei tetti delle abitazioni, delle pareti laterali e delle stuoie; il tronco viene usato per fare i pali dove edificare le abitazioni; le radici, raccolte, vengono pulite ed una volta bollite sono commestibili.

Sosò racconta che la tradizione individua l’esistenza di cinque nemici della popolazione: l’alluvione, l’incendio, il rifiuto di una persona che non mi vuole, il Governatore o il Re, ed infine il ladro.

Arriviamo a Pakkoku (L298 – M134), rispetto al programma iniziale saltiamo la visita alle rovine del Monastero di Pakhangyi, e ci fermiamo al mercato cittadino che è parzialmente chiuso perché oggi è un giorno di festa per i buddisti. Visto che vi sono delle bancarelle e dei negozi aperti, facciamo un giro in cerca dei tessuti caratteristici del luogo in quanto questa è la zona di produzione dei tessuti birmani.

Girando per il mercato troviamo un bel negozio di tessuti ed entriamo a veder quello che c’è, all’interno vedo anche delle ciotole nere, sono quelle che i monaci usano per chiedere l’elemosina. M’informo e comprendo che le ciotole posso essere realizzate con tre materiali differenti, le tradizionali sono in terracotta smaltata o in bambù laccato, quelle più moderne e meno belle sono fatte di ferro smaltato.

Pakkoku è una città famosa per le piantagioni di tabacco e per la sua lavorazione; di proprietà dello stato sono le fabbriche di sigarette, mentre i sigari sono prodotti da artigiani locali. Anche le tessiture di cotone sono note e diffuse in città, qui sono presenti le fabbriche di abiti per tutti i vari ministeri della Birmania; ognuno con un proprio stile.

Ci fermiamo in città per la sosta per il pranzo; gamberi fritti, zuppa di verdura e pesce, pollo, patatine fritte (abbondanti dietro precise indicazioni di Sosò che ha notato come nei giorni precedenti le mangiavamo di gusto), banane.

Ripartiamo col pullman e ci dirigiamo presso un villaggio di capanne che sorge in riva al fiume, siamo circondati da bambini e di venditrici di tessuti; trasbordano le nostre valigie su barche, saliamo e partiamo verso Bagan.

Durante la navigazione sulle calme acque del fiume Ayeyarwady, vedo delle chiatte e delle barche cariche di mercanzia, qualcuna carica di sacchetti di riso e qualcuna carica di fusti metallici voti (comprendo che sono vuoti in quanto la linea di galleggiamento della barca è alta). Questo fiume ha la caratteristica di non avere la corrente due volte al giorno, ed in effetti navigare sulle ferme acque di un fiume è molto inusuale. La navigazione procede con calma, solo il rumore del motore diesel rompe il silenzio del fiume; ad un certo punto, improvvisamente compaiono delle onde, la corrente ha ripreso a muovere le ferme acque. Lungo il fiume le sponde sabbiose sono molto alte, segno dell’erosione prodotta dal fiume, solo in prossimità d’affluenti, le alte sponde degradano per poi risalire. Sopra le sponde, oltre all’erba che si affaccia sul fiume, delle capanne sparse indicano che vi sono delle zone coltivate. Ad un certo punto inizia la foresta, si procede costeggiandola, quando ad un tratto dal verde delle piante spuntano improvvisamente delle pagode marroni ed una, molto imponente, dorata. La navigazione prosegue in un susseguirsi di pinnacoli che stagliandosi verso il cielo, si perdono a vista d’occhio. La vista spazia dal marrone del fiume, e si perde nell’azzurro cielo illuminato da un sole caldo, sulla sponda il verde della foresta è frammentato dai colori e dalle forme di centinaia di pagode, una visione che lascia meravigliati da tanta bellezza.

Attracchiamo a Bagan (L282 – M125) dopo aver navigato per parecchi km sul fiume, attorno a noi vi sono dei battelli da crociera, il verde della foresta e le pagode. Essendo la composizione del terreno sabbiosa non ha mai permesso di coltivare riso, quindi storicamente quest’area è stata dedicata all’edificazione di pagode. Oggi, intorno all’area archeologica di 42 km quadrati, si estendono campi coltivati ad arachidi, mais e fagioli.

A Bagan, originariamente c’erano 4.400 pagode, poi con l’abbandono, i terremoti e l’azione del tempo molte sono crollate. Attualmente sono presenti 2.230 pagode tra originali e restaurate. Nel 1975 un terremoto ha fatto cadere le guglie sommitali di tutte le pagode esistenti ed è iniziata un’imponente opera di restauro finanziata dall’Unesco, opera che attualmente è sospesa per alcune tensioni tra l’organizzazione internazionale ed il governo birmano. Nell’area vi sono tre tipologie di pagode, le originali, quelle restaurate e quelle rifatte. Lungo la strada verso la città di Bagan noto la costruzione di una pagoda.

Il sole sta per tramontare e lo spettacolo è unico; dalla foresta emergono decine di pagode, il sole illumina le loro punte marroni, bianche o dorate che si stagliano verso il cielo azzurro, è un bel preludio per la giornata di domani.

Arriviamo all’albergo, entriamo nella hall e restiamo incantati, è tutta rivestita di lacca, colonne, pareti, soffitto, tutto rivestito con lacca finemente decorata. Sembra voler dire “benvenuto nel regno della lavorazione della lacca”.

Nel tempo libero prima di cena, qualche componente del gruppo esce dall’albergo per fare un giretto chi con dei calessi, chi a piedi. Io mi posiziono vicino alla piscina e mi dedico a leggere la storia del posto ed i luoghi che domani visiterò; sono proprio nel cuore del regno delle pagode, l’aria che si respira è magica.

La cena è una vera sorpresa, è all’occidentale, insalata fresca, zuppa di patate, pollo alla griglia con verdure e patate, per dolce uno squisito creme caramel, il tutto servito in piatti e fondine. Dopo tanti pasti birmani e cinesi, una cena con i nostri sapori. Terminata la cena improvvisamente le luci si spengono, che succede? …… compare un torta illuminata dalle candeline, è il compleanno di Mariarosa! Sosò, sei un grande!! Ha fatto una sorpresa a tutti preparando autonomamente il festeggiamento del compleanno, anche in quest’occasione si è dimostrato veramente una stupenda ed attenta persona.

La sera trascorre seduto ai bordi della piscina chiacchierando con i componenti del gruppo.

 

 

21 ottobre 2006

Sveglia e quando usciamo dalla stanza refrigerata, la giornata si presenta calda ed afosa, colazione e poi partiamo per la visita delle pagode.

Percorriamo parte della piana di Bagan ed arriviamo alla Shwezigon Paya (L331 – M131), adiacente allo stupa dorato, prototipo degli stupa di tutta la Birmania, troviamo delle costruzioni in legno del XVII sec. La pagoda risale al 1058, sui muri interni, sono presenti delle formelle con la storia della vita di Buddha. Il rivestimento originale della pagoda era di pozzolana, attualmente è disgregato rendendo visibili i mattoni della struttura. Davanti alla pagoda sono presenti delle ciotole bianche che servono per la raccolta delle offerte; questo è il secondo tempio più importante della Birmania. Vicino allo stupa un edificio rettangolare, è il tempio di transizione dal periodo animista al periodo buddista; all’interno dell’edificio sono presenti le 37 statue legate alla tradizione animista, come già visto nella pagoda di Hintha Gon Paya a Bago. Le statue di legno decorato avevano la funzione di realizzare i desideri. Adiacente al tempio c’è un padiglione ligneo intarsiato, risalente al 1880 contiene delle tavole che descrivono 10 storie di Buddha, le colonne sono decorate con vetri colorati. Poco distante un edificio contiene statue animiste e la pietra da sollevare per esaudire i desideri, simile a quella vista a Mandalay;  due statue rappresentano il periodo di transizione delle religioni, il padre è animista, il figlio buddista. Proseguendo il giro della pagoda vediamo un padiglione ligneo contenente una statua di Buddha in piedi con un fiore di sicomoro, il plafone del padiglione è intagliato e decorato.

Poco distante, dal terreno affiora una tavola in arenaria dove vi è incisa la storia della pagoda, era tradizione che tutte le pagode avevano tavole simili, ma in molti casi sono state rotte o depredate. Vediamo un pozzetto posto per terra dal diametro di circa 10 cm., contenente acqua che crea il riflesso su cui è possibile osservare la punta della pagoda; la tradizione vuole che il re non potesse alzare la testa per vedere la punta della pagoda, altrimenti gli sarebbe caduta la corona e questo avrebbe portato sfortuna e disgrazie, compresa la caduta del regno. Ma il re utilizzando questo pozzetto poteva osservare la cima dello stupa, mantenendo saldamente in testa la corona.

Lasciamo la Shwezigon Paya e velocemente ci dirigiamo verso Kyan Si Tha Umin (L332), un tempio con all’interno degli affreschi che in origine era un centro di meditazione. La struttura presenta una serie di corridoi con soffitti a botte e nelle camere interne sono presenti porte in legno intarsiato; i corridoi sono affrescati con delle storie di Buddha; le camere hanno soffitti a volta incrociata. Sulle pareti vediamo affreschi raffiguranti danzatrici e mongoli (invasori del XIII sec.), la struttura è del XI sec. gli affreschi sono del XIII sec.

Attraversiamo la strada e vediamo un altro tempio, quello di Wet Kyi Inn, saliamo su una scala ed accediamo al tempio contenente affreschi raffiguranti storie di Buddha, ma a causa dei terremoti e delle infiltrazioni d’acqua, gli affreschi sono in parte irrimediabilmente rovinati; la porta affrescata è stata interamente coperta di calce.

Proseguiamo il giro dei templi e ci fermiamo a veder il tempio di Wet Kyi In Gubyaukggyi (L323 – M133), realizzato in stile indiano, con soffitti ad arco acuto. Le pareti sono divise in tre fasce di decorazioni, nella parte bassa vi sono delle formelle geometriche con disegni di Buddha posizionati all’interno ed all’esterno delle singole formelle in modo da dare continuità. La fascia centrale è costituita da una greca con disegni a forma di goccia capovolta, la fascia verso il soffitto presenta su un affresco, forme geometriche raffiguranti la vita di Buddha. Questi pannelli sono stati parzialmente asportati da un europeo e sono visibili in un museo del vecchio continente. La parte posteriore del tempio è fatta a forma di croce, il tempio è completamente affrescato e gli artisti utilizzavano fino a sei strati di calce per poter lisciare completamente la superficie e poterli decorare.

Lasciamo il tempio di Wet Kyi In Gubyaukggyi e ci rechiamo a visitare il tempio di A Loto Pye, è un tempio del primo periodo.

Ma che significa primo periodo? I templi presenti nell’area di Bagan sono stati edificati in tre periodi storici ben precisi; il primo periodo dura dal 849 al 1113, il secondo periodo dal 1114 al 1174 ed infine il terzo periodo dal 1175 al 1287. Ogni periodo ha delle proprie caratteristiche architettoniche, gli edifici del primo periodo presentano delle finestre traforate da dove penetra poca luce, i mattoni utilizzati per la realizzazione di questi templi sono di grande formato; i templi del secondo periodo sono più alti, hanno finestre grandi e sono abbelliti con disegni di fiori; il terzo periodo è caratterizzato dalla costruzione di grandi templi realizzati in stile moderno, molto più luminosi dei precedenti e decorati all’esterno con pozzolana. Questo periodo che vede la fioritura di templi edificati da regine e dai ministri.

Ritorniamo alla descrizione del tempio di A Loto Pye, chiamato “Realizzare i desideri”, edificato nel 1090, secondo la tradizione birmana questo è il primo tempio da visitare; è un tempio solitamente tralasciato dai turisti e frequentato principalmente dai birmani. All’entrata troviamo un edificio di legno, all’interno vi sono quattro statue di Buddha, custodite in nicchie, alle pareti affreschi policromi, la volta è a volte incrociate. Le statue di Buddha sono ricoperte di pietre preziose, diamanti, rubini, zaffiri, perle e smeraldi.

Adiacente al tempio, uno stupa chiamato “pagoda verde”, è l’unica pagoda in tutta la Birmania ad essere ricoperta di piastrelle di vetro smaltato di colore verde. Essendo uno stupa, la salita alla terrazza è concessa solo agli uomini; salgo e dalla terrazza si domina la pianura che, seppur coperta dalla foresta tropicale, appare costellata di pagode di varie forme, dimensioni e colori; uno spettacolo veramente unico, scatto qualche foto e ridiscendo. Raggiungo il gruppo che, poco distante sta salendo sulla terrazza di un tempio, dove l’acceso è permesso anche alle donne, il gruppo incantato da tanta bellezza si ferma ad ammirare e fotografare. Scendiamo dalla terrazza del tempio, usciamo dal recinto delle pagode ed in pullman ci dirigiamo presso il tempio di Htilommlo Phato (L322), il “tempio del re e dell’ombrello”. Il nome deriva da una leggenda legata al sovrano che fece edificare il tempio; avendo quattro maschi e volendo far costruire un tempio per il figlio minore, suo prediletto, decise che il tempio fosse dedicato a chi era sorteggiato da un ombrello che cadeva, portati i figli sul luogo, l’ombrello che aveva in mano “cadde miracolosamente” sul figlio minore, allora fece costruire il tempio col nome del figlio, che successivamente divenne anche re.

Anche questo tempio era rivestito di pozzolana decorata, sulla facciata del tempio, nella parte dove la pozzolana è caduta, è possibile osservare il posizionamento dei mattoni che compongono la struttura. Posti su strati orizzontali, sono intervallati da uno strato verticale, questo oltre che creare un abbellimento della facciata, rafforza notevolmente la struttura, infatti, questa disposizione, ha permesso all’edificio di resistere ai vari terremoti nel corso dei secoli. Sulle pareti sono visibili dei pezzi del rivestimento originale di pozzolana con motivi a greca, a fiore, tutti finemente lavorati si alternano ricoprendo parte della parete, rendendo una vaga idea di quale fosse stata la bellezza originale.

L’edificio è costruito su due piani, le finestre ad arco acuto, permettono il passaggio di molta luce. All’interno vi sono affreschi, i cui disegni sono stati realizzati con tempera su sabbia. Sulla parete di destra, appena entrati troviamo un affresco che rappresenta un oroscopo; il tempio edificato nel 1218 conserva l’originale statua di Buddha di bronzo dorato. Il soffitto è interamente ricoperto d’affreschi con disegni floreali, le porte ed i soffitti sono ad arco acuto e manifestano una bell’armonia. Nella struttura del tempio sono presenti quattro ingressi tutti con il soffitto decorato a fiori.

Proseguiamo nel giro ed arriviamo al settimo edificio della mattinata, è il tempio di Ke Min Ga, una costruzione del XII sec.; all’interno il soffitto è ad arco acuto incrociato, le pareti sono interamente affrescate, è presente una statua di Buddha in arenaria, al piano superiore per sostenere la struttura vi sono due architrave in arenaria incrociate, ai bordi laterali delle stesse sono state costruite delle statue di Buddha, dove la testa poggia sulle travi e, sotto nello spazio tra la trave ed il pavimento, è stato realizzato il corpo della statua. Salendo sul terrazzo per vedere le statue, posso godere di un panorama a perdita d’occhio sulle pagode.

Vicino al tempio di Ke Min Ga, un tempio più piccolo contiene affreschi unici di colore verde, colore ricavato dalle foglie di the.

Saliamo sul pullman e ci dirigiamo al ristorante per il pranzo, durante il percorso transitiamo vicino ad un muraglione; è la cinta dell’antico palazzo reale, di cui vediamo l’imponente fossato ed una zona dove, gli archeologi hanno calcolato sorgesse il palazzo reale, essendo stato realizzato in legno, non rimane nessuna traccia. Dalla parte opposta della strada, lo stato birmano ha ricostruito un modello in dimensioni reali dell’antico palazzo reale utilizzando mattoni rossi, il tetto è in lamiera verde con decorazioni di ferro dorato; la struttura, seppur imponente, rispecchia molto lontanamente la bellezza dell’originale palazzo.

Pausa in un ristorante posto lungo il fiume, pranziamo all’aperto coperti da un’enorme tettoia, sotto di noi scorre placidamente il fiume Ayeyarwady. Verdure fritte, zuppa di verdura, maiale, manzo, gamberi alla griglia, verdure, melograno e papaia; terminato il pranzo rientriamo in albergo per evitare la calura delle prime ore pomeridiane di questa calda ed afosa giornata.

A metà pomeriggio riprendiamo il pullman e proseguiamo il tour dei templi. Facciamo sosta per visitare il Builthy Siem Nyet, edificato nel XII sec., il complesso realizzato in onore di due sorelle, è composto da tempio e stupa, i due edifici, seppur completamente diversi tra loro, sono stati edificati con lo stesso numero di mattoni; anche qui l’esterno era decorato con pozzolana.

Usciamo dal complesso e proseguiamo verso il Manuha Paya (L326 – M133), sul piazzale della pagoda è presente un’enorme ciotola in arenaria dorata; una volta l’anno la ciotola viene riempita di riso, che poi viene distribuito ai poveri: l’offerta serve per ricordare che la morte può sempre, improvvisamente, arrivare.

Il complesso contiene un edificio, dove sono presenti due statue, che ricordano un re e la moglie catturati durante una guerra, volutamente non uccisi, furono fatti prigionieri e segregati in questo luogo. Il re per manifestare la sofferenza che provava ad essere prigioniero, anche se era in una prigione dorata, ma pur sempre di prigione si trattava, decise di far edificare un tempio contenete delle enormi statue di Buddha, proprio per manifestare la sofferenza da lui provata durante la prigionia. Il tempio dall’altezza massima interna che non supera i 25 metri, contiene delle statue; la maggiore è alta 16 mt, ai lati altre due statue alte 11 mt.: opposta all’entrata, un’altra statua di Buddha sdraiato, lunga 27 mt.

A pochi metri di distanza visitiamo il Man Paya (L327), una costruzione realizzata interamente in arenaria, si dice che questa sia stata la prigione del re di cui sopra. L’edificio è uno dei quattro templi fondamentali di Bagan; realizzato dall’etnia Mon nel primo periodo quando l’induismo era ancora molto presente. Il tempio presenta delle finestre traforate che permettono il passaggio di poca aria e luce; all’interno le pareti sono di arenaria scolpita, nelle pareti sono presenti delle nicchie e dei ganci che fungevano da sostegno per le lampade dell’illuminazione.

Lasciamo questo complesso e ci dirigiamo verso Shwe Gugyi (L 319), è un tempio con una posizione particolare, da ogni finestra dell’edificio, si vede un pagoda; è unico nel suo genere. All’interno presenta il soffitto a botte, sull’altare è presente una statua dorata di Buddha, le finestre sono ad arco acuto.

Poco dopo visitiamo il tempio di Than Dan Gya, “sbadiglio del re”, edificato nel 1284, all’interno vediamo una statua di Buddha realizzata con mattoni di origine lavica, la statua è incompiuta. Anche qui il rivestimento era di pozzolana decorata. Usciamo dal tempio ed incontriamo un serpentello di colore verde, chiaramente ci allontaniamo lasciando il rettile a riposare.

Proseguiamo il giro ed arriviamo al Lokahteik, un tempio del XII sec. l’interno è completamente affrescato, il soffitto è a volte incrociate, è presente un altare con sopra una statua dorata di Buddha.

Usciamo che è pomeriggio inoltrato, ci apprestiamo a raggiungere il 14° ed ultimo tempio della giornata, la stanchezza comincia a farsi sentire, arriviamo presso la Shwesandaw Paya (L324 – M131), quando il tramonto sta per iniziare, saliamo i ripidi gradini che portano alle terrazze e mentre saliamo guardiamo il panorama. Qualcuno del gruppo si ferma, io proseguo e salgo tutte e cinque le terrazze, girando sulla terrazza più alta osservo le centinaia di pagode che si vedono ovunque a perdita d’occhio. Il sole sta tramontando dietro le nuvole, le pagode si perdono tra le palme, il bianco, l’oro, il marrone delle pagode pian piano sbiadisce lasciando spazio alla notte che sta calando. Scendiamo dalle terrazze del tempio, saliamo sul pullman e rientriamo in albergo, sistemo gli appunti presi durante la giornata, i riferimenti da cercare sono proprio numerosi, doccia e poi si riparte per la cena con spettacolo di marionette in un ristorante birmano.

Lungo la strada per il ristorante attraversiamo la piana con i templi che abbiamo visto nella giornata, qualche stupa dorato è illuminato e l’oro luccica nel buio della sera, lo spettacolo è veramente affascinate e sublime.

Arriviamo al ristorante, ceniamo all’aperto in un cortile, su un lato dello stesso c’è uno spazio dedicato all’orchestra ed il palco per lo spettacolo delle marionette. Inizia lo spettacolo, articolato in più scene monografiche; raccontando varie storie, scorrono 28 soggetti, oltre un giullare. Tutto lo spettacolo è accompagnato da musica e canti. La piacevole rappresentazione perdura quasi tutta la cena. E’ uno spettacolo fatto più per i turisti che per i birmani che “trascurano” qualsiasi forma di spettacolo tradizionale. Durante la cena ci servono sfoglie di riso fritte, zuppa di lenticchie, verza con limone, gamberi secchi conditi con peperoncino (un piatto tradizionale birmano, molto piccante), verdure cotte, pesce, maiale; la cucina è veramente gustosa. Verso la fine della cena arriva un piatto … Grana Padano !!! Mariella, lo ha portato dall’Italia, lo condivide con tutti, è una sorpresa per tutto il gruppo. Per terminare la cena arrivano delle banane flambé ed un buon caffè. Tutta la cena è accompagnata da riso bianco condito con succo di cocco, è un ottimo abbinamento per tutti i piatti.

Alla fine della cena rientriamo in albergo, il cielo appare sereno e stellato ma in lontananza si vedono dei lampi che rischiarano la notte; chissà come sarà la giornata domani?

 

 

22 ottobre 2006

E’ domenica, santifichiamo la festività, colazione e poi partiamo per la piana di Bagan, la prima tappa della giornata è il mercato locale nel quartiere di Gnaö, la felicità delle donne è incontenibile, dopo la precedente giornata dedicata interamente alla visita dei templi, un pò di shopping ci voleva proprio. Sulla strada verso il mercato transitiamo nella zona dei templi, seppur sono sul pullman in movimento, in alcuni templi attraverso le finestre si scorgono le statue di Buddha. Arriviamo al mercato cittadino dove, girandolo, si trova di tutto, tessuti, oggetti di lacca, artigianato locale, statue, gioielli, riso, pesce, carne e … la possibilità di acquistare carne cotta alla griglia, una specialità locale: roditori provenienti dalla campagna. Esatto !! Topi alla griglia; paese che vai, usanza che trovi!

Lasciamo il mercato e riprendiamo il tour dei templi, arriviamo nella “zona dei monaci”, vediamo alcuni edifici quadrati e bassi, erano le abitazioni dei monaci, oggi abbandonate in quanto la zona è divenuta prettamente archeologica.

Il primo tempio che visitiamo è il Payathonzu (L330), “i tre templi”, l’edificio appare all’esterno di forma rettangolare e come dice il termine, racchiude tre templi ben distinti con entrate indipendenti ma collegati tra loro da un passaggio interno. Il tempio edificato nel XIII sec. non fu terminato per l’invasione dei mongoli. Gli affreschi presenti sono originali, delle tre statue di Buddha presenti, una sola è originale. I tre templi hanno il soffitto a volte incrociate, le porte e le finestre sono ad arco acuto. Dall’entrata, il tempio di sinistra presenta le pareti completamente ricoperte di affreschi policromi, il tempio centrale ha gli affreschi quasi terminati, ed il tempio di destra è interamente affrescato e conserva la statua originale. Le statue erano apposte solo quando gli affreschi erano completamente terminati; l’incompiutezza dovuta all’invasione mongola ci permette di vedere le varie fasi della lavorazione.

Proseguiamo la visita vedendo Tham Bula Paya (L330), il tempio prende il nome dalla regina che lo fece edificare, l’intonaco esterno è in pozzolana decorata, quello interno è in pozzolana affrescata con episodi della vita di Buddha e dei monaci.

Il terzo tempio che visitiamo è Tayoke Pye Paya (L330), edificato nel 1287, è una costruzione spettacolare per le innumerevoli guglie presenti che creano un composto armonico. Un dato curioso va riportato, terminata la costruzione del tempio la cupola crollò.

Durante il trasferimento per il tempio successivo, ci fermiamo a visitare il villaggio di A Nout Pwa Saw. Scendiamo dal pullman e facciamo un giro in questo villaggio abitato dall’etnia Mon, dedicata alla pastorizia ed all’agricoltura; nel villaggio fatto di capanne di bambù tutte recintate, vediamo un frantoio che mosso da mucche girando in circolo azionano la macina per la produzione dell’olio di sesamo. Successivamente in una capanna, possiamo osservare la lavorazione artigianale del bambù per produrre oggetti di lacca. Il bambù viene diviso in sottili strisce che vengono utilizzate per dare forma agli oggetti. Del bambù si utilizza la parte centrale del fusto, viene scartato l’esterno e viene utilizzata solo l’anima. Questi artigiani producono oggetti fatti con quattro strati di lacca.

Riprendiamo il nostro itinerario per i templi e visitiamo il Gubyaukgyi Myin Ka Bar (L326), il tempio a pianta quadrata presenta delle finestre traforate, ed anche in questo caso, l’aria che circola e la luce che entra sono limitate. Al centro del tempio una cappella, anch’essa quadrata custodisce una statua di Buddha in arenaria colorata; il corridoio che esiste tra la struttura perimetrale esterna e la cappella interna, ha pareti completamente affrescate. Sono gli affreschi più belli di tutta la piana di Bagan; realizzati su uno strato di pozzolana sono policromi, raffigurano storie di Buddha. Sulle pareti, oltre agli affreschi, sono presenti delle scritte di etnia Mon. Nelle pareti esterne della cappella centrale, sono presenti delle nicchie contenenti delle piccole statue di Buddha.

Usciamo dal tempio e poco vicino visitiamo una pagoda contenente una stele scritta in quattro lingue; è il primo documento scritto in birmano e risale al 1113. La prima forma di scrittura birmana utilizzava caratteri quadrati, mentre la scrittura attuale utilizza esclusivamente caratteri di forma rotonda.

Proseguiamo il tour arrivando al quinto tempio della mattinata è Ananda Pahto (L321 – M129), il tempio per eccellenza, il tempio delle 10.000 guglie. Imponente, bianco, circondato da una cinta da cui si accede da quattro portali che immettono in colonnati; la struttura del tempio, all’esterno, manifesta la storia di Buddha in tre modi:

  • tramite 1.447 piastrelle smaltate poste sull’edificio;
  • tramite gli affreschi;
  • tramite le statue.

E’ l’unico tempio di tutta la piana di Bagan realizzato a forma di croce greca, la struttura si sviluppa su più piani. Il tempio presenta finestre a sesto acuto, all’interno la luce entra ed illumina i corridoi, è veramente uno stile unico per la bellezza e l’armonia espressa. Alle quattro entrate sono poste delle statue di Buddha, due sono originali, realizzate in un unico pezzo di legno di teak dorato. Le statue hanno una struttura il cui viso sembra modificarsi con la prospettiva, infatti osservandola da lontano, la statua sembra abbia un aspetto molto severo, avvicinandosi, l’espressione seria si trasforma in un dolce sorriso. Le porte d’entrata sono alte 10 mt dal peso di una tonnellata ad anta.

All’interno il tempio presenta un interno quadrato, circondato da due corridoi che percorrono l’intero perimetro, uno più esterno e l’altro più interno; alle pareti degli stessi sono presenti delle nicchie contenenti statue dorate di Buddha in legno ed in arenaria.

Lasciamo Ananda Pahto e ci apprestiamo a visitare l’ultimo tempio della mattinata e, durante il viaggio ci fermiamo a fotografare uno stupa interamente rivestito in oro, la pagoda di Da Ma Ra Zika, il rivestimento e l’illuminazione notturna è stata voluta e pagata dal primo ministro del governo birmano. Proseguiamo il tragitto ed arriviamo al tempio di Dhammayangyi (L324 – M131), realizzato da un sovrano che per acceder al trono ha ammazzato il padre ed il fratello: per dimostrare il suo pentimento fece edificare questo tempio. La costruzione della struttura procedette volutamente a rilento, questo per creare una solida e ben assestata struttura, resistente nei secoli ai terremoti. Attualmente, l’interno è abitato da pipistrelli e noi ci soffermiamo ad osservare l’imponente tempio dell’esterno, scattiamo qualche foto e poi ripartiamo

La mattinata è trascorsa velocemente e si avvicina l’ora di pranzo, ci rechiamo presso un ristorante posto sulla riva del fiume dove ci servono: verdura fritta, zuppa di lenticchie, manzo, pollo, gamberi alla griglia, verdure con aglio, banane fritte, Nescaffè.

Alla fine del pranzo, visto che è l’ultimo giorno prima della partenza per la Cambogia, diamo a Sosò un piccolo pensiero per la sua disponibilità, la professionalità e la puntigliosità dimostrata; un pò di commozione serpeggia tra il gruppo.

Lasciamo il ristorante ed andiamo a visitare un laboratorio artigianale dove creano oggetti di lacca; la lacca è una vernice ottenuta dal lattice estratto dalla corteccia dell’albero della lacca (Rhus Vernicifera) e fatta essiccare in apposite condizioni di temperatura ed umidità. La lacca proviene dallo stato di Shan. Come avevamo già visto nel villaggio di A Nout Pwa Saw, nella mattinata, il bambù viene tagliato in sottili listarelle che vengono usate per dar forma ad oggetti vari; per realizzare oggetti particolarmente flessibili (tipo bicchieri), le listarelle vengono intrecciate con crini di cavallo. Una volta che l’oggetto ha assunto la forma voluta, l’artigiano applica un primo strato di lacca di colore nero; poi l’oggetto viene posto in una cantina per la giusta asciugatura, questa permanenza dura una settimana; così gli artigiani procedono per i vari strati di lacca. Gli oggetti prodotti qui hanno, 12 strati di lacca, quindi servono ben 84 giorni solo per la corretta asciugatura. Terminati gli strati di lacca nera vengono applicati degli strati colorati; lo strato colorato viene apposto e viene fissato con una resina di acacia, successivamente viene apposto un altro colore ed anch’esso fissato con la resina, così procedono con tutti gli strati di colore che l’artista decide di apporre.

Terminata questa lavorazione, passano alla decorazione, la prima fase è eseguita con una penna di ferro, che serve per le incisioni sulla lacca; gli uomini lavorano le figure grandi, le donne rifiniscono i dettagli ed i particolari. La lavorazione è un lavoro di squadra, dove ognuno con la propria sapienza ed arte, crea il presupposto affinché il prodotto finito sia di elevata bellezza.

Essendo nel regno della produzione della lacca birmana, quale migliore occasione per non procedere agli acquisti?

Con le ultime compere termina il tour a Bagan, rientriamo in albergo per controllare le nostre valige e rinfrescarci velocemente prima di partire per l’aeroporto diretti a Yangon. All’aeroporto di Bagan c’imbarchiamo sul volo diretto alla capitale, purtroppo il soggiorno in Birmania si sta concludendo. Durante il volo ne approfitto per controllare le foto fatte e veder quante ne ho ancora a disposizione sulla scheda, sono 470, sicuramente basteranno per il soggiorno in Cambogia.

La sensazione che ho avuto girando per la Birmania, è quella di passare in luoghi conosciuti, davvero è una strana percezione, sarò un caso di reincarnazione? Se si spero d’essere in uno dei 26 paradisi della religione buddista.

Non so cosa mi aspetterà in Cambogia, ma la Birmania è davvero bella, Sosò afferma che in questo tour abbiamo visto i posti più belli del suo paese. Personalmente mi sarebbe piaciuto restare qualche giorno in più e poter liberamente girare per le città e per i paesi osservando meglio la vita delle persone, poter visitare altri luoghi meno battuti dai turisti e più frequentati dalla popolazione.

Arriviamo a Yangon e ci dirigiamo all’hotel, riprendiamo le valigie lasciate qualche giorno fa. Durante la cena buffet nell’albergo, ritroviamo qualche sapore europeo, sempre gradito dopo qualche giorno di cucina birmana e cinese. Il dopo cena è dedicato alla preparazione della valigia per la partenza ed alla sistemazione degli appunti del viaggio in Birmania.

 

 

23 ottobre 2006

Sveglia, colazione e prima di uscire dall’albergo lascio a Sosò i pochi khat rimastimi oltre a delle magliette e pantaloni da dare ai lebbrosi; Sosò ringrazia anche a nome della sua gente. Con tutte le nostre valigie saliamo sul pullman ed attraversando per l’ultima volta Yangon ci dirigiamo verso l’aeroporto. Ci fermiamo a scattare le ultime foto della città, transitiamo vicino alla Shwedagon Paya, che è stata la prima pagoda visitata, il sole è dalla parte opposta, quasi a voler nascondere la bellezza dello stupa dorato, il cielo è azzurro turchino, interpreto questa visione come un bel saluto ed un invito a tornare in questa meravigliosa terra costellata di migliaia di pagode dorate.

Velocemente arriviamo all’aeroporto e Sosò, con un suo collega dell’agenzia, si dedicano a sbrigare tutte le pratiche per la partenza; veramente un ottimo e completo servizio fornito dall’agenzia birmana. Imbarcate le valige, salutiamo Sosò e tutto il gruppo transitando dal check-in, si ferma nella sala d’attesa aspettando l’aereo per Bangkok. Guardo l’aeroporto che è in fase di costruzione, sulla pista sono fermi degli aerei, ogni tanto decolla qualche aereo militare con varie tonalità di colore, verde, marrone, azzurro e bianco. Siamo in una sala della vecchia struttura dell’aeroporto, si nota che è datata. Decolliamo con un aereo della Thai, il servizio a bordo è sempre ottimo, il viaggio è allietato da uno spuntino di pesce e riso. Nello zaino deposito la guida della Birmania ed estraggo quella della Cambogia, approfitto del volo per leggere la storia e qualche informazione sul paese dove ci stiamo recando. Passare da uno stato all’altro, seppur vicini è sempre un notevole salto mentale; cultura, storia, tradizioni usanze differenti creano sempre qualche problema nell’immediato adattamento. La tecnica della “conoscenza zero” funziona sempre, mai dare qualcosa per conosciuto o per assodato, ma adattarsi sempre al paese dove vai.

Atterriamo a Bangkok, finalmente posso accendere il cellulare e leggere gli sms che nel frattempo erano arrivati, qui è mezza mattina ed in Italia è ancora notte, è “poco delicato” telefonare a quell’ora. Invio degli sms dicendo dove sono e che sto bene e, durante la permanenza in aeroporto, qualche telefonata e qualche sms dall’Italia arrivano ”bentornato nella civiltà ….” recita uno degli sms, in effetti è vero, abituati ai servizi offerti dalla tecnologia, il non poter comunicare liberamente era un poco limitativo.

Dopo qualche ora d’attesa c’imbarchiamo su un ART 72 della Bangkok Airways, l’aeromobile è completa, decolliamo in ritardo. Durante il volo sorvoliamo sterminate pianure coltivate, i rilievi montuosi sembrano assenti, dall’alto si vede solo qualche piccola collina sparsa qua e là. Parrebbe di vedere enormi estensioni coltivate a riso; noto delle macchie verdi poste in prossimità dei villaggi e lungo i percorsi dei fiumi, sono piante di palme e tratti di foresta. Per diversi minuti sorvoliamo terreni allagati, non comprendo che sia, alla fine noto che l’acqua lambisce la pista dell’aeroporto. Scoprirò poi che si tratta del lago Tonlé Sap, che in seguito all’abbondante pioggia delle giornate precedenti è al suo massimo livello.

Atterriamo all’aeroporto di Siem Reap (L114 – M92), una città posta nel nord della Cambogia. Alla dogana aeroportuale dobbiamo presentare i passaporti, i visti, le foto e tutto quanto richiesto dalla burocrazia cambogiana. Ad aspettarci c’è un inviato dell’agenzia locale, che raccoglie tutti i nostri documenti e s’interessa lui per il nostro ingresso; usciamo dall’aeroporto e saliamo su un pullman da 30 posti, mentre le valigie vengono caricate su furgoncini ci saranno recapitate direttamente in albergo.

Facciamo conoscenza con la guida che ci accompagnerà in questo breve soggiorno, si chiama Sarath, parla un italiano non fluente, ma con attenzione è comprensibile. A causa del volo aereo siamo in ritardo, avremmo dovuto vedere il tramonto sul lago da una collina, ma vista l’ora si cambia programma.

Col pulmino, avvicinandoci alla città vediamo molta gente che a bordo di biciclette lascia il centro città dirigendosi verso la campagna. Sarath ci spiega che sono lavoratori edili che si alzano alle 5 del mattino, arrivano in città dove lavorano fino alle 17; per recarsi al lavoro percorrono anche 20 km.

Siem Reap dista 310 km dalla capitale della Cambogia; uno stato che dopo la dittatura dei khmer rossi, terminata nel 1979, non si è ancora ripreso.

Durante il tragitto noto che le abitazioni sono di bambù, di teak e di mattoni, tutte a palafitta ed i pilastri portanti sono di teak o di cemento.

Attraversata la città, velocemente arriviamo al Tonlé Sap (L51 – M91), il lago a seguito delle piogge ha un livello molto alto, c’imbarchiamo su un battello e navigando vediamo un villaggio galleggiante, le abitazioni sono realizzate su zattere o su barconi; durante la navigazione il sole che tramonta dietro le montagne crea un effetto suggestivo.

Ci fermiamo presso un battello che funge da negozio e da bar, adiacente al battello, un recinto posto nell’acqua contiene dei coccodrilli allevati per la pelletteria.

Rientriamo verso la terraferma che è buio, il timoniere si fa guidare dalle stelle e dal riflesso dell’acqua, verso riva un ragazzo con una torcia elettrica lo aiuta ad illuminare lo specchio lacustre ed evitare di travolgere qualche piroga presente. Dalle case galleggianti si vedono le scene di vita quotidiana, le barche sono destinate ad abitazioni, a negozi, a bar, perfino un ospedale ed una chiesa. Tutto il villaggio galleggiante segue l’andamento dell’acqua del lago. Dopo le piogge la superficie del lago diventa di 10.000 km quadrati, mentre alla fine della stagione secca la superficie è ridotta a 3.000 km quadrati.

Nelle abitazioni, noto uomini e donne sdraiati sulle amache, bimbi che giocano, famiglie a cena, TV che funzionano, insomma uno spaccato della normale vita quotidiana di queste persone. Qui vivono numerosi vietnamiti immigrati, i cui figli, sulla terraferma, chiedono in modo insistente la carità.

La calma navigazione è disturbata da nugoli di zanzare che s’abbattono si di noi; attracchiamo, abbandoniamo il battello e saliti sul pulmino, ci dirigiamo verso Siem Reap; il traffico è sensibilmente diminuito, lungo la strada si vedono dei mercatini.

Un particolare attira la mia attenzione, i semafori sono dotati di un cronometro che indica il tempo mancante prima che cambi colore, si ferma 30 secondi sul rosso e 30 secondi sul verde.

L’impatto è d’essere in un paese molto diverso dalla Birmania, qui i telefonini funzionano, molte automobili girano, vi sono distributori di benzina, alberghi e negozi appaiono ordinati e puliti; i tratti somatici della gente sono diversi da quelli birmani.

Arriviamo in albergo; è ampio e lussuoso, veramente un altro confort rispetto alla Birmania. La cena a buffet, con una cucina orientale che tenta d’avvicinarsi al gusto occidentale, o forse è solo un’impressione in quanto abbiamo cambiato nazione? Alla fine della cena tento d’uscire dall’albergo, ma il caldo umido è insopportabile, rientro e con l’aria condizionate si sta decisamente meglio.

 

 

24 ottobre 2006

Sveglia alle 7,00, l’albergo è pieno di giapponesi, a colazione sembrano delle cavallette affamate, divorano di tutto, e come tradizione vuole, sono armati di ogni prodotto per tecnologico; con le macchine fotografiche fotografano di tutto, compresa la hall dell’albergo e le sale adiacenti. Partiamo per le escursioni della giornata a bordo del pulmino, questo è lo standard dei bus che qui viaggiano, 30 posti calcolati sulle dimensioni degli asiatici, facciamo fatica a restare seduti a lungo, le nostre gambe sono praticamente incastrate tra i sedili. Partiamo ed attraversiamo Siem Reap, Sarath sforzandosi di parlare correttamente italiano, ci spiega alcune cose della Cambogia.

La nazione vede una prevalenza buddista del 90%, l’analfabetismo è al 25%, il 70% sono contadini. Attualmente la nazione punta sul turismo come fonte primaria di valuta pregiata, per questo molti alberghi sono in costruzione, in parte vedono la partecipazione di capitali stranieri. La costruzione degli edifici che posso notare lungo le strade è curiosa, una volta terminato il tetto, vengono subito fatte le rifiniture esterne e successivamente proseguono i lavori interni, come per voler dimostrare la bellezza della costruzione. Sarath, a volte si confonde con i termini italiani, occorre molta attenzione nell’ascoltarlo e prendere appunti in queste condizioni si rivela un poco complesso.

Attraversando la città arriviamo nella zona archeologica di Angkor Thom (L159 – M112), ci fermiamo ad un chek-point, ci vengono consegnati dei pass personali con nome e foto, validi per accedere alla zona archeologica. Dal punto di vista organizzativo veramente una bella idea per poter girare tutti i templi senza fare ulteriori code per pagare il biglietto, questo potrebbe essere un modello da importare nelle nostre città d’arte italiane.

Angkor (L137 – M101) era la capitale della Cambogia antica, i templi edificati nell’area sono stati realizzati dal 802 al 1434, nei due periodi della “Cambogia classica”, vedremo opere risalenti dal periodo induista fino al periodo buddista, queste due religioni sono una costante presenza. L’ingresso alla zona avviene da un’enorme portale posto nella cinta muraria periferica. La pietra usata per la realizzazione della maggior parte dei templi è arenaria, il colore grigio della pietra si mescola col verde e marrone dei licheni cresciuti sulla pietra stessa. Il colore, le forme ricordano molto i templi maya presenti in Messico, d’altronde qui a dividere le due culture c’era “solo” l’oceano pacifico.

Prima d’accedere al portale d’ingresso percorriamo un ponte al cui lato sono collocati delle statue che sostengono un enorme serpente, il naga, il serpente mitico della tradizione buddista, spesso raffigurato con più teste, fino a sette, è un simbolo molto usato nell’architettura angkoriana. Queste figure, posizionate all’ingresso, sono a protezione dell’intera struttura.

Sulla cinta e sulla porta, incise nell’arenaria, vediamo delle decorazioni raffiguranti fiori di loto, danzatrici, elefanti ed un cavallo a 5 teste. L’enorme portale d’ingresso è decorato con ai lati un elefante a tre teste.

Il ponte, le statue ed il portale sono parzialmente danneggiati a causa sia della foresta che fino a qualche anno fa ricopriva tutto, sia causa delle guerre e della dominazione dei khmer rossi, durante la quale molti monumenti sono stati oggetto di tiro al bersaglio.

Attraversiamo il portale ed entriamo in quella che una volta era la zona religiosa e sede del palazzo reale. Saliamo su due piccoli pulmini che ci accompagnano a vedere i monumenti presenti in quest’area. Le pietre utilizzate per la costruzione di questi templi provengono da cave distanti 50 km, trasportate qui su zattere; l’edificazione di queste strutture richiese l’impiego di migliaia di operai.

Entrati nell’area archeologica il primo tempio che vediamo è il Bayon (L160 – M113), il nome del tempio fu modificato sotto il dominio francese, parte della struttura è crollata a causa del tempo e dell’avanzare della foresta; la Cambogia, avendo un terreno alluvionale, non è soggetta a terremoti. Partendo dalla cinta esterna si vedono dei resti di naga sostenuti da angeli, oltre che da leoni; il muro esterno del tempio è completamente coperto da bassorilievi raffiguranti 15 storie, l’estensione di questi bassorilievi è di 1.200 mt. Il tempio costruito su tre piani aveva 54 guglie goticheggianti contenenti 216 giganteschi volti del re, praticamente l’impressione girando all’interno del tempio è quella d’essere costantemente osservati e controllati dal re. Accedendo al secondo piano del tempio, vediamo delle storie di Buddha, con colorazione policrome del XII sec. Qui sono in corso dei lavori di restauro da parte di archeologi giapponesi. Dalla base, il complesso con le sue guglie appare un ammasso disomogeneo di pietre, solo salendo al terzo piano in cui, a differenza degli altri due piani quadrati esiste una piattaforma circolare, appaiono chiaramente i visi del re e, come voleva il costruttore, lo sguardo del re ti osserva sempre. Il tempio è stato iniziato nel 1181 e terminato nel 1190. La simbologia identifica il regnante con la divinità e questa caratteristica la troveremo ovunque in questi templi.

Lasciamo il tempio di Bayon e poche centinaia di metri dopo troviamo il  Baphuon (L163 – M114), un monumento che è la rappresentazione del Monte Merù, un edificio costruito prima del Bayon, anche questo edificio ha tre piani, con 12 torri laterali più una centrale. Attualmente è in fase di restauro da parte di equipe francese. Le pietre del tempio erano alloggiate su un letto sabbioso, nel tempo le radici delle piante sono penetrate fra i massi spostandoli, permettendo così all’acqua piovana di penetrare ed asportare il letto sabbioso sottostante che ha fatto rovinosamente crollare il tempio. Nel 1960 iniziarono i primi lavori di restauro da parte dei francesi, interrotti a causa della guerra civile; attualmente il restauro prosegue, e grazie alla documentazione fotografica del secolo scorso i blocchi di arenaria vengono riposti nella loro posizione originale e qualora fossero troppo rovinati, vengono sostituiti con dei blocchi nuovi fedelmente riprodotti con l’ausilio della documentazione  in archivio; oggi si possono vedere due delle 12 torri, fedelmente restaurate. L’ingresso del tempio era ad est, preceduto da una piattaforma di arenaria lunga 200 mt.

Proseguiamo il giro nell’immensa area e superata una cinta, dal perimetro di 600 per 350 mt, accediamo passando da un portale, restaurato nel 1990 da archeologi indocinesi, verso quella che era la Corte Reale (L164 – M115). Il primo tempio che vediamo è Phimeanakas (L164 – M115), “Palazzo nel cielo”, risale al 944, anch’esso è una raffigurazione del Monte Merù, serviva esclusivamente per l’incoronazione dei regnanti; sono visibili due vasche che venivano usate per le abluzioni reali. Il palazzo reale in legno dorato distava 50 mt dal tempio, ma è stato distrutto nella guerra contro i siamesi.

Uscendo dal perimetro murario accediamo direttamente (da sud) alla “Terrazza degli elefanti” (L165 – M115), una gigantesca tribuna lunga 350 mt, che era dedicata alle cerimonie pubbliche ed agli spettacoli del circo, qui si organizzavano combattimenti di bufali, lotte tra galli o tra cinghiali. Nella stessa area, quando un sovrano era incoronato, si svolgeva una festa che durava 5 giorni. Frontali e poste al limite opposto dell’area, si ergono delle torri; fra di esse venivano tirate delle funi dove si esibivano degli equilibristi. La terrazza, per la gente cambogiana, prende il nome dalle sculture di elefanti che sono scolpite sulla facciata. Alla fine della terrazza sorge un muro con due elefanti a tre teste, simbolo che rappresenta le tre divinità induiste.

Poco distante una terrazza più piccola ha alla sua sommità una statua; originariamente era la statua del “Dio della morte” ed era posizionata nel luogo dove i re venivano cremati, la gente l’ha denominata “la statua del re lebbroso” (L165 – M115); l’origine del nome popolare deriva dal fatto che la statua in arenaria si presenta con le dita mutilate e guardandola così asetticamente, assomiglia veramente ad un lebbroso.

Lasciamo il luogo archeologico e rientriamo in albergo, pranzo a buffet, una breve sosta e poi ripartiamo. Ritorniamo nella zona dei templi, chek-point dove si devono mostrare i permessi che vengono controllati scrupolosamente dalla guardia e poco dopo arriviamo ad Angkor Wat (L154 – M108), quest’edificio è il secondo complesso tutelato dall’Unesco: il tempio per eccellenza di Angkor, iniziato nel 1113 e terminato nel 1150. Entriamo dall’ingresso ovest, quello destinato al transito dei regnanti. Il sole illumina l’edificio infondendo una luce particolare, è veramente una delle meraviglie del mondo. La costruzione di origine induista è maestosa ed imponente, realizzata anch’essa in arenaria; rappresenta il Monte Merù; è circondata da un fossato simboleggiante i sette monti ed i sette mari che bisogna superare per raggiungere la montagna sacra. Vicino al fossato nelle acque calme, ricoperte di ninfee, il tempio si riflette creando un’atmosfera ed una visione degna delle più belle foto. Troviamo un gruppo di italiani provenienti da Milano, scambiare qualche parola con connazionali è sempre bello. Giriamo intorno al fossato, ci avviciniamo all’imponente palazzo, tutto il muro esterno è circondato da un colonnato, sul muro è scolpito un bassorilievo con storie induiste, nel sec. XVI il bassorilievo è stato dipinto, alcune tracce di colore sono ancora visibili. Al piano rialzato il palazzo presenta quattro cortili circondati da colonnati interamente coperti, al centro dei cortili accessibile da una gradinata e circondati da un bordo, sono presenti delle piscine che servivano per il recupero dell’acqua piovana. L’arenaria è stata deteriorata dal tempo e dalla foresta, anche questo tempio poggia su un letto sabbioso, quindi nelle vasche è bene che l’acqua piovana resti il meno possibile onde evitare di rovinare ulteriormente la struttura (solo il fossato esterno, che abbiamo visto in precedenza ha una base non sabbiosa che permette la permanenza dell’acqua).

Nei porticati sono presenti 1.000 statue di Buddha risalenti al XVI sec.; le cornici del tetto del porticato sono decorate con la testa di naga, il serpente sacro. Il porticato è costituito da una struttura formata da quattro colonne sormontate da un soffitto con una forma particolare; le colonne sono disposte in modo da creare un passaggio centrale più ampio e due passaggi laterali più stretti; nei due transiti laterali il soffitto è un quarto di cerchio, dove la parte bassa è all’esterno e la parte alta all’interno. Nella parte centrale il soffitto è costituito da due pareti di arenaria che salgono verticalmente e poi da dei blocchi, sempre d’arenaria, che degradando con forma triangolare verso l’alto vanno a chiudere la volta.

Procedendo nella visita del palazzo, transitando per una stretta e ripida scala accediamo al secondo piano, dove in un cortile è collocata la piramide terminale. Il gruppo si ferma nel cortile e, solo in pochi saliamo sulla piramide, l’acceso alla stessa è dato da una ripida scala che si restringe man mano che si sale, dall’alto la vista spazia sui templi circostanti e sui particolari della sottostante struttura. La discesa è facilitata da una fune, i gradini della piramide sono veramente alti e stretti, mi chiedo come facevano i khmer a salire e scendere, visto che la loro altezza non è elevata.

Usciamo dal tempio quando il tramonto si sta avvicinando, illuminando di arancione ogni particolare della pietra, la vista è davvero suggestiva, è davvero una delle meraviglie del mondo.

Proseguiamo il giro e poco distante il pullman si ferma perché siamo alla base della collina dove sorge il tempio di Phnom Bakheng (L168 – M111). E’ possibile acceder alla cima della collina utilizzando un sevizio di trasporto a dorso di elefanti. Qualcuno del gruppo approfitta di questo servizio, ma non essendoci più disponibilità salgo a piedi lungo una strada forestale che dolcemente gira intorno alla collina alta 60 mt. Alla sommità della stessa sorge il tempio, meta di molti turisti più per vedere il tramonto sulla sottostante pianura, che per visitare questa struttura realizzata su 5 terrazze con scale abbellite da leoni. Dall’alto si vede il sole che tramontando illumina dorando l’acqua del lago e la pianura alla base della collina; il contrasto con la foresta è sempre forte, luci ed ombre lottano perennemente e la luce lascia spazio al buio della notte che scende.

Ridiscendiamo la collina, quando ormai la notte prevale, gli ultimi metri sono fatti al buio, per fortuna che qualcuno aveva delle torce elettriche. Rientriamo in albergo, doccia, cena a buffet e poi …. il gruppo si ritrova nel bar dell’albergo, è il compleanno di Luigia, che festeggiamo con una buona torta. Auguri!! Questo tour è caratterizzato da compleanni; veramente carino.

Alla fine del festeggiamento un pò di conversazione con qualcuno del gruppo ed infine un sonno restauratore.

 

 

25 ottobre 2006

Colazione e poi, partenza per il giro degli ultimi templi, Sarath ci saluta sempre con “buongiorno signore e signori, come state, tutto bene?“; è’ un saluto che è divenuto un piacevole rituale. Come tutte le guide cambogiane Sarath indossa la sua divisa; scarpe nere, pantaloni blu, camicia cachi con apposti sulle maniche dei distintivi di guida turistica. Girando per i templi, le guide sono sempre ben individuabili.

Rientriamo nella zona archeologica ed il primo tempio che vediamo è Banteay Srei (L178 – M123), “Il tempio delle donne“, edificato nel 967, è realizzato in arenaria rosa-giallo che gli infonde un aspetto molto piacevole, i colori sono delicati e tutta la struttura è interamente decorata. Nel portale i bassorilievi illustrano storie indusiste della dea Vishnu, dentro la cinta, a fianco del tempio principale, sorge un edificio finemente decorato, è la biblioteca. Alcuni bassorilievi “prelevati“ da un francese (e tutt’ora presenti nei musei parigini) sono stati sostituiti con delle copie fedelmente riprodotte. I bassorilievi scolpiti nell’arenaria colorata infondono la sensazione che la struttura sia di legno scolpito e non di pietra, i colori sono caldi, armonici ed avvolgenti.

Fuori dal tempio dei venditori insistenti, a tratti esasperanti cercano di vendere souvenir. Lungo la strada un mercatino: confrontando i prezzi con la Birmania, in Cambogia risultano molto più elevati, potrebbe essere l’effetto di un turismo molto più diffuso qui che nell’altro stato.

Ripartiamo verso altri templi e lungo la strada ci fermiamo in un villaggio dove i contadini preparano lo zucchero utilizzando i frutti delle palme. Con scale spartane, praticamente un semplice fusto di bambù con le propaggini delle foglie che è legato al tronco; i contadini salgono sulle piante raccogliendo i prodotti delle piante femmine (le noci di cocco ancora in fase embrionale) ed i baccelli delle piante maschio: le portano a terra e tramite un rudimentale strumento, le schiacciano per far uscire il liquido in esse contenute. Questo liquido viene fatto bollire in pentole ovalizzate poste su un fuoco a legna e dopo due ore di cottura il prodotto viene fatto raffreddare; è pronto uno zucchero marrone e molto dolce.

Lasciamo il villaggio e proseguiamo per il tempio di Banteay Samré (L174), anche questo tempio è stato realizzato dagli induisti per la dea Vishnu; in origine era il tempio dei contadini, ma è stato utilizzato dai khmer rossi come prigione. L’ingresso al tempio, rialzato rispetto al terreno circostante, è collocato alla fine di un viale posto su una terrazza con ai fianchi statue di leoni e di naga., la struttura interna del tempio è realizzata in arenaria grigia, mentre le mura di cinta sono costruite con laterite marrone, il gioco dei colori crea un bel contrasto cromatico; all’interno del tempio vi sono altre cinte murarie ed una serie di cortili, oltre che una serie di colonnati e di bassorilievi.

Dirigendoci verso l’albergo sul percorso vediamo il tempio di Pre Rup (L174 – M119), struttura unica con quattro torri poste verso i punti cardinali ed una centrale, l’imponenza delle cinque torri si nota anche da lontano.

Rientriamo in albergo per il pranzo a buffet, breve sosta per evitare la calura e poi ripartiamo per visitare il tempio di Preah Khan (L171 – M119), il tempio è stato avvolto completamente dalla foresta che lo ha fatto crollare, parzialmente restaurato dagli americani, presenta molti blocchi d’arenaria sparsi disordinatamente per terra. Il tempio di origine induista-buddista, ha alle pareti dei bassorilievi e sulle architravi supportate da colonnati, sono presenti una serie di bassorilievi raffiguranti danzatrici. Il centro del tempio è caratterizzato da una stanza da dove, sui quattro lati cardinali, si aprono dei corridoi costellati da colonne sormontate da travi. L’effetto ottico è veramente bello, da ogni parte si guarda, la prospettiva è la medesima (tolte le parti crollate e non restaurate).

Proseguiamo nella visita e vediamo il quarto tempio della giornata il Preah Neak Pean (L172 – M120). Il tempio è costruito su un terrapieno dove, tutt’intorno è stata realizzata una diga di contenimento dell’acqua per l’irrigazione delle risaie, si accede al tempio transitando su una strada sterrata circondata da acqua. Il complesso è formato da una parte centrale e da quattro vasche laterali. La parte centrale quadrata è circondata anch’essa da una vasca, al centro della stessa un edificio rotondo costituisce il tempio; alla base sono presenti due naga aventi le code incrociate, le teste sono rivolte a est e le code rivolte a ovest. Un tempo era luogo di venerazione e cura dei malati, i quali attingevano l’acqua dalla vasca centrale e la usavano per guarire dai malanni. Ai lati, adiacenti alle quattro vasche laterali quattro cappelle, ognuna contenente una statua/simbolo: a est la statua dell’uomo che significa saggezza; a nord la statua dell’elefante che significa felicità; a ovest la statua del cavallo che significa velocità; a sud la statua del leone che significa potenza.

Proseguiamo il giro visitando l’ultimo tempio della giornata il Ta Prohm (L166 – M117), forse è il tempio più famoso dell’area, completamente avvolto dalla giungla è fotografato ed è presente su tutte le guide turistiche. Le piante avendo posto radici fra i massi d’arenaria sono cresciute ed hanno divelto gran parte del complesso; enormi piante, con le loro grandi radici avvinghiano gli enormi massi di arenaria. Attualmente sono in corso delle opere di restauro. All’interno del tempio è presente una statua di Buddha con dell’incenso acceso. Originariamente la statua era abbellita da pietre preziose, che nel tempo sono state asportate. Rientriamo in città e ci fermiamo in un negozio per turisti; anche qui bisogna contrattare il prezzo ma la merce, anche se artigianale e tradizionale è molto per turisti.

Durante il rientro Sarath, ci illustra la situazione della Cambogia e di Siem Reap; la città ha 80 alberghi; in Cambogia esistono solo sette guide turistiche che parlano italiano, in quanto gli italiani sono presenti in modo organizzato da soli due anni.

Transitiamo presso delle scuole elementari che sono presenti in tutto il paese, le scuole medie invece sono dislocate solo nelle grandi città e per i contadini risulta impossibile mandare ai figli a scuola per i costi da sostenere.

Gli agricoltori coltivano riso di cui fanno un solo raccolto l’anno e poi seminano angurie; per incrementare il guadagno, tagliano legname nella foresta e lavorano lo zucchero dalle palme. Le risaie sono ben tenute, l’allagamento naturale annuale viene ben sfruttano, i terreni sono circondati da palme per le noci di cocco e per la produzione dello zucchero. In Cambogia è presente qualche bacino artificiale che serve per trattenere l’acqua piovana per alimentare le risaie.

Gli impiegati statali percepiscono uno stipendio di circa 50 $ al mese, la corruzione, anche qui, è molto diffusa.

Le case cambogiane sono palafitte con i pilastri in legno o in cemento, l’altezza delle abitazioni serve per evitare le alluvioni o come deposito di riso e prodotti vari; per accedere ai piani superiori sono presenti sempre della ampie e decorate scale di legno.

Transitiamo vicino ad una struttura in costruzione, è la fiera di Siem Reap, il 25 novembre ci sarà una fiera internazionale con la presenza di 121 paesi stranieri; intorno alla fiera sono in costruzione delle strade d’accesso, vediamo un camion che trasportava sabbia ribaltato in un fosso per il cedimento del terreno.

L’economia cambogiana si basa sulla produzione di riso che alla fine è sufficiente per il fabbisogno nazionale, la frutta viene importata dalla vicina Thailandia e dal Vietnam. Come export vi è abbigliamento e seta, i manufatti sono esportati in Cina, Malesia e Stati Uniti.

Rientriamo in albergo che è sera, doccia e poi cena all’aperto rallegrata da uno spettacolo con danze e musiche cambogiane. Dopo la cena, qualche parola con il gruppo e poi a nanna.

 

 

26 ottobre 2006

Sveglia alle 6,15, predisponiamo le valigie per il rientro a casa, gli indumenti pesanti vengono messi a portata di mano per essere recuperati questa sera prima dell’imbarco per l’Italia dove la temperatura è decisamente meno calda che qui in Cambogia; indossiamo per l’ultimo giorno pantaloni leggeri e maglietta. Colazione e poi prima di partire, diamo a Sarath degli indumenti da distribuire a contadini ed operai locali. Lasciando l’albergo ci rechiamo all’aeroporto della città per prendere il volo diretto alla capitale, per poterci imbarcare occorre pagare una tassa aeroportuale di 6 $. Pagata la tassa possiamo accedere alla sala d’attesa e con un ART 72 voliamo su Phnom Penh. In Italia sono le 3, qui sono le 8.

Noto che gli aeroporti della Cambogia e precedentemente della Birmania, espongono ovunque la scritta ISO 9001, quasi per dimostrare che tutto va bene, che sono rispettosi delle normative e del sistema di qualità internazionale.

Decolliamo e sorvoliamo le ordinate risaie circondate da palme, vedo l’estensione del Tonlé Sap, poi altre risaie, un fiume solca la pianura e con sinuose curve si perde all’orizzonte; una catena montuosa ricoperta da foresta interrompe le risaie che sono a perdita d’occhio.

Atterriamo a Phnom Penh, troviamo la guida che ci accompagnerà per l’intera giornata, si chiama Ra è cambogiano ed è stato in Italia sette anni, lavorava come metalmeccanico in provincia di Brescia, parla un italiano corretto con accento bresciano.

Girando per le strade della capitale notiamo che la circolazione è un pò “libera”, in effetti, le biciclette ed i motorini sembrano muoversi senza nessuna regola e pare vale la regola del “chi passa per primo, passa”. Ra ci racconta che in Cambogia l’assicurazione è facoltativa per i cambogiani ma è obbligatoria per gli stranieri, in caso d’incidente le questioni vengono risolte fra i due contendenti, ed in caso d’incidente mortale esiste la prigione.

Osserviamo che le donne cambogiane tendono a coprirsi il viso, Ra ci spiega che questo serve per evitare di prendere il sole; è molto diffusa la convinzione che le persone abbronzate siano contadini e di conseguenza le donne poco abbronzate hanno più possibilità di trovare marito.

La prima sosta nella capitale è presso il Museo Nazionale (L80 – M73), il museo è strutturato seguendo i quattro periodi storici della Cambogia e le sale sono organizzate per oggetti costruiti con materiali similari, quasi per mostrare l’evoluzione. S’inizia il giro del museo con la sala contenente statue di bronzo dal XI al XVIII sec.; alcune di elevata fattura. Nella sala successiva sono presenti delle statue di arenaria. delle statue di scisto e di marmo; molte di esse provengono da templi, in quanto prima del XIV sec. nei templi non erano presenti monaci ma solo statue. Proseguiamo per il museo e vediamo delle sedie per monaci e delle selle per l’elefante reale; notoriamente un elefante albino. Sono esposte delle portantine reali realizzate con bambù ed impreziosite con tessuti dorati. In altre sale si vedono tessuti, ceramiche, vasi di terracotta, infine una sala contenente statue di Buddha provenienti da varie pagode.

Usciamo dal museo nazionale e ci dirigiamo verso il Mercato Russo (L104 – M75), dove in una struttura coperta si trova di tutto, abbigliamento, prodotti artigianali, ferramenta, gioielli prodotti musicali; i prezzi a volte sono trattabili, a volte molto meno, del gruppo c’è chi acquista e chi solo gira tra le bancarelle.

Attraversiamo la città per recarci al ristorante posto in riva al fiume, lungo la strada vediamo l’edificio in costruzione del parlamento, ed in una piazza il colossale e moderno Mausoleo dell’indipendenza (L83 – M77).

Arriviamo al ristorante, finalmente la possibilità d’assaggiare la vera cucina cambogiana e non solo il buffet internazionale proposto dall’albergo di Siem Reap; noccioline, involtini di riso, pasta di riso con gamberi, carpaccio cambogiano (manzo, cipolla, peperoni, tutto condito con succhi di frutta locali), verdure saltate, un piatto locale (pesce, funghi e citronella), dolci (ananas in pasta di riso e fritto, polpa di cocco in foglia di banana ed altri dolci locali), alla fine del pranzo la frutta: ananas, banana e anguria.

Lasciamo il ristorante per dirigersi verso il Palazzo Reale (L78 – M69), nel cortile su un pennone sventola la bandiera cambogiana; questo significa che il re è nel paese, altrimenti la bandiera sarebbe posizionata più bassa. Vicino al palazzo un edificio molto decorato attira l’attenzione, è il luogo dove i regnanti vengono cremati. Entriamo nel palazzo, nella parte accessibile al pubblico. Il palazzo edificato nel 1913, nel rigoroso rispetto della tradizione era solo in legno, oggi ricostruito, è una solida struttura in muratura abbellita da decorazioni dorate. Il palazzo ha in totale cinque ingressi, ognuno dedicato ad un transito ben preciso tipo; l’entrata del re, quella per il popolo, quella per i monaci, quella per l’uscita dei regnanti deceduti; la parte visitabile del palazzo è solo di tre settori.

Tutti gli edifici sono decorati e colorati con quattro colori; verde cha rappresenta la vegetazione, blu che rappresenta il colore reale, giallo che rappresenta i buddismo ed il bianco che utilizzato per le colonne rappresenta l’induismo.

Entriamo in un cortile e ci appaiono una serie di edifici tutti finemente decorati, l’armonia è notevole, i giardini sono perfettamente curati, l’atmosfera che si respira è profondamente regale.

Un imponente edificio con una larga scalinata, indica la sala del trono; per accedervi occorre togliere le scarpe in segno di rispetto, si transita solo sulla parte laterale destra della sala; la sala è imponente, il soffitto è affrescato con storie di divinità. Il trono in oro è usato solo per l’incoronazione del re, le pareti laterali sono affrescate con motivi geometrici e floreali di colore bianco e giallo che danno un tocco di preziosità unica. Dietro il trono usato per l’incoronazione del re, s’intravede il trono della regina.

Usciamo dalla sala del trono e sulla sinistra (guardando l’entrata della sala) visitiamo un museo dove sono custoditi abiti del re, della regina, dei soldati del palazzo reale; tutti sono dorati e finemente lavorati. In fondo alla sala dei manichini indossano i vestiti usati dalle ancelle del re, sono sette modelli, con sette colori differenti che rappresentano i sette giorni della settimana e sette pianeti. In vetrine adiacenti ad una parete si vedono oggetti in argento ed abiti sacerdotali usati nelle cerimonie reali.

Poco distante un edificio in ferro decorato, è il padiglione donato da Napoleone III alla Cambogia.

Percorriamo il cortile, oltrepassiamo una cinta ed accediamo ad un altro settore del palazzo, circondato da porticati interamente affrescati, in un cortile vediamo molte aiuole perfettamente tenute con piante e fiori, i cui colori ravvivano l’intero settore. Al centro la Pagoda d’argento (L79 – M72); dopo aver tolto le scarpe possiamo accedere a questo tempio il cui nome deriva dalle mattonelle d’argento che compongono il pavimento, al centro del tempio una statua di Buddha attira l’attenzione, è ad altezza naturale realizzata con 90 kg d’oro. Dietro un altare che nel suo sviluppo verticale raggiunge il soffitto, vediamo una statua di Buddha interamente in smeraldo. Lungo le pareti sono presenti statue di Buddha; d’oro, dorate, di giada, di marmo. In una teca si vedono le maschere funerarie e la portantina reale. Sono presenti numerosi oggetti votivi (statue d’oro, vasellame in oro ed argento). Il servizio di sorveglianza è discreto e costantemente presente, nella struttura non vi sono grandi sistemi di sorveglianza elettronica, ma basta che qualcuno solo tenti di sottrarre un qualsiasi oggetto che le guardi danno l’allarme ed il “malcapitato” viene sottoposto a “giudizio sommario” della gente sulla pubblica piazza. Un metodo, semplice ed efficace per scoraggiare qualunque malintenzionato.

Lasciamo il palazzo reale con i suoi colori, i suoi giardini i suoi edifici che manifestano raffinata bellezza, ed attraversando la città arriviamo alla base di una collina artificiale; la Wat Phnom (L82 – M77). Voluta dalla principessa Penh, la collina è stata costruita nel 1372 il nome della capitale deriva da quest’unione “la città di Phnom e la collina di Penh”. Sulla cima della collina, un tempio, tutt’oggi meta di molti pellegrinaggi, all’interno un altare con quattro statue di Buddha lignee dorate, al centro del tempio un’altra statua di Buddha. Le pareti sono costellate di dipinti, olio su tavola di legno, raffiguranti la vita di Buddha. Usciamo dal tempio e scendiamo dalla collina circondati da ragazzini che vogliono vendere di tutto, lungo la discesa troviamo dei mendicanti e dal parco circostante compaiono delle scimmie.

Proseguiamo il percorso verso l’aeroporto e ci fermiamo a vedere Wat Ounalom (L82 – M77), il monastero centrale, all’interno vi è uno stupa con un tempio interno che racchiude un ciglio di Buddha, lo stupa dorato del XIV sec., è stato recentemente restaurato, la struttura interna del tempio è in arenaria. All’esterno sono presenti delle statue bronzee del XIII sec., provengono da vari templi e, come abbiamo già visto al museo nazionale, erano le statue presenti nei templi prima dell’arrivo dei monaci. Ai lati destro e sinistro dello stupa centrale sono presenti una serie di sei stupa più piccoli di colore bianco.

Riprendiamo il nostro viaggio e ci fermiamo a vedere la confluenza dei quattro fiumi che si fondono in tutt’uno, qui alcune bancarelle vendono delle ghiottonerie per i cambogiani. Guardo bene, e non posso credere ai miei occhi! M’avvicino e mi accorgo che la vista non m’inganna, sulle bancarelle disposti in pile ben ordinate e divise vi sono; ragni neri, scarafaggi, bachi da seta, gamberetti, cavallette tutto fritto, oltre che quaglie e granchi arrostiti. Il venditore, tutto contento di quanto espone invita qualcuno del gruppo ad assaggiare queste “prelibatezze”, un gentile rifiuto appare la scelta migliore, risaliamo sul pullman restando colpiti per il gusto particolare dei cambogiani. Proseguiamo il giro della città e ci fermiamo a fotografare il moderno Mausoleo dell’indipendenza che avevamo intravisto nella mattinata.

Riprendiamo il viaggio verso l’aeroporto in mezzo ad un traffico caotico e disordinato dove sembra veramente che il primo che passa abbia la precedenza ovunque voglia andare. Ra ci racconta che in Cambogia la sanità pubblica è per tutti, ma la sanità funzionante è quella privata, la pensione esiste solo per gli impiegati statali.

Lasciamo di Phnom Penh che il cielo si sta annuvolando e minaccia pioggia; abbiamo proprio vissuto giorni i post monsone, qualche scroscio, ma tutto sommato non ci siamo bagnati molto.

Arriviamo all’aeroporto e prima d’imbarcare le valigie dirette a Milano, prendiamo i vestiti pesanti che avevamo preparato. Le 31 valigie vengono imbarcate, muoversi in gruppo aumenta un poco i tempi d’attesa, ma quando c’è organizzazione va tutto bene. I controlli in uscita sono rigorosi e “rigorosa” è anche l’inaspettata tassa aeroportuale per uscire dal paese 25 $, un vero e proprio furto. Ma è un modo “elegante” per chiedere un contributo per la costruzione dell’aeroporto e di un nuovo ponte; se lo stato Italiano adottasse questo sistema, noi eviteremmo parte delle tasse.

Voliamo verso Bangkok, il volo procede tranquillo, dopo circa un’ora sotto di noi appare una miriade di luci, siamo in Thailandia, atterriamo a Bangkok, appena l’aereo vira vedo quattro aerei dietro di noi che si stanno apprestando all’atterraggio. Per l’ennesima volta transitiamo per l’aeroporto, qualche ora d’attesa per il volo per l’Italia, ci cambiamo, abbandoniamo i pantaloni e magliette leggere ed indossiamo le felpe. Approfitto della sosta per sistemare gli appunti e scrivere le prime riflessioni del viaggio.

C’imbarchiamo accolti dall’ospitalità della Thaj, il volo per Milano Malpensa è tranquillo, alle 7,40 italiane atterriamo, in Birmania sono le 12,40. Negli occhi le mille pagode dorate, le centinaia di statue di Buddha, le imponenti costruzioni di Ankor …. Scrivendo questo diario la mente ripercorre come in un lungo film tutto il viaggio e mi auguro che anche il lettore possa farsi trascinare da queste sensazioni.

E ….. da buon curioso viaggiatore, anche se la Birmania mi ha particolarmente colpito con la sua bellezza, la mente sta già pensando dove andare nel prossimo viaggio ….

Tre motivi per andare in BIRMANIA:

 

  • Andare oggi in Birmania significa viaggiare a ritroso di qualche decennio rispetto all’Italia, ma questo non deve essere un deterrente ma uno stimolo a visitare questo meraviglioso paese dove la gente è educata, ospitale e rispettosa di chi si avvicina a loro con semplicità.
  • Poter girare in un paese dove colori, profumi, sapori sono caratteristiche della vita quotidiana; dove storia, arte, cultura e religiosità si mescolano in un tutt’uno creando una realtà unica di irripetibile bellezza.
  • Recarsi in questo paese significa anche aiutare la popolazione a crescere per raggiungere un’autonomia ed un’economia sostenibile; sviluppare un cambiamento verso un futuro migliore che non dovrà più vedere i bambini lavorare nei campi, nei laboratori artigianali, nella manutenzione delle strade. Una presenza costante darebbe la possibilità di testimoniare direttamente avvenimenti drammatici, come la decisione delle autorità di inondare enormi aree aprendo una diga fluviale, con enormi danni umani, materiali e culturali alla popolazione.

 

Tre motivi per andare in Cambogia

  • Recarsi in Cambogia equivale ad entrare in contatto con una nazione da poco uscita dalla repressione dei khmer rossi. Significa poter osservare una civiltà che è in piena evoluzione, dove le città che si stanno ampliando urbanisticamente e dove la vita rurale è ancora  la caratteristica predominante.
  • Visitare oggi la Cambogia permette di vedere, nella zona archeologica, molti templi ancora avvolti dalla foresta e poter così essere testimoni della riscoperta dei segni di una antica civiltà.
  • Viaggiare in questa nazione significa usufruire di un turismo già perfettamente organizzato, dove gli italiani sono ben visti e sono attesi dal popolo cambogiano.

 

Alla fine di questo lavoro, sento di esprimere il mio personale ringraziamento a tutti coloro che hanno permesso la realizzazione di questo viaggio si bello ed affascinate; ricco di luoghi religiosi, storici, culturali ma anche impregnato dell’umanità, della dignità dei popoli e delle persone che ho avuto modo d’incontrare. Riconoscenza anche a chi mi ha esortato e a chi mi ha assistito alla realizzazione di questo diario.

Un particolare grazie a:

  • Don Maurizio Corbetta, Parroco di Rovello Porro (CO), ideatore del viaggio.
  • L’agenzia di viaggio Alohatour di Pavia (www.alohatour.it – tel. 0382.5395.65) per l’organizzazione complessiva.
  • Il tour operator Antichi Splendori di Torino (www.antichisplendori.it – tel. 011.8126.715) per il programma ben articolato e per notizie utili fornite.
  • Sosò, la guida Birmania, per l’alta professionalità dimostrata; per averci fatto avvicinare con competenza, preparazione ed assoluto rispetto alla cultura e alla tradizione birmana.
  • Sarath e Ra, le guide Cambogiane, per lo sforzo dimostrato nel parlare italiano e per la loro preparazione.
  • Le agenzie  corrispondenti in Birmania (Interconnection Travels Myanmar) ed in Cambogia (Monsoon Tour Phnom Penh), per l’ottima competenza dimostrata nell’organizzare i soggiorni e tutti gli spostamenti terresti, fluviali ed aerei.
  • La società Micro-e di Saronno (www.micro-e.it – tel. 02.9602.887) per il materiale tecnologico, informatico e per l’assistenza fornitami alla realizzazione del diario nella versione multimediale.
  • A chi (Francesca, Natalia, Francesco, Laura e Pietro) in varia natura hanno contribuito alla progettazione, alla presentazione, alla correzione del diario e all’ideazione degli ipertesti.

di Raffaele Banfi

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