Da Delhi a Varanasi

Racconto di viaggio in India

Se hai due pezzi di pane, danne uno ai poveri, vendi l’altro, e compra dei giacinti per nutrire la tua anima. (Poesia indù)

Da Delhi a Varanasi, nel cuore dell’India più spirituale e vera.
Ritorno a Jaipur, nel Rajasthan, nell’India nord occidentale. Poi Agra e Khajuraho per il Festival delle Danze nei templi. E un’esperienza di qualche giorno a Calcutta, nella Città della Gioia, per toccare con mano la mia fortuna, ricevuta in salute e benessere.

Era domani ed è già finito. Di nuovo a casa come dentro ad una bolla di sapone. Non ci sono rumori qui, niente clacson, grida, nessuna cagnara la notte. Né la mattina ancor prima dell’alba posso sentire i lavandai sbattere i panni sulla pietra. E’ tutto ovattato. Nel perfetto silenzio ricordo. Devo solo riavvolgere il film e mettere in ordine le immagini. Colori, tutti i colori che riesci a immaginare, odori, fame, spazzatura e corvi, cani, rogna e rabbia, vacche e topi, galline vive e ammazzate, maiali, sputi, clacson, biciclette e risciò, moto, autobus, sorrisi, polvere, incenso, fiori, sari, caldo, vento, ghat, preghiere, stelle, risaie, bambini e Shishu Bhavan, malati e Prem Dan, amore, povera gente, bellissima gente…

Delhi

A Delhi mi svegliano due merli indiani sul davanzale della finestra. Traffico caotico ma non tanto quanto lo ricordavo. C’era più caldo, più umido, più rumore. Macchie colorate dei sari di gruppetti di ragazze con i veli in testa. Colori molto brillanti, smeraldo, turchese, giallo, oro, rosa, glicine. Pochissimi i profumi, quasi per niente. Forte odore di pipì dove gli uomini scambiano muri e marciapiedi per gabinetti. Naftalina. Qualche spezia. Cielo blu senza nuvole, temperatura ideale, venticello. Solo presso la grande moschea Jama Masjid anche i risciò si sono bloccati. E’ così frenetico che tutto si ferma. Nemmeno più lo spazio per mettere i piedi.

Jaipur

L’antica città fortificata di Jaipur, dipinta di rosa, deve tutto al grande maharaja guerriero e astronomo Jai Singh II. Notevolissimo il Jantar Mantar, l’osservatorio astronomico del 1728. E’ il più grande dei cinque fatti costruire da Jai Singh. Meridiane di ogni misura mandano in cielo braccia dalle linee purissime. Paiono opere d’arte moderna.
Del Hawa Mahal, il palazzo dei venti, resta solo la facciata. Cinque piani di finestre a nido d’ape in arenaria rosa.
E’ sera. Ho perso i miei pensieri. Non è facile tornare ai nostri standard. Difficilissimo descrivere cosa c’è fuori. Una vita apparentemente senza regole, ferma da mille anni. La città più inquinata e rumorosa di tutta l’India. Bellissima. O da non sopportare. Basta poco, poi ti abitui. Ma sapere qual’è il mondo vero… Tantissime le vacche sacre. E i contadini con l’erba. Compri l’erba, nutri le vacche, nutri l’anima, vai in cielo. E maiali. Famiglie intere di maiali dal colore della terra, col muso nella terra alla ricerca di qualcosa che evidentemente non si trova. Oggi sento poco l’odore dell’India. Rivedo le strade in una nebbia di polvere, fari evanescenti che si ingigantiscono, avverto il pericolo, lo scontro poi… niente. La scena si ripete in un frastuono di clacson. Il clacson ormai non è importante, fa parte del rumore di fondo. Vivere in un mondo frenetico. Scorre la vita e non la si afferra. Vivere per la strada. Colpisce il modo in cui si viaggia. Sei mai entrato in uno ‘sciame’ di pesci? Nessuno si tocca, come avessero un radar… Musica, canti e tamburi. Una grande festa, la notte. Lontani fuochi d’artificio, siamo nel paradosso. Siamo tutti uguali e tutti differenti. Come le impronte digitali.

Agra

Sono in un sottoscala ad Agra, in un mondo all’opposto. Vedo di collegarmi ogni sera se posso. Di internet ce ne sono tantissimi ma è tutto molto lento qui. A volte riesco solo a leggere, poi manca il tempo per tutto.
Il Taj Mahal, volontà dell’imperatore Shah Jahan, è lo straordinario dono d’amore di quest’uomo per l’amatissima moglie Mumtaz Mahal, morta di parto nel 1631. Il maestoso palazzo di marmo bianco è uno splendido esempio dell’arte moghul. Si leva imponente da una piattaforma quadrata, agli angoli quattro minareti. Le pareti sono ricche, decorate con lunghe citazioni dal Corano e con rilievi scolpiti. I lavori per la sua costruzione durarono vent’anni e richiesero l’opera di 20.000 uomini e artigiani provenienti dall’India, dall’Asia centrale e dall’Europa. Perfetta la simmetria. Sicuramente il mausoleo più fotografato al mondo.
“The world is divided into two camps” disse Mark Twain, “those who have seen the Taj Mahal and those who haven’t”. Più romantico, Tagore lo descrisse come una lacrima di marmo ferma sulla guancia del tempo.
Shah Jahan trascorse i suoi ultimi sette anni prigioniero nel Forte Rosso. Di fronte, dall’altra parte del fiume Yamuna, la tomba della moglie.

Orcha

Fra le zanzare, ad Orcha, in un hotel ricavato da un antico palazzo. Crolla a pezzi, ma è bellissimo. La felicità non la si trova in una vacanza indiana. Sono serena ma mi mancano mille cose, altre mille le ho.
L’India è cambiata, niente di quello che ricordavo. La gente vicino al turista si guasta. Saremo guasti noi? Tutto me lo fa pensare. Sulle strade non c’è più asfalto. Oggi abbiamo forato due volte. Arrivati a meta questa sera tardissimo.
Sporco ovunque, appiccicoso, sudato. Non riesco nemmeno a mettere le mani fra i capelli. Le mie dita sembrano aver scavato carbone. Sono lercia come un topo… e poi incontro donne bellissime, coperte da veli dai mille colori, splendenti nella polvere rossa, nelle strade di spazzatura. Brillantino al naso. Grovigli di fili elettrici. Calessi, famiglie intere su una moto. Case pollaio. Mosche dappertutto. Fuochi accesi ai ristoranti. Nonni coi piccoli in braccio seduti per terra. E’ l’ora più viva. Il sole è rosso. Capre, buche grosse. Tutto tanto, tutto sporco, tutto vecchio, tutto rotto. Dolci, uomini, tosse. Canzoni sparate fortissimo, senza sosta, senza interruzione. Pepsi blu, Limca, acqua Bisleri. Rapaci in volo, nuvole. Pecore, color… white, white, white, white, white…

Niente sole oggi. Solo polvere come nebbia. Dieci ore di macchina ed un unico grande momento. Un incontro di belle persone indaffarate in una artigianalissima produzione di zucchero da canna, sul bordo della strada. Canna, succo, il liquido che bolliva dentro un pentolone sopra un buco nella terra, il fuoco sotto. Decine di bambini attorno. Non avevano niente ma erano felici.

Khajuraho

A Khajuraho fra templi e figure erotiche. Fa un gran caldo, ventilato. Estate piena ma molto, molto piacevole. Sono appena tornata dalle danze. Splendido lo sfondo del tempio illuminato di rosso sul nero della notte. Fra poco al ristorante. Tipico ristorantino indiano. Ieri sera non mi andava di cenare. Ho abbandonato per un momento i miei due amici per ritrovarli poco dopo davanti ad un piatto di spaghetti all’arrabbiata. In India! Pentitissimi, si sono poi rifatti con burro e toast…
E’ un piccolo villaggio adesso, ma fu grande capitale al tempo della dinastia Chandela, tra il IX e l’XI secolo. E’ una fra le mete più frequentate dai turisti, particolarmente conosciuta per i templi ornati. Gli scultori hanno rappresentato molti aspetti della vita quotidiana di allora ma soprattutto donne, dee e sesso. Figure erotiche a riproporre tutte le posizioni del Kamasutra. Danzatrici di grande bellezza. Creature mitologiche.
Degli ottanta e più templi originali una ventina sono tutt’oggi splendidamente conservati. Stupendi esempi di architettura indo-ariana, sono dedicati a Shiva, Vishnu, Surya.

Cacca di vacca. Qualcuno ha pensato di insegnare il termine ai nativi, così adesso te lo sanno dire. Viene impastata con altra erba secca, in forme rotonde e piatte come un chapati. Vengono stese al sole ad asciugare, poi impilate ad incastro secondo angolazioni diverse e parallele. Formano cataste, piccoli covoni davanti casa, graziosissimi. I mattoncini secchi serviranno per accendere il fuoco in mancanza di legna. Ciascun villaggio utilizza uno schema proprio. Alla fine il risultato è regola, armonia, arte. Una ricchezza fatta di sola cacca di vacca.

Varanasi

A Varanasi siamo pellegrini per davvero. Qui ci muoviamo solo col tuc-tuc, la nostra ape-car, in un traffico di risciò allucinato.
Varanasi, Benares, la città di Shiva. Sulla riva sinistra del Gange è una delle principali capitali religiose del mondo, città santa della religione indù, meta di pellegrinaggi fin dal VII secolo. La città vecchia si estende in
un labirinto di vie strettissime percorribili solo a piedi, un grande bazar. Ampie scalinate, i ghat, permettono ai pellegrini di immergersi e purificarsi nelle acque del fiume sacro. Si scende in preghiera ogni mattina. Si effettuano i riti funebri, le cremazioni. Si lavano i panni.

Vita e morte sul fiume. Pochi momenti per rendermi conto di quanto sono niente. I corpi bruciano. Gli arti che si staccano per essere ributtati sul fuoco hanno lo stesso colore nero del legno già consumato. Una campana segnala l’arrivo di un altro corpo e tutto si ripete. Sudario bianco se uomo, oro-arancione per la donna. Acqua del Gange, legno di baniano, polvere di sandalo e olio di burro. Fuoco. Tutto torna polvere, poi ancora al fiume. Siamo niente se non adesso. Quante volte ce lo siamo detto? E quello che non ti dico oggi, domani potrai mai saperlo?
Ci vuole tantissima legna per portare a termine una cremazione e i costi sono molto alti. Chi non se la può permettere brucerà solo in parte, ed in parte sarà facile preda dei cani che pronti nell’acqua aspettano solo quello…
Come al tempo dei cercatori d’oro qualcuno setaccia gli avanzi, le ceneri che galleggiano, nella speranza di trovare capsule di denti rifatti, orecchini lasciati al corpo.
Chi puro lo è già, i bambini sotto i dieci anni, le donne in gravidanza, chi è stato morsicato da un cobra, i sadu, loro non verranno bruciati ma abbandonati al largo, dati interi alle acque del fiume.
All’ombra degli ombrelloni dei ghat il tempo è fermo o sembra non esserci proprio. Aquiloni alti e lontani si confondono nel volo con gli uccelli. Spose tutte uguali, nascoste da un pesante manto rosso ricamato di oro, vengono al Gange dopo il matrimonio per la preghiera, poi vanno al tempio vicino. Solo dopo questo rito potranno considerarsi veramente sposate. Giovani e tristissime, qualcuna piange.
Mi scotta la faccia per il sole e per il freddo di questa sera, seduta sui ghat per ore per cercare di capire qualcosa delle loro puja, senza peraltro riuscirci.
Penso ad un amico lontano, al sole che è uguale in ogni parte del mondo.
Poi il treno della notte, verso Kolkata.

Calcutta

Straordinaria Calcutta.
Senza tempo e fuori dal tempo, è roba forte che lascia il segno.
Dodici milioni gli abitanti registrati, ma la realtà è forse più vicina ai quindici. Ed è tutto un problema, il clima, l’inquinamento, la sovrappopolazione, la povertà, la burocrazia…

Uomini cavallo. A Calcutta ci sono ed è l’unico posto al mondo dove li puoi trovare, dove li trovi veri. Ne vedo a decine adesso. Non c’è ombra di sorriso ma nemmeno amarezza. Sono lì, avvolti in una sciarpa la sera e la mattina. Un campanello fra le dita e la stanga. Orgoglio e fierezza, necessità, dovere e serenità. I più, seduti sul loro carretto ad aspettare il cliente. Altri più fortunati lo hanno già caricato. Quasi tutti a piedi nudi. Ma a differenza dei cavalli loro non hanno ferri ai piedi.
Tanto tempo fa… qua siamo davvero a tanto tempo fa. Quanti anni nel passato non lo so dire, ma noi siamo solo stonature. Fare niente o salire sul carretto e dar loro di che vivere? Mi sento male in ogni modo.

Con i miei amici alloggio in una traversa di Sudder Street, nel cuore povero di Calcutta. Uno di loro mi sta sventolando proprio adesso, da lontano, una bottiglia di rum appena acquistata. Rum indiano. Da noi farebbe schifo ma qui è proprio buono! Il New Market è un enorme bazar nel cuore della città, a due passi dal nostro albergo. Un’esplosione di colori. Tutti i sensi sono all’erta ma l’olfatto è il più felice. Spezie. Le trovo tutte e tutte assieme. Chiudo gli occhi e seguo la traccia… In effetti c’e anche l’odoraccio delle macellerie ma giro alla larga. Poi essenze di gelsomino, rosa, sandalo ed incenso. Anche fra la frutta accendono i bastoncini, quelli grossi come un sigaro. Già comperato un libro di cucina indiana. Spezie e vegetali, the best. Preso anche lenticchie gialle per il dal.

Domani farò ancora la turista. Indian Museum, Howrah Bridge, Maidan, Victoria Memorial, St. Paul Cathedral, Kali Temple, Botanical Gardens, Tagore House. Qualsiasi guida li racconta. Poi vorrei passare qualche giorno a Shishu Bhavan, la casa dei bambini abbandonati, orfani, nati prematuri, denutriti. E a Prem Dan, l’altra Kalighat, con malati gravi e con gravi handicap, fisici e mentali.
Penso che tutto si sovrappone e si fonde. Il medioevo, i cumuli di spazzatura con i corvi per le strade, i cani rognosi che si mordono a sangue. La povertà vera, quella che noi non siamo in grado nemmeno di capire. Le caprette sacrificate oggi al tempio della dea Kali affinché la sua ira si possa placare. L’internet café, la voglia di restare, la voglia di tornare…

Nirmal Hriday, Kalighat, è stato il primo ricovero aperto da Madre Teresa, per malati e moribondi. Attigua al grande tempio di Kali, era una vecchia casa per pellegrini indù che l’amministrazione comunale le mise a disposizione fin dal 1952.
Il 15 febbraio 1953 nasce “La casa dei bambini”. Primo ospite un prematuro trovato su di un marciapiede avvolto in carta di giornale. Poi ne arriveranno altri, tutti da sfamare. Come fare? “Il Signore provvederà” rispose Madre Teresa col suo sorriso.

Cinquanta anni dopo, oggi. A Shishu Bhavan un centinaio di bimbi attorno ai due anni sono in attesa di adozione. Altri cento sono i neonati ed una quarantina i bimbi con handicap. Una famiglia povera può decidere di abbandonare la femmina perché avrà bisogno di una buona dote il giorno del matrimonio, mai il maschio. I maschietti vengono lasciati solo e sempre dolorosamente da mamme rimaste vedove e non più in grado di mantenerli. Oppure nascono direttamente qui, da ragazze che fin da subito decidono di non prendersene cura. I bimbi handicappati invece sono abbandonati perché i figli si vogliono perfetti. Perfetti perché nella povertà un bimbo disabile è un grande problema, un costo insostenibile e mai potrà aiutare la sua famiglia. Lo racconta una signora irlandese, volontaria a Shishu Bhavan da mesi ormai.
I bambini adottabili hanno già quasi tutti una famiglia che aspetta solo di portarseli via. Intanto per loro è normale vivere così, assieme in uno stanzone enorme con tutti i lettini vicini. Sono facilmente adottabili dall’Italia, Svizzera, Spagna, Belgio e India naturalmente. Le coppie indiane scelgono in prevalenza maschi. I nuovi genitori vedono il loro piccolo solo in fotografia. A carte fatte arrivano e si fermano per conoscerlo e vivere un po’ con lui, una settimana o poco meno, poi ripartono assieme. Uno schiaffo per un bimbetto non più piccolissimo: nuove facce, nuova lingua, nuovo clima, nuovo tutto. Come cambiare pianeta.
Maschi e femmine assieme. Ogni mattina a gruppetti le donne dell’istituto li lavano con un tovagliolo di spugna, sopra e sotto. Un massaggio con olio di senape a braccia e gambe, poi sui capelli che diventano lucidissimi. Li pettinano. Col dito mettono la tica nera e bianca sulla fronte, fra le sopracciglia. Kajal a sottolineare gli occhi delle bimbe. Su le braghette e giù un misurino di vitamina che deve essere proprio buona perché tutti corrono, non vedono l’ora di averla. Sono bellissimi e vispi come grilli. Ti si aggrappano, forse pensano che li porterai via, o forse hanno solo bisogno di contatto fisico. Rokindro non mi abbandona più, nemmeno per un secondo mi lascia la mano, si stringe addosso, vuole farsi portare in braccio. E’ amore a prima vista. Poi fuori in cortile a giocare, a piedi nudi. Come in un asilo dei nostri, ci sono gli scivoli, le giostre, le altalene, i tricicli. Cose molto vecchie, ma va bene così. Le bimbe in un attimo fanno mercato. I bimbi se ne stanno più in disparte, ma riconosci subito il leader, il prepotente, il remissivo. Poi mezzo bicchiere di latte tiepido pescato da un secchio di acciaio, un biscotto salato, una caramella. Alle 11:00 c’è il pranzo, un abbondantissimo piatto di riso e dal. Chi lo sbaffa in un secondo, chi ne sputa mezzo. Giù le braghe. Tutti sui vasetti nella stanza accanto. Un’esagerazione di vasi di plastica rossi, verdi e blu. Vasi che volano, chi ci mette le mani dentro mentre la fa, chi urla perché non vuole… Poi immagino un’altra sciacquata sopra e sotto, poi a nanna. Perché a quel punto ci hanno detto grazie, il vostro compito è finito, arrivederci. L’impressione prima è che qui non ci sia tanto bisogno di noi. Domani voglio riprovarci.
Il mio bellissimo Rokindro oggi è ammalato. Nero nero, con due occhi grandi così, piange, allunga le braccia e mi indica il sole oltre la finestra spalancata…

Questa sera, tornando all’albergo da una vietta secondaria, ho visto un mucchio di spazzatura muoversi, quasi sollevarsi e prendere vita. Erano topi che entravano ed uscivano in cerca di cibo. Sono grandi come gatti e si affacciano ovunque a sgranocchiare riso abbandonato davanti ai loro buchi. Sono persino belli e non fanno scappare nessuno, sono parte della vita qui.

A Prem Dan dai malati è tutt’altra cosa. Ieri vedevo la vita all’inizio. Oggi è alla fine.
Da semplice spettatore vorrei mostrare le immagini senza commenti.
Rimanere in disparte in silenzio.
Fermarmi a pensare.
Lavare i panni a mano, stenderli, pulire i poveri incontinenti, medicarli, imboccarli e ripulirli, lavare piatti e pentole. Questo e altro c’è da fare. Sono arrivata già un po’ preparata, avevo visto la vita fuori, quella veramente povera degli slam, dove la gente campa e dorme nelle baracche fra la spazzatura e non ha niente. Avevo già immaginato un ricovero povero per ammalati poveri. Le suore sono giovani, sanno ridere e scherzare. Se non parlano inglese, con cenni ti indicano cosa fare. Ma difficile è capire come farlo e perché sei lì. Nell’aspetto esteriore potrebbe anche essere un’anticamera per l’inferno. L’amore lo vedi dopo. Sono spaesata, non so come muovermi in una buia camerata con più di quaranta letti, l’uno vicino all’altro. Tutti di ferro, un materasso leggero rivestito di plastica, un lenzuolino a quadretti bianchi e rossi o blu, nient’altro. Le finestre sono spalancate, i fan accesi. E tante povere donne che non hanno niente, ma proprio niente se non chi le assiste. Anche le camiciole che indossano, uniche cose a coprirle, sono stracci. Non solo leggeri, sono proprio rotti. Noi non li vorremmo neanche per i pavimenti.
Il pasto quotidiano arriva in due marmittoni di acciaio. Patate e piselli in umido con riso bollito. Il grosso cucchiaio che li servirà traccia veloce una croce. Una preghiera. Anche piatti e tazzine per l’acqua sono in acciaio. Chi può si arrangia da sola e mangia a letto. Alla maniera indiana non servono posate. E’ la sola mano destra che mischia il cibo nel piatto e lo porta alla bocca. Poi viene sciacquata con l’acqua avanzata nella tazza. Chi ha bisogno sarà imboccata. A volte sono loro stesse a chiedertelo, a spiegarti come fare perché c’è chi non si solleva più dal materasso. Il riso schizza lontano o sotto il letto. Non c’è niente per asciugarsi, per pulirsi. I bisogni primari si ritrovano tutti insieme, nello stesso momento nanna, pappa, cacca. Le donne vengono medicate, massaggiate con olio di cocco, creme idratanti, pettinate. La musica è molto forte anche qui oggi. Le più stanche dormono, altre tentano di ballare, battono le mani, mani storte, rovinate per sempre. Niente e amore. C’è pulizia. In questa stagione il clima aiuta, fa caldo e una secchiata d’acqua sul pavimento lava via tutto e tutto si asciuga in fretta.
Una giovane con i capelli rasati è legata con una catena di ferro per una caviglia alla sbarra della finestra. Sono senza parole, perché? Magrissima e minuta, è seduta sul metallo del suo letto senza materasso. Se la fa addosso. Mentre la portano a pulire in una stanzetta attigua si stringe contro il vestito bagnato. Ritorna nello stesso modo. Le cambiano la camiciola e la sistemano come prima. Si mette in piedi sul ripiano di ferro, si attacca con le mani alle sbarre della finestra, guarda lontano e balla. Qualcuno le si avvicina e si ferma con lei, la abbraccia a lungo.
Una donna sta molto male. Dice di sentire male al cuore e alle braccia. Non ci sono medici. Si lamenta, capisce bene e piange.
Ranu ha poco più di 23 anni e vive qua. Distrofia muscolare. Non può fare niente da sola, non ha più nemmeno l’uso delle mani. Eppure ride, ringrazia e canta. Dalla sedia di plastica rossa alla branda di metallo, spostata di peso. Cosa passa per una testa normale quando ogni momento dell’esistenza è così?
Mongiu parla un inglese pulito. E’ una bella ragazza e si sta riprendendo. Forse lei ce la farà.
Penso: posso lavare i panni, portarli su a fagotto per i tre piani fino alle terrazze e stenderli. Posso pulire i cessi, scale e pavimenti. Pelar patate o aiutare in cucina. Ma che ci faccio con le malate? Guardo le altre muoversi fra creme e massaggi, oli e pettini, padelle. Sapere cosa fare… ma un giorno non basta.
Le donne ti chiamano e parlano e il più delle volte le loro parole non hanno significato. Però se non lo sai, se cerchi di capire e non ci riesci, che impotenza, che disperazione. Io poi non sono abituata al contatto fisico così non mi viene facile accarezzare, prendere una mano, dare un bacio. Guardo chi lo fa ed in effetti basta quello. Con il tempo poi si impara.
Stendo il bucato sul terrazzo e guardo quei poveri stracci ancora sporchi nonostante i lavaggi. Ma i lavaggi sono fatti a mano e dov’era il bianco adesso non lo sai. Poco cotone, molto sintetico che fa sudare. E’ tutto rotto, buchi grandi. Qui la roba non la si butta, si consuma. Qui manca tutto.
Esco dallo stanzone ed una donna anziana immobile a letto mi prende la mano e mi dice mille volte grazie. Per che cosa, le chiedo? Per quello che fate! Ho già il magone dopo solo due mezze giornate…
Ancora tuoni. Ha piovuto tanto e l’aria è quasi fresca.

Certo, non c’è bisogno di andare in India per trovare Calcutta. Basta saper guardare per trovarla dietro casa. E cosa rispondere a chi mi chiede com’è, se ne è valsa la pena, a cosa è servito? Non è facile raccontarlo, per niente. Troppe perplessità, troppi i perché. Le mie risposte di certo non bastano. Alle conclusioni poi, nel bene e nel male, ci si arriva sempre molto facilmente. Forse Lorenzo…
“Tornava di nuovo l’unica soluzione. Non risolvere i problemi, ma condividerli, esserci, attenuare almeno la solitudine; e questo era esattamente quello che avrei fatto. … Qualsiasi cosa potessi fare mi sembrava perfettamente inutile finché leggendo un libro di Ghandi trovai questa frase: Non ti preoccupare, agisci e non cercare il risultato delle tue azioni. … Ecco la risposta, bastava fidarsi!”
Lorenzo Calamai è di Firenze e dedica buona parte della sua vita ai malati di Prem Dan. Da dire che ha lasciato in Italia un bellissimo lavoro nell’agriturismo di famiglia in Maremma. Quello che tanti di noi hanno come sogno nel cassetto. Le sue testimonianze sono raccolte in “Stracci Leggeri” … pagine che colpiscono come un pugno nello stomaco e accarezzano come la brezza dopo il passaggio dei monsoni…

Ascolto tuoni lontani, il tac tac dell’acqua che cade ancora a grosse gocce su lamiere e plastiche qua fuori. Chi vive sulla strada ha steso teli fra muro e marciapiede, mattoni e sassi a fermarne il lato sotto.
Scatto due fotografie alla nostra camera. Il fastidio allo stomaco va e viene, ancora non mi passa. Però, quasi quasi un po’ di riso bianco… mi sta tornando fame.

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