Varanasi

Racconto di viaggio in India, Varanasi

Dicono che passeggiare la sera lungo il molo dei defunti sia pericoloso. Non tanto per via degli spiriti, quanto per la presenza molto più terrena di vagabondi e ladruncoli comuni. Ma il buio della notte qui non è mai davvero buio. L’oscurità è punteggiata di fuochi. Alcune fiammelle se le porta via il Gange: sono luci di buon augurio, accese dentro piccole ceste di fiori di loto, e affidate alla corrente. Ormai trasportano perlopiù desideri e speranze di turisti di passaggio. Le fiamme della tradizione vera bruciano più verso le sponde, alitando in cielo fumi d’incenso, sandalo e carne bruciata: sono le pire che ardono incessantemente lungo i ghat, i moli in riva al Gange dove gli indù cremano i loro morti.
Per questo alcuni indiani conoscono Varanasi solo con il soprannome di Maha Shmashan Puri, che vuol dire “fuoco che non si ferma mai”. Questa è la città santa dell’induismo: un luogo propizio per morire perché, secondo antiche credenze, esalando qui l’ultimo respiro ci si sottrae al ciclo delle reincarnazioni, e si accede direttamente al paradiso himalayano di Shiva, che si ritiene sia sul Monte Kailasa.


“Varanasi”, scrisse una volta Mark Twain, “è più antica della storia, più antica della tradizione, più antica della leggenda, e appare vecchia il doppio di tutte queste cose messe insieme”. Un luogo denso di misticismo, dove tutto sembra possibile. Ad esempio, che una famiglia collocata al gradino più basso della gerarchia sociale indiana, i cosiddetti “intoccabili”, acquisisca tanto denaro e prestigio da divenire la famiglia più ricca e influente della città. Il loro nome è Dom, ma loro si fanno chiamare Dom Raja, poiché si considerano “i re del regno dei morti” (in indiano “raja” significa “re”). La loro casa è la più bella e imponente del lungofiume.
I Dom custodiscono il cosiddetto “fuoco sacro”, una fiamma che arde giorno e notte da tempo immemorabile all’interno di un tempio dedicato a Shiva. Nel complesso cerimoniale della cremazione, il fuoco sacro, con cui la pira funebre viene accesa al termine del rito, è considerato un elemento fondamentale. E per avervi accesso, le famiglie dei defunti fanno offerte anche cospicue.
Matru Dom è uno dei capifamiglia. In città lo conoscono tutti, ma non è facile arrivare a lui. Accetta di parlarmi solo grazie all’aiuto di un intermediario. E’ sera fatta, ormai, quando arrivo all’Harishchandra Ghat, un molo delle cremazioni tra i più antichi in città, e forse il più sacro in assoluto. Tutto intorno un fitto tramestio di fedeli e sacerdoti già impegnati nelle cerimonie funebri. Ci sono petali di rosa e fiori di loto sparsi un po’ ovunque, braci quasi consumate, roghi che bruciano con fiamme alte tre metri, legna accatastata in attesa dell’arrivo di una salma. “Aspetta qui”, dice Sadhu, l’intermediario. Mi fa un cenno d’intesa, poi si arrampica leggero sulla scalinata che sale verso la città. Il Gange nero si appropria della visuale. Sembra accogliere con identica accondiscendenza i vivi e i morti che continuamente si riversano, o vengono riversati, nelle sue acque. Un vecchio, seduto su uno scalino in riva al fiume, tossisce e sputa in terra più volte. Poi torna a guardare l’acqua senza espressione. Alcuni anziani, all’approssimarsi della morte, vengono qui ad aspettare il destino. Un tempo anche i malati incurabili venivano abbandonati lungo le rive del fiume, all’interno di capanne fatte di rami. Non ci si attendeva che il Gange facesse il miracolo, come l’acqua di Lourdes, ma che accettasse lo spirito del defunto al momento della sua morte. Se il malato invece sopravviveva, si pensava che fosse stato rifiutato dagli dei, e pertanto veniva respinto dalla società e isolato tra i paria, gli intoccabili.
“Matru Dom, signore”. Mi giro. Davanti a me c’è un uomo piccolo, avvolto in una sciarpa bianca che mette ancor più in risalto la sua carnagione scura (caratteristica di molti intoccabili). Ci sediamo sotto un piccolo portico di cemento. Parla un inglese stentato, ma sorprendentemente spolvera qualche parola di italiano. “Ciao amico”, abbozza sorridendo, “bella Italia”. Ricorda di aver imparato quelle parole da un missionario, qualche anno addietro. Poi torna serio, fa qualche cenno a dei ragazzi impegnati su un rogo ormai agli sgoccioli. Finalmente mi racconta dei Dom: “Non saprei dire da quanto tempo la mia famiglia faccia questo lavoro, nessuno può dirlo. Custodiamo il fuoco sacro da generazioni. Facciamo un lavoro onesto, e non chiediamo in cambio nulla, solo donazioni spontanee”. Si mette in bocca una foglia di betel, avvolta in una miscela di spezie dal colore rosso: per gli indiani aiuta a digerire e profuma l’alito, ma non tutti gli amanti del betel sanno che è causa frequente di cancro alla bocca.
“La donazione più importante”, prosegue, “venne dalla famiglia di un maraja: 5 milioni di rupie (quasi 90 mila euro, ndr). Ma noi accettiamo qualunque offerta. Anche 50 rupie”. Secondo l’induismo, fare offerte di questo tipo consente a ciascuno di migliorare il proprio karma, una sorta di somma delle azioni passate dal quale dipende la reincarnazione dell’anima. Per questo quando c’è da fare offerte per cerimonie importanti come un funerale, le famiglie benestanti non badano a spese. E l’offerta per il fuoco sacro non è che una parte. “Ci vogliono 360 chili di legna e 3 ore di tempo affinché le fiamme consumino un corpo”, racconta. “I più ricchi comprano legna di sandalo, che arde meglio ed è profumata, ma costa più di 100 rupie al chilo (circa 2 euro)”.
Spesso, però, le famiglie più povere non possono permettersi abbastanza legna, e allora il corpo non brucia a sufficienza, rimangono dei pezzi intatti. I Dom sanno come gestire queste situazioni: rivoltano i corpi tra le fiamme, li colpiscono con un bastone, e riescono così a ridurre il tempo necessario alla cremazione. “Noi siamo esperti”, sorride Matru. “Per questo tutti ci rispettano e nessuno si sognerebbe di affidare ad altri il proprio defunto”. Si guarda attorno, osserva il lavoro dei Dom, con l’aria del re che scruta i suoi possedimenti. Poi mi confida: “Una volta noi Dom abbiamo bruciato anche la salma di un italiano”. Soppesa per un attimo il mio sguardo meravigliato. “Proprio lì, vicino a quel mucchio di braci”, aggiunge stringendo gli occhi e indicando con un gesto circolare una pira ormai estinta. Sputa il betel. Dopodiché continua: “Era un vecchio venuto a Varanasi ormai da qualche settimana. Lo vedevamo spesso, qui al ghat. Conoscevo anche il suo nome, ma ora non lo ricordo più. Veniva sempre da solo, un signore curioso con un berretto in testa. Aveva occhi strani, sembrava sereno di spirito, ma forse il suo corpo era malato”. Riprende a masticare del betel. “Poi improvvisamente smise di venire, non lo vidi per un po’. Lo trovarono morto nella sua stanza d’albergo. E accanto al cadavere c’era un foglietto, nel quale chiedeva di essere cremato qui. Così la polizia telefonò alla sua famiglia, in Italia, e chiese il permesso per la cremazione. Dopo lo affidarono a noi Dom. Le ceneri, però, non le abbiamo buttate nel Gange. La famiglia le ha volute indietro, così, alla fine della cerimonia, le abbiamo raccolte in un urna e sono partite per l’Italia con il primo aereo”. Dalle sue parole traspare l’orgoglio per il rispetto che i Dom si sono guadagnati anche presso le forze dell’ordine, con il loro centenario lavoro di custodi delle cremazioni.
Un rispetto che sembra oltrepassare ogni barriera sociale. Matru ne è convinto e nega con forza l’esistenza di disparità tra i vari livelli della società indiana. “Non ci sentiamo affatto discriminati per la questione delle caste. Possiamo avere la pelle più scura, essere più o meno poveri, ma alla fine siamo fatti di carne e ossa, siamo tutti come fratello e sorella”, dice, cercando con insistenza il contatto con le mie mani. Ma poi ci pensa un po’ su e ammette: “Certo, a volte succede che qualcuno delle caste più alte eviti di toccarci. Ma accade raramente. Non è più come un tempo. Oggi i bambini vanno a scuola, sono più acculturati. E capiscono che tra esseri umani non ci può essere differenza”. Le pupille scure lampeggiano a tratti, illuminate dai bagliori delle pire che bruciano tutto intorno.
Si interrompe, indica un corteo di persone che scende al molo, portando un feretro. Cantano “Ram Nam Satya hei” (Rama, l’unica verità). “Quelli sono bengalesi”, spiega. “Hanno canti diversi, tradizioni particolari: noi indù bruciamo il defunto con la testa rivolta verso Calcutta, dove il Gange sfocia nell’oceano. Loro invece preferiscono sistemare le spoglie con la testa verso la sorgente, e i piedi verso la foce”. I bengalesi trasportano il defunto avvolto in un sudario su una barella di bambù. Si sistemano in riva al fiume e il bramino inizia il rituale illuminato dagli schermi di un paio di telefoni cellulari. Tradizione e tecnologia. Per tre volte l’acqua del fiume viene versata in bocca al cadavere, prima di adagiarlo sulla pira e accendere il rogo. Nessuno fa una piega quando dal feretro ormai avvolto dalle fiamme, un braccio del defunto esce dalle bende, ondeggiando inerte per qualche secondo prima di essere aggredito dal fuoco.
Molti indù non hanno abbastanza denaro per finanziare un corteo funebre sino a Varanasi” riprende Matru. “Così bruciano il defunto a casa loro, e qui portano solo le ceneri, per disperderle sul Gange”. Solo alcuni morti sono considerati puri, e non è quindi necessario bruciarne i corpi: si tratta dei neonati, dei morti per vaiolo o per morsi di serpente, e delle vacche. I loro corpi vengono sepolti, oppure gettati direttamente nel fiume. Non vedo donne, al ghat delle cremazioni. Chiedo spiegazione a Matru. “Non c’è un divieto codificato secondo cui le donne non possano assistere alle cremazioni”, spiega. “Però le famiglie preferiscono così. Le donne spesso sopportano meno il dolore per la perdita di un parente, e potrebbero turbare la cerimonia funebre con pianti e lamenti”. In effetti, non ci sono segni di disperazione, né scene di isteria di alcun tipo tra i parenti che assistono alla cremazione dei loro defunti. La cerimonia segue di solito un rituale preciso: dopo le parole pronunciate dal sacerdote è il primogenito del morto ad accendere il rogo, girandogli attorno cinque volte. La salma è avvolta in un sudario rosso se si tratta di una donna, bianco se si tratta di un uomo, giallo dorato se è una persona anziana, indipendentemente dal sesso.
“Vieni, in cima a questa scalinata c’è il fuoco sacro. Te lo mostro”. Matru sale lentamente i gradini, rispondendo con cenni di benevolenza ai molti sguardi che incrociano il suo.
Il tempio che custodisce il fuoco sacro ha un aspetto molto meno scenografico di quanto il suo valore rituale lascerebbe presagire. Una brace debole espira il suo fumo all’interno di una nicchia di cemento dipinta di rosso. Nella parte alta, cinque icone immacolate riconducono il fornetto alla sua dimensione spirituale: Shiva il distruttore danza in mezzo alle fiamme che rappresentano il ritmo perpetuo della distruzione e della creazione; accanto alla sua icona, c’è quella del paffuto Ganesh, il dio dalla testa di elefante, solitamente legato al concetto di fortuna; poi c’è Kali “la nera”, con la lunga lingua rossa e una ghirlanda di teschi umani appesa al collo, segni caratteristici della dea della morte; le ultime due mattonelle sono per Durga, moglie di Shiva che si batte per la difesa dell’ordine cosmico, e Vishnu il preservatore, associato al concetto di giustizia.
Il fuoco per le cremazioni deve partire da qui”, assicura Matru, soffiando piano sulla brace per mostrarmi che è ancora viva. “Vedi questi steli di paglia? La gente li accende qui al tempio, e poi li usa per attizzare le fiamme sulla pira. Ognuno dona quello che può”, ripete. Invitandomi in maniera più o meno esplicita a contribuire con un’offerta. Gli metto in mano le poche rupie che ho in tasca. “Torna domattina all’alba”, riprende lui, “voglio mostrarti la casa dei Dom Raja”. Lascio Matru alle sue mansioni di custode del fuoco e mi incammino lungo il ghat, illuminato a squarci dai falò. Luci accese da vite spente. L’occhio mi cade su un oggetto conficcato in una brace ormai quasi esausta. Sembra un femore. Affretto il passo. Al Kedar Ghat è già in corso la puja della sera. E’ una cerimonia rituale che si svolge all’alba e al tramonto, e rappresenta l’offerta di luce al fiume. La cerimonia più importante si svolge al Dasaswamedh Ghat, qualche chilometro più avanti, con cinque sacerdoti che officiano il rito accompagnati da un chiassoso gruppo di musicisti armati di tamburo. Chi preferisce una spiritualità più raccolta si ferma al Dekar. Un solo sacerdote, in piedi su una piattaforma di legno collocata di fronte al Gange, spande un crescendo di luce con movimenti precisi e armoniosi, servendosi dapprima di candele, per passare poi a incensiere, candelabri e lampade infuocate. Un ragazzo accompagna i gesti del sacerdote con un tamburello. Al termine della puja, nel ghat tornano oscurità e silenzio. Ancora pochi metri incerti sui gradini di pietra, nella testa gli ammonimenti sui rischi della Varanasi notturna. Poi è un sollievo riconoscere nel buio l’insegna lampeggiante della guesthouse.

Sul Gange l’alba arriva prima. I ghat non dormono mai, e i canti religiosi si diffondono pian piano ben prima che la luce del sole nascente arrivi a lambire le acque del fiume.
Lungo le sponde i primi pellegrini hanno già iniziato il loro complesso rituale: uomini e donne di ogni età sono assorti nelle abluzioni che prevedono bagni e gesti simbolici, da eseguire secondo un ordine preciso. Ogni errore commesso nella sequenza può portare sventura. Un uomo, immerso fino alla vita, riempie d’acqua una brocca d’ottone, ne beve parte del contenuto, poi la ripone sotto il braccio: al termine del rituale la porterà su al tempio. Una signora anziana è nel fiume con tutti i vestiti. Raccoglie l’acqua nelle mani a coppa, poi, rivolta verso il sole, la lascia gocciolare attraverso le dita. Un’offerta ai propri antenati e alle divinità. Più al largo, due pescatori trafficano con le loro reti su una vecchia barca. Nessuno si cura dei turisti più mattinieri che, scarrozzati in barca dal personale degli hotel, scattano freneticamente con le loro macchinette fotografiche digitali, spesso a un palmo di distanza dai pellegrini.
Matru è gia al ghat. Ha appena comprato una nuova foglia di betel e sembra di buonumore. Saliamo su una piccola imbarcazione che ci traghetta verso la casa dei Dom. Sulla sponda del fiume, dove ieri ardeva una grande pira, sono rimasti solo cenere e frammenti di bambù e del sudario. Due bambini scalzi rovistano tra i resti del rogo. “Sono i nostri ragazzi”, sorride Matru, scorgendo il mio sguardo interrogativo. “Prima di buttare le ceneri nel fiume setacciano per bene, in cerca dei gioielli che il defunto aveva addosso. Sono tutte cose che rimangono a noi”.
La casa dei Dom Raja non è distante. Si staglia sul Gange come un piccolo castello, dalle mura intonacate, un bel po’ di tempo fa, di rosso e celeste. All’interno le stanze sono grandi e colorate, anche se arredate in maniera approssimativa, e con una patina di fumo scuro sulle pareti. Sulla grande terrazza c’è un tempio per le preghiere che si sporge direttamente sul Gange. Ai due angoli, affacciate sul fiume, due imponenti tigri di ceramica colorata rivendicano alla casa dei Dom il primato tra gli edifici bagnati dal fiume sacro. Molti di questi sono palazzi di Maharaja provenienti anche da città lontane, come Jaipur. Una selva curiosa di figlioletti e nipotini ci segue in ogni stanza. Alcuni hanno un tratto di carboncino sulla fronte. “Serve a proteggerli dagli sguardi dei malintenzionati”, spiega Matru. “Il carboncino intorno agli occhi, invece, protegge dalla polvere nelle giornate di vento”. Matru mostra con orgoglio il ritratto di un suo antenato, l’uomo che fece affari con un Maharaja, ottenendo in cambio forse la cospicua donazione che diede avvio alla vera fortuna dei Dom. Tre donne lavano i panni sulla grande terrazza assolata. I bambini le aiutano a stenderli su un fitto reticolo di pali e fili che occupa parte del terrazzo. C’è un cucciolo di cane, una sedia da giardino di plastica, un lettino in legno e vimini. Nulla lascia trasparire la grande ricchezza dei Dom, se non l’imponenza dell’edificio arroccato in posizione strategica sul fiume.
Torniamo alla barca, seguiamo a ritroso il percorso dell’andata. Il sole è alto, sulle sponde del fiume il flusso di pellegrini sembra cresciuto. Adesso ci sono anche i professionisti del lava-e-stendi, spediti dagli hotel a sciacquare le lenzuola sul fiume. Dagli stretti vicoli della città vecchia arriva anche un pastore con un’intera mandria di bufali, che si accomoda in acqua senza creare grande scompiglio.
Nei ghat delle cremazioni, i roghi sono ripresi a pieno ritmo. Enormi mucchi di legna da ardere sono impilati in cima alle scalinate, dove vengono pesati accuratamente su grosse bilance che stabiliscono il prezzo della cremazione. Fuoco sacro a parte. Mi affretto a nascondere la macchina fotografica. Scattare foto nella zona delle cremazioni è considerato sacrilegio. Anche se Matru mi fa capire che, pagando 50 euro al funzionario giusto, è possibile ottenere un’autorizzazione scritta che consente di scattare foto liberamente anche nei ghat sacri. Resta da scoprire come la moltitudine di indu impegnata nei riti funebri riesca a distinguere chi ha il permesso di fare foto da chi non lo ha.
Dietro le pire dei defunti che ardono, incombe una struttura che sembra morta anche lei. E’ il crematorio elettrico di Varanasi, voluto dal Governo per tentare di porre argine all’inquinamento del Gange, dove spesso, nonostante il lavoro dei Dom, vengono gettati cadaveri non del tutto bruciati. Si calcola siano almeno quarantacinque mila ogni anno. Ma l’elettricità, nella città santa, va e viene in continuazione. E il crematorio è diventato presto un monumento alle buone intenzioni. Così come il sistema di depuratori installato in diversi punti del fiume, e mai veramente funzionante. Doveva depurare una striscia di fiume dove 30 cloache scaricano contemporaneamente i propri liquami. Gli investimenti per 25 milioni di dollari, riversati tra il 1986 e il 1993 dopo forti pressioni sul governo, si sono rivelati inutili.
Il livello d’inquinamento del Gange a Varanasi raggiunge livelli talmente alti che l’acqua è praticamente priva di ossigeno disciolto. Studi recenti hanno mostrato che in 100 ml di acqua del fiume sono presenti un milione e mezzo di colibatteri fecali…un valore che in acque balneabili non dovrebbe essere superiore a 500.
Anni fa si era tentato anche di affidarsi a spazzini naturali: tartarughe carnivore, introdotte nel fiume con la speranza di eliminare ciò che restava di rifiuti organici e cremazioni imperfette. Ma le tartarughe sono scomparse in pochissimo tempo. E la gente, sul Gange, continua a fare quello che ha sempre fatto: i pescatori pescano, i pellegrini eseguono le abluzioni rituali, i bambini si fanno il bagno e tutti lavano qui i propri panni.
Eppure il Gange ha una velocità di “autodepurazione” che continua a sfidare la scienza. Il vibrione del colera, che in acqua distillata sopravvive 24 ore, nell’acqua del Gange resiste appena 3 ore. Per gli scienziati è un rompicapo, al quale Mark Twain, sempre lui, diede una spiegazione dissacrante: “Nessun microbo che si rispetti saprebbe vivere in un’acqua simile”. Una considerazione che i “figli del Gange” non esiterebbero a definire profana.
Matru allarga le braccia e spiega: “Il Gange è nostra madre. E una madre non farebbe mai del male ai propri figli. Vedi la gente che si bagna nel fiume? Non è mai accaduto nulla di male. Nessun incidente, nessuna malattia. Se fosse successo, tutti sarebbero stati molto più cauti. Ma non è mai accaduto. E mai accadrà”. Poi si guarda attorno e, prudentemente, aggiunge: “Se Shiva vorrà”, con un ampio sorriso che scopre i denti macchiati dal rosso del betel.

di Luca Di Bella
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