Viaggio a Gerusalemme

Racconto di viaggio in Israele

Sono le due del mattino quando l’Airbus dell’Alitalia mi scarica, nell’area internazionale dell’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Mi dirigo verso un’uscita destinata agli stranieri. Un’impiegata mi chiede perché sono venuto a Gerusalemme. Io sperando di arrivare prima possibile ad una macchinetta per il caffè, rispondo a tutte le domande postemi. Dopo mezzora riesco a passare, ma solo per essere bloccato nuovamente da una signorina, dal viso d’angelo, che afferma di essere della sicurezza e che mi sottopone ad un accurato interrogatorio. La storia dura a lungo e sono le tre quando riesco ad infilarmi in un tassì guidato da un estroverso ebreo sefardita di origine egiziana, che trasportandomi verso Gerusalemme mi racconta della sua vita, del padre rimasto cieco dopo essere stato ospite delle galere egiziane e della farmacia perduta per sempre, che ancora porta il nome della sua famiglia. Scendo al Caesar, un hotel dotato di una rassicurante aria condizionata.

Gerusalemme

Fatta una doccia, m’incammino lungo Jaffa rd. la via dei mercati, dove gli israeliani hanno costruito, a spese dell’antico quartiere turco, una zona residenziale impreziosita da giardini ed edifici in pietra che ospitano centri studi e musei, e purtroppo resa famosa da una lunga serie di attentati. Le persone che incontro, a parte gli integralisti bardati con lunghe vesti nere ed enormi colbacchi pelosi, hanno l’aspetto dell’abitante medio della solita città europea. Dopo qualche minuto davanti a me appaiono le mura della città vecchia. L’imponente struttura fatta costruire da Solimano il Magnifico tra il 1538-39.
Il bar “Cappuccino”
Entrando dalla porta di Jaffa m’imbatto nelle tombe dei due architetti, che secondo la tradizione avevano pagato con la vita alcuni errori di costruzione. Quindi, attirato da un’insegna su cui è scritto “Cappuccino”, svolto a sinistra infilandomi in un vicolo di quella che scopro essere la zona greco-ortodossa. Il locale è ampio e possiede due entrate contrapposte, su due diversi vicoli. Ordino da bere e intervisto il proprietario, un cattolico palestinese scoprendo che si chiama Asrak, nome che tradotto significa Blu, che mi ragguaglia un po’ su usi e costumi.

Nel vicolo, il più fresco della città, armeni, ortodossi, cattolici od uniati, insieme a greco ortodossi, aramaici siriani, russi ortodossi e qualche mussulmano, passano la sera fumando la pipa ad acqua e bevendo vino di Betlemme. Chiedo al giovane barman come vanno le cose ed egli mi spiega che senza turisti la vita è dura. Io, vedendo che serve ai clienti anche qualche spuntino, gli suggerisco che forse gli conviene dedicarsi di più ai 10.000 negozianti della città, magari cucinando spaghetti. Lui mi prende in parola e in breve recupera gli ingredienti che gli chiedo. In un’oretta sono pronte venti porzioni della famosa pasta condita con pomodorini saltati in padella. Sparsasi la voce i clienti affluiscono e prima di sera sono costretto a preparare altre venti porzioni. L’incasso è buono e il mio intervistato lì per lì decide di trasformare il suo caffè in una “spaghetti house”. Saluto il simpatico ed intraprendente imprenditore e, superata la possente torre di Davide, m’inoltro nel quartiere armeno.

Una delle quattro zone in cui è divisa la città, l’armena, l’ebraica, la mussulmana e la cristiana. Gli edifici sembrano fortezze, costruite con pietre squadrate di grosse dimensioni, e con ogni apertura protetta da robuste griglie di ferro battuto. Entro nella cattedrale del Patriarcato Armeno Ortodosso, dedicata ad entrambi i Giacomo (Maggiore e Minore). La porta d’ingresso è in ferro e mi spiegano che pesa circa una tonnellata. Gli armeni sono noti per essere fabbri eccellenti. Dopo aver visitato gli interni della chiesa, il museo ed i negozi di alcuni pittori di mattonelle, dove ho avuto l’impressione di aver scoperto chi ha inventato il blu, davanti ad un te alla menta, in un baretto ricavato in un arco delle mura, riesco a smuovere la tradizionale riservatezza di questo popolo facendomi raccontare come gli armeni da pagani adorassero il fuoco, che era femminile, l’acqua che era maschile e si considerassero cacciatori di draghi, e come essi a Gerusalemme fossero entrati con gli alleati romani nel primo secolo a.C, costruendo il loro quartiere proprio dove un tempo si accampò la X Legio Fretensis. Naturalmente la conversazione scivola sul genocidio degli armeni, commesso nel 1915 da tribù curde su comando turco, e con consiglieri tedeschi, nel quale furono sterminati un milione e mezzo di uomini, donne e bambini durante una lunga marcia che portò i superstiti a trovare orrenda fine in profonde caverne in Siria. La visita al misterioso quartiere si protrae fino a notte ed è solo l’indomani che riprendo la visita alla città, cominciando dal quartiere ebraico, nel quale tra le costruzioni moderne, infatti, la zona fu messa a ferro e fuoco dalla legione araba nel 1948, si possono vedere tratti del cardo massimo fatto costruire dall’imperatore Adriano, resti possenti di una via larga 22 metri dei quali metà coperti da portici. Quindi seguendo la fila dei soliti ebrei ortodossi, che con cura schivano gli stretti vicoli del quartiere arabo, mi incammino verso il muro del pianto. La spianata del tempio, l’Haram esh-Sheriff, con la cupola dorata della moschea della roccia, mi appare all’improvviso. Mi fermo senza fiato osservando la possente muraglia, detta del pianto, e fatta costruire da Erode il Grande nel 20 a.C., realizzata con pietre perfettamente squadrate, per sostenere con il terrapieno anche l’immaginario di miliardi d’ebrei, cristiani e mussulmani. Infatti, il luogo, è sacro agli ebrei che, con l’ausilio di architetti fenici, vi costruirono il Tempio di Salomone, poi raso al suolo ben tre volte. L’area contiene anche la roccia dove Abramo stava per sacrificare il figlio Isacco. Dallo stesso punto Maometto balzò con il suo cavallo bianco verso il cielo, e fu per questo che il califfo Abd el Malik, tra il 687 e il 691, fece costruire, da architetti bizantini, la Qubbet es-Sakhra, la Cupola della Roccia, quella meraviglia in cui un ottaedro, forma che rappresenta il rapporto fra l’uomo e Dio, racchiude un cubo, simbolo della materialità, che a sua volta sostiene una semisfera dorata, immagine della divinità, geometrie obbligate per qualunque costruzione religiosa sia essa ebrea, cristiana, mussulmana, induista o buddista e che diede, dopo la prima crociata, il nome ai cavalieri templari che, nel 1118, la elessero a dimora.
Assorto nella contemplazione dei dodici ettari più intrisi di misticismo del mondo, mi vengono alla mente le leggende dei tesori che lì dovrebbero essere nascosti, e come il luogo fosse stato sempre il teatro di bagni di sangue come quello che commisero i babilonesi per primi, contro le popolazioni di origine ebraica, seguiti dagli egiziani. Quindi furono gli stessi ebrei ritornando, ad eliminare i conversi al paganesimo. Perfino quel campione d’etica cavalleresca che fu Goffredo di Buglione, laggiù perse la testa, e fece sterminare i settantamila abitanti della città, appena conquistata.
Infine scendo in basso avvicinandomi al muro.

Muro del Pianto

Sono sul luogo da dieci minuti quando colgo un parlottare e noto una serie di persone che indicano un punto nella parte alta del manufatto. Chiedo spiegazioni e mi viene risposto che il muro stava piangendo. Qualcuno mi spiega che quella era una buona cosa, ma l’infittirsi del ritmo di preghiera mi fa sospettare che il muro del pianto, che piange, non sia proprio quello che si potrebbe definire un buon presagio. Poi vicino a me un’anziana guida armena commenta in buon italiano: ”E’ la solita storia, ogni tanto gli arabi sulla spianata fanno finta di rompere un tubo e se la ridono vedendo le facce sorprese degli ebrei.”
Risalgo la lunga rampa per trovarmi all’improvviso nel suk del quartiere arabo. E’ come entrare in una bolla temporale. Il mercato, al contrario delle zone turistiche, è popolatissimo. La serie di vicoli nei quali si dirama sono soffocati dalle merci colorate che traboccano dai banchi. La gente sfila fitta nell’esiguo spazio che resta, cercando di evitare i carrettini a mano che sfrecciano segnalati dalla voce squillante dei soliti ragazzini, o di superare gli immancabili vecchietti muniti della tradizionale keffiyeh, che incontrandosi sbarrano la strada per salutarsi nei modi e nei tempi della tradizione. Seguendo la folla esco dalla porta di Damasco. In alto osservo un militare israeliano che da una finestra sovrastante l’ingresso controlla il flusso delle persone. Scatto una fotografia, giusto perché la sua posizione mi sembra vagamente provocatoria, in un luogo arabo per eccellenza. Poi è un attimo, mentre sto guardando sfilare delle ragazze, vestite con lunghe tuniche ondeggianti, ed il capo coperto dal solito chador che fa risaltare i loro occhi da cerbiatte, sento un colpo forte, seguito da una raffica. Giro la testa giusto per vedere come il soldatino non sia più nel riquadro della finestra.

La folla ondeggia incollerita ed un gruppo di poliziotti e militari, prontamente accorsi, a stento riesce a creare un varco per portare via il soldato ferito, mentre il morto, un vecchio arabo che sfortunatamente si era trovato nella traiettoria della raffica sparata, nello spasmo, dal giovane militare mentre cadeva, rimane a terra. Mi allontano senza correre, mentre un elicottero comincia a sorvolare il luogo ed i soldati israeliani affluiscono sempre più numerosi.
Dopo qualche centinaio di metri raggiungo la zona cristiana ed il Santo Sepolcro, dove rintraccio la guida armena che si trovava davanti al muro del pianto.

Il luogo è solenne, ed in esso si accatastano cappelle e cappellette, archi immensi e buie cripte, spazi gestiti dalle varie confessioni che si contendono diritti e riti tramandati dalla tradizione. Improvvisamente l’eco di un forte alterco mi strappa dalla contemplazione ed anche qui vedo intervenire numerosi poliziotti, armati fino ai denti. Mi tranquillizza la voce dell’austera guida armena: “E’ solo lo scontro è fra un prete Egiziano Copto che si è ricavato una stanza nella zona riservata alla sua religione, bloccando il passaggio ai pellegrini che da sempre fanno quel giro. Deve sapere che qui ogni diritto va difeso a coltello perché se una sola volta lo cedi diventa automaticamente tradizione.”