Mongolia

Racconto di viaggio in Mongolia

Itinerario: Ulaan Baatar – Parco Nazionale Terelj – Parco Nazionale Khustai – Ogii Nuur – Karakorum – Khujirt – Ongiin Khiid – Bayanzag – Khongoryn Els – Yolyn Am.

Mezzi di trasporto: Jeep russa Uaz
Pernottamenti: Tenda
Durata: 2 settimane

Finalmente dopo aver più volte rimandato, partiamo per la Mongolia! E’ il nostro primo viaggio in Asia, e lo abbiamo pianificato bene dall’Italia mettendoci in contatto, grazie ai consigli di altri viaggiatori, con una corrispondente mongola, Dulam, che ci ha trovato un autista che con la sua Jeep russa Uaz ci accompgnerà in giro (infatti in Mongolia non è possibile affittare per conto proprio un’auto, anche perché le indicazioni sono in cirillico e soprattutto non esistono le strade!). Arriviamo via Mosca di buon mattino e subito ci aspetta una brutta sorpresa: tutti i bagagli del volo sono rimasti in Russia, compresa la carrozzina di Giò! All’incredulità della cosa fa subito seguito l’incazzatura, non è possibile dimenticarsi tutti i bagagli e per di più una carrozzina! Ma tant’è….ci tocca aspettare ben tre giorni senza nulla e con una carrozzina da ospedale enorme, pesantissima e quindi ingestibile in qualunque situazione! Per fortuna dopo un giorno e dopo grandi insistenze la compagnia aerea ce ne fa pervenire una un po’ più decente… All’aeroporto ci vengono a prendere Tumen (la sorella di Dulam), una sua amica e Dimjick, il nostro autista, i quali ci portano ancora un po’ scioccati nell’albergo dove pernotteremo in Ulaan Baatar (doveva esser per una notte, invece sarà per tre…). Qui facciamo un po’ il punto della situazione e vista l’impossibilità di iniziare il nostro giro da subito, stabiliamo per il giorno dopo una visita ad un parco non lontano dalla città e poi la visita alla capitale stessa! Si comincia quindi dal Terelj, 80 km a nord est di Ulaan Baatar, un parco che vanta bei paesaggi alpini: qui abbiamo i primi contatti con la natura, vediamo infatti marmotte e soprattutto tanti cavalli allo stato brado, di cui una col piccolo nato da pochi istanti (lui ancora tremolante e bagnato e lei con la placenta attaccata)! E abbiamo anche i primi assaggi della mitica Uaz, la jeep russa resistentissima che ci trasporta, indistruttibile, che va ovunque grazie all’assenza degli ammortizzatori, sostituiti da lunghe assi in ferro (la nostra schiena non ne sarà molto felice…). Inizialmente con Dimjick c’è un po’ di imbarazzo, lui infatti non parla una sola parola di inglese, ma col tempo affineremo la nostra tecnica di comunicazione…

Ulaan Baatar

Il giorno dopo visitiamo Ulaan Baatar, la capitale e unico grande centro della Mongolia: la immaginavo meno caotica, invece per le strade è un clacson unico in un traffico disordinatissimo…è bella Sukhbaatar, l’enorme piazza principale in perfetto stile sovietico (mai vista una piazza così grande eccetto Plaza della Revolucion a l’Havana), con alle spalle il Parlamento mongolo e poco distante una statua in onore di Lenin. Visitiamo poi il grande Gandan Khiid (che significa il luogo meraviglioso della gioia completa), il più grande e importante monastero della Mongolia, che ospita 150 monaci. All’interno del monastero si trovano diversi templi buddisti tra cui l’imponente Migjjd Janraisig Sum, che conserva una enorme statua in oro del Buddha. Tutt’attorno decine di stupa, le preghiere buddiste, e un’ atmosfera davvero tranquilla…Un altro importante monastero che visitiamo è il Coijin Lama, noto anche come museo della religione, con al suo interno cinque piccoli templi. Facciamo poi un giro ai grandi Magazzini Statali (moderni,dotati anche di ascensore) a curiosare tra i souvenir, e poi rientriamo nel nostro piccolo albergo poco distante dal centro…Domani, se tutto va bene, arriveranno i nostri bagagli e finalmente potremo cambiarci. E infatti, accompagnati stavolta da Tumen all’aeroporto, finalmente recuperiamo zaini e carrozzina! Finalmente può avere inizio il nostro giro!!!! Tempo di ritrovare Dimjick e di caricare per bene la jeep dopo un’abbondante spesa (in particolare con acqua che difficilmente troveremo lungo il tragitto) e partiamo salutando Tumen, destinazione Parco del Khustai. Usciti dalla caotica capitale ci accorgiamo che via via le strade spariscono e rimangono solo piste mal ridotte e polverose. Dimjick pensando di farci un favore, ci ha comprato una cassetta dei Bee Gees da ascoltare (non ne potremo più di sentirli alla fine); per fortuna che ha dietro anche cassette con musiche mongole, che con questi paesaggi rendono di più, anche se Giò non le sopporta! Arriviamo al Khustai, un luogo fatto di steppe, dove abbiamo la fortuna di avvistare i rari takhi, una specie di cavalli selvaggi mongoli una volta in via di estinzione e ora reintrodotti in quest’area…ci sono tanti piccoli, il che lascia ben sperare sull’esito del progetto di reintroduzione…Ci fermiamo un po’ ad osservarne un branco, nel silenzio più assoluto… Ecco, si, proprio il silenzio talvolta surreale, spezzato di tanto in tanto dal verso di qualche animale o dal vento, sarà la vera colonna sonora del viaggio! Ci spostiamo dal Khustai e dopo un po’ di chilometri Dimjick decide di piantare il campo nel bel mezzo del nulla: ovunque si giri lo sguardo non si vede che l’orizzonte, uno spettacolo! E così montiamo le due tende e prepariamo la cena. Da casa ci siamo portati qualche pasta e riso liofilizzati oltre a qualcosa per la colazione, e anche Dimjick si è ben attrezzato! Fa buio molto tardi, dopo le 23, e cominciamo un utile passatempo indicando gli oggetti e pronunciandoli nelle nostre rispettive lingue! Ci sarà utile soprattutto perché Dimjick impara in fretta avendo un’ottima memoria e studiando tutte le sere sul vocabolarietto inglese-mongolo che si è portato dietro. L’indomani dopo la colazione, smontiamo il campo e ripartiamo! Dopo tanta strada sterrata arriviamo al lago Ogii Nuur, un grande specchio d’acqua incastonato in una natura selvaggia: anche qui tutt’intorno non c’è nulla e sulle sue sponde montiamo le tende e passiamo il pomeriggio a goderci gli scorci panoramici, fino al lungo e spettacolare tramonto che colora di mille tonalità l’immenso cielo che ci sovrasta!

Il luogo è purtroppo anche pieno di moscerini… Ad un certo punto, dal nulla, ci fa visita una coppia che ci fa pagare un’irrisoria tassa di cui ancora non abbiamo capito il senso (meno male che c’è Dimjick che ci aiuta a tradurre non senza difficoltà). L’indomani ripartiamo, ma dopo poco ci fermiamo ad una ger, ovvero una tipica abitazione mongola, una tenda in feltro di forma circolare( la maggior parte dei mongoli sono nomadi e vivono spostandosi col bestiame e vivendo in queste tipiche tende): qui troviamo i tizi del giorno prima che evidentemente ci avevano invitato a casa loro! Entriamo e ci presentano l’intera famiglia e subito ci offrono in segno di ospitalità i loro prodotti: airag, ovvero il latte di cavalla, thè salato e un durissimo formaggio….non sono proprio delle prelibatezze, anzi, ma facciamo buon viso e buttiamo giù…poi mi fanno provare anche la moto e il loro cavallo (a momenti salendo cado con grande divertimento di tutti i presenti). Per sdebitarci regaliamo loro matite, piccoli peluche e caramelle, ma ciò che gli fa più piacere sono senz’altro le foto fatte con una polaroid che ci siamo portati dietro proprio per queste evenienze! E’ un po’ imbarazzante non poter comunicare in nessun modo se non a gesti, ma è comunque una bella e indimenticabile esperienza quella di venire a contatto con queste fiere popolazioni nomadi! Ripartiamo felici verso sud; dopo una breve sosta alle rovine di Khar Balgas ecco una nuova inaspettata sosta ad un’altra ger: Dimjick infatti si ferma per chiedere informazioni sulla strada, e i componenti della numerosa famiglia nomade ci invitano a bere una tazza di airag. Ci sono diversi bambini curiosi soprattutto nel vedere una sedia a rotelle; anche qui regaliamo delle polaroid e i consueti doni, e Dimjick acquista un’intera tanica di airag che ci toccherà bere nei seguenti giorni! Proseguiamo e, non prima di aver guadato diversi fiumi (la jeep Uaz va davvero ovunque!) ed esserci persi più volte (ma qui è normale non essendoci neanche le piste tracciate…) arriviamo a quella che un tempo era la capitale del più grande impero del mondo e che oggi è solo un piccolo villaggio: Karakorum. Qui da visitare c’è solo l’imponente Erdene Zuu Khild, il primo monastero buddista costruito in Mongolia, iniziato nel 1586. Il monastero è inserito in un enorme complesso circondato da mura lungo le quali sono disposti 108 stupa (108 è un numero sacro per i buddisti), al suo interno tre templi dedicati alle diverse fasi della vita del Buddha, un enorme stupa d’oro e un altro tempio oltre a lapidi e altre testimonianze storiche. Lasciamo Karakorum e cerchiamo lungo il fiume Orkhon Gol un posto dove montare il campo. Lo troviamo in mezzo ad uno scenario straordinario: sulle rive del fiume, circondati da ondulate valli verdi piene di yak che brucano l’erba fin sotto la nostra tenda; e come se ciò non bastasse ecco una mandria di cavalli bradi che attraversa il fiume per oziare proprio davanti ai nostri occhi! Dopo cena io e Dimjick facciamo una lunga passeggiata fino su di una collina e da qui ammiriamo uno splendido panorama nel più totale silenzio! Il giorno dopo ripartiamo per Khujirt dove vive la mamma di Dimjick, che infatti ci ospita a pranzo insieme ai nipotini e cogliamo così l’occasione per sfogliare il loro album di foto di famiglia. Giorno dopo giorno affiniamo la nostra intesa! Anche qui pernottiamo in una splendida boscaglia. Il giorno dopo facciamo visita alla famiglia di un amico di Dimjick, dove riceviamo la solita ospitalità ricambiata da foto e piccoli doni tra cui incensi. Ora la destinazione diventa il mitico Deserto del Gobi…man mano che ci spostiamo verso sud, il verde e le grandi greggi di pecore lasciano il posto a distese ghiaiose e branchi di cammelli che vagano nel nulla; ne vediamo tanti, che in questa stagione stanno perdendo il pelo invernale.

Visitiamo Ongiin Khiid, i resti di un antico grande monastero posti su una piccola area montuosa, dove regaliamo delle pile a dei piccoli monaci che ce le richiedono per ascoltare il walkman! Poi ancora in partenza per Bayanzag, una zona desertica fatta di roccia e sabbia rossa. Qui un tempo c’era acqua e l’area era abitata da numerose specie di dinosauri, di cui ancora oggi si conservano importanti testimonianze. Saliamo in jeep su un’altura dove dei bambini ci vendono delle bellissime pietre per pochi soldi (Giò prenderà una bellissima ametista). Anche a loro regaliamo delle caramelle, e la cosa viene davvero apprezzata, tanto che ci regalano a loro volta altre piccole pietre.

 Il campo lo montiamo davvero nel nulla: un’infinita distesa ghiaiosa, col sole a picco che non ci da tregua…guardando l’orizzonte vediamo solo aria infuocata e fate morgane. Patiamo in effetti un po’ la sete, infatti dobbiamo razionare l’acqua anche per cucinare…Ormai sono diversi giorni che non abbiamo modo di lavarci se non con delle salviette umide, ma facendo la vita da nomadi nel deserto non ci si può aspettare altro! Anche questa è avventura, e già lo sapevamo. Anche il viaggio durante il giorno è faticoso: la jeep non ha i finestrini e in compenso entra tantissima polvere. Meglio tenere sempre la macchina fotografica ben chiusa in un sacchetto! Ci spostiamo faticosamente sempre più a sud, dove troviamo una bizzarra pompa di benzina a manovella e un negozietto nel quale fare scorta di acqua nella località di Bulgan! Meglio abbondare, non è mai abbastanza! Arriviamo alle Khongoryn Els, delle spettacolari e grandi dune di sabbia che arrivano fino a 800 metri. Ci accampiamo nelle vicinanze, nei pressi di una mandria di cavalli bradi con piccoli al seguito; aspettiamo che il sole cali un po’ e poi io e Dimjick, mentre Giò si riposa leggendo in compagnia dei cavalli, ci incamminiamo fino a salire sulle dune. Lo spettacolo è impressionante, da deserto del Sahara: le foto si sprecano e raccogliamo un po’ di sabbia come souvenir! Dormiamo così ancora una notte nel bel mezzo del Gobi! Il giorno seguente proseguiamo su una pista impossibile, di rocce, che solo la nostra Uaz riesce a percorrere. Arriviamo all’ingresso di Yolin Am dove per proseguire fino alla meta finale si può impiegare solo cammello o cavallo. Giò opta per un cammello, che abbassandosi è più facile da montare; certo che però quando si alza è davvero alto! Io e lei su due cammelli e Dimjick a cavallo arriviamo fino a Yolin Am, (bocca dell’avvoltoio) ovvero una piccola valle ghiacciata (ghiaccio spesso alcuni metri!) nel bel mezzo del deserto del Gobi! Incredibile…camminare sul ghiaccio fa davvero impressione dopo giorni di nulla e sete… Le alte vette che circondano la valle fanno ombra in modo perenne, consentendo il non scioglimento del ghiaccio invernale. Tornando dal ghiacciaio veniamo sorpresi da una violentissima e improvvisa tempesta di sabbia che non ci dà tregua per un paio d’ore, meno male che siamo in jeep! Facciamo l’ennesimo campo, l’ultimo nel Gobi: i prossimi due giorni ci servono infatti per risalire verso nord. Attraversiamo paesaggi lunari e avvistiamo gli ultimi cammelli spesso assembrati attorno ai pozzi che spuntano dal nulla nel terreno…via via che risaliamo il paesaggio diventa più verde e si rivedono le infinite greggi di pecore, mucche e yak….Prima di rientrare in Ulaan Baatar, Dimjick ci porta a visitare la sua ger, nell’immediata periferia, dove abbiamo modo di conoscere sua sorella, anch’essa in carrozzina (fa parte della nazionale olimpica mongola disabili), il papà e i due figli, maschio e femmina.

Ci facciamo l’ultima bevuta di airag e io anche di vodka (una scodella intera alle 10 del mattino, allegria!). Ci fa davvero piacere questa visita, con Dimjick infatti si è instaurato col tempo un ottimo rapporto e ci dispiace tanto non passare più il tempo insieme a lui, montare e smontare il campo, passeggiare nel nulla, cucinare, tentare una non facile comunicazione. Abbiamo ancora il tempo l’ultimo giorno di rivisitare Ulaan Baatar in maniera autonoma e fare qualche compera. Dopo il pernottamento in hotel, la mattina veniamo riaccompagnati in aeroporto e non senza un po’ di magone salutiamo il nostro compagno d’avventura Dimjick…il nostro viaggio è finito… Ci siamo sentiti davvero piccoli sotto questi cieli immensi di Mongolia, in mezzo ad una natura incontaminata che qui è padrona assoluta di tutto, e tra gli ospitalissimi nomadi, che ancora vivono in stretto legame con la terra e gli animali. Non dimenticheremo neanche loro, i loro sorrisi e i loro abbracci. E i tanti animali liberi visti. Saliamo sull’aereo (stavolta impuntandoci per caricare la carrozzina a bordo insieme a noi!) e lasciamo per sempre questo splendido grande paese! Grazie Mongolia!

di

d.flaco[at]inwind.it www.vagamondi.it

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