Road to Mandalay

Racconto di viaggio in Myanmar

“Road to Madalay. Racconto dall’Ayeyarwaddy River”

La mattina successiva si fa una levataccia alle 5 e mezza per prendere il battello diretto a Mandalay, un barcone cinese dove si è ricreato un piccolo mercato con pentole di cibo su fuochi di legna, tavoli di plastica per mangiare, un emporio e ovunque scatoloni e sacchi di riso. Le cabine di prima classe, per gli stranieri e i ricchi del posto, sono 2 cuccette con un ventilatore elettrico (che funziona solo quando il battello è in movimento) e due finestre chiuse da una zanzariera bucata.
Dopo circa 1 ora di traghetto si alza un forte vento e la pioggia calda, che cade quasi orizzontale, nulla toglie alla bellezza di ciò che vediamo: stiamo entrando, infatti, in uno dei luoghi più belli del Sud- Est Asiatico, le gole a nord di Shwegu.
Il battello avanza piano in un percorso tortuoso, sembra quasi che allungando la mano fuori dal parapetto, si possa toccare il fianco della montagna.

Qua e là nel verde intenso della giungla, umida e lucida per la pioggia, si vede del fumo e uno stupa, a ricordare che quella che sembra un’inaccessibile distesa di tronchi e foglie, in realtà offre riparo e da vivere alla gente del posto. Le pareti sembrano vive, animali di ogni tipo lanciano i loro richiami, così chiari ma non localizzabili, tanto che tutta la gola sembra parlare.
La “crociera” procede calma, tra una birra, che ogni tanto Frankie porta dal ponte inferiore, e qualche snack birmano, patatine e banane verdi: nonostante il sole stia calando, l’atmosfera rimane magica, la brezza della navigazione attenua la morsa dell’umidità, e il cielo si tinge d’oro.
Verso le 19 arriviamo all’ultimo approdo prima della notte: una breve stima della carta del Myanmar dice che dovrebbe essere Tagaung. E’ ormai buio, io e Frankie scendiamo dal battello per fare provviste per la notte, per meno di 1 euro e mezzo acquistiamo 1 casco di banane, 3 litri di acqua, 2 aranciate e due birre per la buonanotte: le uniche luci che illuminano il cammino sono le stelle (noi Occidentali possiamo comprendere cosa voglia dire un cielo stellato solo dopo averlo visto in un Paese dove manca la luce elettrica) e le torce elettriche di chi va e viene dal battello.
Finchè non veniamo assaliti da zanzare, moscerini e farfalle notturne, brindiamo con Frankie della nostra amicizia, che al di là della distanza, siamo sicuri proseguirà nel tempo.
La mattina successiva il paesaggio è cambiato, il fiume è più largo, almeno 1 chilometro da sponda a sponda, i villaggi più frequenti come anche gli stupa sulle colline, le barche con il carico di legname.
Da un monastero sentiamo cantare: tra poco saremo a Mandalay.
Mandalay, 30 luglio 2005

Massimiliano Lombardo

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