La città del Leone

Racconto di viaggio a Singapore

Qualche notizia generale
Singapore prende il nome da una leggenda Malese che narra di un principe dell’isola di Sumatra che si imbatté a Temasek (l’antico nome della località corrispondente più o meno alla odierna Singapore) in un leone (poiché i leoni in questa zona non sono mai esistiti probabilmente si trattò di una tigre), fatto considerato di tal buon auspicio da spingerlo a fondare “Singapura” ovvero la “città del leone” dal sanscrito Singa = “leone” e Pura = “città”.
Singapore è una repubblica facente parte del Commonwealth formata da un’isola principale completamente urbanizzata e 58 altre piccole isole semideserte o abitate da piccoli villaggi di pescatori, zingari del mare, ecc. L’isola principale è collegata alla Malaysia, alla quale nel passato il piccolo stato ha fatto più volte parte, tramite un ponte stradale di poco più di un chilometro.
La posizione geografica, pochi chilometri più a Nord dell’equatore, rende la città-stato calda, nuvolosa, afosa e piovosa praticamente quasi tutto l’anno (con un picco di precipitazioni intorno a Novembre-Gennaio) anche se nel nostro caso abbiamo avuto la fortunata eccezione di trovare quattro giorni di cielo limpido (ma il clima era comunque molto afoso).
Sempre a causa della posizione geografica, in mezzo alle principali rotte mercantili, Singapore fu sempre al centro degli interessi commerciali mondiali e questo favorì uno sviluppo che negli anni sessanta decollò lo Stato verso la modernità. La stabilità politica degli ultimi quarant’anni (purtroppo spesso a discapito della democrazia) cosa non comune in questa parte del mondo, il basso tasso di criminalità e corruzione fecero il resto: oggi è praticamente uno dei paesi più ricchi e alfabetizzati al mondo con poca disoccupazione ed ottima sanità.

Singapore

Il nostro viaggio.
Non pretendo di conoscere bene Singapore in quanto vi ho sostato meno di quattro giorni (divisi in due soggiorni da due notti ciascuno: uno per spezzare il viaggio di andata verso Darwin ed un altro di ritorno da Sydney) ma sono stati intensi per poterli sfruttare fino all’ultimo minuto.
Singapore parte uno – la City
Arrivammo il pomeriggio con un jumbo della Quantas da Francoforte e dopo aver spedito qualche email di saluto e rassicurazione ai cari tramite uno dei tanti internet-point gratuiti dell’aeroporto ci dirigemmo subito verso Orchard Road dove avevamo prenotato una stanza al superlussuoso “Le Meridien” .
Come ho spesso detto non amo il lusso ma a Singapore, metropoli ricca e occidentalizzata, fu una scelta che mi sembrò intonata, incoraggiata anche dal fatto che i prezzi erano abbastanza “orientali” ovvero contenuti. Mi avevano preparato ad una città dove la vita era cara ed invece personalmente, dall’hotel di lusso, al mangiare o al taxi, l’ho trovata senza dubbio al di sotto di quello che avrei speso ad esempio in Italia: probabilmente aveva inciso molto il calo improvviso di turismo (una voce importante per l’economia) avuto l’anno prima (2003) quando la città fu per molti mesi off-limit a causa della Sars (la sindrome respiratoria acuta) ed il cambio favorevole dell’euro.
La Sars è ancora tenuta sotto controllo in aeroporto da scanner a distanza della temperatura corporea e questionari, mentre il governo per risollevare il turismo ha fatto distribuire a tutti i cittadini una cartolina di invito da spedire fuori Singapore con un bonus da 1000 dollari da spendere liberamente in città.
Notai subito con piacere che le mance erano poco usate e che il servizio ovunque era impeccabile (non mi riferisco solo all’hotel), la gentilezza formale tipica orientale si miscelava all’efficienza, alla sveltezza e precisione occidentale (per citare luoghi comuni).
Al momento di prendere possesso della stanza una buona opportunità: avevo prenotato una sola notte al Meridien ma poiché la avrei dovuto riprendere l’aereo il giorno seguente alle 22,15 mi faceva comodo prendere la stanza anche il giorno dopo: quindi mi ero rassegnato a pagare un giorno suppletivo; invece mi proposero con 15 euro in più di prendere la “suite” e poiché il giorno seguente era libera mi permetterono di tenerla senza pagare: morale una suite ad un prezzo inferiore di una camera normale :-).
Per mia moglie e, con mia meraviglia, per Maeva (s’impara presto la vita !) alloggiare alla suite del Meridien fu una graditissima sorpresa, una di quelle esperienze che si possono fare poche volte nella vita (e per mia figlia era già la seconda, mi era capitato qualcosa di simile a Cancun): doppia stanza con salotto, camera da letto da mille ed una notte, adsl, doppio tv satellitare (Rai compresa) e bagno da spot pubblicitario…
Dopo aver sistemato le valigie e accontenato Maeva con una decina di giri nei quattro ascensori a tubo trasparenti (pensava fossero una giostra, sconsigliati a chi soffre di vertigini) uscimmo per curiosare lungo la strada. Orchard Road era una delle strade centrali dello shopping sfrenato (Singapore è un porto franco quindi niente tasse doganali per la maggior parte degli articoli di lusso o elettronici) quindi mi dileguai subito (quando è troppo è troppo) rintanandomi nei sotterranei dell’hotel ovvero nel centro commerciale che sorgeva sotto il Le Meridien, nel quale s’incominciava ad intravedere l’anima orientale della città anche se in versione modernizzata. Piacevolissima la passeggiata nei due livelli sotterranei nei quali si alternavano pulitissimi negozietti di artigianato e botteghe ben tenute di arti orientali come massaggi (di ogni tipo: cinesi, thai, shatzu, rilassanti, terapeutici, specifici ai piedi, alla testa…) o medicine alternative come agopuntura o aromaterapia e cromoterapia e centri di meditazione yoga.
Il reparto però più piacevole era quello gastronomico dove dei grandi padiglioni ospitavano tutti i fast-food di cucina orientale: cinese, indiana, tailandese, vietnamita, giapponese o altre miscelate tra loro.
Ci sedemmo quindi nei tavoli comuni del centro gastronomico e per 9 dollari di Singapore (ovvero poco più di 4 euro-cambio al 2004) presi: gamberoni stufati (tanti), un riso al curry e delle verdurine lesse che mangiai accompagnando il tutto con una birra speziatissima di radice; Maria per molto meno invece prese un’accoppiata riso-verdure-calamari.
Quello che notai subito riguardo il cibo fu l’insolita (insolita per un paese Orientale) mania di pulizia, nessuna bancarella all’aperto in strada, nessun genere alimentare scoperto o con insetti volanti (o terrestri !) intorno…tutto lucido, lustro, profumato, igienico.
La pulizia e l’ordine infatti sono l’imperativo a Singapore ! Sono famosi in tutto il mondo i suoi divieti rigidissimi come il divieto di masticare (ma anche solo di possedere) le gomme americane, il divieto di fumare nei luoghi chiusi, il divieto di gettare anche solo la cenere in strada, il divieto di questo e di quell’altro…e così via (fino all’inverosimile…tra le curiosità: è perfino vietato avere rapporti sessuali orali con la propria moglie !).
Le regole, tutte punite severamente (dalla multa alla tortura), sono talmente diventate un simbolo della città da essere immortalate su vistose magliette kich per turisti vendute in gran quantità industriale a Chine Town.
Però devo ammettere che così Singapore (intesa come urbe, non come governo) è un vero esempio mondiale di perfezione e di ordine, tant’è che è considerata la metropoli orientale più vivibile: il tasso di criminalità, come ho detto prima, è quasi a zero (anche perché i delinquenti fanno una brutta fine), l’architettura dei centri abitati è evoluta e funzionale (soprattutto dopo l’”olocausto architettonico” ovvero dopo l’abbattimento negli anni 60-70 di interi vecchi quartieri per far posto a moderne abitazioni), la rete di mezzi pubblici sia di superficie che sotterranei è ottima ed il traffico regolato e limitato (per avere un’auto privata a Singapore bisogna dimostrare di possedere un parcheggio, pagare un bollo di molte migliaia di euro l’anno e acquistare un permesso di circolazione che può essere limitato ad alcuni giorni della settimana e/o ad alcuni tragitti ben precisi) e le telecamere controllano e vegliano su tutto a dispetto della privacy.
Ancora un giro e tornammo nella hall dell’hotel dove una giovane cinese, ignorata da tutti, suonava in estasi quasi mistica dei brani di musica classica con il pianoforte …mi fermai accanto ad ascoltarla mentre Maria andò a fare la doccia e Maeva, da perfetta monella, andò a spegnere una ad una col soffio le decine di candele accese sopra i tavolini della grande reception e giocare con le fontane interne…finito l’arduo lavoro volle essere accompagnata a fare ancora qualche altro giro in ascensore e poi crollò finalmente dal sonno.
Il giorno seguente dopo una pantagruelica colazione orientale mattutina uscimmo e ci recammo ad Orchard Road 300 dove tramite l’Holiday Tours & Travel, un’agenzia turistica locale, prenotammo i pulman (più di uno) per poter fare un giro della città e toccare anche se frettolosamente i quartieri più significativi…alle 9 partimmo: durata più o meno quattro ore.
Da quello che ho potuto vedere Singapore è praticamente una città affogata nella giungla che a tratti spunta nelle aeree (soprattutto periferiche) dove è stata lasciata volutamente intatta. Anche nelle aeree urbanizzate rimane però sempre una metropoli molto verde con tantissimi parchi, prati, aiuole e giardini tutti curatissimi con perfezione maniacale e tutti ricchi di fiori, soprattutto orchidee che sono, come in altre nazioni orientali, il simbolo dello Stato; a questo proposito, da appassionato botanico, feci una visita all’ Orto Botanico.
In giro per la città si incontrano praticamente tutte le etnie orientali del globo ma la maggioranza cinese è quella più ricca, che occupa i vertici dell’economia, le migliori case e guida il paese con un pizzico di razzismo nei confronti dei “non cinesi” (minoranza inglese ex coloniale a parte).
La prima tappa, un “must”, fu Chine town, dove accanto ai signorili complessi residenziali si era salvata volutamente dall’olocausto architettonico un pezzo del vecchio quartiere. Come tutte le Chine Town del mondo vi erano dalle classiche botteghe artigiane stracariche di oggetti di ogni tipo in legno, bambù e carta di riso alle bancarelle piene di cianfrusaglie kich, patacche, gadget semitecnologici e
“cineserie” bizzarre di ogni specie…il tutto accompagnato dal profumo intenso dell’incenso; nel mezzo del quartiere vi era un tempio induista, il più importante di Singapore: Sri Mariamman.
Seguirono varie soste sia nella City coloniale che in quella moderna dove spiccavano i grattacieli delle più importanti società orientali, veri e propri monumenti al capitalismo, mostruosi di giorno quanto affascinanti di notte con le loro luci multicolore. Saltammo purtroppo il solo quartiere malese, ovvero il quartiere musulmano intorno ad Arab Street per raggiungere il sobborgo abitato dagli indiani: Little India che come le altre due zone “etniche” (Chine Town ed Arab Street) rappresentavano delle oasi del passato in contrasto con l’ipertecnologico e futuristico del “resto”.
Little India fu senz’altro la parte culturalmente più interessante di Singapore con le tipiche attività commerciali colorate e sempre profumate di spezie ed incenso, il mercato semicoperto tra i vicoli (Kandang Kerbau Market) con le bancarelle di tessuti, gioielli, unguenti e manufatti in legno, il tempio indiano dedicato alla dea Kali (Sri Veerama Kaliamman) ed altri luoghi religiosi, piccoli musei con foto ed attrezzi di inizio secolo e negozi di dolci.
Il pomeriggio, tornati dalla gita e rinfrescati, ci ri-dedicammo all’attività più facile e sicura a Singapore: il girovagare quasi senza una meta passando dal caldo umido dell’esterno alle potenti arie condizionate degli interni (forse per questo ho sentito tantissima gente tossire).
La sera, dopo rifocillati, prendemmo un taxi (un pulmino ipertecnologico: stereo mostruoso, baracchino CB, impianto Dvd AC3 con tre schermi a cristalli liquidi e Cliffhanger in spagnolo ad alto volume) e ci dirigemmo verso l’aeroporto…nella mezz’ora/trequarti di strada le luci sfavillanti dei grattacieli, la rilassatezza del tragitto senza traffico, il ristoro del condizionatore, i semafori lampeggianti incominciarono a dare i primi effetti psicadelici della stanchezza…gli occhi si facevano pesanti, Maria e Maeva erano già crollate da un pezzo …abbracciai una valigia e caddi nel dolce torpore. Al brusco risveglio seguì la trafila per prepararsi all’imbarco verso Darwin…
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Sentosa Island

Dopo un bel fly & drive nel Queensland e nel Northern Territory tornammo a Singapore, erano le quattro di un mattino afoso e città dormiva profondamente; dopo la solita puntatina agli Internet-Point gratuiti dell’aeroporto (ne aggiustai uno “impallato”) per consultare la mia casella postale e rispondere a qualche email prendemmo un taxi verso l’ultima meta del viaggio: Sentosa Island. Nonostante l’assenza di traffico il tragitto all’interno della città non fu breve:
<< i grattacieli che a Singapore alti e schietti van nella città in duplice filar, quasi in corsa giganti giovinetti mi balzarono incontro e mi guardar. Mi riconobbero, e ben torni omai bisbigliaron ver me col capo chino, perché non scendi ? perché non ristai ? Afosa è la sera e a te noto il cammino…>> ; gli scintillanti grattacieli scorrevano lungo le ampie strade, al porto (il secondo più grande al mondo dopo Rotterdam, il primo come movimentazione merci) si ergevano colonne di container impilati uno sopra l’altro come mattoncini della Lego in file talmente lunghe da non riuscire a vederne la fine, una pagoda faceva intravedere all’interno il fioco bagliore di un lumicino, gli uccelli cantavano nel buio profondo quasi a sollecitare l’alba, le raffinerie di greggio e i mercantili alla rada illuminavano il piatto mare come un presepe…romantico no ?
Sentosa è un isola a poche centinaia di metri dalla “city”; si raggiunge via terra tramite un ponte oppure di giorno tramite una funivia o un traghetto veloce. E’ un isola divenuta turistica quando nel 1970 smise di essere una base militare ed è una delle maggiori zone alberghiere (a dispetto del suo nome che vuol dire “tranquillità”) dove tutto è perfetto, bello ed artificioso, immersa com’è nel verde curatissimo dove uccelli, scimmie e altri piccoli animali vivono indisturbati e liberi nei vari parchi. Fontane, musei, divertimenti di ogni genere, mezzi pubblici, spiagge: tutto bello, tutto finto, tutto grottesco, tutto piacevole, tutto il contrario di quello che appare: una magnifica contraddizione.
Arrivammo a Sentosa poco prima dell’alba; al casello d’entrata esibimmo i nostri documenti di prenotazione (all’entrata si paga una tassa se non si alloggia in un hotel all’interno) e continuammo fino al nostro alloggio presso il sontuoso Shangri-La’s Rasa Sentosa Resort che per due giorni sarà la nostra base per la visita approfondita dell’isola. La nostra camera era vista mare e dopo aver sistemato i bagagli aspettai l’alba per poter vedere meglio il panorama: sotto una splendida spiaggia tropicale da cartolina si estendeva tra sabbia bianca e suggestive palme da cocco, di fronte si incominciavano ad intravedere nel chiarore mattutino delle isolette, anch’esse con palmizi, che ricordavano i “motu” polinesiani.
Scesi in spiaggia a dare un’occhiata da vicino, era ancora deserta, e subito scoprii che quello che sembrava era in realtà diverso: la spiaggia era di sabbia riportata, le palme (si quelle erano vere non di plastica !) erano state piantate e fatte crescere artificiosamente in pose suggestive (tipo quelle ricurve a simulare la potenza degli elementi) ed erano dotate di impianto nascosto di innaffiamento, il mare era letteralmente una fogna di Calcutta a cielo aperto (e dire che c’erano i cartelli “divieto di dar da mangiare ai pesci delle nostre incontaminate acque tropicali” oppure “attenzione ai pesci pietra” ), le isolette di fronte, alcune raggiungibili a nuoto altre tramite passerelle, ponticelli o sentieri, erano completamente artificiali e fungevano da frangiflutti e soprattutto in unione ad alcune reti da respingitrici di rifiuti galleggianti provenienti dall’Oceano, più in là, il mare aperto con centinaia di navi da carico, petroliere, rimorchiatori e chiatte immobili ancorate …però devo ammettere che la coreografia era perfetta: ci ero quasi cascato…magari facessero qualcosa del genere anche lungo le coste più degradate dei nostri mari.
Facendo un giro per Sentosa scoprii che c’erano altre spiagge così perfette nelle quali la gente si faceva tranquillamente il bagno…io nonostante il caldo soffocante e la mia tenuta marina preferii per me e mia figlia (per la prima volta in vita mia) una relativamente più igienica mega-piscina.
Una curiosità: non so se dipendesse dal dopo Sars o semplicemente perchè Sentosa era fuori dai normali circuiti turistici occidentali ma durante il nostro girovagare incontrammo solo gente con gli occhi a mandorla e indiani…anche in albergo eravamo gli unici (e ripeto UNICI) “non orientali” ed infatti soprattutto Maeva fu bersagliata dall’attenzione di tutti ed in quanto “mosca bianca” fotografata da un sacco di persone che ci chiedevano il permesso di posare insieme a lei per riportare un ricordo a casa: Cinesi per primi ma anche Coreani, Giapponesi, Thailandesi…
…di conseguenza anche la cucina dell’hotel (soprattutto per quanto mi riguardava la colazione) era esclusivamente a base di piatti orientali.
L’isola di Sentosa fu veramente piacevole da scoprire anche perché facile da girare in autonomia con una micro-cartina in mano (qui ne ho scannerizzata una) utilizzando i mezzi pubblici gratuiti. Ovviamente anche questi mezzi erano intonati al bizzarro ambiente disneyano; infatti ad esclusione di qualche tradizionale bus rosso il resto dei trasporti erano formati da improbabili trenini composti dai soliti trattori “camuffati”, assurdi autobus colorati da Luna Park e dalla monorotaia. La monorotaia correva per tutta l’isola e a prima vista dava l’impressione di qualcosa di avveniristico…in realtà anche se molto comoda in termini di percorso (tocca quasi tutti i luoghi più importanti e abbinata ad un bus permette di arrivare ovunque) era un trabiccolo di legno per niente confortevole, traballante, lento, semi-aperto, senza aria condizionata ed assomigliava più ad una giostra di paese (addirittura di notte guarnita dai tubi di lucette simili a quelle delle feste rionali) che ad un moderno servizio pubblico…però era senz’altro un mezzo suggestivo e panoramico… meno male che non pioveva !
Una delle tappe più importanti fu l’Underwater World appena fuori dell’albergo. Il biglietto ci costò 17,30 dollari di Singapore (pari a 8,2 euro-cambio 2004) a testa (i bambini pagavano da 3 anni in poi ma Maeva era stata istruita a dire con le dita ed in inglese che aveva 2 anni per non pagare) e furono soldi ben spesi: l’acquario non era immenso ma era pur sempre il più grande di tutta l’Asia con rarità marine quali un dugongo (una specie di tricheco tropicale) e dei draghi di mare (dei rari cavallucci marini) e con un lungo corridoio a ferro di cavallo che insieme ad un tapirulan permetteva di “entrare” all’interno di una grande vasca dove poter osservare a 180 gradi moltissimi pesci di barriera squali e razze comprese…non vi dico l’emozione di Maeva oltre che la mia da vecchio appassionato acquariofilo !.
I due giorni passarono veloci e faticosi in una serie di visite, lunghe passeggiate al caldo, bevande fredde (magari al Bora Bora Beach Bar ;-) e spuntini veloci a base di fish-burger, o piatti cinesi take-away. Da segnalare le spiagge di Palawan e Tanjong dotate di spogliatoi pubblici (grazie al sole limpido ci potemmo permettere un’oretta di abbronzatura), l’enorme statua del leone di Singapore sulla quale testa si può ammirare tutto il panorama dell’isola, il Forte Siloso proprio vicino al nostro albergo dove erano riprodotte scene con armi originali delle fortificazioni dell’isola al tempo coloniale, il Vulcano Land dove si assisteva ad una storia folcloristica messicana Maya (incredibile !) ed una spiegazione con effetti speciali della formazione dei vulcani, le fontane musicali con le quale si organizzavano spettacoli dopo le 17.00, i vari giardini tematici, l’Asian Village con il suo campo da golf e le riproduzioni di abitazioni, giardini orientali ed altro …insomma non c’era da annoiarsi…persino un parco giochi per piccoli !
Particolarmente emozionante per nostra figlia fu quando andammo (l’entrata era gratuita esibendo il biglietto dell’Underwater World) al delfinario. Tre delfini completamente rosa (si trattava di una particolare specie indo-pacifica dalla pelle da un rosa pallido confetto ad un rosa shocking) si esibivano nei soliti esercizi di abilità all’interno di un tratto di mare recintato. Alla fine dello spettacolo vedemmo una fila di bambini disporsi di fronte alla spiaggia che con l’aiuto di istruttori, dopo aver disinfettato le mani per evitare di contaminare i delfini, entravano in acqua per avvicinare i cetacei ed accarezzarli con tanto di foto ricordo…non era un esempio “ecologicamente corretto” ma potete immaginare la gioia dei piccoli ! Andai subito ad informarmi sulla faccenda mentre misi in fila Maeva; purtroppo quando parlai con la direzione scoprii che il numero delle “visite” era limitato per non recare fastidio all’animale e che i prossimi biglietti sarebbero stati emessi il giorno seguente…andai quindi da Maeva per comunicare la triste notizia quando una turista inglese nel capire la situazione si offrì per trattare con gli istruttori: ne seguì una animata discussione che finì con la capitolazione dello staff: Maeva fu accettata in acqua ed ebbe il suo momento di gloria accanto al suo primo delfino !

La sera preparammo le valigie…un improvviso forte vento caldo si alzò ed il cielo divenne cupo…dopo i giorni intensi ci aspettava un meritato riposo con un bel volo di 12 ore e mezza verso Francoforte (e poi un altro per Fiumicino) …questa volta la vacanza era proprio finita e non ci restavano che i ricordi: questi !
Steve

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