Malesia, Dubai e Singapore

Racconto di viaggio

I nostri preparativi si concludono con uno zaino per bagaglio a mano e un borsone / trolley di medie dimensioni a testa. Siamo stati bravi. Alle 11.00 parte il nostro primo volo con la compagnia Air One dall’aeroporto di Elmas-Cagliari, che atterra a Roma dopo un’ora esatta. In attesa dell’internazionale sostiamo a Terrazza Roma, un’area di Fiumicino che io e Ste conosciamo ormai a memoria. Qui compriamo quella che diventerà la nostra mascotte di viaggio: un pupazzetto scimpanzè che soprannominiamo Umpa Lumpa.

Alle 16.55 decolla il nostro volo Emirates 93, un Boeing 777/300, che dopo 5 ore e mezza e 4.328 Km atterra alle 24.05 (ora locale) a Dubai (DBX). Siamo incuriositi da questo aeroporto che non delude affatto le aspettative!

19/10/2005 – Dubai-Kuala Lumpur. Concorde hotel. Petronas.

Restiamo qualche ora a passeggiare per gli enormi corridoi dell’aeroporto: splendido, luccicante, e soprattutto incredibilmente vitale nonostante sia notte fonda. Bisogna quasi camminare a spinta; sembra l’ora di punta ma è l’una di notte… gli aeroporti italiani a quest’ora sono deserti!

Kuala Lumpur

Decolliamo alle 3.10 col volo Emirates 343 cambiando il nostro Boeing che diventa un 777/200, più grande e lungo del primo. Altri 5.533 Km e 7 ore di aereo fino ad atterrare alle 14.00 passate a Kuala Lumpur. Qui cambiamo subito un pò di euro al tasso di € 1 = 4,43 MYR (Ringgit) e prendiamo un taxi per arrivare al Concorde Hotel. L’aeroporto dista una settantina di Km dal centro della capitale e il nostro tassita di nome Deva stabilisce una tariffa di MYR 90 in un minivan. Durante il tragitto spiega alcune cose interessanti (tra cui le parole basilari del malese). E’ molto gentile e simpatico. L’autostrada è in perfette condizioni, larga e scorrevole. Piove parecchio, ma lo si dava per scontato. Emozionante la prima vista delle Petronas Twin Tower da lontano, prima ancora di entrare nel traffico della città, che a poco poco diventa sempre più intenso.

Arrivati al Concorde, hotel a 3 stelle, sbrighiamo le formalità di registrazione. Stranamente rilevano solo il mio passaporto e nessun documento di Erika e Stefania,  prendendo inoltre un deposito cauzionale di 400 MYR! Ma se la stanza è già pagata è proprio necessario? “Paese che vai, usanze che trovi…” viene subito da pensare… La nostra camera è la superior executive n° 1216 al piano 12, con splendida vista alle Petronas Twin Tower e piscina sottostante! Purtroppo non si può aprire la finestra in nessun modo per affacciarsi… la stanza è carina, spaziosa, il bagno molto bello e con un grande ripiano in marmo per appoggiare tutto l’occorrente. Il 3° letto viene portato più tardi insieme alle valigie e non è proprio un granchè… Erika si sacrifica per noi e sceglie “volontariamente” di dormirci, previa pretesa però di avere come compagnia Umpa Lumpa….

Dopo una sistemata tentiamo la nostra prima passeggiata a Kuala Lumpur. Sono le 19.00 e la pioggia è incessante. Per fortuna abbiamo scelto bene perchè il Concorde è in pieno centro e molto più vicino di quel che pensavamo alle Petronas. Iniziamo un percorso in senso orario ad anello fermandoci al Tourist Information che è proprio adiacente lato destro all’hotel. E’ aperto ma non c’è nessuno. Si sente la tipica cantilena musulmana in sottofondo e sospettiamo siano tutti a pregare. Torneremo domani. Proseguiamo fino a raggiungere le Petronas. Un vero spettacolo da ammirare a bocca aperta! Enormi, altissime ed egregiamente illuminate! Molto più affascinanti di notte che alla luce del giorno direi… entriamo al Suria KLCC, immenso centro commerciale alla base delle torri che ne occupa i primi 4 piani. Pullula di gente ed è veramente immenso: un gran colpo d’occhio! E’ tutto abbastanza americanizzato e se non vedessi la fisionomia dei malesiani per le strade potrei pensare di trovarmi tranquillamente in una grande metropoli occidentale. Lasciamo le Petronas e rientriamo verso l’hotel dalla strada principale, che Deva ci ha detto essere la zona caffè e ristoranti. Infatti per la cena siamo ispirati subito dall’Italiano “Modesto’s”. Un locale molto carino e ben curato, dove prendiamo 2 pizze e pasta con tre coca-cola al prezzo di MYR 130. Prendiamo questo prezzo come riferimento per un ristorante di classe. C’è tempo per mangiare cucina orientale!

Skybridge alle Petronas

20/10/2005 – Skybridge alle Petronas. Chinatown. Merdeka Square. Little India. KLCC Tower.

Come suggerito da Deva, usciamo presto alle 7.00, prima di fare colazione, per riuscire a prendere i biglietti per la visita dello Skybridge (il ponte che unisce le due torri) delle Petronas. I biglietti sono gratuiti ma le visite giornaliere sono in numero limitato. In realtà arriviamo che non c’è quasi nessuno e le serranda del ticket office sono ancora chiuse. La gente non tarda molto ad arrivare e in men che non si dica si forma una lunga coda a serpentina! La visita dura 15 minuti e la nostra è prenotata per le 9.00. Aspettiamo direttamente sul posto guardando i documentari della sala adiacente. Le Petronas sono ancora oggi le torri gemelle più alte del mondo raggiungendo quasi i 500 metri di altitudine. Lo skybridge è l’unico punto visitabile e si trova “solo” al 41° piano a 170 metri. In tutto ci sono 88 piani nella torre adibiti a uffici di grosse società multinazionali: proprio come si vede nel film Entrapment, che non può non venire in mente salendo sulle torri! Il panorama da sopra è impressionante, nonostante  sia presente molta foschia e un cielo totalmente coperto. Si vede gran parte della città, tantissimi grattacieli, il parco e il centro commerciale sottostante, mentre l’intenso traffico cittadino appare con piccolini puntini in movimento che sono i veicoli! Una valanga di foto e filmati di rito e finalmente abbiamo meritato la colazione a buffet del Concorde alle 10 del mattino…

Dopo un breve giro alla scoperta del nostro hotel, alle 11.00 siamo al Tourism Information Center dove stavolta una cordialissima ragazza malese ci spiega con calma tutte le possibili gite da fare in zona e fuori città, sia comprando i pacchetti organizzati sia muovendosi in proprio. Seguendo i suoi consigli, decidiamo di visitare la città iniziando da Chinatown, più a Sud. Per arrivarci prendiamo la Monorail, che ha la fermata poco più a destra dell’ufficio. Il ticket costa appena 1,60 MYR e il tragitto è divertentissimo, considerando che si parla di un treno che cammina sospeso a 40 metri sopra il traffico della città! La nostra fermata è Maharajalela, all’ingresso di Petaling Street con annesso market sulla strada. Il panorama cambia radicalmente e dai grattacieli tecnologici si passa a case di 3 piani al massimo con le bancarelle tradizionali sulla strada, le quali vendono ogni sorta di oggettistica, abbigliamento, e via di seguito… Piove sempre a dirotto e nonostante la parziale copertura a tetto la saggezza consiglia come primo acquisto un utilissimo ombrello malesiano…. percorriamo tutta la strada, saliamo delle scale mobili e proseguiamo per altri mercatini sparsi ovunque.

Per pranzo scegliamo un veloce e super economico McDonald spendendo 20 MYR in tre. Poi proseguiamo la passeggiata attraversando la città da sud a nord, visitando il Central Market, Merdeka Square con il notevole Palazzo del Sultano Abdul Samad e la bandiera più alta della Malaysia (anche in questo sono molto americani e ne ricordano il nazionalismo perchè ci sono bandiere dappertutto!). Ultima tappa è Little India, più contenuta di Chinatown e anche più (diciamo così) “terra terra”. Questa zona della città rende bene l’idea di sobborgo, anche se in nessun caso raggiunge i livelli di squallore visti a Bangkok… Da questo punto di vista Kuala Lumpur (almeno il centro) è su un altro pianeta: molto più ordinata e pulita (anche se qualcuno potrebbe considerarla probabilmente più impersonale e troppo occidentalizzata…).

Compriamo una scheda telefonica internazionale per MYR 30 e rientriamo in hotel a piedi. Sempre a piedi, per concludere in bellezza, andiamo a visitare alle 19.45 la K.L.C.C. Tower, lato opposto alle Petronas (il Concorde si trova esattamente a metà strada tra le due). Si entra in un parco e si sale un pò fino a raggiungere la base della torre: abbastanza impressionante devo dire! Il ticket viene MYR 60 e permette di salire davvero in alto a 400 metri dal suolo (mooolto più in alto dello skybridge!!!). L’ascensore parte a razzo con una velocità piuttosto “fastidiosa” per lo stomaco… Il panorama notturno da sopra è strepitoso, interamente a 360° e davvero meritevole, soprattutto il lato che volge alle Petronas. Pensare che un piano sotto c’è il ristorante: deve essere favoloso cenare con questa vista! Ci sono i binocoli per “zoommare” i punti di interesse della città e la guida auricolare, ma più interessante di tutte è la foto che viene fatta sul momento da un fotografo attrezzato di cavalletto e Nikkon digitale con stampa immediata. Per MYR 33 si porta a casa davvero un bel ricordo!

Usciti dalla torre torniamo in centro e optiamo una cena al ristorante giapponese “Hanabi”, dove tra sushi e pietanze varie spendiamo MYR 176. Anche questo un ristorante certamente notevole e meritevole. Per me abbastanza impegnativo non avendo mai provato un giapponese e considerando lo sforzo del mangiare con le bacchette…

Malacca

21/10/2005 – Tour guidato per Melaka (Malacca).

Dopo la colazione scendiamo nella lobby aspettando il pick-up che verrà a prenderci per il tour di un giorno a Malacca (della durata di 8 ore), prenotato dal Tourist Information center al prezzo di Myr 360. In realtà il pulmino che arriva alle 8.45 porta a fianco allo stesso Tourism center (dove potevamo tranquillamente arrivare a piedi con calma in 2 minuti) e aspettiamo fino alle 9.30 per il vero autobus della gita. Il peggiore mai preso nella mia vita finora! Gli ammortizzatori sono inesistenti e i nostri posti a sedere sul retro sono tremendi.

Percorriamo due ore di strada tra fastidiosi salti e un continuo stridulare, finchè finalmente mettiamo piede a terra per la prima tappa: la più antica Chiesa Cristiana ancora in uso in Malaysia. Si trova di fronte a una bella piazzetta colorata dove dei singolari caratteristici “taxi” bicicletta a 3 ruote, splendidamente addobbati di fiori freschi e vivaci, portano i turisti in giro. Tra l’altro è la prima volta che vediamo il sole: era ora! Le visite scorrono un pò troppo veloci. La nostra guida spiega ma è difficile che tutto il gruppo senta: siamo in tanti e c’è (giustamente) chi si ferma un attimo per fare almeno due foto rimanendo indietro… Almeno abbiamo il nostro bollino giallo adesivo per non confonderci tra la folla…

Saliamo su per una collina a vedere il Sultan’s Well. Si presenta un discreto panorama con un bel colpo d’occhio sui tetti rossi delle casette vicino al porto e sui bizzarri palazzi costruiti identici ad altezze crescenti (sembrano davvero scatole cinesi, uno potrebbe stare dentro l’altro…). Qualche vecchio rudere e cannone della ex colonizzazione europea rende più interessante il posto, insieme ad antichi treni, aeroplani e auto che farebbero la gioia di qualsiasi collezionista. Visitiamo la Porta de Santiago e il Portuguese Settlement, poi le rovine di St. Paul’s Church.

Il nostro pranzo si consuma in un ristorante locale, con cucina malesiana. Un posto grazioso dove si mangia bene, anche se evitiamo il pollo per la fobia di questo periodo dell’aviaria (probabilmente ingiustificata da queste parti visto che non si sono ancora verificati casi dichiarati). La gita si conclude con un pò di shopping a Chinatown, dove finalmente veniamo lasciati liberi anche se per poco tempo. Compriamo qualche scacciaspiriti, delle catenine e delle cartoline ma ci sarebbe da acquistare talmente tanti di quegli oggetti…. soprattutto quelle cose che da noi vengono a costare 3-4 volte tanto, come le fontane ad acqua, i vasi e i portacandele. Purtroppo roba pesante da portare in valigia… Diamo anche un’occhiata veloce ad un tempio buddista, dove Stefania ed Erika sono letteralmente “catturate” da un anziano signore che prova ad inculcare le sue teorie spirituali (di cui però ne capiscono solo la metà delle frasi visto l’ostico inglese parlato…).

Infine rientriamo all’autobus dove con altre due ore di massacro della spina dorsale veniamo riaccompagnati al Concorde Hotel. Il destino vuole che appena messo piede a Kuala Lumpur sia di nuovo tutto nuvoloso! Una gita interessante perchè Melaka merita di essere visitata, però il tour guidato è forse un pò deludente e troppo frettoloso. Era meglio organizzarsi per visitarla da soli.

La sera usciamo alle Petronas e facciamo un’altro giro per il centro commerciale. Per cena invece si va dall’Argentina Steakhouse Maredo’s, nutrendo il nostro organismo con una signora bistecca e un pò di insalata.

Batu Caves

22/10/2005 – Tour guidato per le Batu Caves. Lake Gardens a K.L.

Stessa scena di ieri mattina. Per il Tour delle Batu Caves di mezza giornata (prenotato al costo di MYR 150), il pickup passa alle 8.45 in hotel per portare al Tourist Center a pochi metri di distanza. Attesa di tre quarti d’ora quando potevamo essere là in pochi minuti a piedi… Oggi ho un mal di gola tremendo dovuto a una notte insonne e a un classico colpo di freddo per gli sbalzi di temperatura dell’aria condizionata.. Stavolta si presentano molte meno persone e l’autobus non è scardinato come quello di ieri.

La gita parte alle 9.30 puntuale e la prima tappa è la fabbrica del peltro. E’ la più grande al mondo e la visita risulta molto interessante. E’ un grande cantiere aperto dove centinaia di persone lavorano artigianalmente ancora a mano questo materiale che sembra un misto tra acciaio e latta, creando gli oggetti più svariati. Si finisce nella solita sala dello shopping finale, con prezzi un pò cari ma con oggetti unici al mondo nel genere. Tanto per fare un esempio, il set del Signore degli Anelli: una scacchiera personalizzata con i protagonisti buoni e cattivi del racconto, calici e bicchieri in tema, etc. etc.

La nostra seconda tappa invece è sempre inerente l’artigianato, stavolta del batik. Ottimi parei, vestiti e quadretti. Ne compriamo due rappresentanti dei gatti per MYR 150.

Arriviamo alla terza e ultima tappa: le Batu Caves. Siamo liberi di visitarle, dobbiamo solo rispettare ovviamente l’orario di rientro all’autobus. Una lunga scalinata molto faticosa per il caldo porta sopra fino alle grotte. E’ un bel colpo d’occhio. E soprattutto è pieno zeppo di macachi che sbucano ovunque e dai quali bisogna stare molto attenti per via della loro bravura e sfrontatezza nel rubare buste ed oggetti ai turisti. Assistiamo a diverse rapine a poveri bambini ignari del fatto… Un’enorme cavità si apre in mezzo alla montagna e sbuca poco più avanti dove è stato costruito un tempietto induista. Il tutto è caratteristico ma mai quanto queste scimmiette che diventano la vera attrazione delle Batu Caves. E’ bellissimo osservare le mamme con i figlioletti piccoli negli atteggiamenti più affettuosi o stravaganti. E per concludere, rischio qualcosa al rientro anche io, scendendo le scale col mio bel pacchetto di crackers e un macaco attaccato alle spalle pronto a rapinarmi!

Alle 13.00 siamo di nuovo in hotel. Pranziamo alle Petronas in un’area dedicata ad ogni tipo di cibo esistente sulla terra, con vari ristoranti e fast food. Il pomeriggio prendiamo la Putra LRT per Chinatown e intraprendiamo una lunga camminata per i Lake Gardens. Abbiamo sottovalutato le distanze e soprattutto il fatto che la strada sia completamente in salita! Era decisamente meglio prendere un taxi… Tra l’altro, un volta entrati nel parco, che è molto più grande e dispersivo del previsto, scopriamo che tutti i chioschi sono chiusi per via del Ramadan. Stiamo morendo di sete! Alla fine scopriamo che è possibile acquistare una bottiglia d’acqua nei bagni a pagamento, dove la signora all’ingresso tiene le bibite in fresco per le emergenze… Il parco è bello, enorme, diviso in molti settori e sentieri, impossibile da visitare in un paio d’ore. Rientriamo sfiniti in taxi all’hotel impiegando pochi minuti di strada e spendendo a mala pena MYR 6! Io e Erika andiamo a fare la spesa in un 7 eleven vicino al Crowne Plaza, l’hotel dove parte il tour per il Taman Negara di domani. Sono dieci minuti di strada da qui al Concorde ma per rientrare siamo talmente stanchi che prendiamo comunque un taxi visto che costa un’inezia. Troviamo però come autista un malese eccentrico che pare davvero un ubriaco nel modo di parlare, nei gesti e… in quello di guidare! Probabilmente pensa di essere a Bangkok, dove i tuk-tuk sfrecciano e gareggiano nel traffico anarchico… ma qui siamo a K.L. e cose di questo genere non ne avevo ancora visto! Dopo varie risate isteriche e il salvataggio per un soffio di alcuni pedoni scampati di qualche centimetro al cofano del taxi, finalmente rientriamo tutti interi al Concorde…

Per cena siamo di nuovo da Modesto’s, l’unico ristorante che meriti davvero il bis. Del resto, meglio mangiare oggi italiano visto che nella jungla del Taman Negara non sappiamo cosa ci aspetta! Stavolta il nostro tavolo è all’aperto, con ottima musica dal vivo di un duo molto bravo. La pastasciutta con arselle non delude affatto le aspettative…

Taman Negara

23/10/2005 – Trasferimento a Kuala Tembeling in bus. Wooden boat fino al Taman Negara (Mutiara chalets).

Raggiungiamo a piedi con le nostre valigie il Crowne Plaza Mutiara Hotel. Qui ho prenotato (dal sito internet della catena Mutiara) l’Explorer Packages 4gg/3n al Taman Negara, compreso praticamente di tutto: pernottamento, pasti, escursioni guidate, trasferimenti da e per Kuala Lumpur. Alle 8.45 una ragazza si presenta alla lower lobby per la registrazione e mostra l’autobus. Siamo pochissimi. Aspettiamo qualche minuto, osservando lo stupefacente lusso della hall dell’hotel, carichiamo le valigie e partiamo alle 9.00. L’autobus è nuovo e comodissimo e il viaggio scorre tranquillo sotto la musica delle cuffie del mio lettore mp3…

Dopo due ore e mezzo, alle 11.30 arriviamo a Kuala Tembeling. Qui operiamo un’altra veloce registrazione per il Taman Negara (pagando 1 MYR a testa) e per il Mutiara Chalet (5 MYR per camera). Dobbiamo aspettare fino alle 13.00 l’arrivo delle wooden boat (le caratteristiche imbarcazioni in legno tipiche locali). Non c’è un granchè da fare o girare in effetti da queste parti. Siamo in una sorta di caseggiato all’aperto, con un ristorantino spartano e un molo in legno raggiungibile con ripide scalinate, mentre sulla strada di fronte ci sono giusto un paio di market per le prime necessità. Fa molto caldo. Durante l’attesa incontriamo i primi due italiani del viaggio, e per giunta con nostro immenso stupore nientemeno che cagliaritani! Coincidenza pressochè incredibile visto che ci sono dieci turisti in questo posto…

L’imbarco sulla wooden boat è tutto un programma… L’esperienza inizia ad assumere connotati avventurosi completamente diversi dalla città! Lasciamo la civiltà per entrare nella natura e ce ne rendiamo subito conto nelle 2 ore e mezzo di risalita sul fiume su questa barchetta (per fortuna a motore – ci mancava solo remare…). Altre due imbarcazioni sono partite piene appena prima della nostra. Così per nostra fortuna possiamo godere il viaggio sbragati in cinque dentro uno scafo per dodici persone. L’arrivo al Mutiara si fa desiderare…

Finalmente eccolo là comparire dopo l’ultima ansa del fiume! Sbarchiamo su una pedana in legno galleggiante, saliamo una bella gradinata ripida e siamo nel cuore del resort e del Taman Negara. E’ carinissimo! Molto particolare e suggestivo. Singolare anche perchè, oltre a essere considerato il miglior alloggio del posto, è posizionato dalla parte sinistra del fiume da solo, mentre il resto del villaggio con ristoranti galleggianti, altri alloggi e modesti negozietti si trovano sulla destra. Ovviamente esiste un servizio di traversata a prezzo irrisorio da una sponda all’altra. Il bello del Mutiara poi è di avere tre file di chalet di cui le più esterne sono a pieno contatto con la jungla. Dal ricevimento ci viene assegnata la stanza n° 65, che purtroppo risulta nella fila centrale e tra l’altro all’estremità più lontana… forse i macachi non verranno a bussare sul nostro tetto – peccato!

Il luogo è a dir poco meraviglioso. Osserviamo tutto a bocca spalancata essendo la nostra prima vera esperienza nella jungla. Gli chalet sembrano baite di montagna, interamente in legno, alcuni rialzati da terra sicuramente per prevenire pericolo di piene. Il villaggio infatti è leggermente in discesa verso il fiume. Tanto per restare in tema, ovviamente piove e il trekking previsto per stanotte rischia di essere compromesso. Potrebbero suscitare ilarità i cartelli segnati nel sentiero “Attraversamento scimmie”, o “Attraversamento serpenti” e “Varani”: invece sono proprio veri! La prova è il lucertolone di mezzo metro che sta sotto i nostri piedi nascosto nell’erba…

La nostra stanza è ovviamente più spartana di un albergo cittadino, ma c’è tutto l’essenziale. Manca solo l’asciugacapelli (che intelligentemente per precauzione abbiamo portato noi), il frigo minibar, e il terzo letto (di nuovo!), che viene aggiunto in seguito. Quest’ultimo è proprio bruttino: in poche parole un materasso inconsistente buttato in terra! La prima regola che imponiamo fondamentale è: non lasciare mai aperta la porta e le finestre per evitare l’invasione di spiacevoli insetti!

Dopo una sistemata veloce e una generale dose di repellente, torniamo al ricevimento e incontriamo la nostra guida Azam: un tipo pacato e riflessivo. Oltre ogni piacevole previsione, ci seguirà sempre lui per tutti e tre i giorni che trascorreremo nella jungla: tutto solo per noi! Questo vuol dire che faremo ogni escursione da soli e saremo totalmente indipendenti senza altri turisti a decidere per noi. E’ un ottimo inizio!

Ci diamo appuntamento alle 20.30 per il trekking notturno, poi diamo un’occhiata al Minimarket del villaggio. E’ piccolissimo, ha giusto qualcosina di prima necessità come alimentari, vestiario, repellenti, etc. Ceniamo a buffet al Tahan Restaurant, l’unico ristorante presente al Mutiara: all’aperto (ma ovviamente con la copertura sul tetto), carino e spazioso. La scelta non è vastissima ma si mangia discretamente.

Alle 20.30 in punto incontriamo Azam per il trekking notturno. Sta semplicemente diluviando. Siamo attrezzati di poncio e ombrello ma la doccia è comunque assicurata… Riusciamo in realtà a fare solo pochi passi e raggiungere una pedana in legno a due piani coperta dove, attrezzati di pila per la totale mancanza di illuminazione, osserviamo la jungla sotto la pioggia e al buio. Purtroppo non si vedono insetti (che erano il vero scopo del trekking notturno) perchè con la pioggia si ritirano. Vediamo invece dei cervi addormentati a cui il diluvio universale non tocca minimamente… Per il resto si respira comunque un’atmosfera straordinaria! Basta spegnere la torcia e si rimane nel buio più nero ascoltando solo la pioggia scrosciante e i rumori della jungla. Non ci sono parole per descrivere l’emozione agli occhi di un cittadino. Attendiamo una mezz’oretta e rientriamo. Azam appare dispiaciuto ma la pioggia non accenna minimamente a diminuire. Propone comunque di ritentare domani. Arriviamo piuttosto zuppi in stanza e nel frattempo manca anche l’elettricità in tutto il villaggio, dopo una serie infinita di tuoni da guinness dei primati…
24/10/2005 – Trekking nella jungla (Bukit Teresek). Canopy walkway. Wooden boat a Lata Berkoh & Waterfall.
Possiamo scordarci gli orari sonnolenti di Kuala Lumpur. Qua si fa colazione alle 7.30 per sfruttare appieno le ore di luce. Alle 8.30 si parte con Azam per il trekking nella jungla. Appena pochi metri oltre il villaggio sparisce ogni segno di civiltà. Il sentiero conduce ad una scalata sulla collina di Bukit Teresek. Un bel mazzo tra la folle umidità e la ripida salita (a tratti ci sono addirittura le corde per tenersi, visto il terreno scivoloso). I suoni della jungla sono straordinari e a volte un pò lugubri. Il percorso del resto è interamente in ombra, primo perchè il cielo è nuvoloso e secondo perchè comunque siamo coperti dalla fitta ombra della vegetazione. Azam spiega un pò di flora e fauna e avverte sul pericolo sanguisughe, che dopo la pioggia di ieri notte usciranno allo scoperto. Per il resto non è un gran chiacchierone. Spesso dobbiamo fargli noi le domande. Senza dubbio è comunque un vero uomo della jungla. Ha il coraggio di non portarsi l’ombra di un marsupio appresso, nè un ombrello, nè un goccio di acqua. Noi stiamo grondando e boccheggiando, appesantiti dagli zaini e affaticati, e lui non ha neanche una goccia di sudore negli occhialini…! E’ perfettamente “intatto” come dal primo momento che l’abbiamo incontrato stamattina.

Fattostà, neanche nominate le sanguisughe ed ecco la prima all’attacco! E’ completamente diversa da come la immaginavo. Nei film si vedono sempre grosse e tonde, ma invece sono poco più che vermicelli allungati molli e saltanti. E’ solo nel momento che si attaccano e succhiano il sangue che si gonfiano spaventosamente. Purtroppo, esattamente come le zanzare, è impossibile accorgersi della loro presenza se non con la vista. E da questo momento in poi nasce la “fobia” sanguisuga! Ognuno guarda le gambe dell’altro cercando di prevenire spiacevoli sorprese… meno male che siamo attrezzati con scarponi alti, calzettoni e pantaloni lunghi.

Ci vogliono un paio d’ore per giungere in cima alla collina, la quale Azam afferma di essere di 330 metri. Come? Soltanto 330 metri? Sembrava di aver scalato qualcosa di più consistente qui…. Il panorama che si ammira è molto bello e presenta ogni tipo di colore verde immaginabile.

Qualche foto e scendiamo, prendendo la deviazione per il Canopy Walkway. Si tratta dei rinomati ponti in corda sospesi tra gli alberi di cui abbiamo molto sentito parlare. Sono un must per chi giunge al Taman Negara! Azam ci lascia soli. Poichè gli otto ponti compiono un giro ad anello lui ci attenderà direttamente all’uscita. Consiglia di stare almeno a 5 metri di distanza l’uno dall’altro e per non più di 4 persone per ponte, e ovviamente evitare di dondolare troppo… La traversata è inizialmente titubante ma diventa presto assai divertente. Il senso del vuoto è limitato dalla vegetazione sottostante, tranne che nell’ultimo ponte che raggiunge l’altezza massima di ben 45 metri dal suolo!

Rientriamo alle 12.30 in stanza stanchissimi e grondanti. Alle 13.30 portiamo alla laundry service i nostri capi di abbigliamento più sfortunati che hanno subito la devastazione della jungla. Si pranza e alle 14.30 siamo pronti e di nuovo pimpanti per un bel giro in barca. Neanche pochi minuti di risalita del fiume e torniamo nuovamente fradici, stavolta per le secchiate d’acqua che arrivano dalle rapide al quale il nostro navigatore non può sottrarsi… tra risate generali scendiamo a terra e dopo altra mezz’ora di trekking raggiungiamo Lata Berkoh in un tratto di fiume ricco di cascatelle. Purtroppo è impossibile fare il bagno poichè c’è troppa piena e la corrente è molto forte. Azam (che ha avuto il coraggio di venire con i sandali aperti) si trova una sanguisuga nel piede e se la stacca continuando comunque a sanguinare per parecchi minuti… il vero pericolo di averne molte attaccate, in effetti, è quello di rischiare il dissanguamento perchè le ferite impiegano parecchio tempo prima di emarginarsi. Stiamo un pò sul posto e rientriamo alle 16.00 al Mutiara completamente bagnati, tanto per cambiare… il bello è che non si è ancora visto il sole e asciugare la roba con questa umidità è pressochè impossibile! Dobbiamo ridurci ad usare l’asciugacapelli…

Alle 19.00 si cena e alle 20.30 inizia a piovere a dirotto. Manca ancora la corrente e di conseguenza, viste le condizioni metereologiche, salta anche il secondo tentativo di trekking notturno nella jungla. Pazienza non è destino! Stiamo un pò al ristorante a lume di candela in una magica atmosfera e torniamo in stanza a dormire.
25/10/2005 – Cave Exploration a Gua Telinga (Ear Cave). Tribù locale Orang Asli. Rapids Shooting a Kuala Terenggan.
Alle 9.00 abbiamo appuntamento con Azam al ricevimento. E’ sempre puntualissimo. Attendiamo pochi minuti la nostra wooden boat nella pedana galleggiante, che ci porta poi ad una breve traversata sul fiume di dieci minuti circa. Poi inizia un’avventura di 45 minuti di trekking nella jungla fangosa. Con il diluvio di ieri notte, il terreno è un acquitrino scivoloso. Camminiamo con rilento cercando di mettere i piedi sulle radici degli alberi che formano un intricato labirinto. Tra l’altro, abbiamo sempre il tarlo in testa delle sanguisughe, dal momento che, dietro consiglio di Azam, siamo oggi in pantaloncini corti… non tarda molto infatti a presentarsene una sulle mia scarpe da trekking che salta allegramente di gioia!

Arriviamo alla nostra meta: Gua Telinga e la Ear Cave. Azam si addentra un attimo per vedere le condizioni della grotta e ne esce un pò rammaricato… il livello dell’acqua è alto. Il che significa bagno completo ad altezza coscia, o forse peggio… lascia a noi la decisione: possiamo entrare oppure tornare indietro per lui è lo stesso. Noi gli chiediamo se ci sono pericoli, ma la sua risposta è negativa. Non è pericoloso: ci sono solo dei pipistrelli e ragni vari, forse alcuni serpenti… normale amministrazione per la jungla ma forse non proprio per noi abitanti di città… osserviamo l’ingresso della grotta che non è affatto carino e rassicurante e mettiamo ai voti. Io ed Erika siamo molto perplessi anche perchè bagnarsi le scarpe da trekking dentro è una seccatura tremenda: non si asciugheranno mai più! Stefy invece si improvvisa la nostra Rambo e ci sprona: ma come, siamo venuti fin qua e non andiamo avanti? Scherziamo? In men che non si dica eccoci dunque in uno stretto corridoio tutti sporchi di fango con la nostra piletta legata alla mano sinistra, mentre con la destra siamo costretti ad arraffare qualche spuntone per non ruzzolare… due francesi con un’altra guida sono immediatamente dietro di noi. Alcuni tratti sono così stretti che devo togliermi lo zaino e farlo strisciare avanti a me. A proposito di zaino, l’ho portato solo io e ho fatto una scelta azzeccatissima da casa scegliendo di mettere in valigia questa mitica borsa stagna (quelle che si usano per i kayak tanto per intenderci) che si rimpicciolisce a seconda dello spazio occupato ed è perfetta per tenere all’asciutto attrezzatura costosa e capi di ricambio. L’unico neo di questo tipo di borse è che non sono comode da portare a mano, ma io ho sorpassato il problema attaccando due moschettoni e gli spallacci per poterla utilizzare esattamente come uno zaino sulle spalle.

Il nostro percorso prosegue lento e con prudenza a carponi. Gocciola dappertutto e siamo pieni di fango, costretti a strisciare tra le pareti a quattro zampe, ma per ora non ci siamo ancora bagnati le scarpe. L’emozione più grande la raggiungiamo in una cavità colma di pipistrelli che volano dappertutto seguendo un percorso circolare e sfiorando le nostre teste. Azam assicura che non si attaccano ai capelli e che quelle sono leggende dei film. Fattostà che, prendendo la piletta e puntando sulla parete a sinistra (che posso tranquillamente toccare con mano tanto è vicina), osservo centinaia di pipistrelli uno attaccato all’altro nella loro classica posizione verticale di appesa draculesca… e fa una notevole impressione! Li posso proprio guardare negli occhi, con quei loro inquietanti scatti un pò epilettici! Ma sì… è solo suggestione non sono animali pericolosi… vogliamo parlare anche del ragno peloso simile ad una tarantola che Erika stava per schiacciare con la sua mano? Ma sì… sono stereotipi di paura inculcati a noi civilizzati! Va tutto bene: basta non farsi prendere dal panico della claustrofobia e l’adrenalina è assicurata!

Siamo agli ultimi metri della grotta ed ecco l’atteso inghippo: dobbiamo attraversare un fiume d’acqua alta e il bagno è obbligatorio! Mandiamo avanti i francesi per verificare il livello dell’acqua e va meglio di quel che sembrava: “solo” alle ginocchia! Addio scarpe da trekking… non c’è scampo e percorriamo questi pochi metri con la strana sensazione di non vedere minimamente dove si mettano i piedi e cosa ci sia al di sotto delle ginocchia. Adesso sì mi sembra realmente di essere Rambo nel primo episodio mentre camminava nel tunnel con l’acqua alla gola, torcia in mano e i pipistrelli vampiri. Mancano solo i topi… Almeno Azam ha consigliato bene a portare i pantaloni corti, altrimenti sarebbe stato peggio… Un ultimo sforzo per uscire dal fiume in piena e si intravede un bagliore della luce esterna. Scaliamo qualche masso e siamo fuori all’aria aperta, in condizioni indescrivibili. Azam dice che abbiamo percorso appena 80 metri di grotta… incredibile! Un’esperienza indimenticabile che purtroppo non sarà documentata con foto o filmati visto che era impensabile aprire la borsa nella grotta (e in ogni caso nessuno avrebbe azzardato un flash rischiano di scatenare l’ira dei pipistrelli!!!). Adesso la parte divertente è tornare indietro, camminando mezz’ora con le calze che sciaquano brutalmente nelle scarpe zuppe… tra l’altro abbiamo scelto di integrare la nostra giornata con la visita ad una tribù locale (unica escursione non prevista nel pacchetto Explorer del Mutiara) che Azam ha inserito prima di fare le rapide… dobbiamo proprio rassegnarci ad una giornata lunga e molto “wet”…

Arriviamo dunque al villaggio degli Orang Asli (tribù originaria del Taman Negara), costituita da poche capanne e qualche famiglia. Sono privi di corrente elettrica e di alcun servizio. Le donne e i bambini sono molto timidi e restano in disparte. Stiamo perciò in compagnia di alcuni uomini che parlano con Azam e danno una dimostrazione dell’accensione del fuoco con la legna, anche se la vicinanza agli alloggi del parco e alla civiltà ha insegnato loro ormai il buon uso dell’accendino (assai più comodo). Scorgiamo su un albero il singolare animale chiamato Slow Loris, di cui non ho ben chiara la traduzione in italiano. Si muove molto lento ed è raro trovarlo. Poi ci fanno provare il tiro con la cerbottana. Dicono di riuscire a colpire una piccola preda fino a 40 metri di distanza: mica male…

Torniamo in barca per l’ultima tappa di oggi. Sono le 13.00 e dobbiamo affrontare le rapide sul fiume. Ne risaliamo un bel tratto, osservando altre persone fare il bagno, probabilmente di qualche tribù anche più “originaria” di quella vista da noi. Nelle rapide le risate e le secchiate non mancano ma non è certo una novità essere bagnati in questo soggiorno nella jungla… Al rientro inizia anche a piovere a dirotto, nel caso qualche centimetro del nostro corpo risultasse per sbaglio asciutto.

Sbarchiamo al Mutiara completamente fradici giusto giusto per l’ora di pranzo. Salutiamo Azam che è risultato davvero molto preparato e simpatico: un’ottima guida! Gli diamo la meritata mancia. Passiamo il pomeriggio a riposare. Siamo tre giorni nella jungla ma abbiamo fatto talmente tante cose concentrate che sembra di esser qui da un mese! Passeggiamo un pò per il villaggio all’imbrunire e vediamo un branco di macachi in cerca di cibo (ovvero bustine di arachidi, patatine e qualsiasi cosa commestibile sia possibile rubare alla razza degli Homo Sapiens). Incutono un pò di timore, sembrano i padroni del luogo (e probabilmente lo sono per davvero, a testimoniare che qui la natura ha il totale predominio sull’uomo). Un cocktail al bar per festeggiare il mio compleanno è il minimo che si possa fare. Nonostante sia il quarto consecutivo passato all’estero, questo è senza ombra di dubbio il più avventuroso! Infine ceniamo e compriamo qualcosa al minimarket per il lungo rientro di domani. Ma non è finita: in stanza c’è da trascorrere un paio d’ore ad asciugare tre paia di scarpe e vari calzettoni con un solo asciugacapelliI Impresa quasi impossibile che obbliga ad inventare complicati sistemi automatici di concentrazione del calore…
26/10/2005 – Traferimento a Kuala Lumpur. Mandarin Oriental hotel.
Lasciamo il nostro chalet con profondo rammarico. Il Taman Negara è stata un’esperienza sopra ogni aspettativa. Straordinario ed avvincente, e molto meno turistico di quel che si pensava. Credevo di trovare molto più affollamento e invece sembrava che il villaggio fosse tutto per noi. Probabilmente anche il periodo fuori stagione è stata la nostra fortuna. Siamo entrati da civilizzati e ne stiamo uscendo da Rambo. E’ una sensazione indescrivibile…

Dopo il chekout al ricevimento facciamo colazione. Alle 9.00 attendiamo l’imbarcazione per il rientro a Kuala Tembeling, dove giungiamo dopo due ore di discesa sul fiume. Pranziamo sul posto con pane e una sorta di spuntì comprato nel market di fronte alla strada. Alle 12.30 siamo sul bus per Kuala Lumpur e dopo quasi tre ore eccoci davanti al Crowne Plaza hotel.

Prendiamo un taxi per il Mandarin Oriental, a poca distanza, esattamente fianco le Petronas. Abbiamo prenotato una notte di lusso in questo hotel a 5 stelle sfruttando un’offerta di Expedia. Dall’esterno la struttura appare clamorosamente smorta ed insignificante, simile ad un ospedale, ma appena si varca la soglia d’ingresso l’interno cambia radicalmente! Oltre a essere stupendo e in perfetto stile orientale, si è serviti e riveriti in tutto. Dall’istante in cui si apre la porta del taxi si presentano: un portiere che accompagna all’ingresso, la signorina del benvenuto che porta al ricevimento, nonchè quella che accompagna all’ascensore e alla stanza mostrando il funzionamento dell’hotel. E’ un pò imbarazzante per chi non è abituato a tanto lusso… La nostra camera è la deluxe n° 19 al diciannovesimo piano. In una parola: bellissima! Il bagno è stratosferico: tutto in marmo con i rubinetti dorati, splendida vasca, telefono, musica, possibilità di ascoltare l’audio della tv e inezie del genere… La stanza è molto spaziosa, fornita di tutto, e l’ampia vetrata luminosa ha una vista mozzafiato di fronte alle Petronas! L’unica pecca è anche qui il terzo letto mobile, che stona col lussuoso arredamento. Inezie. Non perdiamo tempo e indossato il costume corriamo alle 16.30 a provare un bagno caldo nella Jacuzzi, a lato della terrazza dove la stupefacente piscina esterna sembra finire nel vuoto (e in effetti è davvero così perchè l’acqua cade a cascata nel parco sottostante!).

Alle 18.30 passeggiamo al Suria KLCC (il centro commerciale delle Petronas), collegato direttamente al Mandarin con pochi metri di corridoio. Ceniamo in un ristorante vietnamita molto carino. Stiamo morendo di sete e ordiniamo acqua “no ice”, ma ci viene portata dell’acqua bollente: proprio come era successo al Concorde! L’acqua a temperatura ambiente non esiste? Ordiniamo poi un antipasto misto dove è impossibile riconoscere la provenienza di ciò che si sta guardando. Chiediamo al cameriere se c’è pollo da qualche parte e la risposta è: “Su quasi tutto!”… perbacco siamo stati così attenti a non mangiarne in questi giorni… pazienza al massimo ci metteranno in quarantena quando torniamo in Italia… La serata si conclude infine con una passeggiata sul parco all’aperto e un pò di musica.
27/10/2005 – Kuala Lumpur-Langkawi. Langkawi Village Resort.
La sveglia è di primo mattino. Deva, il tassista che ci accompagnò il primo giorno e che abbiamo richiamato ieri per il trasferimento all’aeroporto, viene alla hall puntuale. E’ ancora buio pesto ma l’alba non tarda ad arrivare mentre lasciamo la capitale alle spalle sonnolenti. Alle 8.00 decolla il nostro volo della Malaysia Airlines n. 1430 per Langkawi (LGK). Sono 431 chilometri di tragitto della durata di un’ora esatta.

Alle 9.00 l’aereo atterra nell’unica pista esistente. Ed è anche l’unico e solo aereo presente! Come c’era da immaginarsi, l’aeroporto di questa isola è comunque molto piccolo nonostante siano presenti alcuni voli internazionali. Sostiamo un’oretta al bar per fare colazione e prendiamo un taxi per raggiungere il Langkawi Village Resort ***, nella costa sud-ovest dell’isola a soli dieci minuti di tragitto. Vari resort e ristoranti si susseguono nella strada principale che costeggia l’oceano con le spiagge rivolte ad ovest, fino a raggiungere questo resort che è uno degli ultimi della successione. Poco oltre c’è solo l’Holiday Villa che termina sul promontorio, dopodichè la strada gira ad est e le spiagge si rivolgono verso sud.

Al ricevimento appaiono tutti molto lenti e rilassati, e visto che la nostra camera non sarà pronta prima di un’altra ora, lasciamo le valigie ed andiamo a perlustrare i dintorni. Andando verso sinistra sulla strada principale abbiamo a pochi passi il market “Gecko”, sufficientemente grande da fornire ogni bene di primaria necessità, compresa una sala di artigianato e souvenir vari. Più avanti segue una lunga sequenza di ristoranti e negozi sparpagliati. In dieci-venti minuti di camminata si ha pressochè tutto a portata di mano.

Tornati al ricevimento ci viene assegnata la camera standard con vista giardino n° 127. Si trova all’estremo opposto del villaggio, il che richiede cinque minuti buoni di camminata per raggiungerla! La struttura del resort è tutto sommato molto semplice: la reception, il ristorante e la piscina sono ad un estremo del villaggio, e seguono da qui tre file di bungalow parallele separate da un bel giardino a prato (quelle più vicine al mare sono le camere superior e costano un’inezia in più, ma purtroppo non erano disponibili al momento della prenotazione…). La fila più lontana dal mare segna anche il confine del villaggio e dà verso un laghetto retrostante dove scorrazzano i varani. Inoltre i bungalow di quest’ultima sono su due piani (il nostro è al piano superiore). La stanza è spaziosa, pulita, con tavolo, televisore, frigobar, armadio, un bel balcone panoramico e un discreto bagno. Siamo  lontani dal lusso del Madarin Oriental ma il tutto è comunque carino e perfettamente funzionale.

Proviamo a prendere un’oretta di sole nei lettini in spiaggia. Il litorale è bello e suggestivo. Il prato verde termina con le alte palme sulla spiaggia dorata, larga e spaziosa. Sulla sinistra il villaggio finisce in un promontorio, che nasconde la spiaggia dell’Holiday Villa, facilmente raggiungibile superando qualche roccia. Sulla destra invece il litorale si allunga e sullo sfondo si scorge tutto il golfo ad ovest dell’isola. Si nota ogni tanto l’atterraggio di qualche aereo che sembra finire in mare! Di fronte un isolotto verde sembra invece invitare una visita con una bella sabbia bianca dove si intravedono dei kayak. Pranziamo al chiosco/bar sulla spiaggia al bordo della piscina e usufruiamo delle due bellissime vasche jacuzzi di acqua calda con idromassaggio. Questo sarà il nostro centro relax, è poco ma sicuro!

Chiediamo al ricevimento per informazioni su vari depliant di escursioni appesi nella parete, ma i ragazzi non riescono ad essere molto esaustivi e risultano piuttosto impreparati e maldestri: molto gentili peraltro ma davvero lenti. Qui la vita si svolge a ritmi diversi, credo che bisognerà farsene una ragione!

Passa la serata e all’ora di cena usciamo sulla strada principale in cerca di un ristorante. Se ne susseguono vari, tra cui molti cinesi, e quasi tutti sulla spiaggia. Noi siamo attratti da un certo “T-Jay’s”, ristorante anglo-italiano di fronte all’Underwaterworld. La proprietaria è una simpatica signora col fare tipicamente inglese e gentilissima, con la quale intratteniamo un cordiale dialogo. Ci sono pochi tavoli all’aperto ed è quasi vuoto. Pensiamo che sia per il fatto che questo ristorante non è sulla spiaggia ma in realtà la proprietaria sostiene che tutto il litorale è semi-deserto: siamo ancora in bassa stagione e di turisti in giro non se ne vedono molti. Ordiniamo pasta al salmone e lasagne: tutto a dir poco divino! Il conto è di MYR 120, l’equivalente di nostri 27 euro. Non male per aver mangiato benissimo in tre!
28/10/2005 – Seven Wells. Oriental Village. Cable Car.
La colazione a buffet si svolge all’aperto nei tavoli in legno di fronte alla spiaggia (ma per fortuna ce ne sono anche al chiuso nel ristorante nel caso di pioggia). Poi trascorriamo una quantità di tempo interminabile al ricevimento cercando di prenotare il canopy tour e il mangrovie kayak: sembra una barzelletta ma non si riesce proprio! La ragazza si divide tra ricevimento e tour desk e si sposta in continuazione. Poi arriva un altro ragazzo e dobbiamo ricominciare tutto daccapo. Alla fine siamo tentati di prendere un taxi per farci portare direttamente alla sede del tour-operator. Ma desistiamo: sembra alla fine che almeno il canopy sia stato prenotato per domani…

Si fanno le 11.30 e prendiamo un taxi per le Seven Wells, che si trovano nella zona nord-ovest di Langkawi. La corsa viene MYR 22 ed è a tariffa fissa. Questa parte dell’isola è montuosa e boscosa, più selvaggia di quella a sud pianeggiante e coltivata. Siamo vicinissimi al Mutiara Bay, che era il secondo resort in lista dopo il Langkawi Village nel caso non avessimo trovato posto. Il tassista ci lascia di fronte a qualche negozietto di souvenir, dove parte un sentiero che in 15 minuti di salita ripidissima porta a delle stupende cascate. Siamo nel bel mezzo di un bosco rigoglioso e verdissimo. Sostiamo un pochino e proseguiamo per altri 20 minuti tra un’infinità di gradini che portano più su fino a dei fiabeschi laghetti smeraldini. Hanno costruito una torre panoramica, qualche struttura per cambiarsi e fare il bagno, e creato dei sentieri di trekking per inoltrarsi all’interno della jungla. Purtroppo non abbiamo il tempo di percorrerli perchè sullo sfondo, in lontananza, si intravede una spettacolare funivia che sale vertiginosamente tra i monti: è là che vogliamo andare! Torniamo al punto di partenza e compriamo qualche souvenir, poi riposiamo in un tavolino all’aperto bevendo un dissetante cocco fresco. Conosciamo un certo signor Mie, simpatico e spigliato, che propone delle gite al parco marino ad un prezzo molto più basso dei depliant trovati in hotel: ci penseremo.

Alle 14.30 percorriamo a piedi un tratto della strada che conduce in pochi minuti all‘Oriental Village. Ci sono dei macachi coricati beatamente sull’asfalto come se niente fosse. In effetti non si vede l’ombra di un’auto: la strada è desolata. Arriviamo all’Oriental Village, che è un carinissimo tipico villaggetto creato apposta per i turisti, con vari negozi, ristoranti ed un bellissimo laghetto con fontana attraversato da ponti in legno. Da qui “decolla” (è proprio il caso di dirlo!) la Cable Car, che a detta del depliant presenta l’arcata più lunga del mondo. Il ticket è di MYR 15 a persona. Ci viene detto che il tempo è molto nuvoloso in cima e si potrebbe non vedere un granchè come panorama. Correremo il rischio. La prima parte del percorso è entusiasmante, con la vista dell’Oriental Village dall’alto che diventa sempre più piccolo, le cascate in mezzo alla jungla, l’oceano che rivela man mano decine di stupefacenti isolotti. Un’improvvisa inerpicata verticale ripidissima porta ad una sosta a 650 metri dal livello del mare con un bellissimo panorama rivolto al sud dell’arcipelago (si vede anche la spiaggia del nostro resort!) e una vista fantascientifica della vetta trasformata in una base spaziale semi-coperta dalle nuvole. La seconda parte del percorso è invece del tutto spettacolare ed arriva ad oltre 700 metri, alla base del disco volante. Qui delle scalette portano in cima dove pranziamo con gli unici tre hot dog rimasti nel piccolo punto di ristoro. Nel frattempo godiamo il panorama che è mozzafiato: si vede quasi tutta l’isola da parte a parte e la Thailandia a nord. Ma non è finita. Alla base dell’UFO si può attraversare a piedi un’altra – è il caso di dirlo – meraviglia dell’ingegneria: un ponte sospeso nel nulla e retto solamente da dei cavi, il cui strapiombo sotto i piedi è pressochè infinito e vertiginoso! Compiamo con successo anche questa avventura e scendiamo per la cable car fino a tornare all’Oriental Village. Passeggiamo per un acquistare qualche souvenir meritevole, e alle 17.00 prendiamo un taxi per rientrare al Langkawi Village.

Una sosta alla jacuzzi è d’obbligo per rilassarsi ed assistere ad un tramonto tropicale spettacolare sull’oceano. Per cena siamo ispirati dall’Oasis, un ristorante indiano-australiano carino e suggestivo con i tavoli sulla sabbia illuminati a lume di candela ed una buona musica in sottofondo. Le onde del mare completano l’atmosfera magica. Ottime le bistecche (steak ribeye), il salmone (salmon filled) e i cocktails per un conto di MYR 112.
29/10/2005 – Canopy Air Trekking Tour.
Alle 8.20 il pickup passa in hotel per venire a prenderci. E’ la nostra prima escursione guidata qui a Langkawi: il Canopy Air Trekking. Tra l’altro una delle più costose: 180 MYR a persona. Il depliant è piuttosto impressionante, e mostra dei turisti in arrampicata appesi ad una corda mentre si lanciano. Forti della nostra esperienza nella jungla al Taman Negara e del fatto che tra i requisiti si parli di un tour adatto anche ad inesperti e a bambini sopra i 12 anni, diamo per scontato che questa sarà comunque un’escursione fattibile e turistica. Illusione durata solo la mezz’ora del tragitto per raggiungere il centro dell’isola, dove il nostro “capo” Jurgen si è sbizzarrito ad oltrepassare molto oltre i limiti dell’avventura, conservando lo spirito dello sport estremo di una innata tradizione tedesca. Lui e quello che crediamo sia il figlio ci condurranno in questa follia. Il suo tono è subito scherzoso ma allo stesso tempo molto autoritario. Scesi dal van mostra l’attrezzatura e iniziamo l’imbragamento. Le povere vittime siamo noi tre italiani ed una coppia di turisti tedeschi che hanno già qualche esperienza di base. Per quel che ci riguarda noi non abbiamo mai provato cosa significhi climbing e “arrampicata”. Mi viene da ridere solo a vedermi con tutte queste cose addosso, l’elmetto e i guanti umidi e bucati.

Entriamo in un bellissimo parco montano e deviamo in un sentiero con una scalinata ripidissima (anche oggi! questo è il viaggio dei gradini interminabili….) dove proseguiamo con un trekking di venti minuti in mezzo alla jungla ad un ritmo incessante. Jurgen non si ferma un solo secondo: qui ci scoppia il cuore!!

Giungiamo al vero punto di partenza che siamo già disperatamente sudati e affaticati. Ascoltiamo l’epico briefing dove Jurgen sfodera le sue qualità di generale. Lui può decidere e ritenere se siamo in grado o meno di affrontare “la prova finale”, e in qualsiasi momento può sospendere l’escursione se il tempo si compromette. Il suo mitico gesto militare e la frase: “The tour is over” rimarrà alla storia. E’ un personaggio alquanto singolare. Facciamo alcune prove di climbing in un grosso masso dove il nostro “capo” spiega sommariamente come comportarsi, come far scivolare la corda per scendere, quale impostazione tenere, etc. Ma la cosa più importante di tutte da tenere a mente è avere sempre uno dei due moschettoni attaccato da qualche parte. Per andare avanti lo si sgancia solo dopo aver agganciato l’altro, in una successione a catena, perchè fra poco saremo su una pedana sospesa nel nulla, senza nessuna recinzione di sicurezza. E non si vuole rischiare di cadere vero? Sarà per questo che abbiamo firmato il modulo di nostra assoluta responsabilità e hanno insistito tanto per avere il nostro numero di passaporto?!?

Il primo impatto col canopy è pressochè terrificante. Saliamo su una roccia, da dove parte una scaletta che porta ad una pedana in legno sull’albero di fronte. Da qui una lunga corda arriva ad un’altra pedana su un altro albero. Il figlio di Jurgen va avanti per primo perchè sarà lui ad aspettarci laggiù, mostrando nel frattempo cosa ci attende. Si siede sulla pedana e si lancia a velocità folle attaccato alla fune… dobbiamo farlo davvero anche noi?!? E’ uno scherzo? Il tedesco va per primo e poi è il mio turno. Adesso sono in due ad aspettarmi dall’altra parte, che consolazione… Jurgen aggancia il mio moschettone e spiega passo per passo il procedimento. Il nocciolo principale su cui verte il tutto è di non mollare mai la fune che si tiene con la mano destra perchè quella è la nostra “salvezza”. Quando sarò in procinto di arrivare là, dovrò tirare forte per frenare altrimenti arriverò troppo veloce. Mi ritrovo dunque seduto su questa pedana in legno con i piedi a zonzo nel vuoto ma ancora mi sto chiedendo che diamine sto facendo qui! Ricevo cenno di andare ma passano interminabili secondi prima che decida veramente di lanciarmi nel nulla come un paracadutista si lancia da un aereo. Adrenalina a go-go e, come disse Scean Connery: “se non ti senti vivo adesso, non lo sarai mai più!”. Non sono in grado di godermi realmente la traversata stando concentrato a guardare l’albero di fronte dove  sembra che sto andando a schiantarmi… tiro la corda troppo presto per frenare e mi giro trasversalmente, ma alla fine i tedeschi mi prendono al “volo” (nel senso letterale della frase). Quanto sono sconvolto? E il tutto è durato solo pochi secondi. Sgancio e riattacco i moschettoni ed eccomi sulla pedana ad aspettare Ste che si lancia con molta meno titubanza di me! Tocca poi ad Erika che però desiste: soffre di vertigini, quando mai può fare una cosa simile? E’ già molto che abbia affrontato la Cable Car ieri! Ci raggiungerà con un percorso alternativo a piedi accompagnata da Jurgen. Arriva l’altra tedesca e siamo al completo, pronti ad effettuare un altro lancio sul secondo canopy. Questo è più corto e il volo si interrompe per attrito a metà corsa, dove siamo prelevati.

Raggiunti da Erika e Jurgen proseguiamo il percorso, il quale prevede l’attraversamento di una voragine passando con i piedi su una sola corda tesa, come fanno gli equilibristi al circo (dall’alto ovviamente siamo sempre agganciati alla corda di sicurezza). Questo fa quasi più impressione di volare, perchè si è costretti a guardare dove si poggiano i piedi ed inevitabilmente lo sguardo si perde anche nel vuoto sottostante. Tutte le operazioni vengono effettuate con la dovuta calma e sicurezza, ma la tensione fisica e psicologica è alle stelle!

Subito dopo operiamo una breve discesa in corda appoggiati ad una roccia verticale. Jurgen avverte di stare sulla destra poichè la parete tende a spostare la corda dalla parte opposta e si finisce sul vuoto dove non si possono appoggiare i piedi. Detto fatto, ci caschiamo tutti e la tedesca entra seriamente in difficoltà… Segue un’altra discesa in corda, più lunga ma meno complicata, fino a raggiungere il punto di partenza per il canopy finale. E qui la cosa si fa davvero seria! Jurgen fa un bel discorsetto preciso e incisivo: se uno non se la sente è meglio non buttarsi perchè il canopy è lungo 140 metri, si vola ad un’altezza di 40 dal suolo e se ci si ferma a metà è un bel casino venire a recuperare il poveretto… non solo: il vero problema sta nel fatto che non c’è nessuna via alternativa di scendere dall’albero che raggiungeremo se non con una discesa verticale che, per chi è alle prime armi, può essere assai difficoltosa ed impegnativa. In realtà, parliamoci chiaro, non c’è nessun pericolo di cadere veramente: quello che Jurgen vuole giustamente mettere in chiaro è che se a qualcuno viene un attacco di panico lassù sono guai e ci si può fare male… molto male! Erika è esclusa per prima non avendo fatto neanche gli altri canopy, e Ste desiste sotto suggerimento del capo che non è convinto riesca veramente a “divertirsi”. In effetti, abbiamo pagato il tour anche per questo no? Rimango solo io, che accetto dopo mille ripensamenti, e i due tedeschi. Loro vanno per primi. Li osservo fluttuare in quel lunghissimo volo che si perde nel verde della jungla insieme alle loro grida di sfogo. Jurgen e il figlio dalla parte opposta comunicano tramite walkie talkie, e lui ha sempre il coraggio di scherzare per sdrammatizzare. Conosce anche molte parole in italiano e ci chiama per i soprannomi. “Pippo’s coming!” urla dopo avermi ripetuto a voce autoritaria tutto quello che devo e non devo fare. Già! Pippo sono io e tocca a me! Erika intanto è pronta da sotto a riprendermi con la videocamera: almeno avrò qualche ricordo di questa follia!! Mi lancio nel vuoto e dopo una decina di secondi di urla in onore al grande Tarzan, arrivo al fatidico albero. Essendo arrivato per ultimo però, adesso sono il primo che deve scendere. Siamo infatti sospesi in fila indiana a 40 metri di altezza con i piedi incastrati tra i rami perchè non c’è abbastanza spazio per muoversi. Jurgen arriva a piedi con Ste ed Erika. Li vedo sotto comparire come dei puntini minuscoli! Tento di ascoltare con attenzione le spiegazioni anche se il cervello è in ‘overflow’ e non connette più molto bene devo ammettere… i primi tre metri di discesa sono i peggiori, perchè il tronco dell’albero tende ad allontanarsi dai piedi mentre si cerca affannosamente di tenerli appoggiati per avere il contatto, fino al punto in cui si è costretti ad abbandonarli nel vuoto: questo è il momento più difficile dal punto di vista psicologico! Poi, una volta che si apprende sulla propria pelle che non c’è comunque possibilità di cadere, si lascia andare gradualmente la corda (senza avvicinarla alla faccia per non avere una bella bruciatura, visto il pesante attrito che sferra sul moschettone) e gli ultimi metri diventano finalmente una trionfale discesa come quella che si vede sempre nei film dei marines che si lanciano dall’elicottero. Che dire: MITICO! Un’esperienza clamorosa! Se nella jungla del Taman Negara potevo sentirmi Rambo, qua sono diventato lo Swarzy di Predator!

Percorriamo all’indietro il trekking nella jungla, devastati più che mai da questa avventura estrema, fino a tornare al pulmino. Scopriamo con sorpresa che Jurgen organizza anche i tour con i quad, i trekking notturni, e soprattuto il kayak sulle mangrovie, che è un’escursione che vogliamo assolutamente fare. Certo sceglierla con lui sarà un mazzo se tiene questi ritmi! Ma di sicuro è una persona seria, competente, autoritaria, brillante e simpatica che sa fare il suo lavoro. Ci ha lasciato un’ottima impressione. Mentre rientriamo sosta in una farm per offrirci della frutta fresca. Qui vediamo anche sua figlia, una bella ragazzina di 13 anni dai tratti misti, che cerca di sistemare i quad del padre. E’ stata l’unica in effetti, confessa Jurgen, a fare il canopy quando aveva 12 anni e ovviamente non ha fatto l’ultimo salto. Ahhhhh furbone adesso si spiegano un sacco di cose!! Nel depliant però l’hai scritto che si può fare anche a 12 anni! Ma quando mai?? Dice anche che sta allenando la figlia per il futuro quando lo sostituirà nelle sue follie… pardon, avventure. La vorrei vedere fra qualche anno: diventerà l’impersonificazione di Lara Croft!

Giungiamo sfiniti in hotel per l’ora di pranzo. Rigeneriamo la nostra muscolatura nella jacuzzi finchè nel pomeriggio arriva la pioggia. Non potendo stare in spiaggia, proviamo ad andare all’Underwater world che purtroppo chiude alle 17.30. Non avremmo il tempo di vedere nulla e non vale la pena entrare. Passeggiamo allora un pò per i negozietti, e osserviamo a fianco alla spiaggia del Langkawi Village il Lightouse Restaurant. Davvero carino e originale come posto: torneremo a provarlo a cena! Prima però Erika e Stefy devono godersi un bel massaggio alla schiena prenotato ieri. Le due massaggiatrici sono tanto simpatiche quanto maldestre… ma sembra una caratteristica comune qui a Langkawi, in buona fede. Escluso Jurgen ovviamente: lui è il “capo” e conserva uno spirito integralmente tedesco! Per cena andiamo come già deciso al Lightouse Restaurant: un’ottima cucina a base di pesce per MYR 125. E per fortuna abbiamo scelto i tavoli al coperto perchè inizia a diluviare intensamente! Il rientro in hotel si tramuta in una divertente corsa sulla spiaggia (che risulta assai più breve del tratto sulla strada asfaltata), dove rischiamo di mettere i piedi nudi su una miriade di piccoli granchietti che corrono impazziti sulla sabbia!
30/10/2005 – Pulau Payar Marine Park Tour.
Il pulmino arriva in hotel alle 8.10 per il tour al Parco Marino di Pulau Payar. Le escursioni sul mare si trovano un pò dappertutto. Ci sono dei ragazzi anche sulla spiaggia del nostro resort che le organizzano tutti i giorni. Ma noi abbiamo prenotato tramite Mr. Mie conosciuto alle Seven Wells, che ha proposto la stessa gita di altri depliant con battello e pranzo in ristorante ad un prezzo nettamente inferiore: MYR 130 a persona al posto di 180 e, in alcuni casi, anche di 220.

Dopo appena un minuto siamo sul piazzale dell’Aseania, un hotel vicinissimo al nostro ma non situato sul mare. Qui dobbiamo prendere il bus più grande per raggiungere Kuah, la capitale di Langkawi, dove partono i traghetti. Insieme a noi sale un gruppo numerosissimo di cinesi. Mr. Mie si fa vedere per un attimo, prende i soldi del tour e anche un anticipo per l’Island Hopping che prenotiamo per domani. Dopo mezzo’ora di bus siamo a Kuah. Inizia a diventare tutto un pò confusionario: la discesa dal pulmann, la fila per i biglietti al porto, l’attesa. C’è una folla impressionante e non abbiamo una guida perciò per non perderci cerchiamo di seguire la fiumana di cinesi del nostro gruppo contrassegnati con lo stesso bollino. L’imbarco nel traghetto è altrettanto critico tra spinte, spazi stretti, caldo afoso. Come al solito varcato il portone d’ingresso la temperatura sbalza di 10 gradi in meno causa l’aria condizionata accesa tutto spiano. Qui serve anche la sciarpa! Il tentativo di stare sul ponte all’aperto è del tutto vano: è invaso dai cinesi!

Lasciamo il porto passando tra varie isole dell’arcipelago di Langkawi e dopo un’ora arriviamo a Pulau Payar Marine Park. Lo sbarco si tramuta in incubo con l’orda di cinesi che corrono impazziti sul pontile, mentre un signore del posto, guardando le nostre facce rilassate da europei, intuisce bene che che non abbiamo afferrato lo spirito frenetico di questo tour. Incita, quasi ci sgrida, di smettere di osservare il bel panorama e muovere le gambette ad andare a prendere maschere e pinne che non bastano per tutti. Sta dicendo sul serio? Abbiamo pagato! Come sarebbe che non c’è l’attrezzatura per tutti? Attraverso il pontile e facendomi strada tra i cinesi accalcati su due scatole (una per le maschere e una per le pinne), provo e riprovo nella confusione a cercare i numeri giusti delle pinne e qualche maschera decente. E’ un’impresa impossibile, perchè molte cose sono rotte, mancano boccai, ci sono pinne piegate, c’è sporcizia e persino insetti dentro! Rimaniamo esterefatti e allibiti mentre i cinesi hanno lasciato ormai solo gli scarti. Non solo, nel giro di un paio di minuti sul pontile non c’è più anima viva tranne noi: sono già tutti in massa a fare il bagno. Due ragazzi malesi che lavorano sul posto si avvicinano notando la nostra totale perplessità. Erika entra su tutte le furie e sbotta ma loro, ovviamente, non possono fare un granchè e dicono di prendersela con l’organizzatore. Ahi Ahi Mr Mie, ce l’hai proprio combinata grossa! I ragazzi si mostrano in realtà anche molto gentili, e si dicono disposti a prestare le loro maschere personali, le quali sono almeno nuove, pulite e ben tenute. Inizialmente tentenniamo ma per non rovinare del tutto la giornata alla fine accettiamo. Il posto del resto è davvero bellissimo: l’acqua è limpidissima, il tempo è ottimo, e quest’isola sembra davvero un paradiso da cartolina.

Entriamo a temperatura quasi ambiente che sono le 11.15 e subito nei pressi del pontile uno dei ragazzi malesi si fa notare con maschera e pinne. Fa cenno di seguirlo. Così adesso abbiamo anche la nostra guida personale! Lasciamo alle spalle la nuvola umana di cinesi che rimangono tutti nello stesso punto in cerchio, e in un’ora di bagno facciamo un bellissimo snorkelling. Vediamo tantissimi squaletti, pesci farfalla, bannerfish, pappagallo, trombetta, pietra, mentre la nostra acquisita guida scorge un barracuda enorme e un pesce palla più grande di un pallone di calcio. Notiamo anche poco più in là la piattaforma galleggiante pubblicizzata nei molti depliant di Pulau Payar. Ma tutto sommato non è molto diversa dal pontile. Avremmo pagato di più e alla fine il discorso non sarebbe cambiato: la folla è identica! Uscendo dallo snorkelling il malese fa davvero una gran tenerezza, affermando con un inglese elementare che loro vogliono soltanto il meglio per noi e che i turisti si divertano.

E’ mezzogiorno in punto e appena messo piede in spiaggia notiamo che gli altri sono già tutti seduti a tavola a mangiare. Ma il pranzo doveva essere alle 12.30! E quello è il famoso ristorante vero? Delle panche in legno sul pontile con una piccola vaschetta di plastica sul tavolo contenente una manciata di riso, una coscietta minuscola di pollo e un uovo sodo. Grande! Io e Ste mangiamo a mala pena il riso mentre Erika sgrana gli occhi aprendo il coperchio mentre osserva un grosso capello nel cucchiaio. Incidenti di percorso… Lei mangerà al rientro: il pranzo è meglio saltarlo, oggi dieta…

Nel frattempo che consumiamo il lauto pasto, i ragazzi malesi iniziano a dare cibo agli squali e ai barracuda tra la folla di cinesi in delirio. E fin qui ci può stare. E’ uno spettacolo, ne arrivano centinaia: una cosa mai vista! Ma molti finiscono poi per riversarsi in acqua urlando eccitati con un signore che dà cibo agli squali in mezzo alle loro gambe. Se non lo vedessi non ci crederei. Per quanto innocui possano essere questa razza di squali, sono sempre squali. Se anche per errore qualcuno si irrita (cosa che non mi sembra così improbabile visti i giochini che gli fanno), un morso di uno squalo anche piccolo fa piuttosto malaccio credo…o no? Sono rimasto zoppo una settimana per un banale taglio di un pesce chirurgo ad un piede di qualche centimetro, figuriamoci avere un bel dentino di questo predatore nella gamba che gioia…

Abbiamo ancora un paio d’ore prima del rientro, così spendiamo il tempo a fare una passeggiata nelle passerelle in legno che costeggiano parte dell’isola. Il paesaggio è stupendo, e sembra incredibile che non ci sia nessuno. I cinesi sono tutti ammassati ancora là e nessuno prende l’iniziativa individuale per esplorare da solo qualcosina in più di questo posto. Questo pensiero insieme all’esperienza di oggi mi fanno riflettere molto sull’enorme divario tra le nostre culture. E non è una critica, anzi. E’ affascinante. E’ solo un modo di ragionare e concepire completamente diverso dal nostro. Loro hanno un concetto di collettività e unione radicato che noi non riusciamo a comprendere nella nostra individualità e, probabilmente, egoismo occidentale. Noi pensiamo ‘per l’individuo’ loro pensano ‘per la massa’. Sono le mie considerazioni personali ovviamente…

Alle 14.45 saliamo sul battello e con lo stesso tram-tram dell’andata ci ritroviamo alle 17.00 nella jacuzzi del Langkawi Village stanchi e, nonostante le incomprensioni di questa escursione, assolutamente soddisfatti. Anzi, alla fine le nostre piccole sfortune ci hanno fatto davvero ridere.

Alle 19.00 Eri e Ste provano il massaggio ai piedi nello stesso centro di ieri, e alle 20.00 vado a prenderle per andare a cena in un pub/ristorante sulla spiaggia di nome Red Tomato. E’ molto carino, anche questo come gli altri con i tavolini all’aperto sulla spiaggia e una magica atmosfera. Ordiniamo pasta al tonno più due pizze al salmone.
31/10/2005 – Underwater world.
Il buon giorno si vede dal mattino: piove a dirotto e il mare è mosso! Non abbiamo visto molto sole finora nel nostro soggiorno in quest’isola… sarà per questo che la chiamano ‘bassa stagione’? Diamo per scontato che il tour per l’Island Hopping prenotato ieri con Mr. Mie salti al pomeriggio. Così mi hanno detto i ragazzi che prenotano la stessa escursione in spiaggia, assicurandomi che se la mattina piove il tour viene rimandato nel pomeriggio. Alle 9.20 però veniamo chiamati dal ricevimento in stanza con l’avviso che il pulmino ci sta aspettando… ma dai! Veramente dobbiamo fare il giro in barca tra le isole con il diluvio? Raggiungiamo l’ingresso del resort per avere spiegazioni, ma l’autista del pickup non parla bene l’inglese. All’improvviso prende i piedi e se ne va senza dire una parola lasciandoci di stucco! Erika parte di nuovo in quinta a telefonare a Mr. Mie fumante di rabbia mentre i ragazzi del ricevimento, sempre gentili, mi chiedono se ci siano problemi. Hanno un pò la coda fra le gambe per varie loro mancanze durante il nostro soggiorno. Per esempio dimenticare di mettere gli asciugamani in stanza, non consegnare i messaggi di conferma dei tour, e via di seguito una lunga lista… ormai prendiamo tutto come una barzelletta perchè altro non si può fare! Anche perchè sono così gentili che fanno tenerezza ed è inutile prendersela.

Erika chiude il telefono con l’ordine tassativo a Mr. Mie di venire subito a dare una spiegazione. In un paio di minuti arriva al ricevimento tutto assonnato. Prima ancora di iniziare a parlare, due ragazzi gli si avvicinano con la ricevuta di un tour prenotato tramite lui dicendo che stanno aspettando il pickup da mezzora e nessuno ancora si è visto. Mr. Mie rimane ad osservare il foglietto sfarfugliando qualcosa di incomprensibile, rispondendo ai ragazzi che si informerà… che dire… ne ha combinata un’altra delle sue!! Io ed Erika rimaniamo allibiti: questo qui è proprio un agente coi fiocchi! Apre lo sportello dell’auto e mostra la ruota bucata, scusandosi per non essere venuto lui a prenderci. Poi intraprendiamo una pacata discussione nella quale Erika, dopo aver fatto qualche rimostranza per l’escursione di ieri, cerca di spiegare a Mr. Mie che noi turisti siamo qui per divertirci e non può spedirci all’island hopping con il diluvio universale. Lui rimane a testa bassa e sembra talvolta persino assente. Chissà… forse sta ancora pensando che fine ha fatto il pickup di quei ragazzi… Alla fine ci restituisce il deposito di ieri senza batter ciglio e se ne va dopo aver subito uno dei tanti rimproveri di cui ormai credo in effetti sia abituato.

Per non rimanere senza far niente tutta la mattina andiamo a visitare alle 11.00 l’Underwater World. Almeno è al coperto! L’ingresso costa MYR 38 a persona. L’acquario non è tanto grande ed è diviso in zone. La prima è la Rainforest, con varie specie animali tipiche della fascia tropicale (non solo pesci, ma anche fenicotteri, pappagalli, anaconde ed il capibara – il roditore più grande esistente sulla terra). Poi si passa all’Artico, con l’interessante padiglione dei pinguini e dei leoni marini. Segue un pò di fila per entrare al Theatre 3d, che in realtà (forse causa gli occhialini) non sa molto di tridimensinale… Infine attraversiamo la sala finale con un’infinità di pesci e, all’uscita, il rituale negozio di shopping.

Spendiamo però i nostri soldi più in là al market Gecko nel settore dell’artigianato, comprando alcune statue esilaranti di macachi nella sequenza ‘non vedo – non sento – non parlo’ e  talmente tante cartoline da stupire persino il cassiere.

Pranziamo in hotel al ristorante, che senza alcun dubbio è il reparto migliore del Langkawi Village. E’ molto carino e soprattutto funzionale. Riposiamo un pò in stanza mentre il brutto tempo non dà tregua. Giusto per parlare della disavventura che il Langkawi Village offre oggi, le ragazze delle pulizie arrivano a sistamare la stanza alle 18.00… un pò tardino direi… e prima di andarsene chiudono pure la porta del bagno a chiave dall’esterno! Me ne accorgo per caso perchè, vista l’esperienza di ieri, volevo controllare se avevano messo gli asciugamani di ricambio… e non riesco ad entrare! Ahiahi… ogni giorno ce n’è una nuova sembra il viaggio di fantozzi… Dopo aver inseguito la ragazza e aver riaperto la porta del bagno, ci accorgiamo ancora che hanno dimenticato la busta della laundry in stanza con i nostri panni sporchi. No comment. Siamo troppo sfortunati o loro non ce la fanno proprio?

Poco dopo sentiamo bussare alla porta e con stupore ci troviamo di fronte Jurgen. E’ venuto fino alla nostra stanza di persona per confermare il tour di domani, nonostante abbia lasciato il foglio al ricevimento! Troppo serio! Troppo mitico! Altro che Mr. Mie! Ci fa morire dal ridere con le sue battute e consiglia cosa portare per l’escursione di domani.

Andiamo ancora a fare un pò di shopping in un ottimo negozio di abbigliamento, scarpe e zaini, chiamato “De region shope” dove compro un’orologio per MYR 36 e qualche camicia sbarazzina. Nel frattempo si fa ora di cena e ci spostiamo da T-Jay’s prendendo una pizza al salmone. Buonissima ma assai pesante devo dire per lo stomaco. Poi torniamo anche da Gecko per comprare 42 francobolli (ma ce ne servirebbero di più!) delle nostre cartoline a 50 cents l’uno. Il cassiere è esterrefatto: glieli abbiamo portati via tutti…

Mangrovie kayak & caves Tour

Oggi è il fatidico giorno del Tour Mangrovie Safari e Secret Caves in kayak, da cui ci aspettiamo delle grandi emozioni, avendone fatto uno simile in Thailandia nel 2002 a Krabi, che si trova poco più a nord di Langkawi. La maggior parte delle agenzie offrono il tour in battello, ma noi siamo convinti che il kayak offra un’esperienza più coinvolgente permettendo di entrare nei meandri più nascosti ed avere un contatto più ecologico e intenso con la natura. La fatica di due bracciate dà molta più soddisfazione ed è sicuramente ben ripagata.

Il ‘capo’ Jurgen la offre ad un prezzo caro, MYR 220 a persona, ma siamo certi della sua serietà professionale ed inoltre è praticamente l’unico ad organizzarlo. Arriva con il suo van puntuale alle 8.30. Con noi ci sono due ragazzoni tedeschi dell’Holiday Villa ed una coppia minuta di Hong Kong del Pelangi Hotel che, non ne so la motivazione, soprannominiamo impropriamente i ‘giappo’ come se fossero erroneamente giapponesi. Impieghiamo ben 40 minuti per raggiungere il nord-est di Langkawi. Abbiamo percorso l’isola da parte a parte perchè la zona delle mangrovie, che è la più selvaggia ed incontaminata, è situata a nord-est mentre il Langkawi Village è a sud-ovest. Raggiungiamo un molo su un fiume dove Jurgen prepara l’attrezzatura ed effettua il solito briefing. Domanda se sappiamo nuotare e, nonostante la risposta affermativa di tutti, insiste per far indossare il giubbotto di salvataggio alla ragazza di Hong Kong. Li deve aver già inquadrati capendo che lei e il ragazzo non hanno molta dimestichezza con la pagaia.

A bordo di una piccola barca con i kayak legati in coda, raggiungiamo in venti minuti la foce del fiume e seguiamo un breve tratto di costa fino a raggiungere una striscia di sabbia in una caletta piccolissima dove sbarchiamo. Ci stiamo a mala pena noi e i quattro kayak doppi. Il tempo è ottimo e il mare piatto. Jurgen sceglie gli accoppiamenti: lui e la ‘giappo’, io e ste, erika e un tedesco, il ‘giappo’ con l’altro tedesco. Saliamo in kayak e inizia l’avventura!

Percorriamo venti minuti in un mare liscio come l’olio seguendo la costa, fino a raggiungere una ‘secret cave’, ovvero una grotta nascosta che si rivela soltanto con la bassa marea. La attraversiamo passandoci sotto e sbuchiamo dall’altra parte in una dolina crollata scoperta da Jurgen stesso durante le sue esplorazioni, di cui va tanto fiero. Ha guadagnato un milione di punti con questo luogo: è favoloso! Le pareti sono alte, verticali e ingrovigliate di una fitta vegetazione: impossibile arrivare qui via terra. E il fatto di essere inaccessibile anche via mare con l’alta marea che ne nasconde la grotta, dona un fascino e mistero del tutto particolare! Il paesaggio è stupendo e ricorda davvero tanto le meraviglie di Krabi, anche se è un pò meno bizzarro nelle forme. Il grande Jurgen ci lascia a bocca aperta ancora una volta…

Un grosso imprevisto è però alle porte: si sente un improvviso ululare tra le pareti e l’acqua stagnante si increspa velocemente tra le forti folate di vento. La faccia del ‘capo’ diventa cupa e seria: dobbiamo uscire immediatamente da lì e tornare alla caletta. Il temporale incombe. Detto fatto, nel giro di due minuti contati la meravigliosa giornata si trasforma nell’apocalisse. Inizia a diluviare e dalla grotta scorgiamo all’esterno onde incalzanti che ne rendono difficile l’uscita. Una volta fuori siamo contro-corrente, le onde arrivano in faccia a secchiate insieme alla pioggia scrosciante ed oltre il rischio di capovolgersi c’è quello di non riuscire ad andare avanti di un centimetro. Io e Ste siamo costretti a darci dentro con tutte le nostre energie e a rimanere concentrati per tenere a bada il panico ed il mal di mare. Sincronizziamo le pagaiate e riusciamo finalmente a raggiungere la spiaggia cercando di spingere il kayak il più possibile all’interno per sottrarlo al risucchio delle onde. Sembra tutto incredibile e surreale perchè pochi minuti fa sembrava di essere in paradiso ed era una giornata splendida! Gli zaini degli altri sono completamente zuppi, mentre io per fortuna ho l’insostituibile borsa stagna che mi ha salvato anche al Taman Negara. E’ molto apprezzata persino da Jurgen che la osserva con attenzione e un pò di invidia facendomi i complimenti. Probabilmente qui non ne hanno o è difficile reperirle. Intanto attendiamo la barca che si occuperà del nostro ‘salvataggio’ e restiamo sotto la pioggia preoccupati che il tour sia già bello che finito. Ma il capo non può deluderci: da bravo generale avrà senz’altro anche un piano ‘B’.

Leghiamo i kayak alla barca che con seria difficoltà, tra voli degni delle più stomachevoli montagne russe (meno male che ho preso la Xamamina!), rientra all’interno del fiume dove l’acqua è più calma. Jurgen dice di non preoccuparci: faremo quello per cui abbiamo pagato! Ed ecco come volevasi dimostrare il nostro piano ‘B’. Dopo aver percorso qualche meandro del fiume, l’acqua torna olio e smette persino di piovere. Avviciniamo i kayak al bordo della barca e saliamo sopra in maniera un pò goffa con qualche rischio di capovolgimento.

Riprendiamo l’avventura esplorando le mangrovie all’interno di anfratti e meandri labirintici che richiedono un pò di dimestichezza nel governo del kayak. E qui il nostro Jurgen perde parecchi punti per la prima volta, avendo cambiato le coppie e sistemandosi lui col tedesco e i due ‘giappo’ di Hong Kong assieme. Molto male perchè i poveretti vanno a sbattere dappertutto non riuscendo a manovrare, sotto gli occhi impotenti di me e ste che siamo dietro di loro. Il che è molto pericoloso perchè la prima lezione sulle mangrovie è proprio quella di evitare il contatto con i rami da cui possono sbucare ragni e serpenti velenosi. Alla fine imploriamo l’aiuto del capo che arriva di corsa pensando subito a qualche guaio! Segue una bella spiegazione basilare sul come muoversi e usare le pagaie, dopodichè i due riescono piano piano a migliorare e cavarsela, mentre noi godiamo la pace assoluta di questo posto all’ombra fitta e lugubre delle mangrovie. E’ bellissimo e anche rilassante perchè, non so con quale stregoneria, abbiamo sempre la corrente a favore. Anche quando ritorniamo indietro dallo stesso punto con un inversione a “U” di 180 gradi. Come è possibile? Jurgen spiega il tutto nella sua immensa sapienza e conoscenza di questi luoghi: è davvero l’Indiana Jones di Langkawi! Arriviamo ad un’altra grotta ma la marea è troppo alta e non si riesce a passare all’interno col kayak. Visitiamo giusto l’imbocco. Da qui vediamo il battello del tour sulle mangrovie che passa mostrando da lontano ai turisti accalcati la grotta… mi dispiace per chi l’ha prenotato ma col kayak e con Jurgen è tutta un’altra cosa!

Tra il labirinto di mangrovie, proseguiamo lentamente osservando con cautela un serpente velenoso tenuto a debita distanza. Sono le 13.00 passate quando raggiungiamo una tranquilla ansa dove il capo ordina di indossare le scarpe. Adesso è il momento di fare un pò di trekking. Si sbarca lentamente ad uno ad uno in maniera goffa tra un gruppo di rocce scivolose, cercando di non mettere i piedi nell’acqua fangosa. Leghiamo nel frattempo i kayak tra di loro mentre il Jurgen è costretto a farsi un bel bagno per recuperare una borsa caduta sul fiume… Una ripida inerpicata, su un abbozzo appena di sentiero ricoperto di fango scivoloso, porta all’ultima grotta di oggi. E’ un posto che conosce solo Jurgen, tanto per cambiare. Tira fuori dal suo zaino le pilette da minatore e ne assegna una a testa. Entriamo in esplorazione con l’adrenalina a mille, cercando di stare attenti a non ruzzolare e muovendo freneticamente la piccola luce della pila che in realtà non illumina un granchè. Il capo va avanti per primo con cautela per non prevenire spiacevoli sorprese. Si ferma, per l’appunto, ad osservare un paio di ragni-scorpione e un serpente velenoso sulle pareti da cui è consigliabile stare alla larga. Giunti nella sala finale, il capo si trasforma per l’ennesima volta in Indiana Jones pronunciando un epico discorso archeologico legato a questa grotta. Afferma che alcuni reperti di tombe che si trovano qui potrebbero far riscrivere la storia della popolazione malese, poichè l’uso delle grotte come luogo funerario è riscontrabile soltanto dall’altra parte della costa orientale che ha una cultura completamente differente. Su questo lato non ve ne è mai stato alcun esempio. Inoltre fa spegnere per alcuni istanti tutte le luci per assaporare la sensazione di buio totale e prova a chiedere se siamo in grado di uscire senza illuminazione. Molto divertente… soprattutto pensando a quegli adorati scorpioncini e serpenti che si potrebbero calpestare… E qui inizia un altro discorso spirituale, del quale il succo si riassume nella necessità di pensare ad un solo problema alla volta, concentrando la mente esclusivamente alla risoluzione di questo. Dobbiamo uscire dalla grotta. Punto. Serpenti e scorpioni vengono dopo e rappresentano le classiche fobie e paure insensate, poichè la probabilità di calpestarli è talmente bassa da essere irrilevante… pensiamo che ci stia prendendo in giro ed invece afferma seriamente che questo tipo di test è svolto nella realtà su persone che hanno grosse responsabilità da gestire (per esempio manager), perchè affronta un importante aspetto psicologico. Quest’uomo è un grande! Ma non essendo nessuno di noi un manager votiamo all’unanimità di riaccendere le nostre care pilette e levare il disturbo da questa sensazionale grotta. I ragni-scorpione intanto non sono più dove erano prima e non si vedono. Ma non importa, il pericolo di calpestarli è irrilevante… l’ha detto il capo!

Torniamo lentamente e con cautela giù per il sentiero, visto che in discesa ruzzolare è assai più facile. Per fortuna il nostro attento Indiana Jones ha piazzato corde e ganci per appendersi nei momenti e nei posti giusti. Scavalchiamo tronchi e camminiamo a tratti aggrappati a qualche roccia, tutti in fila indiana con il compito di fare il passaparola a chi sta dietro nel suggerire i passi e gli appigli corretti. Nuovamente una rocambolesca salita sul kayak e riprendiamo a pagaiare sul fiume.

Dopo una mezz’ora le mangrovie svaniscono gradualmente e l’avventura termina approdando ad una Fishfarm. Sono le 15.00 in punto e possiamo finalmente andare in bagno e cambiarci! Aiutiamo Jurgen a sistemare i kayak e giriamo un pò sulle pedane scricchiolanti osservando le vasche dove viene allevato il pesce. Ce ne sono diverse da queste parti di fishfarm ed è incredibile pensare come sia particolare la vita svolta qui. E’ una casa costruita in legno su piattaforma galleggiante nel bel mezzo del fiume, avvolta in un paesaggio straordinario e senza alcun contatto fisico con la terra ferma. Per spostarsi esiste solo la barca. Sediamo a tavola tutti insieme e diamo inizio ad un ottimo pranzo di cucina locale a base di pesce freschissimo. Vengono serviti zuppa di gamberi piccante, calamari fritti, pesce grigliato, altri gamberi, insalata, frutta. Tutto in quantità illimitata persino nelle bevande. Questa è un’escursione coi fiocchi! Ben pagata ma soldi ben spesi fino all’ultimo ringgitt caspita! Passiamo una divertente oretta tra le battute di Jurgen e il comico pensiero del raffronto tra questo pranzo e quello di Mr. Mie del Pulau Payar….

Arriva intanto la pioggia e si fa ora di rientrare con la barca al parcheggio. Ripercorriamo la via del ritorno, ma durante il tragitto il capo si ferma sul ciglio della strada a fianco di una eccentrica e luccicante Peugeout 307 azzurra (sicuramente l’unica dell’isola: nessuno puà permettersi un’auto del genere da queste parti..). Si apre uno sportello e si avvicina una bellissima donna clamorosamente uguale a Halle Barry in versione capelli corti e occhiali da sole. E’ la moglie di Jurgen. Quest’uomo ha guadagnato un altro milione di punti ed è entrato a far parte dei miei miti personali. E’ venuto qui da straniero, ha conosciuto questo splendore, ha messo su famiglia sfruttando la sua passione per lo sport e l’avventura, esplorando quest’isola col kayak, con i trekking, costruendo il canopy in mezzo alla jungla, facendosi rispettare da tutti come un capo e permettendosi pure una bella vita. Per noi è il re di Langkawi: un mito!

E’ arrivato il momento di salutare tutti e rientrare al Langkawi Village. Siamo stanchissimi l’entrata nella jacuzzi appare come un’entrata in paradiso. La sera Erika si arrende alle meraviglie del sonno mentre io e Ste andiamo in esplorazione sul lato destro della strada principale che ancora non abbiamo avuto modo di vedere. E’ più isolata e buia ma ci sono alcuni radi ristoranti cinesi ed uno giapponese (sono verso l’interno però – non sul lato mare). Compriamo dalla bancarella di un’artista un dipinto ad olio con una bellissima aquila e poi in un negozietto un salvadanaio a forma di porcellino. Infine andiamo a cenare all’Oasis sulla spiaggia con una bistecca e un ottimo cocktail, spendendo in due MYR 105.

 

Island Hopping & Eagles Feeding Tour

Durante la notte il temporale costringe a spalancare gli occhi più volte con tuoni che fanno tremare il pavimento! Alle 8.00 siamo in piedi per la colazione, mentre continua a piovigginare ed il mare è un pò mosso. Siamo incerti anche oggi sul da farsi per la gita dell’Island Hopping, che stavolta abbiamo prenotato non da Mr. Mie ma tramite un signore appostato tutti i giorni con ombrellone e tavolino sulla spiaggia del Langkawi Village. Vado ad informarmi e risponde che se le condizioni sono molto brutte il tour lo possiamo spostare nel pomeriggio.

Il pickup arriva comunque alle 9.35 e alla fine decidiamo di andare, poichè oggi è l’ultima possibilità rimasta: o così o niente! In pochi minuti raggiungiamo il porticciolo poco più a sud dove, con nostra grande meraviglia, il mare è molto più riparato e quasi piatto. Qui riceviamo il solito bollino del tour da attaccare sulla maglietta. Ci sono frotte di cinesi che salgono all’arrembaggio delle piccole barche, ma con nostra fortuna attendiamo per ultimi e salpiamo su una barca con un altro gruppetto di sole tre ragazze cinesi: che fortuna! Le ragazze indossano il giubbotto di salvataggio ed entrano subito in delirio: sembra sia la prima volta che vedano il mare… Il nostro ‘capitano’ li consegna anche a noi e di fronte all’iniziale rifiuto di metterli (visto che il mare è abbastanza tranquillo e sappiamo nuotare), ce lo impone come ordine! E ha perfettamente ragione perchè poco dopo usciti dal porto entriamo in un tratto aperto dove iniziamo a saltare tremendamente! Ma lasciamo da parte il mal di mare e la prendiamo a ridere con le cinesi davanti a noi che urlano come se fossero nella più pazza delle montagne russe di Disneyland…

Il tragitto dura circa 20 minuti e, mentre ammiriamo il paesaggio meraviglioso creato da innumerevoli isolotti che costellano l’arcipelago, veniamo lasciati in una delle isole più famose dove vige la leggenda della principessa che pare maledisse Langkawi per molte generazioni. Abbiamo un’ora di tempo per visitarla. Scesi sul molo veniamo circondati da un esercito di macachi in cerca di qualcosa da rubare ai turisti. L’isola è disabitata quindi fanno loro i padroni da queste parti… anche un grande cartello ne avverte la pericolosità e segnala la strada all’interno dell’isola. Con una lunga gradinata raggiungiamo in dieci minuti il lago della principessa immerso in un posto straordinario, circondato da alte pareti verdi e da fitta vegetazione. Nuotiamo affannando nella pesantissima acqua dolce che rende molto faticoso restare a galla. La leggenda narra che bere questa acqua doni notevoli proprietà fertili. Sono presenti parecchi turisti ma nessuno si allontana dalla piattaforma, che è l’unico appiglio, dal momento che il fondale è molto alto e fa un pò impressione il colore scuro (quasi nero) che non permette alcuna visibilità sottostante. C’è anche chi, al posto di annaffiare, preferisce affittare un pattino per un rilassante giro panoramico.

Rientriamo all’orario pattuito al molo, ma le nostre compagne orientali si fanno attendere per ben 20 minuti, quando la nostra barca è rimasta ormai praticamente l’ultima ancorata. In dieci minuti di tragitto raggiungiamo una caletta riparata dove il nostro capitano ferma i motori ed inizia a gettare del pesce in acqua. In meno che non si dica arrivano centinaia di aquile di mare affamate che si lanciano elegantissime a pescare il loro pranzo! Qui lo chiamano Eagle’s Feeling ed è molto praticato, dal momento che le aquile sono anche il simbolo di Langkawi. Da non credere quante sono: è magnifico! Un’occasione unica per scattare foto irripetibili con un buon teleobbiettivo, nonostante la difficoltà nel seguire le loro veloci picchiate e l’ondulare della barca… Ammiriamo ammaliati questo evento insolito e superlativo finchè il pesce termina e le aquile lentamente svaniscono.

Proseguiamo verso l’ultima tappa che è l’isola di Beras Basah. Anche questa è disabitata ma è presente almeno un chiosco per le bevande e gli alimenti. Sbarchiamo di fronte ad una bellissima spiaggia bianca dove fanno parasailing ed il bananone con i motoscafi che arrivano a folle velocità fino a pochi metri dalla riva e dai bagnanti! Abbiamo sempre un’ora di tempo libero. Nel frattempo esce un desiderato e attesissimo caldo sole che porta una notevole afa, facilmente sconfitta rimanendo a mollo nell’acqua calma e cristallina.

Infine, passata l’ora, rientriamo al piccolo e caratteristico porticciolo di Langkawi e da qui al nostro resort alle 13.30. Siamo più che soddisfatti di aver fatto l’Island Hopping: è andata benissimo! Pranziamo in piscina e passiamo l’intero pomeriggio al nostro resort nei lettini sotto un sole cocente: era ora!  Ne approfitto per passeggiare lungomare fino a raggiungere la spiaggia dell’Holiday Villa, qualche centinaio di metri più a sud. E’ questo uno degli hotel più scelti nei cataloghi dei tour operator italiani. Guarda caso, ha anche un ristorante-pizzeria di nome “Da Mario” all’interno… I lettini sono più comodi e riservati, ma la spiaggia è più stretta e l’hotel meno caratteristico (non ci sono bungalow ma classici appartamenti a più piani). Nel complesso ritengo molto migliore la posizione e l’aspetto del Langkawi Village (non posso ovviamente giudicare però il servizio e la qualità). Torniamo indietro alla nostra piscina dove prendiamo un cocktail cocojam e godiamo delle proprietà benefiche della jacuzzi. Questo è il modo migliore per trascorrere la nostra ultima serata nel mare della Malaysia.

Per cena andiamo a fare il bis al Lighthouse Restaurant e torna a diluviare. Ordiniamo un’ottima soup tomato (zuppa di pomodoro), tunasteak (bistecca di tonno) e coconut crepe (favolosa crepe al cocco!).

Langkawi-Singapore. Pan Pacific Hotel. Marina Square

Ultima colazione a Langkawi, ancora e sempre sotto la pioggia. Per fortuna dopo un’oretta sopraggiunge un pò di sole e mentre Erika rimane in piscina ad abbronzarsi io e Ste andiamo ad acquistare i nostri ultimi souvenir. Al nostro rientro è già nuovamente tutto nuvoloso! Chiudiamo le valigie ed alle 12.30 pranziamo al ristorante. Passiamo un lungo e lento chek-out al ricevimento e prenotiamo il taxi per raggiungere l’aeroporto. Si sfiorano le lacrime angosciati da una forte malinconia: nonostante le condizioni meteo non siano state clementi con noi, abbiamo trascorso una settimana incredibile ricca di esperienze straordinarie giorno per giorno… Langkawi si è rivelata un’isola magnifica che ci ha regalato dei ricordi indimenticabili ed emozionanti!

Alle 15.15 il volo n° 7 della Malaysia Airlines decolla per Kuala Lumpur (KUL) dove atterra dopo un’ora esatta. Da qui, una veloce coincidenza imbarca col volo n° 613 per Singapore, dove atterriamo dopo 55 minuti e Km. 317. Si torna in città ed inizia un’altra avventura! L’aeroporto è molto bello ed efficiente. Dopo aver ritirato i bagagli raggiungiamo l’ordinata e organizza coda per i taxi. Pochi minuti e siamo sulla veloce autostrada che conduce in centro.

Il nostro alloggio è prenotato per tre notti al Pan Pacific Hotel *****, tramite un’offerta di Expedia. La hall d’ingresso è stratosferica, con una parete unica alta una quarantina di piani e tre ascensori interni luccicanti che salgono e scendono! Poiché arrivano però ‘soltanto’ fino al diciannovesimo piano, per raggiungere la nostra camera n° 2419, al ventiquattresimo piano, dobbiamo utilizzarne altri i quali sono ancora più vertiginosi avendo la vetrata all’esterno dell’hotel. Questi servono i piani dal ventesimo a salire e dopo pochi secondi emozionanti di ascesa a razzo lo scintillio delle luci della città diventa accecante! La stanza è bellissima e lussuosa, con un ampio balcone panoramico con vista mozzafiato dello sky line dei grattacieli di Singapore. Una delle cose più singolari inoltre è che l’hotel è di forma triangolare, e affacciandosi dai corridoi interni la struttura ricorda in maniera inequivocabile la leggendaria ‘Indastria’ del cartone di Conan!

Eccitati da questa meraviglia che già di per sè rappresenta un’attrazione turistica, sistemiamo velocemente le valigie ed usciamo a piedi passeggiando nei dintorni di Marina Square, proprio fronte al Pan Pacific. Bisogna percorrere un tragitto contorto per evitare di attraversare direttamente la strada, passando sopra ponti e aree pedonali. E’ tutto molto cementificato e ordinato, soprattutto pulito in forma maniacale. Non esiste per terra un solo pezzo di carta, una sigaretta, un qualsiasi oggetto assimilabile a spazzatura. Merito dei rinomati severi divieti che vigono su questa città-stato che ne fanno da simbolo, tra i quali non si può mangiare per strada e nemmeno masticare chewingam.

Il centro commerciale appare tanto immenso quanto desolato: è già tutto chiuso e per non allontanarsi troppo ci accontentiamo di una cena da Burger King per soli $ 17 in tre.

 

Chinatown. Little India. Orchard Road. Night Safari

Ammiriamo dal balcone della nostra camera lo splendido sky-line di Singapore di primo mattino. La giornata è incerta: qualche raggio di sole e pesanti nuvole sullo sfondo. Scendiamo al tour desk del primo piano per chiedere informazioni ed un ragazzo gentilissimo e preparato sforna una miriade di informazioni sul come e cosa visitare in città. Riconosce che siamo italiani e racconta della sua esperienza in occidente: il classico viaggio che si organizza da queste parti, dove in un giorno si visitano due capitali per volta e in due settimane sembra di aver visto tutta l’Europa! Prenotiamo il Night Safari per $ 45 a testa, compreso di trasferimento dall’hotel e biglietto di ingresso. Poi andiamo a fare colazione (poichè non è inclusa nella tariffa della stanza) nel ‘7 Eleven’ di fronte al Pan Pacific.

Un taxi ci porta in pochi minuti a Chinatown, dove iniziamo a vagare per i market. Ce ne sono dei più svariati. Fondamentalmente una parte del quartiere è dedicata a quelli alimentari e l’altra a quella dell’abbigliamento, souvenir etc. Qui finalmente io e Ste compriamo due ottimi zaini da trekking di medie dimensioni, in sostituzione del nostro bagaglio a mano: li stavamo cercando per tutto il viaggio e alla fine in questa bancarella un signore li offre tutti e due per $ 50. Spendiamo un altro pò di tempo per lo shopping e prendiamo il metro (efficientissimo e lindo) per Little India. Qui osserviamo velocemente un tempio induista e passeggiamo senza meta perlustrando altri market. In uno di questi proviamo a cambiare euro in dollari locali e rischiamo una grossa fregatura! Il tasso di cambio € / $ è scritto a mala pena in uno scontrino bianco e risulta 1,57. Ma se ieri in aeroporto il tasso era di 2,00 !?? Torniamo a chiedere spiegazioni e, chiedendo vagamente scusa, ci rimborsano i soldi al tasso giusto (in realtà a quello che gli abbiamo detto noi, cioè esattamente 2,00). In un altro posto me la sarei aspettata una così banale truffa, ma in una città come Singapore che appare così perfettina… sinceramente no!

Comunque sia, dopo aver osservato un pezzo della Singapore orientale, adesso passiamo a quella occidentale degli hotel lussuosi e dei centri commerciali. E non può mancare quindi una visita alla famosa Orchard Road, che raggiungiamo con una corsa di soli $ 6 di taxi. Parlando col tassista scopriamo che anche lui è stato in Europa e in Italia, sempre con la solita vacanza del tour guidato di un paio di settimane. Pare che qui siano piuttosto benestanti. La città stato offre ancora lavoro per tutti, è efficiente, ordinata e moderna. Pensavamo di trovare una popolazione un po’ fredda e distaccata, e invece con nostro stupore gli abitanti di Singapore sono estremamente cordiali ed espansivi. Orchard Road è per Singapore quello che lo Strip è per Las Vegas. E’ una via enorme e molto lunga, con al centro una larga zona pedonale verde che divide le carreggiate intensamente trafficate. E’ impossibile da visitare tutta in poche ore, così ci accontentiamo di restare nella zona del ‘Le Meridien hotel’. Troviamo un piccolo invitante ristorante italiano di nome ‘Da Vinci’s’, dove sostiamo per il pranzo e spendiamo $ 60 in tre mangiando benissimo. Proseguiamo entrando in un altro centro commerciale a caso di cinque piani (probabilmente uno dei più piccoli, qui sono tutti colossali) e compriamo la versione di Umpa Lumpa grande. Non possiamo restare senza mascotte dopo aver perso il piccolo Umpa Lumpa inspiegabilmente nella stanza dell’hotel a Kuala Lumpur! Rimango un pò deluso dai prezzi dei prodotti tecnologici come televisori, computer, cellulari, macchine fotografiche… è convinzione popolare che costino molto meno qui, invece non si discostano affatto da quelli europei a parità di modelli e prestazioni. I centri commerciali si susseguono uno all’altro ma alla fine sembrano un pò tutti uguali, così desistiamo dal nostro shopping e rientriamo al Pan Pacific prendendo un altro taxi.

Sono le 16.30 e Ste si tuffa nella piscina semicircolare del nostro hotel, mentre io ammiro ancora impressionato gli ascensori esterni che continuano silenziosi a salire e scendere senza un attimo di pausa. Alle 18.10 siamo nella hall d’ingresso. Viene a prelevarci per il Night Safari un piccolo pulmino, che viene cambiato poi in un normale bus al punto di raccolta di tutti gli hotel. Mentre siamo in viaggio una ragazza spiega come muoversi all’interno del parco. Questa attrazione turistica è molto rinomata qui a Singapore. Si tratta di un’area adiacente allo zoo dove è possibile osservare gli animali durante la loro attività notturna. All’ingresso troviamo una folla incredibile ed una coda lunghissima. Decine di autobus si fermano contemporaneamente e, poichè la guida non ci seguirà nel parco, dobbiamo memorizzare bene quale sia il nostro mezzo per ritrovarlo all’uscita… Pare che questi giorni sia particolarmente congestionato per via delle feste. Dopo un’interminabile attesa, arriviamo con fatica sul trenino che percorre il parco facendone il giro panoramico. Gli animali sono tanti ma immobili, appena illuminati ai lati del treno. Sono liberi ma in ogni caso in spazi ristretti. Sentiamo la voce del conducente tramite gli speaker, che nomina durante il tragitto le varie specie e le loro abitudini. Impossibile come previsto fare foto o riprendere, visto il buio quasi totale. Restiamo sinceramente un pò delusi: Forse per un turista che non ha altre possibilità o porta dei bambini piccoli è un’esperienza interessante, ma per chi viene dalla vera jungla del Taman Negara e di Langkawi appare tutto così finto e un pò deprimente… Il giro dura una mezz’oretta. Il resto del tempo lo spendiamo camminando nei sentieri segnati a piedi, dove almeno si può osservare il tutto con più calma. Prima di uscire sostiamo nei tavolini a ristorare, mentre inscenano un simpatico spettacolo tribale con danze e fuochi. Infine usciamo tornando nella piazza dove è parcheggiato l’autobus, e rientriamo al Pan Pacific che sono le 23.00 in punto.

Sentosa Island, Merlion, Suntec City Mall

Seguiamo le indicazioni per uscire dal Pan Pacific in direzione del Suntec City. E’ questo uno dei più grossi centri commerciali della città ed è proprio adiacente al nostro hotel, dal quale si raggiunge con un breve camminamento al coperto. Dopo vari sterminati corridoi troviamo uno Sturbucks, dove sediamo per fare colazione. Poi diamo un’occhiata all’imponente fontana, tra le più grandi al mondo, costruita sotto il livello stradale di una larga rotonda. Adesso è spenta, bisogna tornare agli orari prestabiliti per assistere allo spettacolo musicale.

Usciamo dal Suntec e prendiamo un taxi per Mount Faber, spendendo $ 7. Da qui parte una suggestiva funivia (il biglietto viene $ 13) per Sentosa Island, che attraversa il mare facendo una sola sosta intermedia. Piove ma il tragitto è ugualmente spettacolare, con un panorama unico sul porto mercantile e su tutta la città. I container sono migliaia e sembrano dei piccoli colorati mattoncini lego uno sopra l’altro.

Arriviamo alla stazione di Sentosa dove iniziamo una lunga passeggiata. Qui è tutto estremamente organizzato e curato, dai numerosi cartelli con le indicazioni, ai mezzi di trasporto, ai giardini fioriti e lussureggianti. Una serie di ponticelli e passerelle conducono al Merlion, un’enorme statua a forma di leone con la coda di sirena, dove con $ 8 entriamo per la visita. Un ascensore sale sopra fino all’apertura cavernosa della bocca, da cui si osserva lo sky-line dei grattacieli. Con dei gradini si raggiunge poi la sommità all’aperto sulla testa della statua, dove il panorama a 360° su Sentosa e Singapore è grandioso. Infine, una volta scesi alla base, assistiamo ad un divertente cartone fumettistico sulla leggenda della nascita di Singapore e del simbolo del Merlion.

Proseguiamo su un coloratissimo e vivace sentiero dove getti d’acqua si inseguono con spruzzi ritmati da una statua all’altra. L’architettura in mosaico di pianelle ricorda verosimilmente quello di Gaudì a Barcellona.

Si fa ora di pranzo e approfittiamo di un biglietto combinato per mangiare al Subway con una pizza del menù più l’ingresso alla Butterfly incluso. La visita è bella ed interessante. Ci sono quantità incredibili di farfalle di ogni genere e specie, immerse in un rigoglioso giardino sub-tropicale. Segue al chiuso un piccolo museo ricco di informazioni e reperti sugli insetti, dove un signore vuole far provare l’ebbrezza di uno scorpione che cammina sul palmo della mano.

All’uscita vediamo una singolare attrazione che sembra molto divertente: scendere un tratto dell’isola in una macchinetta simile ad un go-kart per risalire poi tramite una seggiovia. Abbiamo però poco tempo e proseguiamo avanti alla fermata dell’autobus. Qui ci sono due linee esclusivamente turistiche e gratuite, molto frequenti, che fanno il giro dell’isola fermando nei punti principali. Noi saliamo sulla blue line e poi cambiamo sulla red line per raggiungere il Dolphin Lagoon. L’ingresso costa $ 20 e comprende anche l’acquario (in realtà a noi quest’ultimo non interessa ma non è possibile separare i biglietti). Siamo giusto in tempo per lo spettacolo delle 15.30. Essendo gli ultimi arrivati siamo dietro la folla che assiste, dalla spiaggia della laguna, allo stupendo show dei delfini rosa. E’ una specie molto rara, che deve il suo rosa all’acqua dolce per la mancanza di qualche sostanza che ne priva del colore grigio originario. Vale veramente la pena vederli! Con un sovrapprezzo di $ 13 a coppia permettono anche di toccarne uno ed avere una foto ricordo. Senza pensarci su due volte seguiamo la fila per l’incontro con il magnifico mammifero. Ci viene spiegato di stare calmi, non fare rumore o gesti bruschi, e accarezzare lentamente il delfino sul dorso della schiena per non urtare la sua sensibilità. La splendida foto ricordo è fatta! All’uscita compriamo anche il magnete e il portachiavi che vengono forniti già pronti con la stessa foto in miniatura.

Passeggiamo brevemente sul litorale e sulla spiaggia adiacenti, anche questa ben organizzata e molto frequentata. Poi riprendiamo la red line per l’Underwater world. La visita dell’acquario risulta un pò deludente. L’unico tratto interessante è quello del tunnel sottomarino, dove due squali litigano mordendosi la pinna e girando freneticamente su sè stessi, mentre il sub che nuota nella vasca se la svigna per evitare problemi. Carino anche l’embrione del piccolo squalo di 7 settimane.

Lasciamo Sentosa al tramonto e rientriamo al Pan Pacific in taxi con una corsa di $ 9. Raggiungiamo subito il Suntec City per lo spettacolo della Fountain of Wealth delle 19.45. La folla si raduna in cerchio attorno agli enormi piloni mentre la musica si fa più sostenuta. La vera particolarità di questo show è il gioco di luci creato con effetti tridimensionali simili ad ologrammi, molto belli e colorati. Alla fine scorrono addirittura le scritte virtuali di sms mandati dalle persone!

Per concludere il soggiorno a Singapore ceniamo al “Waraku japanese restaurant“, che si trova proprio all’angolo di Marina Square di fronte al Pan Pacific. La cena è discreta ma non buona quanto quella del giapponese di Kuala Lumpur.

Torniamo in stanza e sistemiamo le valigie, in attesa della mezzanotte, quando scendiamo a fare il chek-out e chiamiamo un taxi per l’aeroporto.

 

Singapore-Dubai. Jumeira Rotana Hotel. Gita ad Abu Dhabi.

Attendiamo pazientemente il Boeing 777/300 della Emirates 433, che decolla alle 3.05 per Dubai (DBX). E’ una traversata di Km. 5850 per la durata di sette ore e mezza, le quali passiamo per la maggior parte a dormire. Quando scendiamo dall’aereo ci ritroviamo di fronte ad un cantiere: è infatti in corso la costruzione del nuovo terminal. Intanto osserviamo la splendida alba ed il sorgere del sole. Cambiamo qualche soldo in valuta locale (Dirams) e alle sei e mezza del mattino siamo nell’area dei taxi. Ne aspettiamo uno prenotato da internet (come servizio extra richiesto all’hotel), ma non si fa vedere. Così ne prendiamo uno a caso per raggiungere il Jumeira Rotana Hotel, che si trova in zona Bur Dubai, retrostante la famosa spiaggia nella quale sorgono tutti gli hotel più famosi. Tanto per iniziare bene rimaniamo qualche minuto imbottigliati nel traffico intenso, di fronte ad un incidente con un’auto letteralmente scaraventata su un palo oltre il guard rail. Sappiamo che qui si corre molto e la guida è assai spericolata. La corsa viene in tutto 50 dirams.

Il Jumeira Rotana Hotel si trova dietro un vicolo parallelo alla strada principale, dove passano poche auto, e quindi risulta abbastanza riparato e silenzioso. Muoversi a piedi è comunque un’impresa ardua da considerare. La facciata esterna è raffinata e luccicante e anche la hall interna è di un certo lusso. Nonostante l’orario mattutino, la nostra stanza n° 225 al 2° piano è già pronta. E’ enorme, con due letti matrimoniali, un angolo semi-arredato a cucinotto (ma non ci sono i fornelli) e un bagno spazioso: ha le dimensioni di un appartamento!

Incontriamo Felice, il padre di Erika che vive qui ormai da tanti anni. Ci porta a fare un giro per Dubai in auto lungo Jumeira Beach. La città appare un cantiere aperto, dai grattacieli in costruzione alle strade stesse. Raggiungiamo il ‘Mercato Italiano’, un centro commerciale in stile nostrano con pitture e architetture che ricordano la cara Venezia. Qui consumiamo una veloce colazione da Costa. Proseguiamo per il litorale raggiungendo il Burj Al Arab, l’hotel più famoso della Dubai odierna, considerato il più lussuoso del mondo e l’unico ad essere classificato come un 7 stelle! Lo guardiamo solo un attimo dall’esterno ed usciamo dalla città per raggiungere, dopo un’ora di auto, Abu Dhabi.

E’ qui che lavora e vive Felice. Venti anni fa questa città in piena espansione era solo un semplice villaggio di capanne. Tutto è nato con i radicali cambiamenti politici ed i nuovi equilibri nel Medio Oriente, che hanno individuato gli Emirati Arabi come un luogo sicuro di incontro tra Oriente e Occidente. Sono arrivati fondi, capitali da investire, e l’economia (soprattutto nel campo dell’edilizia) è cresciuta in maniera esponenziale dando vita ad una espansione senza precedenti. Oggi un appartamento costa un occhio della testa eppure sono tutti venduti ancora prima di essere costruiti. Compresi quelli di extra lusso che sorgeranno a breve nella “grande palma” sul mare di Dubai.

Felice ci porta nella spiaggia dell’Intercontinetal hotel dove, pagando l’ingresso, possiamo usufruire di lettini ed ombrelloni. La spiaggia è bella, raccolta in una piccola caletta protetta da un molo che la abbraccia creando quasi una laguna interna. Il sole è fortissimo come non lo abbiamo mai visto in due settimane di Malaysia… adesso sì è ora di tirare fuori la protezione solare! Per pranzo stiamo nel ristorante della spiaggia stessa, di una certa classe e stile. E’ di forma circolare, con al centro il banco dove scegliere il pesce fresco (e il modo di cucinarlo), la frutta, la verdura e quant’altro. I tavoli sono invece tutto intorno. Facciamo la nostra scelta e ne risulta un pranzo coi fiocchi: servizio e cibo sono ottimi! Trascorriamo tutto il pomeriggio al mare rilassati a prendere la nostra meritata tintarella, e verso le 18.00 andiamo al Marina mall, un altro dei tanti immensi centri commerciali che qui sono molto frequentati e rinomati. Visitiamo vari negozi e padiglioni, tra cui uno sterminato dedicato interamente all’arredamento. Sostiamo ad un bar prendendo un succo frutta e delle crepes alla nutella, poi andiamo a fare una visita all’appartamento di Felice. Infine torniamo stanchissimi alle 22.00 al Jumeira Rotana hotel di Dubai, dopo aver perso un po’ di tempo invano a girare tra innumerevoli deviazioni stradali per lavori in corso.

 

Jumeira Beach Park.

Alle 8.30 salgo a fare colazione all’ultimo piano con Ste nella sala ristorante del Jumeira Rotana, mentre Erika esce con il padre per andare a fare una gita. Per la prima volta durante il viaggio staremo separati! La sala è molto bella, rifinita, con un discreto panorama sulla città, e anche la colazione a buffet è ottima e varia. Nello stesso piano c’è anche la piscina all’aperto, a cui diamo solo un’occhiata. E’ piccola e circondata dal cemento: meglio andare in spiaggia!

Scendiamo al ricevimento a chiedere informazioni e ci viene detto che l’hotel dispone di un servizio gratuito per raggiungere la spiaggia pubblica di Jumeira Beach Park. Ha solo due corse al giorno e noi siamo in perfetto orario per prendere la prima. In un quarto d’ora circa veniamo lasciati all’ingresso del parco, a cui si accede per tutto il giorno con un irrisorio ticket di 5 dirams. Si attraversa il prato verde e spazioso fino ad arrivare alla spiaggia di sabbia bianca, molto organizzata turisticamente: ci sono un locale di ristorazione con i tavoli all’aperto, i bagni, le docce, la possibilità di affittare lettini, ombrelloni e il chiosco per prenotare gite in barca e fare parasailing.

Affittiamo due sdrai a 15 dirams l’uno e un ombrellone a 5 dirams. Ci sono molti turisti europei e qualcuno locale, ma il posto non è affollato. Il mare è bello, calmo e limpido: condizioni perfette per approfondire la tintarella. Nonostante però desiderassimo questo sole e un pò di riposo per tutto il viaggio, adesso dopo la Malaysia sembra tutto troppo tranquillo: Jurgen e Azam ci avevano imposto ritmi ben più serrati!

Pranziamo con fish e chips e tramezzini seguiti da un vassoio di frutta, spendendo 50 dirams. Dietro di noi si sistema un gruppo di quattro ragazzi del posto, che prima di andare via lasciano una quantità vergognosa di bottiglie e spazzatura sulla spiaggia, con tanto di cestini dei rifiuti a dieci metri di distanza. Si fa così da queste parti?? Tanto c’è il ragazzo della spiaggia che passa per pulire… un atteggiamento, al di là di qualsiasi mentalità e cultura, del tutto inaccettabile! Se seguissimo tutti  questa linea come ridurremmo le nostre bellezze naturali?

Alle 16.00 prendiamo un gelato e un succo di frutta nei tavolini all’ingresso del parco, mentre aspettiamo il pulmino per il rientro. Arriva puntualissimo alle 16.30 e ci riporta indietro al Rotana in venti minuti. Riposiamo un pò e alle 19.30 incontriamo Erika e Felice al ristorante tedesco all’interno dell’hotel, dove ceniamo tutti insieme. Propongono un’interessante gita in auto per domani che accettiamo senza batter ciglio.

Passeggiamo poi un’oretta per la strada principale che si snoda dietro l’hotel, scoprendo la Dubai tradizionale delle bancarelle e dei negozietti: completamente diversa da quella moderna e lussuosa dei grattacieli!
Gita nel deserto. Hatta Heritage Village & Hatta Fort hotel. Quad tra le dune di sabbia. Tramonto a Jumeira Beach.
Alle 9.00 Felice passa a prenderci in hotel. Usciamo dal caotico traffico della città dirigendoci verso l’interno del territorio. L’autostrada separa i grattacieli dal deserto in un contrasto stupefacente: sembra proprio una linea di confine tra la civiltà e il nulla. Felice mostra come appariva lo stesso posto in una foto di dieci anni fa: irriconoscibile!

Seguiamo i cartelli stradali verso Hatta. Il paesaggio diventa presto interamente desertico, prima roccioso e poi sabbioso. Qui sostiamo in un’area organizzata dove prenotano passeggiate con i dromedari, tour in jeep 4×4 per arrampicarsi e saltare tra le dune del deserto, scorrazzate rocambolesche con i quad e una sana dose di adrenalina assicurata. Per ora ci accontentiamo di un mini tragitto ad anello sul dromedario, che Erika non ha mai provato. Io e Ste abbiamo già avuto modo di conoscere questi animali nella cammellata nel deserto di Marsa Alam sul Mar Rosso.

Proseguiamo ancora in auto fino a raggiungere l’Hatta Heritage Village, a 60 Km da Dubai circa. E’ una ricostruzione storica in pieno deserto di un villaggio tradizionale. Lo visitiamo con calma, per assaporarne l’atmosfera e apprendere la cultura locale. E anche perché fa un caldo tremendo! E’ molto interessante e realizzato con cura nei dettagli: un vero e proprio museo all’aperto, tranne per la ovvia finzione dei ‘personaggi’ che sono sostituiti da statue parlanti. Un sentiero conduce in alto fino alla torre, dove è possibile ammirare l’intero villaggio e lo splendido aspro paesaggio circostante, alleviato dalla piccola oasi di palme. All’uscita rientra nei nostri piani anche una sosta al caratteristico negozietto di artigianato, con ottimi e singolari articoli di shopping da portare a casa come ricordo.

Per il pranzo stiamo nei paraggi e raggiungiamo alle 13.00 l’Hatta Fort hotel, pochi chilometri più avanti: un posto incredibile, una vera piccola oasi circondata dal deserto con un giardino rigoglioso, una piscina panoramica e tanto di campo da golf! Deve esserci un cielo stellato favoloso la notte da queste parti… Il ristorante offre un bel piatto di tortellini e pasta agli scampi per 223 dirams di conto in quattro.

La strada principale prosegue verso l’Oman iniziando a salire sui monti e diventando tortuosa. Noi scegliamo di tornare indietro, e provare a fermarci nell’area di stamattina per provare l’ebbrezza dei Quad. Non avendo alcuna esperienza, saliamo su quelli più piccoli pagando un’ora 130 dirams a testa. Una successione di dune sabbiose di diversa altezza segnano l’area dove diversi altri quad si arrampicano e corrono all’impazzata.  L’inizio è alquanto buffo tra insabbiature continue e timori di accappottamenti. Una volta capiti i meccanismi principali però, il divertimento è assicurato!! Si scorrazza tra le dune in un mix di eccitazione e follia, scavalcando dossi e ‘volando’ tra le creste: mitico! E’ un perfetto modo per dimenticare la partenza di domani e concludere degnamente questo fantastico viaggio di tre settimane…

Non resta che rientrare a Dubai, dove per le 18.00 godiamo di uno spettacolare tramonto al Burj Al Arab hotel, sulla spiaggia di bella sabbia bianca e fine di Jumeira.

Una volta al Rotana hotel, sistemiamo le valigie ed Erika ci lascia per seguire il padre ad  Abu Dhabi. Lei rimarrà ancora dieci giorni beata!!! Io e Ste rimaniamo soli nella nostra malinconia e passeggiamo nei dintorni, cenando in un Burger King e spendendo appena 28 dirams.

09/11/2005 – Dubai-Roma-Cagliari.

Alle 5.30 del mattino concludiamo il chek-out al ricevimento del Rotana e prendiamo un taxi per l’aeroporto a 40 dirams. Alle 7.50 il volo Emirates 97 su un Boeing 777/300 decolla puntuale da Dubai verso Roma… 4328 chilometri e 6h 20m ci separano dall’Italia, dove atterriamo alle 11.30. Solito tram tram e pranzo da ‘Terrazza Mare’ all’aeroporto di Fiumicino. Compriamo nuovamente una versione di Umpa Lumpa piccolo, da regalare ad Erika come sorpresa al suo rientro. Attendiamo pazientemente le 16.20 quando il nostro volo Meridiana ci porterà definitivamente a Cagliari.

Si conclude qui un’altra esperienza fantastica ed indimenticabile tra le meraviglie dell’oriente, documentata da oltre 2.000 foto e 11 ore di filmino. Più i ricordi indelebili nel nostro cuore. Nonostante dopo diverse settimane passate lontano da casa ci sia capitato di rientrare abbastanza volentieri, pur sapendo di lasciare alle spalle posti splendidi, da questa vacanza, che è anche la nostra più lunga in assoluta fino ad oggi, non sentiamo per nulla questa esigenza. Vorremmo restare ancora in giro all’avventura! Ma stavolta l’avventura è veramente finita e, come direbbe il nostro mitico Jurgen conosciuto in Malaysia: “THE TOUR IS OVER….”…… Almeno per ora…..

 

Ivan Sgualdini

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