Viaggio in Sri Lanka e Maldive

Racconto di viaggio tra Sri Lanka e Maldive

Dedico questo racconto alle stupende e gioiose persone conosciute al Dickwella nell’ottobre 2003, un angolo di mondo paradisiaco che in poche ore si è trasformato in un inferno. Il villaggio da me descritto ha subito danni enormi dallo Tsunami del 26.12.2004, colpito in pieno da un’onda devastante che ha raso al suolo case, distrutto campi e imbarcazioni dei pescatori, devastato l’hotel dove ho alloggiato. Gli aiuti sono arrivati solo dopo mesi, per via della strada costiera interrotta.
Immaginare che i bambini con i quali ho giocato, hanno danzato per me, mi hanno portato a vedere le loro povere case e mi hanno commosso con i loro stupefacenti sorrisi, non ci fossero più, è stata una delle angosce più terribili vissute nella mia vita. Per fortuna, dopo numerosi tentativi di contatti, pare che quei bambini siano salvi. Ma molte sono ugualmente state le vittime e le persone di cui non ho avuto più contatti.
E’ incredibile pensare di aver vissuto e visto un luogo che non sarà mai più come prima. La natura crea e distrugge senza pregiudizi, né criteri e pietà. La sola speranza è che il tempo e la nostra umanità permettano di aiutare la ricostruzione di tutti quei luoghi colpiti dalla tragedia, affinché il paradiso ed i sorrisi possano tornare presto a far parte della popolazione singalese.

SRI LANKA

21/10/2003 – Il viaggio di andata
Siamo a Elmas, sono le tre del pomeriggio appena passate. Il nuovo aeroporto di Cagliari, da poco ampliato, è del tutto irriconoscibile. Adesso finalmente assume sembianze più internazionali! Abbiamo poco da aspettare: un veloce check-in ed il volo è puntuale alle 16:10 per Milano Malpensa.
Arriviamo dopo un’ora e poco più. Sbrighiamo con calma le formalità e il ritiro dei bagagli, del resto abbiamo molto da attendere. L’agenzia ha cortesemente chiamato ieri comunicando un bel ritardo di un’ora e mezza per il volo Milano Malpensa – Colombo. Anziché partire alle 23:00 tocca aspettare fino a mezzanotte passata. Facciamo un bel giro di perlustrazione per tutto l’aeroporto e scegliamo un posticino tranquillo dove aspettare. Stefania compra qualche giornale, più o meno culturale, e inizia a leggere. Nella noia, giro qualche ripresa con la videocamera per documentare questa lunga attesa. Almeno c’è l’entusiasmo del viaggio, sappiamo che ne vale la pena e che al ritorno sarà molto peggio, visto che dobbiamo passare l’intera notte buttati da qualche parte in aeroporto! Consultiamo ripetutamente il monitor delle partenze: finalmente compare il nostro volo. Raggiungiamo l’area gruppi cercando il nostro tour operator Azemar. Ci viene consegnata tutta la documentazione del viaggio, l’itinerario, i voucher per i resort e i biglietti aerei. Ci regalano persino uno zaino non proprio bellissimo con quei colori azzurro-marron e la scritta Azemar, e un borsello sullo stesso stile. Sistemiamo nel borsello tutta la documentazione ma dello zaino proprio non sappiamo cosa farne! Ci coglie impreparati, abbiamo già i nostri, così troviamo il modo di infilarlo nella valigia di Stefania alla bene e meglio. Andiamo a fare il check-in, ci liberiamo dei bagagli (due valigie più un borsone per l’attrezzatura da snorkelling), e attendiamo impazienti gli ultimi minuti prima del volo.


Il decollo arriva addirittura all’una di notte, giusto in tempo per tentare una sofferta dormita in aeroplano. Il volo Eurofly è comunque tutto sommato comodo, senz’altro più dei piccoli posti della China Airlines che abbiamo preso per andare in Thailandia l’anno scorso. Inutile dire che dal finestrino non si vede niente, è buio pesto, così non rimane che consolarsi con il monitor del sedile per vedere se c’è qualche film interessante e per scrutare la posizione dell’aereo che inizia a tracciare lentamente la linea bianca del tragitto sulla cartina e a macinare quelle oltre 4000 miglia che ci separano dallo Sri-Lanka. Vengono spente finalmente le luci e possiamo riposare abbassando i sedili.

Colombo

22/10/2003 – L’arrivo a Colombo. Tour per la città. Visita templi induista e buddista. Alloggio al “Trans Asia” Hotel.
Difficile dire che ore sono, i finestrini dell’aereo sono ancora chiusi e siamo in mezzo all’oceano indiano in coincidenza di qualche fuso orario. Il personale ci serve la colazione e attendo sonnecchiando l’arrivo a Colombo. Apriamo finalmente i finestrini. Si vede ancora solo mare ma la mappa segna che l’aereo sta arrivando a destinazione. Inizia la discesa verso la capitale dello Sri Lanka. L’atterraggio avviene alle 14:30 ora locale, per cui, tolte le cinque ore di fuso orario, diventano quasi nove ore di volo da Milano.
L’aeroporto di Colombo appare spartano ed essenziale. Ritiriamo in fretta i bagagli e cambiamo allo sportello 50 euro per prevenire le spese iniziali. Il cambio appare buono a 107,59 per un totale di 5379,5 rupie. Molto superiore a quello citato nella Lonely Planet ormai risalente a qualche anno fa. Ci ritroviamo così all’uscita, dove si riunisce il nostro gruppo di italiani dell’Azemar sotto l’unica guida di Gianfranco, un ragazzo sulla trentina. Tutti insieme sappiamo ora chi sono i nostri compagni di viaggio: una coppia di ragazzi come noi, Luca e Marzia, una coppia di signori, Ambrogio e Gabriella, due ragazze, Doriana e Patrizia, e poi ancora un’altra signora, Franca, e un altro ragazzo, Mauro. Dieci in tutto, provenienti da diverse parti d’Italia e di età diverse.
Aspettiamo Gianfranco che sbriga qualche commissione e formalità, per avviarci finalmente al nostro bus. Due ragazzi, tra i tanti in fila che non aspettano altro, come usanza da queste parti, portano le valigie al nostro posto per cento metri e spendiamo subito le nostre prime 50 rupie di mancia. Fa parecchio caldo e il sole picchia.
Saliamo sul nostro autobus, del tutto simile ai nostri italiani, che risulta praticamente vuoto essendo solo in dieci! Durante il primo tratto, Gianfranco ne approfitta per presentarsi e spiegare alcune cose su usi, costumi e tradizioni locali. Prima di tutte: non spaventarsi per la guida tremenda dei singalesi, che superano e si infilano da tutte le parti senza apparente ragione, non risparmiando di tagliare la strada di netto e suonare il clacson a più non posso. Ce ne rendiamo subito conto nei primi chilometri…
A questo punto, essendo il volo in ritardo, ci ritroviamo a dover azzardare una scelta non da poco: al posto di andare subito in hotel come previsto inizialmente dal programma, e poi fare il giro della città compreso nel pacchetto, Gianfranco propone di optare prima per il tour, visto che sono già le tre e mezza del pomeriggio e alle sei in punto fa buio. Dopo un giorno di viaggio intero, soprattutto per noi che da Cagliari abbiamo dovuto aspettare tante ore a Milano, risulta un po’ massacrante, ma decidiamo comunque all’unanimità di non perdere la possibilità di vedere Colombo. Il sogno di una bella doccia, un lauto riposo e di un pasto decente è solo rimandato: del resto, siamo in vacanza bisogna essere super attivi!
Dopo un’ora di tragitto passiamo di fronte al nostro hotel. Difficile dire quanti chilometri abbiamo fatto dall’aeroporto, di sicuro è invece lineare affermare che la città di Colombo appare sterminata tra un susseguirsi continuo di case, negozi, veicoli di ogni genere (dai carretti ai tuk-tuk, agli autobus sgangherati alle utilitarie, assai rari le auto lussuose). Me l’aspettavo assai più piccola e contenuta, ma probabilmente è molto estesa per la mancanza di palazzi alti. Per il resto il panorama è quello tipico dei paesi orientali: tanti mercatini, bancarelle colorate, traffico indemoniato.
La nostra prima tappa è un tempio induista. Appena scendiamo dal bus l’impatto non è davvero dei migliori, devo dire assai più duro e crudo di quello che si avverte passeggiando per le strade di Bangkok. Alle catapecchie decadenti si affiancano angoli di immondezzaio totale, dove gatti e cani randagi, quasi tutti con evidenti segni di malattie e in condizioni precarie, cercano qualcosa da mangiare. Per fortuna non ci sono anche persone. Tutto questo in appena cento metri di strada che ci separano dal tempio. Speriamo che il resto della città non sia tutto così!
Osserviamo esterrefatti la facciata del tempio, ricca di statue e sculture che fuoriescono da tutte le parti creando giochi di profondità superbi e colorati. Subito dei mendicanti appostati iniziano ad avvicinarsi al nostro groppo, in chiaro atteggiamento d’elemosina. Pochi centesimi di euro per questa gente sono soldi che valgono. Gianfranco ha spiegato nell’autobus che il loro stipendio medio mensile varia tra i venti ai cinquanta dollari per chi è più fortunato. Dare cento rupie di mancia, che equivalgono più o meno a un euro, vuol dire regalare un’intera giornata di duro lavoro ad un singalese. E’ anche vero che chiedere l’elemosina non è mai bello, come non è bello vedere queste povere persone dalle facce sofferenti e tirate, spesso a petto nudo e scalze, tutte intorno a te che aspettano di ricevere qualcosa.
Lasciamo le scarpe all’ingresso ed entriamo nel tempio. La parte visitabile non è molto grande, si fa solo il giro di qualche stanzone. Gli affreschi e l’interno in generale sono un po’ lasciati andare, ma in tempi migliori doveva davvero essere bello e splendente. Un signore anziano ci segue e improvvisa qualche parola in inglese per fare una sorta di guida. Inutile dire che all’uscita chiede la mancia, la quale Gianfranco ci informa comunque non essere affatto obbligatoria in nessun caso. Mentre riprendo le scarpe lascio così venti rupie al signore, che non pare molto contento o soddisfatto e continua a chiedere con un atteggiamento che quasi mi indispettisce.
Torniamo al bus e proseguiamo per un altro tempio, stavolta buddista, quello di Gangaramaya. L’ingresso è a pagamento e costa 100 rupie a testa. Beh, almeno così si mettono le cose in chiaro da subito: si paga e niente mancia! L’entrata è stravagante, con tanti gingilli, statuette e doni sparsi ovunque. All’interno pare una sorta di museo, con oggetti e reliquie di ogni genere, alcune molto colorate e alquanto bizzarre. L’antico si fonde col moderno senza vie di mezzo. Usciamo all’aperto in un cortile interno, di fronte a centinaia di statue disposte in modo organizzato ed equidistanti che creano un bel colpo d’occhio. Di lato un’auto d’epoca perfettamente conservata rende ancora più l’idea del museo stravagante. Un’altra sala di oggetti e sbuchiamo in un altro cortile con un gigantesco albero Bodhi. Dopo qualche spiegazione di Gianfranco in italiano e della guida del tempio in inglese, torniamo infine all’autobus.
La nostra prossima meta è un grosso negozio di souvenir, dove Gianfranco consiglia di guardare per iniziare a rendersi conto dei prezzi. Di passaggio, prima di arrivare, possiamo osservare velocemente dai finestrini alcuni monumenti tipici di Colombo, quali il tempio sul lago, il Trade Center, persino l’originale Municipio costruito come identica copia della Casa Bianca!
Arriviamo dunque al nostro negozio, diviso in tre piani, ognuno ricco di numerosi oggetti e souvenir di ogni genere: statuette in legno, maschere tipiche, stoffa e batik, vestiti, parei, dipinti, prodotti artigianali, spezie, cartoline, davvero di tutto. Nonostante io e Ste avessimo promesso prima di entrare di non spendere nulla, visto che questo è solo il primo negozio che visitiamo, non possiamo non essere colpiti da innumerevoli cosettine che farebbero davvero gola da portare a casa. E’ così la nostra scelta finale ricade su un simpaticissimo e davvero per noi originale elefantino, ricavato scolpendo una noce di cocco, con tanto di proboscide e tratti dipinti in nero. Meraviglioso! Il suo costo è di 360 rupie (3,5 euro).
Finito lo shopping è giunta, per la gioia di tutto il gruppo, l’ora di andare finalmente in hotel a riposarci e a riempire il nostro stomaco con un pasto decente che non vediamo ormai da due giorni. Entriamo al “Trans Asia” hotel (5 stelle e probabilmente il migliore di tutta la capitale), rimanendo subito colpiti dalla lussuosa hall d’ingresso, spaziosa e tutta luccicante. Veniamo accolti in un’atmosfera cortese e rilassante, ci sediamo tutti attorno ad un tavolo dove ci viene offerto un ottimo soft-drink di benvenuti, mentre Gianfranco sistema le formalità alla reception e ritira per noi le chiavi delle stanze. La nostra è la n° 134 al primo piano. Rimaniamo d’accordo col gruppo di cenare tutti insieme e diamo un appuntamento alla sala ristorante.
Saliamo le scale per il primo piano, il quale appare, come in quasi tutti i grossi hotel di questa categoria, un enorme labirinto di corridoi lunghissimi e porte tutte uguali. Troviamo la nostra stanza, bella e spaziosa, praticamente nulla da obiettare. Tranne che le prese di corrente non sono europee e il nostro adattatore non “adatta” poi tanto bene… in ogni caso riusciamo a risolvere il problemino, e nel frattempo arrivano i facchini a consegnarci le valigie. Altre 30 rupie di mancia. Facciamo una bella doccia e, neanche il tempo di aprire le valigie, tocca già scendere a cena all’appuntamento. Non potevamo prendercela con più calma?
Scendiamo al ristorante passando per il salone, dove una ragazza singalese canta dal vivo sotto una piacevole musica di un pianoforte a coda, e troviamo già tutti a tavola: ma come hanno fatto a fare così in fretta? Dopo pochissime parole di Gianfranco a capotavola, andiamo a prelevare tutto il possibile e l’inimmaginabile dal buffet. La nostra prima cena non delude certo le aspettative: il cibo è vario, abbondante e buono. Passiamo dagli stuzzichini ai primi, secondi, verdure e dolce. Nonostante mi sforzi di leggere la descrizione delle pietanze, ammetto che mi risulta molto più semplice andare a “naso” e occhio: quello che mi ispira prendo, il resto può aspettare un altro giorno. Avendo Gianfranco a lato, ne approfitto per chiedergli qualche informazione e scopro con stupore e piacere che anche lui è sardo, delle parti di Olbia!
Più che soddisfatti della cena, torniamo in stanza a riposare. Domani tocca alzarsi alle 6:30 per trasferirsi al Dickwella nell’estremo Sud dello Sri Lanka. Non possiamo che rimanere a bocca aperta nel sentire che ci aspettano cinque ore di bus per fare 180 chilometri…

23/10/2003 – Spostamento in bus verso la costa Sud. Visita ad un centro tartarughe marine. Arrivo al Dickwella village. Passeggiata e primi contatti con i bambini locali.
La sveglia è alle 6.30 in punto. Scendiamo a fare colazione, sempre insieme al nostro gruppo Azemar, dopodiché andiamo alla reception per il chek-out. 490 rupie per le bevande della cena, che non erano incluse nel pacchetto (solo per la prima notte, gli altri giorni per fortuna sono all-inclusive). Un po’ care in effetti, ma si sa, negli hotel di lusso funziona così!
Alle 7:30 ci troviamo tutti all’ingresso. Arriva il bus e partiamo. Le prime due ore e mezzo di viaggio sono tutte nel centro abitato, un continuo scorrere di case basse e bancarelle, persone che vanno a lavoro, scolaresche, gruppi di persone in chissà quali manifestazioni locali che ai nostri occhi appaiono, a dir poco, folcloristiche. Non capisco più ormai se siamo ancora a Colombo, in periferia, o chissà dove.
Finalmente si vede l’oceano, con scorci sempre più frequenti. Stiamo seguendo pari pari la costa, tra paesaggi ripetitivi e pianeggianti, ma in alcuni punti pure molto belli e suggestivi. Le abitazioni diradano lasciando spazio ad una lussureggiante vegetazione verde di alte palme, mentre i sorpassi, per noi azzardati e senza senso, si ripetono costanti su una strada ad appena due corsie, stretta e non certo in perfette condizioni. Fatti da un autobus poi appaiono ancora più inopportuni, ma così è la guida nello Sri Lanka! Tutto sommato però non si corre ad alta velocità, e non ci si ferma praticamente mai per l’assenza di semafori o ingorghi. Si tiene una velocità costante sui 40-50 chilometri orari: tutto ciò che va più lento viene superato, compresi veicoli, automezzi, altri autobus, che siano su rettilineo o in curva. Ovviamente discorso analogo vale per chi va più veloce di noi, che non si risparmia di operare il sorpasso del nostro bus tra suonate continue di clacson e virate brusche per rientrare in corsia.
Sostiamo di passaggio ad un centro tartarughe, per osservare la crescita e l’allevamento di questi meravigliosi animali centenari. Il biglietto d’ingresso costa 100 rupie (1 euro). Da un pezzo di terreno, protetto da un recinto, sbucano dei bastoncini di legno: qua sono deposte le uova delle tartarughe, ci viene spiegato dalla guida. Più avanti invece una vasca contiene centinaia di piccolissimi esemplari appena nati che si fanno le prime nuotate. Ne prendiamo una in mano per accarezzarla, è bellissima! In altre vasche ancora ci sono quelle più grandi, le quali mostrano un guscio stupendo, che pare disegnato dalla mano di un grande artista. Si fanno accarezzare tranquillamente senza ritrarre la testa, sono abituate alla presenza umana. Siamo proprio di fronte ad una bella, lunghissima spiaggia oceanica, con sabbia d’orata e tratti di un bel prato verde acceso sovrastato da alte palme di cocco. Scopriremo presto che questo è il tipico paesaggio costiero singalese.
Lasciato il centro, proseguiamo il tragitto sostando solamente un’altra volta per la cosiddetta pausa “toilette”, del resto doverosa dopo ore e ore di autobus… E’ una sorta di market che vende stuzzichini e bibite di vario genere. Durante l’attesa mi guardo intorno alla strada: siamo davvero in un altro mondo, che non assomiglia per niente a quello occidentale!
Passiamo Galle, importante città costiera del Sud dal punto di vista commerciale per la sua posizione, storico per il forte portoghese, e culturale per i caratteristici pescatori. Ne vediamo alcuni in mare, pescando, appesi a quel loro singolare trampolo che li ha resi tanto famosi.
Passiamo anche Matara e, superato il punto estremo meridionale dello Sri Lanka, giungiamo finalmente dopo pochi chilometri a Dickwella, un modesto e piccolo paese di pescatori e artigiani. Il nostro hotel, che prende il nome dello stesso villaggio, è sulla strada principale. Entriamo che sono le 14:30: sono passate sette ore dalla nostra partenza! Il primo impatto non è per niente male e nonostante abbia visto le stupende foto panoramiche da Internet, rimango comunque sorpreso dalla bellezza di questo posto.
Veniamo accolti con una allegra cerimonia di rito che consiste, tra suoni di tamburi e strani strumenti a fiato, nell’accendere una candela ed esprimere un desiderio. Tocca prima alle donne e poi agli uomini. Beviamo un drink dissetante e veniamo accompagnati in stanza, la n° 37, la quale risulta accogliente, spaziosissima, con finestra e uscita anche dalla parte opposta verso il prato verde che dà sulla spiaggia. L’arredamento è tutto in legno, le lenzuola sono decorate con petali colorati, e un grande sole dipinto risplende sorridente sopra il nostro letto. Che dire, siamo contenti ed eccitati come inizio va benissimo!
Mi affaccio alla finestra e scorgo due sdraio per prendere il sole ed un appendino per stendere i vestiti, poi un ragazzo in lontananza mi saluta e mi dice di andare da lui. Ma non c’è tempo di esplorare adesso, non apriamo ancora le valigie e usciamo subito a pranzare visto che sono le 15:00 passate. Percorriamo il pittoresco vialetto coperto, anch’esso tutto di legno, che dalla reception porta alla nostra e alle altre stanze e più avanti al centro del villaggio, dove c’è una bella piscina, due palme altissime e una sala all’aperto dove si tengono i pasti quando fa bel tempo, come in questo caso. Delle simpatiche e colorate rappresentazioni di pavoni ed elefanti sui muri, con tanto di senso di profondità da farle apparire quasi sculture, rendono il tutto molto gradevole alla vista.
Troviamo anche stavolta tutto il gruppo già a tavola: ma questi sono dei fulmini! Andiamo a verificare immediatamente che il menù sia di nostro gradimento. Le pietanze non sono numerosissime ma c’è il nostro caro e amato forno a legna con un cuoco pronto a preparare delle invitanti pizze. Perché rifiutare una proposta così allettante? Durante il pranzo Gianfranco parla un po’ di come è costituito il villaggio, cosa possiamo fare, degli orari da rispettare e così via. Suggerisce che è sempre meglio, come in tutti gli hotel, non lasciare denaro contante in giro per la stanza, ma di non preoccuparsi minimamente per altre cose, anche di valore, poiché una denuncia per furto da queste parti è considerata molto grave e sarebbe la rovina del dipendente che tiene caro al suo lavoro e alla sua dignità. Spiega poi che i tour sono tutti di mezza giornata e si svolgono durante il pomeriggio. A tal proposito possiamo scegliere tra diverse alternative e stabiliamo subito, per cominciare, i giorni in cui vogliamo fare le due gite incluse nel pacchetto, quella a Matara e quella al tempio di Mulkirigala.
Finito il pranzo percorriamo un giro istruttivo del villaggio insieme a Gianfranco, che ci porta tanto per iniziare al centro di massaggi Ayurveda. Conosciamo il dottore responsabile, dall’aria giovanile e simpatica, il quale offre una seduta di massaggio ai piedi a tutti, da provare quando si vuole, per assaggiare le delizie delle tecniche Ayurveda. Ci spiega i principi e i benefici in termini di salute e benessere che si possono raggiungere con più sedute, le quali ovviamente sono più vantaggiose, sia in termini monetari che di risultati, prese a pacchetti di più giorni rispetto alle singole. Verremo senz’altro a provare il nostro massaggio nei prossimi giorni!
Proseguiamo sul lato mare, di fronte ai nostri bungalow (chiamiamoli così, ma sembrano vere e proprie casette sul prato verde a pochi metri dalla spiaggia), dove raggiungiamo gli sdraio e il bar, e torniamo alla reception, dove su un lato c’è il negozio di artigianato e souvenir di Gianna. Gianna è un’italiana che sta qui al Dickwella e fa un po’ da mediatrice. La sua figura è ambigua quanto importante. Di fatto è lei che fa un po’ da padrona e direttrice, organizza le gite, dà ordini al personale singalese, divide il suo tempo ed i pasti con noi. Stiamo un po’ nel suo negozio e compriamo un bel pareo per Stefania a 600 rupie.
Torniamo così in stanza, riposiamo qualche minuto e usciamo per una passeggiata sulla spiaggia da soli, prima del tramonto. Il posto è davvero bello: la spiaggia d’orata si perde sulla sinistra fino all’orizzonte insieme alle altissime palme che la costeggiano, le quali a tratti arrivano fino all’oceano perennemente mosso. Sulla destra invece gli scogli segnano la punta del Dickwella, dove le onde si infrangono con fragore provocando alti spruzzi d’acqua. In riva come in mare notiamo alcune barche di pescatori locali, dalla strana forma e costruzione. Il posto sull’imbarcazione è piccolo, al massimo per due o tre persone, lungo e stretto, tutto da un lato. Dal lato opposto, collegato con due archi in legno, c’è una sorta di contrappeso, evidentemente per questioni di equilibrio, il quale mi ricorda buffamente quella sorta di strana imbarcazione di tubi che Conan, nella fortunata serie di quel meraviglioso ed indimenticabile cartone animato, aveva creato per fuggire via dalla sua isola nativa. E’ proprio vero che la realtà supera di gran lunga la fantasia.
Torniamo al centro del villaggio, dietro la piscina, dove un muro bianco segna la recinzione del Dickwella verso l’altra spiaggia dove il sole tramonta. Qui l’arco di spiaggia è più piccolo e riparato, ciò non toglie che l’oceano sia comunque sempre mosso e anzi, all’orizzonte, alquanto suggestivo con possenti onde che si infrangono sugli scogli. Qua si vedono molti più pescatori al lavoro, mentre al cancello che dà sulla spiaggia d’orata veniamo catturati dai bambini locali, che iniziano a parlare in italiano, sorprendendoci non poco. Sono in tre, un maschietto e due femminucce, ma la più sveglia è la bambina che porta il nome di Nilani. Stefania si butta subito nel dialogo mentre io continuo le riprese e le foto. Una guardia del Dickwella dietro di noi tiene d’occhio la situazione, probabilmente per evitare che i bambini scavalchino la recinzione.
I bambini si mostrano molto simpatici e, tra qualche parola in italiano e gesticolazioni varie, riusciamo a scoprire i loro nomi, quanti anni hanno, dove vivono e cosa fanno.
Terminiamo il nostro giro, proprio al calare del tramonto, sopra la terrazza panoramica dove si tengono anche gli spettacoli di notte in una sorta di mini teatrino. La musica di Michael Jakson in sottofondo ci accompagna mentre ammiriamo sbalorditi la visuale a 360° della costa. All’orizzonte si scorge chiaramente anche il faro di Dondra, estremo punto del Sud dello Sri Lanka. Conosciamo un animatore del posto, un ragazzo della nostra età, anche lui molto simpatico, cordiale, e incredibilmente loquace con una gran voglia di parlare in italiano ed imparare parole nuove. Dice che è quattro mesi che lo sta imparando, il che mi sembra fantascienza visto che lo parla già benissimo…
Rispuntano i bambini sotto di noi, che si fermano a parlare ancora per qualche minuto. Li osserviamo poi mentre giocano sugli scogli con gli spruzzi d’acqua. Hanno tutti degli splendidi sorrisi e dei bellissimi visi, che trapelano gioia e serenità, cosa che ci conforta molto dal momento che a Colombo la situazione sembrava assai più disastrata.
Alle sei in punto il sole tramonta, regalandoci uno splendido e breve spettacolo di un colore rosso intenso, che non manchiamo di documentare con tante fotografie e riprese. Non resta che tornare in stanza e aspettare la cena.
La cena si svolge in una apposita sala di ristorazione, grande ed accogliente, con la solita formula buffet e prima bevanda inclusa. Le pietanze sono più varie del pranzo, troviamo qualcosa della cucina italiana e qualcosa di tipicamente locale. Siamo sempre tutti insieme, il gruppo Azemar al completo più Gianfranco e Gianna, i quali propongono per i giorni successivi di organizzare una cena più particolare a base di aragosta e pesce. Un’idea interessante che viene accolta con successo!
Notiamo, come a pranzo, che in tutta la sala ci siamo praticamente solo noi e una famigliola di inglesi. Ed è effettivamente così: in tutto il villaggio, che può contenere 165 persone circa, siamo solo noi! Situazione che, ci renderemo subito conto, ha i suoi pro ma anche contro. I vantaggi sono che si ha tutto per sè e si gode questo favoloso posto senza vedere turisti in giro: del resto già dalla passeggiata di stasera abbiamo subito realizzato che siamo lontani anni luce da luoghi iper gettonati o affollati. Qui pace e solitudine regnano sovrani in mezzo a suoni, odori e immagini di una natura solitaria ed primordiale. I contro di conseguenza sono che, essendo così pochi, abbiamo tutti addosso, dal personale del Dickwella ai procacciatori della spiaggia.
In quanto a questi, Gianna e Gianfranco ci mettono subito in guardia. Li chiamano i “Beach Boys”, sono dei ragazzi pescatori che per arrotondare lo stipendio, molto povero, abbordano i clienti del villaggio proponendo di fare gite e visite di posti nelle vicinanze. Non sono cattivi o per forza truffatori, però è stato segnalato qualche spiacevole inconveniente in passato nei confronti di alcuni turisti. Ci viene consigliato perciò, se vogliamo passeggiare in paese o optare per alcune escursioni, di chiedere comunque ai ragazzi che lavorano al Dickwella, che possono dare maggiori garanzie e sono sotto la responsabilità dell’hotel. Lo davamo in realtà per scontato già da prima, ma ci accorgeremo presto che le cose non sono poi così semplici e si è instaurato un particolare e complicato rapporto di amore e odio tra il Dickwella, villaggio costruito sotto la direzione italiana, nei confronti della popolazione e del paese omonimo.
Alle dieci pomeridiane in punto, finita la cena, saliamo sulla terrazza panoramica dove c’è il teatrino, per assistere al nostro primo spettacolo serale intitolato “Jubox”. Gianfranco presenta scherzosamente la serata al microfono, calano le luci e iniziano diversi balletti di svariate canzoni, interpretati devo ammettere con grande foga e precisione da un gruppo di sei animatori, considerando tra l’altro che il pubblico è di appena dieci persone! Si muovono davvero bene questi singalesi e rimaniamo sorprendentemente colpiti dal loro innato senso del ritmo, fisici scolpiti, grinta e volontà, che rendono lo spettacolo divertente e originale.
Terminato il tutto, passeggiamo una mezz’oretta ammirando per prima cosa il meraviglioso cielo stellato dalla terrazza panoramica, spostandoci poi nella piscina illuminata in notturna di fronte all’oceano, e nel vialetto coperto dove, prima di tornare in stanza, chiacchieriamo per lungo tempo con Franca. Scopriamo così che, oltre ad essere una persona estremamente in gamba, è una donna che viaggia tantissimo da sola ed ha accumulato esperienze umane profonde e straordinarie durante le sue avventure memorabili. Rimango colpito in particolare da quelle in Africa, dal fascino della sua popolazione e delle riserve protette.

24/10/2003 – La spiaggia del Dickwella. Massaggio Ayurveda.

Tour a Mawella per vedere il “Blow Hole”, il soffione dell’oceano.
La nostra prima colazione è alle 8:30, nella sala ristorazione dove ieri abbiamo cenato. C’è un bel panorama sulle vetrate che dà verso gli scogli, con l’oceano e le sue possenti onde che creano tanti spruzzi bianchi d’acqua. Il menù è il classico internazionale: thè, latte, caffè, brioche, bacon e salsicciotti per i più forti di stomaco, e così via. I succhi di frutta deludono un po’, nessun paragone con quelli thailandesi! Prima di andar via ci mettiamo d’accordo con Gianna per fare una passeggiata lungo la spiaggia più tardi.
Torniamo in stanza e alle 9:30 vediamo alcuni del nostro gruppo passare. Li raggiungiamo e iniziamo la lunga camminata verso l’arco di spiaggia d’orata, che parte dal Dickwella e si prolunga per ben tre chilometri fino all’orizzonte. Insieme a noi vengono alcuni ragazzi dell’hotel, e altri tre del posto, i cosiddetti “Beach Boys”. Rimaniamo un po’ allibiti dall’immediato battibecco che nasce tra questi ultimi e Gianna, con varie accuse a tratti anche pesanti per varie vicende successe qualche giorno fa. Cerchiamo, nel limite del possibile, di lasciare estranea la discussione e non rovinarci lo splendido paesaggio che ci circonda. La spiaggia è a tratti larga e a tratti quasi scompare sotto le altissime palme e fitta vegetazione retrostante, costringendo a camminare piacevolmente sull’acqua calda, quasi a temperatura corporea. C’è molto vento e l’oceano è mosso, per cui non siamo ispirati a fare il bagno anche se il fondale è molto basso e non comporterebbe alcun pericolo. Il sole purtroppo è per la maggior parte del tempo coperto dalle nuvole, ma a tratti, quando viene fuori, regala sul mare splendidi colori con tonalità che vanno dal verde smeraldo all’azzurro più intenso. Non si vede un solo turista su tutta la spiaggia fino all’orizzonte! Ci siamo solo noi e qualche raro singalese del posto che va a pescare, a fare il bagno al proprio cane o una passeggiata romantica con l’ombrellino.
I primi animali che incontriamo sono dei cagnolini, molti cuccioletti e altri un po’ più grandi, che vivono liberamente sulla spiaggia. Sono ovviamente randagi, e non devono avere vita facile visto che presentano evidenti segni di malattie. Meglio non accarezzarli per il momento, anche se poverini paiono innocui. Poi ci imbattiamo in un paio di mucche ferme, chissà, magari a prendere il sole. Non mi era ancora mai capitato di vederle in mezzo ad una spiaggia!
Nel frattempo i battibecchi continuano e i Beach Boys tentano assiduamente di parlare anche con noi, sostenendo la loro buona fede e il fatto che non siano imbroglioni. Una situazione un po’ difficile di cui non ci sentiamo di dare né giudizio né critica, dal momento che siamo appena arrivati e non conosciamo le regole di questi posti! Nel dubbio cerchiamo ancora di evitarli e non dare confidenza. Siamo colpiti comunque dal fatto che anche loro parlino bene l’italiano, con discreta conoscenza della grammatica ed un ampio vocabolario.
Il prossimo appuntamento con la fauna locale è il macaco col berretto, una bertuccia molto comune nello Sri Lanka. Ce ne sono due per l’esattezza, legate ad una corda su un ramo di un albero: una beve da una specie di biberon e l’altra ci osserva indifferente. Chiediamo ad uno dei Beach Boys a fianco noi perché siano legate, poiché è evidente che ci balena subito per prima l’idea che siano messe lì apposta per i turisti. Risponde che non è così, sono là per altri motivi e presto verranno liberate come prima. Non è del tutto convincente, però gli diamo fiducia potrebbe anche aver ragione.
Rimaniamo un po’ dietro al gruppo, rallentati dalle numerose foto e riprese che sono d’obbligo. Li raggiungiamo dopo un po’, fermi ad ammirare un enorme riccio, piuttosto diverso dai nostri, con lunghissime aculei neri. Ci viene mostrato anche come si crea una resistentissima corda fatta con la peluria del guscio della noce di cocco, di cui non viene per sprecato proprio niente.
Passiamo alcune barche e casette di pescatori e arriviamo alla fine della spiaggia, ammirando tutto il golfo fino all’orizzonte, dalla parte opposta, dove si scorge chiaramente la pittoresca architettura del Dickwella. Franca è l’unica coraggiosa a farsi il bagno nonostante il vento, mentre il resto del gruppo, compresi noi, si accontenta di chiacchierare e guardare il bel panorama.
Si torna indietro, non prima però di osservare una stupenda aquila di mare che sorvola l’oceano in cerca del bottino quotidiano. Il resto del gruppo va avanti mentre io e Ste sostiamo diversi minuti estasiati da questo magnifico esemplare, che riesco a riprendere bene (e soprattutto a vedere!) con la mia videocamera digitale, la quale con uno zoom 20x è utilizzabile praticamente anche come binocolo!
Stavolta rimaniamo davvero molto arretrati e restano con noi solo i due Beach Boys, due ragazzi appena sopra la ventina che si chiamano Gian e Upal. La loro conoscenza dell’italiano è sorprendente e così, anche se all’inizio con un po’ di diffidenza e malavoglia, intraprendiamo un lungo discorso approfondito sui loro usi e costumi. Ci spiegano che sono pescatori, ma al di fuori degli orari di pesca cercano di arrotondare qualcosa con i clienti del Dickwella. Non sono né procacciatori né venditori, fanno semplicemente da accompagnatori, ma sono in grado di procurare, a richiesta, quasi ogni cosa. Il loro modo di vivere è molto essenziale, hanno i beni di primaria necessità e lo stato li aiuta, distribuendo riso, vestiti di scuola per i bambini e così via. Ce lo spiegano appunto mentre passiamo di fronte ad un piazzale retrostante la spiaggia, dove una folla di gente aspetta in file ascoltando una voce al megafono. Nello stesso posto domani si svolgerà il mercato. Purtroppo tutto il mondo è paese e anche qua la politica gioca un ruolo a doppia faccia. Gli aiuti arrivano soprattutto in periodo elettorale, coinvolgendo molto donne e bambini che stanno in genere più in casa, mentre gli uomini sanno bene che una volta passate le elezioni tutto tornerà come prima. Rispondiamo a dovere con quello che succede in Italia, anche noi abbiamo i nostri problemi, anche se ad un livello diverso.
Torniamo al Dickwella verso mezzogiorno, e mentre i nostri compagni stanno facendo il bagno a mare ed alcuni in piscina, noi prendiamo la via dei massaggi Ayurveda. Visto che la prima prova è gratuita, approfittiamone subito! Incontriamo il medico all’ingresso che ci invita cortesemente ad entrare. E’ una persona gentile, giovanile e molto preparata. Spiega alcuni trattamenti e propone dei pacchetti interessanti, poi ci fa accomodare all’interno. Qua si usa ancora separare le donne dagli uomini e così io entro in una camera con il mio massaggiatore e Ste entra in un’altra a fianco con una massaggiatrice. Ogni particolare è mirato a portare un senso di relax fisico e mentale, come i dipinti sulle pareti e la dolce musica in sottofondo. Il massaggio inizia spalmando sulla parte interessata, in questo caso i piedi, un olio profumato, che dopo qualche minuto provoca una sensazione di freschezza sulla pelle del tutto simile a quella del balsamo di tigre, ovvero l’equivalente di una caramella alla menta exraforte per la gola. Il massaggio è proprio rilassante, molto più delicato di quello thailandese, e termina dopo un quarto d’ora circa. Assicuriamo al dottore che torneremo senza ombra di dubbio a provare qualcosa di più serio, e lasciamo il centro Ayurvedico ormai ora di pranzo.
Alle tre pomeridiane in punto raggiungiamo la reception insieme a tutto il gruppo. Aspettiamo il pulmino con Gianfranco per il tour a Mawella, che ci è stato proposto all’economico prezzo di dieci euro a persona. Il conducente si fa attendere, e dopo mezz’ora di ritardo finalmente partiamo. La prima meta è la casa di Flavio, un italiano (ci spiega Gianfranco) che ha investito qui nello Sri Lanka comprandosi un magnifico terreno con visuale mozzafiato ed ha costruito una casa con piscina a dir poco invidiabile. Per arrivarci percorriamo una strada sterrata stretta molto suggestiva, piena di buche e a strapiombo sulla costa. Rimaniamo davvero colpiti dal panorama una volta entrati nella proprietà di Flavio. La tenuta sorge su un colle verde con alte palme, con il panorama sull’oceano e su un isolotto collegato alla terraferma da un istmo di spiaggia che pare, durante l’alta marea, persino scomparire. Il mare è molto mosso sulla parte destra dell’istmo e più calmo sulla sinistra. E’ qui che faremo un po’ di snorkelling.
Scendiamo un piccolo sentiero che porta alla spiaggia, dove troviamo diverse barche di pescatori con i relativi proprietari, incuriositi. Il cielo però è molto minaccioso e non tarda più di qualche minuto a scendere giù il diluvio! A questo punto ci dividiamo: io scelgo la nuotata con maschera e pinne seguendo gli incitamenti di Gianfranco, mentre Stefania insieme a qualche altro del gruppo si ripara in una capannina dei pescatori che ci guardano sempre più meravigliati.
Con il mare mosso, come prevedibile, la visibilità sott’acqua è piuttosto limitata, però riesco a vedere nel mio primo snorkelling di questo viaggio qualcosina di interessante. Dopo una mezz’oretta usciamo e la pioggia e già finita. Risaliamo a casa di Flavio e troviamo il resto del gruppo alle prese con la bertuccia addomesticata di nome Rudi. E’ un macaco col berretto per la precisione, basta tendergli le braccia e salta sopra, mettendosi a pulire teneramente la pelle in segno d’affetto. Stefania è tutta entusiasta di questa simpatico animale che le salta addosso diverse volte, mentre io non manco di riprendere e fotografare questi momenti esilaranti.
Si fa ora di andar via, dopo una doverosa chiacchierata con Flavio che racconta le sue disavventure sulla casa per problemi di titolarità, imbrogli e difficoltà in genere nell’acquistare e mantenere una proprietà all’estero in un paese così diverso dal nostro come lo Sri Lanka. Non è stato facile insomma, ma il posto è stupendo e direi che ne è valsa la pena!
Durante il rientro in pulmino sostiamo a grande richiesta di Gabriella e del gruppo in un villaggio di pescatori sulla spiaggia, che stanno appena rientrando con un grosso bottino di bestioni. Li scaricano dalle barche e li poggiano in terra su un apposito spiazzo. Si riconoscono dei tonni, ma non saprei dire altre specie…
Proseguiamo per Mawella, un altro villaggio diventato turistico per via del cosiddetto “Blow Hole”, il soffione dell’oceano, raro fenomeno conosciuto in soli dodici posti sul pianeta, di cui questo è il secondo per importanza. Così cita la Lonely Planet e noi ci crediamo per potercene vantare! Il tutto non è niente di più che un alto e potente spruzzo dell’oceano, il quale fuoriesce prepotentemente da una crepa sugli scogli (un vero e proprio buco) con la forte pressione che si crea a seconda delle onde e della corrente oceanica. Pare che nei periodi migliori possa raggiungere i 25 metri di altezza, che sono davvero tanti!
Parcheggiamo nei pressi del villaggio e siamo immediatamente circondati dai bambini, mentre i singalesi dietro le innumerevoli bancarelle ci invitano a comprare ogni genere di cosa. C’è molta sporcizia per terra ed il terreno è un po’ fangoso. Seguiamo a piedi la strada principale che porta fuori dal paese verso la costa mentre inizia di nuovo a piovere, per fortuna solo per qualche minuto.
Una salita a gradoni, caratteristica per il colore rosso della terra che stacca nettamente con tutto il verde circostante della prepotente e fitta vegetazione, porta in cima ad un promontorio, con la costa a strapiombo sull’oceano. Il paesaggio è molto bello non c’è che dire. Una folla di persone attende con ansia che il soffione spruzzi via dal buco. Mi sorprende che in realtà siano tutti singalesi, non ci sono turisti stranieri tranne noi e ho la chiara certezza ormai, dopo appena un giorno, che il turismo in questa zona all’estremo sud dello Sri Lanka, soprattutto in questo periodo, è una rarità quanto il Blow Hole stesso.
Il mare sembra calmo e la corrente trasversale per cui l’attesa si fa più lunga del previsto. Lascio la mia fotocamera digitale a Stefania e mi dedico alle riprese della costa, rimanendo stupito dalla vista in lontananza di un pavone solitario tra gli scogli.
Finalmente arriva il soffione tra la gioia e le urla di tutti! E’ davvero emozionante, lo spruzzo è alto, bianchissimo e preceduto da un fragoroso boato. Se ne susseguono diversi uno dietro l’altro, aumentando la nostra gratificazione per l’attesa. Sia io che Stefania riusciamo a riprenderlo davvero bene con la macchina fotografica e la videocamera, sarà un bel ricordo!
Non resta che tornare dunque al Dickwella, a pochi chilometri di strada da Mawella. Durante la passeggiata di rientro al pulmino, ci soffermiamo in qualche bancarella ad ammirare incuriositi i souvenir e la cucina di pesce. Scattiamo qualche foto con i bambini locali, che appaiono estasiati quando le mostro a loro un attimo dopo nel display della mia fotocamera digitale. Chissà quale meraviglia tecnologica penseranno che sia, eppure rimango io stesso stupito subito dopo dal fatto che in realtà sono molto più organizzati del previsto! Arriva un bambino che consegna a me e Franca, anche lei con una videocamera digitale che scatta foto, il suo indirizzo in singalese per spedirgliele! Quasi commossi dal sorriso di questi bambini, io e Ste promettiamo senz’altro di mandargliele quando torneremo a casa. Gianfranco ci suggerisce tra l’altro, se vogliamo donare loro qualcosa, di dare caramelle o penne per scuola, ma non soldi. Sono perfettamente d’accordo: dare soldi abitua la gente a chiedere e a vivere di elemosina. E già molti lo fanno. Mi viene in mente lo stipendio di venti dollari di un povero pescatore, e penso che se ogni turista lasciasse pochi centesimi di euro a testa a chi chiede l’elemosina, questi camperebbero senza far nulla a dispetto di chi invece suda per guadagnarsi da vivere. Questo non è un paese che ha carenza di risorse primarie come ne può avere uno africano tipo l’Etiopia, tanto per fare un esempio. Qui c’è acqua, terra fertile da coltivare, mare ricco di pesci. La loro povertà è assai diversa, e in ogni caso quello che noi intendiamo per “povertà” è alquanto soggettivo. Non si può negare che il loro stile di vita sia per molti del tutto essenziale, ma questa gente vive comunque in modo molto più naturale e semplice di noi. Quei bambini che ridono e giocano sulla spiaggia del Dickwella tutto il giorno, per esempio, vivono in quella che per noi è la tipica immagine di un paradiso tropicale, e per quanto io li possa vedere “poveri” credo fermamente allo stesso tempo che siano felici. Lo leggo nei loro volti. Chi dice e chi può assicurare che l’arrivo del progresso, delle nostre diavolerie tecnologiche, dei soldi e dell’influenza occidentale, tanto per intenderci, porti davvero maggiore benestare e soprattutto felicità da queste parti?
Mentre queste riflessioni mi balenano alla mente, mi rendo conto che forse conosco ancora troppo poco di questo posto per poter dare giudizi, meglio aspettare ai prossimi giorni! Arriviamo al Dickwella alle 18:30, giusto in tempo per riposare un po’ e andare a cena. Una succulenta cena stasera, a base di aragosta e pesce per la modica cifra di venti euro a persona. Dopo gli antipasti di mare, viene servito un bel piatto di spaghetti ai granchi. E che granchi! Me ne ritrovo quasi uno intero sul piatto con delle enormi chele più grandi di una cesoia! Poi arrivano in sequenza metà aragosta bollita, il sorbetto e l’altra metà aragosta arrosto con sughi speziati, dopodiché il nostro stomaco non ce la fa davvero più!
Soddisfatti dalla cena ci aspetta lo simpatico spettacolo di cabaret, come ieri al teatrino sulla terrazza, che vede stavolta gli animatori impegnati in alcuni sketch e barzellette.

25/10/2003 – Mercatino locale. Tempio buddista di Wewurukannala Vihara.

Tour: Weligama (visita fabbrica gemme), Matara (visita fabbrica batik, passeggiata per la città).
Oggi è il mio compleanno! Essere in viaggio è già il miglior modo per me di festeggiarlo, e sembra stupendo che questo sia il secondo anno consecutivo dal momento che l’anno scorso a quest’ora ero a Krabi, in Thailandia!
Dopo la colazione, andiamo in spiaggia con il resto del gruppo e passeggiamo fino al mercato locale che si svolge settimanalmente. Veniamo accompagnati, anche oggi, da Gian e Upal, che troviamo ad aspettarci appena messo piede fuori dal Dickwella. Il mercato è, come prevedibile, pittoresco e caotico e soprattutto, a differenza di molti thailandesi, vero. Intendo dire che è realmente un mercato della gente del posto senza nessuna influenza per turisti, i quali come di consueto, a parte noi sono inesistenti!
Camminiamo tra una miriade di bancarelle di frutta, verdure, pesce e vari generi di cibo sistemate per terra o su dei banconi, tra le urla dei venditori e il chiasso assordante della folla. L’area del mercato è piccolina e concentrata, quindi sembra che ci sia tantissima gente! Siamo colpiti dalle quantità industriali di banane, le quali sono molto più piccole delle nostre e più tozze. Parlo con Upal di questo fatto e mi spiega che ce ne sono cinque tipi nello Sri Lanka e le più buone paiono essere quelle rosa o rosse. Quelle lunghe che conosciamo noi per loro non sono neanche banane, non le considerano molto buone e infatti sono assai meno saporite. E’ simpatico anche vedere un signore che vende il cocco fresco, come l’abbiamo visto fare pure in thailandia: si taglia la parte superiore, si infila una cannuccia all’interno ed eccolo pronto per essere bevuto! Tra tutta questa confusione mi viene difficile riprendere e fotografare, così riesco a fare solo qualche scatto al volo delle banane e del peperoncino nelle sue diverse specie, ammassato a chili sui banconi.
Ci spostiamo al reparto abbigliamento, altrettanto vivace e colorato come quello della frutta. Un tuk-tuk, dopo avermi quasi investito, mi fa sorridere passando in mezzo alla folla e strombazzando il buffo clacson a più non posso! Siamo arrivati alla fine del mercato e oltre vediamo il paese del Dickwella, dove siamo passati ieri di ritorno da Mawella con il pulmino.
Chiediamo a Gian e Upal di accompagnarci per comprare dei rullini, così lasciamo il resto del gruppo e passeggiamo per la prima volta nel piccolo paese. Come era prevedibile siamo visti alla stregua di due alieni: così diversi dalla popolazione locale in tutto e per tutto non possiamo davvero passare inosservati! Nella via principale troviamo un piccolo Internet Point e ne approfittiamo per scrivere un’email a casa.
Mentre torniamo indietro, Gian propone di andare a vedere un tempio buddista, affermando che è il più alto dello Sri Lanka con una statua di 50 metri e dista solo cinque minuti a piedi. Abbiamo letto in effetti di un bel tempio in zona sulla Lonely Planet, e tra le escursioni del Dickwella non è compreso per cui, anche se non ancora perfettamente convinti al cento per cento, accettiamo. Del resto, lui e Upal dicono di non volere neanche i soldi e chiedono solo una eventuale mancia alla fine del nostro soggiorno se rimaniamo soddisfatti.
Vediamo il resto del gruppo all’altezza del mercato e invitiamo anche loro, ma vengono soltanto Franca e Doriana: almeno saremo in quattro. Attraversiamo un ponte e ci dicono di guardare giù: un grosso varano che sembra un coccodrillo passeggia tranquillamente nell’acqua fangosa del fiume! Proseguiamo lungo una strada asfaltata e piena di buche che porta fuori dal paese, ammirando il paesaggio della campagna singalese. Sulla nostra destra costeggiamo un vasto campo di fiori di loto, simile ad una palude, mentre in lontananza ci sono alcune case sparse tra la fitta vegetazione di palme. Il percorso si dimostra bello ma comunque molto più lungo del previsto e fa un caldo tremendo, altro che cinque minuti! Dopo una mezz’ora finalmente scorgiamo in lontananza la statua del Buddha, e devo darne atto è proprio alta e maestosa.
Il tempio si chiama Wewurukannala Vihara, ed ha influenze miste tra il buddismo e l’induismo, che qui sembrano convivere e fondersi in sincera armonia. Il biglietto costa una cifra irrisoria per entrare, qualcosa in più per chi ha la macchina fotografica e la videocamera, ma Gian e Upal ci fanno pagare a forfait solo l’ingresso. Bisogna ovviamente togliersi le scarpe. Entriamo solo io e Ste nella parte buddista, rimanendo molto colpiti dalla pace e dall’atmosfera del luogo. I nostri improvvisati accompagnatori ci spiegano il significato di varie statue: la reincarnazione per esempio, rappresentata in una fila di oltre 50 buddha uno dietro l’altro, oppure la differenza tra la posizione del buddha morto e di quello dormiente, che si percepisce solo per l’allineamento o meno delle dita dei piedi.
Usciamo da questa prima parte del tempio ed entriamo a lato in un’altra sezione, quella dedicata all’inferno. Rimango un po’ sconcertato, proprio non pensavo che esistesse il concetto di inferno anche per i buddisti, a meno che non si tratti di un’influenza induista. Le religioni non sono il mio forte! La Lonely Planet cita questa parte come una sorta di disneyland fumettistica e in effetti non è molto lontana dalla realtà. All’ingresso una serie di statue terrificanti ma allo stesso buffe nella loro realizzazione, rappresentano una atroce tortura di un uomo capovolto mentre viene segato in due, ad iniziare dalle parti basse (ahi che male, diamine!) e del diavolo con tanto di corna. Da qua in poi si susseguono dei corridoi, tutti minuziosamente dipinti da entrambe le pareti, dove nella parte superiore vi sono le malefatte compiute nella vita terrestre, e nella parte inferiore le corrispettive torture infernali. Una sorta di gigantesco inferno di Dante con qualche centinaio di gironi! Purtroppo c’è molto buio e non si riesce a riprendere bene, si vede invece chiaramente che le pitture sono un po’ lasciate andare all’usura senza alcuna protezione e manutenzione, come del resto praticamente tutto qua intorno, ed è un grandissimo peccato!
Finita anche questa singolare e interessantissima visita, saliamo le scale nel vasto spazio all’aperto che prosegue verso la gigantesca e colorata statua del Buddha, ed entriamo alla sua base. Una lunga serie di gradini, spezzati a tappe da diversi stanzoni con pareti anch’esse dipinte, salgono verso la cima. Arriviamo in una prima terrazza panoramica proprio dietro la testa della statua e saliamo l’ultima rampa di scale. La vista è stupenda e merita la fatica! Osserviamo per diversi minuti la struttura del tempio, le persone piccole piccole sotto di noi, e tutta la fitta foresta di palme fino all’orizzonte. Si vede benissimo persino tutta la strada che abbiamo fatto per venire qua ed il campo di fiori di loto. Gian indica degli alberi in lontananza spiegando che là ci sono tantissimi pipistrelli e può portarci a vederli. Interessante! Però adesso non c’è più tempo, così gli promettiamo di andare domani.
Dobbiamo tornare velocemente al Dickwella per pranzo e per velocizzare i tempi prendiamo un tuk-tuk. L’autista chiede appena 50 rupie (0,50 euro) per questo tragitto e non ci pensiamo due volte. Salire in quattro più il conducente in questo piccolo mezzo a tre ruote è un’impresa divertente quanto incosciente! Sperimentiamo così questo mezzo per la prima volta nello Sri Lanka, del tutto identico a quello omonimo thailandese. Sperimentiamo anche, meno piacevolmente, le buche della strada!
Dopo pranzo l’appuntamento è alle 14:30 alla reception per il tour a Matara, che risulta compreso nel nostro pacchetto viaggio. Stavolta il pulmino è puntuale e ne arrivano addirittura due per stare più comodi. La prima tappa è a Weligama: più o meno tre quarti d’ora di viaggio caratterizzata da continui sorpassi e guida sportiva del nostro autista che sembra gareggiare con il suo rivale, partito in anticipo. Le scommesse sono fatte, tra le simpatiche battute di Mauro, Luca e Marzia insieme con noi nello stesso pulmino: chi arriverà primo? Superati in extremis i nostri compagni sul Mercedes sembra ormai cosa fatta, ma il nostro autista si smonta all’ultimo sbagliando vicolo una volta arrivati a Weligama! Ritrovata la strada siamo dunque ultimi: scommessa persa.
Gianfranco ci accompagna all’interno di una abitazione, che è in realtà una vera e propria fabbrica artigianale di gemme. Ci viene offerto qualcosa da bere in un salone, dopodiché iniziamo la visita nel laboratorio retrostante, dove assistiamo alla lavorazione materiale delle pietre. Diverse persone maneggiano sapientemente precisi strumenti e pazientemente, una ad una, producono le gemme passo per passo in una mini catena di montaggio. Il prodotto finale viene poi portato in un salone più bello e rifinito, dove si svolgono le contrattazioni e le vendite. Rimaniamo ad ammirare qua questi piccoli e preziosi oggetti esposti in vetrine protette, mentre qualcuno del gruppo prova a contrattare e persino a concludere qualche acquisto.
Risaliamo nel pulmino spostandoci verso Matara, a pochi chilometri di distanza. Qua entriamo in un’altra casa-laboratorio artigianale, stavolta di batik. In un piccolo cortile all’aperto troviamo alcune donne che lavorano il tessuto, anche loro con una invidiabile pazienza e precisione, ricoprendo di cera la parte di un determinato colore del disegno, che poi va bagnato e asciugato, togliendone la cera e rimettendola sulla parte del disegno che presenta un altro colore. E’ un lavoro incredibile, non avrei mai pensato che ci potesse essere tutto questo dietro quei quadri e parei di stoffa appesi al muro! Alcuni sono bellissimi anche se sono ancora incerati e quindi non conclusi. E’ evidente, come ci viene spiegato, che i batik più costosi sono quelli che presentano più colori, perché ogni colore in più comporta una ulteriore “passata” nel giro della lavorazione. E ancora, fondamentale, il vero batik è solo quello che presenta lo stesso disegno a specchio girando la stoffa da una parte all’altra. Se così non è, si tratta “solo” di stoffa lavorata, ma non di batik originale. Quante cose si imparano! Il prodotto finale viene esposto in un’apposita sala dove si svolge la vendita tra le più accese contrattazioni. Vediamo qualcosa di carino ma la folla e il prezzo, intorno ai venticinque euro, ci fanno desistere per il momento dall’acquisto.
Terminata la visita veniamo condotti al centro di Matara, in prossimità di un colle dove sorge un forte portoghese, e ci viene lasciata un’oretta per passeggiare liberamente per le vie della città. Da qua notiamo subito che Matara è un centro abbastanza grosso: le strade sono molto animate, piene di tuk-tuk che svolgono la funzione di veri e propri taxi, si sentono continuamente i clacson e ci sono persino paradossalmente mucche che le attraversano indifferenti bloccando il traffico. Iniziamo camminando sull’orlo del fossato del forte, dove notiamo una biscia marina nuotare nelle sue acque. Qualcuno ha visto persino una tartaruga su un ramo gettarsi in acqua alla nostra vista. Dall’altra parte in un grande campo a prato verde si svolge qualche manifestazione sportiva con la musica singalese che ci accompagna in sottofondo. Terminato il periplo del forte camminiamo per le strade di Matara, passando un tempio e perdendoci tra bancarelle di ogni genere. Compriamo delle penne e delle caramelle da dare ai bambini alla prossima occasione, che sicuramente non tarderà a presentarsi.
Raggiungiamo nuovamente il pulmino ormai quasi buio, e torniamo al Dickwella per le 19:00. Approfittiamo del tempo che rimane prima di cena per un bel bagno notturno in piscina, estremamente rilassante dopo una giornata calda e caotica come quella di oggi!
Dopo cena lo spettacolo che viene presentato oggi è dedicato a Michael Jackson. Gli animatori ci stupiscono davvero con i loro balletti perfettamente studiati, a ritmo dei più grandi successi della famosa star, e confermano quella gran forma fisica che già avevo notato i precedenti giorni. Più tardi, finito lo show, sediamo in un tavolino tutti insieme di fronte alla piscina, complimentandoci con loro per l’ottimo risultato ottenuto. Siamo in un atmosfera così familiare: dieci turisti italiani e otto ragazzi del Dickwella, una guardia e qualche cagnolino che si intrufola abusivamente nel villaggio deserto. E’ tutto per noi! L’animatore fianco a me racconta del suo modo di vivere, del suo lavorare di notte, dormire la mattina, studiare e prepararsi il pomeriggio guardando anche delle videocassette. Gli piace quello che fa e si impegna: i risultati infatti si vedono. Un altro animatore ci racconta invece di suoi amici che sono venuti in Italia a cercare lavoro. Per loro l’Italia è un mito, sinonimo di ricchezza, benestare, vita invidiabile piena di tante cose che qui possono solo sognare. Gli spieghiamo che adesso, con le nuove riforme, non è più tanto semplice entrare facilmente come una volta nel nostro Stato, e tanto meno trovare un lavoro per un emigrato che sia ben retribuito. Quelli che a loro appaiono stipendi clamorosi sono anche da rapportare purtroppo al nostro costo della vita, per cui rischiano di passare da una vita essenziale ma dignitosa e con attorno un paradiso tropicale, un clima invidiabile etc.etc., ad una povertà squallida vissuta in un buco nell’inquinamento di una fredda città indifferente a qualunque loro problema. Siamo sicuri che ne vale la pena? Io non ne sono affatto convinto. Eppure ci raccontano addirittura di alcuni loro amici che hanno passato disavventure pazzesche, avuto fregature da giri strani e illegali, che si sono imbarcati dallo Sri Lanka per arrivare sulle nostre coste dopo mesi. Vado a letto riflettendo su quanto sia davvero forte, per questi ragazzi, il sogno italiano, ancora per niente convinto che ne valga realmente la pena. Abbiamo tentato un po’ tutti di spiegarglielo stanotte, ma non è così facile.

26/10/2003 – Pipistrelli. Lavorazione artigianale del legno. Massaggio Ayurveda. Visita casa locale. Tramonto in spiaggia. Spettacolo di danze tradizionali
Abbiamo appuntamento con Gian e Upal in spiaggia per andare a vedere i pipistrelli. Trovare i Beach Boys è un gioco da ragazzi, anzi, sono loro che trovano sempre noi. Mi viene in mente che se anche volessimo cercare di staccare un po’ e andare per conto nostro, sarebbe ormai cosa impossibile. Gli abbiamo dato confidenza e adesso sono i nostri accompagnatori personali. Agli altri del gruppo non è successo, non a tutti per lo meno. Loro sono stati più per conto proprio e nell’hotel, mentre io e Ste non riusciamo a stare fermi un attimo. Non siamo neanche abbronzati e non abbiamo ancora preso un po’ di sole. Ma tanto ci aspettano le Maldive, meglio approfondire la conoscenza di questo popolo singalese adesso che ne abbiamo l’opportunità!
Passiamo dal retro del Dickwella fino ad arrivare alla strada principale dove Gian e Upal contrattano con un tuk-tuk. Il conducente è un po’ buffo con uno strano modo di parlare nasale e un po’ sdentato, ma sembra una persona tranquillisma. Saliamo stavolta solo noi con Gian, perché c’è pericolo di controlli in paese e in quattro ci farebbero sicuramente la multa! Prendiamo una strada secondaria e infine un vero e proprio viottolo sterrato, fangoso, pieno zeppo di buche profonde. Il tuk-tuk si improvvisa una vera e propria jeep!
Ci fermiamo sulla soglia della fitta foresta, vicino ad una casa rurale, poco meglio di una baracca. Un bambino esce dalla porta e ci guarda incuriosito, timido. Gian fa cenno di osservare sulla cima degli alberi, che sono alti almeno una ventina di metri, dove si notano decine di pipistrelli dormienti a testa giù appesi ai rami. Rimaniamo a bocca aperta, ma il bello deve ancora venire. Arriva anche il conducente, parla un po’ con Gian e lui ci dice che adesso vanno a scoppiare qualche sorta di petardo per farli volare. I loro visi si illuminano come quelli di due bambini pronti a fare la marachella, ma io e Ste non siamo d’accordo nel far scoppiare quei cosi, nel rispetto di quei poveri animali sonnecchianti. In realtà, ci spiegano, non sono botti pericolosi e non fanno neanche rumore. Sono innocui fumogeni che li svegliano per qualche minuto e poi torna tutto come prima. Si lanciano nella loro impresa e scompaiono dietro gli alberi della foresta. Io e Ste, attoniti e incuriositi, sorridiamo nel frattempo a quel bambino che continua a uscire per pochi secondi dalla porta della sua modesta casa. Sentiamo un brusio in lontananza e vediamo il fumo, mentre in contemporanea centinaia di pipistrelli enormi cominciano a volare e strillare sopra le nostre teste girando in tondo! Rimaniamo a bocca aperta, ce ne sono una quantità incalcolabile, molto più di quelli che si vedevano a occhio nudo! Per fortuna volano là ad alta quota e non si avvicinano. Riprendo tutto con la mia videocamera che ancora una volta si rivela un binocolo utilissimo grazie al suo potente zoom. Dopo qualche minuto, lentamente, ad uno ad uno i pipistrelli si riposano sugli alberi a riprendere il sonno spezzato. Per noi è stata una grande emozione! Prima di andar via vediamo uscir fuori dalla casetta anche la mamma e un’altra figlia. Le chiediamo se possiamo scattarle una foto ma fa un cenno negativo timidamente con testa. E’ la prima volta che ci accade, ma rispettiamo ovviamente la sua volontà.
Il conducente fa una divertente inversione tra il prato e il piccolissimo viottolo, dopodiché risaliamo sorbendoci nuovamente le voragini del terreno. Ripassiamo di fronte al Dickwella e Gian ci chiede se vogliamo andare a vedere una casa dove lavorano artigianalmente le statuette in legno. Ma sì perché no, ormai ci siamo! Raccogliamo anche Upal visto che andiamo dalla parte opposta al centro del paese e i controlli non ci sono. Dopo pochi minuti arriviamo di fronte ad un’altra tipica abitazione locale. Questa è assai più accogliente di quella vista prima, ma sempre molto modesta. Entriamo nel salone dove salutiamo un bambino. C’è un televisore e l’arredamento non è male. Dietro si trova il laboratorio, chiamiamolo così, del proprietario che adesso è fuori. Mi sorprende come qua siano tutti una famiglia, si entra così facilmente nelle case altrui senza mettersi alcun tipo di problema. Io e Ste in realtà ce ne mettiamo eccome, siamo un po’ imbarazzati e ci sentiamo dei perfetti estranei. Usciamo in cortile e arriva la signora di casa. Ci saluta, parla un po’ con i ragazzi (noi non capiamo una parola) e ci lascia. Appare evidente che l’artigiano in questo momento è fuori e così Gian e Upal pensano loro a mostrarci come funzionano gli attrezzi del mestiere! Prendono tanto di martello e scalpello, fatti rigorosamente in legno in maniera del tutto semplice e primitiva, e mimano il gesto dello scolpire il legno ancora grezzo, prime che diventi una piccola opera d’arte. Ci sono alcuni modelli non ancora terminati che fanno capire i vari passaggi della lavorazione. E’ incredibile, è tutto fatto a mano, statuetta per statuetta! Non ce ne sarà mai una uguale perché non esistono strumenti meccanici e industriali: qua si parla di lavoro artigianale puro al cento per cento!
Dopo la dimostrazione entriamo in una stanza per l’esposizione del prodotto finale. Abbiamo capito ormai che da tutte le parti funziona allo stesso modo. I lavori sono quasi tutti artigianali, che si tratti di souvenir, di gemme preziose, di legno, di abiti e così via; il concetto di fabbrica e produzione di massa non esiste, si lavora nella propria abitazione che allo stesso tempo è divisa in laboratorio e sala per l’esposizione e la vendita finale. Rimaniamo un bel po’ ad ammirare questi oggetti in legno e iniziamo le contrattazioni su alcune cose da cui siamo più attratti. Alla fine troviamo un accordo per una statuetta di un pescatore di Galle, appeso al suo trampolo con tanto di lenza: un ricordo carino e particolare. Lo paghiamo 950 rupie, non sapendo in realtà se sia o meno un prezzo davvero buono visto che sono i primi che vediamo. Aveva ragione Gianfranco però, devo ammetterlo, quando aveva detto a Colombo, in quel negozio di souvenir, di dare uno sguardo veloce a tutti i prezzi almeno per rendersi conto del valore delle cose.
Salutiamo e torniamo al tuk-tuk. Chiediamo di lasciarci in paese all’Internet Point di ieri, dal quale con 80 rupie, che sono esattamente 80 centesimi di euro, mandiamo una email a casa, senz’altro più economica di una telefonata! Rientriamo poi al Dickwella passando per la spiaggia: una piacevole passeggiata fatta in compagnia, tanto per cambiare, dei soliti bambini che sono ovunque! Sostiamo nella piazza dove si svolge il mercato, oggi deserta. C’è solo qualche mucca sdraiata che si riposa. C’è molto sole e caldo, per fortuna smorzato dal costante vento. Barattiamo qualche penna e caramella in cambio di qualche bel primo piano, e il trucco di mostrare subito la foto digitale ai bambini per stupirli funziona sempre.
Arrivati in hotel troviamo i nostri compagni in spiaggia intenti nelle contrattazioni con i venditori ambulanti: parei, asciugamani, batik, magliette, un po’ di tutto. Stefania si lancia immediatamente per acquistare qualche pareo mentre io riprendo con la videocamera. Poi vedo una maglietta carinissima, con davanti il disegno di un elefante visto frontalmente e sul retro il disegno del suo posteriore. La spuntiamo al prezzo di 850 rupie (8,5 euro) insieme a due splendidi parei colorati: non male!
Torniamo in stanza che si è già fatta ora di pranzo. Di pomeriggio optiamo per un massaggio Ayurveda, stavolta uno serio e non di prova come l’altro giorno. Stefania sceglie lo Shirodara, un trattamento alla testa con olio caldo, ed io uno classico alla schiena. Durano entrambi più o meno un’ora. Ne usciamo completamente rilassati, ne è valsa la pena!
Poco dopo scendiamo in spiaggia, dove ancora una volta troviamo Gian e Upal, che chiamano i bambini per mostrarci la loro danza tradizionale. Si riunisce così il solito gruppetto di quattro ragazzini, che iniziano un po’ timidamente a ballare e cantare in gruppo, senza nessun aiuto, e poi incalzano con il nostro incitamento. Sono divertenti e spontanei, così tanto che Stefania si fa coinvolgere provando i movimenti insieme a loro!
Terminato lo spettacolino camminiamo insieme a loro dall’altra parte degli scogli, dove tramonta il sole, verso l’arco di spiaggia che finora non abbiamo ancora visto. Ci sono molti pescatori in mare su quelle strane e strette barchette che assomigliano a catamarani. Qualcuno simpaticamente saluta anche col braccio al nostro passaggio. La sabbia d’orata, le alte palme e la fitta vegetazione si susseguono esattamente come in tutta la costa vista fin’ora. Alla fine della spiaggia il paesaggio è stupendo. Alle nostre spalle si vede il Dickwella mentre di fronte il sole sta tramontando colorando tutto di giallo e rosso fuoco. Siamo attrezzati di cavalletto e lo piazziamo per fare qualche indimenticabile foto. Ne faccio una a due bambini sulla nostra destra, seduti vicino ad un edificio diroccato senza tetto. Uno abbandonato come tanti altri penso, ma Gian e Upal mi dicono che in realtà quella è la scuola! Il sole scende rapidamente non deludendo le nostre aspettative fotografiche e regalandoci un tramonto memorabile sull’oceano, alle 18:00 in punto.
Mentre torniamo indietro al calar della luce, Nilani ci invita teneramente a vedere casa sua. Siamo del tutto spiazzati e un po’ titubanti, ma lei insiste prendendomi per mano e noi accettiamo. Del resto, un’occasione così non capita tutti i giorni. Attraversiamo il prato sul retro della spiaggia e finiamo sulla strada principale, che seguiamo per un breve tratto. Attraversiamo anche questa e ci ritroviamo in un piccolo e povero quartiere di case e baracche. Non c’è strada né luci, solo terra e fango. Abbiamo qualche difficoltà persino a salire all’ingresso in pendenza perché si scivola molto. La casa che visitiamo è quella di uno dei bambini: è in muratura ma è quasi un rudere. Gian ci spiega che le famiglie più povere, come questa, non hanno neanche la corrente e la luce elettrica. Scorgiamo infatti delle candele dalle aperture del muro dove in realtà dovrebbero esserci delle finestre, e alcune persone sul fondo che si lavano con un secchio. I più fortunati invece hanno persino il televisore, e lo condividono riunendosi in gruppo per vederlo. Come da noi per il rito delle partite di calcio. Siamo attenti e silenziosi, immersi in questa che per noi rappresenta la prima vera esperienza di povertà. Non mi sfiora nemmeno il pensiero di riprendere o fare qualche foto a queste persone, non è proprio il caso. Mi chiede Nilani, mentre mi guida prendendomi teneramente per mano, cosa ne penso di tutto ciò ed io, imbarazzato più che mai, rispondo cercando di essere normale con un “carino qua”. Pessima uscita, ma del resto cosa si può dire in questi casi? Mi risponde sbigottita in italiano: “Carino? Questo è carino?!”. Non dimenticherò mai la sua espressione mentre me lo diceva, così sorpresa e allo stesso provocatoria.
Ci spostiamo un po’ più su nella sua casa. Qui c’è la corrente elettrica, ma le condizioni sono comunque pessime. Ci sediamo un po’ sulla veranda osservando tutto intorno. Dopo qualche minuto arriva la mamma e altri bambini: sono i fratelli e le sorelle, ben sette in tutto! Ci fanno accomodare dentro, in una stanza di modeste dimensioni, con un letto tutto rotto e un nuvolo di zanzare ovunque. Sulle pareti ci sono delle foto appese, che loro ci mostrano tutti orgogliosi! Sono quelle fatte dai turisti o per qualche raro e grandioso evento. La mamma torna con in mano un paio di piccoli limoni e ce li offre insieme a delle conchiglie, affermando qualcosa. Gian fa da traduttore spiegando che ha detto che portano fortuna. Non chiede nulla in cambio, né soldi né altro. Dice solo se le possiamo mandare le foto dandoci l’indirizzo. Credo di non esser mai stato così commosso in tutta la mia vita e le prometto di farlo sicuramente. Intanto si fa buio ed è ora di tornare in hotel. Lasciamo i bambini e ci facciamo accompagnare da Gian e Upal, che ci aiutano nella nostra goffa discesa tra fango ed erba scivolosa. Avessimo portato almeno una pila!
Torniamo al Dickwella scossi e provati, con tanti pensieri per la testa. Per rilassarci un po’ facciamo una nuotata nella calda piscina illuminata, insieme a Franca, raccontandole la nostra toccante esperienza. Lei ne ha fatte tante e molto peggio in Africa.
Dopo cena il gruppo si riunisce come di consueto nella terrazza all’aperto per lo spettacolo. Oggi fanno da protagonisti un signore in costume, un suonatore di tamburi e due ragazze, che propongono alternati alcune danze tradizionali. La musica, ritmica e ripetitiva fino all’ossessione, è costituita solo dal rumore del tamburo e da quello del signore che provoca ballando durante i suoi movimenti, avendo legato su ogni articolazione una sorta di campanellio. E’ incredibile con quanta precisione debba calcolare ogni suo minimo movimento per ritmare a tempo il campanellio con il tamburo. E lo stesso vale anche per le ragazze, che si alternano in alcune danze. Ad ogni ballo successivo a quello delle ragazze il signore rientra mascherato da capo a piedi sempre in modo diverso. Si propone alla fine con un costume molto inquietante, avvicinandosi a noi con una macabra maschera e illuminandola con delle torce che ruota abilmente con le braccia! Per fortuna il tutto assume un aspetto divertente ed esilarante tra il gruppo quando il personaggio si ferma più volte sussurrando con una voce da vecchietta: “OHI!OHI!”, ma quella maschera terrificante proprio non la vorrei sognare stanotte!

27/10/2003 – Safari allo Yala National Park
La sveglia è alle 5:30 del mattino. Fuori è ancora buio pesto, vedremo l’alba durante il viaggio in pulmino verso lo Yala National Park. Sia io che Ste siamo eccitatissimi perché questo di oggi è il nostro primo safari vero e proprio! Non tutto il gruppo ha deciso di partecipare, anzi, siamo solo noi con Franca e Doriana, insieme a Gianfranco e Saman del Dickwella che ci accompagnano. L’appuntamento è alla reception, dove ci vengono consegnati i pacchetti per la colazione, che nessuno però consuma sul momento risparmiandoli per metà mattinata. Saliamo nel pulmino e intraprendiamo il lungo viaggio di un’ora e mezza verso il parco. Non c’è molto traffico e il conducente va spedito; cosa che, unita alle curve, al sonno e allo stomaco vuoto sono una pessima combinazione per uno come me, che soffre ogni tipo di mezzo di trasporto esistente sulla terra.
Alle prime luci dell’alba arriviamo a destinazione. Facciamo colazione con un the caldo, poi Saman va a prendere la nostra guida, che arriva con una bella e classica jeep da safari: alta, con i sedili a panca laterali per i passeggeri e aperta su 3 lati con il tetto coperto. Ci stiamo perfettamente in sei seduti comodi, con gli zaini sul pavimento. Vi sono anche i binocoli che saranno utilissimi. Percorriamo un lungo tratto di strada sterrata in pianura, ammirando il paesaggio che è stupendo. Sostiamo in un’area apposita che ci conferma definitivamente che siamo allo Yala National Park: un capannone adibito a museo faunistico mostra la cartina geografica e stradale del posto. Faccio due passi perché sono ancora molto rintontito dal viaggio in pulmino, mentre Ste gioca con alcuni gattini. Saliamo nuovamente sulla jeep e dopo un altro tratto di strada finalmente arriviamo al vero ingresso che si presenta come una sorta di casello stradale. La nostra guida parla con l’addetto, viene segnato su un registro l’orario di entrata e arriva il nostro battitore, che per il safari in questo parco è obbligatorio. Si siede a fianco all’autista e finalmente, alle 8:00, diamo inizio al safari!
Dopo pochi metri incontriamo subito due esemplari di scimpanzé della specie “Entello di Sri Lanka”, facilmente riconoscibili dalle illustrazioni della Lonely Planet. La strada sterrata è in ottime condizioni, ci aspettavamo molto peggio. Affido la mia fotocamera digitale a Gianfranco seduto a fianco a me, visto che io sono impegnato nelle riprese, mentre Stefania usa la sua Canon EOS 300 tradizionale, Franca usa invece una videocamera digitale e Doriana una fotocamera compatta. Gli incontri si susseguono uno dietro l’altro, come gli scorci stupendi e mozzafiato di alcuni tratti del paesaggio, che si aprono all’improvviso dietro qualche curva. Vediamo frequentemente vari cerbiatti, cinghiali, bufali, cervi pomellati e purtroppo ci rendiamo presto conto, come davamo per scontato, di essere molto svantaggiati per le foto senza un potente teleobiettivo. Gli animali rimangono distanti dalla strada principale per cui risultano troppo piccoli. Per l’ennesima volta, ringrazio di aver scelto almeno la mia videocamera con uno zoom ottico 20x: meraviglioso, anche se fare riprese stabili con la jeep in moto che balla ad ogni minimo movimento dei passeggeri è un’impresa!
Il nostro primo obiettivo, ci spiega l’autista, è trovare gli elefanti perché più tardi, come il sole comincia a scaldare, si ritirano all’interno della foresta ed è difficile avvistarli. Gli chiediamo anche dei leopardi ma, come già sapevamo, non è un buon periodo per vederli e per trovarli bisogna rimanere diversi giorni all’interno del parco. Sul lato destro costeggiamo una vasta distesa di fango con enormi pozze d’acqua: ci sono le orme fresche degli elefanti appena passati, siamo sulla strada giusta!
Troviamo in uno spiazzo un iguana che scava una fossa, e dietro un pavone maschio che apre a ruota la sua coda in segno di corteggiamento. Purtroppo non si gira mai frontalmente verso di noi e la parte più bella della coda rimane nascosta. Più avanti in ampi prati verdi con diversi laghetti troviamo gli aironi, poi i pellicani. Avvistiamo l’aquila e la mangusta, persino uno stambecco, ma di elefanti ancora nulla. Caspita, e noi che pensavamo fosse pieno! Parlano tutti dello Yala come una riserva dove è facile incontrare questi animali, ma per noi oggi non lo è affatto.
La strada sterrata continua ad essere sempre in buone condizioni e c’è poco movimento in giro. Incrociamo solo qualche jeep, che salutiamo mentre gli autisti si scambiano le loro informazioni e avvistamenti. Devo dire che il nostro è davvero bravo: riconosce facilmente le orme, i gesti degli animali e persino i suoni, che talvolta imita per attirarli. Il battitore invece sembra un turista come noi, parla poco e non mi pare granchè utile. Il paesaggio è spesso di vedute molto ampie poiché la vegetazione è rada e vi sono grandi spazi pianeggianti, ma allo stesso tempo è vario e affascinante.
Verso le dieci e mezza raggiungiamo il confine del parco di fronte all’oceano. Parcheggiamo la jeep sotto gli alberi e scendiamo a fare due passi nella bella e lunga spiaggia d’orata. Consumiamo i nostri pacchetti della colazione mentre ammiriamo lo stupendo panorama incontaminato. L’entusiasmo del safari ha preso il sopravvento e il mal d’auto adesso mi è passato, sto molto meglio!
Riprendiamo il tragitto sui sentieri sterrati del parco esclusivamente alla ricerca degli elefanti. Superata una curva ci fermiamo ad osservare il paesaggio che per me è il più straordinario visto fin’ora: un enorme acquitrino, circondato da prato e fiori con centinaia di farfalle e qualche gruppo di cinghiali, con in lontananza alberi spettrali e secchi e una particolare cresta rocciosa. Il tutto immerso in una pace perfetta, come solo la natura sa creare.
Cominciamo ad essere seriamente preoccupati di non riuscire a vedere però i nostri amati mammiferi, visto che il sole è alto e sta facendo molto caldo. L’autista a questo punto dà il meglio di sé e tenta di seguire le tracce per un sentiero secondario. Lasciamo così la strada principale e intraprendiamo un viottolo dove finalmente la jeep può dimostrare le sue potenzialità. Passiamo un tappeto roccioso, diverse buche profonde e sfioriamo la vegetazione di striscio nei punti più stretti. Questo è il safari come l’ho sempre immaginato! All’improvviso arriva l’urlo di Gianfranco: “Eccolo! Fermo!”. L’autista blocca la jeep e torna indietro. E’ là per davvero l’elefante, nascosto tra la vegetazione che strappa con la possente proboscide per il suo pasto quotidiano. E’ sfuggito alla vista di tutti ma Gianfranco è stato grande! A motore spento, osserviamo per vari minuti in perfetto silenzio l’animale. L’autista dice che ce ne sono altri, almeno tre; poi diventano cinque, ma io ne vedo sempre solo uno! E’ incredibile ma pur così grossi gli elefanti riescono a mimetizzarsi perfettamente tra gli alberi, non l’avrei mai detto! Il nostro esemplare visibile in ogni caso sembra non avere via di uscita: l’unico sentiero libero è quello che dà sulla strada e quindi sono convinto che prima o poi dovrà venire allo scoperto. Invece rimango a bocca aperta quando lo vedo sparire tra la vegetazione, facendosi strada sradicando tutto quello che c’è intorno senza difficoltà! Certo che vederli selvatici è tutta un’altra cosa, io mi ero abituato ai docili elefanti addestrati della Thailandia. Dopo pochi minuti ecco uscirne un paio a pochi metri di distanza. Uno si nasconde perfettamente dietro un albero a mangiare: non riuscirei a riconoscerlo se non l’avessi visto entrare là! Poi finalmente esce allo scoperto l’intero branco. Fa da guida una mamma che protegge un bellissimo cucciolo, poi ne arrivano altri dietro. Seguono la strada sterrata, sono proprio di fronte a noi a pochi metri, è un’emozione grandissima! Nel silenzio profondo si sentono tutti i nostri movimenti e gli scatti delle macchine fotografiche. Ad un certo punto, proprio sul più bello mentre gli elefanti ci passano a fianco, all’improvviso sentiamo il motorino di riavvolgimento del rullino: è Saman che ha finito le foto! Fa un chiasso micidiale e cerchiamo di coprirlo subito. Per fortuna gli elefanti non se ne preoccupano.
Passato l’ultimo esemplare davanti a noi, l’autista accende la jeep per stare dietro al branco che dopo qualche decina di metri si getta nuovamente tra la vegetazione. Li abbiamo disturbati e non appena arriviamo nel punto dove sono scomparsi, troviamo ad attenderci l’enorme testa della madre capogruppo che spunta dal fitto verde con un possente e terrificante nitrato! Ci congela spaventosamente, l’autista spegne la jeep e comanda di stare zitti. Non c’era alcun bisogno di dirlo, siamo a dir poco pietrificati, comprese macchine fotografiche e cineprese varie. L’elefante è di fronte a me, Gianfranco e Stefania, ad un paio di metri in linea d’aria, proprio dal lato della jeep dove siamo seduti. Lo vediamo benissimo, è enorme, ha uno sguardo provocatorio e deciso: credo di non aver mai avuto così paura ed allo stesso tempo rispetto per nessun animale prima. Dopo pochi secondi, gira gli occhi e riprende indifferente a mangiare, ma per noi è stata una grande lezione. Siamo tutti convinti che se qualcuno avesse urlato ci avrebbe caricato e rovesciato senza troppi complimenti, poveri noi e povera jeep! L’autista ci spiega che sono tutte femmine, e diventano aggressive quando hanno i loro piccoli da proteggere. Del resto, è comprensibilissimo. Quella che vediamo è la capogruppo, che rimane sempre per ultima a controllare la situazione nei dintorni.
Appagati e carichi di adrenalina da questa eccitante esperienza, giunge così l’ora di rientrare. L’autista chiede se siamo soddisfatti e noi gli lasciamo una discreta mancia come ringraziamento: è stato davvero bravo! Durante la via del ritorno, assistiamo all’ultimo eccezionale evento del giorno: un aquila plana proprio davanti a noi e si getta a capofitto sulla strada pochi metri avanti, catturando un serpente e portandoselo sopra un albero. Il tutto dura appena qualche secondo ma è davvero una di quelle scene che pensavo si vedessero solo nei documentari!
Torniamo al casello dove viene registrato il nostro orario di uscita dal parco (mezzogiorno in ounto), percorriamo qualche chilometro tra il paesaggio che assume sembianze del tutto simile alla savana, e lasciamo infine la jeep riprendendo il nostro originario pulmino.
Arriviamo al Dickwella e pranziamo, poi riposiamo in stanza stanchissimi. Stefania va a farsi un altro massaggio Ayurveda completo, e poi ci avviciniamo in spiaggia dove passeggiamo per un po’ con i bambini. Troviamo sempre Gian e Upal che ci aspettano, e ne approfittiamo per andare anche in paese a cercare qualcosa da comprare e lasciare loro per la scuola. Rimango piuttosto sconcertato dal fatto che i bambini non possano venire con noi. I Beach Boys ci spiegano che non è saggio camminare in paese con i bambini piccoli perché ci guarderebbero tutti molto male e la polizia ci fermerebbe per controlli. La colpa è della pedofilia, tristemente praticata dagli stranieri, soprattutto europei, che vengono qui a cercare le loro piccole e innocenti vittime. Da non credere! Abbiamo sentito parlare di questi bastardi anche da Gianfranco che ci spiegava qualche giorno fa una brutta storia che si prolunga da qualche tempo qui nei dintorni, ma non pensavamo di essere ai livelli di non poter camminare con dei bambini senza essere guardati come dei mostri. Tutto questo è allucinante e il pensare a quei viscidi luridi esseri che mettono le mani addosso a questi angioletti mi mette una rabbia addosso da ulcera. Altri pensieri su cui riflettere molto stanotte e in futuro.
Ad ogni modo giriamo per i negozi in cerca di qualche vestitino, con l’aiuto indispensabile di Gian e Upal che conoscono le taglie dei nostri cari bambini. Ma non troviamo nulla di particolarmente allettante, la qualità del tessuto è scarsa e non ci piacciono i disegni. Così optiamo per la stoffa bianca degli abitini di scuola. Ce ne vogliono 2,5 metri per ciascuna delle due bambine e 3 metri per la terza più alta. Siccome è tardi ci facciamo dire il prezzo ma decideremo se comprarli per domani mattina.
Torniamo al Dickwella ormai buio. Siamo proprio stanchi e in piedi dalle 5 del mattino: stasera si cena e si va a nanna!

28/10/2003 – Dickwella in paese. Tour al tempio di Mulkirigala. Lo spettacolo finale dei fuochi in piscina.
Dopo una lauta colazione ci dirigiamo all’uscita del Dickwella, dove ci aspettano Gian e Upal per andare in paese e comprare la stoffa bianca per gli abitini da scuola dei bambini. Pattuiamo il prezzo per dieci metri di stoffa in 1100 rupie, e torniamo dalla spiaggia facendo la nostra ultima passeggiata con vista oceano qui nello Sri Lanka. E’ strano come l’ultimo giorno in cui si sta in un posto si osservino le cose con una prospettiva diversa, più intensa e purtroppo spesso malinconica. In ogni caso siamo più che entusiasti di partire domani per le Maldive!
Prima di arrivare al Dickwella, Gian e Upal ci fanno vedere un ristorante di pesce molto carino. Leggiamo il guestbook dove tanti turisti, tra cui molti italiani, hanno lasciato i loro commenti e le impressioni: tutti favorevoli e superlativi, si mangia proprio bene qua! E guardando il menù, scopriamo che una cena a base di aragosta viene anche meno di quella pagata in hotel: 15 euro in tutto! Dietro al ristorante un signore sta scegliendo, da una grossa scatola in cartone, proprio le aragoste fresche. Ci avviciniamo: mai viste tante in una volta sola! Sono grandi e insabbiate, ancora vive, dentro la scatola.
Sediamo su una sedia mentre Upal ci porta un pacco di cartoline che gli abbiamo richiesto, e cominciamo a sceglierle. Dopo una ventina di minuti finalmente le trattative si concludono e raggiungiamo il numero di ben 35! Prima di rientrare lasciamo loro una mancia come ringraziamento per la compagnia, la guida e la simpatia che ci hanno regalato in questi giorni. Una volta in stanza decido di dare anche il mio cappellino a Gian (che l’aveva gentilmente chiesto come ricordo) e il mio vecchio portafoglio in pelle a Upal. Ne rimangono molto contenti e lo considerano un gesto affettivo da tenere come ricordo. Ammetto che siano stati un po’ ossessivi durante questa settimana ma fanno molta tenerezza, sono dei bravi ragazzi.
E’ una bella giornata di sole ed essendo ancora presto sentiamo forte il richiamo della piscina dove ci lanciamo per un breve refrigerante bagno.
Subito dopo pranzo incontriamo i bambini per lasciargli i nostri regali. C’è anche Mauro che sta dando loro dei vestitini. Noi abbiamo la stoffa da distribuire e lo zaino fornitoci dal tour operator Azemar a Milano, che abbiamo deciso di dare a loro che ne hanno sicuramente più bisogno di noi. Alle tre bambine spetta la stoffa, mentre lo zaino lo regaliamo ad un’altra bambina piccola che ci osserva da lontano, timida timida, abbracciata al padre. Una scena tenerissima e quasi commovente, così come l’ultimo saluto ai nostri cari, simpatici e allegri bambini singalesi.
Alle 15:00 in punto siamo alla reception per attender il pulmino che ci condurrà a Mulkirigala, alle pendici di una roccaforte dove è stato costruito un tempio nella roccia. Il tragitto non dura molto e una volta arrivati ci troviamo in mezzo al verde di una splendida foresta. Scorgiamo lo spuntone di roccia che è la nostra meta da scalare con oltre 500 gradini! Già dai primi passi il paesaggio si fa molto suggestivo e il panorama passa da una visuale di pochi metri tra la fitta vegetazione lussureggiante a scorci all’aperto, sempre più ampi man mano che saliamo verso l’alto.
Ad un primo terrazzamento visitiamo una sala letteralmente scolpita nella roccia. Lo sono anche le statue all’interno ci dicono, successivamente pitturate e oggi vivacemente colorate come in ogni tempio buddista. Un anziano signore si avvicina un po’ a tutti chiedendo se conosciamo l’inglese. Tutti rispondono prontamente e furbescamente in modo negativo, mentre il nostro leggero tentennamento ci porterà ad avere questa persona attaccata come una patella durante il resto del percorso. Inizialmente è tranquillo, tenta di spiegarci qualcosa su storia e tradizioni del tempio, ma noi abbiamo già la guida del Dickwella. Ci fa comodo solamente perché rimaniamo staccati dal gruppo per godere in tranquillità del paesaggio e per scattare foto e riprendere a volontà.
Dopo altri gradini arriviamo ad un’altra terrazza con un ottimo panorama, dove si vede persino il nostro pulmino in fondo piccolo piccolo. Visitiamo altre due sale nella roccia, e proseguiamo per l’ultimo tratto che risulta un po’ più complicato. I gradini sono anch’essi scavati nella roccia, piccoli e poco profondi, ma ci sono delle corde a cui tenersi e aiutarsi. Salta fuori il primo macaco con berretto, che osserva incuriosito la nostra ascesa. Poi, una volta sopra, ne arrivano a decine a prendere le caramelle. Corrono e saltano da una parte all’altra ma rimangono comunque diffidenti dall’avvicinarsi troppo o nel giocare con noi. Agguantano la caramella e scappano sul ramo più vicino.
Infine ancora una breve camminata conduce alla vera e propria cima della montagna, un balcone con uno strapiombo di oltre 200 metri sulla foresta! Una bella emozione, animata da un altro macaco solitario che ci segue sugli alberi e posa lì, quasi sospeso nel vuoto, a godersi lo strepitoso panorama. Sembra uno di quei posti che nella sua posizione ed isolamento pare adatto tipicamente a eremiti e monaci lontani dal mondo e dall’umanità. Purtroppo, nel vedere un signore che chiede l’elemosina attrezzato con tanto di banco, sedia e cartelli in nome del bene del tempio, mi fa sospettare che anche qui l’odore dei soldi ha rovinato l’atmosfera pura e religiosa del luogo.
Sospetto che viene confermato durante la discesa, quando il signore improvvisatosi nostra guida in inglese, comincia a parlarmi della sua numerosa famiglia da sfamare, di lasciare un aiuto per loro e le solite cose di cui ormai, dopo una settimana, cominciamo ad essere stanchi di sentire.
Il percorso del rientro prevede una sorta di giro ad anello e quindi risulta per un bel tratto diverso da quello dell’andata. Ci sono addirittura più scalini, che in tutto, sommati, sembrano essere circa 530: non male come esercizio per le gambe! Quasi arrivati alla fine, torna ormai ossessiva, quasi una lagna ed una pretesa, la richiesta di mancia del signore che inizia a indispettirmi. La nostra sfortuna è non avere cambio di banconote, così sono costretto a darne una da 500 rupie al signore dicendogli prontamente che gli lascio una mancia di 100 rupie. La più alta che abbia lasciato, tra l’altro, qui nello Sri Lanka seguendo i consigli di Gianfranco il quale sostiene a ragione che 100 rupie sono una mancia più che discreta. Ma il nostro ‘amico’ non è affatto contento, pretende almeno 200 rupie per averci detto due parole in inglese! Rimango allibito e mi pento quasi di avergliene voluto dare 100. Dopo un po’ di battibecco (da parte solo sua perché io non sono affatto né scortese né arrabbiato), ne ritorna con il resto di 300 rupie mentre il nostro gruppo sta salendo velocemente nel pulmino per tornare indietro. A questo punto rimango imbestialito. La sua arroganza nell’essersi appropriato dei soldi che non gli volevo dare è vergognosa, senza alcuna dignità al contrario di altre splendide persone, molto più povere di lui, che abbiamo avuto la fortuna di incontrare al Dickwella. Insisto nel riavere le altre 100 rupie nella fretta di dover salire nel pulmino ma lui rifiuta perentoriamente. Questo si chiama rubare, ma che bravo, ha imparato bene il mestiere! Non solo, ha il coraggio di andare a chiedere altri soldi ai miei compagni che stanno a loro volta salendo sul pulmino con le stesse patetiche lamentele di mantenere la famiglia, ma a loro non ha neanche fatto da pseudo guida, che coraggio! Come se non bastasse, mi arrivano addosso anche i bambini non appena vedono svolazzare le 300 rupie di resto che il signore mi ha dato, chiedendo a loro volta la loro parte. “Chiedetela a vostro padre” gli rispondo imbufalito, ma ancora in senno per evitare una scenata inopportuna che non mi sembra il caso di fare, rendendomi conto dalle loro facce che probabilmente, da quel padre a cui ho dato 200 rupie, non vedranno neanche uno spicciolo. Ammesso che sia il padre certo. Il mio disappunto ovviamente non è per la quantità dei soldi in sé stessa che per noi è ridicola (parliamo di 2 euro) ma per la totale mancanza di rispetto, l’atteggiamento arrogante, pretenzioso e senza alcuna umiltà di questa persona che vive a sbaffo dei turisti, senza far nulla, in un luogo religioso dove ci si aspetta di trovare persone tra l’altro un attimino più spirituali. Ma dove sono finiti i monaci?
Rientriamo al Dickwella alle 18:30, già buio ma ancora in tempo per l’ultimo bagno in piscina. Poi torniamo in stanza e usciamo per la cena. Stasera c’è doppia festa: i venticinque anni di matrimonio di Ambrogio e Gabriella, per i quali abbiamo organizzato una torta a sorpresa, e lo spettacolo notturno in piscina, che pare sia tradizione fare ogni fine settimana per salutare i clienti che vanno via. Appena mettiamo piede fuori dalla stanza però inizia a diluviare! I lampi frequenti illuminano a giorno e la pioggia è talmente forte che non abbiamo il coraggio di attraversare quei pochi metri che dalla passerella di legno coperta superano la piscina e portano alle scale verso la sala di ristorazione. E’ però un grande spettacolo! Per fortuna dopo pochi minuti tutto si placa e possiamo cenare in pace. Se avesse continuato avremmo perso anche lo spettacolo, che invece si farà regolarmente all’aperto di fronte alla piscina. La sorpresa della torta riesce bene e Ambrogio e Gabriella ne rimangono contenti. Per due grandi viaggiatori come loro sarà consuetudine festeggiare in viaggio questi eventi, li invidio proprio!
Verso le 22:00 scendiamo in zona piscina, dove ci hanno preparato delle sedie per assistere allo spettacolo. Ci hanno incuriosito molto affermando che sia stupendo. L’atmosfera è grandiosa: è calata la pace assoluta, l’acqua della piscina è immobile e funge da perfetto specchio per le luci e la temperatura è piacevole. Parte la musica e la solita presentazione di Gianfranco, che spiega la storia della rappresentazione che vedremo stanotte. E’ un classico del genere: un principe ed una principessa si innamorano e vivono felici e contenti fin quando i “cattivi” non vengono a uccidere il principe e imprigionano la sua amata. Ma un angelo salverà il principe, che affronterà in duello il cattivo numero uno e libererà la sua principessa. Ebbene, nonostante il tutto possa sembrare banale e scontato, lo spettacolo non lo è affatto: tutt’altro, risulta più che mai spettacolare ed eccezionale! La musica accompagna sempre in modo appropriato il crescere della storia, ma il punto forte dello show risultano la bravura degli attori (gli animatori del Dickwella) unita agli “effetti speciali” dei fuochi e delle luci riflesse sulla piscina. Quando i protagonisti passano con la loro torcia ad accendere altri punti di fuoco e luce sparsi nel grande palcoscenico naturale della piscina, si comincia ad avvertire la magia di questo spettacolo. E quando arrivano i cattivi, dal tetto del Dickwella, volteggiando con le torce infiammate e scendendo dalle altissime palme, è un tripudio. Qualcuno, me compreso, ha sicuramente spagheggiato nel veder saltare dal tetto da un altezza di diversi metri quel ragazzo dritto in piscina, nel punto più basso della stessa, senza alcuna protezione! Per non parlare dello scontro, assolutamente memorabile ed indimenticabile, dei cattivi contro il principe, armati di spade infuocate che nulla hanno da invidiare alle spade laser di Star Wars, con la differenza che questo però è fuoco vero! L’agilità, la prontezza di riflessi e le capacità di questi ragazzi sono davvero incredibili. Chiamarli animatori mi pare del tutto riduttivo, hanno le potenzialità per fare ben altro.
Rimaniamo a bocca aperta per tutto lo spettacolo, che dura circa 45 minuti. Poi alla fine scrosciano gli applausi che, pur essendo solo di noi dieci clienti, parevano quelli di uno stadio al goal della propria squadra. Come rito finale c’è quello del cerchio di fuoco, e del salto all’interno di esso per tuffarsi in piscina. Ne nasce così un putiferio tra tuffi, schizzi, giochi. Il fatto però di partire alle 3 e mezza del mattino, cioè tra qualche ora, impedisce a molti di buttarsi spensieratamente in piscina senza dover pensare di buttare poi infradiciati i vestiti che ha addosso, peccato! Mauro e Luca vanno però contro tendenza e si fanno il bagno così come sono: del resto loro hanno un compito preciso e si sono allenati ‘duramente’ in questi giorni per regalare uno spettacolino esilarante di acqua gim in onore di Ambrogio e Gabriella! E bravi ragazzi!
Finisce così alla grandissima in un’atmosfera di gioia, serenità e magia, il nostro soggiorno al Dickwella che ci ha regalato intense e profonde emozioni. Torniamo in stanza a chiudere le valigie dal momento che tra un pò si parte. Appena il tempo di un piccolo sonnellino…

Riflessioni e contraddizioni al Dickwella
Ci sono parecchie cose che in questo diario, per ovvie questioni di rispetto della dignità e della privacy delle persone, non ho scritto. Voglio però almeno accennare ad alcune riflessioni e contraddizioni che sono saltate fuori in questa indimenticabile settimana nello Sri Lanka.
Il Dickwella, con il suo grande e splendido hotel solitario immerso nel paradiso tropicale, è una meta perfetta in bassa stagione per isolarsi dal mondo e per immergersi, con un po’ di spirito, in quello vissuto dai singalesi. Noi ci abbiamo provato ma onestamente, con tutta la buona volontà, ancora mi riesce impossibile capire molti dei meccanismi che ruotano intorno a questa struttura e a quel paese di pescatori. Forse ci voleva più tempo.
Le contraddizioni si sono susseguite giorno dopo giorno, dal primo all’ultimo e senza esclusioni di colpi. Che il Dickwella sia per i locali una presunta fonte di ricchezza (e l’unica nei dintorni), con i suoi turisti italiani ed europei dalla moneta fortissima, è indubbio. Questo crea delle situazioni confuse, di diversità, di contrasto, di accaparramento di percentuali, di sotterfugi e giri nelle retrovie che, pur non essendo nuove a chiunque abbia a che fare col turismo e l’economia nel mondo, qua sembrano risaltare in modo particolare. E’ pur vero che il cliente pigro e insensibile potrebbe non accorgersene minimamente, o fare semplicemente l’indifferente, qui come in tanti altri luoghi sul pianeta. Ma noi che abbiamo voluto provare ad andare in fondo a certe questioni, per scoprire meglio questo loro così diverso mondo, noi che abbiamo tenuto le orecchie aperte a 360° senza mai dar ragione né far torto a nessuno, senza dare per scontato niente, senza pregiudizi, abbiamo ottenuto come esito quello di non aver capito nulla! O meglio, di aver afferrato tante cose ma di non avere nessuna risposta certa per esse. Ne cito alcuni esempi.
Il giorno prima ci viene detto che è meglio non fidarsi dei Beach Boys e chiedere di uscire con gli accompagnatori dell’hotel, perché si sono riscontrati casi spiacevoli in cui il turista è stato lasciato da qualche parte senza esser stato poi riportato indietro. Il giorno dopo l’altra campana dice invece che viene raccontato questo per screditarli e per accaparrarsi la percentuale. A chi credere? Il buon senso all’inizio suggerisce di non rischiare: sei in un paese straniero, diversissimo dal nostro, non sai come funzionano certe cose e la diffidenza è ovvia. Ma poi, conoscendo queste persone, viene difficile pensare di averne paura. Sono buone e gentili, un po’ assillanti e ossessive è vero, però sono in buona fede e a volte sono persino commoventi nei loro semplici gesti.
Il giorno prima compriamo una statuetta da una casa artigianale, fatta sul posto, la contrattiamo e pensiamo di averne tirato fuori un buon prezzo. Il giorno dopo la troviamo da un venditore ambulante che la vende a molto meno, a metà prezzo di quello iniziale da cui eravamo partiti il giorno prima. Pensiamo di essere stati imbrogliati, come quando vengono messi i saldi del 50% dopo aver alzato il prezzo originale del 30%, ma ci viene riferito che quelle statuette sono state vergognosamente rubate. Chi le vende non è chi le ha fatte ma un ladro, ed è per questo che le può rivendere al prezzo che vuole. A chi credere?
La mattina prima di andar via compriamo la stoffa per gli abitini di scuola ai bambini a cui ci siamo affezionati, e ci sono altri che hanno comprato anche dei vestitini. Siamo fermamente convinti di aver fatto un’opera buona, piuttosto che dare soldi in beneficenza a qualche associazione senza sapere poi dove vanno a finire. Questa è una buona azione diretta e mirata: li compriamo e li diamo direttamente a loro. Eppure poco dopo ci sentiamo dire che di tanti turisti che ne hanno regalato, nessuno glieli ha mai visti poi addosso: hanno sempre gli stessi stracci. E quando qualcuno del posto vuole fare beneficenza compra un po’ di riso e lo porta alle famiglie più povere del paese: almeno quello lo mangiano di sicuro. Come è possibile? Che fine fanno i vestiti? Forse vengono venduti? O forse si consumano talmente in fretta, come invece ci ha raccontato qualcun’altro e come in effetti si vede dal cotone di bassa qualità con cui sono fatti, che dopo un paio di lavaggi sono da buttar via? A chi credere?
Il giorno prima sono tutti disponibili, gentili e simpatici, e pensiamo che sia davvero il loro animo che abbia queste nobili caratteristiche. Crediamo sinceramente che siano brave persone e lo sono. Però, il giorno dopo, tra una cosa e l’altra ci chiedono (umilmente, senza pretese), se gli possiamo lasciare qualcosa come un cappellino, un profumo, una maglietta, qualunque cosa abbiamo anche vecchia che non ci serva. Qualcuno ci dice che è un ricordo, un simbolo affettivo per non dimenticare. Ma qualche dubbio comunque ci viene. Un indumento può essere un ricordo, ma un profumo? Sono davvero così gentili e amichevoli sinceramente o perché sanno anche che dietro c’è il tornaconto? E la cosa più difficile da mettere in dubbio poi sono i bambini. Qualcuno dice che sono molto furbetti oltre che svegli, altroché! Ma è davvero possibile che bambini così piccoli possano fingere e fare il doppio gioco? A noi viene impossibile solo pensarlo, i nostri cari bambini e i loro sorrisi non li tocca nessuno. Ma alla fine, a chi dobbiamo credere?
Il giorno prima ci offrono un tour in safari, nello stesso parco, ad un prezzo abbastanza inferiore rispetto a quello che organizza l’hotel, e addirittura per una giornata intera anziché per mezza. Ci dicono che lo paghiamo così tanto solo perché si prendono la percentuale maggiore su tutto. Il giorno dopo invece ci viene specificato che i tour sono vincolati da precisi orari, che si registrano all’ingresso e all’uscita, di massimo tre ore, e che il prezzo più alto è dato esclusivamente dall’assicurazione che l’hotel paga per avere i clienti tutelati. Se accade qualunque imprevisto, come bucare una ruota, rimanere bloccati all’interno del parco, etc., si ha sempre la sicurezza di essere soccorsi e di ritornare indietro a spese dell’hotel, che è pienamente responsabile. A chi credere? In questo caso noi abbiamo scelto di credere al Dickwella, poiché a tutti gli effetti il ragionamento fila e rischiare di rimanere dispersi da qualche parte non è piacevole…
Insomma, le diverse opinioni e i diversi punti di vista non mancano di certo da queste parti! Devo dire che tutto ciò ha contribuito a rendere il nostro soggiorno alquanto vivace e singolare, e nonostante i dubbi che abbiamo accumulato nel corso della settimana, niente e nessuno ha levato in noi la profonda certezza che il Dickwella è un posto meraviglioso e merita di essere visitato, per la sua caratteristica di racchiudere nei suoi dintorni tutte le peculiarità dello Sri Lanka: sole al mare, verde nelle fitte foreste, splendidi paesaggi e tramonti, magnifiche tradizioni popolari, cultura nei templi, arte nelle lavorazioni manuali, flora e fauna nei parchi nazionali, e infine e soprattutto una splendida popolazione. Cosa volere di più da un viaggio? Soprattutto quando, subito dopo, ci aspettano le Maldive?!

MALDIVE

29/10/2003 – Dickwella – Colombo. Volo Colombo – Male (Maldive). Arrivo all’isola di Bandos. Tramonto in spiaggia. Briefing e spiegazioni sul resort e sull’isola.
Non c’è che dire, è una bella levataccia alle 3:30 del mattino anche quando si è in vacanza! Chiudiamo le valigie definitivamente e andiamo alla reception insieme al resto del gruppo. Stavolta, al posto di un unico bus come all’andata, siamo divisi in tre pulmini che arrivano verso le quattro. Ci viene consegnato il fagotto con la colazione e prendiamo posto, cercando una posizione comoda nella speranza di fare un pisolino durante le lunghe ore che ci separano da Colombo. Speranza che viene presto vanificata dall’assurda guida del nostro autista, che nonostante le strada inizialmente poco trafficata (è ancora buio, non è spuntata neanche l’alba!) non risparmia la sua andatura sportiva tra brusche accelerate, frenate e sorpassi continui, su una strada ad una sola corsia per senso di marcia e in condizioni non certo eccellenti. Insieme a noi ci sono Luca, Marzia, Mauro. Gianfranco, davanti con l’autista, è l’unico che riesce clamorosamente a prender sonno nonostante veda la sua testa penzolare bruscamente da una parte all’altra. Comprendo che lui si è abituato ormai, a furia di fare questo tragitto tutte le settimane per andare a riportare i turisti all’aeroporto e a prelevare i nuovi arrivi da Milano.
Il viaggio si trasforma così in una sorta di incubo, che dopo qualche ora sfocia in una sarcastica barzelletta, di quelle che diventano leggende da raccontare agli amici. Intanto alle 9:30, sfiniti, arriviamo allo shop dove ci eravamo fermati il primo giorno per dare un’occhiata ai prezzi. Ne approfittiamo per sentire i commenti degli altri elementi del gruppo, identici ai nostri: guida pessima senza alcuna motivazione e nausea a volontà! Compriamo le nostre ultime cartoline e francobolli, e ci sediamo fuori a scriverle mentre aspettiamo gli altri. Chissà perché, sono convinto che manchi ancora poco per l’aeroporto, essendo già entrati da un po’ nel centro abitato. Mi renderò presto conto invece che ci vogliono ancora più di tre ore!
Tre ore imbottigliati in mezzo al traffico di Colombo, con un centro abitato che sembra dieci volte più esteso di quello di Bangkok e non finire mai, in un tragitto che tengo a descrivere nei minimi dettagli. Per iniziare “imbottigliati” non vuol dire fermi in coda come da noi in genere nelle grandi città. Si cammina quasi sempre ma a velocità ridotte e tra brusche frenate, spunti da formula uno e sorpassi comandati da continue invasioni di corsia (adesso la strada è larga, sono tre o quattro corsie per senso di marcia). Tutti si comportano allo stesso modo e cioè l’equivalente di anarchia totale! Si fa l’impossibile per superare l’auto di fronte e guadagnare due metri (appunto il tanto dell’auto visto il traffico!) e non c’è ragione alcuna, visto che dopo pochi secondi si è nuovamente superati a propria volta. Le prime cinque volte che abbiamo visto auto ma sopratutto bus o camion molto più grandi del nostro pulmino tagliare la corsia e buttarsi spericolatamente addosso a noi, abbiamo temuto veramente per la nostra incolumità. Poi, superate le dieci, abbiamo capito che la tensione cominciava a tramutarsi in sarcasmo ed era inutile impanicarsi. Del resto, Gianfranco là davanti è così tranquillo! Non so per quale incredibile miracolo (che non si chiama Xamamina) non mi sia sentito male: non mi è mai successo, per me che soffro ogni mezzo sulla terra, superare una cosa del genere. Credevo che Napoli fosse un macello: ridicolo. Persino in Thailandia credevo fosse un casino: bazzecole. In confronto allo Sri Lanka sono tutti autisti-modello.
Ma parliamo per l’appunto dell’autista, perché lui è il pezzo forte, il protagonista numero uno! A parte il modo egregiamente personalizzato di cambiare le marce, soprattutto la seconda, che entra con un gesto plateale e buffo, la ciliegina sulla torta è l’uso spropositato e ossessivo del clacson. Un uso continuo, assillante, che dopo ore di tragitto provoca l’ilarità mia e di Mauro, che iniziamo a scambiare tremende battute. Ma perché suona? E quante mani ha l’autista? Sta sempre cambiando le marce e sempre suonando il clacson, e in più ovviamente guida il volante. E per non avere neanche un incidente è evidente che osserva in tempo reale tutti gli specchietti per evitare di lasciarci la fiancata con gli altri pazzi là fuori. Conclusione: è bravissimo! Non si spiega altrimenti, sta guidando così da sei ore, senza un attimo di respiro: è un robot costruito per guidare!
Continuiamo per ore a ironizzare sull’utilizzo del clacson finchè, a mezzogiorno, arriviamo distrutti all’aeroporto di Colombo, dopo ben sette ore e mezza di viaggio. Gli altri componenti del gruppo non sono da meno, e sembra istintivo fare una piccola sincera preghiera di ringraziamento per essere arrivati sani e salvi e tutti interi. Un’esperienza traumatica e che lascerà il segno! Ma così come è pur vero che in un mondo di folli lo squilibrato è colui che ha il senno, mi rendo conto, riflettendoci, che probabilmente il rischio di incidentare è più basso di quel che sembra. Del resto, guidando così sono tutti abituati ad avere riflessi dieci volte più pronti dei nostri, e si aspettano che qualcuno venga addosso ad un altro in ogni momento. Ma vattelo a raccontare mentre la vivi in prima persona questa esperienza per sette ore!
Comunque, stiamo per salutare lo Sri Lanka e raggiungere le Maldive. Sbrighiamo le comuni formalità all’aeroporto e attendiamo il volo per Male, che è in ritardo. Decolliamo alle 15:30 e atterriamo alle Maldive (non nell’isola di Male ma in un’isoletta a fianco adibita esclusivamente ad aeroporto) dopo un’ora di viaggio. Sono comunque sempre magicamente le 15:30, visto che c’è un fuso orario in meno di differenza tra i due paesi!
Ci rendiamo presto conto, dalle prime formalità in aeroporto e dalla gente che ci circonda, di essere in un altro pianeta. Qui relax e tranquillità sono parole dal significato sacro e vengono prese molto sul serio! Avere fretta sembra proibito e tutti hanno un’aria così rilassata e tranquilla, perciò dobbiamo adeguarci e iniziare il nostro soggiorno compilando un bel modulo di ingresso col sorriso stampato in faccia.
Al ritiro dei bagagli pensiamo subito di cambiare 50 euro nella moneta locale: siamo passati dalle rupie singalesi alle rufye maldiviane. Non dovrebbe servire una grossa cifra, dal momento che nel resort viene addebitato tutto sul conto della stanza e le rufye le utilizzeremo solo nella capitale Male, dove siamo intenzionati a fare una gita per visitarla. Usciamo all’aperto dirigendoci verso il banco dell’Azemar, dove conosciamo il nostro nuovo accompagnatore – punto di riferimento, un ragazzo giovanissimo di nome Loris. Consegnamo a lui biglietti e voucher e attendiamo l’arrivo dell’imbarcazione veloce che porterà al nostro paradiso: Bandos Island. Anche l’equipaggio evidentemente se la prende con calma e così aspettiamo una bella mezz’ora sul molo… eh bisogna abituarsi, avevo già sentito che i ritmi qua sono molto più lenti delle corse del quotidiano stress…
Arrivata la speed boat, vengono caricate le nostre valigie e ci aiutano gentilmente a salire. Noi rimaniamo fuori sul ponte a goderci lo spettacolo del muro di schiuma che la potente imbarcazione, a tutta velocità, scolpisce nell’Oceano Indiano. I primi minuti di traversata scorgiamo subito a breve distanza la capitale Male con i suoi grattaceli. Noi andiamo in direzione opposta verso Nord, e dopo solo venti minuti vediamo il nostro paradiso avvicinarsi: sulla destra passiamo Kuda Bandos, una piccola isola disabitata visitabile con un traghetto giornaliero a solo pochi minuti (praticamente di fronte) a Bandos Island. In realtà Bandos non è il nome dell’isola ma del resort: come spesso avviene qui alle Maldive però è più facile identificare l’isola stessa col resort, visto che quest’ultimo ne ha la totale gestione e controllo.
L’attracco al piccolo molo in legno, dove sostano appena altre 2 barche, è spettacolare. Il colore turchese e la trasparenza dell’acqua sono bellissimi: finalmente, per la prima volta da quando viaggio, trovo un mare degno rivale di quello in Sardegna. Scendiamo sul molo di forma circolare dove, guardando al centro nell’acqua, si ammira un grandioso spettacolo di centinaia di pesci che girano a vuoto per tutto il perimetro del molo stesso, probabilmente abituati ad aspettare qualcosa da mangiare dai turisti.
La passerella in legno conduce direttamente alla reception e subito sulla destra veniamo condotti al Sand Bar, dove attendiamo per un’ulteriore mezz’ora che ci assegnino il numero della camera con le chiavi. Sono arrivati insieme a noi parecchi turisti e si crea un po’ di folla e confusione. Noi del gruppo Azemar sediamo tutti sullo stesso tavolo, e siamo rimasti solo in sei (io, Stefania, Ambrogio e Gabriella, Patrizia e Doriana) visto che non tutti hanno scelto l’estensione dallo Sri Lanka alle Maldive. Ci offrono un dissetante e gustosissimo cocktail durante l’attesa e Loris ci illumina facendo presente che, una volta superato il caos iniziale, sarà tutto esageratamente rilassante, anche troppo! Un’altra cosa che viene subito chiarita è che la mancia al facchino che porta le valigie in stanza è obbligatoria e ammonta a 11 euro, e non c’è modo di portarsela mica da soli!
Una volta in possesso delle chiavi, Loris ci lascia e dà appuntamento alle 18:30 nella sala ricevimento per spiegare come funzionano i servizi a Bandos e che cosa possiamo e non possiamo fare. Ci avviamo dunque ai nostri alloggi. La stanza di Gabriella e Ambrogio è lontana dalla nostra, sulla destra della reception. La nostra invece, la numero 133, è vicino a quella di Patrizia e Doriana, sulla sinistra. “Benvenuti in paradiso” mi viene subito da pensare. C’è davvero poco da sbagliare e da perdersi: esiste una sola strada che fa il giro di tutta l’isola in venti minuti e qualche deviazione per tagliare in mezzo! Più che una strada in realtà è un viale alberato, estremamente curato nei minimi particolari e pulitissimo: ovunque spazi lo sguardo non si vede una sola carta di caramella per terra (tanto per fare un esempio stupido). Sulla destra ci sono i bungalow, sistemati a schiera, bianchi con giardinetto di fronte, molto carini e dall’aspetto moderno. Sulla sinistra invece ci sono la spiaggia, gli sdraio e l’oceano, che si scorgono oltre la splendida vegetazione di palme e fauna varia tipica dei tropici. In tutto tra i bungalow e il mare ci saranno venti metri, bellissimo! Tutto questo appare ai nostri occhi come una meraviglia assoluta: è veramente un paradiso perfetto!?
Mentre mi guardo intorno, penso alle letture della Lonely Planet ed ai particolari che mi avevano colpito molto sulla politica del turismo adottata da queste parti, che ora posso riscontrare pienamente davanti a i miei occhi. Tanto per citare il primo, mi accorgo che tutte le costruzioni stabili non sono davvero più alte della vegetazione circostante, che è la regola numero uno alle Maldive per rispettare l’impatto ambientale e visivo. In questa maniera, le strutture artificiali rimangono “naturalmente” nascoste nella vegetazione e da una visuale aerea poco visibili, considerando anche che non si può superare una certa superficie di costruzione per ogni isola la quale resta, quindi, sempre ricoperta per la maggior parte del territorio dal verde tropicale.
Le Maldive sono dagli anni settanta un vero esempio da imitare per l’intero pianeta e non a caso sono state varie volte premiate per l’equilibrio raggiunto nel rispetto ambientale. Nel corso degli anni in realtà qualche pecca è iniziata a saltare fuori ed il sistema che prima pareva perfetto ora non lo è più. Resta il fatto che comunque è anni luce avanti rispetto a politiche adottate in altre località turistiche fra cui, per prima, la mia Sardegna. Cito ancora, per esempio, il fatto che ogni resort sia pienamente responsabile della propria isola che gli viene data in gestione, e che quindi abbia un interesse diretto nel tenerla in condizioni ottimali per attirare il turista a tornare; oppure al fatto che tutti i rifiuti debbano essere smaltiti all’interno dell’isola e che la corrente elettrica e l’acqua vengano ricavati in loco tramite generatori e dissalatori, che risiedono al centro e quindi, anche se un po’ rumorosi, non percettibili dai bungalow dei clienti.
Arriviamo nella nostra stanza e anche qui davvero nulla da dire: carina, pulita, non grandissima ma con spazio sufficiente per lasciare le valigie per aria, un bel letto matrimoniale con lenzuola decorate per il benvenuto con i fiorellini freschi, un tavolino, comode sedie in legno, il guardaroba, lo specchio, il bagno più che discreto, perfino l’utilissima cassaforte con il codice da impostare a scelta del cliente e, ovviamente, l’aria condizionata. Una grande vetrata con tenda dà la luce a tutta la stanza. Fuori, all’ingresso, abbiamo una veranda con due sdrai, due teli da mare, un appendino per stendere i panni e tanto di ecchio d’acqua per lavarsi i piedi insabbiati prima di entrare!
Bussano i facchini con le nostre valigie e lasciamo loro la mancia, dopodiché ci cambiamo in un istante e usciamo verso la spiaggia a fare il nostro primo bagno. Siamo giusto in tempo anche per guardare lo spettacolare tramonto che giunge alle 18:00 in punto, con il sole che scende rapidamente sotto l’oceano, sulla nostra destra. Di fronte all’orizzonte scorgiamo addirittura i grattacieli di Male mentre alla nostra sinistra si vede benissimo Kuda Bandos. Il panorama è magnifico e intorno c’è una tranquillità e una pace solenni. La temperatura dell’aria è perfetta e dell’acqua pure, non meno di 26 gradi: quasi non si sente differenza entrando a fare il bagno o meno, una sensazione che qui in Sardegna proprio non conosciamo poiché, se non in qualche rara giornata di agosto, la temperatura dell’acqua è sempre abbastanza più fredda dell’esterno. Anche la sabbia è bellissima, bianca e fine, e intorno è pieno di palme e vegetazione che si spingono sino in mare.
Torniamo in pochi metri al nostro bungalow ad asciugarci e ripercorriamo il viale verso la reception per incontrare Loris. C’è un bel po’ di gente e ne approfittiamo per un altro dissetante cocktail. Nel frattempo ci vengono spiegati i particolari della vita qui a Bandos, di cui ne riporto alcuni che ritengo più importanti:
– nell’isola non esiste praticamente moneta, tutto ciò che viene speso è messo in conto alla stanza e si paga al chek-out;
– la pensione completa include tutti i pasti (tre al giorno: colazione, pranzo e cena) esclusivamente al Gallery Restaurant, il più grande fra i tre ristoranti dell’isola, che serve a buffet senza limitazioni, tranne che per le bevande. Si può prendere una bibita a pasto a testa o una bottiglia di acqua da un litro e mezzo a coppia. Gli alcolici e quello che va oltre la prima bevanda si paga. Gli altri ristoranti servono a menù;
– Il Sand Bar è il luogo principale di incontro per la vita notturna, che ovviamente in un’isola come questa non offre granchè svago (e preferisco di gran lunga che sia così). Si beve qualche cocktail, si balla con la musica e una volta a settimana viene un gruppo dal vivo a suonare;
– Per fare il bagno bisogna stare attenti a non farsi male contro la barriera corallina, cosa molto comune per i più sprovveduti, che risulta estremamente tagliente provoca allergie alla pelle. Conviene sempre guardare bene dove si mettono i piedi in acqua e non tentare mai di attraversare la barriera per andare dove non si tocca, se non sfruttando gli appositi “passaggi” che sono tre in tutta l’isola: uno di fronte al diving center, uno di fronte alla camera 191 e uno sul fianco del porticciolo per l’attracco delle barche. Per i più esperti e se il mare è calmo, durante l’alta marea, che coincide con le prime ore del mattino, si può riuscire a “passare” sfiorando con la pancia la barriera corallina anche da qualche altra parte. La visibilità sott’acqua non è ottimale come in altri periodi, poiché ottobre coincide con il periodo di riproduzione del plancton che crea un bianco pulviscolo, ma allo stesso tempo, proprio per l’abbondanza di quest’ultimo, è il periodo migliore per vedere una notevole quantità di pesci grossi che si avvicinano alla barriera per nutrirsi;
– E’ vietato, come scritto anche nel menù del ristorante, dare da mangiare ai pesci, nel rispetto dell’equilibrio ambientale;
– Le stanze vengono pulite tutte le mattine, lasciando l’apposito cartello fuori dalla porta, e vengono cambiati i teli da mare;
– Alla fine del soggiorno si lascia la mancia all’addetto alle pulizie della propria stanza, che è sempre la stessa persona, così come sempre lo stesso è il cameriere che servirà al nostro tavolo. Anche a lui spetta la mancia obbligatoria. Le altre mance non sono obbligatorie ma come sempre ben accette, considerato che lo stipendio del personale è basso e che loro vivono soprattutto di questo;
– Al Diving Center di possono prenotare immersioni e corsi di ogni genere e livello, intorno a Bandos o anche molto più lontano, e affittare attrezzatura per snorkelling se non la si possiede a 8 euro al giorno. Meno male che noi ce la siamo portata, la Lonely Planet ha consigliato bene! Per i più avversi all’acqua che non vogliono comunque perdersi lo spettacolo dei pesci tropicali, c’è la possibilità di usare la Glass-boat, la barca con il vetro sottostante che fa il giro dell’isola e permette di vedere il fondo marino. Per qualsiasi problema c’è il centro medico specializzato, uno dei più importanti di tutte le Maldive; vengono infatti qui anche dalle altre isole a portare pazienti!
– Ci sono diverse attività e servizi usufruibili a pagamento all’interno dell’isola, come la palestra, l’affitto di canoe, il mini-club completo di tutto per lasciare i bambini, il centro massaggi, la moschea e un internet-point per mandare email. Cosa decisamente e onestamente consigliata anche da Loris, visto che una telefonata dalla camera costa un occhio della testa! Non possono mancare ovviamente anche i negozi dove lasciare lo stipendio in gioielli e souvenir vari;
– Un altro aspetto importante sono le gite. Ce ne sono di vario genere e sono tutte disponibili vicino alla reception. I vari cartelloni esposti ne spiegano la tipologia e il prezzo; per prenotarsi basta inserire il proprio nome nella lista entro la notte prima del giorno della gita stessa;
– Infine, ma non meno importante, c’è Loris pronto e disponibile qualunque cosa ci serva: è reperibile un po’ ovunque in giro per l’isola o ai pasti.
Dopo tutte queste fondamentali spiegazioni, diamo appuntamento ai nostri compagni Azemar alle 19:30 per la cena al Gallery Restaurant dove io e Stefania arriviamo, tanto per cambiare, ultimi. La sala è grande e spaziosa, ci sono parecchi posti ma sembra piena solo a metà. Ci sistemiamo tutti e sei nello stesso tavolo in cerchio, aspettiamo il cameriere per ordinate da bere e poi ci buttiamo sul buffet. Immenso, succulento, mitico! Avevo letto vari commenti dal forum di Bandos (www.bandos.com) sul fatto che si mangia benissimo, e confermo pienamente questa opinione. Un lungo bancone attraversa tutta la stanza e, non bastando, c’è persino un tavolo al centro con tutti i dolci, la frutta e le torte più succulente che si possano immaginare. Nel bancone invece, da sinistra verso destra, si trovano le verdure e insalate miste, poi i pasti caldi con pietanze diverse per ogni giorno, che vanno dalla pasta al pesce (soprattutto tonno, squisito, in tutti i modi cucinabili), e piatti internazionali di diverse culture tra cui quella giapponese-cinese. Essendoci molti clienti giapponesi a vista d’occhio, presumo che le pietanze siano fatte anche tenendo conto di questo fattore (giustamente). Inutile aggiungere che la cena è del tutto soddisfacente, anche troppo: qua si rischia seriamente di metter su peso!
Dopo cena approfittiamo per fare una doverosa esplorazione dell’isola, seguendo il vialetto che ne percorre il periplo. L’isola è bellissima e ricca di angoli davvero indimenticabili per chi, come noi, viene a visitare le Maldive per la prima volta. Ma persino Ambrogio e Gabriella, che sono veterani essendoci stati già tre volte in altri resort, confermano che Bandos ha delle caratteristiche uniche nel suo genere: è più grande delle altre e si mangia divinamente. Ci sono diverse tipologie di bungalow, alcuni più rustici e datati, altri più nuovi, ma tutti molto carini, col giardinetto davanti, il sentierino con le pietre per arrivare alla spiaggia, la vegetazione e i fiori curati circostanti. Pur essendo di notte il viale è ben illuminato e si notano molte stupende sfumature del luogo. C’è un silenzio intorno poderoso, intervallato solo da tutto ciò che vive naturale nell’isola, come i grilli, lo scroscio delle foglie degli alberi al vento, il frangersi delle piccole onde dell’oceano sulla spiaggia. Il tutto rende l’atmosfera assolutamente magica e carica di emozioni, considerato anche che la presenza umana sembra essere minima e quella che si percepisce non disturba affatto. Come dicevo prima, il relax e la pace qui sono considerati seriamente. Mi accorgo inoltre di un altro degli aspetti più interessanti e apprezzabili dell’isola: non esistono né mosche né zanzare né insetti strani! Questo è un altro fattore essenziale per poter definire un paradiso! Ci sono però enormi pipistrelli, ma quelli tanto volano alti tra le palme…
In poco più di venti minuti compiamo l’intero periplo di Bandos, per niente noioso e anzi abbastanza variegato nei panorami. Così sono dunque fatte le Maldive, ci aspetta una settimana indimenticabile. Prima di andare a dormire non resta che dare appuntamento ad Ambrogio, Gabriella, Patrizia e Doriana per domani mattina al Gallery Restaurant.

30/10/2003 – Il primo impatto nel reef dell’isola di Bandos
Ci svegliamo con calma alle 9:00 e andiamo a fare colazione al Gallery Restaurant. Incontriamo i nostri compagni già intenti nel servirsi a buffet tra le più disparate scelte disponibili. Io mi butto su un buon succo di frutta (mai ottimo però come quello thailandese!) e il classico toast con burro e marmellata. Poi assaggio una pasta molto simile alle nostre, che ho già avuto modo di provare nello Sri Lanka. Diamo un appuntamento ad un’ora imprecisata di fronte al diving, per avere un punto di ritrovo comune.
Dopo una mezz’ora circa eccoci tutti sbragati in spiaggia a prendere il sole. E’ una bella giornata limpida e i colori sono spettacolari. La sabbia è accecante per il suo colore bianchissimo, il cielo di un azzurro intenso e il mare, anzi l’oceano, diviso in due tonalità di blu. E’ la prima volta che vedo finalmente la barriera corallina così marcata: colore chiaro e trasparente per i primi 40-50 metri dalla riva e poi via col blu profondo dove si inabissa il reef.
Il diving centre è già di per sé una struttura originale, con quel tetto spiovente in paglia e il palco sopraelevato dove ci sono diversi tavolini per ristorarsi. Gli sdraio, qua come in tutta l’isola, sono assolutamente liberi e non assegnati o riservati al cliente. Ne prendiamo uno qualunque e lo posizioniamo di fronte al mare per prendere un po’ di sole, con la dovuta crema protettiva anti ustioni. Qua il sole picchia di brutto e c’è persino gente che si fa il bagno con la maglietta addosso per lasciare coperta la schiena durante lo snorkelling.
Non sembrano esserci molti turisti, siamo all’opposto del concetto di calca e folla tipici per esempio di una spiaggia da noi in Sardegna ad agosto o, peggio ancora, per eccellenza dell’immagine di quella di Rimini. Non ci sono neanche ombrelloni perché per il fresco ci si ripara sotto le palme, così come pure sono assenti i teli da mare per terra, visto che quasi tutti usano gli sdraio. Eppure, ci ha riferito il cameriere, il resort è pieno di clienti al 98%, con 420 persone circa e altre più di 400 di personale, di cui 25 sono i cuochi! Una proporzione impressionante: c’è una persona che lavora per ogni cliente dell’isola. E dove sono tutti? Facendo con Ambrogio un calcolo approssimativo sul perimetro dell’isola ed il numero dei turisti, scopriamo che ne vengono fuori 40 metri di spiaggia a testa: anche questo un dato clamoroso! Se tutti fossero disposti in modo eguale, avrei 40 metri di spiaggia tutti per me prima di incontrare un’altra persona: ecco perché sembra non esserci nessuno!
Come conseguenza si ha la percezione, ovunque si guardi intorno, di un senso di pace e di libertà che si trasforma in relax e che rende tanto famose queste isole: adesso lo sento dentro di me! Il pensiero di stare qui una settimana e annoiarmi, che mi aveva sfiorato prima di partire, svanisce di fronte a questa intensa sensazione di trovarsi realmente in un luogo paradisiaco, per la maggior parte naturale e per un pochino aiutato e amplificato dall’uomo, che ne ha aggiunto le comodità per goderlo.
Adesso manca solo un dettaglio fondamentale da scoprire: esplorare la barriera corallina con i suoi pesci meravigliosi! Ambrogio e Gabriella, che sono i più esperti e appassionati, indossano per primi maschera e pinne e si lanciano all’avventura, seguendo il passaggio ben visibile ad occhio nudo che porta dal diving oltre la barriera, di cui ha accennato ieri Loris. Poco dopo li seguiamo anche io e Ste, immergendoci nell’acqua calma dalla gradevole temperatura ambiente.
L’impatto è sconvolgente dal primo momento in cui il vetro della maschera apre le porte al mondo sommerso. Già nell’acqua di pochi centimetri una gran quantità di pesci di vario genere scorrazza allegramente tra le strane e intricate forme della barriera, dalla quale ci guardiamo bene di non toccare. Ci infiliamo nel passaggio, caratterizzato da una pozza che si apre all’improvviso per un paio di metri, poi l’acqua ritorna bassa e infine, eccolo là, quello di cui avevo tanto sentito parlare e mi incuriosiva da morire: il reef, lo strapiombo verticale che sprofonda negli abissi dell’oceano! Impossibile descriverne l’emozione, fortissima anche per uno come me che, pur non avendone mai vista una, pratica usualmente snorkelling nei meravigliosi mari della Sardegna. Per Stefania, che è meno esperta di me, è uno shock totale! La sensazione improvvisa di passare da pochi centimetri d’acqua a non vederne più il fondo, in una parete dai colori vivaci che sfuma nel blu più profondo che pare ingoiare tutto, è pura adrenalina. Queste sono le cose su cui si concentra l’attenzione per i primi minuti, poi arriva il secondo shock: quello dei pesci! Una quantità sterminata, un numero infinito di pesci tropicali di varie specie che nuotano indifferenti alla nostra presenza. Pur rimanendo fermi, ne arrivano da ogni parte perché i passaggi che oltrepassano la barriera non sono utilizzati solo dall’uomo, ma anche da loro. L’ingresso di fronte al diving diventa così un punto di incontro di migliaia e migliaia di animali marini dai colori e forme più disparati, osservabili nella loro attività dagli esterrefatti occhi dell’intruso umano. Ci vorrà poco per farmi capire che il paradiso percepito sull’isola maldiviana in realtà è niente in confronto a quello che si vive qua sotto, dove la natura, come ripetono sempre i documentari, ha messo in vita e creato il più complesso eco-sistema, colorato quanto delicato, del pianeta. Non mi riferisco esclusivamente alle Maldive ovviamente, ma alla barriera corallina in generale.
Il nostro primo snorkelling termina nello totale stupore di queste emozioni, e non passa molto tempo prima di fare il secondo. Dopo tanta vita e colori, stare sdraiati al sole sembra uno spreco di tempo. Così rientriamo nuovamente, stavolta più alla nostra destra, percorrendo un breve tratto di spiaggia in senso orario e arrivando all’altro passaggio, quello di fronte alla camera 191. I passaggi si distinguono facilmente anche dalla superficie e in ogni caso, una volta in acqua, dalla boa che giace al largo, a cui è collegata una lunga corda che usano i subacquei al rientro dalle immersioni per tornare a riva senza essere sballottati dalle bombole nell’acqua poco profonda, oppure in caso di mare mosso. Anche qui eccitazione ed emozione si fondono nell’adrenalina di osservare tanta meraviglia. Tra tutti i pesci tropicali, di cui sono totalmente a digiuno essendo per me la prima esperienza, ne inizio a distinguere alcuni osservati sulla Lonely Planet come: il pesce imperatore; il pesce pappagallo, così buffo nel suo becco e così bello nei colori della sua livrea; diversi calamari (beh ci sono anche in Sardegna questi!); alcuni pesce palla di diverso colore; una miriade di banner fish, di cui non so la traduzione in italiano.
La mattinata si conclude con un altro po’ di sole ma il tempo inizia presto a guastarsi. Alle 13:30 ci ritroviamo al Gallery Restaurant per il pranzo, alquanto succulento e meritato dopo tali nuotate e consumo di energie. Il pomeriggio spediamo un’email a casa dall’Internet Point, dove ci accoglie una graziosa ragazza con un vestito che pare un kimono, così gentile da offrirci gratis questo primo collegamento di pochi minuti.
Poi torniamo in spiaggia, stavolta vicino alla nostra camera, dove ne approfittiamo per mettere a segno un altro snorkelling spettacolare e fare una bella passeggiata sulla spiaggia. Quest’ultima è a tratti ricoperta interamente di vegetazione, soprattutto durante la sera con la bassa marea, per cui si è costretti a passeggiare nell’acqua bassa per qualche metro e superare l’ostacolo. Allo stesso tempo, questa invasione di palme basse e vegetazione permette una più “intima” privacy, poiché divide la spiaggia in più parti creando a volte delle vere e proprie piccole calette suggestive. Ciò non si nota vedendo Bandos dall’alto, come tante altre isole delle Maldive, perché sembra che una lunga unica lingua di sabbia ne compia il periplo da parte a parte. Invece non è così, ed è ancora meglio.
La sera passa veloce e alle 19:30 siamo già nuovamente al Gallery Retaurant con un buco nello stomaco pronti per la cena. Passando per la reception, vediamo i menù esposti con i prezzi in dollari (qui è tutto espresso nella moneta americana anche se i turisti sono al 90% europei): ben 20 per il pranzo e 25 per la cena, meno male che noi abbiamo la pensione completa!. Dopo cena facciamo una passeggiata tra il negozietto di souvenir, che espone cose molto carine e artigianali, e poi andiamo a bere un cocktail con Patrizia e Doriana al Sand Bar. Stasera è proprio il giorno della settimana che c’è musica dal vivo. Il gruppo locale è molto bravo ma canta canzoni famose e moderne da ballare, non musica tipicamente maldiviana. Subito dopo passeggiamo un po’ anche per il molo nella passerella in legno appena illuminata, affacciandoci verso il basso dove tutti i turisti guardano l’impressionante quantità di pesci che circolano in tondo a vuoto. E’ bellissimo soffermarsi qualche minuto a guardarli, l’atmosfera intorno è così tranquilla. Dopo un po’, quasi per caso, si scorge un enorme sagoma longilinea che attraversa gli altri pesci: è uno squalo! In pochi secondi ci passa sotto i piedi e svanisce nel buio regalandoci una grande emozione: chissà se riusciremo a vederlo nei nostri snorkelling!

31/10/2003 – Snorkelling e spiaggia
Mi sveglio diverse volte durante la notte, ad iniziare dalle 4 del mattino, per via della pioggia a dirotto: non si preannuncia affatto una bella giornata! Alle 8:30 andiamo a fare colazione con i nostri compagni, e aspettiamo nella speranza che esca un po’ di sole. Purtroppo niente da fare, così anziché andare in spiaggia ci accontentiamo di fare un giro dell’isola nei soliti venti minuti.
Ci fermiamo un po’ a metà mattina nella stanza di Ambrogio e Gabriella, la numero 277: è una vera suite! E’ molto più grande della nostra, ha un soggiorno, una camera grandissima e un bagno favoloso. Non capiamo il perché di tanta fortuna, avendo preso il nostro stesso pacchetto viaggio, ma il sospetto è che sia nel fatto che loro hanno detto che festeggiavano i 50 anni di matrimonio e, avendo una stanza del genere libera, probabilmente sono stati così gentili da mettergliela a disposizione!
Comodi nel divano, Ambrogio e Gabriella raccontano le loro precedenti volte alle Maldive. La prima, negli anni settanta, giunsero qui che stavano appena iniziando a creare questo tipo di turismo “esclusivo”. L’aeroporto era una minuscola pista di terra battuta e per andare alle isole si facevano ore e ore di barca. Adesso si vedono passare spesso gli idrovolanti per i tragitti più lunghi. Inoltre, ovviamente, c’erano pochi comfort e i resort erano più spartani, con dei bungalow più simili a delle capanne che non a degli appartamenti come oggi. Era il vero turismo alla Robinson Crusoe: avventuroso, intenso, un po’ selvaggio. E soprattutto, la barriera era davvero una meraviglia nei suoi colori. Ambrogio rimane alquanto deluso da quella vista oggi, in gran parte morta e grigia. Purtroppo, come ci ha spiegato Loris, il fenomeno di imbianchimento dei coralli è stato provocato non tanto dall’uomo quanto da El Nino, passato qualche anno fa, alzando la temperatura dell’oceano di qualche grado e provocandone la moria. Trovo riscontro in questo anche nella Lonely Planet, che puntualizza appunto sul delicatissimo equilibrio esistente tra i polipi e le alghe di cui si nutrono. L’alzarsi della temperatura fa scomparire le alghe che sono il principale elemento nutritivo dei polipi, i quali ne risentono di conseguenza. Ci sono in ogni caso, comunque evidenti, anche i segni di distruzione dell’uomo, per quanto riguarda numerosi coralli spezzati e rovinati da scellerati e sprovveduti. Facendo dunque un confronto, Ambrogio ci confida che per quanto riguarda i coralli il Mar Rosso è rimasto pressoché intatto nella zona a Sud di Hurgada e regala ancora uno spettacolo unico nei suoi colori. Per quanto riguarda invece la fauna, pare che qui a Bandos ci sia molta più attività e vita.
A mezzogiorno, visto il cielo ancora coperto e minaccioso, ci rassegniamo sulla possibilità di prendere il sole, ma visto il mare calmo non anche a quella di fare snorkelling. Entriamo così in acqua senza peraltro trovare molta differenza tra sole o meno: la temperatura è sempre perfetta, la visibilità buona e la vita sott’acqua non si ferma certo se fuori è brutto tempo! Nei primi metri, appena entrati dalla spiaggia, Ambrogio richiama l’attenzione mia e di Ste su una gigantesca murena, che sbuca per un pezzo dalla tana con la sua enorme testa. Me la ritrovo davanti all’improvviso vicinissima e quasi mi viene un colpo, poi mi fermo ad osservare il suo inquietante serpeggiare aspettando il momento propizio per una foto.
Ho portato da casa una machina fotografica subacquea usa e getta da 36 pose, che solo adesso mi rendo conto essere del tutto insufficiente. Così mi riprometto di limitarmi al massimo, cercando di immortalare una sola foto per ciascun migliore esemplare. Per fortuna c’è Ambrogio, che invece ha portato la sua Canon Ixus digitale da 2 megapixel, con tanto di custodia subacquea, che scopro essere magnifica e stupefacente con una risoluzione nitida e priva di sgranature persino con la poca luce del mondo marino.
Lasciamo la murena e proseguiamo per un po’ all’interno della barriera. Mi soffermo su un magnifico, anche se piccolo, esemplare di lion fish (pesce scorpione), per poi notare, pur con il loro colorito trasparente, alcuni buffi pesci cornetta (o trombetta) svolazzare su e giù a zig-zag. Più avanti ancora noto il grugnitore orientale, caratterizzato da quelle strisce giallo-nere, l’azzannatore a fasce orientale e il pesce chirurgo blu con il suo forte contrasto giallo-blu da cui prende il nome.
Poi esco dal reef e questa volta cerco di superare velocemente l’emozione di non vedere all’improvviso il fondo sotto di me, concentrandomi su ciò che mi circonda e classificando rispetto a ieri una maggiore varietà di pesci. Distinguo chiaramente diversi tipologie di pesce balestra, i singolari pesci unicorno con quel nasone lungo lungo, il labride lunare, i soliti banner fish a branchi da centinaia alla volta, stupendi nella loro eleganza.
Ma la vera grandissima emozione arriva con il più grande e temuto di tutti: lo squalo! L’eccitazione di ieri nel vederlo fuori dall’acqua dal pontile svanisce di fronte all’averne uno per la prima volta a pochi metri: impressionante, indimenticabile. Il più temuto dei predatori marini è possente, agile e scattante e passa sotto di noi silenzioso senza nemmeno considerarci. Ancora scioccato dal suo materializzarsi all’improvviso alle nostre spalle, rimango immobile ad osservarlo mentre si allontana, per poi inseguirlo per un breve tratto. La sua velocità è decisamente superiore alla mia e così lo vedo scomparire nel blu dell’oceano in pochi secondi. Anche Stefania e Ambrogio l’hanno visto, ed emergiamo subito levandoci le maschere per commentare l’episodio. Nonostante sia il pesce più grande e pericoloso che finora abbia mai visto, devo dire di non aver provato una sensazione di paura, soprattutto per il fatto che ci è stato assicurato che le specie esistenti qui alle Maldive sono innocue e non è mai avvenuto alcun incidente nei confronti dei subacquei. Quel bestio di circa un metro e mezzo però dà una scarica di adrenalina non da poco e ci vuole tempo per smaltirla!
Terminato lo snorkelling, ci asciughiamo in stanza e andiamo a pranzo. Continua a piovere e così il pomeriggio lo passiamo tra i negozietti a comprare cartoline e ancora una volta in camera di Ambrogio e Gabriella prendendo un caffè.
Verso le 17 recuperiamo maschera e pinne e via un’altra nuotatina tra i pesci con foto meravigliose. Stavolta facciamo il tratto che va dalla spiaggia di fronte alla nostra camera, superando la barriera a pelo della pancia stando attenti, fino ad arrivare al passaggio di fronte alla camera 191. Un tragitto discreto. Il nostro scopo è riuscire a compiere tutto il giro dell’isola, un pezzo alla volta, per esplorare tutto il meraviglioso reef di Bandos.
E’ stupefacente inoltre realizzare che ogni qual volta si entri in acqua a fare snorkelling si esca sempre con qualche avvistamento nuovo. La Lonely Planet è del tutto generica e insufficiente nella descrizione e nelle figure dei pesci, e non basta neanche il glossario plastificato comprato nel negozio di souvenir che mi porto in acqua per riconoscere le nuove specie. Il mondo sottomarino è estremamente complesso!
Passa anche la serata, si va a cena (sempre meravigliosa e abbondante) al Gallery Restaurant e si passeggia sul molo. Mi metto d’accordo con Ambrogio per alzarmi presto e fare snorkelling alle prime luci del mattino, che è l’ora migliore per vedere una gran varietà di pesci. Prima di andare a letto torno allo shop per comprare una macchina usa e getta subacquea, avendo quasi finito il rullino della mia ed in preda alla disperazione di voler fotografare il grandioso sesto continente. Mi costa la bellezza di 19 dollari, mentre a casa l’ho pagata appena 8 euro: accipicchia!

1/11/2003 – Snorkelling e spiaggia
Ambrogio mi telefona puntuale alle 6:45 per il nostro snorkelling mattutino. Stefania viene con me e ci incamminiamo con l’attrezzatura verso la camera 191. E’ bellissimo uscire dalla stanza con solo il costume addosso, scalzi, un paio di pinne in una mano, la maschera nell’altra e la macchina fotografica al polso, passeggiando per questo paradiso sapendo di andare a vederne un altro ancora più bello sott’acqua.
Alle 7 in punto entriamo in acqua, sempre tiepida, nel passaggio di fronte alla 191 dirigendoci verso destra per un lungo tratto, fino ad uscire dopo più di un’ora vicino ad una zona di diversi pontili in pietra, che caratterizzano il lato nord di Bandos. Abbiamo percorso un quarto di giro dell’isola, niente male! E ovviamente le emozioni si sono susseguite una dietro l’altra, ad iniziare dall’avvistamento di ben quattro squali in successione. Qualcuno è arrivato di fronte e qualcuno alle spalle, ma stavolta non mi sono lasciato cogliere impreparato e sono riuscito a fotografarli! Così come pure ho fotografato gli immensi branchi di banner fish buttandomi in mezzo a loro con assoluta discrezione. Nuotare con loro è come volare in paradiso, non riesco a paragonare questa sensazione a nient’altro che non sia questo.
Quello che mi accorgo essere fondamentali sono gli insegnamenti basilari che mio padre mi diede fin da piccolo nelle nostre pescate subacquee. Noi non apparteniamo al mondo sottomarino e perciò siamo degli estranei. Siamo goffi e lenti e i pesci ci vedono lontano un miglio qualunque gesto brusco proviamo a fare. L’unico modo per avvicinarli è nuotare nell’acqua come un’astronauta vola nello spazio: con calma, tranquillità, movimenti lenti e lineari per smuovere meno acqua e soprattutto fare meno schiuma possibile. Tutto deve essere fatto con estrema fluidità e linearità, dall’immersione, alla respirazione, alla pinneggiata, all’avvicinamento di un pesce. Con questi semplici accorgimenti si può arrivare a pochi centimetri, a fotografare e persino a toccare gli splendidi esemplari che si hanno di fronte senza troppi problemi. Purtroppo mi accorgo invece di altre persone che incrociamo in acqua le quali sono ben lontane da aver capito queste che per me sono comportamenti scontati, e fanno un casino tremendo che spaventa il circondario nel raggio di decine di metri intorno! Magari sono alle prime armi, magari hanno un po’ paura o sono impressionati, però è comunque un modo disastroso per intraprendere lo snorkelling. Per fortuna, di mattina presto non c’è quasi nessuno in acqua e mi sembra un fatto insensato visto che risulta essere l’ora propizia per gli avvistamenti. Molto meglio per noi a questo punto!
La novità più grande infine, che non poteva mancare come negli altri snorkelling, arriva con l’avvistamento di una tartaruga marina. Bellissima, pacifica, grande quanto leggera, si destreggia egregiamente sott’acqua che pare volare come una farfalla. Ce la fa notare Ambrogio in pochi metri di profondità proprio al confine della barriera, e stiamo con lei parecchi minuti fotografando ed ammirando la sua eleganza. Altra sensazione indescrivibile. E’ in assoluto l’animale marino che dimostra maggior tranquillità nei confronti dell’essere umano, si lascia osservare senza mettersi problemi di alcun tipo e ad un certo punto si avvicina talmente tanto alla faccia di Ambrogio che sembra volerlo baciare! Ambrogio colto all’improvviso la allontana con un gesto un po’ impaurito, sperando che non l’abbia scambiato per qualche appetitoso spuntino…
Terminato questo ennesimo leggendario snorkelling, andiamo a fare colazione alle 8 e mezza al Gallery Restaurant. Poi ci incontriamo al diving per prendere un po’ di sole, ma purtroppo quella che sembrava stamattina presto una splendida giornata muta in fretta, ancora una volta, in una di pioggia. Stavolta come non mai il cielo si oscura pesantemente sopra il mare con una gigantesca nuvola nera, e nel giro di pochi minuti arriva il diluvio universale! Ci ripariamo sotto il tetto del diving e osserviamo un po’ indispettiti la pioggia scrosciante: non possiamo certo dire che il tempo ci stia graziando.
Torniamo un po’ in stanza a riposare e si fa ora di pranzo. Nel pomeriggio spediamo un’altra email a casa e stiamo ancora in stanza. Il brutto tempo persiste ma alle 16:30 ci immergiamo nuovamente per un altro snorkelling. Stavolta rimaniamo tra il passaggio del diving e quello della 191, tratto che iniziamo a conoscere molto bene avendolo già fatto diverse volte. Noto come la corrente influenzi notevolmente la vita dei pesci sott’acqua. Seguono quasi tutti sempre la stessa direzione, quindi in senso orario o antiorario rispetto all’isola, al confine della barriera. Capita così che seguendo la stessa direzione dei pesci a volte se ne vedano di meno, mentre andando contro corrente arrivano tutti di fronte un branco dietro l’altro: incredibile, come andare contro mano in un autostrada è la stessa cosa! La particolarità di questo snorkelling risultano essere i batfish, ovvero i pesci pipistrello, elegantissimi nella loro forma piatta e tondeggiante, grandi fino a mezzo metro e soprattutto curiosissimi. Sono loro che si avvicinano a me e mi seguono! Mi diverto a nuotare un bel po’ con questo branco di una decina di esemplari magnifici a cui scatto diverse foto in assoluta tranquillità. Devo ammettere però che trovare una buona inquadratura sott’acqua non è per niente facile. Ogni minimo movimento sposta l’obiettivo o il soggetto, e movimenti bruschi o soggetti troppo lontani rendono la foto mossa o sfuocata. La luce e i colori poi sono tutti un’incognita. Sono convinto che la maggioranza delle foto, non avendo esperienza in questo campo, non usciranno proprio come le ho concepite, e forse non usciranno per niente!
Vola veloce anche questa serata e alle 19:30 siamo già tutti seduti al nostro tavolo per usufruire dell’ottimo buffet del Gallery Restaurant. Ne approfittiamo per fare una chiacchierata e una foto con uno dei responsabili del posto, un simpatico ragazzo singalese che parla ben cinque lingue. E’ molto distinto e professionale nei modi di fare, non si scompone affatto se non per i suoi cordiali sorrisi. Catturiamo per un po’ anche Loris, che vediamo quasi sempre ai pasti seduto in un tavolo in fondo con i suoi colleghi. Ci spiega la situazione del personale di Bandos, che credo possa essere estesa anche al resto delle Maldive. In linea di massima non sono ben pagati, recuperano quando possono con le mance. Allo stesso tempo c’è di buono che sono comunque ben trattati e non sfruttati. Addirittura Loris dice che vengono considerati per alcuni aspetti quasi come veri clienti, nel senso che l’alloggio, anche se non certo paragonabile a quello dei turisti, è comunque pulito bene e comodo e si sta bene.
Dopo cena passeggiamo come di consueto facendo un giretto dell’isola, che continua a rivelare con sorpresa nuovi angoli di una bellezza paradisiaca. Poi lasciamo i nostri compagni e, prima di andare a dormire, ci fermiamo sulla spiaggia prendendo due sdraio e ammirando le stelle che paiono prendersi gioco di noi: ha piovuto tutto il giorno e adesso, di notte, esce il bel tempo! La serata è magnifica, calma, romantica, rilassante. All’orizzonte compaiono le luci di Male, dove domani abbiamo prenotato la gita col dhoni, la tipica imbarcazione locale.

2/11/2003 – Visita della capitale Male: moschea, mercati locali, cimitero, palazzo e uffici del presidente, negozi di souvenir.
Andiamo a fare colazione alle 8:00 in punto. Dopo brevi preparativi raggiungiamo il molo alle 9:00 dove un dhoni, tipica imbarcazione usata alle Maldive dai pescatori (e oggi ovviamente anche per scopi turistici), aspetta i clienti di Bandos che, come noi, hanno prenotato la gita alla capitale Male per 16 dollari a testa. E’ una bellissima giornata, e questo invece di rallegrarci mette un po’ di tristezza apparendo ai nostri occhi una beffa: proprio oggi che non andiamo in spiaggia si decide a uscire il sole! Non torneremo a casa con un abbronzatura invidiabile, questo è certo…
Saliamo nella barca e lasciamo lentamente il molo allontanandoci dall’isola, che con i colori di oggi appare davvero spettacolare. Il tragitto dura una mezz’oretta che scorre velocemente tra il meraviglioso oceano indiano e le isole intorno. Anche l’attracco a Male è suggestivo, con quei grattaceli che sembrano finire direttamente sul mare. Sembra che l’isola stia scoppiando: è un clamoroso contrasto tra il cemento della civiltà e il blu dell’oceano intorno. Non c’è molta vegetazione e lo spazio è compresso al massimo per le abitazioni. Pare che debbano costruire su un’altra isola adesso, per ampliare il centro urbano che ormai ha raggiunto la sua massima estensione.
Appena sbarcati nel porto, ci riuniscono in cerchio e veniamo divisi per nazionalità. Ad ogni gruppo viene assegnata una guida, così anche a me e Ste che risultiamo essere gli unici italiani. Iniziamo a passeggiare per la città, attraversando la piazza principale, molto bella e curata e uno dei pochi luoghi di verde e prato di Male. La guida ci spiega che la città è tagliata in due da alcune vie principali, la quale più lunga è di appena 2 Km. Tale è dunque il raggio dell’isola.
Il sole è davvero forte e fa un caldo tremendo. Per fortuna le tappe sono tutte vicine e si cammina poco. La prima è la Moschea nuova: moderna, di un bianco accecante, una struttura ben curata. Per entrare però bisogna essere scalzi e non si possono avere le gambe scoperte: così, avendo i pantaloncini corti, sono costretto ad indossare un buffo pareo che viene dato in loco. Stefania non ci pensa due volte ad immortalarmi vestito in questo modo! Visitiamo l’interno della Moschea, un’esperienza totalmente nuova per me visto che è la prima volta che ne vedo una. Grande, spaziosa, luccicante: questi sono gli aggettivi che mi vengono in mente per descriverla. Il pavimento pare appena lustrato!
Proseguiamo l’itinerario passando di fronte al mercato del pesce, che apre più tardi, quindi a quello della frutta che invece è già nel pieno dell’attività. E’ un capannone al chiuso, con le bancarelle dai colori vivaci ordinate in appositi box, molto più simile ai nostri piuttosto che a quelli orientali. Così pure le strade appaiono scrupolosamente pulite e curate, un particolare che mi colpisce molto. Probabilmente l’influenza mussulmana si vede anche da queste cose. C’è anche parecchio traffico, e mi chiedo quale senso può avere comprarsi l’auto alle Maldive per poter circolare esclusivamente su un’isola piatta larga due Km attraversabile in mezz’ora a piedi! Non mi stupisce affatto invece vedere intere vie ricoperte da motorini parcheggiati e biciclette.
La prossima meta è la moschea antica ed il cimitero, del quale la nostra guida spiega la differenza nella punta delle tombe per poter riconoscere gli uomini dalle donne. Passiamo anche un giardino dove c’è un museo di oggetti antichi, dove ci viene indicata con non poca ironia la “montagna” più alta dell’isola: un piccolo cumulo di terra alto poco più di me, di circa due metri in tutto!!! Questo per sottolineare quanto siano piatte le Maldive.
Durante la camminata ci soffermiamo ad osservare dalla strada anche il palazzo e gli uffici del Presidente, dopodiché in ultimo veniamo accompagnati in un negozio di souvenir. A questo punto la guida ci lascia dandoci il tempo di fare gli acquisti e dicendo di tornare fra un’oretta. Osserviamo un po’ gli articoli proposti e i prezzi: c’è davvero una vasta scelta di qualunque cosa, molti oggetti particolari e carini, però notiamo che i prezzi di partenza sono decisamente alti. Alcune cose costano addirittura più che a Bandos, dove, essendo nel resort in totale monopolio, davamo per scontato di trovare prezzi esageratamente meno convenienti. Facciamo comunque i nostri acquisti, scegliendo due belle magliette con i pesci tropicali, un portachiavi, delle calamite con disegnato surf e tartaruga. Alla cassa poi spendiamo dieci minuti buoni per far scendere il prezzo. Anche qui la contrattazione è il metodo usuale di compravendita per i turisti!
All’uscita dallo shop non vediamo la nostra guida ma un ragazzo che ci invita a salire nel negozio a fianco. Un po’ titubanti alla fine saliamo e scopriamo che qua si compra già meglio rispetto dell’altro. Ci sentiamo un po’ raggirati e scopriamo a nostre spese che evidentemente i sotterfugi e le percentuali sono attività saldamente affermate anche qui alle Maldive. Il fatto che la guida ci abbia lasciato nello shop a lato stranamente più caro non è certo un caso.
Piuttosto indispettiti usciamo dal negozio e senza aspettare la guida ci dirigiamo verso il porto, visto che si sta facendo ora di rientrare. Passeggiare da soli per Male da turisti assume subito un altro aspetto. Persone di ogni genere ed età si avvicinano a lasciare biglietti da visita e a chiederci di andare nel loro locale, il che inizia ad essere irritante. All’improvviso il relax e la pace di Bandos svaniscono e mi sembra di essere tornato per le strade dello Sri Lanka! Entriamo di sfuggita in un ultimo negozio di articoli artigianali, dove compro un quadretto che mi ricorda la spiaggia di fronte alla nostra camera con vista su Kuda Bandos, e poi fuggiamo verso il porto.
Troviamo il nostro Dhoni che aspetta di portarci indietro in paradiso, nella nostra amata Bandos! Appena lasciata Male ci viene detto che la piccola isola di fronte, che appare bella come tutte le altre, è in realtà il carcere. Chi l’avrebbe mai detto?
Rientriamo giusto in tempo per il pranzo alle 13:30 e passiamo il pomeriggio in spiaggia. Il cielo si sta di nuovo annuvolando, e dire che stamattina era così bello! Facciamo un altro stupendo snorkelling tra il diving e il passaggio della 191, che risulta sicuramente il tratto più breve e comodo per entrare in acqua. Tra le meraviglie di questa volta mi colpiscono molto i pesci angelo, i pesci farfalla e nuovamente gli splendidi pesci pipistrello.
Ultimiamo i nostri acquisti alle Maldive prima di cena comprando un bellissimo album fotografico nello shop di Bandos, non avendone trovato uno paragonabile a Male ed allo stesso prezzo di 25 dollari, ed una maglietta con due magnifici banner fish disegnati. A questo punto non ci resta che il Gallery Restaurant ed una passeggiata notturna per chiudere in bellezza un’altra giornata passata alle Maldive.

3/11/2003 – Snorkelling e spiaggia.
Ambrogio mi chiama in stanza puntuale alle 6:45. Oggi tentiamo un altro mitico snorkelling alle prime luci del giorno, partendo dallo stesso punto dove siamo arrivati l’altro ieri, e proseguendo il giro dell’isola in senso antiorario. Ci diamo appuntamento di fronte al pontile e per arrivarci mi tocca attraversare tutta Bandos, essendo dalla parte opposta al mio bungalow. Stefania è stanca e rimane a dormire, così ci ritroviamo io e Ambrogio da soli, armati delle nostre macchine fotografiche subacquee pronti all’avventura!
Non ci vuole molto infatti perché questa arrivi. Dopo pochi minuti, appena superata a pelo la barriera corallina non essendoci un apposito reale passaggio dai pontili, scorgiamo con nostra enorme meraviglia i più grandi squali mai visti fino ad ora. Sono due per l’esattezza, che girano in coppia, di circa due metri di lunghezza ma soprattutto molto grossi di circonferenza, e in più un altro di un metro e mezzo simile a tutti quelli visti nei giorni precedenti, che in confronto appare un cucciolo. E magari lo è davvero. Rimaniamo pietrificati per parecchi secondi: vedere tre squali tutti in una volta e per giunta di queste dimensioni non capita davvero tutti i giorni nella vita a persone come noi che non praticano subacquea! La cosa più incredibile è che a differenza degli altri, questi rimangono proprio intorno a noi passando e ripassando diverse volte sotto i nostri occhi. Riesco così a seguirli per lunghi tratti, immergendomi in apnea e avvicinandomi ad una distanza di circa due metri, scattando bellissime foto. E’ un’emozione unica e fortissima, mi pare ad un certo punto quasi di giocarci, un po’ come ho fatto per la tartaruga. Questi però, sono squali è meglio non dimenticarlo!
Dopo una decina di minuti proseguiamo il nostro tragitto sempre a ridosso dello strapiombo della barriera corallina, lasciando gli squali alle nostre spalle. Passano pochi minuti, ed eccoli di nuovo rispuntare! Ci stanno seguendo o andiamo nella stessa direzione? Noto con stupore che nuotano tranquillamente nell’acqua bassa fino a neanche un metro di profondità, e mi butto ancora al loro inseguimento per diversi minuti. Nonostante sia sicuro della loro non pericolosità, ammetto di provare una profonda una sensazione di timore e di profondo rispetto per questi magnifici predatori dell’oceano. Vederli nuotare sott’acqua è stupendo, indescrivibile: hanno un’eleganza ed una potenza nei movimenti eccezionale!
Abbandonati definitivamente gli squali, proseguiamo il nostro snorkelling in un tratto di barriera unico di Bandos. Il reef qui è inquietante e spaventoso: si inabissa tremendamente sotto alcuni lastroni a più piani, creando tra l’uno e l’altro delle buie enormi cavità, sicuramente ottimali per essere usate come tane per pesci di qualunque dimensione. Osservo esterrefatto e carico di adrenalina questo indimenticabile paesaggio sotto di me mentre lo attraverso pinneggiando.
Giungiamo al termine di questo fantastico snorkelling appena prima del porto, dove c’è il terzo passaggio dell’isola, sicuramente il meno frequentato proprio perché molto lontano dagli altri due. Abbiamo percorso un tragitto davvero notevole in un’ora e dieci di nuoto!
Torno in stanza e insieme a Stefania andiamo a fare colazione. Le racconto degli squali e promettiamo di rientrare in acqua a metà mattinata. Verso le 9:30 andiamo in spiaggia con gli altri. Stefania, Doriana e Gabriella prendono il sole con gli sdraio nell’acqua sempre tiepida, pratica comune dei turisti qui a Bandos, mentre Ambrogio va a fare un altro snorkelling con Patrizia, che ha imparato grazie a lui le meraviglie di nuotare sott’acqua con maschera e pinne. Nonostante la sua iniziale titubanza e paura, una volta indossata la maschera e osservato il paradiso dei pesci tropicali, si è lanciata anche lei nell’esplorazione.
Alle 11:30 è il turno mio e di Stefania. Passeggiamo per raggiungere l’entrata al diving dove stavolta, anziché nuotare in senso orario per raggiungere il vicino passaggio della camera 191, siamo intenzionati ad andare in senso antiorario verso il porto. E’ l’unico tratto che mi manca per completare il periplo di Bandos, avendo già percorso tutto il resto dell’isola un pezzo alla volta. Incontriamo Ambrogio e Patrizia, i quali ci dicono di aver fatto lo stesso percorso ed essere usciti dal pontile prima del porto stando un po’ attenti alla pancia per l’acqua bassa.
Iniziamo il nostro snorkelling lasciando alle nostre spalle il diving. L’acqua punzecchia, delle volte in modo assai fastidioso, e c’è molto pulviscolo. Abbiamo avuto questo problema anche in altri snorkelling, probabilmente è collegato alla grande quantità di plancton presente ad ottobre.
Il tempo è instabile come quasi tutti i giorni che abbiamo passato qui alle Maldive: c’è il sole ma all’orizzonte si scorgono pesanti nuvoloni. Il mare comunque è sempre calmo. Dopo circa tre quarti d’ora assistiamo ad un cambiamento radicale. Il cielo si oscura pesantemente e appena il porto diventa visibile di fronte a noi inizia a diluviare, talmente forte da sentire fastidio sulla schiena mentre sto con la testa sotto a guardare il fondo. Arriva un vento improvviso, il mare si increspa notevolmente e la visibilità sparisce del tutto: non riusciamo più a vedere Kuda Bandos che un attimo fa era proprio di fronte a noi nitidissima.
Ai nostri occhi si presenta così in appena dieci minuti uno scenario apocalittico e inizia la paura. Il primo impulso è ovviamente quello di uscire verso la riva, come avremmo fatto in qualunque spiaggia del Mediterraneo, ma sappiamo bene entrambi sia io che Ste che qui alle Maldive significherebbe sfracellarsi sulla barriera corallina! E’ pazzesco, perché la spiaggia dista neanche cinquantina di metri, ci basterebbe solo qualche minuto per arrivarci. Discutiamo nel bel mezzo della tempesta con la testa fuori dall’acqua, cercando di capire quale sia la cosa giusta da farsi il più in fretta possibile, prima che la situazione degeneri. Tornare indietro è fuori discussione, siamo troppo lontani dal diving e stanchi. Avanti a noi c’è il porto con il passaggio ma si vedono arrivare da là onde alte qualche metro che si schiantano sul molo. Optiamo così per tentare l’uscita dal pontile che sta vicino a noi, che hanno sfruttato anche Ambrogio e Patrizia appena un’ora fa. Ma come ci avviciniamo alla barriera, il risucchio provocato dal frangersi delle onde rende la visibilità pari a zero e veniamo sballottati da una parte all’altra. La situazione si fa critica e stiamo per entrare nel panico, il peggior nemico dell’uomo nelle situazioni pericolose. Cerco di calmare Stefania che vuole uscire a tutti i costi e la convinco che passare da qua è troppo rischioso! E’ incredibile pensare che sono in piedi, senza pinne (causa una bolla sul piede per i troppi snorkelling di questi giorni!) nell’acqua poco più di un metro di profondità con la riva a qualche decina di metri di distanza e non possa uscire! Tutta la situazione sembra essere un gigantesco paradosso.
Torniamo nell’acqua alta al di là della barriera perché almeno qui la visibilità è maggiore e le onde non sono alte. Siamo stanchissimi ma la soluzione migliore, riflettendo in maniera lucida, è rimanere proprio qui in acqua aspettando che passi il temporale, che in genere non dura più di mezz’ora. Capisco però anche il panico di Stefania che vuole assolutamente uscire e così decidiamo di andare avanti per raggiungere il passaggio oltre il porto. Con enorme dispendio di energie, dato che siamo esattamente controcorrente e io sono persino senza pinne, riusciamo dopo un quarto d’ora circa a percorrere un tragitto che avremmo fatto normalmente in un paio di minuti e raggiungiamo l’imbocco del piccolo porticciolo di Bandos.
A questo punto c’è un altro pericolo, ovvero le barche, ed immagino certamente che il più imprudente dei nuotatori non si sognerebbe mai di passare di fronte all’entrata di un porto! Ci guardiamo bene intorno e per fortuna non paiono esserci imbarcazioni in movimento. Attraversiamo così per un tratto l’imbocco del porto e lì mi coglie un naturale lampo di genio: visto le onde che si vedono oltre il molo, che rendono di sicuro un’impresa rischiosa l’uscita anche se sappiamo esserci il passaggio, poiché la visibilità sarà comunque nulla, convinco Ste ad uscire proprio dal porto, dove l’acqua ovviamente è calmissima. Facciamo così qualche metro ed ecco la nostra salvezza: protetti dai moli percorriamo tutta la lunghezza del porto fino al nostro amato ponticello in legno, dove la sera veniamo ad osservare i pesci. Siamo sfiniti ma salvi. L’acqua del porto poi è praticamente pulita e trasparente, non certo come si usa immaginarla nei nostri.
Rimaniamo allibiti dal fatto che due ragazzi del personale di Bandos, che hanno visto affacciati al pontile il nostro rocambolesco arrrivo, dicano che non si può fare snorkelling qua perché sia pericoloso. Il troppo relax deve averli rincitrulliti un bel po’: non si vede in che condizioni siamo? E che fuori c’è una tempesta e stiamo uscendo in assoluta emergenza? Il bello è che non si degnano neanche di aiutarci e sono costretto a spingere Stefania dal basso per salire sugli alti gradini in legno della passerella con uno sforzo immane. Sdegnati da questo atteggiamento remissivo, rientriamo in stanza distrutti da questa pericolosa esperienza, sicuramente da non dimenticare.
Ancora rintontiti, andiamo al Gallery Restaurant a pranzare, passando proprio di fronte a dove mezz’ora fa stavamo annaspando nel mare in tempesta: adesso è già molto più calmo e sta uscendo un po’ di sole, incredibile! I nostri compagni ci attendono un po’ preoccupati, non avendoci visto tornare più in spiaggia. Gli raccontiamo così la disavventura lasciandoli a bocca aperta! La nostra bravura è stata quella di non esserci fatti prendere dal panico e la fortuna ci ha aiutato. Sicuramente d’ora in poi ci penseremo due volte prima di percorrere lunghi tragitti senza essere sicuri che il tempo regga!
Verso le 15:00 andiamo nella stanza di Ambrogio e Gabriella a fare un po’ di “salotto”, visto che il cielo si è di nuovo coperto. Poi facciamo un po’ di shopping nel negozio di souvenir comprando qualche portachiavi di legno a forma di pesce ed una collana, e spediamo un email nel vicino Internet Point. Infine ci riposiamo nella nostra stanza stanchi e assonnati.
Verso le 18:00 usciamo nuovamente con l’ombrello per una passeggiata, incontrando al diving i nostri compagni. Gabriella si offre gentilmente per fare a me e Ste delle riprese: finalmente insieme almeno una volta nei ricordi! Si adopera proprio come una regista e ne esce un filmino stupendo! Durante il solito periplo di Bandos, ci fermiamo incuriositi in spiaggia ad osservare dei paguri e dei granchietti buffissimi che scorrazzano da un buco all’altro, e poi camminiamo sopra il molo di pietre scoprendone altri tra gli scogli veramente grossi!
Per concludere la giornata, beviamo un coktail al Sand Bar e ci straffoghiamo al buffet della cena: oggi abbiamo molte energie da recuperare!

4/11/2003 – Il taglio del pesce chirurgo. Kuda Bandos.
Ambrogio mi chiama al telefono della stanza, spaccato come un orologio svizzero, per quella che ormai è diventata la nostra “missione”. Stefania, vista la brutta esperienza di ieri, preferisce rimanere a dormire ma io non posso sottrarmi dal vedere i miei amati pesci tropicali. Esco e raggiungo Ambrogio al pontile a fianco al porto, dove saremmo dovuti uscire ieri se non fosse arrivata la tempesta. Dobbiamo rifare esattamente lo stesso percorso all’inverso ed arrivare fino al diving. Devo dire la verità: è una sensazione stranissima trovarsi nello stesso punto in cui ieri, in qualche modo, ho rischiato grosso. Mi guardo intorno e non riconosco niente di ciò che si vedeva: è una splendida giornata, il mare è piatto, Kuda Bandos è di fronte a noi con dei colori meravigliosi e del diluvio universale di ieri non c’è alcuna traccia!
Appena superata la barriera, mi cimento ad osservare con attenzione il fondo e noto come uno scoglio che si muove a diversi metri di profondità. Ci vuole qualche secondo per mettere a fuoco e riconoscere quella magnifica tartaruga marina che adesso sale in superficie. Chiamo subito Ambrogio e rimaniamo intorno a lei per diverso tempo: è la seconda che vediamo, assolutamente stupenda!
Più avanti attraversiamo degli branchi infiniti di migliaia di banner fish: buttarcisi in mezzo a nuotare è indimenticabile! Vediamo anche qualche squalo e qualche pesce pipistrello, nonché numerosi pesci pappagallo dalla bellissima livrea blu-verde, che beccano il corallo sul fondo con quel caratteristico suono che i primi giorni non riconoscevo.
Ad un certo punto, durante un’incursione in un branco di banner fish, sento un colpo sotto il piede destro, come se avessi urtato violentemente contro uno scoglio. Sono senza pinne e quindi mi guardo intorno preoccupato di non aver toccato del corallo, ma non è possibile: sono nell’acqua altissima! Un altro urto doloroso mi fa ritrarre bruscamente il piede e circondato da centinaia di pesci non ne capisco la provenienza. Esco dal branco e mi vedo un bestio dalla brutta faccia, di circa mezzo metro, che dal fondo si dirige velocemente verso di me puntando dritto ai miei piedi!!! Li scuoto ancora una volta e lui devia bruscamente, all’ultimo momento, scansandosi. Poi parlo con Ambrogio che ha visto tutta la scena e conferma che è stato proprio il bestio a venirmi addosso. Si mette anche un a ridere visto che in effetti tutta la situazione appare quasi una barzelletta! Mi guardo attorno e vedo il pesce che continua a seguirmi sul fondo, e diverse volte, forse una decina, sale all’improvviso puntandomi per poi scansarsi al mio gesticolare. Ad un certo punto lo minaccio persino con la macchina fotografica, tra le risate incredule di Ambrogio. E’ una situazione comica ma allo stesso tempo irritante, non ho fatto niente a questo pesce e non capisco perché ce l’ha con i miei piedi! Mi guardo sotto e vedo due lunghi tagli sotto la pianta, deducendone che quei colpi che ho sentito probabilmente erano i morsi di quel disgraziato essere. Osservo un subacqueo che mi supera, anche lui senza pinne, e il pesce si accanisce anche contro i suoi piedi: allora è un vizio!!!
Usciamo al diving scherzando e ridendo con Ambrogio di questa che sicuramente diventerà la cosa più divertente da raccontare in giro agli amici. Presto però mi accorgo che i due tagli diventano una cosa molto più seria di quel che sembrava. Intanto sono fastidiosissimi poiché, attraversando di lungo la pianta del piede fino all’alluce, ad ogni passo che metto in terra sono dolori, sotto il peso del corpo! Poi sanguinano anche, per cui, pensando al morso di un pesce che di cui ignoro la specie, ritengo necessario e doveroso farli vedere da un medico.
Me lo confermano anche i miei compagni a colazione, mentre con Ambrogio raccontiamo vivacemente la comica scena durante lo snorkelling. Alle 10:00 in punto, orario di apertura del centro medico, mi avvicino con Stefania e Patrizia, la quale ha riportato in questi giorni delle bolle allergiche sul ginocchio appoggiandosi al corallo. Mi riceve una dottoressa gentile che mi fa accomodare sul lettino. Le spiego l’attacco del pesce ma lei pare incredula: non possono essere morsi perché sono tagli di netto. Mi chiede diverse volte se sono passato sul corallo ma continuo a ripeterle di essere sicuro che si trattasse di un pesce e che ero sull’acqua alta. Comunque mi medica con un disinfettando molto forte e mi fascia la ferita. Niente bagno di sicuro per oggi, forse domani si può tentare.
Poi mi mostra un poster con le varie tipologie di pesci e mi indica il “chirurgo”, chiedendomi se fosse quello che ho visto. Già, è proprio lui!!! Mi spiega dunque che non sono morsi, ma la sua spina dorsale, particolarmente tagliente, che usa come arma di difesa o attacco: non a caso, si chiama per l’appunto pesce chirurgo! Non si finisce mai di imparare. E questa lezione costa cara: 40 dollari sul conto, di cui 25 per la visita e 15 di medicazione. URKA, che mazzata! Per fortuna a Patrizia dice solo di usare una pomata senza visitarla, altrimenti sarebbero dolori anche per lei!
Raggiungiamo in spiaggia gli altri raccontando tutto. Sono un po’ contrariato per la cifra, ma soprattutto per il fatto di non poter fare più bagni e per dover camminare dolorosamente zoppicando, proprio oggi che finalmente c’è il sole. Ne approfitto comunque per fare foto e riprese alle ragazze che si godono lo sdraio in acqua chiacchierando.
Per il pomeriggio io e Ste abbiamo prenotato la gita a Kuda Bandos, ma anche stavolta i nostri compagni non ci hanno seguito. Alle 15:00 raggiungiamo il pontile, dove un Dhoni carica qualche turista e parte alla volta della piccola isola disabitata di fronte a Bandos. Il tragitto dura appena un quarto di ora ed è piacevolissimo. L’attracco al molo poi è spettacolare, con dei colori del mare e della spiaggia stupefacenti, ancora più belli di Bandos! Sembra davvero di scendere in paradiso: un’isola tropicale disabitata tutta per noi, circondata da una sabbia fine bianco-accecante e da un azzurro strepitoso e cristallino che la circonda.
Scattiamo qualche foto nella roccia che dà il benvenuto ai turisti, sotto alte e magnifiche palme, e dopo una breve passeggiata per la spiaggia ci fermiamo a prendere il sole. E’ tutto assolutamente meraviglioso e perfetto, non c’è molto altro da aggiungere. Il cielo azzurro e la luce solare rendono finalmente quei colori che in questi giorni non eravamo ancora riusciti a vedere. Il mare è una tavola e Stefania ne approfitta per fare subito una nuotata, purtroppo da sola: mi piange il cuore dovermi accontentare di riprenderla mentre io sono immobilizzato con il mio piede fasciato! Tutta la situazione (a parte l’infortunio) mi ricorda fortemente il giorno in cui in Thailandia, esattamente un anno fa, siamo andati nell’isola deserta di Koh Phoda: anche là sabbia bianchissima, pace divina, tante palme e mare piatto, anche se non così cristallino come questo delle Maldive, bisogna ammetterlo.
Faccio conoscenza con una ragazza italiana, che mi chiede di scattarle una foto col suo ragazzo greco. Si sono sposati e sono in viaggio di nozze. Alloggiano a Paradise Island e anche loro si sono trovati benissimo. Appena sento il prezzo che hanno pagato per una settimana in mezza pensione mi vengono i brividi: praticamente quanto noi, per lo stesso pacchetto di due settimane Sri Lanka- Maldive in pensione completa!!! Me ne guardo bene ovviamente dal dirlo per non rovinarle il viaggio di nozze…
Dopo un po’ di relax al sole facciamo una passeggiata (per me dolorosa!) attraversando in lungo e largo l’isola, scoprendo che è effettivamente molto più piccola di Bandos. Ci sono alte palme ovunque e diverse costruzioni usate per le feste e i banchetti che organizzano da diversi resort nelle isole vicine, a partire dal nostro che propone pesca e cena sul posto. La parte nord di Kuda Bandos, da cui si vede perfettamente Bandos, risulta essere meno attraente comunque di quella meridionale, dove la spiaggia è migliore e più grande.
Pare non esserci più nessuno: gli altri turisti sono andati via prima, e giriamo per questo bellissimo paradiso del tutto indisturbati! Il sole inizia a calare velocemente, e dopo aver preso gli ultimi raggi abbronzanti prima dell’arrivo dell’ombra delle alte palme, torniamo al molo ad aspettare il nostro dhoni. Scopriamo così che in realtà non eravamo proprio soli: c’era anche un’altra coppia di turisti. Quattro persone in tutta l’isola!
Lasciamo malinconicamente Kuda Bandos e rientriamo giusto in tempo per goderci il nostro ultimo spettacolare tramonto alle Maldive, dato che domani si torna a casa. Iniziamo a preparare qualcosa nelle valigie, andiamo a cena e poi ci dedichiamo agli ultimi (e stavolta davvero gli ultimi!) regalini da portare a casa: due splendidi e colorati parei per Stefania, ed una cornice fotografica in legno con i pesciolini tropicali, più il poster mitico di Bandos vista dall’alto per me!
Passiamo anche alla reception a fare il check-out, e prima di andare a letto diamo appuntamento ad Ambrogio per alzarci domani mattina presto a mettere in atto il nostro ultimo snorkelling.

5/11/2003 – Ultimo snorkelling. Viaggio di rientro.
Ci troviamo io e Stefania alle 7:00, puntuali come le altre mattine, di fronte al diving con Ambrogio. Optiamo per una nuotata tranquilla fino al passaggio della camera 191, per concludere in bellezza alle Maldive. Per fortuna il piede non mi fa male in acqua e riesco a nuotare tranquillamente, anzi, mi muovo molto meglio che sulla terra ferma.
Stamattina è una giornata parecchio attiva nel mondo sottomarino: ci passa sotto gli occhi di tutto e di più, compresi numerosi squali. Non riesco ancora a credere che fra qualche ora dovrò abbandonare questo fantastico paradiso sommerso, così vitale e colorato, che ha rappresentato per me un’esperienza sconvolgente.
Mi accorgo che la mia capacità visiva e di concentrazione nello snorkelling è aumentata notevolmente, passando dalle primordiali adrenaliniche emozioni della vista della barriera corallina, ad una più attenta e accurata ricerca dei particolari e delle forme di vita.
Stavolta, le assolute novità si incarnano in un magnifico esemplare di polpo e nella possente aquila di mare. Il primo lo scovo mimetizzato perfettamente tra i coralli e rimango ad osservarlo per parecchio tempo, mentre cambia clamorosamente forma e colori all’istante spostandosi lentamente sul fondo. La seconda mi arriva incontro alla profondità di circa cinque metri e riesco a seguirla solo per un breve tratto. Con un apertura alare di un paio di metri, inquietante nella sua enorme testa che la distingue facilmente dalle altre specie simili (tipo razza e manta), la sua eleganza e possanza nel muoversi la rendono davvero temibile, nonostante alla fin dei conti non sia certo tra i pesci più pericolosi. Raggiungo Ambrogio e Stefania, che erano più avanti rispetto a me, e scopro con piacere che l’hanno vista anche loro. Stefania è rimasta proprio scioccata da quel gigantesco essere!
Finito lo snorkelling andiamo a fare colazione, poi torniamo in stanza a chiudere le valigie. Il brutto tempo, persino oggi che dobbiamo andare via, non si risparmia e ci scoraggia dall’andare in spiaggia. A mezzogiorno lasciamo la stanza e andiamo a pranzare, poi facciamo un bel giro di tutta l’isola, nonostante i vestiti addosso facciano parecchio caldo. Non possiamo lasciare Bandos senza rivederla tutta almeno una volta! Scatto le mie ultime foto e alle 14:00, impietosamente, la nostra imbarcazione ci aspetta per accompagnarci all’aeroporto.
Lo stacco dall’isola sembra davvero una tragedia, e poco ci manca che non cadano le lacrime: cosa che non è avvenuta nemmeno per lo Sri Lanka. Tanti pensieri, come alla fine di ogni viaggio, passano per la testa, ma una cosa in questi casi è sempre certa: la profonda voglia e convinzione di fare di tutto per poter tornare!
Alle 16:45 parte il nostro volo da Male per Milano. Inizia il calvario di un altro lungo giorno di rientro. Dal finestrino osservo esterrefatto una delle tante isole delle Maldive circondate dalla barriera corallina, cosa che non ho potuto fare all’andata: è pazzesco vederle da questa altezza! Durante le prime ore mi guardo gli ultimi film del momento: “La leggenda degli uomini straordinari” e “Charlie’s Angels – Full Throttle”, e poi mi lascio andare ad un sonno profondo.
Alle 21:45 atterriamo a Malpensa, con sei ore di fuso in meno. Salutiamo calorosamente i nostri affiatati compagni, con cui abbiamo legato in una maniera davvero inaspettata, con la promessa di sentirci presto tramite email o telefono.
A questo punto dobbiamo trasferirci dal terminal 2 dei voli internazionali a terminal 1 di quelli nazionali, per passare la notte là in attesa del nostro volo per Cagliari. La cosa si rivela tutt’altro che facile, soprattutto per la stanchezza e il nervosismo di essere tornati a casa. Non vedendo la fermata della navetta che fa spola tra i due terminal, proviamo invano a fare un pezzo a piedi, ma rendendoci conto delle distanze troppo lunghe e delle indicazioni per niente chiare rientriamo dopo un po’ indietro. Troviamo dunque la fermata ed aspettiamo la navetta, che finalmente ci porta al famigerato terminal 1. E’ mezzanotte passata ed il pensiero di dover rimanere qui undici ore non è per niente piacevole….

6/11/2004 – Rientro a Cagliari.
Dopo una nottata non proprio da ricordare sulle poltroncine di Malpensa, facciamo colazione al bar un paio di volte in attesa del nostro volo per Cagliari. Finalmente, alle 11:10, lasciamo anche Milano e atterriamo dopo appena un’ora nella nostra amata Sardegna. Le nostre mamme vengono a prenderci all’aeroporto, trovandoci bene ed abbronzati come giustamente ci si aspetta quando si va in vacanza al mare.
Un altro viaggio memorabile è archiviato nelle nostre foto, nei miei filmini, e soprattutto in una speciale parte tra il cuore e la mente, pronta ad essere rievocata per dare emozioni indescrivibili. Grazie di esistere Sri Lanka e Maldive, speriamo di rivederci un giorno!!!

Ivan Sgualdini
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