Messico e Guatemala

Racconto di viaggio in Guatemala

Con Città del Messico è un po’ un appuntamento al buio. Quando il nostro volo Iberia tocca terra, infatti sono ormai le 22: l’aeroporto è mezzo chiuso, le pratiche doganali ancora da sbrigare e nella mente la divertente prospettiva di doverci trovare un albergo in nottata, nella ridente capitale mondiale del crimine. Non è che io e Vivi siamo prevenuti. Ci affidiamo alle guide turistiche tascabili che portiamo con noi ad ogni viaggio. E, nello specifico, la Guida Routard ci avverte che a Città del Messico c’è un mezzo di trasporto giusto per ogni ora: la metropolitana è sicura di giorno, la sera meglio i taxi verdi tipo maggiolino, di notte bisogna evitare pure i taxi verdi e ripiegare sui Sito.

Ragioni di sicurezza. Pensate che, qualche giorno dopo il nostro rientro in Italia, ho appreso dai giornali di una banda di rapinatori sgominata dalla polizia messicana: attendevano i turisti all’aereoporto di Città del Messico, travestiti da tassisti (!!!), dopodichè li portavano in qualche luogo tranquillo per alleggerirli di tutta quella inutile paccottiglia che di solito si tiene nei portafogli… Per fortuna il servizio dei taxi ufficiali dall’aereoporto funziona bene: si paga una cifra prestabilita al botteghino (88 pesos) e ci si infila in un taxi con un bello stemma ufficiale dell’aeroporto sulla fiancata (un aereo nero su sfondo giallo). Ci facciamo portare in “centrissimo”, all’albergo che avevo prenotato per e-mail, l’Hotel Principal…magari mi hanno tenuto la prenotazione (ah, ah!). Ma Città del Messico di notte mette i brividi: il coprifuoco parte alle 19.00, dopodichè chi è in giro per strada o è un delinquente, o è un vigilantes (i cui volti non sono comunque rassicuranti), o è un turista appena sceso da un volo Iberia in ritardo, con un ricco fardello sulle spalle che strizza l’occhio a tutti i ladri. Vabbeh, il nostro piano è il seguente: arrivati all’hotel io schizzo dentro e vedo se hanno posto, Vivi scarica i bagagli assieme al tassista e lo tiene fermo li’, che nel caso ci facciamo portare da un’altra parte. Ok. Arriviamo all’hotel: il tempo di varcare la soglia e il tassista ci ha già scaraventato fuori i bagagli e si è dileguato nella umida notte messicana. Per fortuna all’hotel ci danno una stanza ( della mia prenotazione nessuno sapeva nulla…). Squallida quanto basta, ma tanto domani alle 7.30 abbiamo il volo per Tuxtla Gutierrez!

San Cristobal de las Casas

Il volo della Mexicana ci scarica a Tuxtla Gutierrez. All’aeroporto c’è la coda per il taxi: una signora, in fila, ci domanda da dove veniamo, poi, gentilissima, si adopera per farci imbarcare sul primo taxi. Ai messicani piacciono gli italiani, per cui non è una cattiva idea provare a parlare spagnolo, o tutt’al più italiano, evitando l’inglese che è la lingua dei poco apprezzati gringos (gli americani, che in america latina sono un po’ malvisti e accusati di imperialismo economico). Ci facciamo scaricare alla stazione degli autobus di prima classe, da dove partiamo per San Cristobal: un paio di ore, su un autobus molto comodo, con aria condizionata e tv. San Cristobal è un posto decisamente simpatico, con le sue cattedrali coloratissime (meglio fuori che dentro, ad ogni modo), i suoi locali e i suoi alberghetti con deliziosi cortili interni. Noi ci fermiamo all’Hotel San Cristobal, proprio sulla via principale, dove al prezzo di 320 pesos a notte ci danno una camera molto carina, arredata con gusto, con due letti matrimoniali e uno singolo finestra e bagno con doccia. Molto bello. Il rovescio della medaglia è che, a pranzo e a cena, il ristorante dell’albergo ospita suonatori di Marimba, lo strumento tipico della regione (una specie di gigantesco Xilofono di legno, che suonano in due persone). Insomma, se vi svegliate presto la mattina, camminate tutto il giorno e la sera volete andare a dormire presto, sappiate che la Marimba non da tregua sino alle 22.30. Il che, per come di solito siamo combinati quando viaggiamo, vuol dire notte fonda! Il primo giorno facciamo visita al celebrato Canyon del Sumidero: una gita interessante, a bordo di velocissime lance su un tragitto di 2 ore circa, che vi farà vedere bellezze paesaggistiche (il canyon è rappresentato sullo stemma del Chiapas) e faunistiche (mira el coccodrillo!). Per il giorno seguente, la nostra intenzione era quella di unirci al tour della celebre Mercedes (vedi guida Lonely Planet): dietro al nome da pornodiva si cela una vera discendente del popolo maya, che con il suo ombrellino colorato da appuntamento ai gruppi di turisti ogni mattina alle 9, sulla piazza principale, per condurli in visita ai villaggi dei maya Tzotzil di Chamula e Zinacantan. Ma alle 18.00 Viviana è squassata da un dubbio: e metti che questa domani non c’è? Metti che ha un attacco di dissenteria e non si presenta, che facciamo? Ci salta la visita ai villaggetti, visto che il giorno dopo dobbiamo andar via. Alla fine decidiamo di optare per la via più sicura, un tour con un’agenzia, che ci dà appuntamento il giorno seguente alle 9.20 per pagare (con partenza alle 9.30). Gli sviluppi sono da brivido. Il giorno seguente, infatti, dopo una pantagruelica colazione all’ottima Casa del Pan, ci ritroviamo alle 9.00 in giro per San Cristobal. Abbiamo 20 minuti, che si fa? Decidiamo di fare una puntatina in piazza per vedere se la mitica Mercedes esiste o è una leggenda metropolitana. Esiste, porca paletta! E’ li, con il suo ombrellino colorato che già arringa una piccola folla di 8-10 turisti zainati. Appena arrivo mi invita ad avvicinarmi e mi chiede con gentilezza se sono interessato al giro. Capperi, il suo inglese si capisce a meraviglia e io e Vivi siamo dilaniati dalla voglia di andarcene con lei, leggenda vivente, piuttosto che con l’anonimo gruppo dell’agenzia. Alla fine, però, ci sentiamo ambasciatori del nostro paese all’estero, e decidiamo che non vogliamo fare la figura degli italiani che tirano il bidone. Lasciamo il nostro cuore da Mercedes e ci avviamo mestamente verso l’agenzia. Sono le 9.20, quando arriviamo. Sorpresa delle sorprese: l’agenzia è chiusa, non c’è nessuno fuori ad aspettare, nemmeno un turista. Gocciolina di sudore. Aspettiamo le 9.29, non si muove una paglia. Ci hanno tirato un bidone clamoroso! Sacripante, il sarcasmo del destino a volte è devastante! Ripercorriamo a ritroso Real de Guadalupe finchè non vediamo un minivan fermo davanti a un’agenzia: “andate ai villaggi Tzotzil?”, chiedo speranzoso. Affermativo, il tour parte in un paio di minuti e ci sono due posti liberi. Un’oasi verde nel deserto della sfiga! Le cose vanno di bene in meglio: la nostra guida, infatti, è il simpatico Alejandro, un tipo che ha davvero a cuore la storia dei maya Tzotzil, e che conosce praticamente 6 o 7 lingue, compreso l’italiano. Resto affascinato dalla storia della croce maya, un simbolo che esisteva in queste regioni ben prima dell’arrivo degli spagnoli, e dal fatto che, per questa gente, ognuno ha un animale guida, che vive in una dimensione parallela, da cui dipende la propria salute spirituale (i ricchi hanno animali guida come il giaguaro o il puma, mentre per i poveri ci sono il topo, la puzzola, lo scoiattolo…). Quando una persona ha un raffreddore, un mal di testa o un mal di denti, gli Tzotzil credono che sia un male inerente la sfera fisica, per cui accettano di farsi curare da un medico tradizionale, e di ingollare un paio di aspirine. Quando però il male è qualcosa di più grave, di più profondo, allora gli Tzotzil ritengono che ad essere affetta sia la sfera spirituale, per cui, con loro immenso sollazzo, possono rivolgersi allo sciamano locale, che tasterà loro il polso e individuerà, di solito, un qualche guaio capitato al loro animale guida. Per curare il male, bisogna curare l’animale guida. E come si fa a curare un animale che vive su un’altra dimensione, vi starete chiedendo? Semplice, con un rito sciamanico: un tempo si usava il sangue umano, adesso ci si accontenta di tirare il collo a qualche pollo, tra un’astrusa cantilena e l’altra. Nella chiesa di Chamula abbiamo avuto la fortuna di assistere a un rito sciamanico, (non ci siamo avvicinati troppo, per non disturbare, ma abbiamo visto una bambina con la sua gallina, con la sciamana che a un certo punto prendeva la gallina e le tirava il collo…cose belle), oltre che alle preghiere a base di candele e rutti. Già, Alejandro ci ha spiegato che, per gli Tzotzil, si entra in comunicazione con il divino soltanto producendo energia: il fuoco delle candele è una forma di energia; anche le lacrime sono considerate una forma di energia; e anche i rutti, ed è per questo che a Chamula si prega in ginocchio, davanti a un tappeto di candele accese, con una bella bibita gassata al fianco! Esperienza memorabile. Torniamo a San Cristobal e andiamo a nanna presto, poiché l’indomani dobbiamo partire per Palenque. Purtroppo la serata è allietata da una rumorosa comitiva di francesi, che ci danno dentro fino a notte fonda, ubriacandosi di brutto e cantando a squarciagola accompagnati dai suonatori di Marimba (non gli pareva vero di trovare dei francesi ubriachi che mostravano di apprezzare le loro scombinate sonorità!). “Un, dos, tres…Tequila!” oppure “E glu, e glu, e glu”, e così andando per ore e ore. A un certo punto, nel dormiveglia, mi scopro a fare i seguenti calcoli: se prendo quella busta di calzini sporchi e ci faccio un gavettone, riuscirò a richiudere la porta della stanza prima che avvenga l’impatto sul tavolo dei francesi? In realtà ero combattuto se fargli un gavettone o unirmi a loro. Scelsi la terza soluzione, mi addormentai.

Da San Cristobal a Palenque…con pernottamento in ospedale!

La mattina seguente sento che c’è qualcosa che non va. Mi sembra di avere la febbre, e scopro con orrore che, tra i 700 medicinali che ci siamo portati, non figura il termometro. La mia ragazza mi tocca la fronte e dice che sto benone. Sarà… Chiamiamo un taxi e ci facciamo portare alla stazione degli autobus: abbiamo due posti prenotati su un autobus di prima classe per Palenque. Prima della partenza faccio un salto in bagno a vomitare. Poi inizia il viaggio più allucinante della storia: in 2 ore e mezzo vado a vomitare ben 6 volte…e per fortuna che sull’autobus c’era il bagno. Quando ci fermiamo per la sosta di metà percorso, a Ocosingo, le orecchie mi fischiano, e sento la mia voce provenire da altri pianeti. Il sole è devastante, specie dopo l’aria condizionata dell’autobus. Mi butto per terra da qualche parte e chiedo a Viviana di andarmi a prendere dell’acqua fresca: un ineffabile turista spagnolo mi osserva e sentenzia: “Ma mi spieghi come conti di arrivare in Guatemala ridotto in queste condizioni”. Se avessi avuto la forza di rispondergli, la mia risposta sarebbe stata un calcione sui testicoli. In realtà, sentii da lontano la mia voce proferire due parole, l’una più inequivocabile dell’altra: “Dottore” e “Ospedale”. Con l’aiuto di Anna, una gentilissima barista della stazione, vengo issato su un taxi che mi porta al più vicino ospedale (si fa per dire, è l’unico nel raggio di chilometri!). La barista cerca i medici, spiega la situazione e si ostina a voler pagare pure il taxi. Io, intanto, sono ai limiti del collasso, ma l’aria fresca dell’ospedale, i camici bianchi e l’odore di pulito mi mettono addosso una strana euforia, come se fossi ubriaco. Mentre i medici iniziano a praticarmi una serie infinita di flebo, mi produco in una serie di cazzate nel mio spagnolo approssimativo (del tipo “ahi, me siento un poquito rincojonido”), e sento i medici e gli infermieri che si squassano dalle risate. Arriva il primario, e l’infermiera mi dice con orgoglio che parla un po’ di italiano. Il primario si schermisce: dice che conosce qualche parola perché ascolta Eros Ramazzotti, e io mi faccio una grassa risata e gli dico senza molto tatto che in Italia Eros lo sentono le ragazzine! Dopo tre ore di flebo mi sento meglio, anche se la mia pancia cominci a dare segni inequivocabili che la maledizione di Montezuma si è abbattuta su di me. Il primario ci spiega che, se vogliamo, possiamo restare per la notte, anche se dobbiamo provvedere da noi a prendere da mangiare, visto che l’ospedale non ha il servizio cucina. Poco male, tanto non trattengo nulla, quindi è inutile che mangi. Intanto sono le 18.00, e Viviana decide di tor