Il Danubio in bicicletta

Racconto di viaggio in Austria

Seguire il Danubio nella parte austriaca del suo percorso è un’idea nata quasi per scherzo, una frase buttata li tra amici che ha cominciato a crescere e concretizzarsi.
E’ stato “DANUBIO” di Claudio Magris che ci ha spinti a prendere la bicicletta e pedalare per 330 km da PASSAU a VIENNA.
Niente di sovrumano intendiamoci se paragonato ai grandi tours dei ciclisti collaudati, ai dislivelli superati dai mountainbikers, o semplicemente ai bambini incontrati lungo la pista o agli svariati genitori-ciclisti che oltre al “normale” carico personale trainavano appositi carrellini per il trasporto dei figli. Ma noi, pur essendo appassionati di bicicletta e usandola quotidianamente, non eravamo molto preparati, nel senso che le nostre esperienze erano di giri fatti in giornata con poco bagaglio e non sapevamo che risultati avrebbe dato lo stare seduti per ore, per più giorni consecutivi, su una bicicletta carica anche di tenda e sacco a pelo e pedalare fino alla prossima meta.

PASSAU

Ma, le tappe calibrate sulle nostre possibilità, l’ottimo stato della pista ciclabile – asfaltata per il 90% e pressoché piana – le bellezze paesaggistiche e storico-artistiche hanno fatto si che giorno dopo giorno rosicchiassimo quella cinquantina di chilometri necessaria per arrivare a Vienna in sei giorni, con una grande soddisfazione e appagamento sia fisico che turistico e culturale.
Il tragitto è molto classico ed è considerato “la madre” delle piste ciclabili. Questa fama attira un fiume di ciclisti che partono da PASSAU, una bella città tedesca a 4 km dal confine con l’Austria e alla confluenza di tre fiumi: INN, ILZ e DONAU/DANUBIO. Le loro acque sono diverse, più terso l’Inn, limaccioso il Danubio e l’Ilz, che scorre in una zona torbosa, è color caffè. Quando le loro acque si incontrano i tre colori faticano a fondersi e per parecchie centinaia di metri le tre scie sono distinguibili ma alla fine tutto diventa un grande biscione liquido.
La bella PASSAU fu sede di potenti vescovi-principi che dominavano fino al patriarcato di Aquileia. La sua importanza storica e la relativa ricchezza sono ben visibili: fortezze, chiese e palazzi ne fanno una delle città più interessanti della Baviera. Detiene anche un record, nella Cattedrale c’è l’organo più grande del mondo: 17.974 canne, con una potenza sonora da far vibrare il cielo. Splendida è la vista dall’alto del Veste Oberhaus, il palazzo dei vescovi-principi, da dove ci lanciamo in una bella discesa per partire per la prima tappa. Partiamo alla grande. La temperatura è buona e c’è il sole.

Il Danubio, che è lungo più di 2600 km, a Passau già a circa 600 km dalla sua fonte e la sua ampiezza è già considerevole, ma in questo tratto il territorio è montagnoso e il fiume è compresso nelle strettoie della vallata e, ostacolato dalla durezza delle rocce, è stato costretto a trovarsi una strada tortuosa con spettacolari giravolte a collo d’oca. Nei primi due giorni corriamo fianco a fianco con il fiume, quasi a pelo d’acqua, circondati da rigogliosi boschi misti.

Ai bordi della pista decorative siepi di sconosciuti fiori rosa. Siamo incuriositi da alcuni tronchi rosicchiati con regolarità, più tardi scopriremo che nell’area ci sono i castori. Rari pescatori, nessun rumore, cinguettii e voli di uccelli. Avvistiamo anche qualche capriolo, scoiattoli, rapaci, molti cigni e anatre. Ogni tanto sulla cima di un monte appare qualche rudere di castello o un villaggio medievale.
Tra una sosta ed una pedalata continuiamo a superare e ad essere superati dagli stessi ciclisti, tanto che alla fine con qualcuno si fa anche amicizia.
Il tempo è peggiorato e fa freddo, siamo inseguiti da grandi nuvoloni che si addensano e a tratti piove, ma fortunatamente ogni volta siamo in grado di ripararci sotto ponti o pensiline. Scrosci di poca durata, vento e in breve esce il sole tra spettacolari voli di rondini, turbinii di nubi, luci, nebbie, arcobaleni e cieli stellati.

Per necessità dovute all’itinerario e alle visite ai centri che si incontrano lungo il percorso ogni tanto si deve passare sull’altra sponda, lo si fa con piccoli traghetti che, se sono ancorati sull’altra riva, arrivano su chiamata per mezzo di una campanella che si suona festosamente.

La traversata dura poco ma è sufficiente per rendersi conto della fortissima corrente, tanto che le piccole imbarcazioni compiono un semicerchio prima di approdare. Nonostante la decina di dighe che regolano il fiume l’acqua corre sempre, liscia e veloce, fluisce impassibile e potente con la determinazione delle grandi forze della natura e, quando succede, devastante. Spesso troveremo sui muri delle case le indicazioni delle alluvioni, un segno e un anno, sono i livelli raggiunti dal fiume in occasione delle piene più impressionanti, la più spaventosa nel 1554 con 7/8 metri di acqua, la più recente nell’Agosto del 2002 con 4 metri di acqua. Il fiume non ha colpe – semmai siamo noi che costruiamo dove non dovremmo – anzi è un fiume docile e servizievole. Ogni giorno viene percorso avanti e indietro da decine di piccole e grandi imbarcazioni per il trasporto di persone, in alcuni casi veri e propri battelli da crociera. Sorprendenti sono anche i convogli di enormi chiatte, alcune sembrano sul punto di affondare tanto sono cariche, trasportano di tutto compresi camion e containers.

LINZ

Arriviamo a LINZ una grande città industriale, con un notevole traffico, contornata da industrie e ciminiere, ma con un bel centro storico e con una periferia ricca di zone verdi per lo svago ed il tempo libero. Pioviggina ma qui, come dappertutto, la gente passeggia, corre, si muove, cioè fa quello che deve fare, senza badare a che tempo fa.
Dopo vari chilometri in cui sembra di essere a Porto Marghera , tutto torna ad essere solitario, ricominciano i boschi, le rive fiorite e i paesini con le belle case affacciate sull’acqua.

A interrompere bruscamente tutto questo idilliaco scorrere di dolci e rilassanti paesaggi arriva Mauthausen. Un pugno allo stomaco. Un luogo che non dovrebbe esistere. Un luogo che non volevo ma che dovevo visitare. Si è detto, visto, letto tanto sui campi di concentramento ma una visita con i propri occhi e con le proprie emozioni è così forte da diventare insostenibile. Si comincia con i numeri degli uomini e donne assassinati qui, 125.966, come indica una dettagliata e tragica tabella sul muro del lager, di 17 nazionalità più gli apolidi, ai primi posti russi, polacchi, ungheresi, iugoslavi, francesi, spagnoli, italiani. Oltrepassata la 2a porta si entra nel grande cortile dove venivano fatte le adunate che potevano durare ore, in piedi, con qualsiasi tempo, a volte nudi. Un’umanità inerme, privata di ogni dignità, era sottomessa agli spasmi mentali di chi – pazzo di potere e di un folle senso del dovere – infieriva metodicamente su persone prive di qualsiasi possibilità di difesa.
La visita comincia dalle baracche, quelle adibite ad alloggio tutte in legno, apparentemente confortevoli, ma dove anche i letti, corti e ammassati, erano sacrificali; quelle delle docce gelate per eliminare i più deboli; quelle delle esecuzioni per impiccagione, sparo alla nuca, camere a gas o forni crematori. Una notevole quantità di foto e documenti illustra la tragedia compiuta in quei luoghi. Ad un certo punto la rabbia prende il sopravvento sull’angoscia perché tutto era scritto solamente in tedesco, quasi a voler circoscrivere la comprensione solo a chi conosce quella lingua e, se le immagini non hanno bisogno di commenti, per altri tipi di testimonianze una traduzione mi sembra necessaria e doverosa dal momento che quel dramma ha coinvolto cittadini di tutta l’Europa. Unico elemento di serenità e riscatto per le vittime: nella zona dove venivano buttate le ceneri ora c’è un boschetto molto rigoglioso.
Uscire dal lager è stato un enorme sollievo, ma l’effetto Mauthausen è durato un bel pezzo, con uno strascico di brutti pensieri, tanto che per un po’ incontrando una persona anziana mi chiedevo se per caso non fosse stata una di loro e dietro quell’aria semplice e tranquilla un tempo non ci fosse stato un automa sanguinario. Come sia possibile indurre un numero così elevato di persone normali a diventare spaventosi carnefici è difficile immaginarlo, ma sembra basti poco, e che possa accadere in qualsiasi epoca è storia recentissima. Che sia perché l’uomo ricomincia sempre da capo ogni volta che nasce? e perché, che le vicende degli altri in fin dei conti sono sempre altre storie?
Con queste pessimistiche considerazioni ritorniamo al nostro possente Danubio che scorre imperturbabile, ma quando sarà blu? La sua acqua è sempre torbida, di colore mutevole e indefinibile: marroncina, grigio piombo o argentea, verdognola o lilla, sericea di giorno o nera e densa di notte, ma, per ora almeno, mai blu. Vedremo più avanti.

Nel nostro andare infiliamo una dietro l’altra una serie di perle: MITTERKINCHER con il Museo all’aperto di un primitivo insediamento celtico, GREIN e il suo bel centro storico, le abbazie di MELK e ST. FLORIAN enormi e sfarzose come regge, i su e giù tra le colline della WACHAU la zona dove si producono 140 differenti tipi di vino e KREMS con le sue chiese e il mercatino di piccoli produttori che vendono squisite grappe di frutta, formaggi e fiori o le case con la storia e le opere di due famosi pittori: Kokoschka e Egon Schiele.
Lasciato ogni centro e finita ogni visita torniamo fedelmente al nostro fiume e un giorno capita che la riva più accessibile e il caldo, finalmente, ci faccia desiderare di toccarla quest’acqua, allora via le scarpe e splasch.
Poi via tra fiori e farfalle, sospinti da un venticello amico, a pedalare su argini aperti e soleggiati che sembrano inadeguati a contenere tanta acqua. Siamo arrivati alla zona pianeggiante e, incredibilmente, anche un po’ arida, la vegetazione ha sete si vede chiaramente e la terra è molto secca. Il fiume scorre sempre più vasto, ancora affiancato da ampie fasce boscose e più in la da campi coltivati a mais, fieno, barbabietole, girasoli, frutta.
Sarà un’impressione ma ci sembra che l’acqua stia diventando un po’ più blu, sarà perché stiamo per arrivare a Vienna?

La città di sabato mattina è semideserta. Se per muoverci il traffico non è un problema, lo è invece la segnaletica per i ciclisti che non da nessuna indicazione per la stazione del treno da dove dovremmo partire per iniziare il rientro. Abbiamo finalmente trovato una pecca nella tanto efficiente organizzazione cicloviaria austriaca. Ma non tutto il male viene per nuocere, se capita di perdere il treno ci si può gustosamente consolare con una gigantesca fetta di Sacher-Torte, con la panna, mi raccomando!

Buono a sapersi
Quando: ideale la stagione estiva, ma presumo bello anche l’autunno per il colore dei boschi.
Mezzo: city-bike o mountain-bike, comunque la bici deve avere i cambi, essere robusta, dotata di portapacchi e borse, fanale, obbligatorio il campanello.
Il percorso è ben segnalato con appositi cartelli e segnaletica adeguata, in buona parte su pista ciclabile o su stradine pochissimo trafficate, solo nei pressi delle città si viaggia a fianco di strade con notevole traffico
Tempi e distanze: da programmare in base alle proprie capacità e interessi di visita
Alloggi: ottima disponibilità di B&B, campeggi e alberghi
Come arrivare:
in treno buona disponibilità di treni dotati di vagoni portabici.
In auto fino a Passau: Autostrada (Venezia-Udine-Villach-Salisburgo) e poi per strada normale fino a Passau. In Austria le autostrade non hanno caselli ma per usarle bisogna acquistare la “Vignette” un adesivo da affiggere al vetro anteriore.
Guida: “Ciclovia del Danubio. Da Passau a Vienna” di Alberto Fiorin – Edicicloeditore