Vienna e un salto a Bratislava

Racconto di viaggio in Austria

Cari lettori…

Non è mai facile raccontare qualcosa che non ha suscitato grandi emozioni. Se lo facessi ne uscirebbe una storia poco coinvolgente, forse addirittura noiosa. E rischierei di perdere anche quei tre o quattro lettori che ogni tanto sono così gentili da dedicare qualche minuto del loro preziosissimo tempo alla lettura dei miei inutili racconti di viaggio. Voglio correre questo rischio. Voglio provare a raccontare Vienna. Una Vienna, lo confesso, che non mi ha emozionato. Ma voglio lanciare una sfida a me stesso: raccontare una città che non mi ha emozionato e riuscire comunque a far venir voglia di vederla a quei pochi, fra i miei lettori, che non ci sono mai stati. Compito difficile… Come posso fare? Potrei raccontare qualche bugia… Potrei tralasciare alcune cose… Ingigantirne altre… O forse potrebbe essere sufficiente raccontare solo la verità. Ho degli amici che hanno visto Vienna e ne sono tornati innamorati… Cari lettori, vi racconto il mio viaggio. Poi voi mi direte se vi è venuta voglia di partire.

Otto aprile. Sera.

Viaggio in aereo da Milano, brevissimo e confortevole… Balle! Un aereo piccolo, un decollo da luna-park, un sobbalzare continuo per un’ora, un atterraggio da bunging-jumping! Non ci vado più su questi trabiccoli. Giuro. Atterriamo poco dopo le nove di sera, ritiriamo i bagagli e usciamo dall’aeroporto. Decidiamo di andare all’albergo con i mezzi pubblici, prima il treno veloce e poi la metropolitana. La guida verde del Touring (la bibbia del turista intellettuale di una volta) scrive che i trasporti pubblici di Vienna sono efficienti e veloci. Treno veloce? Ma cosa intendono con il termine “veloce”? Arriviamo all’albergo a notte fonda (ma dai, sto scherzando…), stanchissimi. Un consiglio: quando arrivate all’aeroporto di Vienna, non date retta alla guida del Touring e fate quello che vi pare! Anzi, vi consiglio di farvi portare all’albergo da un taxi, invece del treno veloce… In albergo, finalmente. Una doccia e poi subito a letto.

Nove aprile. Mattino.

Inizia il giro di questa città che, al ritorno, descriverò agli amici come una città senza cuore, senz’anima, un po’ fredda. Conviene dirlo subito anche ai lettori. Tolto il dente, tolto il male. Vienna è una città molto bella, con palazzi splendidi, ordinata, ampia, imponente, pulita, elegante, imperiale, ricca. E perfino a misura d’uomo. Ma senza cuore e senz’anima. Non è una città che suscita emozioni forti. Mi piace paragonarla a una fotomodella: perfetta nelle forme e nei dettagli, curata in ogni particolare; se si giudica una fotomodella solo con la ragione e non con il cuore, non si può che dire “splendida!” o addirittura “perfetta!”. E però difficilmente ci si innamora della perfezione; più facile essere travolti dalla passione per una ragazza assolutamente normale, meglio se carina e simpatica, magari anche con qualche difettuccio, ma con qualcosa di unico, magico e indescrivibile. Ecco, Vienna non è magica e indescrivibile. E’ semplicemente bella. Molto bella. Ora che mi sono tolto il peso di dirvi il mio giudizio, cari lettori, posso cominciare a descrivere la città. Ma ricordatevi che ho deciso di provare a convincervi a farci una visita e perciò a volte, per riuscire nel mio intento, potrei essere poco sincero…

Partiamo dalla Stephansplatz, la piazza centrale della città dove vediamo un bel duomo gotico con un incredibile tetto di piastrelle smaltate multicolori. Gironzolano alcune carrozze in “stile Asburgo” guidate da cocchieri vestiti da Mozart, sulle quali fanno il giro della città solo quei pochi turisti – soprattutto giapponesi e americani – ancora convinti che Vienna sia una città del 1700. Credo che provare a spiegarlo a giapponesi e americani sia assolutamente inutile, e tuttavia, a scanso di equivoci, bisogna che almeno i miei lettori sappiano che anche a Vienna siamo nel 2004 e che i viennesi usano la metropolitana, vanno in ufficio in giacca scura e cravatta a pois, usano con disinvoltura il telefonino. Proprio come noi.

Gironzoliamo per la Kernternstrasse e il Graben, guardiamo le vetrine di alcuni negozi alla moda, di alcune splendide pasticcerie di fine Ottocento, e di molte gelaterie con le insegne in italiano. Ovviamente guardiamo anche le solite banalissime cose che i turisti affamati di cultura come noi non possono evitare: chiese, palazzi, piazze, fontane, monumenti, statue… Vienna è il trionfo del barocco. Un barocco più sobrio e meno ridondante di quello italiano. Per chi non sa cosa sia il barocco, non voglio dilungarmi inutilmente; consiglio la lettura di un buon libro di storia dell’arte. Entriamo nell’immenso palazzo imperiale dell’Hofburg, la residenza degli Asburgo dal 1283 al 1918, costituita da un vasto complesso di palazzi e giardini realizzati in epoche diverse. Usciamo e terminiamo la mattinata con una passeggiata fino all’Albertina e alla Staatsoper.

Pomeriggio.

Siamo sul Ring, che significa “anello”. Il Ring, ampio e maestoso, è un viale lungo sei chilometri che circonda il centro storico della città. Realizzato nel tardo Ottocento sulla demolizione delle fortificazioni medievali, è un perfetto esempio della smania di autocelebrazione degli Asburgo (ma dai…, che strano…), in questo caso di Francesco Giuseppe. Un amico che ha vissuto e lavorato per qualche anno a Vienna mi ha detto che il Ring è romanticissimo in autunno, quando il vento riempie i viali di foglie gialle e rosse. Abbiamo sbagliato tutto: siamo qui all’inizio della primavera, quando gli alberi sono ancora spelacchiati e senza una foglia!

Iniziamo la passeggiata. Vediamo il maestoso Kunsthistorisches Museum, uno dei grandi musei d’Europa, e il suo bellissimo giardino di siepi ordinate che formano figure geometriche, con Maria Teresa seduta lì in mezzo, imponente, minacciosa e materna allo stesso tempo. Arriviamo alla Rathaus, splendido e immenso palazzo gotico, sede del Municipio. Proseguiamo lungo il Ring e arriviamo davanti al Parlamento, il più bell’esempio di architettura neoclassica della città che, a causa dei lavori di ristrutturazione, è circondato da grandi pannelli di legno che ne rendono impossibile la vista! Per fortuna gli austriaci sono intelligenti ed hanno pensato bene di inserire nei pannelli di legno, ogni dieci metri, un buco piuttosto ampio da cui si può vedere il palazzo! Un grazie di cuore al Sindaco di Vienna per aver pensato a noi turisti! Proseguiamo fino all’Università poi torniamo verso il centro, dopo aver visto il palazzo dove per diversi anni soggiornò il grande Ludwig Van Beethoven. Emoziona pensare che passava di lì, sullo stesso porfido che stavamo calpestando noi; pensare che in quella casa lì davanti a noi ha composto alcune delle sue immense sinfonie… Emoziona pensare che a Vienna hanno vissuto Mozart, Chopin, Haydn, Schubert…

Andiamo avanti verso il centro ed arriviamo nella zona del Freyung, il cuore dello jugendstil (è il nome che i viennesi hanno dato allo stile “Liberty”). In uno dei tanti negozietti del quartiere compro un maialino (finto, naturalmente; di legno…) per la mia collezione; un particolare che probabilmente interesserà pochissimo ai miei lettori. Per oggi possiamo considerare concluso il giro della città. Secondo il programma della prestigiosa agenzia turistica “Luca Moretti World Tour”, ingiustamente non annoverata tra le migliori del mondo, è ora di rientrare in albergo, fare una doccia, riposare mezz’ora e tornare in centro per la cena.

Sera.

All’estero è obbligatorio (o per lo meno è consigliabile per chi vuole imparare qualcosa) assaggiare la cucina tipica locale. Entriamo in un bel ristorantino del centro, in una traversa del Graben, e ordiniamo il piatto tipico di Vienna per eccellenza: la Wiener Schnitzel mit Kartoffeln. Credo che tutti i miei lettori l’abbiano già mangiata decine di volte: è la cotoletta alla milanese! Del resto il Lombardo-Veneto è stato per un secolo di proprietà degli Asburgo che, tra tante altre cose, hanno portato a Milano la Wiener Schnitzel. Nel tentativo di imporla come piatto unico per tutto il regno, pare che Maria Teresa (ma non tutti gli storici sono d’accordo) avesse emanato un’ordinanza, senza riuscire però a ottenere alcun risultato, per vietare la cassoeula e il risotto giallo con i funghi nel Lombardo-Veneto! A parte gli scherzi, bisogna dire che la Wiener Schnitzel è un po’ diversa dalla milanese: è più larga (può raggiungere il metro quadrato…) e più alta (può arrivare fino a sette/otto centimetri…). E poi, diciamolo, mangiare a Vienna quella che in realtà è una semplice fetta di fesa passata nell’uovo e nel pan grattato, ha un fascino tutto suo! E’ come un cheese-burgher da McDonald’s: mangiarlo a Milano è una cosa, farlo a New York un’altra! Beviamo una birra. Inutile dire che quella austriaca è più pastosa e corposa di quella che siamo abituati a bere in Italia. Come dessert, questa sera lo strudel. Ormai lo si mangia in tutta Europa, ma vale quanto detto prima: a Vienna è tutta un’altra cosa…

Dieci aprile. Mattino.

Partiamo per la residenza di caccia degli Asburgo; la casetta di campagna dove andavano a rinfrescarsi in estate. Un castello con centinaia di stanze! Ora il castello di Schonbrunn è stato inglobato dalla città; ai tempi, fino a tutto il Settecento era fuori dai confini urbani, in mezzo a prati e boschi. Splendido il giardino interno. Centoventi ettari! Suggestivo il colpo d’occhio sulla collina con in cima la Gloriette. Da lì, altrettanto suggestiva la vista su Vienna. Dopo Schonbrunn riprendiamo la metropolitana fino a Karlsplatz dove c’è la splendida chiesa dedicata a San Carlo Borromeo, senza dubbio la migliore espressione del barocco viennese. Sempre in Karlsplatz è affascinante, retrò, un po’ kitsch, il padiglione di Otto Wagner, oggi stazione della metropolitana, perfetto esempio di jugendstil.

Ho già fatto decine di foto. E dopo ogni scatto sono sempre più soddisfatto e convinto di avere realizzato alcuni grandi capolavori che resteranno negli annali dell’arte fotografica e che saranno modelli di perfezione stilistica e creativa; fotografie che, come poche altre al mondo, sono capaci di trasmettere emozioni attraverso la magia con cui riesco a catturare la luce, i colori e le forme. Questo è quello che pensavo mentre passeggiavo per Vienna. Poi ho sviluppato i rullini, ho guardato le fotografie, ed ho pianto di dolore e di vergogna.

Pomeriggio.

Camminando verso il Belvedere, ci fermiamo a pranzare tardissimo, ma davvero bene, in un ristorante-paninoteca-birreria. Attraversiamo un quartiere dove si vedono numerosissime insegne e targhe in una lingua che non capisco bene (slava? dell’Est? sembra polacco…); ci sono tante bandierine bianche e rosse; nel giardino di una chiesa c’è una statua in bronzo a grandezza reale di Giovanni Paolo II°; passiamo davanti all’ambasciata di Polonia. Il mio raffinato intuito mi dice che siamo nel quartiere polacco… Entriamo nell’area del Belvedere; in basso l’Inferiore, poi, salendo lungo un bel parco, il Superiore. Il Belvedere era la residenza estiva del Principe Eugenio di Savoia, il generale che guidò le truppe viennesi (composte da armate polacche!) nella vittoria contro i Turchi che nel 1683 stavano pericolosamente assediando Vienna. Ora è la sede di un museo dove entriamo a vedere Gustav Klimt. Qui sono raccolte molte delle sue opere più importanti. Alcune di queste (Il Bacio, ad esempio, tanto per non essere anticonformisti…) ci tengono lì, incantati e stupiti, emozionati e affascinanti, quasi increduli, per venti minuti. Anche stavolta non credo valga la pena di dilungarmi sull’arte di Klimt; consiglio la lettura di un buon libro sull’argomento; e soprattutto consiglio di vederne dal vivo le opere…

Sera.

Gli Asburgo non hanno esportato a Milano tutti i piatti della cucina austriaca. Ad esempio i Tafelspitz se li sono tenuti per sé. Per fortuna! Dai, scherzavo; sono buonissimi. Il tafelspitz, piatto tipicissimo della cucine viennese, è una grossa fetta di manzo bollito, servita con una salsa a base di polpa di mela e rafano. Si mangia con un contorno di verdura, preferibilmente le patate (di nuovo…). Molto intrigante l’accostamento tra il dolciastro della mela ed il piccante-amaro del rafano. Beviamo anche stasera una birra austriaca e concludiamo con il dessert. Anzi, con il re dei dessert viennesi: la Sacher! Già assaggiata mille volte anche in Italia. Ma dopo cena in un ristorantino di Vienna è una romanticheria che non si dimenticherà più per tutta la vita…

Undici aprile. Giorno di Pasqua.

La capitale della Slovacchia è a sessanta chilometri da Vienna; un’oretta di treno. Probabilmente non mi verrà mai in mente, nel corso della mia – spero – lunga vita di viaggiatore, di fare un viaggio a Bratislava. Per questo credo che l’occasione buona per vederla sia proprio adesso che sono qui nei paraggi. Prendiamo un treno al mattino, alla Suedbahnof di Vienna. C’è un cielo coperto e scuro che sembra stia per cadere da un momento all’altro; c’è una pioggerella leggerissima e un po’ fastidiosa. Perfetto! Siamo già nel clima ideale per vedere Bratislava! Quel pesante grigiore brezneviano che sicuramente la renderà più affascinante…

Il primo impatto è quello con la stazione ferroviaria (in slovacco Hlavnà Stanica). Decadente. Vecchio stile. Gioiello della modernità e dell’efficienza comunista! Pareti scrostate, tabelloni rotti, un degrado ben evidente. Qui l’ultima manutenzione è stata fatta ai tempi di Kruscev! Temiamo seriamente che tra poco sbuchi un soldato dell’Armata Rossa e che ci arresti con l’accusa di essere spie al servizio del capitalismo occidentale! Il tempo, qui, è rimasto fermo a qualche anno fa…

Ci facciamo portare da un taxi fino al castello che sovrasta la città. I tassisti slovacchi non sanno una parola d’inglese. Non sarà un problema, visto che il mio inglese non ha un vocabolario molto più ricco del loro… Dal castello si può godere di un’emozionante vista sulla parte sud della città, con le ciminiere delle fabbriche e i palazzoni grigi e quadrati degli operai. Scendiamo a piedi verso il centro della città e arriviamo al duomo, dedicato a San Martino. La mia prima impressione è stata: “è grande come la chiesa parrocchiale di Colorina!”. Non tutti i miei lettori conoscono Colorina. Ve lo descrivo brevemente: piccolo paesino di montagna in mezzo alle Alpi, in Valtellina; ne sconsiglio vivamente la visita. Il centro della città (sto parlando di Bratislava ora, non di Colorina), così come la cattedrale di San Martino, è piccolo, raccolto, tranquillo. Ed è anche molto bello, molto curato e ordinato, con le facciate dei palazzi pulite e ridipinte. Belle piazze e piazzette; bei vicoletti dall’aria antica. C’è un clima caldo e accogliente. Gli slovacchi ci tengono a far vedere che finalmente sono usciti dal comunismo e sono entrati in Europa…

Pranziamo in un ristorante molto chic dove un cinquantenne nostro connazionale di Avellino, stufo di sentir parlare la moglie e i suoceri (ci ha confessato di non conoscere una sola parola di slovacco, ed è lì da un mese…) abbandona la sua comitiva e si siede al nostro tavolo, ben intenzionato a parlare con noi di uno degli argomenti preferiti dagli italiani: gli spaghetti e le fettuccine. Senza nulla togliere agli spaghetti, che adoro, è sicuramente più interessante la chiacchierata con sua moglie che, in un italiano quasi discreto, ci racconta storie del passato, quando l’Armata Rossa soffocò con i carri armati la Primavera di Praga, quando la polizia politica arrestava la gente senza alcun motivo, quando la sorella riuscì a fuggire in Svizzera e per vent’anni non si sono più viste né sentite. Passeggiamo per le strade del centro, lasciandoci trasportare dal nostro intuito di turisti esperti. Fuori dal centro la situazione è un po’ meno rosea. I segni della modernità che avanza con trent’anni di ritardo si vedono tutti. Visto che la capitale è sicuramente la città più bella del paese, la più ricca, efficiente e viva, dobbiamo pensare che la Slovacchia ha ancora molta strada da fare… Tanti auguri, amici slovacchi! In fondo, di strada, ne avete saputo fare già tantissima…

Rientriamo in tarda serata a Vienna.

Ultima cena a Vienna.

Una doccia veloce e via verso l’ultima cena viennese. E’ arrivata l’ora del gulasch! Tutti, o quasi, pensano che sia un piatto ungherese. Hanno ragione. Lo è. Ma non dimentichiamo che gli Asburgo, padroni di mezza Europa (quella orientale), regnavano su un territorio che, per non far arrabbiare gli ungheresi, chiamarono pomposamente “Regno Austro-Ungarico”. In questo modo gli Asburgo (davvero geniali!) finsero di dare pari dignità al popolo ungherese sperando che questo fosse felice di essere sottomesso. Insomma, lo stesso trucco intelligente e furbo usato quando inventarono il “Regno Lombardo-Veneto”. In ogni caso il gulasch, piatto di carne e paprika nato in Ungheria, è stato importato a Vienna fin dal Cinque-Seicento e ne è diventato un piatto tipico. Rispetto al gulasch ungherese, quello viennese è meno piccante e la salsa è più compatta. Lo accompagniamo con la solita birra. Dopo cena, questa volta, il dolce lo prendiamo in una pasticceria in Stephansplatz, nel cuore della città.

Dodici aprile. Mattino.

Ultima mattina a Vienna. Vi siete accorti, cari lettori, che sono da tre giorni nella città di Josef e Johan Strauss e non ho ancora citato il bel Danubio blu? Per forza! Non l’ho ancora visto! Ma siamo proprio sicuri che il Danubio scorre a Vienna?!? C’è, c’è, state tranquilli… Non attraversa il centro, però. Non fa come tutti gli altri grandi fiumi delle grandi città (il Tevere, il Tamigi, la Senna…). Lui no. Lui scorre placido in periferia… Prendiamo la metropolitana e andiamo a vederlo. Maestoso. Blu. Passeggiamo un po’ lungo l’argine poi ci dirigiamo verso il famoso palazzo dove ha sede l’ONU. A Vienna l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha la sua terza sede per importanza diplomatica, dopo quelle di New York e Ginevra. Un palazzo che, si dice, è meta di tutti i turisti appassionati di architettura o di forme moderne e sinuose. Io sono qui per le forme sinuose. Una passeggiata nell’immenso parco, le ultime foto, ed è già ora di rientrare in albergo a prendere i bagagli.

Pomeriggio.

Un panino e un gelato all’aeroporto di Schwechat, il chek-in, l’imbarco, il volo. In un attimo siamo già a Milano. C’è sempre un filo di malinconia in ogni addio ad una città. Poi, dopo più di un’ora sull’aereo, tre quarti d’ora sul Malpensa Shuttle e un’ora in sala d’attesa alla stazione Centrale di Milano, alla malinconia si sostituisce la stanchezza e a quel punto è consigliabile una bella dormita sul treno per Sondrio. Arriviamo in tarda serata, stanchi.

Sera.

A casa, mentre faccio il bagno, ripenso al viaggio. Penso a cosa racconterò agli amici e ai colleghi. Penso a cosa scriverò nel mio solito racconto che nessuno leggerà mai, utile solo a me stesso per tenere il cervello in esercizio, visto l’inesorabile avanzare dell’età… Chissà se a qualcuno, leggendolo, verrà voglia di visitare Vienna. Ora che il racconto è finito, corretto, aggiustato, limato, e pronto per la stampa, chissà se tra i miei lettori che ancora non hanno visto questa bella città c’è qualcuno invogliato dall’idea di farci una visitina… Spero proprio di si. Anche perché viaggiare e imparare cose nuove è la cosa più bella che si possa fare durante questi quattro giorni in cui ci tocca stare al mondo. In ogni caso voglio dirvi una cosa, cari lettori. Ci tenevo tantissimo a vedere Vienna. L’ho vista. Ne sono felicissimo. Voi fate quel che vi pare…

Luca Moretti luca.moretti@cmsondrio.it