Balcani, Viaggio a Sarajevo

Racconto di viaggio in Bosnia

di gygi[at]libero.it

“Questa estate ho fatto un viaggio. Un viaggio nella memoria lungo le strade di Sarajevo e la via del calvario verso il campo di Srebrenica.
Grazie a Semso, un amico bosniaco, e al suo invito nel cuore della Bosnia, ho capito per la prima volta cos’è successo nei Balcani, sentendo sulla pelle la paura della guerra percorrendo la Repubblica di Srbija, dove la tensione si taglia nell’aria.
Grazie a Semso ho anche scoperto le atmosfere del mondo “balcano”, con i suoi ritmi lenti scanditi da un caffè alla turca, e l’ospitalità della gente bosniaca, pronta a ricominciare.
E lungo questo percorso, per ogni passo, tra le case dai muri ancora bucati dagli spari dei cecchini, un solo pensiero: raccontare.”

9 Luglio 2005- La Partenza
Dopo tredici ore di un lungo viaggio in autobus eccoci giunti sulle colline di Sarajevo. Ad accoglierci una famiglia montenegrina giunta in queste zone dieci anni fa, nel pieno della guerra. La casa è modesta, i mattoni ancora esposti, un cortile con alcuni alberi da frutto, su un pendio alle spalle della città. Il viaggio è stato lungo e un po’ stancante. Partenza alle 17 di sabato dalla stazione degli autobus di Trieste. Arrivo previsto a Zagabria alle 21 per la coincidenza con Sarajevo. Ci stipiamo nel pullman, e scambio due chiacchiere con una ragazza che affronta con me questo viaggio. L’atmosfera è rilassante. Il paesaggio sloveno si presenta in tutta la sua eleganza “montana”. Casupole con tetto spiovente rosso, o grigio, tipico delle zone dove di inverno nevica molto. Il verde degli alberi è intenso. Tutto all’occhio appare ordinato. Le immagini dal finestrino si susseguono come una serie di fotogrammi idilliaci, dipinti dal tratto deciso e armonioso di un’artista austriaco. Nei pressi di Otocec si scorge un castello medievale tra il verde lungo la strada, e un mucchio di tende canadesi stipate a ridosso del fiume. Mi dicono che ci sarà un festival. Mi riprometto di ritornare a visitare questi posti appena possibile.
Il cielo è denso di pioggia e l’aria pungente. Apro il libro “La strada per Istambul” e cerco di leggere, anche se leggo a rilento. Ritorno con lo sguardo al panorama.
Giungiamo alla frontiera croata. Sale il doganiere per il controllo dei documenti. Tutto sembra procedere di routine: “Dichiara?”, chiede a due donne. Loro rispondono qualcosa, forse sigarette, alcool. Ore 20.30 ci fanno scendere alla dogana per il controllo dei bagagli. Attendiamo pazienti in fila fuori la cabina. Incomincio a temere per la mia scorta di sigarette, pacchetti stipati qua e là nel borsone. Il doganiere si avvicina al nostro gruppo, ma fa risalire sul pullman gli italiani. Semso e gli altri amici “balcani” rimangono nella cabina controllo. Mi senti vittima di una discriminazione al contrario. Ora 21.10 finalmente arrivano tutti e ripartiamo. Semso ci assicura che il nostro autista ha avvisato telefonicamente l’autista del bus per Sarajevo per aspettarci, intanto raccoglie i soldi per i biglietti. Alle 21.45 siamo all’autostazione di Zagabria. Ci affrettiamo alla fermata del pullman mentre Semso va a fare i biglietti. Ci accoglie un omone alto e grosso, con panciotto di pelle nera che ci invita a pagare 12 Kune a bagaglio. Gli porgiamo gli euro, non li vuole. Un amico “balcano” gli spiega che stiamo aspettando i biglietti e con loro le kune. Il tempo passa, fumo un’altra sigaretta, l’autista si fa insofferente, dice che deve partire, incomincia a caricare sul bus le borse, borbotta qualcosa di duro concludendo “italianschi”, resto perplessa. Non siamo amici? Dov’è l’ospitalità croata che ho sempre incontrato sulla costa istriana fino a quella dalmata? Una ragazza del gruppo, italiana anche lei, mi dice “qui è così, non amano tanto gli italiani”. E mi racconta di quando in novembre ha viaggiato verso Sarajevo con la sorella: “ti assicuro, abbiamo viaggiato mezzo mondo, ma qui non abbiamo trovato una buona accoglienza”. Mi sembra eccessivo, ridimensiono la situazione. Giustificando il tutto pensando che il tipo sia semplicemente nervoso, poi altri pensieri si accavallano a questi: “forse è stato a Trieste e vuole far provare a noi quello che prova la gente dei balcani quando viene in modo dispregiativo chiamata schavi”. E allora un po’ lo condivido, mi sta più simpatico. Poi accenno un mezzo sorriso, guardo la ragazza e dico: “ma io son di Caserta”.
Intanto l’autista si è spazientito, ha caricato tutti i bagagli, chiuso il portellone e ci invita insistentemente a salire. Lo guardiamo “a punto interrogativo”. Alcuni del gruppo, quelli che conoscono la lingua hanno già fatto i biglietti, ci consigliano di salire, “che è meglio”. “Ma Semso dov’è?”. “Semso arriverà”. “E se questo parte senza di lui, non abbiamo nemmeno i biglietti”. Alla fine saliamo sul bus incerti, ma saliamo, ci sediamo, gli ultimi passeggeri si accomodano, l’autista accende il motore. Guardiamo dai finestrini le scale che portano alla biglietteria, arriva qualcuno. E lui? No. “Ma che si fa se questo parte????”…Eccolo!Applauso liberatorio. Si parte. Sono le 22.30. partenza da Zagabria verso il cuore dei balcani. Balcani? Approposito siamo in viaggio dalle 5 del pomeriggio, abbiamo fatto una tappa ad un’ora dalla partenza, e poi sul confine per controllo bagagli e poi di corsa per la coincidenza, una domanda nasce spontanea: ma quando facciamo la pipì? Semso mi dice “tra poco”(da questo avrei dovuto già capire molto dell’organizzazione balcana ..ci fermeremo dopo circa tre ore…)

Ore 24 siamo alla frontiera Croazia-Bosnia. Veloce controllo passaporti, poi superiamo una zona neutrale, passando un ponte, al di sotto del quale si vedono case ed insegne dei negozi. Giungiamo alla frontiera bosniaca, con Semso che ci augura un caloroso “benvenuti!”. Oltre la casupola del doganiere si scorge un campanile stile asburgico, di fronte, oltre la sbarra ad un centinaio di metri l’insegna di motel e di fianco un bar con le insegne dell’Heineken. Il valico è piccolo, non ha il sapore dei posti di blocco dei paesi ex comunisti, sembra piuttosto di essere giunti sul confine verso l’accesso ad un borgo di montagna. Il doganiere controlla velocemente i documenti e ci lascia andare.
Fuori è buio ma cerco di cogliere il più possibile. Della Bosnia ricordo di paesi rurali incontrati percorrendo il dorso della Croazia. Le casupole trivellate dagli spari dei cecchini, segni ancora evidenti della recente guerra passata. Ci inerpichiamo su una strada serpentinata. Mi appisolo per un po’. Il viaggio proseguirà con due tappe intermedie. La prima a 40 minuti dal confine. “Finalmente pipì”. Sei ragazze del nostro gruppo si incamminano in fila regolare verso la toilette. Sono io ad avere l’onore di iniziare le danze. Apro il primo bagno, è alla turca, con una montagna di carta igienica nel mezzo. Provo con il secondo, e a coronare la carte c’è un escremento trionfante. Ritorno sui miei passi, mi rimbocco i jeans e vado in avant scoperta. Fatta! Esco, le compagne mi chiedono ragguagli: “c’è la carta?”, “sì, c’è tutto, ma proprio tutto…”.
Esco soddisfatta, risistemo l’orlo dei jeans, mi stringo nel giubbotto. Il clima è umido, e i gradi sono inferiori a quelli che mi aspettavo. Si riparte. Il viaggio prosegue per altre 3 ore senza sosta. Mi addormento con la testa appoggiata al finestrino freddo e le gambe rialzate, a mò di scimmia appollaiata tra la congiuntura di due rami…
Mi risveglio che l’autobus è fermo, in una stazione di sosta buia e sperduta nel nulla. Scendo solo per sgranchirmi le gambe, mentre 3 personaggi che ci avevano vivacemente animato il bus da Zagabria scendono qui, facendo un tappa sul ciglio della strada a pisciare, forse brilli per le birre bevute. Poi si allontanano rumorosi, galeotti o solo uomini che ritornano alle loro case, lungo la campagna buia, mentre il nostro bus riparte lungo la strada per Sarajevo….

Domenica 10 luglio- Il risveglio
Ore 5 del mattino: mi sveglio dopo aver dato una netta e dolorosa testata al finestrino; il pullman si inerpica lungo una strada di montagna. Fuori si è schiarito, ma tutto è circondato da una densa nebbia mattutina che avvolge le casupole e il verde circostante. Procediamo ancora per un po’. Ore 6: l’autobus si ferma: “Buon giorno, italiani!”, così si rivolge l’autista, lo stesso che poche ore prima sembrava imprecare contro di noi. Beh, tutto sommato non ci deve detestare poi tanto, gli sarà passato il nervoso. Scendiamo dal pullman e ci dirigiamo assonnati verso una piazzola ampia e già animata da gente che va e viene. L’aria è decisamente fresca. Fumo già la mia terza sigaretta del mattino, calandomi appieno nell’atmosfera balcana. Il termometro luminoso che spunta tra i tetti alti delle case in cemento al di là della piazza segna 15°. Semso si accinge a telefonare al fratello che verrà a prenderci. Siamo un gruppo di 13 persone, un numero che la dirà lunga circa le sorti del nostro viaggio, non privo di imprevisti. Ognuno si stringe nei propri giubbotti, maglioni. “Pensavo che facesse più caldo a Sarajevo, è così a sud nella cartina” La mia prima cazzata mattutina! Si avvicina un conoscente di Semso, e prova a rassicurare il mio “raggomitolarmi”, mi spiega in inglese stentato che al mattino presto e alla sera fa freddo, ma di giorno è molto caldo. Ed ha ragione. Poche ore dopo, allo spuntare del primo sole, giunti nella nostra dimora ci riscalderemo al tepore solare seduti sotto un basso pergolato di acerba uva fragola, godendoci un meraviglioso panorama tra le case in ricostruzione, sulle colline della città.
Dopo una mezz’ora di attesa arriva il fratello di Semso, e di seguito 3 taxi. Ci infiliamo a gruppi nelle macchine. I taxi ripartono in fila. Superiamo la piazza. Passiamo un cavalcavia, e giungiamo nella periferia di Sarajevo. Ci accolgono complessi di palazzi popolari, dalle finestre piccole, e tutti grigi. Accanto ai palazzoni si alternano edifici mezzi distrutti. Una periferia tutto sommato simile a quelle dei paesi ex comunisti: Bratislava, Berlino, Lubijana. Città sparpagliate d’Europa, città con un passato e un’edilizia comune. Si vedono poi costruzioni nuove, edifici ipermoderni in metallo luccicanti dai colori blu, fino al giallo sgargiante. Il taxi si inerpica verso una zona in salita su un fianco della città. Le abitazioni si fanno meno imponenti, e più rade, la strada più stretta e ondulata. Di colpo alla nostra sinistra, tra i palazzi e una moschea si apre un ampio campo costellato da lapidi bianche. Sono i morti di Sarajevo. I musulmani uccisi durante la guerra. Mi racconteranno più tardi che quella zona un tempo era un bosco. Durante il gelo invernale, nel periodo dell’assedio la gente lo ha disboscato per far la legna per riscaldarsi. Poi lì ci hanno seppellito i loro morti. Passiamo a lato dello stadio. Stefano ci dice che durante la guerra ci hanno seppellito i morti. Una torre con i cerchi olimpici trionfa sul campo sportivo, costruita in occasione delle olimpiadi del 1984. Un evento ormai di venti anni fa, ma ancora motivo di orgoglio per Sarajevo che rinasce sospesa tra un suo passato da capitale mondiale dello sport e città di sangue e macerie. Tra le case, le lapidi e il campo sportivo ci sono la vita e la morte, proprio come due facce della stessa medaglia. Mi viene in mente la posizione della Risiera di San Saba, lo stadio Rocco e le case popolari di Trieste. Una convivenza di uno spazio tra quello che passa e quello che è passato.
Continuiamo a salire lungo la strada. Sono ormai le 7. Giungiamo in un paese arroccato su di una collina. In mezzo ad una valle. I taxi ci lasciano su un vialetto in salita fuori ad una casa in ricostruzione, con i mattoni a vista. Semso ci fa cenno di seguirlo. Si toglie le scarpe, entra in casa e lo seguiamo. “Ci porterà a conoscere la sua famiglia?”Penso. Una delle tante (o delle poche) sopravvissute al massacro. Più tardi mi diranno che siamo qui anche per commemorare il fratello di Semso, ucciso nella strage di Srebrenica. Le spoglie le hanno trovate poco tempo fa, dopo un lavoro di riconoscimento nelle fosse comuni che va avanti da anni. E domani anche lui, come tanti (troppi), sarà ricordato.
Entriamo, ci accomodiamo in questa dimora rurale, la cui disposizione dello spazio è tipico delle case musulmane, i pavimenti sono coperti da tappeti e ogni stanza è uguale all’altra, con un divano o una panca che all’occorrenza diventa letto per noi occidentali. Non sono i genitori di Semso, ma degli amici, vicini. Ognuno del gruppo viene collocato in uno spazio della casa musulmana, e dopo un caffè alla turca, un po’ di pane e crema di formaggio, ognuno si defila in stanza a dormire, senza farsi troppe domande, anche Matteo che, seppure borbottando, va a dormire sul suo tappeto vicino al frigorifero.
Una volta sveglia, prendo coscienza di dove sono, e mi domando che ci faccio ospite a casa di una gentilissima famiglia di montenegrini in mezzo alla campagna bosniaca con il mio trolley e il giubbotto di pelle da “fighetta”. Alla luce delle indicazioni di Semso, tutti si aspettavano una collocazione diversa. Mi sento “fuori luogo”, forse perché mi era stato illustrato da programma un pernottamento all’Holiday Hinn. Mi manca il mio zaino “on the road”, il kw. Con cortesi imprecazioni, condivise dai miei compagni di viaggio, anche loro “poco informati sui fatti”cerchiamo spiegazioni, ma ben presto ci troveremo di fronte a tutta la flemma bosniaca di Semso. Ci rassegneremo ben presto all’organizzazione balcana della settimana che ci aspetta, e alla fine nonostante le parolacce per un programma variabile e incerto come il tempo, condito da imprevisti imprevedibili, il gruppo ringrazierà Semso e i suoi nobili intenti, senza il quale non avremo nessuno di noi vissuto questa irripetibile esperienza nel cuore dei Balcani. (II 500)

Gente dei Balcani
Ci incamminiamo dopo un breve pisolino a visitare il paesetto in cui alloggiamo. Le case sono tutte lungo il dorso della collina, una vicina all’altra, molte in costruzione, anche quella della famiglia di Semso, che troviamo lungo la strada. Ci accoglie il fratello e il nipotino. Scatto una foto al bambino e ai suoi occhi azzurri, in una tiepida mattina di mezza estate tra le colline di Sarajevo, che rinasce dopo la tragedia conclusasi di recente. Per ogni bambino che incontro mi domando quanto sa e quanto ha visto della guerra, e quanto, se mai ce la farà, riuscirà a dimenticare. L’idillio del paesaggio contrasta con l’eco della storia di massacri troppo recenti. Sento le storie che racconta Ana, del suo paese, la Croazia, e delle storie di guerra, della fuga di una famiglia da Fiume, e del rientro della sola madre 15 anni dopo, sola e senza cittadinanza. Sento i suoi racconti senza entrare nel vivo della conversazione, mi sento di non poter intervenire, di voler solo ascoltare per sapere, per capire quello che oggi in occidente da molti è ormai dimenticato, ma nella memoria e nelle storie della gente dei Balcani è ancora così vivo, così quotidiano. Ana racconta dei giovani croati che riscoprono la musica tradizionale serba e bosniaca, gruppi folkloristici che sperimentano e intrecciano stili, valorizzano le loro origini comuni, cose impensabili solo pochi anni fa. Lei ricorda le cose da bambina, i fumetti in serbo che comprava a Fiume, i cartoni animati e le soap opera di quando era piccola, nell’epoca dell’Ex Yugoslavia, prima che scoppiasse la guerra e la violenza dell’identificazione etnica. “Noi siamo come i popoli dell’America Latina, colombiani, peruviani, argentini, non importa, sono tutti sudamericani. Parliamo la stessa lingua, ascoltiamo la stessa musica, mangiamo le stesse cose.” Mentre Ana parla percorriamo le strade del paesino, scorgendo anziane sedute fuori alle loro case, donne e uomini appollaiati sui terrazzini in costruzioni delle loro case, bambini che giocano a carte su un tavolino di tronchi. Quelle carte, mi pare di conoscere il gioco. Li guardo e gli chiedo “Magic?” “No”. Mi rispondono il nome di un eroe dei fumetti locale. Almeno la globalizzazione non ha fatto ancora il suo corso. Torniamo alla casupola degli amici montenegrini e ci prepariamo per scendere verso la città di Sarajevo.

Sarajevo

Sarajevo è metà musulmana, metà balcana, per metà turca e per metà austriaca, per metà montana, per metà orientale. Il suo centro è un dedalo di vie dalle casupole basse con i tetti di legno massiccio e spiovente, le sue moschee e le litanie, i palazzi di cemento e gli edifici moderni della periferie, e le case diroccate un po’ovunque.

In un dedalo di vie che si inerpicano per una salita lungo il pendio della città di Sarajevo trovare un edificio arabo, entrare e scoprire la facoltà di studi islamici. Un cortile a cielo aperto con una fontana nel mezzo. Il suono dell’acqua che lenta e fragorosa scorre regala un senso di pace, in questo luogo di preghiera e di studio. Il guardiano ci accompagna alla visita dell’edificio. Nelle stanze che si affacciano sul cortile circolare ci sono le aule. Sulle pareti bacheche con testi di sufismo, sociologia, filosofia, etica, secondo i principi islamici. Dietro ad una porta si apre uno spazio di preghiera accuratamente decorato alle pareti con disegni araldici dai colori sgargianti. A conclusione della visita illustrativa il custode ci informa che la facoltà ha anche attivato un corso di studi islamici per funzionari stranieri interessati. Lo ringraziamo e ci avviciniamo all’uscita entusiaste. Sto per scattare l’ultima foto dell’edificio cercando di cogliere tutta la sua maestosa eleganza scendendo la scalinata quando un nostro compagno ci informa che in una delle bacheche c’era tutta la collezione dei testi di Qutib, l’ispiratore dei fratelli islamici. Come dire il cuore filosofico del fondamentalismo islamico. Ci ricorda inoltre che la ricostruzione dell’edificio, che è stato bombardato durante la guerra dei balcani è stato ricostruito da giovani volontari, artisti, architetti….a detta del nostro custode. Sergio solleva invece il dubbio che ci sia un finanziamento da parte di gruppi islamici dell’Arabia Saudita. Certo, capisco a cosa allude, qui, soprattutto dopo i fatti della guerra e il genocidio di tanti musulmani, c’è un humus fertile per lo sviluppo di forme estremiste. Ma è anche vero che lo stesso Nietsche venne accusato di essere l’ispiratore del nazismo per la sua teoria del superuomo, e oggi invece la sua opera è stata rivalutata e ridimensiona. Le dottrine filosofiche si lasciano interpretare…..In sintonia con il senso di pace animato in me nel corso della visita alla moschea-università, voglio continuare a credere al buon fine del piano di studi, e alla volontà di diffondere il senso nobile delle filosofia islamica.
Da idealista che sono comincio a pensare alla possibilità di cercare di organizzare un corso estivo per studenti di Trieste e l’Università islamica di Sarajevo, per favorire la conoscenza dell’Islam “buono”, in un’ottica multiculturale, e soprattutto per continuare a sfaldare il connubio musulmani uguale terrorismo.
Continuiamo ad inerpicarci lungo la strada e ci fermiamo di fronte ad una tekija, un luogo di meditazione dei dervisci, una specie di monaci musulmani. Il portone è chiuso. Si avvicina un uomo anziano, e in tedesco ci racconta in pochi minuti la storia della sua vita, e la rovina economica a cui lo ha portato il regime. Ci dice di possedere case e terreni per tutta Sarajevo, ma che sta ancora aspettando che glieli restituiscano. Dal ’45?
La nostra gita continua lungo le viuzze del Bascarsija, centro storico di Sarajevo, per andare a visitare il vecchio caravanserraglio, un tempo luogo di ristoro per mercanti e pellegrini, a cui il Imman offriva accoglienza per tre giorni, oggi galleria espositiva di pregiati tappeti persiani. Ad accoglierci un venditore, che più che l’arte del commerciante, ha l’arte di un maestro artigiano che conosce bene il suo mestiere e la sua arte. Ci intrattiene per più di un’ora spiegandoci la simbologia delle decorazioni sui tappeti, con elementi dottrinali del sufismo e della mitologia iraniana, e ovviamente le antiche tecniche di lavorazione. Il fascino della sua “lezione” ha il sapore antico delle storie magiche, e lui nella sua bottega, tra i suoi tappeti, sembra un saggio tra i suoi libri.

Martedì 12 Luglio 2005- Il ricordo
Stanotte alloggiamo in una camera della casa dello studente, su una collina alle spalle della cattedrale. Finalmente un po’ di relax dopo la giornata di ieri, stremante e irreale.
Da oggi siamo entrati nel pieno del programma della conferenza organizzata dall’Università di Sarajevo in occasione dell’anniversario della strage di Srebrenica, cittadina bosniaca nel cuore della Repubblica di Srbija auto-proclamatasi dopo il genocidio commesso in una zona protetta dall’Onu. La paradossale storia della “safe zone” di Srebrenica diventa il simbolo dell’impotenza e dell’inefficacia della comunità internazionale davanti alla violenza nazionalista di un gruppo etnico. I serbi hanno occupato nel 95 le loro case. Li hanno uccisi, trucidati, privati dei loro diritti fondamentali, martoriati, umiliati. Il genocidio commesso dai serbi contro il popolo bosniaco-musulmano è stato compiuto sotto gli occhi dell’Onu, in una zona in cui l’Onu stessa aveva stipato, ammassato, riunito, bosniaci in fuga dalle loro case. Ora le donne e gli uomini di quelle terre ricordano la strage dei 95 mentre nella stessa Srebrenica vivono ancora i carnefici di quelle stragi. Il viaggio verso Srebrenica è stato il segno di quanto forte e incancellabile sia l’odio etnico, di quanto ancora vivo sia in queste zone. Percorrendo la Repubblica di Srbija, in un autobus che trasportava bosniaci-musulmani alla cerimonia commemorativa, ho capito, forse per la prima volta, più di quanto avrei capito leggendo cento libri di storia, quanto è duro e indelebile un conflitto etnico. Mi sono sentita bosniaca tra i bosniaci, ho vissuto le loro paure di rappresaglie serbe durante il tragitto, ho sentito le loro storie di abbandono di quei luoghi che percorrevamo con il pullman. Lungo quelle valli la gente ricordava le tragedie vissute durante l’occupazione serba, indicando i loro luoghi non più loro. Le case qui, una volta bombardate, sono state infatti occupate dai serbi, solo pochi bosniaci sono tornati, e quelli che lo hanno fatto vivono in zone dove la tensione è ancora forte. Lo si sente quando sparano sulla collina durante la cerimonia di Srebrenica, lo si sente ancora più forte quando i serbi che incontriamo lungo la strada nella Repubblica di Srbija ci fanno il segno di vittoria. Un simbolo che è una sfida “noi siamo ancora qui”. E’ vivo e tagliente l’odio e la tensione in queste zone. Nella spianata che ha accolto le 1600 vittime, le prime degli 8000 corpi trovati nelle fosse comuni, tutto sembra sospeso e surreale. Le donne col velo camminano sobrie nel loro dolore lungo le tombe, la terra ancora fresca ammassata sulle fosse, le pale che hanno coperto i corpi sono ancora lì. Assisto attonita a questo pellegrinaggio, nel giorno del ricordo e del calvario di Sebrenica, mentre la litania musulmana si diffonde solenne ed eterea nell’area. Folle di gente lungo le strade da Potacari a Srebrenica giunge a commemorare ognuno i propri morti. A dieci anni dalla strage di Srebrenica mi ritrovo qui ad assistere e a condividere il loro dolore. E solo ora, per la prima volta, ho la sensazione di aver capito cosa è accaduto in queste terre.

Viaggio verso Sebrenica
E’ stato uno dei percorsi in pullman più estenuanti della mia vita. Sveglia alle 4 20 del mattino. Ritrovo alle 5 per il pullman per Srebrenica. ..Ci ritroviamo tra una folla di gente di Vogosce, paese rurale sulle colline di Sarajevo. E’ qui che vive Semso e la sua famiglia, e qui che si sono rifugiati dopo la strage di Srebrenica molti di quelli che l’hanno vissuta e sono sopravvissuti. E ora vanno a commemorare i loro morti. Molti sono stati identificati dopo un lavoro durato sette anni, tra questi anche suo fratello. Si affollano donne col velo, e i loro compagni. Solo pochi bambini. Tutto è così composto, così sobrio. Solo la calca per voler salire sull’autobus per prendere un posto, per poter arrivare in tempo alla cerimonia. Eppure non ci sono lacrime, non c’è disperazione. E’ come se avessero assimilato il loro dolore, troppo grande, troppo surreale, da dover essere alienato per non impazzire.
Così vanno a commemorare i loro morti percorrendo chilometri lungo i quali rivedranno le terre da cui sono scappati, le case in cui hanno vissuto, i luoghi in cui hanno assistito ai massacri del genocidio.
Saliamo anche noi su di un pullman che in realtà è un autobus di linea con il quale giungeremo fino a Srebrenica in sette ore per percorrere 150 Km. Un viaggio stremante, intervallato da tappe per una coda interminabile, causata anche dall’intento della polizia serba che non ha in alcun modo agevolato l’evento. Un viaggio cha a tratti assume caratteri familiari grazie all’ospitalità dei bosniaci, che in quell’autobus, accomunati da una tragedia comune, abitanti dello stesso nuovo paese che li ha accolti, sono un po’ tutti parenti. Un viaggio che ha anche avuto, nella sua tragicità un risvolto divertente e paradossale, ma la vita è anche questa. Un viaggio in cui nel bel mezzo della Repubblica di Srbija un mio irrefrenabile bisogno fisiologico causato da una scorpacciata di deliziosi biscotti ai fichi a fatto sì che l’autista si fermasse e mandasse in avant scoperta due suoi parenti verso un casolare distrutto nel bel mezzo di un prato, poi dallo specchietto retrovisore, con un gran sorriso rivolgendosi a me dicesse: “Italiansca”, facendomi cenno con la mano di andare al casolare. Unica soluzione possibile dove l’autogrill non esiste nemmeno come idea. Così mi sono ritrovata a correre per un campo (solo dopo pensando al pericolo mine) insieme a due ragazze con il velo, e a condividere con loro in vespasiano improvvisato. Ritornare trionfante al pullman accolta con entusiasmo dall’autista, che mi fa il segno dell’ok con entrambi i pollici, mentre l’autobus si rallegra con una gran risata. La Bosnia è anche questo, farsi in quattro per aiutare il prossimo. Il senso condiviso dell’umana comprensione e la disponibilità dalla gente semplice.

Srebrenica- Per non dimenticare
Siamo giunti a sette chilometri da Potacari. Scendiamo dal pullman per procedere a piedi. E’ tutto bloccato. Camminiamo in fila a passo spedito. L’atmosfera è tesa. Tra le macchine in coda riconosciamo sigle di organizzazioni internazionali, un gruppo di poliziotti serbi antisommossa intervengono tra due automobilisti che litigano. Tutto sembra sospeso e caldo come la canna di un fucile. Abbiamo fame, qualcuno suggerisce di fermarsi a comprare qualcosa in uno dei negozi di alimentari che incontriamo lungo la strada. Decidiamo di procedere, siamo ancora molto distanti da Sebrenica. Son intanto passate le 14.00, sentiamo dalle radio delle macchine in fila parole di alcuni discorsi commemorativi che nel frattempo le autorità stanno facendo durante la cerimonia. Di tanto in tanto le sirene di macchine di funzionari sfrecciano a lato della strada stretta e affollata. Camminiamo per un’ora, superiamo un primo centro abitato, e proseguiamo sotto lo sguardo duro della gente seduta fuori le loro case.
La fame si fa sentire. Ci fermiamo in un negozio per acquistare qualcosa da mangiare, non accettano gli euro. Usciamo delusi. Una donna musulmana, anche lei giunta lì con il nostro autobus e incamminatasi, ci offre di condividere con lei il suo cibo. Stende una tovaglia su un pezzo di erba lungo la strada, e dispone accuratamente pezzi di pane, apre una scatola di patè al formaggio, e un contenitore con cevapcici e altri pezzi di carne. Taglia dei pomodori. E’ lì per commemorare i suoi familiari, e dopo la cerimonia voleva ritornare a vedere la sua casa distrutta e mangiare nel suo giardino. Ha l’umanità e la disponibilità della gente semplice. Nella tragedia si amplifica la solidarietà, che acquista il sapore e l’intensità dei gesti spontanei della gente umile. Ci rimettiamo in cammino tra una fiumana di persone che si fa più grande più ci si avvicina al campo. Dopo un’altra mezz’ora di cammino arriviamo nel campo di Srebrenica. Ad accoglierci una litania musulmana di sottofondo e un campo di infinite lapidi di legno verde tra il fango. Madri e sorelle commemorano i loro morti in un paesaggio surreale. Resto attonita tanto è grande il mio sgomento, quanto è forte la forza di questa gente accasciata sul fango che ha accolto i loro cari.
Vaghiamo per più di un’ora tra le tombe, immortalando immagino con l’occhio attento del viaggiatore e lo stupore dello straniero giunto in una terra di cui ha solo sentito raccontare, ma che per la prima volta si mostra ai suoi occhi con tutto il suo sobrio dolore.
“E giungeranno nuovi inverni e nuove estati. Si geleranno gli alberi, fioriranno i campi. Un silenzio eterno accoglierà i brandelli dei loro corpi nudi nella fredda terra. Poi sarà di nuovo estate.”