Il vento del Nord

Racconto di viaggio in Estonia

di Domenico P. PIRONDINI

Quando racconto della mia abitudine di fare viaggi in bicicletta in giro per l’Europa la prima domanda che mi viene fatta è sempre la stessa:”Ma da solo?”.E la seconda:”Ma non hai paura?”.
Le due risposte si sono affinate nel tempo,ed ora ho una certa costanza nel dire:

1)-“Si,da solo,perché così riesco a trovare la giusta concentrazione per navigare dentro me stesso senza distrazioni esterne.Il mio modo di viaggiare è ormai frutto dell’improvvisazione e mi riuscirebbe difficile fare accettare a qualcun altro gli sbalzi di umore che regolano molte delle scelte che faccio.Obbedisco a stimoli primari quali la sete,la fame,i bisogni fisiologici e naturalmente anche a stati d’animo quali l’euforia,la depressione,la stanchezza sia fisica che mentale o la noia.Ci sono da aggiungere poi i fattori climatici quali il caldo,il freddo,la pioggia,il vento e infine,questione non di poco conto,non devo chiedere il permesso a nessuno per fare questo genere di cose e posso concedermi lussi che non ho nessuna intenzione di contrattare ”.
2)-“Le paure mi prendono quando preparo il viaggio,quando studio la carta geografica o analizzo l’indice di delinquenza del Paese che devo visitare.Durante il viaggio sono così completamente assorbito dalle piccole necessità quotidiane che non mi rimangono molti spazi per avere paura di chissà cosa.Vivo semplicemente il momento,e poi, francamente, fino ad ora non sono andato in posti particolarmente infami.Ho il cellulare,memorizzo i numeri d’emergenza,insomma non sono uno sprovveduto”.
Il viaggio.
Solo la parola mi emoziona quando la scrivo e poi io,il viaggiatore,con la sua bicicletta,sulle strade sconosciute in Paesi che erano solo nomi sugli atlanti per poi diventare,alla fine,parte della tua memoria.
La preparazione del viaggio,già viaggio essa stessa, tra le migliaia di informazioni che si riescono a raccogliere nei mesi precedenti alla realizzazione.Il famoso sabato del villaggio,con tutte le sue aspettative,vita vera che scorre tra la routine di tutti i giorni.
A volte paragono questa voglia di andare come ad una droga che ti prende gradualmente ma inesorabilmente fino ad arrivare a non poterne più fare a meno.E hai bisogno di dosi crescenti,non bastano i dieci giorni,ne vorresti venti e poi un mese,due,un anno per finire a fare solo quello fino al terminal dei tuoi giorni.
Senza parlare dei posti dove vorresti andare,sempre più lontani,poco conosciuti e soprattutto poco abitati,perché il viaggiatore non sogna la 5° strada di New York,ma la Carretera Austral che attraversa la Patagonia.
Il viaggiatore,perlomeno questo viaggiatore che sta scrivendo,non ha una grande passione per Cattedrali,Castelli o Musei,prova piacere negli incontri casuali con persone sconosciute, negli scorci inaspettati che la natura ti offre lasciandoti a bocca aperta e consapevole di essere in quel momento un privilegiato.
Questo viaggiatore vuole starsene per conto suo la maggior parte del tempo che ha a disposizione ed essere libero di scegliersi di volta in volta le persone con le quali parlare.E’ un curioso per indole,ma incomincia ad essere stanco delle solite banalità che più o meno sente in giro.Vuole ascoltare gente che fa delle scelte difficili,che provocano dolore e sofferenza interiore,scelte che ti fanno pagare di persona,ma soprattutto è stanco di vivere nella mediocrità quotidiana.
Un anno fa si suicidava nella mia infermeria,seduto alla mia scrivania,l’unica persona con la quale avevo la possibilità di confrontarmi sui grandi temi dell’esistenza.Si è puntato alla fronte una Smith & Wesson ed ha premuto il grilletto squarciandosi il cranio.Un giorno sì e uno no,ho nella testa lo sparo,anche se non l’ho sentito perché non c’ero.Ero da una altra parte,banale come sempre,mentre lui con il sorriso sulle labbra mandava a fan culo il mondo.
Una densa lingua di sangue ha coperto il pavimento e schizzi rossi si sono posati sul telefono,sulle mie carte,dappertutto.
Me ne sono andato da lì,non mi sono più seduto su quella sedia,non ho più toccato quel telefono,ma non serve a niente,rimango qui a scrivere con il tuono di uno sparo nella testa.

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Signori si parte,è il 24 aprile del 2003,metto la bicicletta nel bagagliaio della Range Rover e punto sull’aeroporto della Malpensa.
Sì,la bicicletta è nuova,l’ho fatta fare apposta per questo viaggio,mi sono divertito ad assistere alla sua gestazione,giorno dopo giorno,e finalmente la bimba è proprio nata bene.E’ bella,non c’è dubbio,elegante perché nera,forte perché è un ibrido,con un telaio da corsa e componenti da mountain bike.Il telaio, a quanto mi dice Giovanni Calcagno,ha percorso una Parigi-Roubaix amatoriale.

L’anno scorso,per lasciare l’auto undici notti nel parcheggio dell’aeroporto di Malpensa, ho speso una cifra sconsiderata; quest’anno voglio cercare il sistema per risparmiare.
Chiedo consiglio agli addetti al parcheggio dell’aeroporto di Linate e in effetti il trucco sta nel fare una specie di abbonamento e pagare subito anziché al ritorno.Ho speso la metà!
Il viaggio comincia bene,ma soprattutto capisci che ti stai smaliziando.Un lieve sorriso mi compare sulle labbra mentre sblocco un carrello portabagagli e mi dirigo all’auto posteggiata.La apro,prendo le due borse,quelle da fissare ai lati della bici,e il carrello lasciato poco distante non c’è più.Non è possibile.Mi guardo attorno e non vedo nessuno.Non è possibile,ho semplicemente girato attorno alla macchina,pochi secondi,il tempo di aprire una portiera e il carrello non cè più.
Sono cocciuto,non accetto l’idea di una sparizione inspiegabile,continuo a cercare nei dintorni finchè vedo poco distante una signora che sta spingendo un carrello vuoto.Finalmente cavolo,la solita persona furba e maleducata che non si fa problemi a prendere la roba degli altri.
-“Signora,accidenti,ma come si permette,mi restituisca il mio carrello!”
-“Cosa vuole lei,se ne vada,chiamo mio marito!”
-“Mi dia il mio carrello ho detto” e cerco di strapparglielo dalle mani.Lei si difende come una tigre,e nel frattempo arriva il marito che cerca di tirarmi un pugno.
Sono perplesso,non mi aspettavo una difesa così strenua,per cui decidiamo di andare dall’addetto al parcheggio per chiarire la cosa.
Sono confuso,l’addetto conferma di aver visto i due signori prendere regolarmente il loro carrello,mi scuso,ma il mio di carrello porco giuda dove è adato a finire?
Sono mogio,cerco nelle tasche una moneta da un euro e vado a prelevare un nuovo carrello,lo tengo ben stretto,non lo perdo di vista un secondo mentre comincio a scaricare i miei bagagli.
Nella sala d’attesa dell’aeroporto dedicata alla Finnair non ci sono molte persone che aspettano il volo.E’ un buon periodo questo per viaggiare al nord e sono convinto che contrattando un po’ avrei strappato un costo del biglietto migliore.Infatti l’aereo è pressoché deserto.Dopo circa due ore e mezzo posso vedere il mare sotto di me che ha delle strane macchie bianche,quasi come marezzature di schiuma,sgradevole segno di inquinamento.Incredibile,il mar Baltico,il golfo di Finlandia così degradati.Non è che sia proprio sicuro,però l’impressione è quella.
Panico!Incubo!Ho lasciato le luci della Range Rover accese.Non sono sicuro di averle spente e d’altra parte anche quando togli la chiave di messa in moto loro non si disattivano come in altre auto.In quindici giorni le batterie si scaricheranno e sarò costretto a chiamare il carro attrezzi e sarà un casino tornare a casa e…a fan culo le luci.
Quando scendo dall’aereo sento un freddo accettabile,il mio maglioncino è sufficiente e le operazioni di recupero della bicicletta sono veloci.Si tratta ora di prenotare un albergo in Helsinki e incominciare a preparare la bici.
Voglio premettere una cosa se mai non si fosse capita prima:io non amo buttare i soldi dalla finestra.All’ufficio informazioni sono gentilissimi,ma propormi hotel dai duecento euro in su mi rende nervoso.Insisto affinché cerchino qualcosa di più economico e finalmente mi propongono una sistemazione al villaggio olimpico per venti euro.E cosa ci voleva Santo Iddio a capire che sono un viaggiatore e non un turista danaroso.
Cerco un posto appartato per montare la bici,per non sentirmi addosso gli sguardi della gente sfaccendata che magari avrebbe anche da criticare il mio modo di lavorare.Non vedo bene da vicino,non vedo bene da lontano,cosa vuoi che avviti nella nebbia più assoluta.Le mani sono nervose,impacciate,cominciano a litigare con un parafango che non vuole saperne di stare al suo posto.Mi cadono gli attrezzi,i capelli mi coprono gli occhi,il sudore scende nella schiena.Porca puttana devo recuperare la calma,non c’è fretta,devo farmi venire in mente il mio amico Attilio che quando lavora è in armonia con le cose che fa.Calma,non emozionarti,calma,va tutto bene,sei in Finlandia,pensa che bello,stai per andare nei Paesi Baltici,oggi è una bella giornata e tu sei in vacanza.
E’ fatta,e ora fuori dall’aeroporto,ci sono 22 Km. che mi separano dal centro di Helsinki,dal villaggio olimpico,fuori…cazzo che freddo e rientro subito per recuperare dalle borse la giacca imbottita “no limits”.
La segnaletica stradale è generosa con chi guida un auto e in particolare se deve prendere l’autostrada,ma per un ciclista le cose sono un po’ più complicate.Intanto qui c’è un esplosione di piste ciclabili che come una ragnatela vanno da tutte le parti.Io vorrei semplicemente trovare una freccina di merda che mi indichi il centro città senza dover chiedere ogni cento metri.Che poi,in tutto il mondo,“centro” si dice centrum,zentrum,centre,ecc. ma qui diventa un incubo pronunciare “kelkustra”. E così vago tra quartieri e boschetti,ponticelli,sottopassi e posso ammirare il placido scorrere della vita di questa gente che ha tutto lo spazio per non pestarsi i piedi.C’è chi va a cavallo,chi in bici,chi gioca al pallone e chi fa semplicemente joggin.

Finalmente compaiono i primi segni della periferia,ma soprattutto la inconfondibile torre dello stadio olimpico alta 72 m.
E’ fatta,non la perdo di vista e dopo poco sono già nella reception dell’ostello.Pago 20 euro più 5 per le lenzuola di cotone.Per quelle sintetiche volevano 3 euro ma non vedo perché non viziarmi un po’ dopo una giornata così intensa.
La stanza è una camerata con sei letti a castello e quando entro c’è solo un giovane che dorme.
Preparo la mia cuccetta e mi stendo per cercare di rilassarmi.In questi momenti guardo dentro me stesso e la domanda che mi pongo è sempre la stessa: “Cazzo ci faccio qui”
Il mio patrimonio sono le due borse con il cambio dei vestiti,la bicicletta stessa,vita della mia vita,e un portafoglio con le carte di credito.
“Cazzo ci faccio qui”,solo, che non ho nessuno con cui parlare e se mai dovessi aprire la bocca devo parlare in inglese.
Eppure sto bene,finalmente non sono un dottore,e dottore qui e dottore la,finalmente sono io e nessuno mi può rompere i coglioni se ne ha voglia.
Lancio un occhiata al cellulare se mai il led lampeggiasse di rosso.Sarebbe un messaggio,frasi dolci che ti scaldano il cuore qui a Helsinki,lontano da casa,in una camerata di dodici letti così impersonale che avrei voglia di andarmene allo Sheraton.
Vado a cena,faccio un giro nei dintorni tanto per dire che ho visto qualcosa di Helsinki.Ci sono i tram,ed è sempre un bel vedere questi mezzi che continuano a fare il loro dovere senza inquinare più di tanto.In tutte le città più evolute come qualità di vita,il tram è una costante.Lisbona,Praga,Berlino,Barcellona tanto per citare le città che ho visitato recentemente,hanno questo mezzo di trasporto pubblico e sarà un caso ma il traffico automobilistico è meno caotico.Il paragone è naturalmente con Genova che con 750000 abitanti ha una immobilizzazione viaria degna di Città del Messico.E Genova aveva i tram,con i suoi bei binari che da Voltri andavano a Caricamento.Me li ricordo,erano verdi,avevano il conduttore e il bigliettaio,me li ricordo quando abitavo a Pra’.
E poi la polizia.Le sirene della polizia o delle ambulanze.Qui non ho visto una divisa di qualsiasi arma.Polizia,carabinieri,guardia di finanza,vigili urbani,guardie giurate.Niente.Aspetto con pazienza l’urlo di una qualsiasi sirena,sono ore che sono qui,sento la mancanza di un qualsivoglia segno di una emergenza.
Ceno al Chico’s American,un fast food,mangio una bistecca e bevo una birra,venticinque euro e chi se ne frega.Tutto il mondo sa che Helsinki è cara,che una bottiglia di vino normale costa trenta euro,ma domani me ne vado,non devo mica passarci le vacanze qui e poi onestamente non è che ci sia chissà che cosa da visitare.Almeno la mia ignoranza così mi ispira.

Venerdì 25 aprile 2003
Sono sveglio alle 5 e trenta,mi sento riposato.
C’è da attraversare la città,che lentamente si sta rianimando, per andare al molo della Tallink.Arrivo alle sette al botteghino dei biglietti e la zona di imbarco è deserta;è tutto chiuso,un cartello mi informa che l’apertura è per le otto.
E così sono il primo al botteghino e l’unico direi,ma quando chiedo un biglietto per me e uno per la bicicletta l’addetto mi dice che se non sono prenotato, il traghetto è completo.Sono stupito,non ho pratica di traghetti,ma dove cavolo è tutta la gente che si deve imbarcare?Insisto,devo prendere il passaggio delle 10 e un quarto,il successivo è nel tardo pomeriggio,perderei una giornata intera.
Il giovane impiegato del botteghino mi fa aspettare mezz’ora ma poi,finalmente,mi da il via libera per l’imbarco.Un’altra piccola vittoria,un motivo in più per essere di buon umore e affrontare la giornata nel verso giusto.
Esploro il traghetto,entro,esco,c’è il sole,è freddo,ma il mio stupore si materializza quando mi rendo conto che si sta galleggiando su un mare di ghiaccio.Corro a poppa, e così posso ammirare la ferita d’acqua creata nella distesa di neve.E’ come un nastro d’asfalto sinuoso in una pianura immensa,un tratto di penna su un foglio bianco.

I passeggeri del traghetto sono prevalentemente estoni che tornano a casa.Ci deve essere un bel via vai da queste parti,il clima è molto festaiolo e penso da quel che ho visto nel duty free shop che non sia marginale il richiamo degli alcolici.Faccio una coda chilometrica per mangiare al self service,girovago un po’ dappertutto,e finalmente vado a sdraiarmi sul ponte a prendere un po’ di sole.
Il grande spettacolo è l’avvicinamento a Tallinn.Il profilo della città con le sue torri campanarie si adagia sulla neve.Sembra una città montana, come Saint Moritz tanto per intenderci, e mi fa una certa impressione vedere i traghetti posteggiati sul cotone,immobili come grandi pulmann in attesa dei turisti.

Sono il primo a scendere,un bel timbro sul passaporto e via alla ricerca dell’hotel che avevo prenotato tramite internet.Già mi piace questa città,mi sento a mio agio,la gente è sorridente,le vie sono larghe e senza confusione,direi che c’è ordine.
L’hotel è carino,di buon livello anche se un po’ decentrato, e ora si tratta di pianificare la visita della cittadina.Ho tutta una mezza giornata per vedere le cose più importanti e già che ci sono prenoto anche la sauna per la serata.
Quando entro nella Vanalinn,la città vecchia,è come se avessi usato la macchina del tempo.Sono tornato al XV secolo e comincio a respirare con un ritmo diverso.Può sembrare una forzatura,ma c’è una certa magia nell’aria;è la vivacità dell’ambiente mercantile,la frenesia del posto dedito al commercio.Ci sono molte bancarelle con prodotti artigianali lungo le stradine che portano alla piazza,verrebbe voglia di comprare ogni cosa per gratificare i venditori che hanno faccie simpatiche.
Giro l’angolo e sono nella Rakoja plats,la piazza del municipio e ancora una volta mi lascio catturare.Non è grande,e non è neanche piccola: è perfetta con le case che la delimitano senza sfarzo e con dolcezza,impeccabili nella loro semplicità,mai fuori tono nei colori.
Il palazzo comunale,che fungeva anche da tribunale,è un vero gioiello, semplice ma efficace nel rappresentarsi austero ed autoritario.Ha quella torre,quel missile puntato verso il cielo,quel minareto che ti fa sentire cittadino del mondo.
Vado avanti e indietro nella piazza alla ricerca di tutte le prospettive,non voglio proprio andarmene da lì perché ci sto bene.Ora la sparo grossa dicendo che mi sento come nel grembo materno.
Ho sempre la bicicletta con me,non ci separiamo mai,ogni tanto ci salgo sopra,poi la lascio per conto suo appoggiata a un muro quando devo fotografare.La gente la guarda,lo vede che non è una bici come tutte le altre,non bisogna essere degli specialisti per capirlo.
Prendo la Pikk Tanav,la via lunga,con le case dove abitavano i mercanti più facoltosi;c’è anche quella della Gilda Maggiore,ma il mio obiettivo è andare a vedere il complesso dei tre edifici noti come ”le tre sorelle”.
Scusate,ma pago il dazio alle segnalazioni turistiche,nonostante continui a ripetere che non devo lasciarmi condizionare da queste cose.E giuro che a Riga andrò a vedere “i tre fratelli”.E che cavolo,sempre con questa mania della coerenza.
La caratteristica di queste case è che sono alte e strette ,con il frontone a punta o a gradoni e con il braccio della carrucola che sporge dalla parte superiore.Sono case-bottega e tanto più il padrone era benestante,quanto più la facciata è impreziosita da fregi,stemmi,volute e via dicendo.Le sedi delle Gilde poi all’interno mantengono l’antico splendore e oggi sono divenute perlopiù musei.
Per quanto riguarda le chiese devo subito dire che da ora in avanti mi dovrò abituare a distinguere quattro realtà confessionali;la cristiana,la luterana,l’ebraica e la greco-ortodossa.Delle vicende storiche del come ciascuna di esse si sia insediata ed abbia avuto alterne vicende,non starò certo a raccontare anche perché non è il mio mestiere.Sta di fatto che,a quanto vedo,attualmente convivono più o meno pacificamente.A me piacciono le chiese greco-ortodosse.
Primo,perché sono amante delle cose diverse dal solito,secondo perché in effetti adoro le cupole a bulbo;insomma mi piacciono le curve generose e se questo ha un significato psicoanalitico mi va altrettanto bene.
Devo tornare all’Hotel,ho prenotato la sauna per le 18 e confesso che sarà la mia prima volta.Ci tengo a farla,ne ho sempre sentito parlare e ora potrò soddisfare una curiosità antica.
Alla fine non è stato facile.Rimanere mezz’ora in un gabbiotto di legno senza fare niente è estremamente dura.La temperatura si aggira tra gli 80 e i 90 gradi,per sudare si suda,ma la cosa più fastidiosa è che i capelli scottano all’inverosimile.Mi seccherebbe provocargli dei danni,tutto il mondo sa quanto tenga ai miei capelli.Comunque tutto finisce in una vasca con l’idromassaggio e devo dire che,in effetti,mi sento molto rilassato.

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I giovani d’oggi sono uguali da tutte le parti.Sono vestiti allo stesso modo,più o meno,non rappresentano la storia del loro paese,non ne hanno i segni.
Un tempo,quando andavi in Russia,in Bulgaria,in Ungheria,insomma nei paesi dell’Est,i giovani erano i giovani dell’Est.Non so se sia bene o male,non mi importa molto.
Qui a Tallinn potresti benissimo essere a Londra o a Parigi se fosse per loro.Niente da dire,anche questa è globalizzazione o meglio,sono gli effetti delle antenne paraboliche e di MTV in particolare.
Ma qui c’è un contrasto sociale in più,qui hai costantemente sotto gli occhi la spaccatura tra quelli che sono estoni cresciuti sotto il regime comunista e quelli russi immigrati dalle altre repubbliche sovietiche.Questi ultimi,dopo l’indipendenza del 1991,sono diventati cittadini di serie B,non possono neanche vantare l’orgoglio nazionale.
E i loro figli,anche se giovani omologati,pagheranno per chissà quanti anni questa differenza,questa emarginazione che a quanto mi viene detto va ad alimentare la microcriminalità abbastanza diffusa.
In proposito sono molto guardingo,tengo costantemente sotto controllo la bicicletta,la fotocamera digitale e il portafoglio e se caso mai me ne dimenticassi un momento, ci sono dei cartelli ovunque che si premurano di ricordarmi il pericolo borseggiatori.
Adesso facciamo due conti.
Io sono del ’,i sovietici hanno rioccupato l’Estonia nel ’44 per cui a tutti gli effetti io sarei stato un cittadino dell’Unione Sovietica.Avrei studiato e poi avrei avuto un lavoro nell’apparato statale.Mi avrebbero dato una casa in un casermone della periferia e così per quarant’anni avrei srotolato la mia vita senza particolari preoccupazioni.
Non avrei fatto attività politica,non sono il tipo,e della perestrojka non me ne sarebbe fregato niente,né tantomeno avrei partecipato alle manifestazioni popolari per l’indipendenza.
E così sarei arrivato al 1992 prendendo atto che da quel momento ero un cittadino della Repubblica indipendente Estone.A quarant’anni sono convinto che mi sarebbero venute meno quelle sicurezze con le quali ero cresciuto e che come neve al sole ora erano svanite.Il lavoro soprattutto,cosa sarebbe stato del mio lavoro che bene o male facevo senza spremermi troppo e che ora sicuramente sarebbe stato messo in discussione perché era venuta l’ora di tirarsi su le maniche?Sono traumi mica da ridere quando ti rendi conto che l’assistenza dello stato non è mica più garantita nei secoli dei secoli.

E poi gli anziani,vere vittime dei grandi cambiamenti,indifesi perché senza potere contrattuale,emarginati tra gli emarginati perché deboli fisicamente.
Li ho visti per le strade inventarsi espedienti per sopravvivere.Qualcuno cercava di vendere fiori di campo ormai appassiti,qualcun altro cartoline di infima qualità.
Ho notato i loro passi stanchi,i loro soprabiti logori,gli stivali delle donne a mezza gamba.
Ne hanno viste di cose nella loro vita e i loro occhi ora sono rassegnati.Avevano già assaporato l’indipendenza nel ’19 e poi l’occupazione russa nel ’40 e quella nazista nel ’41 per ritornare a quella russa nel ’44.Le deportazioni in Siberia …

I giovani si somigliano tutti in tutte le parti del mondo.Ma è anche vero che le ragazze di Tallinn sono molto carine.E’ strano però,non vedo coppie di fidanzati in giro.Ci sono soprattutto ragazze tra loro,mentre i ragazzi,che penso in minoranza,sono prevalentemente da soli.E’ un impressione.

Mi piace Tallinn con il suo acciottolato,mi piace perché è facile camminare dentro di lei e sentirmi a casa.Mi piace Tallinn perché mi ricorda la Russia di cui ho nostalgia e la Russia che avrei sperato un giorno potesse diventare.Mi piace essere qui,in questo momento,avere cenato bene e avere bevuto due bicchieri giganteschi di birra.
Amo Tallinn con le sue donne attempate,dai capelli stinti sotto un berretto di lana e la giacca a vento rosa,dietro ad un banchetto improvvisato che ti vendono un mazzolino di fiori di campo,così semplicemente,un solo mazzolino per quattro soldi,forse per un bicchiere di vodka.

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Stasera sono andato a godere una volta di più Tallinn,all’imbrunire,ho percorso viuzze nuove,a caso,senza guida tra le mani.Ho raspato in fondo al barile,ho alzato la testa,ho guardato negli occhi la gente,ho voluto manifestare la riconoscenza per un luogo che rimarrà per sempre nella mia memoria.
Una volta di più,semmai ne avessi avuto bisogno,ho vissuto una giornata speciale,e avrei voglia di dire grazie anche per tutti quegli sguardi senza età che mi hanno fatto sentire immortale.

26/04/03 TALLINN-PARNU
Si parte.Appena uscito dall’hotel mi dirigo verso la periferia ed è una lunga teoria di blocchi abitativi ai lati di una strada molto larga,oserei dire imperiale.I tram,i filobus,i bus che fanno la spola e poi la strada comincia a stringersi,a diventare normale,ad entrare nella foresta.
I primi venti chilometri sono caratterizzati da una bella pista ciclabile e ai due lati della strada,nel verde degli alberi,ci sono delle villette unifamiliari,forse seconde case della borghesia cittadina.Appaiono un po’ malconce,antiche residenze di benestanti dell’ex Unione Sovietica. Forse. Non mi fermo a chiedere, non faccio un indagine sociologica. Fantastico, sbircio, immagino mentre pedalo.
Il mio umore è alterno.Tutto dipende dal freddo che sento,dal vento che ho contro e dalla consapevolezza di essere qui.
E poi il segno del mio destino:vedo le cicogne,questa volta molto da vicino.
Hanno fatto il nido su un palo della luce e lei,la femmina,sta covando perché riesco a vedere solo la testa e il becco lungo. Lui, il maschio, è in piedi, dietro a lei, e con il becco gli accarezza il capo. Forse. Magari gli sta togliendo le pulci, che ne so, sta di fatto che gli è accanto e probabilmente la sta confortando.
Sono fermo ad osservare la scena da dieci minuti e la sensazione che ne ricavo è di grande dignità in quel maschio che con sufficienza mi guarda come per dire:”E allora,imbecille,cosa guardi,impara!Questa ragazza si sta facendo un culo come una casa a covare i nostri figli e non vuoi che l’aiuti?”
Discesa vertiginosa se si guarda la cartina stradale.In pratica sono lievi sali e scendi di una strada dritta che non finisce mai.Da un lato boschi e dall’altro boschi,e un leggero vento contro,freddo che ti punge la faccia.E’così per due terzi del percorso fino ad una quarantina di chilometri da Parnu dove il paesaggio comincia ad allargarsi con distese di terra seminata a grano.
Entrare a Parnu è come entrare in una città del Far West.Le case sono di legno,le vie sono dritte e trasversali le une con le altre.Molto semplice.
Leggo che la città ha subito la totale distruzione con i bombardamenti della seconda guerra mondiale,la cancellazione del suo centro storico e così capisco perché è un altro pianeta rispetto a Tallinn.Però mi piacciono certe case,le fotografo,sono così particolari nel loro insieme.
L’ufficio turistico è già chiuso,volevo solo qualche informazione sulle cure termali.Sì,questa cittadina è ancora la più importante stazione di cure termali dell’Estonia;fino a qualche anno fa era presa d’assalto ogni estate da centinaia di migliaia di visitatori provenienti dall’ex URSS.
Assumo il passo lento e svogliato dell’uomo che ha tempo da perdere.Sono le cinque del pomeriggio e posso cercare con calma un albergo che mi soddisfi,almeno esteriormente.
C’è posto dappertutto,siamo ad aprile,e i prezzi sono ragionevoli.Scelgo l’hotel Victoria che ha un bel verde come colore predominante e poi è in Jugendstil (1930)che in sostanza è il nostro liberty.
Voglio dire che quando entro in un albergo la prima richiesta che faccio è per la sistemazione della bicicletta.Lo so,è un mio vezzo questo volere calcare la mano su quanto tenga alla mia compagna,ma bisogna capirmi,in fondo è vero che i miei destini di viaggiatore sono nelle sue ruote.In generale il concierge è molto disponibile ed riesce sempre a trovare un bel posto chiuso a chiave.
Per me una stanza deliziosa,intima e raccolta,con un ampia finestra che guarda su un parco.Primo rito via il copriletto,secondo distendersi sul letto e rimanere così per almeno dieci minuti ad assaporare la fine della giornata sui pedali.
Doccia,via la stanchezza con il sudore sedimentato,piacere della pelle che si profuma e dei capelli che rivivono,pensieri a ruota libera su quello che hai lasciato a casa e sulle incognite che vivrai domani.Purificazione del corpo e della mente,acqua che scorre sul corpo dandoti la sensazione che con lo sporco se ne vadano anche le scorie accumulate nei mesi.
Quando si pedala tutto il giorno,quando si fanno 130 km contro vento,più del cibo si pregusta l’idea del mangiare.Sai che ti sei meritato un bel pasto,sai che non devi badare a spese e soprattutto che non devi badare alla quantità e alla qualità.Sei semplicemente libero di mangiare e bere quello che vuoi.
E allora vado in una pizzeria che trovo per caso,un bel locale pieno di gente,tricolore ovunque e questa è già una garanzia.Chiedo una pizza ai frutti di mare e la sorpresa è che mi portano una bella insalata con gamberetti e verdure varie,non c’è l’ombra dell’impasto.La chiamano Pizas,contenti loro,ma dove cavolo sono andati per inventarsi un piatto così lontano dalla realtà.
Stasera mi rimane il tempo per visitare la cittadina e mi dirigo subito verso le cupole verdi della chiesa ortodossa dedicata alla zarina Caterina II.Quando entro capisco che ci deve essere stata qualche festa perché le persone sono indaffarate a sparecchiare un lungo tavolo.Nella confusione tento di scattare una foto ma il flash mi tradisce e una signora,forse una sacrestana inviperita,mi aggredisce chiedendomi 10 Korone a scatto.Non capisco,”Nie ponimaio”,mi difendo così mentre esco, e in perfetto italiano continuo a dirle,sorridendole,di andare a cagare.
Finisco il giro di malumore,dicendomi che non è giusto che si possa fotografare l’interno di una chiesa solo mettendo mano al portafoglio,perché se così fosse,cosa si dovrebbe far pagare una fotografia fatta all’interno di San Pietro?Cinquecento euro solo per la Pietà di Michelagelo?E poi c’è modo e modo!

27/04/2003 PARNU-SALACGRIVA
Sto facendo pranzo in quella che credo essere una “trattoria”.Sono ad Haademeeste e per arrivarci ho dovuto fare una deviazione di tre chilometri dalla strada principale.Questa cittadina o paesino o che ne so cos’è,dovrebbe essere una località turistica sul mare,ma in effetti sono quattro casupole,una chiesetta con la sua guglia,una strada centrale e appunto la “trahter”.E’ domenica,ho vicino al mio tavolo una famigliola che vive l’entusiasmo di pranzare fuori casa e mi intenerisco un po’.
Il locale è fatiscente,con le suppellettili spaiate,non ci sono segni di antichi splendori;deve essere nato così,improvvisato,subìto da chi non è mai stato il proprietario,inconfondibile segno del passato regime.Ma io adoro questi posti,mi sento a casa e non sto a spiegare il perché.
Riprendo la strada ma mi è venuta voglia di vedere il mare che in teoria avrei dovuto costeggiare da almeno una decina di chilometri.Lo trovo lasciando la strada principale,era coperto alla vista dal bosco che con un certo timore ho dovuto penetrare nel vero senso della parola.
Quando sbuco sulla spiaggia ci sono ancora vaste chiazze di neve ghiacciata sulla sabbia e cercando percorsi asciutti cerco di spingermi fin dove le onde si distendono sul bagnasciuga.
Non sono completamente solo perché vedo lontano galleggiare dei cigni e volare gabbiani che fanno i fatti loro.Mi sento in dovere di fotografarli e nell’avvicinarmi questi prendono il volo allontanandosi ulteriormente.Insisto,per favore fatemi fare una bella foto da far vedere agli amici,ma questi capiscono che sono un corpo estraneo all’ambiente e mi convincono a rinunciare.Uccelli di merda!
Mi sento veramente bene,sto bene qui,unico uomo del creato e in questo momento non ho casini per la testa.
Scopro che posso percorrere una strada parallela alla principale e anche se l’asfalto è più rugoso in compenso è assolutamente deserta.Guardo davanti e non vedo nessuno,guardo indietro e c’è il nulla.Solo silenzio,e il rumore del vento e il richiamo degli uccelli e poi io che parlo da solo.
Ragiono sui chilometri fatti,su quanti ho voglia ancora di farne e soprattutto sugli hotel che qui non se ne vedono.
Questa strada interna attraversa paesini che tali sono solo perché c’è un cartello all’inizio e uno alla fine con su scritto un nome corrispondente a quello sulla mia cartina.Quattro o cinque case,non di più.Chi vuoi che venga a mettere un hotel da queste parti.
Capisco che non posso rispettare le tappe programmate al caldo di casa mia e che tutto dipenderà dalla possibilità di trovare da mangiare e soprattutto da dormire.
Oggi pomeriggio attraverserò un altro confine,entrerò in Lettonia e al solito mi prende la smania di arrivare prima possibile.E’la solita voglia del rito di passaggio,niente di meglio per lasciare qualcosa alle spalle e andare incontro al nuovo,qualunque esso sia.C’è qualcosa di irreale in una barriera di confine.Cambia il colore della bandiera che sventola sul pennone,cambiano le divise dei soldati,cambiano i soldi che devi procurarti per le prime necessità e la lingua che senti parlare, eppure il cielo è lo stesso così come la vegetazione che hai avuto per compagna fino a qualche minuto prima.
Mi piace arrivare fiero sulla mia bicicletta al posto di guardia,a testa alta perché non ho nulla da nascondere e non essere intimorito dai militari che generalmente sono bruschi nel chiederti i documenti.Hey,calma poliziotto,non lo vedi che sono un viaggiatore,puoi rivoltarmi come un guanto e non mi troverai addosso niente di illegale,neanche una macchia sul passaporto e già che ci sei il timbro mettilo dritto,chiaro e non nell’ultima pagina come fai sempre.
La cittadina di confine lettone si chiama Ainazi e mi verrebbe voglia di fermarmi a cercare l’albergo ma è ancora presto,è meglio fare ancora qualche chilometro,mettermi avanti con il lavoro,e poi non sono particolarmente stanco.
La prima cosa che noto è che ai lati della strada non ci sono le miriadi di bottiglie e contenitori vari lanciati dai finestrini delle auto in corsa visti in Estonia.Più avanti vedo un ragazzino che li raccoglie mettendoli in un sacco per cui il mistero si svela.
La seconda sono le case che a differerenza delle estoni sono prevalentemente fatte di mattoni anziché di legno.L’occhio del viaggiatore è allenato e la lentezza del procedere ti permette di cogliere dettagli ai quali altrimenti non daresti peso.
Ora entro nella fase dell’attenzione per cartelli con il simbolo del letto con il suo bel cuscino.Sono così rari che la speranza di vederne uno nel breve è flebile come le forze che cominciano ad esaurirsi.
Cala l’energia fisica, aumenta l’introspezione e allora via con i pensieri sul senso da dare alla mia vita.Mi rendo conto una volta di più che la nota dominante della mia esistenza è stata la curiosità,la fame di conoscere.
Guardo, passando, uomini e donne nello svolgimento di gesti quotidiani,domestici e non posso non pensare ai miliardi di persone che ovunque consumano la loro vita.In poche parole vivono come le farfalle,i bruchi e via dicendo e mi accorgo che il mondo non sono io e quello che mi circonda.Il mondo non esiste perché esisto io.L’unica cosa che posso fare è tentare di soddisfare più che posso la voglia di allargare la finestra dalla quale guardo fuori.
A Salacgriva finalmente c’è un hotel,anche carino,costruito di recente e molto accogliente direi dal sorriso della giovane receptionist.Compio il rito di dimostrarmi ansioso per il ricovero della bicicletta e la ragazza mi fa vedere che la metterà vicino a lei,al caldo e che non la perderà d’occhio.E’ bella e brava e anche intelligente e parla bene l’inglese,la receptionist intendo,sono donne da sposare domani mattina senza tanti complimenti.
Dopo la doccia esco per cercare un ristorante nella cittadina ma c’è il deserto,sembra un paese abbandonato per la peste per cui non mi rimane che tornare all’Hotel e cenare lì,nella solitudine più assoluta.
Invece no,la sala è occupata da almeno una trentina di persone che stanno festeggiando non so cosa.Cantano,ballano,ridono e bevono a più non posso.Sono un punto nero,un brufolo in quell’ambiente,ma non mi prende la malinconia,anzi, sono ancora una volta soddisfatto di starmene da solo e non essere obbligato a fare festa.Mi vengono in mente certi matrimoni ai quali ho dovuto partecipare e ho la pelle d’oca nonostante siano passati moltissimi anni.
Buonanotte.

28/04/2003 SALACGRIVA-PETERUPE
La giornata comincia con la pioggerellina che devo dire non mi preoccupa più di tanto.Sono organizzato,mi preparo per benino,ma porca merda questo vento è veramente bastardo.
L’ho studiato in sordina in questi giorni e ho capito a che gioco sta giocando.E’ come un essere umano che respira,espira e poi inspira,espira e poi inspira.Il trucco consiste nel non forzare quando lui espira,anzi ammorbidire la pedalata,poi quando lui inspira via con la pedalata gioiosa.Si tratta di salvare la gamba,non accettare la sfida,essere come una canna di bambù.
La giornata comincia anche con la ruota posteriore sgonfia.Va bene,la gonfio ma so che il problema esiste.Mentre compio questa operazione ho vicino un ragazzo down che mi guarda incuriosito e subito penso che magari è stato lui a sgonfiarla e se così fosse il problema è risolto.Magari.A volte penso di essere proprio un cretino.
Dopo trenta chilometri controllo la gomma ed è ancora gonfia per cui anche se non fosse stato il down a sgonfiarla deve essere stato qualche altro imbecille dell’albergo,uno di quelli che facevano festa ieri sera,anzi sono quasi sicuro che è stato quello grasso con la faccia da porco.
Altro problema è il mangiare.La strada per Riga è un nastro d’asfalto tra la pineta e non c’è un posto di ristoro a pagarlo oro.
Faccio una deviazione di tre chilometri per arrivare nel solito paesino del Far West che non ha nulla,nemmeno il saloon,e quando dico nulla vuol dire nulla.
Ma i dodici abitanti di questo posto cosa cazzo fanno d’inverno con la neve che li copre fino alla testa?Dormono per mesi e mesi,dormono come i ghiri,non riesco a pensare ad altro.
Altra deviazione di due chilometri per il paese fantasma di Dume,dove perlomeno sospetto l’esistenza di un negozio di alimentari.
C’è,la bottega c’è,ho avuto un bel culo a tentare questi due chilometri sapendo che ne avrei dovuti fare altri due per ritornare sulla strada principale.
Entro con fare deciso,un po’ prepotente porca puttana e sono preso alla sprovvista dall’assenza di qualcuno dietro al banco;mi guardo in giro e seduti ad un tavolino ci sono un bambino,un ottantenne e una signora di mezza età.La signora si sta incazzando con l’anziana che non azzecca le addizioni.Glielo spiega e rispiega ma la vecchina è irriducibile,inaccessibile e si vede lontano un miglio che sopporta.Il bambino tenta di intervenire per dimostrare che lui sa,ma in risposta si becca uno scappellotto a piatto sulla nuca.
Traduco:”Taci,stupido,che non hai ancora capito i sistemi di misura.Vedi,cretino,un litro e un chilo sono la stessa cosa,cretino”.
Sono asettico,non parteggio per nessuno,vorrei semplicemente che qualcuno si accorgesse di me per servirmi.Non mi stanno cagando per niente,la signora continua a imprecare verso i due ed io aspetto paziente con amore,guardo quelle tre testoline con amore.
Tossisco e finalmente tocca a me,faccia da intellettuale,laureato cara signora vorrei dirle,che se con quei due può fare la sapientona con me sarebbe una bella battaglia.A proposito ma l’ettolitro a cosa corrisponde nella scala dei pesi?
Ho fame,voglio quel gran pane bianco e poi quel trancio di prosciutto,se per favore me li taglia,il trancio a fette spesse e il pane di traverso,a metà.Lei non capisce,faccio gesti simulando una sega,non sa il francese,non sa l’inglese e lo spagnolo ma si trova davanti un ometto che conosce qualche parola di russo.Signora io sono italiano,non si preoccupi,non sono un russo,sono semplicemente un fantastico viaggiatore italiano.Il conto lo fa usando il pallottoliere,quello con le sfere bianche e nero ed è un tuffo nei ricordi più teneri.
Fuori dal negozio mi siedo su una pietra per consumare il pasto e mi fa compagnia un gatto che comunque non ci rimette.Mangiamo facendoci carezze e poi siamo così simili in questo frangente.I tre quarti di birra sono un buon lasciapassare per la quiete,per l’appagamento in questa giornata grigia e piovigginosa,per la sensazione di essere al centro dell’universo e di avere adempiuto al proprio compito ancestrale.
La gomma posteriore si sta sgonfiando,la rigonfio un po’ ma so che all’interno della camera d’aria c’è il bastardino che sta minando la tenuta pressoria.E’ deciso,mi fermerò ad una pensilina di fermata d’autobus per cambiare la camera d’aria,non c’è altro da fare.
Così faccio,con calma,movimenti precisi e decisi,mani asciutte da professionista e le cose appoggiate con cura tutto attorno.Arrivano due uomini dal nulla con sorriso accattivante chiedendomi le solite banalità della situazione.Rispondo continuando a fare la mia riparazione,sono comunque guardingo se si tiene conto che su questa strada siamo solo noi tre.Sono costantemente consapevole che il viaggiare da solo mi può esporre a vari pericoli per cui se mai dovesse succedere qualcosa voglio comunque vendere cara la pelle.
Arrivo a Peterupe che è ancora un ora decente e decido di proseguire ma appena fuori città chiedo ad un benzinaio quanti chilometri mi separano da un posto dove ci sia un albergo.Almeno trenta chilometri mi dice,per cui rientro a Peterupe e cerco una sistemazione.
Non ci sono hotel,ma rimedio quello che si potrebbe definire un B&B.Mi viene offerto uno chalet con tanto di sauna personale.Va bene,affare fatto per poco più di 34 euro compresa la prima colazione,devo dire che fino ad ora i costi in generale sono piuttosto contenuti.Meglio così.
Trovo il tempo per fare due passi in questo posto che ancora una volta devo dire piuttosto desolato.Compro in una specie di supermarket un paio di ciabatte di plastica con un odore di petrolio incredibile,ceno in un surrogato di Mac Donald’s ed è arrivato il momento di andarsene a dormire.

29/04/2003 PETERUPE-RIGA
Questa mattina il tempo tende al bello e poi non c’è il vento.Un po’ mi manca ma come è facile pedalare così,che bello godersi il paesaggio inframezzato da laghi,senza quel rumore sordo e continuo nelle orecchie.
Me la prendo comoda, sulla carta devo fare solo 44 Km. per arrivare a Riga e poi domani ho la giornata di riposo.
Quando mancano 15 Km. alla meta e i primi segni della grande periferia si annunciano con i casermoni proletari,noto il cartello blu con il simbolo “i” di informazioni.Perché no,ci vado,dista solo 1,5 Km.,guadagno tempo tenuto conto che gli uffici informazioni del centro sono sempre affollati.
Percorro un dedalo di strade tra enormi caseggiati fino ad arrivare ad una costruzione che sembra essere un centro sportivo.Sono le 11,cartelli indicatori dell’ufficio non se ne vedono.
Chiedo ad una signorina appena scesa da un fuoristrada se sa dove possa essere l’ufficio fantasma e noto subito il suo stupore.Mi guarda come se avessi chiesto chissà che cosa,ma si riprende e mi fa cenno di seguirla.
Camminiamo veloci per lunghi corridoi fino ad arrivare davanti ad una porticina che ha appiccicato sopra un pezzo di carta con disegnata artigianalmente la “i”.Lei ha le chiavi,è l’addetta,apre e mi fa entrare in una stanzetta arredata semplicemente con una scrivania e due sedie.E’ imbarazzata e lo sono un po’ anch’io,vorrei andarmene ma non voglio offenderla e poi sto ancora decidendo se è carina o no.
Le chiedo se per caso avesse una mappa di Riga e mi dice di no,allora provo facendomi consigliare un hotel e a questo punto felice apre lo stradario di un elenco telefonico e studia con attenzione la zona che penso ritenga la più idonea per me.
Ora telefona all’albergo,chiede il prezzo e si consulta con me;va bene,cinquanta euro vanno bene,sei stata molto gentile a darti tanto da fare,ma ora devo andarmene.
Lei si scusa ancora una volta di non essere all’altezza,mi spiega che sono il primo cliente di quell’ufficio aperto da poco,vuole disegnarmi il tragitto per raggiungere l’hotel e io subisco,dico di sì,ho deciso che è carina quando con la mano si sposta i capelli dalla fronte.
Mi guarda con occhi da cocker e all’improvviso mi invita a seguirla.Comincio a preoccuparmi,non vorrà mica portarmi a casa sua e poi magari chissà cosa avrà intenzione di fare con me.Sale in macchina e io la seguo in bici,poi si ferma ad un chiosco di giornali e riparte fino a che arriviamo ad un distributore di benzina.Non ho mica ancora capito cosa stia cercando e sono tentato di andarmene quando esce dal negozio e raggiante mi apre una cartina gigante della città di Riga.Disegna il tragitto che devo percorrere per l’hotel e alla fine me la consegna soddisfatta.
Cerco il prezzo sul retro ma è stato tolto e a questo punto glielo chiedo.Lei si schernisce,è un suo regalo,io sono imbarazzato e insisto,ma non c’è niente da fare.
Cerchiamo di metterci nei miei panni,è una questione di poco conto forse, ma personalmente ho l’esigenza di agire in qualche modo.Cerco nella mia piccola borsa e l’unica cosa che trovo da poterle donare è un vocabolarietto italiano-inglese,inglese-italiano.
Ci guardiamo,c’è poco da dire,siamo due estranei che si sono fatte della gentilezze senza un particolare motivo.Mi viene spontaneo baciarla e andarmene senza voltarmi indietro, come se fossi in un film,come se non fosse successo niente,anche se dentro di me rimane una dolcezza sottile,un dubbio sul come sarebbe stato se avessi avuto voglia di dedicare un po’ di tempo a questo incontro.
Questo è il mio vero problema,la fretta,per qualsiasi cosa,per avere l’impressione di vivere di più,accumulare esperienze per poterne ricordare di più,quando verrà il momento di fermarsi.
Mi sto dirigendo con sicurezza verso l’albergo,ho indicazioni dettagliate,quando attraversando un ponte noto dall’altra parte della strada un fagottino incurvato che sta pulendo per terra con una scopa di saggina.Non è l’età che mi stupisce,certamente oltre i settant’anni,non è questo angolo retto tra il tronco e gli arti inferiori e nemmeno il fatto che stia scopando un pezzo di superstrada,ma il giubbotto di sicurezza arancione con le bande rifrangenti che indossa.Mi vengono in mente quei giapponesi su un isola che non avendo avuto notizia della fine della guerra,continuavano a sentirsi combattenti.
La vecchina non è mai andata in pensione,nessuno ha avuto il coraggio di dirglielo che era arrivata l’ora,né i governanti di prima né quelli di adesso,e,convocatala un giorno,qualcuno deve averle detto:
-“Gentile signora,abbiamo norme di sicurezza che impongono che lei,nello svolgimento del suo lavoro,indossi un giubbottino di sicurezza”-
Nessuno deve avere sentito la sua risposta,lei ha preso la novità tra le mani e forse con una smorfia di sopportazione è ritornata sul suo pezzo di strada.
Ciascuno spende la propria vita come meglio crede,ma c’è dignità anche curando con meticolosità un pezzo d’asfalto.Sono fermo da un quarto d’ora,non ho nessun diritto a violare il tempo di una farfalla,di una vita che,comunque sia,ha vissuto.Mi piacerebbe poter credere che il suo mondo è pieno di sogni.
Proseguo arzillo e ad un certo punto vedo sulla destra un parallelepipedo in mattoni rossi e guardando con attenzione scopro che è un hotel.Per curiosità entro a chiedere il prezzo e una receptionist piuttosto attempata e annoiata mi dice 13 lets per una singola,circa trentamila vecchie lire.Però,mica male,chissà che cesso saranno le camere per cui ringrazio e me ne vado.Il mio albergo,quello prenotato,costa 30 lets ed è situato in una zona con molto verde e numerosi impianti sportivi.La hall è accogliente così come le giovani ragazze dietro il bancone dell’accettazione,ma non so perché non mi sento a mio agio.C’è un atmosfera da “fighetti” e non lo sopporto per cui in men che non si dica salto sulla bici e ritorno all’”Oscar”,così si chiama il parallelepipedo che nel frattempo è aumentato di prezzo di altri due lets.Sarà che ora a ricevermi sono due le addette all’accettazione.
La mia stanza è pulitissima,luminosa e molto accogliente;sono entusiasta come se avessi vinto alla lotteria.
Mi rendo conto che sono alla periferia di Riga,che il centro non è sotto casa ma a me va bene così visto che a pochi passi ho la fermata dei mezzi pubblici e una delle mie regole fondamentali è proprio quella di viaggiare sui tram o filobus quando sono in una città nuova.E’ questione di esperienza,mi piace stare a contatto con la gente di tutti i giorni,quella che vive quotidianamente la propria città e poi mi piace ascoltare i discorsi per cercare di individuarne il senso.
Salgo sul N° 4 che percorre tutta la Brivibas iela,il viale della libertà credo,che in venti minuti mi porta proprio nel centro,a ridosso della Vecriga,la “vecchia Riga”,punto base per le mie scorrerie.
Sono smanioso,eccitato,voglio vedere tutto e subito,però capisco che mi devo dare un ordine.
Mi dirigo verso la Doma Baznica,il duomo,l’edificio di culto più grande delle Repubbliche Baltiche (m.87×43),e poi voglio proprio vedere il famoso organo del 1883 composto da 6718 canne.E’ chiuso,giro attorno ma non c’è una porta aperta,a pomeriggio inoltrato non posso smarcare dagli impegni il duomo costruito per ordine del vescovo Alberto di Brema a partire dal 1211.
Decido di girare a vuoto ed è una meraviglia dietro l’altra.Questa è una grande città,mercantile fino all’osso,perché l’ho letto nella sua storia,esagerata rispetto all’intimità che infondeva Tallinn.E’ una sorpresa dietro l’altra,due passi e non si sa da che parte girarsi a guardare per prima.
E’ vero che sono un turista,ma sto bighellonando senza meta,giro e rigiro per il dedalo di stradine chiuse al traffico automobilistico,passo e ripasso più volte davanti a negozi che cominciano a diventare punti di riferimento.
Frequentemente vengo fermato da qualcuno che ha qualcosa da vendere,orologi falsi,cartoline, piccoli oggetti di artigianato e comunque sono persone dalle tipologie più diverse.Non sono necessariamente giovani sbandati,ma per esempio sono persone anziane che a prima vista appaiono come dignitosissimi pensionati.Un anziana signora,per esempio,mi offre una serie di cartoline e quando esasperato le dico che sono stanco di questo continuo stillicidio alle mie finanze mi risponde offesa che lei non è mica russa,lei è lettone.
Comincio a pregustare l’ora di cena,so con certezza che stasera mi tratterò bene,so di essere nel giusto e non riesco a esprimere al mondo circostante quanto stia bene.
Il ristorante si chiama Nostalghjia ed è l’apoteosi dello stile liberty.Insomma è l’apoteosi di tutto ciò che è ex Unione Sovietica.Come il mio hotel “Oscar”.
Ho capito tutto.Qui qualsiasi cosa che ha a che fare con la cara vecchia Russia è disprezzata alla grande e quindi i prezzi sono popolarissimi,ma la qualità è elevatissima ed io che non ho pregiudizi sto sguazzando nel lusso sfrenato a prezzi da periferia.Altro che Hilton e compagnia bella,altro che europeizzazione sfrenata.
Mangio una Strogoff servita da un cameriere in livrea beandomi tra cristalli e stucchi ovunque,pago l’equivalente di dodicimila lire ed esco con l’aria soddisfatta di un alto funzionario di partito colmo di privilegi.
Mi dirigo verso l’Esplanade al capolinea del N° 4 e sta piovigginando;i giovani si radunano a gruppi per organizzare la serata,scherzano a voce alta e ridono di battute che si rimbalzano gli uni con gli altri,senza darsi tregua perché è in gioco la palma del più simpatico.
C’è di tutto,dall’ubriaco al tossico,dal venditore di dolciumi al giocoliere,dal nottambulo professionista al sottoscritto che non vede l’ora di rientrare all’albergo per andarsene a dormire.
Me la trovo a fianco come se fosse stata lì da ore,con naturalezza come se avessimo passato la serata insieme.
Ho l’impressione che mi stia chiedendo un informazione,la guardo stupito perché è bellissima,non capisco bene cosa voglia e continuo a camminare cercando di allontanarmi da lei,allungando il passo e scuotendo la testa per farle capire che non comprendo ciò che mi dice.Ma è bellissima,alta,capelli neri e occhi grigi ghiaccio,senza un filo di trucco ma assolutamente eccitante.
-“Posso parlare con te?”-,mi chiede in un inglese stentato.
-“No,scusami,ma ho fretta”-,rispondo seccato.
-“Che problema c’è,non vuoi la mia compagnia?”-Insiste.
Cerco di spiegarle che non è il caso che perda del tempo con me,sono l’uomo sbagliato,non cerco e non ho mai cercato queste cose.
E poi le dico chiaramente che è gia una cosa straordinaria che le stia parlando,merito di quanto sia bella,ma non ho nessuna intenzione di cacciarmi nei guai.So che ovunque voglia portarmi potrei incappare in qualche suo complice che non ci penserebbe due volte a sottrarmi la fotocamera digitale oppure il cellulare e il portafoglio.
-“Vorrei solo stare un po’ con te stasera,ti sembro pericolosa?”-
-“Quanti anni hai?-le chiedo
-“Ventitre”-
-“Sai quanti anni ho io?-
-“Non mi importa”-
-“Ho cinquant’anni,e tu sei così bella che ho difficoltà a rifiutarti”-
-“Allora stiamo insieme stasera,non c’è niente di male”-
-“O.K.,come ti chiami?-
-“Angelina”-
Passiamo la serata su una panchina che guarda il Pilsetas Kanals,il canale che correva a ridosso delle mura abbattute alla fine del XIX secolo.E’, credo,un posto di ritrovo per le coppie che desiderano passare una serata romantica,alla luce fioca di lampioncini molto discreti.
Un viaggiatore deve essere disposto a rischiare qualcosa,anche il buongusto se è necessario,ma in me c’è il principio sacro dell’omnia munda mundis di manzoniana memoria.Quando frà Cristoforo si presenta al convento con Lucia,il frate guardiano dice appunto a Cristoforo:”Ma padre,padre! di notte…in chiesa…con donne…chiudere…la regola…ma padre!”.Tutto è puro per i puri (S. Paolo a Tito) è la risposta e questa sera io sono l’uomo più puro del mondo.
La serata passa inesorabile,non ha senso raccontare le mille cose che due persone così diverse si possono dire.Mi stiro impacciato,è il momento del congedo,del ciao devo andarmene,e alla fine ci scappa un -“domani sarò ancora da queste parti,più o meno alle diciotto,ciao buonanotte”.-
Sotto la pensilina mentre aspetto il quattro,la mia testa è un luna park nelle feste di Natale e ogni centimetro della mia pelle è un concentrato di sostanze stupefacenti.
Non ho dubbi,era una mignotta,però che strano perdere così tanto tempo con me e non guadagnarci una lira.No,non può essere una puttana una che sta tre ore a parlare con uno che non scuce un centesimo.
Cavolo se era bella,certo mi bastava allungare una mano e me la sarei proprio goduta,ma meno male che ho avuto buonsenso altrimenti ora sarei in chissà quale pasticcio.
Impiego meno di venti minuti per tornare all’albergo,mi sento particolarmente solo,una specie di languore mi impedisce di prendere sonno e poi c’è domani,non vedo l’ora che sia domani,ho una giornata intera da vivere con curiosità.

30/04/2003 R I G A
Ho un programma molto preciso:a)comperare il Baltic Balsam,b)andare al mercato centrale,c)visitare il museo dell’occupazione,d)andare al museo etnografico.
Il museo dell’occupazione apre alle 11,me ne andrò al mercato centrale che pare sia spettacolare per la quantità di merci esposte.E’ vero,è tutto vero,è una gioia per gli occhi aggirarsi tra la miriade di banchetti che espongono montagne di verdure,di scarpe,di giubbotti e qualunque cosa che non mi fa muovere neanche un pelo.In cinque enormi hangar che durante la prima guerra mondiale ospitavano gli Zeppelin tedeschi,ora sono vendute montagne di pesce,di latticini,di dolci,di carne,in una apoteosi di colori e odori stupefacente.Giro e guardo e naturalmente non compro niente,non saprei cosa farmene della roba da mangiare.
Tra il mercato e la stazione ferroviaria i marciapiedi sono affollati da improvvisati venditori:qui viene chiunque abbia qualcosa da vendere,persino oggetti personali di casa che per necessità si è deciso di farne a meno.Credo che questa gente provenga dalle parti più sperdute della Lettonia,alzandosi in ore antelucane e percorrendo centinaia di chilometri sui pulmann nella speranza di racimolare qualche soldo in più.
Signori,sono in uno tra i più grandi mercati d’Europa,80.000 metri quadrati di superfice totale,sono a Riga,città cosmopolita,città mercantile della Lega Anseatica con porto sulla Dvina Occidentale,qui è come essere a Brema o a Rostock.
E’ arrivata l’ora di andare al museo dell’occupazione,il Latvijas 50 gadu okupacijas fonds,un basso parallelepipedo grigio scuro che all’interno racconta cinquant’anni di occupazione della Lettonia da parte dei nazisti prima e dei sovietici poi.Nel frattempo riesco a comprare il black balsam,liquore d’erbe del posto ma anche pozione miracolosa per tutti i mali.Ho quindi compiuto già due missioni e mi preparo a portare a termine la terza.
All’entrata del museo c’è un anziano in divisa da partigiano penso,mi saluta ed entro,non si paga il biglietto e mi viene indicato di proseguire al primo piano.
C’è tutto quello che ci deve essere in questi posti,proclami,bandiere,foto d’epoca,oggetti personali vari,divise e in particolare la ricostruzione di una baracca che ospitava i deportati lettoni in Siberia.
Leggo un po’ qua e un po’ la,a caso,cercando di evitare di incrociarmi con una scolaresca in gita.Niente da dire,tutto ciò che riguarda la lotta per la conquista della propria libertà è lacrime e sangue,per qualsiasi popolo,con la gente inerme che alla fine paga il conto più salato.
Missione compiuta,è ora di andare a pranzo.
Entro in una cafejnica,bar ristorante per impiegati nella pausa pranzo,giovani rampanti in carriera che anche davanti al cibo non smettono di parlare di lavoro.Conosco i tipi.
Ad un tavolo quadrato davanti a me,lo dico perché gli altri tavolini sono rotondi,un uomo distinto in giacca di buon taglio e cravatta svolge quella che credo essere la sua attività di mediatore.Quando arrivo c’è un cliente che ha quasi finito.A mezzogiorno in punto ne arriva un altro,ha tirato fuori da una borsa la sua cartellina e spiega il caso.Il mediatore da le sue risposte,con una certa grazia mi sembra di percepire.Alla mezza arriva un terzo signore che probabilmente è la controparte dell’uomo della cartellina.
Non so cosa stiano trattando,forse la vendita di qualcosa,ma è interessante notare la professionalità del mio uomo che in tutto il tempo ha bevuto un succo di pomodoro e un cappuccino,fumando al massimo due sigarette e prendendo soprattutto appunti.
Secondo me l’ultimo arrivato lo sta prendendo in quel posto,ha un viso mite,ingenuo e anche diffidente sulle prime ma progressivamente sta mollando le difese,lo vedo chiaramente che basta lasciargli fare qualche battuta e sorridere per rubargli le caramelle.Poveraccio,magari poi torna a casa e racconta di avere trattato alla grande e da pari a pari con il gatto e la volpe.
Sul tavolo quadrato c’è un cartoncino con su scritto “riservato” e comincio a fantasticare sul come aprire un ambulatorio medico in un bar di Genova.
Pancia piena,visita al duomo che finalmente è aperto,pago il biglietto e scopro che per fare foto devo pagare un’altra tassa.Qui non si vuole capire che io adoro fare fotografie di nascosto,che godo a cercare i posti più nascosti per scatti di rapina e che ad ognuno impunito ho un orgasmo.Garantisco che non è facile perché essendo l’unico visitatore ho gli occhi attenti di tutti i guardiani addosso.Giro e rigiro attorno al pulpito ligneo del 1641,non me ne frega niente,sono teso come la corda di un arco pronto alla foto.Fatta,ne ho fatto un’altra gratis.
Dalla navata destra si accede al chiostro del monastero e ci vado anche se essendo in restauro non ci posso entrare.E via con le foto.
La voce acuta della guardiana alle spalle è una lama che mi trafigge inaspettata,sono sorpreso,annichilito per alcuni secondi,ma proprio alcuni,perché comincio anch’io a ribellarmi,a inveire in perfetto italiano contro questi luterani barbari che mercificano la sacralità di questo tempio.
Esco molto arrabbiato,sbattendo la porticina,che cavolo,banda di morti di fame.Mi accoglie la piazza del Duomo,generosa con i suoi palazzi neo rinascimentali e sento un clamore provenire da una delle vie che vi sfociano.Saranno trenta o quaranta individui mascherati da spermatozoi che gridano slogan e agitano cartelli.Cerco di capire e la prima impressione è che inneggino all’amore libero,alla libertà degli spermatozoi di correre felici senza superflue costrizioni.
Non è così purtroppo,la manifestazione vuole sensibilizzare la gente ad avere rapporti sicuri,protetti,in poche parole all’uso dei preservativi.In tutti i paesi dell’Est Europeo c’è sempre stata molta libertà sessuale e penso che negli ultimi anni il problema AIDS sia diventato particolarmente pesante.

Quarto obiettivo,il museo etnografico all’aperto che si trova piuttosto lontano dal centro e per raggiungerlo devo prendere il filobus N° 1.E’ un bel viaggetto,praticamente da un capolinea all’altro,ma queste cose mi interessano più di qualsiasi cattedrale o castello per cui l’entusiasmo non manca.
Sono solo,non c’è l’ombra di un turista,un museo all’aperto esteso su oltre 100 ettari che raccoglie quasi un centinaio di antichi edifici rurali,mulini a vento,chiese e altre strutture dei secoli XVIII-XIX provenienti da tutto il paese,tutto per me.
E’ un lungo camminare nel bosco,è entrare nelle antiche case dei contadini per cercare di carpire un soffio della loro vita,un immedesimarsi nella loro quotidianità,inventarsi con la fantasia un odore.Il percorso è lungo,comincio a stancarmi ma allo stesso tempo voglio vedere tutto quello che c’è da vedere.Entro nella chiesa,esco da un laboratorio,fotografo secondo le emozioni del momento.
Finisco aggirandomi tra case di pescatori,sono sulle sponde del lago Jugla e finalmente è ora di riprendere l’1 per andare in centro.Oddio,sono indeciso se andare in albergo,cenare frugalmente e poi dormire.Domani devo riprendere il viaggio.Sono nervoso,non so,sono distratto,mi lascio trasportare e arrivo sull’Esplanade.
Lei è seduta su una panchina,Angelina e chi se no,stretta in un soprabito di pelle nero che stringe ancor di più abbracciandosi,fuma una sigaretta e non mi ha ancora visto.Sarà bene che faccia finta di non vederla,vado a cena e chi se ne frega di quel gran pezzo di ragazza.Mi avvicino sornione,mi siedo accanto a lei con semplicemente un –“Ciao”-
-“Domenikò”-con l’accento sulla “o”,risponde raggiante.
Ha un filo di trucco attorno agli occhi,matita nera,e un discreto rossetto rosa sulle labbra.Deglutisco strozzato.
-“Hai voglia di cenare con me?Ho camminato tutto il giorno e ho una fame da lupo”-
-“Si,Domenikò,anch’io ho appetito”-
Andiamo al Nostalghja,mi ero trovato bene,e anche stavolta è come essere alla corte dello zar.Lei è molto curiosa di me,io cerco di rimanere nel vago,è inutile incrementare il mio fascino dicendole che sono un medico.
-“Sono un laureato in lettere,ma sono un viaggiatore professionista,scrivo per guide turistiche ”-
-“E tu?”-
-“Sono al terzo anno di architettura,ma sto perdendo tempo perché non ho dato molti esami”-
E avanti così,fino a che decidiamo di andare a fare due passi,come se non ne avessi fatti abbastanza durante tutta la giornata.
Ne approfitto per andare a vedere il complesso dei Tre Fratelli,così soprannominato sull’esempio delle Tre Sorelle di Tallinn;la casa al N° 17,costruita da un mercante nel secolo XV,è la più antica abitazione della città.
Ritorniamo sull’Esplanade che è stupenda alla luce della luna,in questa serata tiepida, primaverile,sembra che tutto voglia complottare per intenerire i cuori.
-“Vuoi che venga con te al tuo albergo?”-mi chiede all’improvviso.
Sono titubante,ma solo perché non voglio farle vedere che non alloggio all’Hilton e poi i due cerberi delle reception sicuramente mi farebbero la radiografia.
-“No,Angelina,non mi va”-
-“Allora vieni a casa mia”-continua irriducibile.
Prendiamo un taxi,ma sì andiamo,non posso fermare il vento con le mani.
Il viaggio dura un quarto d’ora,fino alla periferia riconoscibile dalle solite costruzioni popolari,i lego come li chiamo io,e salgo da lei.Piccolo appartamento,i suoi genitori sono in cucina,li intravedo,e la seguo in camera sua.
La prima cosa che fa è accendere la televisione che è sintonizzata su MTV,mentre io mi siedo un po’ rigido sul letto.Anche lei è tesa,fuma una sigaretta,non so cosa dirle per metterla a suo agio.E poi,cavolo,l’ospite sono io.Dopo qualche minuto si alza dal divanetto di fronte al letto e mi dice che va a farsi una doccia.
Rimango solo non sapendo che fare,se spogliarmi e mettermi sotto le coperte o continuare in questo limbo in cui tutto può succedere.Magari si apre di colpo la porta ed entra un energumeno armato che mi rapina nella migliore delle ipotesi.Meglio rimanere vestiti,la dignità prima di tutto,anche nella tragedia.
La porta si apre,non di colpo,e appare Angelina vestita solo di un asciugamano sui fianchi.La prima cosa che noto è che non ha praticamente seno.Chi se ne frega.
Mi si avvicina,mi prende il viso tra le mani e chinandosi mi dà un bacio sulla fronte.Le mie mani le accarezzano le cosce ed è come toccare il marmo,anche se più caldo.
Alzandomi le sussurro:-“Hai un preservativo?”-
-“No”-
-“Come no,non ce l’ho neanch’io!”
-“Non importa,non è importante”-
-“Angelina,invece è molto importante,tu non sai chi sono,cazzo!”
Finisce così,comincia ad essere tardi per me,domani mi rimetto in marcia,ho un po’ di ansia,è il primo maggio e magari avrò problemi nel trovare da dormire in questo Paese che se ne fotte del turismo.
-“Puoi chiamarmi un taxi,per favore?”-
-“Te ne vai già,non rimani qui stanotte,dove vai domani,posso venire con te?”-
-“Angelina,io giro in bicicletta,sono diretto a Vilnius,te l’ho detto sono un viaggiatore”-
-“Non ci vedremo mai più?”-
-“Non credo,mi dispiace”-
-“Posso raggiungerti a Vilnius in treno,dammi il tuo numero di cellulare”-
-“Angelina,non è possibile,dammi il tuo indirizzo,ti manderò una cartolina,forse,preferisco essere io a farmi vivo”-
Aspetto il taxi,ci mette un po’ ad arrivare,ma finalmente me ne vado,ritorno al mio albergo,finalmente i miei muscoli cominciano a rilassarsi,faccio un respiro profondo,ma porca miseria,che storia da raccontare,grande eroe questo uomo…o grande coglione.
Riga,un milione di abitanti,vivibilissima,traffico tranquillo a tutte le ore del giorno,viabilità intelligente,da paese civile.
Ecco cosa manca però,me ne accorgo solo ora:non c’è lo sfarzo dei soliti beni di consumo.Non ci sono quei negozi di grandi firme che imperano in tutte le città che ho visto fino ad ora.Riga è essenziale.E la gente non è griffata.
Anche nei cartelloni pubblicitari non vedi grandi nomi multinazionali.Ho visto un tram dipinto Mac Donald’s,un altro Nestlè,ma credo sia proprio per onor di firma.Chi me lo fa fare di andare a mangiare un hamburger di plastica quando con poco più posso mangiare una ottima bistecca.
E la birra,sempre mezzo litro per volta ad un prezzo di circa un quarto di quello che pagherei in Italia.Con al massimo 7 euro mangio in un buon locale e sono anche trattato da signore.
Benvenuti nella Comunità Europea.

01/05/2003 RIGA-BAUSKA
Uscire da Riga non è la cosa più facile del mondo.Pedalo di buona lena nel caos di una grande città che si sta svegliando,sotto la pioggia e le docce d’acqua sporca schizzate dai camion che ti fanno il pelo.Non ho voluto fare colazione in hotel perché avevo fretta di partire ed ora sto cercando una cafejnica per bere almeno un caffè.
Ad una fermata d’autobus vedo un chioschetto che potrebbe fare al caso mio e mentre scruto la vetrinetta per scegliere una scatola di biscotti fra le tante,mi si avvicina un signore con una faccia simpatica.
-“Caffè,vorrei un caffè”-gli dico,mentre lui a gesti mi fa capire che devo seguirlo.
Mi fa entrare in uno sgabuzzino,mi fa sedere mentre scalda una caraffa di liquido nero su un fornelletto elettrico.E’ il suo ufficietto,il suo buco perche lui di mestiere fa la manutenzione degli autobus.Apre qualche cassetto e mi fa vedere pezzi di ricambio e sorride sempre,non ha mai smesso un secondo di sorridere.
Ha settant’anni e mostra con orgoglio le crocette sul calendario,i giorni smarcati che lasciano in evidenza quelli ancora da fare per arrivare alla pensione.Pochi per la verità.
-“Poi dormirò”-mi dice-“nella mia casetta in campagna e coltiverò un po’ di orto”.
Ha fatto l’autista per una vita e da cinque anni,per problemi di vista,è stato messo alla manutenzione.
Chiede di me,ma non vuole essere da meno e mi racconta che ha visto Parigi,Berlino e Copenaghen.
Quando sono così,nel centro di me stesso,quando raggiungo la sensazione che sono nelle cose naturali del mondo,mi rendo conto di avere raggiunto lo scopo del mio viaggio.In fondo è questo che cerco,l’incontro,la gente,le storie comuni a qualsiasi latitudine,scampoli di vita per dare conforto alla mia.
Oggi i miei problemi principali sono:fame,sete,pioggia,vento,sole,strada connessa,dormire.
Ma questo vento è un suicidio,procedo a 9-10 km. all’ora,a piedi andrei più veloce.
Questo vento,nota ricorrente dei miei viaggi,ma come faccio a fare capire che è più facile pedalare in salita.Non è un problema di fatica,ma di rumore.Hai nelle orecchie quel sibilo continuo che ti snerva.
Arrivo a Bauska che,nonostante l’aspetto moderno,è uno dei centri più ricchi di storia della Curlandia.Qui,alla confluenza del Musa e del Memele,che si uniscono a formare il Lielupe,giunsero infatti i Cavalieri Teutonici nel secolo XV e costruirono una fortezza della quale rimangono le rovine.Ci vado!

02-05-2003 BAUSKA-PANEVEZYS
Sono preso ormai nel ruolo e mi è assolutamente congeniale svegliarmi,preparare la roba,caricare la bici,montargli in groppa e partire.
Mi muovo in modo preciso,essenziale e sembra che non abbia fatto nient’altro nella vita.
Oggi ho una una faccia da killer e non so il perché.Pedalo con lena sotto un cielo plumbeo e il solito vento a sfavore,ma chi se ne frega,vogliamo continuare a rompere le palle con queste menate?
Il confine con la Lituania è a pochi chilometri e già pregusto il solito rito che devo confessare non smette mai di eccitarmi.Che perversione sarà mai, magari si chiamerà “confinofilia”.Quando avrò voglia di fare qualche gioco erotico chiederò di simulare il passaggio da uno Stato all’altro e pretenderò che la mia partner mi chieda il passaporto.
L’abilità nei passaggi da un Paese all’altro sta nel cambiare la valuta in modo da non rimanere con troppe monete metalliche che nessuno vorrà mai.Per questo la prima cosa da fare è familiarizzare con il cambio e cercare di rapportarlo con quello del proprio paese in numeri rotondi.Moltiplicare per due,tre oppure dividere per gli stessi numeri.Per quanto riguarda il potere d’acquisto della moneta faccio sempre rapporto al costo della Coca Cola.
Questa Lituania mi appare subito con quella che sarà poi una nota dominante di tutto il suo attraversamento.Le croci,gli altarini.
La prima croce al lato della strada sembra il segno per ricordare una morte violenta in un incidente stradale.Come da noi il mazzo di fiori vicino ad un paracarro o legato al palo di un semaforo.
Ma il susseguirsi di questi simboli su questa strada dritta non possono significare l’ecatombe e comincio a prendere coscienza della profonda religiosità di questa gente.
Noto subito l’insegna della tazza fumante alla mia destra e decido di andare a bermela,per ristorarmi un po’,così giro a sinistra e vado in quel bar.
-“Azzo che fantastica barista”-
Ci metto mezz’ora a bere quel caffè,in fondo loro lo fanno molto lungo,e se non avessi un senso del dovere innato masticherei anche i cinque centimetri di fondo della tazza.
Sono di nuovo fuori e cerco un posto riparato per i miei bisogni.Sì,riparato perché indossando una specie di salopette devo letteralmente calare le braghe.
L’impressione è fulminante,la pace,il paradiso,non c’è più vento,il bastardo si è preso una tregua,forse non si è accorto che sono uscito dal bar,si è distratto,e io volo.
Che bello ragazzi stare sul filo del gas,sentirsi onnipotenti e rendersi conto che la vita è meravigliosa.
A lato della strada noto un animale morto,sembra un gatto,meglio forse una volpe,comunque peloso e già ne avevo visto un altro dall’altra parte dell’asfalto.Chissà,da queste parti ci sono molte volpi che attraversano la strada e vengono stecchite dalle auto.
Più in là sono anche attratto da una specie di monumento pubblicitario con una scritta slava e anche questo lo avevo già notato prima.
Vento a favore,cose già viste,ed ecco il cartello con il nome del paese che sto avvicinando,lo stesso identico nome del paese che avevo già attraversato ore prima.
Ma quel cartello con su scritto Panevezys,36 km.,cazzo,quando l’ultimo che avevo visto prima del caffè diceva 26 km.,cosa può significare.Viaggiatore di merda che non sei altro.Ti stai dirigendo a Panevezys e i chilometri aumentano anziché diminuire?
Sto tornando indietro,sono tornato indietro di 10 chilometri.Hai voglia di dare un senso alla parola disperazione.Nessuno mi proibisca di piangere,di rabbia anche,perché non mi era mai successo.
Ho sempre avuto un particolare senso dell’orientamento,straordinario,ma qualcosa è cambiato,qualche recettore nel cervello si è bruciato.
I primi segni che qualcosa non funziona più è stato a Tallinn.
Avevo problemi di capire bene come ero messo rispetto alla mappa.Non parliamo di Riga,dove ho dovuto a malincuore chiedere ai poliziotti dov’era la sinagoga,io,con la mappa in mano,e la sinagoga a 10 metri,dietro l’angolo.
Un tempo potevi bendarmi,portarmi in qualsiasi città del mondo e io in poco tempo mi orientavo come un cane da tartufo.
Sono segni,segni che si cambia,che nulla è acquisito,che ci trasformiamo.
Oggi ho pensato a molte cose,ma ad una soprattutto ed è che al di là dei sentimenti,la ragione comunque deve prevalere.Perché non si tratta di rischiare o meno la propria vita o quella degli altri,si tratta di stare con i piedi per terra.Non dico altro,ma una volta di più ho messo in chiaro con me stesso che è tempo di vivere il mio tempo.

03-05-2003 PANEVEZYS-UKMERGE
Stamattina ho preso l’autostrada che mi porterà a Vilnius.Strano ma vero,è proprio un autostrada,non c’è il casello,non si paga e in effetti ci possono andare anche le biciclette.
Al solito quando si avvicina l’ora di pranzo tento la sorte in qualche paesino e posso ritenermi fortunato se alla fine trovo un negozio di alimentari.Non mi dispiace mangiare un panino e bere una birra,dedicare poco tempo al pranzo per potere continuare a girare,a muovermi senza fermarmi troppo.
Quando entro nel negozietto che funge anche da bar capisco subito che l’ambiente non è ospitale.Ci sono tre uomini ad un tavolino che appena mi vedono cominciano a ridere e a fare battute.Uno in particolare,piuttosto alticcio, mi guarda beffardo,mi provoca con frasi che probabilmente sono offensive.Rimango sulle mie,non do segni di capire che sono l’oggetto dello scherno,chi se ne frega,sono in un paesino isolato e non è il caso di fare il permaloso.
Prendo il mio panino e la birra ed esco tra le grida dell’ubriaco che si fanno sempre più minacciose.
Seduto su un tronco d’albero mangio con appetito quando l’ubriaco,uscito dal bar,mi si avvicina e continua a parlarmi schizzandomi saliva a più non posso.Ora comincio a innervosirmi,mi guardo attorno per cercare qualcosa per difendermi,un bastone,una pietra,ora mi alzo e sono pronto allo scontro quando i suoi amici lo chiamano e lo convincono a lasciarmi in pace.
Riprendo la strada ma qualcosa in me è cambiato.
La sensazione di sentirmi un corpo estraneo in queste cittadine è molto forte,non ho niente in comune con la gente,siamo alieni gli uni agli altri.
Trent’anni fa avevo passato vacanze in Bulgaria e nell’ex Unione Sovietica,trovandomi peraltro molto bene,a mio agio direi e fino a questo punto del viaggio a volte mi sono sentito come in un luogo familiare.Ora improvvisamente,per un episodio insignificante,mi sento nemico,anche se tutto è come allora,immutato,nelle case grige,nelle strade sconnesse,nei vestiti e nelle facce tristi della gente.
Qui nessuno ha fatto niente in trent’anni,ha continuato ad essere assistita,non si è tolta nemmeno lo sporco davanti alla porta.Se guardo una casa di legno nella via principale e ne percepisco il disfacimento,mi chiedo perché l’abitante non sia intervenuto in qualche maniera.Gli infissi scrostati necessitano di essere carteggiati e poi dipinti di bianco come erano in origine.
Se io fossi uno sfigato che vive lì dentro,andrei dal ferramenta a comprare la cartavetro,i pennelli e la pittura bianca per legno esterno.
La parola è apatia,questa gente soffre di menefreghismo nei confronti di un apparato che non ha mai incoraggiato la libera iniziativa,anzi l’ha frustrata.In compenso credo che ci sia una percentuale di alcolismo molto elevata tra la popolazione,la birra costa poco,e comunque non lo dico io ma le statistiche ufficiali.
La generazione figlia della precedente,tanto per intenderci i ventenni di oggi è ulteriormente più frustrata in questa nuova libertà.Prima le notizie,l’informazione,la pubblicità ,arrivava per vie traverse,insomma non si sapeva granchè,ma ora internet,la televisione via satellite ti propinano un modo di vivere che è una mistificazione della realtà.Il mulino bianco non esiste neanche in Italia e le famiglie non hanno tutte la casa con giardino e prato all’inglese.
E’ vero,ora ci si può tingere i capelli di rosso,farsi il piercing,comprare i jeans e le calze di seta senza doversi prostituire,ma alla sera quando si torna nel casermone,nel fango perché nelle vie traverse c’è sterrato,cosa cazzo penso della vita tutta Coca Cola e prati verdi.Non c’è un ristorante,bar,trattoria che non proponga musica inglese assordante,quasi fosse un simbolo della nuova era da recuperare con avidità.
La libertà non è entrare in un centro commerciale per comprare le cose più inutili del mondo,non è vestirsi con le firme internazionali per sentirsi omologati,la libertà è credo potere aspirare a vivere dignitosamente senza soprusi da parte di nessuno.
Bevo birra a stecca,stasera solo a cena un bel litrone.Mi sembra che il mondo migliori,ma soprattutto sono io quello che capisce le cose.
Capisco di essere un privilegiato,come sempre in queste occasioni,capisco di essere sufficiente a me stesso,di non avere bisogno di niente e di nessuno.
In questo momento adoro questo viaggio,adoro a stare qui a scrivere cose che chissà se riuscirò tra un mese a decifrare.Sono uno strano tipo.
Prima di entrare a Ukmerge ho fatto una piccola deviazione perché avevo visto su un palo della luce un nido di cicogne.Sono entrato così in un quartiere di case bifamiliari,non molto pulito per la verità,ma la cosa che mi ha più colpito sono state le tende alle finestre che si scostavano leggermente per tenermi d’occhio.Voglio dire che non ho percepito la curiosità ma la diffidenza e per questo mi sono dispiaciuto.Era evidente che mi incuriosivano le cicogne,che vestito come ero vestito non apparivo come un vagabondo,eppure nessuno è uscito per salutarmi,magari per chiedermi da dove venivo e offrirmi un bicchiere d’acqua.
Ukmerge non è degna di nota,faccio la solita fatica per trovare da dormire anche perché non c’è l’ombra di un insegna.E’ vero,nessuno pubblicizza la propria attività,dal negozio all’albergo fino al piccolo artigiano.Alla sera non ci sono le luci sfavillanti che sono abituato a vedere e mi accorgo ora che mi mancano,che strano,tutto sembra più triste,non mi viene neanche la voglia di andare a fare due passi.

04-05-2003 UKMERGE – VILNIUS
Mancano 75 chilometri alla meta,solo 75 chilometri e poi è finita.Stamattina piove ma non mi importa più di tanto.Sembra incredibile ma ho il vento a favore,mi spinge anche un po’ il bastardo.Che euforia ragazzi andare ai 21/22 km. all’ora con l’erbetta ai lati che piega il testino verso la mia direzione.
Sono sull’autostrada,rigorosamente sulla corsia di emergenza,e all’inizio cerco di schivare i miliardi di vermi che tappezzano l’asfalto.Non voglio fare le schizzinoso,anche se in effetti un po’ lo sono,comunque è fastidioso vedere quelle cose viscide che penzolano dal parafango.
Mi fermo a pranzo in un locale molto carino,una specie di autogrill anche se decisamente più intimo e nonostante non abbia appetito decido di prendermi una pausa.La bicicletta è posteggiata sotto la finestra,a vista dall’interno,la voglio sempre avere sott’occhio,non fosse altro perché mi piace guardarla.E’ strano?No,mi piace,molto,ed evidentemente piace anche ad un gruppo di americani che si soffermano a valutarla.Mi accorgo che se ne intendono perché discriminano con attenzione i componenti e dall’espressione dei loro visi ho la conferma di avere creato una cosa di “valore”.Dio come sei bella!
E’ nera e questo la snellisce,poi negli incroci del telaio ha delle cromature che la rendono elegante anche di sera.
Pago le solite quattro lire per un buon pranzo,riprendo a pedalare ma dopo un po’ mi prende l’indolenza.Riconosco questa svogliatezza di fare,di muovermi,di ritardare l’avvicinarsi della fine delle cose.Ogni tanto ai lati dell’autostrada ci sono le piazzole di fermata degli autobus di linea e su una pensilina la panchina di rito mi guarda con complicità.Una,due,ma alla terza non ho dubbi e mi fermo per stendermi sulle assi longitudinali con il giubbotto per cuscino.Guardo il cielo turbolento,poi mi stendo su un fianco e cerco di dormire.Il vento mi liscia l’anca destra prima e la sinistra quando mi giro sull’altro lato ma non c’è verso di prendere sonno.Mi accorgo del sopraggiungere di sporadici clienti delle linee interurbane da piccoli rumori innaturali degli esseri umani,ma non mi scompongo,mi lascio osservare senza pudore,vagabondo fiero di esserlo,quasi arrogante nel mio stato di assoluto benessere.
Arrivare a Vilnius è il compimento del rito che alla fine ti dà sollievo ma anche un velo di tristezza.Il cartello stradale con su il nome della capitale lituana è una superflua conferma già anticipata dall’allargarsi della strada e dall’intensificarsi del traffico.La periferia densa di costruzioni abitative dove la gente trova un soffitto per dormire,ricalca le decine di periferie viste in qualsiasi altra parte del mondo.Sono i soliti parallelepipedi alveari che per il semplice fatto di ospitare povera gente anche esteticamente devono essere brutti.L’architetto che li disegna deve essere il mentecatto di turno che,brutto egli stesso,ragiona secondo il principio ”non ho voglia di impegnarmi per dei morti di fame”.
E’ domenica pomeriggio,non c’è gran traffico in giro e mi sto dirigendo verso il centro dove so che troverò il caro e buon hotel ex Unione Sovietica.
Lo trovo nel centro del centro,dove c’è la stazione ferroviaria e i capolinea degli autobus,inconfondibile nel suo aspetto triste ma così affascinante ai miei occhi romantici.La reception è inappuntabile come al solito e la giovane impiegata non è il solito cerbero svogliato al quale sembri dare fastidio solo perché hai bisogno di una camera.La novità consiste che mi viene proposta una singola con tre livelli di prezzi,80,140,190 lit.Ovvio sono un saggio,voglio vedere la singola al prezzo medio e quando entro nella stanza mi viene un accidente.E’ indecente,in tutto,dal letto al bagno e soprattutto per la mancanza di lenzuola sostituite da una specie di trapunta.
-“Signorina,mi dia la stanza al prezzo più alto,ma mi scusi,che differenza c’è tra l’una e l’altra?”-
-“La televisione”-
Va bene,non è che mi importi molto della televisione,non la guardo nemmeno a casa,ma penso che qualcos’altro in più dovrà pur esserci,almeno le lenzuola spero.
No,la stanza è brutta,il letto è una specie di ottomana deteriorata dal tempo,le lenzuola sono bucate e il bagno è poco più di una latrina.La televisione c’è,anni sessanta,bianco e nero,non mi sognerei mai di accenderla e la userò per appoggiarvi gli indumenti.Eppure la finestra è ampia e dà sulla piazza e poi non so il perché ma non mi sento a disagio,tanto domani se voglio cambio albergo.Voglio vedere come dormo stanotte.
Tolgo le tacchette alle scarpe,ormai non servono più,devo incominciare a organizzarmi per la partenza.Penso che porterò la bici all’aeroporto martedì,così è un impegno di meno.
Guardo la roba sporca nelle borse,segno tangibile di un viaggio in bicicletta da Helsinki a Vilnius,si fa presto a dire “la butto via”,non vale la pena di lavarla,ne compro della nuova,ma sono parte di me,della mia fatica e per adesso sono oggetto del mio amore.
Sono sdraiato su letto che deve averne viste di tutti i colori,mi sembra di percepire l’infinità di corpi che si sono mossi qua sopra,mi sto prendendo quella mezz’ora di adattamento che ho imparato essere magica.Perché non sto facendo niente,rimango immobile con gli occhi fissi al soffitto e in quell’attimo prima di morire penso alla mia vita.
Chi mi ha letto nei precedenti racconti sa di cosa sto parlando.Sono in uno stato di grazia,nel nirvana senza l’aiuto di sostanze stupefacenti,non ho passato,storia,nulla di nulla,solo io,in questo momento sdraiato in un letto sgangherato di un hotel fatiscente di Vilnius.
E’ pomeriggio inoltrato,ho tempo per andare a fare una prima timida esplorazione della città,ho tempo,molto tempo,il mio viaggio è giunto a capolinea,meglio che non ci pensi,il mio presente è questo,in questo momento ed è questo momento che devo vivere.
Doccia,capelli puliti,e la città di Vilnius che mi aspetta,meglio Vilnia,come una donna misteriosa che ti dà il suo primo appuntamento,come Riga o Tallina,donne che tanto mi hanno dato.
Scelgo la via a caso,la prima a destra,non ho la mappa,non la voglio,preferisco vagabondare,lasciarmi stupire ad ogni svolta come quando guardi i fuochi d’artificio e anche se li hai visti cento volte non mancano mai di lasciarti a bocca aperta.
No,Vilnius non mi piace molto,e tremo all’idea che devo starci due giorni.
Non è che ci sia della gran bella gente,tutto ha un aspetto trascurato,decadente in questa domenica di maggio.Entro nella basilica domenicana,stracolma di fedeli,capito alla fine della messa,e molta gente rimane inginocchiata davanti ai vari altari o alle immagini sacre,della madonna nera in particolare.
Fede,qui c’è una fede che mi imbarazza,è qualcosa che ti scuote perché ad essere inginocchiate non sono le solite persone anziane che trovi ovunque,ma sono anche i giovani,ragazze e ragazzi che col capo chino pregano con fervore.
Mi verrebbe voglia di usare la parola “morboso”,perché ho visto tanta gente pregare nella mia vita ma qui ti rendi conto che c’è qualcosa di più profondo,come se avessero attraversato il deserto e ad un certo punto fossero arrivati ad una fontana.

05-05-2003 VILNIUS
Sto rasando Vilnius,sistematicamente e implacabile,passo dopo passo,senza pietà.
Ancora di più mi colpisce la grande fede di questa gente,prevalentemente di mezza età,ma anche molti giovani inginocchiati nelle decine di chiese della città.
Nella piazza dell’Arcicattedrale stanno allestendo le strutture per un concerto e non è detto che stasera non ci faccia un salto.Che bello poter dire :”Sono stato ad un concerto nella Katedros aikstè”,che effetto che fa buttarlo lì con non chalance,quando si parlerà sempre più di Lituania.
Torno in albergo giusto il tempo di prendere la bicicletta e andare all’aeroporto,sei chilometrini,così mercoledì non devo trafficare per smontarla e insudiciarmi le mani.
La prima difficoltà consiste nel fare capire all’addetto al deposito bagagli che vorrei lasciargli la bici in custodia fino al giorno della mia partenza.Cosa credi ti stia chiedendo,dai sforzati,guarda la situazione con freddezza,non è così anomala la richiesta.Macchè,deve andare dalla signorina dell’autonoleggio che,perfetta interprete,finalmente chiarisce tutto.I giovani parlano inglese,anche quelli che tutto il giorno ti rompono le balle chiedendo l’elemosina.Le famose cento lire,”Mi dai cento lire?”Ma va a fanculo!
Il bello del deposito bagagli è che è completamente vuoto.Non c’è nemmeno una scatola di fiammiferi sugli scaffali.L’omino comincia a riempire un registro in bella calligrafia e ci tiene a precisare che per due notti mi costerà dieci lita,in anticipo naturalmente.Poi,con cura cerca un ripiano dove sistemare la bici,ci ragiona su,si sta veramente dando da fare e alla fine,in quel vuoto sublime,trova un bel posto dietro la sua scrivania.
Straordinario uomo, inossidabile agli eventi della storia, per lui non è cambiato nulla, tanto faceva prima, tanto fa adesso. Anzi,probabilmente prima faceva molto di più in quanto un certo movimento turistico interno vivacizzava le sue giornate,mentre ora dovevo capitare io per strapparlo alla noia assoluta.
A Vilnius si mangia da Dio. I ristoranti sono molto curati e hanno una loro personalità,devo dire che mi sento a mio agio e quando è il momento di mangiare,mi viene l’entusiasmo di cercare il miglior posto che ci sia.
Quando sono a tavola la prima cosa che faccio,dopo avere ordinato il pranzo,è aprire il diario di viaggio e annotare le spese più significative.Quest’anno scrivo sul replay del Moleskine che usava Chatwin nei suoi viaggi,con la copertina nera e l’elastico che lo chiude.Comincio a bere la prima birra e via che comincio anche a scrivere,scalpello sulle pagine in calligrafia orribile le prime cose che mi vengono in mente,emozioni vorrei dire.

Il difficile delle cose che faccio con la bicicletta non è la fatica o il freddo o il caldo o qualsiasi altra cosa che in un modo o nell’altro puoi risolvere.Devi imparare a stare solo con te stesso,mangiare da solo ad un piccolo tavolo in mezzo a gente sconosciuta,camminare da solo per le strade,ritornare alla sera a dormire da solo.Da solo.E non parli più,non senti più il suono della tua voce.Ti abitui a cercare di farti capire,sapendo perfettamente che sei un “corpo estraneo”.Io non so perché ho questo privilegio di diventare o cercare di diventare un “diverso”,so che mettermi alla prova in questa condizione è comunque una crescita.
So che quello che i miei occhi vedono,le mie orecchie sentono e tutto il resto,entrano in quella parte di me che poi esprimo nel vivere quotidiano.
Tutto questo non serve a nessuno,serve solo a me,a quella,come dicevo prima,che banalmente puoi chiamare crescita.
So con certezza che finchè avrò voglia di crescere,avrò anche voglia di vivere.
Questa mattina nella piazza dell’Arcicattedrale e della torre,sono andato nel punto da dove è partita la catena umana che univa le tre repubbliche baltiche nel sogno avverato della ritrovata libertà e indipendenza.Su una piastrella del pavimento,lungo una linea che congiunge la chiesa con la sua torre,c’è scritto “STEBUKLA”,miracolo.Sembra che fermandovisi sopra a occhi chiusi e compiendo un giro di 360°,si possa esprimere un desiderio che certamente si avvererà.Sì,perché se è avvenuto il miracolo della libertà dall’oppressione,qualsiasi altra cosa potrà diventare realtà.
Ho compiuto questo rito e per la prima volta nella mia vita non ho chiesto qualcosa di materiale;ho chiesto di potere invecchiare con dignità.
Ci fosse qui Santo chissà quali discorsi avremmo potuto fare.

Le ragazze lituane sono bruttine,oddio non vorrei essere frainteso,non sono generalmente belle che poi è la stessa cosa.Insomma,mi sento in colpa quando faccio queste affermazioni,però la sensazione è questa,dai,anche se appaio superficiale,la base della mia affermazione non cambia.
Però,attenti,porterò sempre con me quei loro sorrisi,fatti di sfuggita,da gazzelle incuriosite,come per dirmi:”So che non sono bellissima,però se potessi,fuggirei con te e so che ti farei felice”.
Sono un malato di mente vero?La birra oltre che gonfiare il mio addome,entra nelle poche cellule cerebrali apparentemente intatte per distruggerle del tutto.
Qui a Vilnius mi sento decadente,perché in questa città non sento pulsare i cuori.Credo che in Lituania si sia spenta la speranza di un futuro migliore.Mentre in Estonia e Lettonia percepisci la grinta della gente che ha voglia di vivere meglio,qui a Vilnius c’è il profumo della rassegnazione che spera nella Provvidenza.

06 maggio 2003 martedì VILNIUS
Soldato Domenico pronto per timbrare il cartellino e partire alla volta della Fortezza,della Basilica di Pietro e Paolo,del Museo del KGB,del monumento a Frank Zappa e nel pomeriggio del famoso Market.
Cammino,quanto cammino,ma quanto mi sento libero e padrone del mio tempo.L’orologio mi serve solo per darmi un idea del momento della giornata,più o meno,di quanto sto nel mattino o di quanto sono nel pomeriggio.
E poi ho un gran culo perché nella Basilica di Pietro e Paolo sono arrivato giusto dieci minuti prima della chiusura.Visto quel che c’era da vedere,uno dei migliori esempi di tardo barocco lituano (1668-1685),mi dirigo verso il piatto forte della giornata:il palazzo dove operava il KGB,ora trasformato in Museo.
Sono l’unico visitatore.Pago un extra per potere fare foto all’interno.Lo scantinato è quello che deve essere:un luogo lugubre,inquietante,ansiogeno già dai primi passi percorsi al suo interno.Leggo nelle targhette sul muro, ai lati delle varie porte delle stanze,l’utilizzo delle stesse.
Aspetta un momento,chiudo gli occhi,torno indietro nel tempo,sono lì dentro,prigioniero o forse aguzzino,mi hanno beccato,so che i miei giorni stanno per finire,no,ho questi maledetti sovversivi tra le mani,che noia tutto il giorno torturarli,ho la barba lunga,le mani sporche,cosa non darei per poterle lavare e poi potessi riposare un po’,nella posizione fetale,potessi morire in questo momento,adesso,subito,non ho più voglia di questo orrore,delle urla,dei pianti,della mia voce che ordina o che supplica.
La stanza delle esecuzioni.Gesù perché devo morire,non ne ho voglia adesso,Gesù,fuori c’è il sole e ci sono i suoi occhi azzurri che mi sorridono quando passo la mia mano tra i suoi capelli.

Ora non mi rimane che andare al Market,non sapevo nemmeno che esistesse prima di leggere di questo posto sui fogli di “in my pocket” scaricati da internet.La regina di Danimarca in visita a Vilnius aveva espresso il desiderio di vederlo.
Prendo il primo autobus,poi un secondo e man mano esco dalla città.E’ una gita vera e propria,un viaggio che mi sta portando fuori dal conforto del nido.
Sono arrivato,nel deserto dei deserti,sembra a prima vista uno sterminato accampamento di nomadi.Chiuso,il Market è chiuso,oggi è uno stramaledetto,unico giorno settimanale,martedì bastardo,di chiusura.
Mi siedo su un cumulo di terra,prima che passi un autobus ci vorranno ore,sono solo come un cane e penso che sono veramente uno scemo.

Domani è il giorno della mia partenza,domani è finita.