A Carcassone

Racconto di viaggio in Francia

Di Fabio Pellerano

Per chi ama perdersi tra strade acciottolate, bastioni e mura, torri e barbagianni, respirare l’aria di cinquecento anni fa, immaginare eserciti accampati in attesa dello scontro con gli invasori saraceni oppure dame che passeggiano per i giardini del castello, e per tutte quelle persone che amano pensare ai cavalieri ed alle mirabolanti imprese per proteggere la bella principessa, la città di Carcassone non può non lasciare un segno indelebile.

Della sua storia millenaria rimane, per fortuna intatto, l’intera struttura dell’alto medioevo e questa lungimirante operazione di conservazione la dobbiamo allo storico Jean-Pierre Cros-Mayrevielle ed allo scrittore Prosper Mérimée, che guidarono una campagna per preservare la fortezza come monumento storico; in seguito l’architetto Eugene Viollet-le-Duc venne incaricato del rinnovamento del luogo ed a lui dobbiamo l’aspetto dell’odierna città alta.

Prima di questo intervento, iniziato nel 1849, la città aveva vissuto una continua fase di ascesa ed espansione dai tempi neolitici in poi, trovandosi in una posizione strategica, tra Francia ed Aragona e qui si sono consumate alcune storiche ed ahimè tristi e violente vicende, come la crociata contro gli eretici albigesi.

Nel 1659 il Trattato dei Pirenei trasferì il confine francese molto più a sud-ovest, diminuendone l’importanza militare, riconducendola così ad una città come tante, riducendo, negli anni, la parte fortificata ad un cumulo di rovine.

Per fortuna oggi possiamo ammirare la doppia cerchia di mura, le 53 torri, il Castello Comitale e la Basilica di Saint-Nazaire, le botteghe che riescono a vendere qualsiasi oggetto con l’immagine della città in bella evidenza, i ristoranti e le trattorie, gli alberghi e le locande che ospitano ogni anno un numero spropositato di turisti.

Tralasciando gli errori di ricostruzione effettuati dal nostro ottimo architetto, il flusso turistico a volte insopportabile, non riesce a rovinare l’atmosfera sospesa che pervade il visitatore appena superato il ponte levatoio; le strette stradine riportano ad un tempo dove solo cavalli e poi carrozze percorrevano simili itinerari e l’unico mezzo di trasporto alternativo erano le proprie gambe, molto allenate ai tempi nel percorrere chilometri.

Ma se il turista un po’ curioso riuscirà ad abbandonare in tempi ragionevoli quella che si può considerare l’asse principale di passaggio e lascerà che una finestra, un passaggio tra una casa ed un’altra, una bifora o un giardino nascosto guidino il suo vagare, troverà il silenzio ed il necessario clima per godere della maestosità e della forza delle torri e delle mura che hanno resistito a chissà quali assedi e battaglie.

E se tenderà l’orecchio, trattenendo il fiato, sentirà, portato dal vento, il rumore del martello del fabbro che batte il ferro rovente sull’incudine, il lento procedere dell’aratro nel campo lì vicino, i bambini che giocano a rincorrersi nel cortile affianco, il canto gregoriano nella vicina cattedrale, il galoppare imperioso di un messo che velocemente si dirige al castello per consegnare un messaggio, il nitrire dei cavalli nella stalla ed il leggero pigolio dei pulcini.