Feste di colori e profumi in Provenza

Racconto di viaggio in Francia

Tanto è stato scritto sulla Provenza, tanti i quadri ispirati dai suoi colori e dalle sue luci. Tanto, troppo per non esserne attratti e partire per cercare quelle suggestioni, quelle atmosfere e trovare colori vivi, cieli tersi, soli abbaglianti, solitudine e vento, ma anche feste e tradizioni.
Per cominciare, un mercato, non il classico mercato di bancarelle e merci varie, ma “La Foire du Buis les Baronnies” ovvero il mercato del Tiglio Officinale (Tilia Platyphyllos) che si tiene una volta l’anno, il primo mercoledì di Luglio. Un appuntamento importante a cui confluiscono tutti i produttori locali con il loro raccolto di fiori di tiglio contenuto nelle bourras (fagotti di juta).

Già dall’alba le bourras vengono allineate sul muretto del viale di platani che costeggia il torrente, in attesa che si compiano le contrattazioni. L’atmosfera è tranquilla e serena, non grida ne’ richiami, ma operazioni di compra-vendita lente e misurate. Prima viene fissato il prezzo, poi la merce viene pesata con le tradizionali bilance, infine avviene il travaso dei fiori nelle bourras dei compratori.
La coltivazione del tiglio si è sviluppata all’inizio del 1900 a seguito della crisi della sericoltura (baco da seta) e grazie all’arrivo della ferrovia che consentì di trasportare i voluminosi carichi a basso prezzo. Ancora oggi i fiori vengono raccolti a mano e fatti seccare all’ombra dei granai per alcuni giorni prima della vendita.
Con il marchio “Tilleul Officinal des Baronnies” i produttori oltre a garantire la qualità promuovono e sostengono la loro merce dalla concorrenza asiatica e dell’est-Europa. Dicono che il loro tiglio è speciale sia per la quota dove vive, sia per la situazione climatica molto favorevole: clima secco e temperato, e forte insolazione.
La curiosità che suscita questo particolare mercato va via via aumentando e una piccola folla di turisti e fotografi segue con interesse le varie fasi delle operazioni.
La mattinata è quasi finita ma c’è ancora tempo per tuffarsi nell’altro mercato, il “solito” mercato settimanale che però non manca di novità e merci particolari: giganteschi fiori di carciofo, un orafo ambulante è intento a ritagliare minuscoli intarsi per i suoi anelli, un musicista-artigiano con un banchetto pieno di originali strumenti musicali. E c’è pure quanto basta per calmare l’appetito: giganteschi tegami di paella o gustosissime coscette di pollo fritte in salsa d’erbe o succulenti polli allo spiedo in intingolo di pomodori e cipolla.

Non solo tigli dunque, anzi, certamente la Provenza è più famosa per la lavanda, la coltivazione predominante della zona collinare che però si spinge anche più su sulle pendici dei monti. In basso viene coltivato il “lavandino”, un ibrido, più rigoglioso ma meno pregiato, mentre a quote più alte c’è la Lavandula angustifolia dalla colorazione più intensa e dall’olio essenziale più pregiato.
Luglio è il periodo migliore per ammirare le dolci ondulazioni della Haute Provence e del Drome dove brevi zone aride di bianco terreno calcareo si alternano ad ampi boschi, a frutteti, a oliveti e ai campi grigio-viola della lavanda piantata in fitte e ordinate righe.

In questo periodo la fioritura è al massimo e la raccolta non è ancora iniziata, farfalle e api fanno bottino di polline ed il miele che producono ne riporta nettamente l’aroma. Fiore fondamentale per l’economia della zona, pare che qui venga prodotto l’80% del fabbisogno mondiale…e le feste paesane non si contano. Ma l’appuntamento più importante è il “Festival Terre de Lavande” di Ferrassières nel dipartimento del Drome, una festa senza chiasso e senza frenesia ma pervasa di autenticità e simpatia, una festa per i sensi, per assaggiare e gustare il meglio dei prodotti locali, per annusare l’aroma che si sprigiona dalla distillazione di lavanda e di timo; per il tatto partecipando ai laboratori che insegnano a farsi una profumatissima saponetta o a confezionare mazzetti floreali, di lavanda naturalmente. Fiore che tutto pervade. Il suo colore su porte, balconi e recinzioni, il suo aroma in saponi, profumi, essenze. La troviamo perfino in cucina nelle ricercate ricette che gli chef più originali abbinano agli ottimi vini coltivati in una parte non molto distante della regione.

Basta spingersi verso sud ovest e sicuramente si capita nella strada del vino Cotes du Rhone, ed in breve tutto è ricoperto di vigneti. Salendo a Les Dentelles de Montmirail si coglie la geometrica vastità di tutti quei campi e la sottostante pianura sembra un mosaico di rigidi filari nodosi. (Les Dentelles de Montmirail sono un piccolo massiccio calcareo alto 775 mt e lungo 15 km, messo a nudo dall’erosione che ha intagliato la roccia in sottili guglie che da lontano sembrano un dentelle (pizzo)).
E nel salire quante scoperte. Cieli che si aprono, panorami che si scoprono, solitari sentieri, aromi irripetibili. E’ durante una assolata e caldissima escursione senza indicazioni e riferimenti, se non la cima di un monte che la sera prima ci aveva lanciato un richiamo, che ci inoltriamo lungo uno sconosciuto ma evidente sentiero tra lecci ed elicriso, cisto e ginepro. Dopo una interminabile salita fatta di vento, cicale, bastionate di bianche rocce con enormi buchi neri, tra arroventate pietraie, provvidenziali tunnel frondosi e decine di giravolte, arriviamo sopra ad un altopiano infuocato su cui corrono veloci candide nubi. Vegetazione bassa e rari pini, cespugli e rosmarino dalle foglie piccole e stentate ma il più aromatico che possa mai capitare di annusare, e irripetibile nelle pietanze.
La discesa è bollente, ma alla fine saranno le fresche e dolci acque del Sorgue a Fontaine de Vaucluse a ristorarci.
Sono acque speciali sia perché sgorgano da una misteriosa sorgente sotterranea, sia perché sono le acque amate dal Petrarca che qui, nel 1337 acquistò una casetta e vi soggiornò varie volte. La Valchiusa era il luogo ideale per trovare pace e serenità, distante dagli impegni della corte pontificia di Avignone.
Ma ben diverso deve essere apparso questo luogo al poeta, purtroppo ora è variamente deturpato da piccole dighe, bancarelle, ristoranti su palafitte di cemento e da monconi di muro di decrepiti edifici. Eppure sono ancora forti il fascino e la bellezza dei platani secolari, della trasparenza delle acque, delle lunghe alghe rigogliose che fluttuano assecondando la corrente, delle luci dorate del tramonto su cui si stagliano i profili dei monti e dei cipressi, del borgo, tranquillo e silenzioso. E c’è pure un antico moulin à papier, una cartiera ad acqua dove la carta non si fa con la cellulosa ma con vecchi tessuti bianchi, di lino e cotone, che dopo una serie di operazioni di triturazione, macerazione e lunghi rimescolamenti, sono ridotti in poltiglia alla quale vengono aggiunti foglie e fiori, ed ecco che la speciale carta a mano diventa particolarmente romantica, adatta ai commiati o a dolci versi, come quelli che Petrarca dedicò all’amata Laura:
“…li occhi sereni e le stellanti ciglia, la bella bocca angelica, di perle piena e di rose e di dolci parole…”