Gorges du Verdon

Racconto di viaggio in Francia

E’ luglio e fa caldo, innanzitutto un bagno, nello straordinario azzurro lattiginoso del Lago di Sainte Croix, dove confluisce il Verdon. Poi, dopo aver scelto una escursione su una imprecisa carta dell’Ufficio Turistico e aver percorso un breve tratto in auto per portarci all’inizio del sentiero, una volta arrivati sul bordo del canyon e data un’occhiata al fondo del burrone l’idea di fare una “breve escursione“, almeno per oggi svanisce: troppo dislivello, troppo tardi, troppa fatica, troppo caldo.

In alternativa decidiamo di fare un comodo, panoramico e veloce giretto in auto. Ma dopo le prime cinquanta curve anche l’idea del “breve giretto” sfuma. Per percorrere tutto il bordo del Verdon servono almeno 5/6 ore su una strada arzigogolata, tortuosa e stretta, ma piena di spettacolari vedute. A fine giornata un altro bagno, questa volta a monte, dove il torrente è ancora piccolo, quasi insignificante, ma bagnarsi qui ha un’importanza particolare, si tratta pur sempre del Verdon, un torrente mitico. Qualche km più avanti, nel pieno del suo vigore, straripante di acqua, si impenna, soffia, si arrotola, spinge e schizza via nelle strettoie tra le altissime pareti rocciose con una forza bestiale ed un fragore pauroso. E’ un fiume dove i canoisti più dotati si avventurano per trovare difficoltà e soddisfazioni tecniche. Una volta partiti le possibilità di ritirata sono pochissime, il percorso è tutto un susseguirsi di rapide e salti, con pochi intervalli dove l’acqua scorre innocua, liscia e tranquilla. A monte, nella parte più aperta del torrente la discesa viene fatta anche in gommone o a corpo libero con muta, pinne e tavoletta galleggiante.
All’arrivo, i gruppi, dopo essere stati spinti per chilometri dalla corrente potentissima, sollevati dai flutti impetuosi che scavalcano massi giganteschi e che passano attraverso incredibili strettoie, approdano esultanti e soddisfatti, e si lanciano in grida e gesti euforici… forse anche per essere finalmente scesi a terra sani e salvi.
Invece il nostro itinerario, il Sentiero Martel* GR4 sulla riva destra, è esclusivamente a piedi. Inizia a LA MALINE a quota di 900 metri, una località dove c’è un rifugio del Club Alpino Francese e arriva Point Sublime. Alla partenza arriviamo con un bus navetta che strada facendo si è riempito completamente. Le 50 persone partono tutte assieme, ma subito il gruppo si diluisce seguendo andature e ritmi diversi.
Inizialmente il sentiero scende dolce e ampio, ma dura poco, poi si fa ripido e sassoso. C’è molto verde e di vario genere: bossi, ginestre, pino marittimo, timo, ginepro, querce, cipressi, lecci. A metà percorso cominciano anche gli aceri. Tra i “buchi” della vegetazione si intravede l’altra riva, un’impressionante bastionata liscia e gialla distante un centinaio di metri. Si continua a scendere, per più di un’ora, finché si arriva all’acqua. La spiaggetta è ghiaiosa disseminata da grossi massi. La prima sosta. Via scarpe e calze e dentro, ma per poco, l’acqua è gelida, fonda e veloce. Di fronte, a pochi metri, l’altra parete, enorme e verticale. Alcuni uccelli volano sfiorandola, poi si posano sui cespugli incredibilmente abbarbicati allo strapiombo.
Veloci e silenziosi 5 canoisti sfilano davanti a noi, un saluto e sono già spariti dietro l’ansa.
Un po’ più a valle c’è la passerella d’Estellié, per chi vuole risalire dall’altra parte, ma noi riprendiamo il cammino tra scotani dai tronchi scagliosi. A tratti la boscaglia è interrotta da ripide lingue ghiaiose dove spicca il giallo del sedum in fiore.
Con una deviazione raggiungiamo Point Mescla dove appunto si mescolano due torrenti: il Verdon e l’Artuby. La gola è strettissima, anche qui un bagnetto freddino e poi via perché la parte più faticosa dell’escursione deve ancora venire. Inizia un interminabile saliscendi, a volte dolce ma spesso con ripide salite e altrettanto ripide discese fino alla rampa finale che chiuderà una lunga, faticosa ma bellissima giornata.
L’ambiente continua ad essere spettacolare, le pareti sono alte 500/600 metri, in alcuni tratti quasi si toccano. In fondo, il fiume scava e scava, solca, ci sono massi che sembrano giganteschi pettini o tozze dita rivolte verso l’alto.
Raggiungeremo l’acqua ancora per due volte ma generalmente il sentiero segue una cengia a metà parete. C’è anche una lunga scala metallica che supera un salto totalmente liscio.
Siamo già arrivati a quelle pareti così lontane da sembrare irraggiungibili. Dorate dal sole pomeridiano che ne risalta le asperità ne evidenzia i torrioni, le caverne, i campanili, i buchi, i nasi in un gioco di forme a volte vere a volte fantastiche.
Verso la fine il sentiero entra in una delle sette gallerie scavate agli inizi del 1900 per realizzare una diga. Per fortuna il progetto, anche se a buon punto, rimase incompiuto e fu definitivamente abbandonato con lo scoppio della prima guerra mondiale.
Usciamo, le pareti incombenti sono finite. Il cielo non ha più confini e sulle luci de tramonto, quasi un saluto, sopra di noi volteggiano alcuni grifoni in un lento volo fluido.

CONSIGLI DI VIAGGIO

L’escursione dura 7/8 ore, dislivello complessivo circa 1000 metri, sviluppo 14 km, da non effettuarsi con brutto tempo e temporali.
Attrezzatura: scarponcini, pila, viveri, molta acqua in estate.
Anello automobilistico 113 km.
Informazioni a Castellane, La Palud, Mounstiers-Ste-Marie
* Martel Edouard Alfred fu lo speleologo che per primo realizzò la discesa integrale del canyon nell’Agosto del 1905.