Le meraviglie del Mercantour



Racconto di viaggio in Francia

Valle delle Meraviglie, un nome accattivante pieno di suggestioni e di aspettative. La valle è nelle Alpi Marittime e all’interno del Parco Nazionale del Mercantour in Francia, definito “un mosaico di paesaggi” per la ricchezza degli ambienti e la diversità di flora e fauna. Diversità che viene dalla composizione geologica, ci sono rocce sedimentarie e cristalline, vistosamente sollevate e piegate durante la formazione alpina, successivamente scavate dalle acque e lisciate dai ghiacciai quaternari. Si tratta anche della parte più a sud delle Alpi, quasi a contatto con il mare, per cui si va dai boschi mediterranei ai boschi di conifere, dall’ulivo al larice, dai campi coltivati alle estese praterie di alta quota.

Ovunque i segni dell’uomo, sacri o profani: la difesa, la sopravvivenza, il culto, stratificati nel corso dei secoli o meglio dei millenni. Resti di antiche vie di comunicazione, fortificazioni, opere di terrazzamento per utilizzare ogni brandello di terreno anche nelle zone più impervie. Cappelle e chiese, romaniche, medievali, barocche, alcune delle quali sorprendentemente affrescate con interessanti cicli pittorici. Ma prima, molto prima, nel periodo che va tra il 2900 e il 1700 a.C., nell’Età del Rame e nell’antica Età del Bronzo, quando le popolazioni vivevano di pastorizia e agricoltura, il sacro era in alto, sulle cime dei monti e nelle valli sottostanti.
La Valle delle Meraviglie era uno di quei luoghi sacri, tanto esteso da essere l’area di incisioni rupestri più vasta d’Europa e una delle più importanti del mondo.
E’ una zona di alta montagna ricca di laghetti contornati da cime scure e tetre incrostate di licheni verdastri. Le rocce sono grigie, verdi e a volte di un fantastico color malva. E le parti più pianeggianti sono coperte di erbe rade e giallastre dove pascolano tranquilli i camosci, a decine.
Il Monte Bego domina e soggioga, ora come nella preistoria. Un vero tempio per le popolazioni locali. Per secoli gli uomini salirono lassù, a 2000 metri e più (l’incisione più alta è a 2700 metri), a compiere riti magici per chiedere un buon raccolto, delle buone nascite, degli animali sani. Ma solo agli iniziati, agli sciamani era concesso salire così in alto, quasi a contatto con le divinità.
Salivano dai villaggi della costa ligure e da quella provenzale ed anche dal Piemonte. Il viaggio era un’impresa e un’offerta alle divinità, ma i rituali veri si compivano in alto. La scelta delle rocce non era casuale, dovevano essere il più possibile orizzontali, per essere viste da cielo, levigate e di colore rosso. Rosso, che è il colore del sangue e della vita e quindi positivo e propiziatorio.
Tante incisioni, circa 40.000, distribuite su 3600 rocce.
Le figure predominanti rappresentano il potente dio toro che con il fulmine e la pioggia feconda la dea terra.
La figura più famosa e simbolo dell’area è “lo stregone” rappresentazione del dio Bego o dio toro, che impugna il fulmine.
Tutti questi segni sono frutto di un lungo e paziente lavoro realizzato con attrezzi di quarzo (ne sono stati trovati alla base di alcune rocce) con i quali gli incisori percuotevano la roccia con un movimento pressorio e contemporaneamente rotatorio, formando delle microcoppelle, elemento base delle incisioni, che segnava la roccia ma senza scalfirla. Ed è grazie a questa tecnica che i graffiti sono resistiti per millenni in situazioni climatiche estreme.
Si tratta di un linguaggio simbolico diviso in quattro grandi categorie: l’80% sono figure corniformi, lo 0,5% figure antropomorfe, le figure geometriche sono il 12,5% e le armi e gli utensili il 7,2%.
I bovini dalle grandi corna rappresentano la forza e la potenza e possono essere, a seconda della collocazione, il dio toro, ma anche il bue animale da tiro e quindi simboleggiare la terra.
Poche le rappresentazioni umane tra cui “il Cristo”, “la danzatrice”, “lo stregone”, nomi ispirati alla forma del graffito. C’è anche l’antropomorfo con le braccia a zig-zag, segno del lampo – annunciatore della pioggia fertilizzante – che sovrasta la dea terra in posizione orante in attesa di ricevere la pioggia.
Le figure geometriche simboleggiano i campi coltivati e quindi la dea terra.
I pugnali sono simbolo del fulmine, ma anche indicazione a non toccare: siete in un luogo sacro!
Pugnali, alabarde ed asce erano le armi possedute a quel tempo e la loro raffigurazione consente la datazione delle incisioni anche in relazione agli oggetti rinvenuti (la presenza costante dell’alabarda e l’assenza della spada indicano con relativa sicurezza che le incisioni sono anteriori all’Età media del Bronzo).
La preziosa area, anche a causa di vandalismi avvenuti in passato, a parte qualche piccola area libera, è visitabile solo con la guida. L’escursione è emozionante e ricca di fascino e se la visita si fa al pomeriggio quando le luci del tramonto tramutano tutto in oro è facile capire come gli antichi abbiano scelto questo luogo per le loro preghiere.
Attigue e altrettanto ricche di interesse sono la Valle di Fontanalbe e la Valmasque, ad ognuna l’uomo antico ha attribuito un aspetto sacro in contrapposizione e complementarità: vita e morte, uomo e donna, cielo e terra.
Per visitarle bene, per godersi i graffiti e il bellissimo ambiente in cui sono inseriti, per gironzolare in cerca di animali e di angoli incantevoli, per osservare il gioco delle nubi – questo infatti è considerato il paese dei temporali – è necessario pernottare almeno due notti nei rifugi del Club Alpino Francese, un po’ più spartani dei nostri ma nei quali si trova quello che serve: un letto, una cena calda uguale per tutti, acqua corrente fredda, perché un rifugio in effetti non è un albergo.
I gestori dicono che sia tornata la lince e di aver visto il lupo aggirarsi nei pressi del rifugio, non d’estate che c’è troppa gente, ma a fine stagione, quando montagna ritorna deserta e silenziosa. E, chissà, forse sarà stata la suggestione, ma lassù sulla solitaria Baisse (forcella) de Valmasque quel movimento furtivo sgattaiolante dietro un masso è sembrato così vero e ci ha lasciato sorpresi e felici… anche seppur solo di un’ombra.
E quei due? Sono gipeti, che volteggiano alti in cerca di prede.

Suggerimenti:
• Prima di partire per l’escursione alla Valle delle Meraviglie conviene fare una visita all’omonimo Museo, a Tenda, per approcciarsi sia all’archeologia ma anche alla natura e alle tradizioni della zona. Aperto tutti i giorni, escluso martedì
www.museedesmerveilles.com
• Accesso da Ventimiglia o da Cuneo: SS 20 fino al confine poi Naz. 204 fino a Tenda
• La salita alla Valle delle Meraviglie si arriva a piedi e richiede circa 2,30 – 3 ore