Sesso e religione da Rodi a Ibiza

Racconto di viaggio in Grecia

di Antonio Voceri

Molti turisti europei, in particolare italiani, sono vittime di una curiosa sindrome. Quella che potrei definire la sindrome del leghista errante e che consiste nel cercare aria di casa all’estero. Si tratta di un atteggiamento ossessivo, di cui risulta difficile stabilire l’origine, se non affidandosi a ipotesi non suffragate da adeguati riscontri scientifici. Proviamoci.
In una qualsiasi agenzia di viaggi può capitare di sentire un cliente, alla scrivania accanto, chiedere espressamente un villaggio in Tunisia con cucina italiana, animazione italiana, guida turistica italiana. Al che si potrebbe obiettare: “Cosa cacchio espatri a fare? Stattene in Italia!”
Le teorie, al riguardo, sono varie. La più gettonata è che un villaggio super attrezzato all’estero, il più delle volte, costa meno di una pensione scalcinata a Iesolo. Questo è probabile. Ma è altrettanto attendibile un’ardita ipotesi alternativa. Pensando a Milano, alla Medina araba di via Imbonati, alla torcida peruviana di Viale Monza, alla China Town di zona Sarpi e così via, viene da pensare che ci sia così tanto estero in Italia che molti italiani sentono di doversi ritagliare un angolo idealizzato di Italia all’estero. Un’Italia da sogno, dove tutto funziona, dove l’extracomunitario (indigeno, ndr) al massimo fa il cameriere, non iscrive i suoi figli all’asilo e quindi non rompe i gioielli al piccolo borghese nostrano. E’ un’Italia finta, da villaggio, appunto.
In occasione della stagione estiva 2005, data la nascita del nostro primogenito avvenuta pochi mesi prima, la parola d’ordine – mia e dia mia moglie Rosanna – fu: “Quest’anno stiamo a casa.”
Dovemmo dunque pagare pegno alla nostra coerenza, quando, pochi giorni dopo quel perentorio proposito, prenotammo due viaggi: uno a Rodi, in maggio; uno a Ibiza, in giugno. Però, rigorosamente in villaggio turistico, dal momento che con un neonato al seguito servivano supporti logistici di ogni sorta. Ivi compreso il tiro con fucile ad aria compressa.
Villeggiature, più che viaggi. Ciò nonostante, chi ritiene che due “villeggiature” in placide isole del Mediterraneo non siano degne di un dettagliato reportage, si sbaglia. Un animatore bergamasco da villaggio, di stanza in un atollo dell’Egeo, può essere più stimolante del raro “ramarro viscido” delle Nuova Guinea. Parola di lupetto.

AVANTI, MIEI… RODI
L’arrivo al villaggio di Lindos, straordinaria località a 30 chilometri da Rodi città, confermò le nostre più pessimistiche previsioni. I peggiori timori che alcuni degli occupanti del pulmino maturarono in quel breve tragitto, si concretizzarono drammaticamente alla vista di una scia di animatori, disposti su due file a comporre un corridoio umano, che applaudivano al ritmo della sigla del villaggio. Il più quotato Millionaire non avrebbe saputo fare di peggio.
La sensazione che provai in quel momento, scorrendo come un pirla nel mezzo del corridoio, proruppe in un’istintiva esternazione che rivolsi a mio figlio Tommaso di sei mesi: “Prendono per il culo, questi?” Lui nicchiò.
Ma era tutto vero e la sera stessa ci ritrovammo a cena con i nostri amici Renzo, Roberta e Anna, reclutati sul pulmino dei futuri soci del Millionaire, e con un animatore di sostegno che si auto invitò allo scopo di intrattenerci (?).
Prima dell’arrivo di Neuro – così si presentò l’animatore senior -, soli con i nostri compagni di vacanza, si spaziava dai progetti sulle visite dei giorni successivi, alle esperienze di viaggio fatte in passato. Ma il tenore della nostra conversazione, che nel frattempo si era incentrata sui grandi Cheteaux francesi, era destinato a virare presto. Durante alcune considerazioni riguardanti la straordinaria annata del ‘97, sul volto del nostro animatore si disegno un’espressione catatonica, simile a quella di un paziente in pre-anestesia. In quel preciso istante ci rendemmo conto che stavamo per perderlo. Preoccupati per le condizioni psico-fisiche di Neuro, dal momento che non eravamo provvisti di un defibrillatore, deviammo bruscamente il dibattito sul tiro con l’arco e la sua espressione si fece finalmente più rosea, lo sguardo più presente e la postura decisamente più tonica. Neuro si destò e ordinammo tutti un Montenegro.

CONTRADDIZIONI
Da un’esperienza a Rodi di 20 anni prima, e da una più recente avventura a Malta, mi persuasi che l’ampollosità delle liturgie religiose è inversamente proporzionale alla latitudine. Più si digrada verso Sud, più le funzioni religiose si fanno estenuanti, farraginose, interminabili, chiassose.
La processione greco ortodossa di Rodi, per esempio, è molto diversa dalla passeggiata di salute dei cattolici all’acqua di rose delle nostre parti. Papa Boys esclusi, s’intende.
20 anni fa, notai che a Rodi, mediamente, dopo un digiuno di un paio di settimane, la processione si srotola per circa 30 chilometri. Tanto che non si parla di stazioni ma di tappe. E già qualcuno oggi propone di rinominare la processione con qualcosa di più calzante, tipo Giro, Tour o Vuelta.
Quella notte di tanto tempo fa, lo giuro, fu del tutto casuale e involontario il baritonale rutto che mi sfuggì al termine di una più che lauta cena, proprio in concomitanza con l’arrivo della processione. I devoti e digiuni maratoneti, stravolti dalla fatica e dalla fame, vedendomi digerire così fragorosamente, dinnanzi a quel cimitero di lische, ossa, croste di formaggio, bottiglie vuote, cestini depredati e antipasti ingurgitati, mi squadrarono con uno sguardo tutt’altro che ecumenico. E mi parve di intravedere nei loro occhi della rabbia, se non addirittura dell’odio. Non vorrei aver messo in crisi le loro certezze, men che meno la loro inclinazione al perdono, ma dato che non andrò in paradiso, lasciatemi almeno gozzovigliare.
Tutta questa devozione, del resto, contrasta in maniera evidente con alcune cose che mi è capitato di vedere in occasione di questo più recente viaggio. Come la collezione di falli presente in un negozietto turistico nei pressi del nostro villaggio a Lindos. Stavo curiosando tra cartoline, sandali, cappellini e innocui souvenir, quando la mia attenzione fu rapita da una straordinaria scaffalatura di cazzi. Non erano simboli preistorici di fecondità. Tanto meno tributi alla virilità di antiche civiltà. Si trattava di enormi dildi in lattice di gomma, venosi e dotati di optional che non sto a descrivere. A corredo della simpatica distesa piantumata a nerchie, anche una raccolta di cassette con immagini più che esplicite di fellatio con tanto di conclusione. Il tutto in piena esposizione, per adulti e per bambini. Da far impallidire un’entreneuse di Amsterdam.
Tutto ciò fece da preludio ad un’altra curiosa esperienza, a cavallo tra il grottesco e il blasfemo. Mi riferisco ad una eterogenea collezione di immagini, presente in un altro negozietto turistico nel centro di Rodi, che l’amico Renzo mi fece notare. Un miscuglio di figure sacre e natiche, senza soluzione di continuità: “Icona, Ilona, Icona, Ilona…” Sacro, osso sacro e profano, tutto insieme. Alè!
Cosa volete che vi dica, non vorrei esservi parso volgare. Ma questa è la pura realtà dei fatti. Del resto, “ambasciator non porta pene”. Nel senso che mi sono ben guardato da acquistarne alcuno.

ICONA POCKET
Tra i motivi che spingono molti turisti a Rodi c’è anche la spiritualità. Sulle montagne dell’entroterra una nutrita varietà di monasteri riporta il viaggiatore ad una dimensione mistica, quasi magica. Da agnostico mi limitavo a respirare quell’atmosfera di serenità e pace. La suggestione della macchia mediterranea si mescolava a quella dell’arte bizantina. Icone sacre e incensi rendevano i sensi ricettivi, tanto che il battito d’ala di una farfalla sembrava producesse brezza. Nella quiete, tutto era amplificato.
Ero immerso in questa sorta di realtà parallela, quando la “perpetua”, baffuta il giusto, mi invitò a visionare la ricca collezione di icone che aveva allestito all’entrata. Mi assicurò – in una lingua che non credo di aver riconosciuto – che erano realizzate a mano con una vernice ricavata dall’uovo (quando mimò l’uovo, temetti che stesse per fare la cacca).
La più grande, 40 per 40, costava 10 per 10. Nel senso 10 biglietti da 10 euro e a fottere la magia del monastero. Dopo una lunga contrattazione, arrivammo ad una iconcina 3 per 2 che spuntai per 10 euro. Più che un’icona, una foto tessera mistica. Credo che la mia suocera, la signora Maria, l’abbia apprezzata. E’ fatta con l’uovo!

UNA STORIA INCREDIBILE
Il carattere del rodense è gioviale ed espansivo. A dispetto di altri più scorbutici isolani – i corsi su tutti -, l’abitante di Rodi apprezza il turista e lo tratta con spirito di accoglienza. Nella storia, questo suo comportamento, ha avuto risvolti assai curiosi. Come quando, per evitare di essere ri-conquistati dai Persiani, si fecero invadere dai Macedoni. Aprendo inquietanti scenari riguardo la cucina e le donne persiane.
Erano dei pragmatici, decidevano loro da chi farsi sottomettere. Un po’ come se noi italiani decidessimo che d’ora in avanti tutti gli stranieri immigrati in cerca di lavoro saranno svedesi (si tratta chiaramente di un paradosso, anche perché la presenza nelle famiglie italiane di badanti svedesi potrebbe creare scompiglio).
Rodi, nel tempo, fu conquistata dai Persiani, dagli Spartani, dagli Ateniesi, dai Romani. Eppure, quando i rodensi decidevano di non farsi invadere, erano più cazzuti di Mel Gibson in Braveheart ed Arma Letale 1, 2, 3 e 4, messi insieme. Lo dimostra la storia di Demetrio l’Assediatore che nel 304 a.C. accerchiò la città di Rodi nell’intento di farla capitolare. Demetrio non era un cialtrone. Era uno che sul biglietto da visita c’aveva scritto Chief Assediator. Aveva fatto tre master in assediamento alla Normale di Pisa. Come assediava lui, dicono gli storici, non assediava nessuno. Ebbene, dopo anni d’infruttuoso accerchiamento, con i rodensi chiusi a riccio all’interno delle mura, Demetrio l’Assediatore, ormai privo di risorse, dovette mollare il colpo e rinculare con le pive nel sacco. In un carteggio ritrovato dagli archeologi, Pindaro scrive “Demetrio, gaudente bigolum, roteò de taccum e dipartì con pugnum de moscae.”
Non solo, Demetrio dovette lasciare sul campo tutte le macchine belliche: catapulte, tini d’olio bollente, palle di pietra, archi, frecce e cotillon. Beffa nella beffa, i rodensi, che sapevano come si prende per i fondelli, vendettero i macchinari abbandonati da Demetrio e con proventi si costruirono il famoso Colosso di Rodi. Dopo 12 anni di lavori prese forma definitiva una statua bronzea di 31 metri d’altezza che alcuni storici ritengono posizionata all’imboccatura del porto, rivolta verso Demetrio l’Assediatore con il gesto dell’ombrello, il dito medio alzato ed una mano sulla borsa. Una delle sette meraviglie del mondo, di certo la più grande presa per il culo mai vista sulla terra.

DA RODI AD EIVISSA, PASSANDO PER IL BUFFET
A Rodi c’è tutto: un mare caraibico, una natura incontaminata, spiritualità, storia e divertimenti. Dai locali kistch di Faliraki, all’acropoli di Lindos; dai monasteri sulle montagne dell’interno, alla strada dei Cavalieri di Rodi antica, fino alla straordinaria natura nella valle delle farfalle. Per non dire delle sette sorgenti, delle numerose spiagge e così via. Se a tutto questo, aggiungiamo che i villaggi sono dotati di fantastici cuochi egiziani che cucinano italiano da dio, il quadro è completo.
Al contrario, Ibiza, al secolo Eivissa, si presta principalmente ad una vacanza di mare. E non potrebbe essere altrimenti, visto il numero davvero notevole di spiagge e calette dalle acque azzurre. Del resto, se personaggi del calibro di Sandy Marton vi hanno piantato le tende, un motivo ci sarà.
Non potendomi soffermare sulla movida notturna, aliena alla mia realtà di serio padre di famiglia, mi concentrerei su alcune divertenti spigolature. Ad esempio, il cartoncino presente sui tavoli della zona pranzo del grande villaggio che ci ospitò. Potrà sembrare un particolare secondario, ma la dice lunga a sulla cortesia cui sono costretti alcuni operatori del settore, messi alla frusta dalle furberie di molti turisti, evidentemente non paghi della formula all inclusive. Il cartoncino recitava.

DISTINTO CLIENTE
GLI ALIMENTI CHE PREPARIAMO OGNI GIORNO NEL BUFFET SONO DESTINATI AD ESSERE CONSUMATI ESCLUSIVAMENTE AI TAVOLI. NEL CASO DESIDERASSE PORTARE FUORI QUALCOSA, PER CORTESIA, LO CHIEDA AL MAITRE DELL’HOTEL CHE LE COMUNICHERA’ GENTILMENTE IL PREZZO.
MOLTE GRAZIE, LA DIREZIONE

In questa articolata locuzione, credo di aver individuato un sottotesto, un significato recondito, qualcosa di soltanto sottinteso. Un messaggio implicito, più che esplicito e che potrebbe essere così parafrasato.

LURIDO PARASSITA
CI SFONDIAMO IL POSTERIORE PER PREPARARVI IL RANCIO OGNI GIORNO. QUESTO VA CONSUMATO AI TAVOLI E NON TRAFUGATO. NEL CASO DESIDERASSE ASSECONDARE LA SUA INDOLE DI LADRO DI POLLI, PER CORTESIA, NON FACCIA IL FURBO E CACCI LA GRANA.
‘FANCULO, LA DIREZIONE

La parte alta di Ibiza è di notevole pregio storico-artistico, ma a dire il vero non frega niente a nessuno. Per il resto c’è ben poco: le saline, un mercato hippy rubricabile alla voce “carino” e qualche altra cosetta sparsa qua e là. La parte forte dell’isola è costituita dalla natura, dal mare, dalla vita notturna e dalla fauna (lucertole, insetti ed una sorprendente varietà di formiche).
A confermarlo è la guida stessa – Dumont, tascabili per viaggiare – che, a pagina 101/102, spreca parecchi righi per intessere una complicata tela mitologica su una specie di faraglione di nome Es Vedrà, che fa bella mostra di sé poco al largo della costa sudoccidentale: Ulisse, marziani, fenomeni paranormali, esoterismi vari ed assortiti, pirati ed altre boiate. Due pagine per raccontare tutto ciò. Ma la perla assoluta è rappresentata dal passaggio di pagina 102: “Il musicista e compositore Mike Oldfield, di cui si può ascoltare la musica alla Cova Santa, assicura ad ogni modo che il meraviglioso influsso della mistica isola di Es Vedrà gli ha fatto ritrovare l’ispirazione dei tempi migliori. La rupe miracolosa, non a caso, è la protagonista della copertina del suo Tubular Bells III”. Questo passaggio ci porta prepotentemente all’ultimo motivo per il quale vale la pena andare a Ibiza: circola della roba tagliata benissimo!
EPILOGO
La sera stessa, di ritorno dall’isola di Es Vedrà, Marco e Andrea, gli interistissimi figli di Luisa, nostra compagna di viaggio, mi invitarono nel loro appartamento per seguire la finale di ritorno della Coppa Italia. In campo, l’armata nerazzurra, impegnata in un confronto non impossibile contro la Roma, dato il positivo risultato nella gara d’andata. Seguii l’incontro con lo scetticismo tipico di chi si accosta all’Inter e fu inevitabile lo stupore che mi colse a fine serata, quando vidi il capitano della Beneamata alzare vittorioso la Coppa. In quel preciso istante ripensai ad Es Vedrà: “Forse – pensai tra me e me – quell’anonimo faraglione ha davvero qualcosa di trascendente.” Rivalutai, dunque, la rocca di Es Vedrà e l’indomani la guardai con rinnovato rispetto.
Tutto questo significa una sola cosa: sia Rodi sia Ibiza, anche se per motivi diametralmente opposti, contengono qualcosa di magico. Perché il Mediterraneo, per definizione, è magico.