Deserto bianco

Racconto di viaggio in Groenlandia

A Oslo per lavoro, ho ancora qualche ora libera, poi l’aereo; e allora via a Bygdøy per musei, il Vikingskipene e il Polarskipet Fram. I Vichinghi escono dalle saghe colorate con una potente aura di mito ed una tecnologia così sviluppata da essere tuttora ammirata dagli architetti navali per la semplicità e forza. Navi con prue alte e vele quadrate le loro, usate per le spedizioni verso le coste dei mari del nord. Trovo la nave vera e originale di Oseberg, bella e ricca di incisioni ornamentali, e quella di Gokstad, più imponente. E poi la Fram – Avanti! – costruita nel 1892 per la prima spedizione di Nansen al Polo Nord, riutilizzata da Sverdrup per l’esplorazione delle coste groenlandesi e da Amundsen per la sua spedizione antartica, l’unica al mondo ad essere arrivata più al Nord e più al Sud. Fatta apposta per resistere alla pressione dei ghiacci, è impressionante immaginarla alla deriva per 18 mesi fra ghiaccio e tenebre.

Adesso è una vecchia signora a riposo, ma nelle minuscole cabine claustrofobiche ci sono i parka, le giacche, i pantaloni e gli stivaloni di pelo di foca di chi l’ha vissuta. E’ ancora animata la sala dei giochi e della musica, grandiosa la cucina, temibile l’infermeria con in bella mostra ordinata le pinze cavadenti, siringhe e strumenti vari che sembrano di tortura. E gli sci lunghissimi di legno con i laccetti di cuoio, nella stiva, e la sala motori ed io, con il cuore di pappa, che mi commuovo ancora con i singhiozzi per un nonnulla, io che mi attacco al timone perché anche “loro” una volta stavano là. E la bussola nel tabernacolo di ottone con la finestrella che si chiude ed il vento ed il verso dei gabbiani… Mammamia, tutto mi aiuta a rivivere un viaggio davvero un po’ speciale…!

In viaggio con sei uomini. Ne conoscevo solo uno, altri quattro erano amici del mio amico, del sesto nessuno sapeva niente. Sono stati i compagni più splendidi, meravigliosi ed intelligenti che avessi mai potuto sperare di incontrare.

Kalaallit Nunaat, la terra degli uomini, è la più vasta isola della Terra. Grønland in danese, la terra verde, neologismo-beffa ideato dal condottiero e navigatore vichingo Eirik il Rosso che intorno al 982 avvistò quei fiordi desolati. Rientrato in Islanda raccontò di una terra fertile ed accogliente con l’evidente intenzione di convincere altri a ritornare con lui; tornarono tre anni più tardi e vi si stabilirono.
Territorio autonomo della Danimarca compreso tra l’Oceano Atlantico settentrionale e il Mar Glaciale Artico, si estende in gran parte oltre il Circolo Polare. Da Capo Morris Jesup a Capo Farvel sono 2.650 chilometri con 5.800 chilometri di coste scolpite da spettacolari fiordi.
Lo straordinario di questo paese è già tutto nella sua bandiera, metà bianca e metà rossa con un cerchio metà rosso e metà bianco: disegnata da un artista locale vuole rappresentare il sole, il mare, i ghiacciai, gli iceberg.
Come un gelido e candido mantello, l’ice cap ingloba quasi totalmente l’isola. Si appoggia su rocce sedimentarie che risalgono alla formazione della piattaforma groenlandese, geologicamente analoga allo Scudo Canadese, una delle zone più antiche della crosta terrestre.
Lambito dalle onde, il fronte della calotta di ghiaccio rilascia ogni anno innumerevoli blocchi che attraverso i fiordi raggiungono il mare formando migliaia di iceberg; la parte che affiora e che si vede può elevarsi fino a centocinquanta metri ma quello che sporge è circa un decimo della massa totale, giusto la… punta. Fluttuano liberamente e trasportati dalle correnti se ne vanno lontano alle latitudini più basse, a migliaia di chilometri dalla zona d’origine, in continuo movimento, difficilmente localizzabili, pericolosissimi per chi naviga. L’aspetto è irreale e fantastico, ci raccontano favole e storie infinite. Sono archi, poi isole e piscine, montagne da fiaba, templi e palazzi incantati, preziosissime gemme di vetrosa lucentezza, abbaglianti, trasparenti, traslucide e limpide; madreperla iridescente, verde puro, blu-verdastro, verdazzurro, azzurro intenso. Il merito è dei sali minerali che, presenti nel ghiaccio, esaltano la diffusione della componente blu della luce solare.
L’iceberg è ghiaccio di terra, uno scampolo di ghiacciaio nella sua forma più spettacolare; ma il ghiaccio più comune nell’Artico è quello che deriva dall’acqua salata. Durante il lunghissimo inverno polare una lastra ininterrotta di questo ghiaccio ricopre la superficie del mare. E’ la banchisa che poi d’estate s’incrina e si spezza nel pack, schegge ammassate e compresse a formare vere e proprie creste alte anche oltre dieci metri.

I groenlandesi sono rappresentati quasi totalmente dal ceppo inuit o misto danese, il rimanente è danese-norvegese. Nella lingua locale inuit significa uomini. Così questo popolo indicava se stesso, supponendo che le altre razze fossero indegne del nome. “Eschimesi” è invece un termine dispregiativo e molto offensivo che significa “mangiatori di carne cruda”. E’ gente che ha imparato a vivere nel gelo senza temerlo, orgogliosa e un po’ fanciullesca, ingenua e crudele, spontanea e allegra. Ridere con qualcuno, nel suo significato primario è… fare sesso, semplicemente.
La lingua degli inuit – kalaallisut – è formata da una catena di dialetti che si estende dall’Alaska orientale a tutta la Groenlandia. Ciascun dialetto è capito soltanto da chi è geograficamente più prossimo, un po’ come succede anche da noi fra una regione e l’altra. I suoni ci arrivano come un rosario fittissimo di schiocchi della lingua sul palato, le consonanti salgono dal profondo della gola, le vocali sono quasi inesistenti; la sfida è cercare di capire.
Molti inuit si sono convertiti al cristianesimo ma altri praticano ancora oggi una forma di animismo che assegna uno spirito a ogni cosa o essere vivente. Sono superstiziosi e non hanno del tutto abbandonato le tradizioni del passato quando, nomadi nell’Artico centrale, si spostavano con i cani e le slitte alla ricerca di cibo. Allora compivano riti individuali o collettivi e poiché incantesimi e talismani potevano ammansire gli spiriti si caricavano di amuleti contro le insidie del destino; persino i cani li portavano, perché viaggiare senza sarebbe stato un’estrema follia.
Gli animali uccisi erano trattati con il massimo riguardo e cortesia, così lo spirito di un orso avrebbe potuto anche raccontarlo ad altri e trasmetter loro la voglia di farsi ammazzare.
E le foche… si lasciano prendere solo dagli uomini che hanno successo con le donne e mai nessuna donna potrà ucciderne una, per non offenderle, che si rintanerebbero in fondo al mare per non riaffiorare mai più.
Ancora oggi la foca comune è preziosa fonte di cibo per gli umani e per i cani. Fornisce carne, grasso, olio e pelliccia; il pelo che la ricopre è fitto e corto, grigio con macchie a tonalità diverse dello stesso colore, morbidissimo al tatto.

Raggiungiamo l’isola di Disko di mattina in elicottero. Il tempo è bruttino e dobbiamo ancora superare a piedi gli ottocento metri di dislivello che ci separano dal rifugio, poi saremo vicinissimi alla calotta dove già cani e slitte ci aspettano per portarci domani sul ghiacciaio. Al rifugio troviamo un piccolo gruppo di turisti e passiamo il resto del pomeriggio fra chiacchiere, libri e giochi a carte. I cuochi intanto preparano tramezzini molto invitanti e hanno già messo in pentola una strana carne rossa, scura e senza grasso; aspetto e profumo sono inconciliabili per noi, pare carne ma odora di pesce: è foca. La assaggio con patate bollite ed un risotto preparato col suo brodo. Ma anche il risotto sa di pesce e non è un granché.

La slitta trainata dai cani ha da sempre rappresentato qui una perfetta forma di adattamento all’ambiente; è un antico mezzo di trasporto né semplice né primitivo. Alla partenza i cani sono eccitatissimi, le corde si raddrizzano, si tendono e la slitta si avvia veloce con un grande strattone. Anche se questo bellissimo gioco è durato solo un paio d’ore, il freddo si è fatto sentire e sedere e gambe brontolavano informicoliti. Non è poi così difficile immaginare l’impresa di una giornata intera di vero lavoro, o in viaggio, quando il vento è inclemente e le temperature impossibili.
Il fascino dei cani si rivela non appena sono uniti nella muta. L’attacco è a ventaglio, vale a dire che ciascun cane ha la sua corda; in questo modo negli spazi aperti della tundra, nella neve o nel mare ghiacciato, possono trovare comodamente la posizione migliore per tirare. Nella muta si stabilisce una gerarchia, gli animali bisticciano, saltellano, corrono e si incrociano aggrovigliando le corde. E’ una competizione ballata in uno scenario di candido splendore.
In estate barca ed elicottero sono gli unici mezzi per spostarsi lungo le coste prive di strade e senza più ghiaccio. Vecchie slitte con potenti motoslitte riposano assieme nell’attesa di una nuova stagione. Sono già contraddizioni, chissà domani. Adesso una corda assicura ciascun cane al terreno. Non sono più così belli ma un po’ arruffati e puzzano forte anche da lontano. Quando non dormono sono lupi affamati sempre pronti per sonori concerti dai ritornelli incalzanti, ripetitivi e disarmonici, notte e dì, che tanto non fa molta differenza, il sole si alza un poco a mezzogiorno, si abbassa un poco a mezzanotte, le ombre restano lunghe, i colori dell’oro.

A Qaanaaq (Thule) alloggiamo presso la Ionosphere Research Station. La casa è tutta per noi, un delizioso rettangolo blu parallelo al mare, a ridosso della spiaggia. Le camere, la cucina, tutti i vani hanno finestre sulla baia, quadri animati, monitor accesi a registrare una scena che, lentamente, giorno dopo giorno si modifica. Gli iceberg, ancora maestosi e affascinanti protagonisti di passerella, sfilano, si girano, scricchiolano, tuonano rompendosi e se ne vanno; un po’ come le nuvole che ricordano cose o animali, sono sogni, illusioni, utopie. Con la luce di mezzanotte esco a fotografare il teatro nella rada, le barche sospese nel trasparente, immagini speculari di riflessione totale, e le montagne, il ghiaccio; sotto è l’ombra, in alto ancora il sole.
Abbiamo un paio di giorni a disposizione e tre barchini per raggiungere Siorapaluk, il villaggio abitato più a nord dell’isola, il terzo del mondo. Il nostro fuoribordo mette i brividi solo a guardarlo. Indossiamo a strati tutto quello che di più pesante e caldo abbiamo nello zaino fino a trasformarci in amorfi fantocci colorati, ma il freddo ci morsica ancora. Il nostro barcaiolo sembra più attrezzato, o forse è solo più abituato: è un giovane inuit dalla faccia camusa, tonda e sorridente, capelli neri dritti a spazzola e un gran fisico tipico della sua razza, tarchiato, squadrato e forte. Ci offre due vecchie pelli di caribù conciate malamente per proteggerci e riscaldarci durante il trasferimento. Ogni mezz’ora si fa comunque una sosta per tirare il fiato ma il gelo è penetrante e noi continuiamo a battere i piedi l’uno contro l’altro per riattivare la circolazione che si sta inequivocabilmente fermando. Arrivo con le lacrime agli occhi e l’incredibile sapore di un cioccolatino all’arancia che qualcuno aveva tenuto in serbo… Non poteva trovare momento migliore.
Mi è difficile descrivere Siorapaluk e trasmetterne la suggestione. Forse sarà l’ora o l’inclinazione del sole, ma pare avvolto da luce densa con sfumature d’ambra, raggi ocra, rossastri. Sulla spiaggia, stretta dalle povere casupole, solo i piccoli blocchi di ghiaccio abbandonati dalla marea mi fanno ritornare dove sono, alla gelida realtà che il caldo dei colori confondeva.
Non c’è né elettricità né acqua corrente, però troviamo la nutella®. Il nostro alloggio è il dispensario del paesino, una piccola stanza arredata con divano e fornelli ed un locale adiacente con scrivania, sedia e stufetta in un incredibile bailamme di polvere, carta e poster. I pochissimi abitanti, che praticano ancora una caccia di sussistenza alle foche e ai trichechi, ci vengono subito incontro e si danno un gran da fare per trovarci i materassi; alla fine ne recuperano quattro, pietosi spettri d’un passato remoto a dire il vero, ma d’altra parte hanno fatto fin troppo.
L’escursione della sera ci porta ad incontrare una coppia piuttosto anziana. L’uomo sta pulendo e sezionando fra terra e mare una bella foca appena catturata. La moglie osserva e consiglia: via la pelle, le interiora vanno all’acqua, ecco un taglio alle costoline, il filetto fallo a pezzi, sciacqua il sangue… il mare è rosso. Ma niente foto e con uno spintone e chissà quali pesantissime parole, visto il tono e l’espressione, ci caccia via; il marito sarebbe anche disposto a cedere, ma lei continua nella guardia. Ancora tabù, forse abbiamo già compromesso la loro caccia di domani.

Isolato in cucina il ronfatore del gruppo e sistemati i due fisicamente più importanti, ci ritroviamo stravolti, come bozzoli distesi di traverso su quello che è rimasto del nostro giaciglio. Quella notte tutti decideranno di russare.

Prima della contaminazione dell’uomo bianco gli inuit arricchivano la loro povera dieta con alcune leccornie: oltre alla solita carne secca o congelata erano ghiotti di fegato, midollo, cervello d’orso o di tricheco putrefatti o fermentati, larve di mosche, interiora imbottite di grasso, occhi, miscugli di pesce masticati. Aggiungevano urina umana per ammorbidire il tutto e feci di cervo per arrotondare il sapore. Ecco, la merenda è servita. Ma quando si è sulla cima del mondo, quando tutto è di ghiaccio, quando anche il mare è di pietra, allora il riempirsi la pancia diventa davvero il bisogno primario e niente può andare sprecato, nemmeno il lerciume raschiato via dal corpo; certo, si mangiava anche quello.
E per restare in argomento… se non nella capitale Nuuk, non esistono le fognature. L’acqua, attraverso un tubo di scarico aperto sull’esterno dell’abitazione, esce dai lavandini della cucina e del bagno per perdersi direttamente nel terreno attorno alla casa o dirigersi spontaneamente verso il mare. Ma nel bagno c’è un w.c. apparentemente normale, però collegato al… niente. E’ un fintissimo water, appena più voluminoso dei nostri. E’ solo una copertura che nasconde un secchio di metallo che accoglie un sacco di plastica nera che sarà sostituito solo quando il suo contenuto avrà raggiunto l’orlo; e allora, con un’abilissima mossa, via secchio e saccone graziosamente richiuso con l’apposito nastrino. All’inizio, quando ancora non te l’aspettavi, lo guardi con disperazione, poi decidi che tanto andrai sulla spiaggia per certe tue necessità, senza considerare che la notte non cala mai, che sarai sempre attorniato da un nugolo di bimbetti curiosissimi e che fa un freddo becco. Allora ti adegui e non ci fai più caso anzi, diventa normale. Ma noi siamo un po’ come i gatti e vogliamo a tutti i costi coprire le nostre magagne, così il contenuto del bugliolo inizia a crescere come una torta farcita, con strati di bianca carta igienica a separare le “orrende cose” degli uni e degli altri.

Le nuove abitazioni si assomigliano un po’ tutte per forma e struttura, ricordano le case dei giochi di quando eravamo bimbi, piccoli cubi di legno dipinto a tinte forti, giallo, rosso, mattone, prugna, blu, azzurro, verde. Sui brillantissimi colori spicca il bianco puro delle finestre e il profilo a V rovesciata dei tetti rigorosamente grigi mono-tono. Sono colori molto vivaci che contrastano il ghiaccio, il cielo, il mare, il pallore della terra che si espone nuda al tiepido sole.

Persa in un labirinto di pensieri riposo davanti alla nostra casetta di legno rosso, in un prato verdissimo stracolmo del giallo dei fiori dell’estate del sud a Nanortalik, un villaggio di pescatori troppo pittoresco per essere vero. Rompe il mio torpore un suono sordo, lento e ritmato che si spegne pian piano per poi ripetersi a intervalli; non voglio chiedermi cos’è adesso. Ma si avvicina e debbo farci caso: “senti… sembra quasi il respiro di una balena” dico ad alta voce, ma come fra me e me. Un amico sta leggendo poco più in la ed è un attimo: nel contempo, senza parlare siamo già in piedi, ci guardiamo, poi guardiamo oltre il verde. Ed eccola davanti a noi riemergere armoniosa, sfiatare e scomparire nella baia di cielo liquido, fra stelle di ghiaccio. C’è non si sa quale dolce mistero intorno a questo mare…

Nonostante le rigidissime temperature, in primavera vaste distese di tundra si ricoprono di piante miniaturizzate, arbusti striscianti, betulle distese, minuscoli salici, papaveri, genziane e campanule, camomilla e sassifraghe, muschi e licheni, felci e falaschi. Tappeti rossi e viola di niviarsiak rivestono le rocce e i prati appaiono punteggiati di piacevolissimo arctic cotton, un batuffolo di cotone, piccolo e soffice ammasso di candida bambagia aggrappato ad uno stelo perennemente agitato dal vento. Forse un fiore potrebbe farci innamorare della vita.
Udire i colori, vedere i suoni; il colore vibra, nella sua essenza è melodia. Lo stesso Kandinskij ricercava il suono interiore dei colori e un suo obiettivo era identificare l’interiorità e l’essere di tutte le cose; ma si lamentava: “l’esteriorità ha preso il sopravvento, l’uomo non ama essere profondo, preferisce arrestarsi alla superficie che è meno faticosa”. Eppure davanti a spazi colorati di papaveri, di girasoli, ad un cielo azzurro, ad un deserto bianco, noi riviviamo ancora la magia del mondo.

Bibliografia:

Iceland, Greenland & the Faroe Islands, lonely planet
Il paese dalle ombre lunghe, di Hans Ruesch, Bestsellers Oscar Mondadori
Kalaallit Nunaat Atlas/Greenland, Atuakkiorfik, Nuuk
Alla scoperta degli Inuit, di James Houston, Piemme
Saga di Eirik il rosso, Sellerio editore Palermo