Da Siena ad Askja

Racconto di viaggio in Islanda

14 agosto 2003
Giunto con un’ora di anticipo sull’orario previsto, mi domando che aspetto avranno i compagni di viaggio che divideranno con me questa avventura verso l’Islanda. Di li a poco faccio la conoscenza di Franco e Tiziana individuati per il loro mezzo, e Gianluca e Annamaria per gli zaini e sacchi a pelo.
Con oltre 2 ore di ritardo arrivano da Roma i fuori strada denominati Il Gatto e La Volpe che ci dovranno trasportare, e una volta fatte le debite presentazioni con Maurizio e Beppe gli organizzatori della spedizione di Dimensione Avventura, carichiamo zaini e tende e ci mettiamo in viaggio.
Sul mezzo guidato da Massimo, facciamo la conoscenza di Roberto e Catello che come noi fanno parte dei trasportati e vengono da Roma.
Nei pressi di Bologna ci fermiamo per un panino, poi via verso Trento dove abbiamo l’appuntamento con il grosso della carovana di mezzi fuoristrada provenienti in gran parte dalla Sardegna e dal nord Italia.

Il primo approccio con il gruppo è scioccante, decine di nomi immagazzinati in pochi minuti, una gran confusione ma tanta allegria. Il gruppo sardo si presenta addirittura con una piccola troup con tanto di tv privata.
Consci di aver accumulato ritardo al ritardo col quale eravamo giunti ci rimettiamo in carreggiata.
Quando giungiamo nei pressi di Bolzano si scatena un violento temporale. Sono circa tre mesi che non piove in questa caldissima estate, e un pò di refrigerio sarebbe il benvenuto se non fosse per il nubifragio che si sta abbattendo. La temperatura precipita di oltre 25 gradi passando dai quasi quaranta a poco più di 15°.
Il ritardo accumulato è ormai di 3 ore, e l’obiettivo di raggiungere Monaco si fa sempre più lontano. Gli organizzatori d’accordo con il gruppo decidono quindi di accamparsi a Innsbruck in un piccolo campeggio nei pressi dell’aeroporto e che con il nostro arrivo viene affollato.

Mentre si montano le tende, Maurizio e Beppe preparano il piatto caldo della sera: riso e piselli.
Poco più in la una allegra tavolata è stata imbandita. E’ il resto del gruppo che mette in tavola prodotti regionali accompagnati da un eccellente vino, e che ci da il benvenuto invitandoci per un assaggio.
Nella nostra più modesta tavola intanto si consuma la calda minestra di riso accompagnata da una fresca acqua di sorgente del ghiacciaio che cista di fronte, mentre la serata infine terminerà con l’approfondimento della conoscenza dei compagni di viaggio e qualche storiella.

15 agosto
Il risveglio avviene di buna ora per il rumore assordante che arriva dal vicino aeroporto, dove si stanno scaldando i motori degli aerei che si leveranno tra poco in volo.
Durante la notte è piovuto e la temperatura è scesa ulteriormente stabilizzandosi sui 10 gradi, del resto ci troviamo in un posto circondato da altissime montagne.
Ripiegate in qualche modo le tende ancora bagnate, dopo aver stipato gli zaini sul furgone ci mettiamo in moto.
Oggi sono passato dalla Volpe al Gatto ovvero sono nel furgone di Maurizio che ha qualche problema col suo mezzo e lo comunica a Beppe.
Da oggi sono in compagnia di Mauro e Susan, due ragazzi di Torino saliti ieri a Verona. Gli altri compagni di viaggio sono: Janet, una ragazza rapita in un precedente viaggio alle isole Faraone e Olavur, un simpaticissimo maschietto di 5 anni, rispettivamente moglie e figlio di Maurizio, che staranno con noi fino in Danimarca dove sono attesi dalla mamma e la sorella di lei.
Viaggiamo sotto la pioggia durante la prima parte della giornata. Attraversiamo le vallate austriache immerse nella nebbia. Di tanto in tanto spunta tra la nebbia qualche castello che Olavur individua subito come la residenza del Mago Merlino.

Quando verso le 11.00 ci fermiamo per il rifornimento, il distributore viene preso letteralmente d’assalto, creando qualche leggero imbarazzo per quegli avventori che devono mettersi in fila.
Infatti la carovana è composta dai 2 fuoristrada Il gatto e la volpe, e da una 15na di mezzi al momento, in quanto, altri se ne aggiungeranno in Norvegia.
La tappa del trasferimento di oggi, prevede l’attraversamento di una parte della Germania.
Quando attraversiamo Monaco è tornato a splendere il sole e la temperatura è salita a 22 gradi.
Lungo l’autostrada, notiamo le immense distese di lupolo e orzo, elementi basilari per la produzione della birra.
Il tragitto autostradale è piuttosto monotono, dobbiamo inoltre cercare di recuperare le 3 ore perse ieri. Ma a metterci lo zampino è la giornata di ferragosto con i rientri dalle ferie dei tedeschi, e da qualche incidente che ci costringe in fila perdendo tempo prezioso.
La seconda tappa prevede l’arrivo ad Hannover, ma quando sono ormai le otto e il sole comincia a calare, considerato che abbiamo già fatti più di 650 km., decidiamo di accamparci al primo campeggio utile.

Nelle vicinanze di Kassel, troviamo un campeggio in riva al fiume. Pochi minuti dopo l’accampamento è pronto. Sono ormai le 9.00 e c’è ancora luce. Da una parte la solita tavolata imbandita con ogni ben di Dio, dall’altra la cucina di Maurizio che offre una mai come ora gradita: pasta al sugo. Da una parte si degusta il Canonau di Sardegna, dall’altra ci si rinfresca con l’acqua di sorgente.
Col calare delle notte, si apre la scuola di balli sardi con musiche e canti folcloristici originali, alla quale partecipano timidamente prima uno, due ed in seguito quasi tutta l’allegra compagnia.
Anna e Salvatore infine ci offrono un saggio di una bella canzone popolare sarda seguita con attenzione dal gruppo, mentre Maurizio ci riporta alla realtà, ricordandoci che l’indomani dovremo recuperare le 3 ore perse, e consigliandoci di andare a dormire.

16 agosto
Uno splendido sole ci da il buongiorno al nostro risveglio. Pian piano i nostri amici escono dai loro “gusci” bagnati dall’umidità della notte. Roberto e Catello come del resto Massimo e Barbara e tutti quelli che hanno dormito nelle tende, si danno da fare per asciugare i loro teli fradici.
Mentre avviene il rito del caricamento del materiale, porto i bambini a sgranchirsi le gambe nel vicino bosco, dove zio Gabriele un’ora prima aveva avvistato dei cinghiali lungo un percorso trekking.
Successivamente la partenza e il viaggio di trasferimento che dovrebbe portarci a Goteborg in Svezia, dopo oltre 400 km. di Germania, l’imbarco e l’attraversamento della Danimarca. Oggi più che mai, Maurizio è deciso a recuperare le ore di ritardo accumulate nei due giorni precedenti, sfruttando per le fermate le sole soste per il rifornimento di carburante e qualche emergenza.
Il territorio a nord della Germania è battuto da forti venti provenienti dal mare. Ci troviamo quindi ad attraversare una regione dove sono stati installati numerosi generatori eolici che sfruttano le correnti d’aria e sono individuabili già a km. di distanza inconfondibili nel loro colore bianco, alti quanto giganti mitologici dalle lunghe braccia sempre in movimento.
Scorrono i km. e mentre sul “Gatto” il piccolo Olavur si è addormentato sul grembo materno, per ingannare il tempo ai partecipanti della spedizione vengono proposti via radio alcuni indovinelli e quiz matematici.

Tutto fila liscio fino alle porte di Amburgo quando per lavori si formano colonne chilometriche che ci inducono a proseguire quasi a passo d’uomo per oltre un’ora.
Verso le 11.30 viene dato l’ordine di approfittare della sosta del rifornimento per fare uno spuntino o acquistare generi alimentari, senza doversi fermare successivamente per l’ora di pranzo, è qui che zio Gabriele ha il suo primo contatto con il pesce che sta cercando da 3 giorni.
Quando lasciamo l’autostrada per dirigerci verso Puttgarden, abbiamo recuperato il tempo perduto, ma improvvisamente lungo la strada statale fino allora completamente deserta, si è formata una lunghissima coda che si perde a vista d’occhio lungo il chilometrico rettilineo.
Circa un’ora dopo scopriamo il mistero. La coda si era formata per il rallentamento delle vetture in prossimità del ponte dove alcuni ragazzi si esibivano in volteggi con le loro vele colorate, attirando l’attenzione degli automobilisti che si fermavano a guardare provocando grossi intasamenti.
Oltre il ponte la via è libera e viaggiamo a tutta velocità, ma quando alle 16.00 giungiamo all’imbarco, il traghetto è già partito e noi dobbiamo aspettare oltre un’ora il prossimo. Ne approfittiamo per dare un’occhiata ai mezzi e fare il punto della situazione, decidendo che una volta al di là nella sponda danese, si proseguirà almeno fino alle 22.00
Trascorsa l’ora, si accende il semaforo verde per la nostra corsia e la colonna si muove verso l’interno del traghetto. Nei tre quarti d’ora di navigazione ne approfittiamo per rifocillarci in previsione di una lunga tirata una volta sbarcati.

Maurizio scherza con il figlio che si fermerà dalla nonna in Danimarca una volta sbarcati. Poi dopo un breve ragionamento dice che se arriviamo a Goteborg, saremo in media con il programma, in due giorni da lì raggiungeremo Bergen in Norvegia, dove ci attende la nave che ci porterà in Islanda. E che naturalmente non ci aspetterà qualora arrivassimo in ritardo.
Un’ora dopo siamo davanti al grosso portellone della nave che si alza e lascia uscire il suo carico di automezzi che ordinatamente si incolonnano lungo l’unica arteria che conduce a Copenaghen.
Al primo distributore come d’accordo, avviene l’appuntamento, Janet e Olavur scendono per il commovente incontro tra mamma e nonna. Trascorre così una mezz’ora quando Maurizio dopo un lungo abbraccio lascia Janet e fa ripartire la carovana. Ma contemporaneamente avviene involontariamente un fatto che ci farà perdere ancora una volta un sacco di tempo e perdere la media che ci eravamo proposti di raggiungere.
Mentre viaggiamo e osserviamo la campagna danese molto ordinata, con le fattorie colorate che sembrano pennellate su un quadro raffigurante un paesaggio, Maurizio si accorge di essere entrato in riserva.

Si viaggia così nell’attesa di veder spuntare da un momento all’altro un’area di servizio. Ma fatti ulteriori 50 km. e non vedendo alcun distributore, dapprima rallenta per non consumare troppo carburante, poi decide di uscire al primo paese per non rischiare di rimanere a secco.
Ecco che allora si accorge che avrebbe potuto fare benzina al distributore dove aveva lasciata la moglie, ma ormai siamo qui e la fortuna vuole che appena usciti dall’autostrada un cartello indichi una pompa a 2 km.
Grosso sospiro di sollievo, ma altrettanta grossa preoccupazione quando notiamo che per fare rifornimento bisogna usare una carta bancomat del luogo, che nessuno naturalmente ha. Un po’ di panico, poi l’indicazione del gestore ci manda ad un vicino paese a una 15ª di km. ma bisogna far presto perché alle 19.00 chiude essendo oggi sabato.
Lo spostamento delle lancette di un’ora indietro al nostro sbarco ha fatto si che giungessimo in orario al distributore che è stato preso letteralmente d’assalto dalla carovana.
Naturalmente tutto questo trambusto ci ha fatto perdere circa un’ora e mezza. Ma l’ironia della sorte è stata quando una volta rientrati nello stesso punto in autostrada, dopo circa 5 km. abbiamo visto l’indicatore dell’area di servizio.

Con un’ora di luce in più rispetto a ieri, decidiamo di percorrere il maggior numero di km. possibili. Ci troviamo così dopo aver superato un lungo tunnel sotto il livello del mare, a notare il tramonto quando siamo ormai in vista di Kopenaghen.
Ormai siamo lanciati, la strada è completamente libera e superata la capitale danese puntiamo verso il lungo ponte che unisce la Danimarca alla Svezia. 22 km. che fino a qualche anno fa bisognava colmare con un altro traghetto e una notevole perdita di tempo.
A velocità sostenuta, quando siamo esattamente a metà strada sotto la campata centrale del ponte, avviene l’imprevisto degli imprevisti: un rumore assordante, lo scoppio del pneumatico anteriore destro nuovo, il veicolo che comincia a sbandare pericolosamente a destra e sinistra sfiorando il parapetto del ponte, e che solo la prontezza e l’abilità di conduttore di mezzi fuoristrada quale è Maurizio riesce a far si che la spedizione non abbia il suo epilogo prima ancora di cominciare.

La carovana prosegue con l’ordine di fermarsi una volta finito il ponte. Il guasto viene riparato, e riprendiamo la marcia nel buio più profondo della notte.
Viaggiamo fino alle 23.00 recuperando parte del tempo perduto. Consapevoli però di non poter mai raggiungere Goteborg, decidiamo di fermarci alla prima stazione di servizio dove dormire qualche ora e riprendere il viaggio l’indomani non più tardi delle sei.
La fortuna vuole che a circa 50 km. da Malmoe, individuiamo un grosso centro commerciale. Disponiamo gli automezzi di fronte ad una fila di casette di legno in vendita presso un grosso magazzino di costruzioni.
Notiamo che al centro del villaggio commerciale fa servizio fino alle due di notte un Fast food, che viene subito invaso dal nostro gruppo tra lo stupore degli inservienti. Scaricate le tensioni accumulate, dopo una mezz’ora ci ritiriamo a dormire.

17 agosto
Quando mi sveglio alle cinque, il sole è già alto e le premesse sono di una splendida giornata. Qualche attimo di sbigottimento, poi realizzo dove mi trovo questa mattina e dove ho dormito.
Ieri sera infatti, considerata l’ora di arrivo e il luogo, non mi sembrava il caso di piantare la tenda nel parcheggio del centro commerciale, per cui data una veloce occhiata alle casette e notato che erano tutte aperte, mi sono infilato in una e lì ho passato la notte.
Altrettanto hanno fatto tutti quelli che dormivano in tenda, occupando così quasi tutte le piccole costruzioni. Durante la notte poi, abbiamo avuto la visita della Polizia che si è limitata a dare uno sguardo alle numerose vetture che avevamo insolitamente occupato di notte il parcheggio.
Mentre si ripongono i sacchi a pelo Chiara colora il giornalino ricevuto al fast food, mentre Barbara invia su Internet le ultime notizie del viaggio. Poi come da programma alle sei ripartiamo un po’ assonnati.
Naturalmente la strada è completamente libera, un po’ per l’ora, ma anche perchè oggi è domenica. Ne approfittiamo quindi per recuperare il tempo perduto. Il percorso di avvicinamento prevede oggi l’attraversamento di una parte della Svezia e l’ingresso in Norvegia.
Probabilmente in quasi tutte le vetture durante queste prime ore del mattino si sta imitando Susan, che incurante dei colori accesi della campagna svedese, ha ripreso il sonno interrotto nelle casette.

Nel frattempo, il GPS indica che abbiamo percorso circa 2000 km., che viaggiamo ad una altezza pari quasi al livello del mare e che la temperatura è di 21°.
Verso le 11 giungiamo a Goteborg. La strada taglia in due la città: dapprima esternamente, poi attraverso un lungo tunnel. Nel frattempo lungo la via si nota un po’ di movimento, gente che si sposta per trascorrere la giornata festiva, praticando un po’ di sport o giocando a golf nei verdi tappeti erbosi ai lati della strada.
Una volta superata l’unica grande città incontrata lungo il nostro percorso, pian piano la strada si restringe e una volta fatto il nostro ingresso in Norvegia, comincia a zigzagare lungo un fiordo per un centinaio di km. Notiamo che si sta lavorando per ampliare l’unica arteria che da questa parte della nazione conduce a Oslo.
Quando siamo nella grande periferia della capitale ci accorgiamo che dopo 2000 km. si ricomincia a pagare il pedaggio stradale. Nella baia di Oslo la gente approfitta della calda giornata per fare il bagno, mentre noi seguendo il GPS, ci tuffiamo in un tunnel e attraversiamo la città.

Durante la pausa per il rifornimento del carburante, dopo aver acquistato un po’ di frutta da consumare durante il viaggio, mi trovo a fare con Maurizio una considerazione sul prezzo delle mele.
L’altro giorno infatti mi ero lamentato perché in Germania avevo speso 1,80 € per tre mele. Oggi mi sono trovato a dover scegliere tra due tipi di mele: la prima di qualità inferiore ad un costo di 1,40 €, la seconda di qualità superiore al prezzo di 2,80 €. La curiosità è che il prezzo si riferisce alla singola mela.
Proseguiamo costeggiando l’Akerselva, il fiume di Oslo in direzione nord. Nel tardo pomeriggio il cielo si rabbuia e poco dopo ci troviamo a viaggiare sotto l’acqua l’ultima parte della giornata.
Ci accampiamo in un camping nei pressi di un piccolo aeroporto al quale si accede attraversando la pista di atterraggio che viene bloccata di tanto in tanto per consentire il decollo o l’atterraggio dei velivoli.
Al momento di formare l’accampamento, piove in modo consistente. Più tardi ci troviamo a mangiare la pasta coi ceci sotto l’acqua. Non va meglio presso le altre vetture dove sono state approntate delle coperture di emergenza. Ma nonostante l’umidità il morale è alto. Ormai ci siamo messi in pari con la tabella di marcia e domani sera quando saremo a Bergen ci attende un comodo e caldo letto.

18 agosto
Come qualche giorno fa, anche questa mattina il risveglio avviene con il rombo dei motori degli aerei che nonostante la nebbia si levano in volo al di là della rete che separa la pista di decollo dal campeggio.
Durante la notte, una fastidiosa pioggerellina ha infradiciato le tende e continua a scendere tuttora procurandoci qualche piccolo disagio mentre prepariamo la colazione.
Approfittando poi di un attimo di clemenza da parte delle nubi che coprono il campeggio, ripieghiamo le tende bagnate con l’intenzione di farle asciugare una volta arrivati a destinazione. Roberto e Catello nel frattempo, dopo quattro giorni di ripiegamenti sono diventati esperti come del resto Annamaria.
Dopo aver atteso il decollo di un piccolo velivolo, la sbarra si alza e una volta riattraversata la pista riprendiamo la nostra marcia verso Bergen. Lungo i piccoli centri che attraversiamo, notiamo i ragazzi che si recano a scuola essendo oggi il primo giorno della riapertura dell’anno scolastico.
La strada molto stretta, dapprima sale fino a portarsi ad una altitudine di 900 m. Prosegue quindi per qualche decina di km., attraversando gallerie all’uscita delle quali il paesaggio si rivela di volta in volta sempre più incantevole, mostrando specchi d’acqua nei quali si gettano altissime cascate, o ghiacciai che sovrastano le imponenti montagne.
In certi punti bisogna fare attenzione perché la carreggiata consente a malapena il passaggio di due mezzi, oppure bisogna fare attenzione alle rocce che spuntano dalle pareti ai bordi della strada.

Senza dubbio questa è la tappa di trasferimento più suggestiva dal giorno della partenza. Superato l’altipiano la strada comincia a scendere lungo un fiordo fino al livello del mare, dove in una piccola insenatura, un battello fa la spola con la sponda di un altro fiordo che dovremo superare.
Durante la traversata, Moira raccoglie le impressioni dei compagni di viaggio, di questi primi giorni
trascorsi assieme, in vista del congiungimento con il resto del gruppo che avverrà in serata.
Dopo lo sbarco la strada riprende a salire con una serie di tornanti, e in breve tempo ci riportiamo in quota. Superata la cresta del fiordo, scendiamo attraversando una infinità di gallerie al termine delle quali notiamo in lontananza il nostro obiettivo: la città di Bergen.
Questa sera per la prima volta il gruppo sarà compatto. Non si monteranno le tende e non si cucinerà. Ci ritroveremo tutti in un residence nella periferia della città dove avremo modo di sistemare tutte le nostre cose prima dell’imbarco che avverrà domani dopo il pranzo.

Al nostro arrivo siamo attesi dagli altri componenti del gruppo che si presentano familiarizzando subito con noi.
Alle sette tutti a tavola. Questa volta siamo proprio tutti. O meglio quasi. Perché altri arriveranno direttamente in Islanda in aereo tra cinque giorni. C’è un po’ di euforia attorno ai tavoli. Mentre gustiamo il riso con il gulasch notiamo che il livello del Canonau della tanica di Roberto si è irrimediabilmente abbassato.
Ma non importa. I ragazzi del gruppo sono caricati al massimo. Si levano quindi alti i calici e si brinda all’inizio dell’avventura.

19 agosto
Una magica atmosfera ci circonda sin dal nostro risveglio nonostante le nubi minacciose e qualche spruzzo di pioggia che arriva per il forte vento.
Più tardi aiuto Maurizio ad occultare i viveri nei contenitori dell’acqua. In Islanda infatti è concessa l’importazione di generi alimentari per un massimo di 3 kg. a persona. La polizia di frontiera inoltre è molto severa e oltre a requisire la merce infligge delle multe salate. Ciò si è reso necessario per i prezzi proibitivi che troveremo al nostro sbarco.
Alle 7 siamo di nuovo tutti assieme attorno alla ricca tavola imbandita per la colazione. Ne approfitteremo per farci un paio di panini da portarci dietro per il pranzo.
La carovana si rimette in moto al gran completo verso il porto. L’imbarco è previsto alle tre del pomeriggio. Abbiamo quindi la possibilità di dedicare tutta la mattinata alla visita della città.
Eccoci quindi una volta lasciati i mezzi parcheggiati nel porto, avviarci a piccoli gruppi verso il centro che è lì a due passi.
Bergen la città più aperta della Norvegia, è considerata la capitale dei fiordi. E’ un importante centro costiero e città Patrimonio del Mondo.

Situata tra due fiordi: il più lungo ed il più spettacolare, dove mare e montagna si incontrano, alla città è stato attribuito l’appellativo di: porta d’ingresso dei fiordi norvegesi. Da qui infatti partono le più affascinanti crociere verso il nord.
Nei pressi del porto nella zona pedonale un grande monumento è dedicato agli uomini del mare nelle varie epoche.
Lungo il corso, mentre ci dirigiamo verso il duomo, notiamo alcune bancarelle dove gli studenti acquistano, scambiano o vendono libri scolastici usati.
In fondo al viale, giungiamo al duomo che si erge sopra una ripida scalinata. La chiesa è costruita quasi interamente in legno, ed è sorretta all’interno da enormi travi scolpite.
Ritornati sui nostri passi, facciamo quella che è considerata una tappa d’obbligo: la visita al mercato del pesce all’aperto di fronte al porto.

Sui banchi notiamo distese di gamberetti, salmoni freschi e affumicati, crostacei di ogni sorta, panini decorati con prodotti ittici, e infine quello che non abbiamo mai visto nei nostri mercati: filetti di balena.
Poco più in là notiamo alcuni banchi di frutta dai prezzi proibitivi, tra i quali spiccano delle coloratissime ciliegie il cui cartello indica il costo pari a 18 euro al kg.
Ma la parte più caratteristica della città è rappresentata dalle costruzioni che si affacciano sul lato destro del porto nel quartiere di Bryggen. Una particolarità che rende la città unica nel suo genere, e tra le più grandi città in legno d’Europa, rimasta intatta nonostante i numerosi incendi.
Sono le case in legno del Medioevo europeo che colorano il quartiere, con i loro tetti spioventi e che sono sede oggi di piccoli ristorantini, caffè e negozietti all’esterno dei quali alcuni Trolls fungono da guardia con le loro buffe espressioni.

Poco prima che il nostro tempo a disposizione stia per esaurirsi, facciamo una breve visita alla fortezza che sovrasta il porto con la sua caratteristica torre. Durante la visita sentiamo alcuni colpi di cannone sparati a salve provenire dalla residenza dei regnanti della nazione, 21 per l’esattezza, tanti quanti gli anni della principessa che festeggia oggi il suo compleanno.
Il tempo a nostra disposizione è terminato. Ci ritroviamo tutti ognuno a bordo del nostro mezzo e dopo alcuni controlli, imbocchiamo l,ingresso al porto.
Ordinatamente le vetture si mettono in fila e all’ordine stabilito muovono pian piano verso l’interno della nuovissima nave varata da appena quattro mesi, che compie l’attraversamento verso l’Islanda una volta alla settimana durante i mesi estivi, mentre per noi a questo punto ha inizio la nostra avventura.
E’ sempre emozionante la partenza di una nave. Quando la Norrona stacca dalla banchina e lascia il porto di Bergen, grosse nubi offuscano il fiordo, mentre cade una fastidiosa pioggia sospinta dal vento che bagna in viso quanti si sono assiepati sul ponte più alto per vivere la partenza, salutata a terra da qualche decina di persone.

Mentre rimaniamo incollati alle grandi vetrate per osservare lo spettacolo, la nave seguita dalla pilotina, sfila maestosa tra due ali di costruzioni multicolore lungo il fiordo e dopo aver oltrepassato una serie di ponti, mette la prua verso l’oceano.
Più tardi ci ritroviamo tutti sul ponte cinque, dove con Maurizio cerchiamo di districare l’ingarbugliata matassa della composizione delle camere a quattro cuccette, che attualmente vede diverse coppie alloggiate in cabine separate.
E’ la volta poi delle istruzioni e dei consigli in caso di emergenza che il Commissario di bordo impartisce seguito con interesse dai viaggiatori.
Dal Commissario apprendiamo che la nave effettuerà due scali uno nelle isole Shetland e l’altro alle isole Faroe.
Una volta al largo il mare si fa grosso, tanto da richiedere da parte di molti di noi le pastiglie contro il mal di mare che la direzione mette a disposizione in caso di bisogno.
Saltata la cena per la nausea la maggior parte del gruppo si ritira nella propria cabina, mentre pochi arditi trascorrono la serata ascoltando della musica cowntry in attesa dell’approdo a Lerwick che avverrà verso la mezzanotte.

Le Shetland situate nel mare del nord alla stessa distanza tra Norvegia e Scozia. L’arcipelago può considerarsi oggi oltre che britannico anche in parte scandinavo. Il fascino delle isole è rappresentato dalle enormi colonie di uccelli marini e dalle coste frastagliate.
Delle oltre 100 isole che formano l’arcipelago, solo 15 sono abitate. Pochi irriducibili si trovano sul ponte quando la nave giunge nel porto del capoluogo di Mainland, la più grande delle isole. La nave si fermerà poco più di un’ora per consentire lo sbarco di alcuni passeggeri.
Dopo aver assistito alle varie fasi di attracco e sbarco, decidiamo con Luigi, il cameraman del gruppo sardo, di aspettare l’alba per riprenderne i colori, ma quando alle prime luci ci accorgiamo che il cielo è nuvoloso e minaccia pioggia, facciamo definitivamente ritorno verso le nostre cuccette.

20 agosto
Qualche squarcio di cielo azzurro si apre di tanto in tanto tra le nuvole su di un mare ancora mosso.
Dopo un rigenerante sauna, trascorriamo la mattinata tra le molteplici opportunità che la nave offre: una passeggiata curiosando nel shopping center con i suoi articoli tax free, qualche partita a carte, oppure giocando al bingo organizzato dalla Direzione.
Qualcuno si diverte ad osservare le foto sinora scattate e trasferite sul computer, mentre Maurizio tiene banco tra i ragazzi impegnati in un gioco di società.
Infine per pochi fortunati, c’è la possibilità di una visita alla sala macchine della nave. La nuova motonave Norrona, è l’unico traghetto che collega l’Europa con l’Islanda. Ha una capacità di 1500 passeggeri e può trasportare 800 automobili oppure 130 autoarticolati. Dispone inoltre di 2 ristoranti una caffetteria, bar, night club, fitness center, una piccola piscina e un’area giochi per bambini.

Nel primo pomeriggio giungiamo in vista delle isole Faroe. Il significato del nome “isole delle pecore” deriva dal gran numero di pecore che vi pascolano.
18 piccole isole abitate da poco più di 45.000 persone e qualche milione di uccelli marini formano la nazione nel nord dell’Oceano Atlantico, dove la storia fa ancora parte della vita di tutti i giorni.
Durante l’avvicinamento, si rimane subito colpiti dalla luce speciale: un insieme di colori, dati dalle case variopinte, alcune con dei caratteristici tetti in erba, dal verde dei rilievi che circondano la cittadina, dal mare azzurro.
Mentre ci avviciniamo al porto, notiamo un elicottero che sta atterrando, mentre una ambulanza sta giungendo sul posto. Si tratta di un ammalato prelevato in una delle isole e trasportato all’ospedale di Torshavn, la capitale che conta 16.000 abitanti.

Tórshavn più che una città è un grosso villaggio, ricca di fascino pittoresco locale, ma certamente destinata a deludere chi è alla ricerca di divertimenti e di una turbinosa vita notturna; tuttavia una passeggiata lungo la piccola penisola, è sufficiente a conquistare chiunque si lasci andare all’incanto di questi posti. Il suo clima marittimo che risente della corrente del Golfo, rende la temperatura abbastanza clemente anche durante l’inverno.
La cittadina, è caratterizzata da strette viuzze molto animate. Abbiamo modo così di ammirare le case di legno col tetto ricoperto di erba. L’ambiente che ci circonda è speciale e molto pittoresco.

Nel porto, la maggior parte della flotta ancorata è costituita da pescherecci, anch’essi variopinti ed assai caratteristici; è un viavai continuo di piccole barche che arrivano da battute di pesca o che si accingono a prendere il mare.
Lungo la penisola una bianca chiesetta con annesso un piccolo cimitero si erge su di un dirupo, immersa in un silenzio quasi irreale, rotto soltanto dal soffiare del vento, che fa provare un senso di pace e tranquillità.
Le tre ore a nostra disposizione trascorrono in fretta, e quasi non ci accorgiamo che è quasi l’ora di ritornare. Dal promontorio, dove il faro illumina la via ai pescherecci, vediamo la nave che si accinge a compiere le operazioni preliminari prima di lasciare il porto.
Il ponte è affollato in ogni ordine di posti. Siamo qui tutti per cogliere quel magico momento in cui la nave si staccherà dalla banchina.
Il piccolo porto si allontana velocemente, mostrandoci ancora una volta quel mix di colori, questa volta coperti dalle nubi, ma non per questo meno belli di quando siamo giunti con il sole.
Mentre la Direzione intrattiene con giochi e balli i bambini, trascorriamo la serata ascoltando con molto interesse Maurizio che ci illustra come si svolgeranno le operazioni di sbarco domani mattina e qualche piccolo anticipo di cosa vedremo fin dalle prime battute del nostro arrivo in Islanda.

21 agosto
Lo sbarco questa mattina è previsto alle 9.00, pertanto di buon’ ora raggiungo il ponte per dare uno sguardo all’esterno. La nave ha già raggiunto la costa frastagliata islandese, e sta navigando lentamente lungo un fiordo.
La giornata si preannuncia pessima con pioggia, vento e nebbia che lascia a malapena intravedere la costa. Poi, quando il fiordo si restringe e abbiamo l’opportunità di vedere le due sponde contemporaneamente, possiamo notare i rivoli d’acqua che dall’alto della montagna ancora immersa dalla nebbia, scendono al mare formando delle piccole cascate.
Ecco apparire le prime colorate fattorie, noto anche le auto che si fermano a guardare lo spettacolo dell’imponenza della nave che settimanalmente raggiunge l’isola.
Rimango così per circa un’ora e quasi non mi accorgo che nel frattempo abbiamo raggiunto il porto di Seydisfjordur.
Una volta raggiunta la stiva, ci accorgiamo che prima dello sbarco le vetture vengono controllate da pattuglie del servizio antidroga che con i loro cani passano tra le auto in cerca di sostanze stupefacenti, mentre Maurizio sparge la voce tra il gruppo, che quelli sono cani in cerca di salumi e provole.

Una volta sbarcati gli automezzi vengono incanalati per un controllo più accurato. Sono momenti critici di attesa snervante durante i quali si spera che non vengano scoperti i viveri occultati. Vediamo le auto fatte introdurre in appositi hangar e li minuziosamente controllate.
Quando arriva il nostro turno, tiriamo un sospiro di sollievo, in quanto la mole del nostro grosso fuoristrada non passa nel capannone e naturalmente a causa delle condizioni atmosferiche non viene controllato sotto l’acqua. Pertanto riceviamo il via libera e usciamo dal porto dove prima di partire ricostituiremo la carovana.
Nell’attesa che il gruppo si ricomponga, diamo uno sguardo sulla carta a quello che in linea di massima sarà il percorso lungo la Ring Road e parte dell’interno, che effettueremo nel corso dei 14 giorni che soggiorneremo in Islanda.

Senza perdere altro tempo, una volta ristabiliti i contatti radio ci mettiamo in moto. Certo il tempo non è dalla nostra parte, ma ci dovremo abituare. Viaggiamo sotto l’acqua e la nebbia lungo una strada stretta che si inerpica rapidamente e in pochi km. raggiunge i 700 m.
Osservando dal finestrino opposto una cascata che si getta in un torrente, noto che Maurizio durante la navigazione ha trovato il tempo di radersi, mentre Mauro è più che mai deciso a lasciarsi la barba fino alla fine del viaggio.
Dopo 30 km. raggiungiamo Egilsstadjr l’unica cittadina che troveremo in questi primi tre giorni. Infatti lo scopo di questa prima parte del viaggio è quello di arrivare il giorno 23 a Reykjavik dove ci raggiungeranno con un volo da Roma un gruppo di trakkers che si uniranno al gruppo.
Durante la pausa per il gasolio a Egilsstadir facciamo il cambio e prendiamo subito confidenza con la nuova moneta. Il freddo pungente con la temperatura di 7° che ci aveva costretti in un bar per riscaldarci, ci rende coscenti che per una tazza di caffè occorrono più di 3 euro.

La sciata la città, termina il nastro asfaltato e ci troviamo a percorrere un altipiano lungo una strada sterrata dal fondo tutto sommato discreto che ci consente anche andature abbastanza sostenute. Lungo i continui saliscendi ci troviamo a superare qualche isolata fattoria immersa nella nebbia che scende improvvisa, e che poi risale lasciandoci intravedere qualche bello scorcio per poi riabbassarsi frammista a pioggia.
Come già accennato, percorreremo in 3 giorni i 700 km. che ci separano da Reykjavik lungo la costa sud sulla Ring Road, visitando tutto quello che si può vedere lungo il tragitto.
Come di consueto durante questi viaggi, gli organizzatori di Dimensione Avventura lanciano due concorsi: il primo dedicato alle varie stupidate che si possono commettere durante il viaggio, il secondo per le rotture accidentali che subiranno gli automezzi. In entrambi i casi verranno assegnate delle crocette che il notaio Barbara annoterà su di un quaderno, per poter stilare al termine la classifica finale.

Dopo circa 2 ore cominciamo a scendere. In lontananza scorgiamo l’oceano Atlantico sul quale poche ore prima navigavamo. Ci fermiamo per qualche scatto fotografico e poi via di nuovo.
Con il diradarsi della nebbia e il cessare della pioggia, cominciamo a vedere i reali colori che ci circondano. Notiamo tra le varie tonalità di verde gli innumerevoli rivoli che scendono dall’alto e formano infinite cascatelle.
Ogni tanto Maurizio si diverte a spaventare le pecore che al suono del clacson fuggono terrorizzate.
Verso le 14.00 ci fermiamo lungo la strada per il pranzo. Solo allora ci rendiamo conto che le vetture sono tutte dello stesso colore. La località è davvero suggestiva da una parte un vulcano spento la cui cima è avvolta dalle nubi, dall’altra una spiaggia nera di lapilli frutto di una antica eruzione.
Dopo una passeggiata fino al mare, riprendiamo la nostra marcia. Dietro ad ogni curva c’è da rimanere sbigottiti per lo spettacolo che la natura ci sta offrendo. Sullo sfondo, al riparo delle rocce, centinaia di cigni si pavoneggiano nell’acqua.

Giungiamo così in vista di un villaggio di pescatori nei pressi di Hofn. Facciamo una puntata verso il porto dove si erge un rudimentale monumento al marinaio. Nel frattempo è comparso il sole, ma siamo investiti da un gelido vento che sta spazzando via le nuvole. C’è giusto il tempo per una foto ricordo e poi via di nuovo.
Se c’è una cosa bella di cui dobbiamo tener presente in questa avventura, è quella di non preoccuparci di dove si deve arrivare per forza alla fine della giornata, in quanto siamo autonomi e ci fermiamo dove vogliamo. Sono stati naturalmente preventivati alcuni luoghi da visitare, ma sul come e quando raggiungerli c’è ampia libertà. Inoltre bisogna considerare che alle 4.00 albeggia e il sole, quando si vede, tramonta alle 22.00 e abbiamo poi ancora un’ora di luce.
Dopo aver percorso circa 200 km. dalla partenza giungiamo in vista di Jokulsarlon la laguna di iceberg formatasi dal ritiro del più grande ghiacciaio d’Islanda, il Vatnajökull il secondo d’Europa, che si estendeva fino al mare.

Con un mezzo anfibio facciamo una escursione nella laguna dalla profondità di 200 m., che ha assunto le caratteristiche di un paesaggio artico.
Davanti al battello, una guida indica il percorso da tenere per non urtare gli iceberg che per il 90% sono immersi nell’acqua.
I colori di queste montagne di ghiaccio non sono uniformi: infatti, a seconda della presenza o meno di cenere e aria, si passa dal bianco, al grigio e all’azzurro, e che per l’effetto dei raggi del sole vengono resi ancora più brillanti.
Inoltre queste masse di ghiaccio assumono delle forme che viste da certe angolazioni, a seconda di personali interpretazioni, assomigliano quando ad animali, grossi funghi ecc.
Trascorre così una mezz’ora nel corso della quale i passeggeri hanno anche la possibilità di sciogliere in bocca una infinitesima parte di quel ghiaccio.
Quando attraversiamo alcune radure in ombra, la temperatura cala notevolmente, e avvicinandosi la fine della giornata cominciamo già a pensare che tra un pò ci fermeremo per accamparci.
Verso le 8.00 dopo aver percorso poco più di 300 km., giungiamo a Skaftafell.
Ci accampiamo in un camping che dispone di piscina con acqua termale ai piedi del ghiacciaio. In breve tempo montiamo le tende e ci prepariamo per la cena.
Siamo fortunati perché per lo meno mangeremo al caldo. Infatti nel campeggio esiste una struttura adibita a refettorio al momento occupata da altri gruppi.
Un gruppo cucina pollo e patate arrosto che emanano un profumo di rosmarino, un altro si prepara a cucinare del baccalà in umido.

Per noi Maurizio questa sera ha preparato maccheroni al pesto, che gli addetti alla cucina si sono dimenticati di scolare e che pertanto nuotano nell’acqua.
Annamaria in previsione che non ci sia altro, prima di sedersi a tavola ripassa per un ulteriore mestolo di pasta sotto lo sguardo arcigno di Maurizio.
Ma sorpresa, dopo la pasta saltano fuori alcune provole affumicate che vengono fatte alla piastra. Senza pane però perché nessuno si è ricordato di comperarlo.
A tavola facciamo la conoscenza di Luca e Chiara arrivati da una settimana in Islanda e che fanno parte dell’organizzazione con un terzo mezzo fuoristrada denominato: “Il grillo parlante”.
Di turno a lavare le pentole questa sera sono Gianluca e la mamma. Sfortunati perché hanno il loro daffare a levare le croste delle provole dalla teglia, con l’acqua ghiacciata per giunta.
Infine ci tratteniamo all’aperto in attesa dell’oscurità perché visto il cielo sereno, ci prepariamo ad assistere al fenomeno dell’aurora boreale.
Nel Defender di Marco intanto vediamo le immagini che il satellite ci invia dall’Italia dove il caldo è ancora opprimente, mentre noi elemosiniamo qualche goccio di vino per poterci riscaldare.

22 agosto
Nonostante il freddo delle prime ore, questa seconda giornata in terra d’Islanda si preannuncia molto bella, con un cielo sereno e tanta voglia di ammirare cose nuove.
Poco prima della partenza diamo un’occhiata al programma di massima che prevede durante la fase di avvicinamento a Reykjavik, una escursione a Laki, la zona dei crateri.
Non appena ristabilito il contatto radio tra i vari automezzi arriva il consueto saluto di Moira, la voce di radio Islanda.
Qualche km. dopo la partenza siamo fermi perché Marco e Lucia di Brescello sono riusciti a bucare contemporaneamente le gomme posteriori del loro fuoristrada aggiudicandosi due crocette.
Mentre avviene la riparazione, diamo un’occhiata ai resti di quello che sette anni fa era il ponte che attraversava questa spianata e ripercorriamo a ritroso quanto avvenuto, con le immagini dell’epoca.
Nel 1996 questo tratto di costa è stato completamente trasformata in seguito ad una eruzione sub glaciale avvenuta nel cuore del Vatnajökull durata diversi giorni. Mentre enormi blocchi si staccavano dal ghiacciaio, le onde impetuose travolgevano ogni cosa modificando la conformazione della valle.
Proseguiamo ancora per qualche km. fino a raggiungere una propaggine rocciosa, al riparo della quale si trova la vecchia fattoria di Nupstadur, dominata da rocce e pinnacoli frutto dell’erosione del vento, e dalle forme più strane.
Facciamo una breve visita tra le case che compongono la fattoria e che risalgono ai primi anni del 1900. All’epoca più che una fattoria, era un piccolo villaggio.
Dietro la piccola chiesa dedicata a S. Nicola, e che nei registri parrocchiali viene menzionata già nel 1200, alcune tombe si confondono tra l’erba del minuscolo cimitero, all’ombra dell’unica pianta della fattoria.

Costeggiamo ancora per qualche km. la montagna che ci offre delle visuali fantastiche che vanno dalle cascate alle immense distese di lava ricoperta da un grosso strato di muschio.
Prima di addentrarci verso l’interno ci fermiamo per il rifornimento di carburante. Notiamo che tutti i distributori mettono a disposizione dei clienti una pompa per il lavaggio degli automezzi. Ogni distributore inoltre, funge da piccolo emporio dove è possibile acquistare generi alimentari, ma soprattutto il pane che viene confezionato in cassetta e una volta esaurito quello fresco, si trova anche surgelato.
Quando sono ormai le 11.00 ci troviamo a deviare verso il nostro obiettivo: la zona dei crateri, percorrendo una pista di 50 km. aperta nei soli mesi di luglio e agosto.
Il fondo è molto accidentato pieno di buche e profonde pozzanghere e costituito da continui saliscendi che ci costringono ogni tanto a fermarci per controllare il carico sopra il fuoristrada.
Già da ieri avevamo notato delle strane griglie a rulli al centro di alcune strade, veniamo a sapere che servono per non fare sconfinare gli animali nelle altre proprietà, e per non farli arrivare sulle strade trafficate.
Oggi, per la gioia dei vari conduttori che non vedono l’ora di guadare, per raggiungere la nostra meta è necessario superare alcuni torrentelli che scendono a valle e che inondano la pista.
Dapprima con una certa cautela, poi una volta acquistata fiducia del proprio mezzo e della propria abilità uno dietro l’altro affrontano i primi guadi che in questa giornata d’avvio Maurizio ha scelto fra i non difficoltosi, e che si appresta a indicarne il punto di attraversamento. Naturalmente prima di guadare, bisogna aspettare che il mezzo davanti abbia completato l’attraversamento per non rimanere nell’acqua qualora il mezzo che precede rimanesse in panne.
Intanto dopo una mezz’ora ci siamo portati oltre i 500 m. di altitudine quando un cartello ci indica di usare la massima cautela e di non uscire dalla pista.
Dopo essere passato dal “Gatto” di Maurizio al “Grillo parlante” di Chiara che ha dato prova di una certa abilità nel condurre il mezzo, trascorse due ore giungiamo sulla cresta dei crateri a quota 800 m., che penso non abbiano mai visto un parco macchine così vasto in una sola volta. Li facciamo la pausa pranzo prima di incamminarci per una breve visita ad alcune bocche vulcaniche.
La zona è ricca di crateri vulcanici creatisi nel 1783 a seguito di una serie di terremoti che si susseguirono per una settimana.
La fessura eruttiva di Laki, situata lungo il suo asse, è costituita da una serie di circa 130 crateri eruttivi, per una lunghezza di circa 25 chilometri secondo l’allineamento tettonico dell’Islanda.

L’attività vulcanica lungo la frattura iniziò con piccole esplosioni , cui fecero seguito esplosioni di tipo stromboliano e infine ripetute fasi di spargimento.
La lava, che fuoriusciva dai crateri a una velocità di 8.000 metri cubi al secondo, si riversò su quasi 600 chilometri quadrati di territorio causando la perdita di oltre il 50% del bestiame e dando inizio così ad un lungo periodo di carestia che portò alla morte circa 9000 persone pari al 20% della popolazione islandese dell’epoca.
Trascorriamo così un’ora esplorando tre fra le innumerevoli bocche vulcaniche, entrando da un’apertura e uscendo da un’altra non senza un po’ di timore per un improvviso crollo delle gallerie. Del resto tutte le visite in queste zone sismiche sono a proprio rischio, e ciò è ben visibile su tutti i cartelli in evidenza dappertutto.
Prima di lasciare la zona notiamo due curiosità: la prima il particolare tipo di fiorellini e qualche fungo che spuntano dalla roccia, la seconda, in tutto il territorio quando si cammina sembra di trovarsi sopra un materasso, non solo quando si calpesta la lava ricoperta dal muschio, ma anche quando ci si trova a camminare sulla ghiaia.
E’ ora di rimetterci in marcia, non prima però di aver accettato un caffè da Chiara. Un caffè vero che in questi frangenti ti fa sentire il padrone dell’universo.
Proseguiamo per un’altra pista attraversando vallate stupende che ci danno immagini lunari del territorio. Di tanto in tanto ci fermiamo per qualche foto allungando la carovana che rimane in costante contatto radio con Maurizio che precede il gruppo.

Giunti in prossimità di un grosso cratere non perdiamo l’occasione di una breve sosta per andare a curiosare sulla sommità. Notiamo sul terreno alcune strisciate di erba che sembrano sia state seminate con uno scopo ben preciso, mentre si tratta di un disegno casuale provocato dal vento.
Una volta arrivati la sorpresa è grande, all’interno della enorme bolla di lava esplosa si è formato un laghetto verde, che assume tonalità diverse a seconda del passaggi delle nubi.
Procediamo seguendo le tracce di una pista formatasi sulla lava fino a quando un dubbio ci assale, siamo cioè convinti di ritornare verso l’interno, mentre dobbiamo riportarci verso il mare. Infatti alla prima indicazione ci rendiamo conto che stavamo proprio andando nella direzione opposta.
Un paio di ore più tardi siamo di nuovo sulla Ring road. Superiamo Skogar dove ci fermiamo per il rifornimento e un paio di tazze di caffè bollente. Ritroviamo sulla nostra destra il ghiacciaio ai piedi del quale anche questa sera ci accamperemo.
Sono passate da poco le nove quando il sole sta scomparendo dietro il Vatnajökull. Mentre le nubi che avvolgono il ghiacciaio non promettono niente di buono, noi giungiamo in vista del campeggio.
Alle dieci siamo tutti a tavola. Questa sera la mensa passa pasta e ceci. Poi dopo quattro passi, via nel sacco a pelo. Domani arriveremo a Reykjavik dove avverrà l’incontro con i trakkers che si uniranno a noi.

23 agosto
Il risveglio avviene in una cornice rocciosa che ci ripara dal vento e dall’alto della quale una piccola cascata dopo una serie di balzi arriva fino all’accampamento.
Le condizioni meteo sono completamente mutate. Il cielo è nuvoloso ma non toglie il buon umore a Michela che oggi inaugura la serie dei compleanni in terra d’Islanda.
Dopo la colazione e quattro chiacchiere diamo uno sguardo al percorso di oggi che si concluderà nei pressi dell’aeroporto di Reykjavik dove ci accamperemo in attesa del gruppo il cui arrivo è previsto per le cinque.
Costeggeremo l’oceano per una strada secondaria, poi, per l’ora di pranzo cercheremo un posto lungo qualche spiaggia e infine andremo ad attendere i nuovi arrivi.
Oggi è sabato e la Ring road è più trafficata del normale in quanto la gente si sposta per il fine settimana.
Mentre viaggiamo, Maurizio ci parla di una strana storia, quella dei gabbiani suicidi. Infatti lungo questa arteria si trovano spesso dei gabbiani morti sull’asfalto. Noteremo in seguito che molti di questi uccelli si fermano sul bordo della strada come ipnotizzati probabilmente per qualche sostanza forse allucinogena che hanno ingerito. Ne consegue che al momento di prendere la rincorsa per spiccare il volo vengono travolti dalle auto.

A Sellfoss ci fermiamo per fare rifornimento e come al solito intasiamo il distributore. Ne approfittiamo per fare un pò di spesa anche perché domani è domenica e sarà tutto chiuso. Grande meraviglia desta il fatto che la frutta non è per niente cara e un particolare tipo di mele costano meno che in Italia.
Dopo esserci rimessi in moto, lasciamo la Ring road e ci immettiamo in una strada polverosa che scorre in una vasta spianata simile ad una immensa spiaggia, e che arriva fino al mare.
Percorriamo circa 20 km. in linea retta prima di giungere alla prima curva che ci porta a costeggiare il mare, dove ci fermiamo a raccogliere mirtilli e funghi per la gioia di Chiara, la cui zona è particolarmente ricca.

Qui Tiziana trova una cartolina completa di indirizzo con le immagini dell’aurora boreale che qualche turista voleva spedire in Italia ma che forse il vento gli ha fatto sfuggire dalle mani. Alla prima occasione il gruppo si ripromette di affrancarla e spedirla.
Proseguiamo per una pista ricavata sulla lava solidificata e ricoperta di lichene fino a raggiungere verso le due una spiaggia colma di detriti portati dalle onde dell’oceano.
Le auto proseguono pian piano fino a raggiungere la battigia dove verranno allineate e li si consumerà il pranzo.
Trascorriamo così due ore passeggiando sulla spiaggia in cerca di qualche cosa di curioso portato dalle onde. Notiamo inoltre gli strani sassi bucherellati, frutto della levigatura delle onde sui pezzi di lava nel corso degli anni.
Quando giunge il momento di ripartire, la macchina di Luigi che si trova in prima posizione non ne vuol sapere di superare una leggera difficoltà e dopo vari tentativi finisce insabbiata, rovinando anche per gli altri il fondo della pista.
Ci vuole l’abilità di Maurizio, che messosi al volante riuscirà a fare superare l’ostacolo al fuoristrada, ma rendendo seriamente difficoltoso il superamento del dosso da parte degli altri automezzi.

Uno dopo l’altro partono gli altri mezzi incitati dagli equipaggi che hanno già superata la prova, la maggior parte al primo tentativo.
Per i grossi fuoristrada infine si deve ricorrere all’apertura di un nuovo varco per poter lasciare la zona. Dopo aver spalato e liberata la pista da grossi massi ci rimettiamo in marcia, mentre durante la rimanente parte del viaggio si discute via radio su quante crocette si debbono assegnare a Luigi.
Costeggiamo ancora per un paio d’ore l’oceano, superando una cava dove la lava viene lavorata per essere utilizzata come manto stradale, e verso le quattro giungiamo nelle adiacenze dell’aeroporto dove esiste una struttura nella quale si può campeggiare.
Una volta montato l’accampamento, nell’attesa che Maurizio ritorni con i nuovi arrivati, si inventano i giochi più strani per trascorrere il tempo. Si va dal tiro alla fune che vede la Sardegna contro Piemonte, alla prova di forza nel trainare una vettura con la fune lungo un tratto cronometrato, al salto della corda di gruppo.

Alle cinque ecco arrivare i nuovi compagni di viaggio. Il benvenuto in Islanda non è avvenuto nel modo migliore. A parte il vento, il freddo e la minaccia di pioggia, per la metà di loro i bagagli non sono giunti al seguito pertanto visto che nei dintorni non ci sono alberghi, dovranno adattarsi e dividere la tenda con altre persone.
Mentre si discute sul come arrangiansi, ripartiamo verso una zona geotermale situata a pochi km. dall’aeroporto.
Si tratta di un grosso stagno azzurro formato dall’acqua che defluisce da una centrale alimentata con acqua marina che viene riscaldata dopo essere stata filtrata sotto la lava, e denominata: laguna blu.

La Laguna Blu è senz’altro una delle mete preferite di chi si reca in Islanda. Le caldi acque dal colore blu intenso sono ricche di benefici sali minerali. Un bagno caldo e rilassante nella laguna è senz’altro un’esperienza indimenticabile.
L’impatto con questa laguna fumante nel mezzo di un campo di lava sterminato è fantastico, ma non è nulla al paragone dell’ingresso in questa acqua caldissima, circondati dal vapore mentre poco prima si stava in giacca a vento a 5 gradi.
Naturalmente il nostro gruppo è riuscito anche qui a sconvolgere la tranquillità di quanti si erano riproposti di trascorrere un sabato pomeriggio nella quiete del posto. Trascorriamo un paio d’ore tra leggere nuotate, massaggi sotto la cascata e bagno turco in grotta.
Facciamo quindi ritorno all’accampamento, giusto in tempo prima che si scateni un violento acquazzone che ci costringe al riparo, buon per noi, in una piccola struttura dove a turno cuciniamo e dividiamo i pochi posti a sedere. La pioggia e il vento che soffia all’esterno ci fanno apprezzare in modo particolare il piatto caldo di pasta e fagioli che Maurizio ha cucinato.
All’interno del locale notiamo una quantità di viveri e barattoli esposti su dei tavoli. Sono quanto avanzato da altri turisti che dovendo rientrare in aereo, si sono alleggeriti di peso superfluo, lasciando il tutto a disposizione dei nuovi arrivati. Cogliamo l’occasione per farci un supplemento di pasta alla carbonara preconfezionata.
Anche questa sera Gianluca è di servizio pentole, ma forse è una gentilezza nei confronti dei nuovi arrivati che hanno già abbastanza problemi. Poi di corsa nel sacco a pelo, per addormentarsi con lo scrosciare dell’acqua, e la speranza che il vento non si porti via tutto.

24 agosto
Il rumore degli aerei che decollano dal vicino aeroporto ci danno la sveglia. L’accampamento è battuto da un fortissimo vento ma non piove, e questo è già molto. Ne approfittiamo per far asciugare le tende e qualche indumento prima di ripartire.
La colonna si muove verso le otto in direzione di Reykjavík che dista una quarantina di km. dall’aeroporto. Da oggi sul “Gatto” ci tengono compagnia tre nuovi passeggeri: Massimiliano ed Erika di Torino e Elisa che arriva dalla provincia di Mantova.
Il programma di oggi prevede una breve visita della capitale, per poi partire verso l’interno e arrivare ad accamparci in una valle posta tra due ghiacciai: il Langjökull e l’ Hofsjökull.
Costeggiando il lungomare, notiamo subito la storica casa posta a pari distanza tra l’America e la Russia dove nell’agosto del 1986 il Presidente degli Stati Uniti Ronald Regan, ed il Presidente dell’allora Unione Sovietica Gorbaciov firmarono il trattato di disarmo nucleare delle due super potenze.
Lasciati gli automezzi nella zona del porto, ci dirigiamo verso il centro. Individuata una grossa pianta dell’Isola, Marco, la guida giunta ieri da Livorno, ci illustra il percorso di massima che affronteremo da oggi in poi e che si snoderà verso l’interno.

Oggi è domenica e la città è deserta. Veniamo subito attratti da una enorme costruzione che si nota da lontano. Si tratta di una imponente chiesa assomigliante ad un cumulo di lava basaltica, che rende la struttura tra le più caratteristiche della città.
Reykjavík è la capitale più settentrionale del mondo e, a dispetto del suo nome che significa “baia fumosa”, viene chiamata la città senza fumo per via del vento che la spazza in continuazione e per lo sfruttamento dell’energia geotermica.
La città è un insieme di colori accesi delle costruzioni, che si mescolano con quelli naturali dei manti erbosi dei parchi e dei laghetti che si trovano nella parte vecchia della metropoli.
Prima di lasciare la città, facciamo una puntata all’hotel dove di norma vengono recapitati i bagagli che giungono in ritardo, e dove per la gioia di Lucia e Luisa di Firenze, sono arrivati i loro zaini.

Non è arrivato però il bagaglio di Valentina che a questo punto dovrà aspettare ancora 2 giorni, quando passeremo da Ackurey, la seconda città dell’Islanda, punto più vicino sul nostro itinerario e indicata da Maurizio per la consegna.
Percorriamo una quarantina di km. ed è ormai l’ una quando attraversiamo il parco nazionale di Pingvellir una zona tra l’altro ricca di fumarole.
Mentre Maurizio prepara i panini andiamo a dare un’occhiata lungo la parete rocciosa dalla quale arrivando abbiamo notato una cascata.
Pingvellir è uno dei rari casi nel nostro pianeta, della manifestazione a cielo aperto della dorsale oceanica che si estende per diversi chilometri con le sue pareti a picco, e costituisce una frattura tra l’Europa e il Nord America.
La faglia terrestre che è calcolato si sta aprendo con una media di due cm. l’anno, in futuro spaccherà l’isola in due parti.
Questo luogo inoltre, ha rappresentato per gli Islandesi e per tutta la civiltà moderna una tappa fondamentale della democrazia, essendo stata la sede del primo parlamento delle tribù di vichinghi che hanno preso possesso di questa terra.

Ritornati sui nostri passi, divoriamo i panini, e al termine, brindiamo con acqua fresca al secondo compleanno della serie, quello di Luca, il driver del “Grillo Parlante”.
Prima di raggiungere l’accampamento, abbiamo oggi ancora tre appuntamenti lungo il nostro percorso. Il primo Geysier, situato a circa 70 km. e che raggiungiamo dopo poco più di un’ora.
Geyser è la zona che comprende i migliori geyser dell’Islanda ed è ricca di sorgenti e torrenti di acqua calda.
Una delle attrazioni principali è lo Strokkur, un geyser i cui getti raggiungono i 20 m. con una scansione cronometrica del tempo.
A distanza di otto minuti emette il primo getto di acqua bollente e dopo una pausa di 12 secondi il secondo un po’ più debole, mentre i nostri amici armati di apparati fotografici si trovano in difficoltà nel cogliere l’attimo del soffio.
Proseguiamo ancora per alcuni km. in direzione N.E.e dopo aver costeggiato per una mezz’ora il Langjökull, il ghiacciaio sulla nostra sinistra, giungiamo in vista del nostro secondo appuntamento Gullfoss.

Gullfoss che detiene il primato europeo per la portata d’acqua, è una cascata a due livelli molto scenografica e quando il sole splende, cosa piuttosto rara e non è il nostro caso oggi, dicono si riesca a vedere l’arcobaleno.
Certo lo scenario che produce è maestoso, e non per niente viene chiamata la cascata d’oro per i riflessi dorati che le particelle nebulizzate generano nell’aria.
Subito dopo aver lasciato Gullfoss, lasciamo la strada asfaltata e imbocchiamo una pista. Il terzo e ultimo appuntamento della giornata, è una curiosità che troveremo sul nostro cammino.
Si tratta di quella che viene denominata: la Piramide, probabilmente in origine un piccolo e rustico tempio formato da un mucchietto di pietre sovrapposte e che col passare dei turisti è andato ad aumentare.

Infatti oggi il mucchietto è diventato una montagnola a forma di piramide, e richiama l’attenzione di quanti passando, si fermano per gettare il loro sasso che andrà ad ingrossare la costruzione, dando vita al detto che li vuole in futuro ancora una volta in Islanda.
Il pomeriggio scorre e quasi non ci siamo accorti che sono ormai le sei. Viaggiamo su di un altipiano posto tra i due ghiacciai a 400 m. di altitudine, e secondo le stime di Maurizio dovremmo raggiungere l’accampamento per le otto.

Ma ecco che via radio arriva la notizia che “La Volpe” ha perso il portellone ed è fermo. Un po’ per la pista sconnessa e un po’ per l’esuberanza di Catello, fatto sta che il fuoristrada non può viaggiare in quelle condizioni. Ritorniamo indietro e una volta raggiunto il mezzo, con la partecipazione di Severino, di Marco Free e qualche martellata ben assestata, dopo una mezz’ora possiamo rimetterci in moto.
Sono quasi le otto quando il sole esce dalle nuvole nere e va ad infuocare l’altipiano regalandoci in questo scampolo di giornata uno scenario incantevole.
Mentre Maurizio ripensando al guasto precedente, non sa più con quale santo pigliarsela e sta dispensando un paio di crocette a Catello e una a Valentina per la sfortuna che la perseguita, ecco che “Il Gatto” comincia a sbandare per poi finire a bloccarsi lungo la pista. E’ scoppiata una gomma.
Una volta esaurite le imprecazioni, attendiamo il fuoristrada di Massimo con le gomme di scorta, e si da inizio alla sostituzione, mentre la carovana prosegue lentamente verso la meta.
Viaggiamo ancora per circa un’ora quando in lontananza notiamo le fumarole del parco nazionale di Hveravellir e le bianche tende dell’accampamento.
Una volta piazzati i mezzi viene montata la tavolata all’aperto che per la prima sera vede riuniti i trekkers al completo. Sono le 10.30 quando viene servito il piatto caldo, oggi domenica, tortellini in brodo. Questa sera inoltre, per la prima volta sono saltati fuori due cartoni di vino. Ma la novità non è stata reclamizzata e qualcuno se ne è accorto quando questi erano già vuoti.

25 agosto
Ieri sera un po’ per l’ora tarda e un po’ perché non avevo voglia di montare la tenda, mi sono infilato in una doppia nel condominio “le bianche”, così ribattezzate le tende bianche che vengono montate per il periodo estivo nei parchi, e servono per il ricovero di gruppi di studenti, e attualmente vuote.
Questa mattina mi sono alzato una mezz’ora prima perché i servizi nell’accampamento sono un po’ spartani come del resto in tutti gli ambienti naturali, e bisogna attendere il proprio turno per poterli usufruire.
La zona termale di Hveravellir, si trova esattamente su di un altipiano situato al centro dell’isola.
Tutto intorno a noi è un insieme di fumarole e bolle di acqua bollente che emettono vapore, il quale per l’effetto del rapido raffreddamento da parte dei due ghiacciai, si condensa formando una nebbiolina sospinta dal vento.

Un piccolo monumento “Prigionieri della libertà” è dedicato ad alcuni studiosi che per alcuni anni hanno vissuto qui nell’intento di studiare i movimenti sismici dell’isola.
Alle otto ci mettiamo in cammino per una escursione nella zona attraverso un camminamento tra le bolle di lava esplosa.
Durante una pausa, Marco ci illustra la flora che nonostante la zona desertica cresce tra le rocce di lava.
Giunti sulla cresta di una collinetta notiamo come il ribollire della lava faceva in modo che si creassero delle bolle che una volta esplose, si raffreddavano immediatamente per l’effetto del ghiaccio che le ricopriva e le rendeva come le vediamo ora, con delle enormi spaccature.

Alle dieci ci mettiamo in marcia. Il lungo trasferimento di oggi ci porterà questa sera in riva al lago Myvatn nella zona dei crateri. Nel pomeriggio effettueremo una deviazione ad Akureyri dove si spera arrivi il bagaglio di Valentina.
Dopo un’ora di marcia ci fermiamo per fare quattro passi sulle montagne di lapilli innevate in cerca di quelli che vengono chiamati i panini dei trolls, ovvero i sassi esplosi.
Quello che Maurizio ha raccolto è uno dei tanti sassi che durante il disgelo, attraverso le venature si è intriso di acqua, che gelandosi durante l’inverno lo ha sgretolato, lasciandolo però compatto.
Abbiamo notato in questi giorni tante pecore sparse un pò dappertutto. Ciò che però ha attirata la nostra attenzione è che si muovono tutte a gruppi di tre. Il fatto è dovuto forse perchè si tratta di nuclei familiari e viene dimostrato anche quando un gruppo che viene disperso per via del clacson si fraziona in piccoli gruppetti di tre elementi.

Mentre attraversiamo l’altipiano sassoso e desertico, passando davanti ad un rifugio Maurizio ci fa notare l’etichetta di “Dimensione Avventura” attaccata due anni prima.
Marco intanto ci racconta via radio di quanto gli islandesi credano nell’esistenza dei Trolls, i folletti che vivono tra le rocce. Questi esseri considerati tutto sommato buoni, pacifici e amanti della natura, si aggirano di notte e devono rientrare nelle proprie abitazioni entro il sorgere del sole, altrimenti verrebbero trasformati loro stessi in rocce.
In Islanda esistono addirittura degli esperti che accertano la presenza dei Trolls nei massi e nelle rocce, e vengono consultati prima di procedere a costruzioni in luoghi dove si ha la percezione della loro presenza.
Raggiunto il picco massimo degli 800 m. cominciamo a scendere. Attraversiamo vallate verdeggianti sul fondo delle quali si stagliano i colori delle fattorie. Costeggiamo alcuni laghetti e infine seguiamo il corso di un fiume prima di raggiungere un piccolo agglomerato dove ci fermiamo per fare rifornimento.
Ne approfittiamo per fare la pausa del panino e goderci per una mezz’ora il sole caldo, che con i suoi 17° ci fa sentire come qualche giorno fa in Italia.
Proseguiamo ancora per un centinaio di km. fino a quando giungiamo in vista di Akureyri.
Mentre Maurizio cerca un gommista per riparare la gomma bucata ieri e Luca si reca al piccolo aeroporto in attesa del volo con il bagaglio di Valentina, il gruppo si dedica ad una breve visita della città.
Akureyri è considerata la più bella città dell’Islanda. La sua posizione al riparo delle montagne rendono una norma le giornate soleggiate dal clima primaverile che consente la crescita di una vegetazione varia, e i suoi abitanti fanno di tutto per abbellirla con giardini, piante e fiori.
Passando davanti ad un ristorante italiano, l’occhio cade sulla lista dei prezzi che qui vengono considerati equi. Ci accorgiamo che la pizza viene confezionata in porzioni da mezzo o da un kg., e il prezzo varia dai 13 € della margherita, ai 30 € per la pizza della casa, sempre da mezzo kg.

Una volta riparata la gomma Maurizio ci da il segnale via radio di ripartire, mentre Luca rimane all’aeroporto.
Lasciata Akureyri imbocchiamo una strada sterrata per tagliare il fiordo e puntare verso il lago. Man mano che saliamo, la visibilità diminuisce per il calare della nebbia che ci costringe ad uno stretto contatto radio per non perderci, mentre “Il Gatto” da indicazioni sui punti di riferimento.
Superata la vetta quando cominciamo a scendere ritorna la visibilità. Ma dopo qualche chilometro quando siamo ormai di nuovo nel fondo valle, ecco di nuovo un fittissimo banco di nebbia che ci costringe ad usare il GPS.

Ironia della sorte sull’apparecchio non compare traccia della strada. Quando superiamo alcuni automezzi, ci rendiamo conto che stiamo viaggiando su una strada in costruzione che Maurizio si appresta subito a memorizzare.
Una volta usciti dalla nebbia, ci fermiamo per ricostituire la carovana che si era allungata. Quando scendiamo dal mezzo per una boccata d’aria, siamo costretti a risalire subito per l’attacco di qualche milione di moscerini.
Mentre Moira via radio ci comunica che nella sua guida i moscerini sono una fastidiosa caratteristica del lago Myvatn, Maurizio dice di non preoccuparci perché lui non li ha mai trovati. Infatti le precedenti volte pioveva, mentre oggi no
Mentre montiamo l’accampamento ci rendiamo conto di quanto siano fastidiosi. Ci rifugiamo dentro la doccia dove dopo qualche minuto le belve cadono stecchite, mentre Maurizio prima di uscire pensa bene di vestirsi modello “Tuareg” .
Intanto si sono fatte quasi le dieci quando Elisa gira la minestra di riso coi piselli e qualche centinaio di moscerini, mentre di li a poco arriva il “Grillo Parlante” con Valentina soddisfatta per aver finalmente recuperato il suo bagaglio.

26 agosto
Una leggera pioggerellina al nostro risveglio tiene lontani i moscerini. Anche questa notte ho usufruito del condominio “Le bianche” pertanto questa mattina non si pone il problema di fare asciugare la tenda.
Sotto la piccola tettoia dove si trova il tavolo della colazione, c’è un po’ di fermento. Oggi è il compleanno di Elisa soprannominata “Trilly” e ribattezzata da Maurizio “Trolly” dal nome dei folletti che si aggirano su questa isola.
La chiesetta in legno che notiamo quando usciamo dall’accampamento, è scampata dapprima all’eruzione del 1976 quando la lava arrivando fino sulla soglia si fermò facendo gridare al miracolo, ma non si salvò da quella del 1986 quando venne travolta ed in seguito ricostruita esattamente sulle sue ceneri.
Dedicheremo la prima parte della giornata alla visita di questa zona che comprende alcuni crateri e una enorme solfatara. Dopo una decina di chilometri quando siamo quasi alle appendici del vulcano Hverfjall osserviamo ancora una volta la famosa dorsale dove in certi punti è possibile stare con un piede nella zona europea e con l’altro in quella americana.
La zona è inoltre caratterizzata da un laghetto sotterraneo di acqua calda sulfurea, al quale si accede per mezzo di una grotta e che viene in breve tempo invaso dal gruppo.
Prima di lasciare la zona raccogliamo alcuni funghi porcini che affiorano qua e là in mezzo all’erba, che Chiara saprà magicamente trasformare in un prelibato condimento per la pasta di questa sera.

La caratteristica sagoma del cono di roccia vulcanica che ci apprestiamo ora a visitare, si erge imponente sul campo di lava.
Dopo esserci spostati di un paio di chilometri e una volta accentrati gli automezzi, ci mettiamo in marcia per affrontare la cima del cratere dell’altezza di 170 m. circa.
In un quarto d’ora siamo in vetta. Ci troviamo sulla bocca del cratere della larghezza di oltre 1000 m. dal quale si ha una bella veduta sul lago Myvatn.
Guardando l’interno, si ha l’impressione di trovarsi in una grandissima arena.
Sul fondo alcune scritte e disegni fatte con alcuni sassi chiari, stanno a significare che un tempo si poteva scendere a passeggiare, ma che ora, per non danneggiare la formazione della parete interna è stato proibito.
Ci spostiamo quindi di una decina di chilometri fino a raggiungere la zona geotermale a ridosso del Namafjall, un monte dal color pastello privo di vegetazione.
La zona più in basso nonostante i colori, da l’impressione di una valle dei dannati, con decine di fumarole che con i loro vapori ammorbano l’aria, mentre lasciano appena intravedere le persone che stanno visitando il sito.

Il territorio è costellato da pozze di fango bollente, solfatare e soffioni alcuni dei quali piuttosto turbolenti dal rumore assordante, dove i nostri amici possono muoversi liberamente usando le dovute precauzioni per non ustionarsi e seguire alcuni tracciati per non deturpare il paesaggio.
Quando lasciamo la zona delle solfatare, comincia a piovere, e questo ci disturba un po’ in quanto la prossima visita prevede una camminata di un paio d’ore per raggiungere l’area del vulcano Krafla.

Raggiunta l’area e parcheggiati i fuoristrada ci incamminiamo sotto l’acqua lungo un sentiero che in un paio di chilometri ci porterà a camminare nel mare di lava solidificata.
La veduta angosciante ma nel contempo affascinante della colata lavica che si estende per circa 12 km., da un’idea di quanto fosse desolante la terra alle origini.
La pioggerella in prossimità di alcune pozze di acqua calda sulfurea alle appendici del cratere, rendono il sentiero fangoso e molto difficoltoso con pericolo di scivolamento.
Una volta raggiunta la parte alta del vulcano ci troviamo a camminare nel campo lavico ancora fumante, mentre lo sguardo spaziando nella desolazione, ci porta a rivivere i momenti cruciali dell’ultima eruzione avvenuta nel 1986.

All’epoca l’inferno si era scatenato sotto il ghiaccio. Poi dopo alcuni segnali rilevati dagli studiosi nel corso di alcuni giorni, ecco l’esplosione verso il cielo con colonne di fumo, gas e detriti alte centinaia di metri.
Proviamo una certa emozione mentre camminiamo sulla roccia calda e fumante, e pensiamo alla popolazione che vive a ridosso di questo cratere, il villaggio dove ci siamo accampati ieri sera, in costante apprensione, come quando in seguito all’ultima abbondante colata lavica del 2000 si videro seriamente minacciati e dovettero momentaneamente abbandonare il paese.
Mentre lasciamo la zona, notiamo la lunga fenditura che divide la superficie, dovuta ad un recente movimento tellurico, infine con alcuni frammenti di lava, isoliamo una zolla di muschio al centro della quale spiccano alcuni fiorellini, creando così una piccola isola verde nel mare nero di lava.
Lasciando la zona dei crateri, attraversiamo alcune piscine calde a cielo aperto. Proseguiamo sulla Ring Road per oltre un’ora fino a quando in vista della segnalazione lasciamo la strada maestra per una nuova pista che in poco più di 20 km. ci porterà a Dettifoss.
Dapprima viaggiamo affiancati da alcuni crateri coperti dalle nuvole, poi quando sembra che il sole debba fare capolino da un momento all’altro, ci troviamo ad attraversare una zona desertica e sassosa che fa sobbalzare continuamente il veicolo.

Ci rendiamo conto di aver raggiunto il nostro obiettivo, quando già in lontananza notiamo gli spruzzi d’acqua che si innalzano dietro alcune pareti rocciose.
Mentre riprende a piovere, una volta sul posto ci incamminiamo lungo un sentiero caratterizzato da una spianata ricoperta da grossi massi. Dopo un chilometro ci troviamo ad una biforcazione dove il fiume si getta in due distinte cascate: sulla destra formando un semicerchio, sulla sinistra gettandosi tra le gole di un canyon.
Nonostante sia alta solo 44 m. Dettifoss è una vera centrale elettrica e la sua portata di 500 mc. al secondo, solleva spruzzi che si levano nel canyon e sono visibili a un chilometro di distanza.
Prima di partire, Maurizio installa un nuovo GPS con la registrazione del tracciato che ci servirà più avanti. L’unico rammarico quando lasciamo il posto, è che per proseguire il nostro viaggio, dobbiamo percorrere a ritroso la stessa pista sassosa.
Ci troviamo intanto a pomeriggio inoltrato con il tempo che cambia in continuazione, quando arriviamo in vista della segnalazione per Askja che raggiungeremo lungo una pista di 100 km. probabilmente domani.
Quello che Maurizio ci ha promesso di vedere nei prossimi 2 ÷ 3 giorni, e cioè un paesaggio fuori dal mondo, si sta verificando da subito.
Il deserto di Odadhahraun che stiamo attraversando, negli anni 60′ era stato scelto dalla NASA come zona per l’ambientamento degli astronauti in previsione del primo sbarco sulla luna.
La pista formata da un pulviscolo di lava e sabbia nera, si snoda tra le rocce in un continuo sobbalzo, e interrotto ogni tanto dall’attraversamento di qualche piccolo torrente formatosi dallo scioglimento dei ghiacciai circostanti per l’innalzamento di giorno della temperatura estiva che si aggira ora sui 5°.
Verso le otto arriviamo in vista di una piccola oasi dove piantiamo l’accampamento su un terreno pietroso che consente a malapena il fissaggio dei picchetti.
Per accedere all’unico lavandino e al classico “cesso del deserto” ancorato con dei massi altrimenti il vento se lo porterebbe via, bisogna attraversare un ponticello e percorrere un tragitto di circa 300 metri, ma una volta laggiù per poter fare la doccia bisogna andare 200 m. più avanti per ritirare la chiave e naturalmente riportarla al termine.
Decidiamo che la doccia può aspettare tempi migliori e rimaniamo in attesa del piatto di minestra che Barbara sta cucinando, e che consumeremo sotto uno dei due tendoni affollati per l’occasione.

27 agosto
Alle 6 la temperatura è di un grado. Il pensiero è quello di uscire dal caldo del sacco a pelo e raggiungere l’unico lavandino per farmi la barba.
Una volta espletate le operazioni di ripiegamento del materiale fradicio per l’umidità della notte ed esserci riscaldati con un caffè bollente, ci mettiamo in marcia.
Il percorso che dal lago Mivatn porta ad Askja prevede l’attraversamento di una zona desertica incontaminata e priva di ogni segno di vita e ieri prima di partire, Maurizio oltre che a fare il pieno, aveva raccomandato tutti di riempire le taniche di scorta in quanto per tre giorni non avremmo avuto la possibilità di rifornirci di carburante.
Viaggiamo le prime ore sotto la pioggia, lungo una pista nera e sabbiosa che con lo scorrere dei chilometri si fa sempre più chiara fino a diventare di un colore giallastro. Ci troviamo ad attraversare un tratto di deserto ricoperto da uno strato di pomice, come così sono le colline che ci affiancano, conseguenza di una eruzione avvenuta nel secolo scorso.
Poi la pista ritorna a farsi scura e cosparsa di pietre taglienti che mettono a dura prova anche i pneumatici speciali dei fuoristrada.
Nei tratti sabbiosi affiorano le tracce recenti di un mezzo estraneo al gruppo.
Di li a poco ci fermiamo per consentire il passaggio al mezzo che aveva lasciato la traccia, e che tornava perché non è prudente avventurarsi da soli lungo queste piste, ma è consigliato viaggiare almeno in coppia.

Dopo tre ore di viaggio, ci troviamo inaspettatamente di fronte ad uno dei caratteristici cessi triangolari, così studiati per non offrire superfici lineari al forte vento che potrebbe farli volare via, e che viene preso d’assalto nonostante nessuno finora ne avesse fatta richiesta.
Ne approfitto per passare sul fuoristrada di Seve dal quale grazie alle sospensioni meno rigide, posso effettuare alcune riprese meno traballanti, mentre Chiara si è trasferita sul “Gatto”.
Viaggiamo tra nere colline a tratti dalle cime aguzze e talvolta dalle curve dolci, mentre il cielo grigio che si staglia di fronte, sembra assumere una tonalità ancora più bianca.
Intanto in lontananza notiamo la propaggine del Vatnajokull, il punto scelto per la sosta dove effettueremo la pausa pranzo proprio sopra il ghiacciaio.
Il GPS di Maurizio però indica una traccia lungo la quale è impossibile andare per la modifica subita dal terreno a causa dello scioglimento del ghiacciaio durante gli ultimi due anni, pertanto si deve procedere a vista cercando un passaggio sicuro.

Individuato un promontorio, parcheggiamo gli automezzi e ci avventuriamo lungo una ripida scarpata per una breve passeggiata nel punto dove il ghiaccio sciogliendosi origina l’ultimo torrente che abbiamo da poco guadato, mentre Maurizio, Chiara e Barbara, affettano le scamorze per il panino.
Sotto il ghiacciaio si è formato un fiume sotterraneo sovrastato da enormi grotte gocciolanti le cui arcate sono in continuo pericolo di crollo, mentre sulla superficie la polvere lavica eruttata e spazzata dal vento ha creato alcuni strani disegni geometrici che per un effetto ottico appaiono tridimensionali, mentre in realtà è una estensione perfettamente liscia.
Trascorriamo quindi una mezz’ora consumando i due toast del nostro pranzo in piedi, mentre c’è chi come Roberto e Anna nonostante il freddo e la devastazione del paesaggio, riescono a immedesimarsi in un normale picnic, attorniati dai rarissimi strani fiori che spuntano tra i sassi.
Nel pomeriggio quando riprendiamo il viaggio, il tempo sembra volgere a rasserenarsi. Proseguiamo per la pista ricavata sui campi di lava con attorno le nere montagne dai riflessi rossi e verdi frutto di sedimenti ferrosi.

Man mano che ci avviciniamo al nostro obiettivo la strada sale leggermente. Mentre durante una pausa raccogliamo alcuni sassi e la nera sabbia da portare come ricordo, notiamo che la temperatura esterna si è notevolmente abbassata.
Dopo circa tre ore giungiamo in vista della zona dove ci accamperemo a quota 1500 m. circa. Prima di formare l’accampamento però, ci spostiamo di una decina di chilometri per visitare la zona vulcanica di Askja.
Giunti in prossimità della zona cintata, lasciamo i fuoristrada e ci incamminiamo con Marco lungo un sentiero che in 2 chilometri ci porterà sopra l’immensa caldera del vulcano.
La montagna che stiamo calpestando è il prodotto di una eruzione avvenuta nel 1875, i cui frammenti arrivarono sino all’Europa continentale, mentre le colate si protrassero per oltre 30 anni formando una caldera di 50 kmq.
La depressione formata dal cedimento dei terreni di superficie, si è in seguito riempita d’acqua trasformandosi in un lago della profondità di oltre 200m. che costituisce il lago più profondo d’Islanda.

Nonostante l’acqua di un colore azzurro sia gelata per la maggior parte dell’anno, a lato sul fondo di un profondo cratere di recente formazione, si è formato un secondo laghetto le cui acque sono riscaldate dalle fumarole che stanno attorno.
Mentre Maurizio, Massimiliano e Trilly si concedono un rilassante pediluvio nelle calde acque del laghetto, mi incammino assieme a Mauro e Susan verso gli automezzi.
In attesa di essere recuperato dal “Gatto”, proseguo per qualche chilometro lungo il sentiero tra i campi sterminati di lava in uno scenario impressionante e allo stesso tempo affascinante.
Mentre montiamo le tende la temperatura è precipitata, e più il tempo passa, tanto più sentiamo il bisogno di quella pasta con i ceci che sta bollendo sul fuoco, quando poi ci troviamo stretti attorno al tavolo, a malapena riusciamo a distinguerci per la condensa che si è creata all’interno, ma con essa, anche un po’ di tepore.
Questa sera una grande sorpresa attende il gruppo. Per festeggiare l’arrivo sul punto più alto della nostra escursione: l’Askja appunto, il gruppo sardo ha organizzato una serata sotto le stelle con canti e balli tradizionali, rigorosamente in costume.

28 agosto
Questa notte la temperatura è scesa a 5° sotto lo zero, e la condensa creatasi sotto la tenda si è trasformata in un sottile strato di ghiaccio, pertanto, approfittiamo del tepore dei raggi del sole che intiepidiscono la roccia per fare asciugare la nostra attrezzatura.
Le premesse sono di una giornata splendida, almeno per il momento, in Islanda infatti il tempo cambia all’improvviso, e non è impossibile trovarsi contemporaneamente in mezzo a una tormenta di neve con una tempesta di sabbia.
Ci troviamo quindi ad attraversare un tratto dell’entroterra caratterizzato da un altipiano a oltre 1000 m. di altitudine, ricoperto di sabbia nera, dove il gruppo, una volta ricevuto l’ordine da Maurizio, si lancia in una corsa sfrenata in uno spazio immenso, seguendo come indicazione le tracce lasciate dalla prima vettura che funge da battistrada.
Quando pensiamo di essere più o meno nel centro della zona desertica, ci fermiamo per scorrazzare e lasciarci andare a gesti liberatori, a grida di gioia, in uno scenario irreale formato dal deserto nero che ha come sfondo la bianca neve del ghiacciaio.

Ma l’entusiasmo dura poco, perché all’improvviso si abbatte una tempesta di sabbia che ci costringe a risalire velocemente in auto. In pochi attimi il vento ha cancellato ogni traccia e ci obbliga a tenere d’occhio i paletti di riferimento per poter raggiungere il grosso del gruppo che si trova qualche chilometro più avanti.
Mentre viaggiamo, guardando le distese desolate, l’immaginazione ci potrebbe portare a pensare di trovarci in Algeria, in Mongolia, o come a detta di molti: sulla luna.
Dopo un paio d’ore, la sabbia lascia il posto ad una vallata dal fondo fangoso che mette a rischio di impantanamento i mezzi, e circondata da nere alture. Si tratta di un ghiacciaio completamente nero formato da acqua e polvere lavica, che per l’effetto del sole, rilascia innumerevoli rivoli che stanno inondando la pianura.
La valle è percorribile infatti solo al mattino quando la temperatura non consente lo scioglimento del ghiaccio, mentre il pomeriggio, tutta la zona si presenta come un immenso lago.
Alle appendici del ghiacciaio nero, ci fermiamo per la foto ricordo tenedo d’ochhio i rivoli d’acqua che si stanno moltiplicando.
Prima di rimanere bloccati ci rimettiamo in marcia, e una volta attraversata la depressione, puntiamo verso una collina lavica, gettando ogni tanto lo sguardo indietro per vedere quanto ci siamo lasciati alle spalle.

Dopo 30 km. di deserto, i fuoristrada si inerpicano per superare una serie di colline pietrose, lungo una pista ormai abbandonata da anni, ma che Maurizio ha registrato sul suo GPS.
Un tempo, quando ancora non esisteva la Ring road, queste piste interne venivano utilizzate durante i mesi estivi come scorciatoie tra le coste settentrionali e quelle meridionali.
Si procede praticamente quasi a passo d’uomo tra sobbalzi e scricchiolii che mettono sotto pressione i veicoli.
Quando tutti si augurano che in simili frangenti non debba succedere qualche imprevisto, ecco che improvvisamente Maurizio sentendo il volante semi bloccato, è convinto di essere vittima dell’ennesima foratura. Ma una volta scesi dal mezzo e constatato che le quattro gomme sono integre, ci rendiamo conto che il danno è più grave del previsto. Infatti è andato fuori uso il servosterzo, e guidare su un terreno accidentato come questo diventa ora una impresa.

Per il momento proseguiamo in attesa dell’ora di pausa che prevediamo di fare nei pressi di Kistufell dove analizzeremo il danno subito probabilmente a causa degli scossoni.
L’inconveniente non ha però fatto perdere il buonumore a Maurizio, che giunto di fronte ad una ripida salita lancia una sfida tra il gruppo: raggiungere la cima per la direttissima.
I veicoli raggiungono la base della collina, e dopo varie sgasate e sgommate partono come razzi lanciati sulla rampa.
I primi a provare sono i “Defender” di Franco e Alessandro che sembrano superare l’ostacolo con facilità, ma si fermano a pochi metri dal traguardo e devono fare retromarcia fino a valle per poi ripartire.
Poi, uno dopo l’altro chi usando una tattica chi un’altra, raggiungono lllla vetta tra le urla di incitamento di chi ha già superata la prova.
La palma di miglior pilota spetta però a Marco Free che chiuderà la prova. All’inizio della salita gli scoppia il pneumatico posteriore sinistro, ma lui prosegue imperterrito e con una certa facilità fino al traguardo.
Riprendiamo a sobbalzare ancora per qualche chilometro fino a quando in lontananza notiamo il rifugio di Kistufell dove ci fermeremo per il pranzo.
Mentre Maurizio controlla il veicolo, Marco ci mostra l’interno del rifugio che può ospitare una decina di persone.
Ma non c’è molto tempo da perdere, non siamo ancora a metà strada e Maurizio ha in parte dimenticato le difficoltà di questa pista fatta diversi anni fa, quindi dopo poco più di mezz’ora ci rimettiamo in marcia.

Quando sono poco più delle tre del pomeriggio, abbiamo percorso circa settanta chilometri. Controllando la carta della zona ne dovrebbero mancare ancora un centinaio che nei ricordi di Maurizio, solo la metà ancora difficoltosi mentre i restanti, lungo una pista chiaramente marcata. Fatti due calcoli, prevediamo di arrivare all’accampamento tra le otto e le nove salvo imprevisti.
Mentre avanziamo facendo la massima attenzione a non cogliere pietre taglienti che ci farebbero perdere un sacco di tempo in caso di foratura, ci accorgiamo che seguendo la traccia del GPS, stiamo proseguendo lungo un percorso estremamente difficoltoso, in quanto, nel corso degli anni la pista ha subito dei mutamenti.
Giunti sul ciglio di uno sbalzo, Maurizio fa bloccare la carovana e con il “Gatto” fa un giro di perlustrazione per trovare un passaggio migliore, ma invano. Facciamo prima a colmare il dislivello con dei massi e seguire la traccia già segnata sullo strumento.
Proseguendo, in lontananza notiamo un bagliore tra le rocce. Maurizio che già conosce di che si tratta, indice una gara: chi indovina l’oggetto misterioso, vincerà il deserto che sta percorrendo.
Ma il deserto rimarrà lì perché non lo vincerà nessuno. Marco ci spiega che si tratta di un progetto dell’Ente spaziale europeo, e lo strumento serve per la rettifica del posizionamento dei satelliti.

Da questo punto in poi, la parte finale di questa tappa è contraddistinta da una serie di nuovi guadi creatisi con lo scioglimento dei ghiacci degli ultimi anni, e dei quali bisogna individuare il punto di attraversamento.
Dapprima percorriamo il letto di un fiume fangoso più alto rispetto ad altri, cercando un punto di approdo che ci consenta di superare i torrenti che ci affiancano, poi quando ci troviamo di fronte il fiume vero e proprio Maurizio fa fermare la carovana e cerca di distinguere la corrente e i sassi che affiorano, per determinare il punto più favorevole per il passaggio.
Dovendo effettuare di seguito una serie di guadi, dopo ogni attraversamento difficoltoso una persona rimarrà sul posto per indicare la direzione da seguire agli altri veicoli, e verrà infine recuperato dall’ultimo mezzo.
Superata questa ultima difficoltà la pista sembra essersi trasformata in una autostrada, che ci permette una andatura sostenuta.
Di tanto in tanto incontriamo ancora qualche guado, ma il peggio sembra ormai alle spalle. Quando ci rendiamo conto di aver superato di poco i cento chilometri dalla partenza, giungiamo in prossimità di un campeggio con annesso un condominio “le bianche”, ma non è il nostro obiettivo, questa sera dobbiamo raggiungere in tutti i modi un’altra località, perché di là domattina partirà l’escursione dei trekkers.

Individuato il punto sulla carta, veniamo presi un po’ dallo sconforto, in quanto sono ormai le otto e notiamo che mancano ancora 150 chilometri all’arrivo. Inoltre il gasolio comincia a scarseggiare e le taniche dopo tre giorni sono ormai vuote. Dopo una breve pausa che sfruttiamo per sgranchirci un po’, riprendiamo il percorso.
I chilometri scorrono lentamente mentre il cielo come succede quasi tutti i giorni verso sera si annuvola. Prima che cali la nebbia, le indicazioni stradali ci fanno intuire di non essere ormai lontani dal nastro asfaltato.
Quando finalmente siamo sulla statale, la nebbia e la pioggia riducono al minimo la visibilità. Probabilmente stiamo costeggiando un lago. Ecco infine una segnalazione di un distributore a pochi chilometri, che fa tirare un sospiro di sollievo a tutti.
Sono quasi le dieci e mancano ancora più di 50 km. all’arrivo. Decidiamo di arrangiarci per la cena mentre la carovana fa il pieno di gasolio. Ci riscaldiamo con una zuppetta bollente a base di orzo mentre Maurizio distribuisce scatolette di tonno e piselli.
Dopo circa un’ora ci rimettiamo in marcia nel buio più profondo. Procediamo pian piano tra i banchi di nebbia fino a quando a mezzanotte giungiamo in vista di un guado “caldo”. E’ il segnale che ci troviamo nell’area dell’accampamento.
Sotto una leggera pioggerellina, cercando di non fare troppo rumore, montiamo l’accampamento e dopo una doccia calda andiamo a dormire.
29 agosto
La sveglia avviene in un accampamento affollato. Landmannalaugar è la base di partenza del luogo considerato fra i tre posti più belli al mondo per effettuare trekking.
Nella vallata circondata da colline metallifere e ricche di soffioni, la temperatura è mite. Tra i campi di cotone scorrono dei ruscelli dalle acque calde dove i campeggiatori giorno e notte si immergono per un bagno rilassante.
Alle dieci, sistemati gli zaini e salutato il resto della carovana che rimarrà qui accampato fino a domani, ci avviamo seguendo Marco che ci accompagnerà per tre giorni attraverso le montagne lungo un percorso come ha promesso, da favola.
Durante la prima ora di marcia ci accompagnano Erika e Valentina. Il sentiero si inerpica fin dai primi passi tra le rocce e ci porta rapidamente ai 750 m. di quota, mentre gli zaini in questa prima fase ci sbilanciano un po’, anche perché non siamo abituati ancora al peso.
Voltandoci di tanto in tanto, notiamo l’accampamento che si allontana fino a scomparire. Dopo un’ora e mezza, Marco ci fa fermare per quella che lui reputa necessaria e che viene accolta con gioia dal gruppo: la colazione di mezza mattina.

Dopo 15 minuti di sosta, al momento di ripartire incomincia a piovere. Una volta indossata la copertura cerata e protetti gli zaini ripartiamo.
Ma come già accennato in precedenza, qui il tempo cambia spesso, e per nostra fortuna dopo mezz’ora rispunta il sole. Sostiamo per spogliarci in quanto, camminando con la tuta impermeabile si comincia a sudare.
Intanto guardandoci attorno, notiamo il paesaggio, senza dubbio il più bello, mai incontrato finora. E’ impossibile descriverne le forme, i colori, i pinnacoli fumanti, l’atmosfera che si respira camminando tra queste montagne.
Alla una e mezza ci fermiamo per la pausa del pranzo. Abbiamo ormai raggiunto i 1000 m. di quota e ci troviamo in una piccola vallata contraddistinta da rigagnoli di acqua calda e bolle sulfuree che emergono dal terreno. Dalle rocce si sprigionano getti di acqua bollente, mentre il terreno dove siamo seduti è piacevolmente caldo.
Mentre consumiamo voracemente le scatolette e quanto abbiamo con noi, è tornato a splendere il sole. Marco però ci consiglia di non attardarci troppo per non raffreddarci.
Ci rimettiamo in marcia superando una dopo l’altra una serie di colline. Quando giungiamo sul culmine di quella che sembra essere l’ultima perché la più alta, ecco che davanti a noi appaiono altri pendii ricoperti di muschio e altre salite da affrontare.
Camminiamo per altre due ore senza fermarci. Lo sguardo è attratto dalle innumerevoli tonalità che si stagliano e che contrastano tra loro tutto intorno a noi, in questo angolo di mondo dove la natura si è sbizzarrita davvero.

Alle quattro, quando siamo su quello che per il momento sembra essere per noi il tetto del mondo, vediamo nel fondovalle la nostra meta: un piccolo rifugio dove trascorreremo la notte.
All’arrivo Marco ci fa eseguire qualche esercizio fisico per togliere l’affaticamento. Subito dopo montiamo le tende e cambiamo gli indumenti bagnati dal sudore. Lasciamo il materiale nell’accampamento e ci rimettiamo in marcia per visitare una grotta formatasi nel ghiaccio.
Con gli indumenti asciutti e senza il peso dello zaino è una passeggiata. Attraversiamo una collina ricoperta di strane pietre luccicanti e taglienti che Emiliano spiega trattarsi di “ossidiana”, un insieme di silicio e carbonio.
Procediamo lungo un sentiero che in due chilometri ci porta ad attraversare un costone di ghiaccio al termine del quale davanti a noi si presenta una vallata ricoperta da soffioni e nel fondo della quale si trova la grotta.
Con grande meraviglia, notiamo sullo sfondo alcuni automezzi che riconosciamo subito. E’ la carovana che giunta dalla parte opposta lungo una pista ha effettuato la visita della grotta e sta ritornando all’accampamento.
Pochi minuti più tardi ci troviamo davanti all’antro di ghiaccio. Impressionante, la grotta si è formata per il vapore che fuoriesce dal terreno. Con Marco entriamo nell’immensa cavità cercando di non fare rumore per non provocare qualche crollo. Lo spettacolo è appagante, migliaia di goccioline che scendono tutto attorno, mentre il sole sembra trasformarle in piccoli brillanti.
Ritorniamo quindi sui nostri passi, anche perché il ritorno è tutto in salita. Proseguiamo pian piano fermandoci spesso ad ammirare lo spettacolo naturale che ci circonda.
Alle otto siamo di nuovo al rifugio. Purtroppo, nonostante si paghi una cifra considerevole per poterci accampare, non possiamo entrare in quanto lo spazio è limitato e a disposizione delle persone che arrivano prive di tenda. Ci viene concesso però di poter cucinare all’esterno.
C’è molta allegria attorno alla tavola. Sui fornelli si stanno cucinando le cose più disparate. Dal “cus cus” di Marco alle varie minestre calde, in uno scenario incantevole.
Una volta dentro il sacco a pelo, nonostante la mancanza del materassino perché bucato e qualche spuntone di pietra, si vorrebbe pensare a quanto abbiamo visto oggi, ma il sonno ha il sopravvento.

30 agosto
Complice la stanchezza, questa mattina la sveglia è avvenuta con un’ora di ritardo, ma non c’è da preoccuparsi in quanto Marco ci ha detto di essere pronti a partire alle nove.
Dopo un paio di barrette energetiche e un caffè bollente metto il naso fuori dalla tenda. Le nuvole sono molto basse ma lasciano intravedere qualche spiraglio di luce e già alle otto qualche raggio di sole riesce a perforare la nebbia creata dai soffioni sparsi nella valle.
Alle nove in punto siamo in cammino. Oggi ci attendono dalle otto alle dieci ore di marcia. Il programma prevede nel pomeriggio l’incontro con il resto della carovana che si trova accampata sulle rive di un lago per poi proseguire verso un secondo rifugio.
Camminiamo ad una altitudine tra i 1000 e 1200 m. lungo un sentiero individuabile per i paletti posti sulle gobbe di colline dalle curve molto dolci e che sembrano fatte di gomma.
Dopo oltre un’ora di marcia guardando il rifugio alle nostre spalle, notiamo che nonostante il passo spedito, non abbiamo fatta molta strada. Ciò è dovuto ai continui saliscendi, scivolosi durante la discesa e faticosi nella salita.

Ma il paesaggio che attraversiamo, nonostante la giornata non sia delle più belle, è semplicemente fantastico. Sembra di trovarci all’interno di un quadro dai colori pastello.
Alle undici giungiamo sulla cresta di una parete che dà sulla vallata sottostante, e dalla quale abbiamo la possibilità di vedere per un’ultima volta il punto di bivacco che abbiamo lasciato.
Mentre facciamo la sosta per lo spuntino di mezza mattina, visto che siamo in orario con la tabella di marcia, Marco lancia l’idea della conquista della cima che ci sta di fronte per poi ridiscendere lungo la parte innevata.
Lasciati gli zaini, il gruppetto parte e in venti minuti raggiunge la vetta.
Dopo aver dato uno sguardo a 360°, eccoli giù lungo la scarpata con le tecniche più disparate; da quella di Emiliano tra salti e scivolate a quella di Marco che con i soli scarponi sembra impegnato in una gara di slalom.
Si prosegue quindi per altre due ore lungo un percorso che attraversa dei profondi canaloni dal colore giallo ocra intenso, mentre improvvisamente cala la nebbia sospinta da un leggero vento.
Alle due arriviamo in un punto dove si nota in lontananza il lago Alftavatn, luogo dove dovrebbe avvenire l’incontro con il resto della carovana. Marco reputa che da lì in poco più di un’ora dovremmo coprire la distanza anche perché il percorso è in discesa, e visto che lo scenario si presta alla sosta, decide di fermarsi per il pranzo.
Riprendiamo lungo un sentiero in forte pendenza che in breve ci porta nel fondovalle. Qui ci troviamo di fronte ad un ostacolo: un piccolo torrente impetuoso. Mentre Emiliano cerca invano più a valle un punto di guado, Marco ci indica la via migliore; creare con dei massi un passaggio che con l’aiuto dei bastoncini di Trilly uno dopo l’altro superiamo.

Più tardi un cartello ci indica che siamo a poco più di due chilometri dall’accampamento, mentre in lontananza notiamo già i mezzi dei nostri amici.
Alle quattro ci troviamo gli uni di fronte agli altri. Durante gli ultimi metri, i gruppi assumono due schieramenti e quando si trovano quasi a contatto si lanciano in uno sfrenato abbraccio.
Sono stati dei momenti davvero significativi quelli dell’incontro, ma dopo un quarto d’ora proseguiamo perché ci aspettano ancora otto chilometri prima di raggiungere il rifugio.
Dopo una leggera ma costante salita, il paesaggio è cambiato completamente. Ci troviamo ad attraversare in compagnia di Erika che si è unita al gruppo, un zona piatta e sassosa con ai margini qualche piccolo rilievo rivestito di verde.
Procediamo per qualche chilometro a contatto visivo, tanto non c’è pericolo di perderci in quanto dobbiamo solo seguire i paletti che affiorano ogni duecento metri e che ci condurranno direttamente alla meta.
Quando mi trovo nel mezzo del mare nero, mi fermo e aspetto che tutti i miei compagni siano spariti in lontananza, poi comunico via radio a Marco che mi fermo per qualche attimo. Ecco ora sono solo mentre scende una leggera pioggerellina che rompe il silenzio assoluto di questa immensa desolazione. Vengo avvolto da mille pensieri, ma al tempo stesso provo un senso di grande serenità.
Il tempo sta cambiando ancora, e prima che cominci a piovere forte mi rimetto in marcia. Quando arrivo al termine dell’ennesima salita, noto a mezza valle il rifugio. Marco e i ragazzi stanno facendo alcuni esercizi di scioglimento.
Una volta montata la tenda, ci dedichiamo alla cena. Come ieri sera anche qui il rifugio è occupato da un gruppo di islandesi e noi dobbiamo adattarci all’esterno, ma non ha importanza, nonostante la nebbia mista a pioggia, il morale è alto, e tra poco ci aspetta il calduccio del sacco a pelo.

31 agosto
Le condizioni meteorologiche al nostro risveglio inducono ad una colazione ricca di calorie, pertanto, una volta fuori dalla tenda preparo una minestra a base di orzo e legumi per togliere di dosso l’umidità accumulata e che mi darà l’energia per affrontare questa ultima giornata di trekking.
Asciughiamo quindi in qualche modo l’attrezzatura e ci mettiamo in marcia sotto una cappa di nebbia che ci nasconde in parte il paesaggio che la nostra guida descrive essere incantevole.
Anche per oggi sono previste almeno otto ore di marcia. L’appuntamento con i mezzi che ci verranno a prelevare è per le sei del pomeriggio.
Procediamo quasi sempre raggruppati, concedendoci ogni tanto qualche pausa individuale che ci distanzia gli uni dagli altri lungo un percorso ben visibile, per poi ricongiungerci durante le ripide salite.

Il percorso si snoda lungo un canyon scavato dal fiume che nasce dal ghiacciaio che abbiamo di fronte, e che ci apprestiamo ad attraversare.
In alcuni punti per procedere in sicurezza, è necessario utilizzare una fune ancorata nella roccia, mentre sulla parete a strapiombo sul fiume è utile in caso di vento, servirsi delle apposite catene per non rischiare di scivolare nelle acque impetuose.
Superato il canyon e ritornati in quota, ci troviamo ad attraversare una immensa spianata. Dalle colate di lava basaltica, guardando attorno ci accorgiamo di essere dentro a quello che un tempo fu un gigantesco cratere.

Dopo due ore di marcia mentre affrontiamo una impegnativa salita, prima di fermarci per il quotidiano spuntino, salutiamo con lo sguardo il rifugio che abbiamo lasciato questa mattina. Poi ci fermiamo per un meritato relax.
Nonostante la giornata nuvolosa, lo scenario dai colori tenui dei centenari muschi che rivestono i pendii e le vallate e i contrasti delle gole dove scorrono rumorosi torrenti, è semplicemente sorprendente.
Le ore trascorrono. Mentre camminando parliamo tra di noi dell’esperienza fatta in questi tre giorni, comincia a scendere una invisibile pioggia nebulizzata che ci bagna il viso. Ne approfittiamo visto che ci troviamo lungo un costone di roccia per metterci al riparo, e considerato che sono quasi le due, sfruttiamo l’occasione per consumare il pranzo.
Quando riprendiamo il tragitto, il sentiero volge quasi tutto in discesa. Dobbiamo infatti arrivare sulla riva del fiume che vediamo in lontananza e attraversarlo.
Mentre camminiamo spensieratamente, notiamo tra i cespugli una fungaia. Gianluca ed Emiliano imparano così a riconoscere i porcini che finora avevano solo mangiato. Ce ne sono tantissimi, sparpagliati qua e là come grossi fiori, facilmente visibili anche da lontano per la mancanza di foglie secche. Decidiamo di raccoglierne un po’ anche perché stasera saremo nell’accampamento.
Giunti su di un promontorio sotto il quale scorre il fiume, Marco cerca di individuare il punto più favorevole per l’attraversamento.

Visto da lontano e dall’alto, sembrava un comunissimo guado, ma quando giungiamo sulla riva, ci rendiamo conto della corrente impetuosa, e saggiando con i bastoncini il greto cerchiamo un punto poco profondo.
Nel frattempo è calata la nebbia e comincia a piovere. Marco dopo essersi spogliato e legato, entra nel punto che ritiene più idoneo al passaggio. Nonostante la robustezza delle sue gambe, si nota chiaramente che la corrente è di una forza straordinaria.
Per non prendere freddo ci spogliamo qualche attimo prima di attraversare. Poi una volta ricevuta la corda ci leghiamo e uno alla volta, con tutto il bagaglio in spalla procediamo all’attraversamento.
Quando siamo dentro il fiume, la preoccupazione di non venire travolti dalla corrente al momento non ci rende coscienti di quanto sia fredda l’acqua, ma una volta sull’altra sponda, ci vuole oltre un quarto d’ora per recuperare il calore.
La voglia di rimetterci in marcia per scaldarci è forte, ma naturalmente dobbiamo aspettare gli altri, anche perché con il calare della nebbia non sappiamo proprio dove andare.
Il guado ci ha impegnati per circa un’ora. Quando siamo sulla sponda opposta, ci addentriamo in una zona alberata, cosa rarissima in Islanda. Ad ogni passo ci soffermiamo perché anche qui è una distesa di funghi. Raccogliamo soltanto quelli che troviamo lungo il sentiero, e in pochi minuti riempiamo un sacco di oltre cinque chili.
Alle sette arriviamo in vista della bandiera che sovrasta il rifugio dove ad attenderci dovrebbero esserci i fuoristrada. Ma una volta sul posto notiamo che la località è deserta.
Ci mettiamo allora in contatto radio con Maurizio, il quale ci da indicazione dove raggiungerlo in quanto gli automezzi non possono arrivare fino al rifugio perchè il fiume non è guadabile.
Costeggiamo zaino in spalla per altri due chilometri la riva del fiume fino a quando superato un ponte saltiamo sul “Gatto” che in pochi minuti ci porta all’accampamento.
La carovana nel frattempo si è insediata in una costruzione priva di illuminazione ma piena di calore dovuto ai vari fornelli, dove si stanno cucinando le più svariate pietanze al riparo dalla pioggia.

Al termine di una doccia per qualche attimo gelida e a tratti bollente per via del regolatore che non funzionava, ci troviamo a tavola per gustare la doppia porzione di pasta e fagioli che Barbara ci ha preparato.
La serata trascorre tra canti popolari , canzoni e giochi in una atmosfera di festa. Maurizio fa circolare per l’occasione una bottiglia di grappa che viene subito sequestrata e fatta secca.
E’ ormai mezzanotte, e mentre la stanchezza ci coglie ancora seduti al tavolo, viene intonato l’inno di Mameli che ci fa scattare tutti in piedi. Al termine tutti a dormire.
1 settembre
Con la tenda bagnata, e la pioggia che veniva ieri sera, questa struttura ci è tornata molto comoda. Infatti, steso il sacco a pelo sul tavolo, ho passato una notte all’asciutto seguito da altri che hanno trovato ottima l’idea.
Dopo la colazione eccomi di nuovo sul “Gatto” in compagnia di Sergio e Barbara, e con Trilly. Certo provo una strana sensazione dopo tre giorni a piedi vedere il paesaggio scorrere così in fretta.
Le previsioni meteo per i prossimi due giorni sono pessime, e lo notiamo fin dalle prime ore di questa giornata, anche se Maurizio torna a ripetere che questi sono i veri colori dell’Islanda. Da Porsmork dove siamo partiti, ci porteremo sulla Ring road, e percorreremo nei prossimi tre giorni la costa nella direzione opposta dal nostro sbarco, verso Egilstadir.
Durante il percorso, Maurizio ci racconta dei luoghi che hanno visitato durante la nostra assenza.
In pratica, il percorso attraverso le vallate che noi camminando abbiamo visto dall’alto, lungo piste più o meno accidentate, guadando fiumi, soffermandosi ad ammirare le gole, le cascate e i laghi .

Ci ha inoltre raccontato di quando giunti nella zona geotermale con la grotta nel ghiaccio, hanno notato con grande meraviglia il nostro gruppo scendere lungo il costone innevato al termine del nostro primo giorno di escursione.
Non sono mancati certo i momenti di grandi risate, come quando Marco soprannominato “Cicognone”, dall’alto di un declivio tentava di spiccare il volo.
A metà mattina ci fermiamo nei pressi di Skogar per dare uno sguardo alla cascata di Seljalandfoss. La cascata visibile dalla strada nazionale, è tra le più fotografate d’Islanda.
Il suo alto ed esile getto, è tanto sporgente da permetterne la visione tutto attorno, tramite un sentiero ricavato nella roccia.
Percorriamo ancora qualche chilometro, durante il quale i nostri amici del “Gatto” cercano di recuperare con il cellulare, il tempo perso durante i tre giorni di trekking, fino a quando giungiamo alle appendici di un’altra cascata.

Skogafoss, anch’essa visibile dalla Ring road, nonostante i suoi 60 m. di altezza è la più bassa delle 20 cascate che si incontrano lungo il fiume, ma non per questo meno spettacolare.
Si narra anche, che un vecchio colono vi abbia nascosto una cassa contenente un bottino di guerra, ma nonostante le numerose ricerche, non è mai stata trovata.
Mentre ci dirigiamo ora verso un promontorio sulla baia di Vick, notiamo sull’asfalto i numerosi “gabbiani suicidi” sfracellatisi contro gli automezzi di passaggio.
Nonostante questa sia la zona più piovosa d’Islanda, non si può negare che malgrado ciò sia un’area splendida.
Alle spalle del Katla, uno dei vulcani più famosi d’Islanda, dall’alto del promontorio dove si erge il faro che domina la baia, si hanno ampie vedute della immensa spiaggia nera battuta da forti venti da un lato, e i promontori e dirupi popolati da miriadi di uccelli dall’altro.

In lontananza notiamo i faraglioni che emergono imponenti dall’acqua e che saranno il nostro prossimo appuntamento.
Mentre lasciamo la spiaggia, siamo costretti a fermarci per cedere il passo ad una mandria di cavalli. Il cavallo islandese ha avuto la sua importanza nello sviluppo dell’isola. Oggi viene usato per radunare le greggi in autunno e per fini ricreativi. E’ dotato di una andatura, il toelt o passo veloce, un passo talmente dolce e regolare che non costringe il cavaliere a sobbalzare.
Proseguiamo ancora per qualche chilometro, e dopo aver aggirato il promontorio, ci troviamo di fronte alle gigantesche sagome di roccia che emergono per circa 70 m. dal mare.
Ma oltre ai faraglioni, ci troviamo di fronte ad un’altra grande attrattiva: una mastodontica colata di lava basaltica che ricopre una altrettanto enorme grotta scavata dal vento e dalla forza del mare.

Trascorriamo un’ora passeggiando sulla spiaggia e cercando di scalare i gradini di basalto per cercare di strappare la foto ricordo da quello più alto.
Per consumare il pranzo ci spostiamo a ridosso di quello che Maurizio chiama “il panettone” una montagna dalla forma appunto del dolce milanese.
Anche questa zona è caratterizzata da dirupi all’interno dei quali l’erosione dovuta ai forti frangenti, ha creato enormi grotte. Ma quello che impressiona di più è la vastità della spiaggia color carbone che si perde a vista d’occhio e dalla quale si vede a malapena l’oceano.
Il fatto di essere arrivati sin qui non è casuale. Maurizio infatti propone una sorta di gara a cronometro: il giro del “panettone” nel minor tempo possibile.
I piloti del gruppo non se lo lasciano dire due volte, e uno dopo l’altro eccoli sgommare alla partenza, distanziati per non schizzare pietrisco a chi si trova dietro.
Succede anche che durante la prova qualcuno si impantani e chieda l’intervento via radio.
Alla fine tutti contenti per aver superata la prova, si scambiano le impressioni sulla difficoltà del percorso, mentre qualcuno sta malignando su Chiara che ha dovuto chiedere soccorso perché rimasta infognata.

Lasciando la spiaggia, attraversiamo una zona paludosa dove l’insidia è data dalla sabbia nelle grosse pozzanghere, che bisogna attraversare a velocità andante per non slittare e affondare.
Maurizio da l’esempio e poi prosegue seguito dagli altri che passano distanziati, ma dopo qualche minuto arriva via radio la notizia che qualcuno si è infognato.
Questa volta è toccato a Gigi che viene prontamente soccorso da “Cicognone” che ormai si è specializzato in recuperi di fuoristrada in panne.
Mentre usciamo dalla palude, Maurizio ci racconta ancora degli infognati del giorno precedente. Dapprima durante l’attraversamento di un fiume piuttosto profondo, qualcuno si lamentava perchè le guarnizioni delle portiere non tenevano e lasciavano filtrare acqua, poi quando il fuoristrada di zio Gabriele si impuntava con il muso nell’acqua e lo costringeva ad uscire in mutande per non bagnarsi scarpe e pantaloni per agganciare la corda di traino che lo avrebbe tirato fuori, infine l’insabbiamento di Franco Latina che con il suo Land Rover pensava forse di essere con Tiziana ad una scampagnata, durante il giro del lago non ascoltava i consigli di Alessandro che gli diceva: Franco, guarda che ti infogni! Ma lui imperterrito: no, no, ce la faccio.
Siamo di nuovo sulla Ring road. Mentre ci dirigiamo verso il Parco Nazionale dello Skaftafell, rivediamo il paesaggio visto all’andata sotto un’altra prospettiva e con altri colori. Ecco ancora una volta le lingue del Vatnajokull che scendono fino all’oceano.

Nubi minacciose si profilano di fronte a noi, e la nostra unica preoccupazione è di arrivare a montare la tenda prima che cominci a piovere.
Alle sei giungiamo nella zona del camping, ma ci rendiamo subito conto che le tende e tutto il pentolame si trovano sulla “Volpe” e il “Grillo parlante”, che con i trekkers sono andati a fare una escursione al Jokursaloon.
Nel frattempo comincia a piovere. Purtroppo la distanza non consente di sapere via radio dove si trovino e quanto ci sia da aspettare.
Alle nove elemosiniamo un boccone da Lorenzo e Leana mentre ci si alterna a reggere luce e ombrello per ripararci dalla pioggia.
Verso le dieci ecco gracchiare la radio. I nostri amici stanno arrivando. Nel giro di mezz’ora la pasta con il pesto è pronta. Ma non c’è allegria attorno alla tavola questa sera. Domani infatti avverranno le prime partenze e questa è l’ultima sera che il gruppo si trova ancora compatto.

2 settembre
Le previsioni meteo sono state azzeccate. La pioggia scesa per tutta la notte ci ha infradiciati, mentre l’umidità che penetra tra le ossa ci fa sembrare la temperatura più bassa di quella che effettivamente è.
Oggi visto il brutto tempo, prevediamo di non spostarci. Ci troviamo all’interno di un Parco nazionale e se il tempo lo consentirà, avremo la possibilità di visitare una cascata o di fare una passeggiata sulle lingue di ghiaccio del Skaftafelljökull.
Nel frattempo il gruppo “trekkers” sta ordinando il materiale in attesa dell’arrivo del mezzo che li porterà a Rekjavick, dove si imbarcheranno sul volo verso l’Italia.
Il tempo trascorre inesorabile e alle undici, puntuale arriva l’autobus. Negli attimi che precedono la partenza, tra gli abbracci e qualche lacrima, le promesse che si fanno sempre quando si giunge inevitabilmente alla fine di ogni viaggio. Infine il bus si allontana salutato da decine di braccia alzate.
Verso mezzogiorno, approfittando di una pausa da parte del maltempo, ci incamminiamo lungo un sentiero che in tre chilometri ci condurrà ai piedi di Svartifoss.
Il percorso è costellato da tante piccole cascate e alcuni punti panoramici, e che man mano che si sale danno l’esatta dimensione della piana sottostante che si spinge fino all’oceano.
Dopo mezz’ora di cammino in salita tra la brughiera, il fragore dell’acqua si fa più intenso e qualche minuto più tardi, ci troviamo di fronte alla cascata, le cui acque precipitano da strapiombanti colonne di basalto disposte a semicerchio.
Quando siamo sulla strada del ritorno ricomincia a piovere. Consumiamo il pranzo sotto la tettoia mentre il tempo sembra concederci un’altra tregua. Ogni tanto addirittura, qualche raggio di sole spunta tra le nuvole cariche di pioggia.
Ne approfittiamo per fare una breve escursione sul ghiacciaio che raggiungiamo lungo un percorso a ridosso di una parete rocciosa dalla quale numerosi rivoli d’acqua si gettano formando alcune cascatelle.
Un’ora più tardi ci troviamo sul fronte del ghiacciaio da dove possiamo osservarne l’attività: gli scricchiolii, lo scrosciare dell’acqua, e le varie tonalità di azzurro che il ghiaccio assume non appena filtra un raggio di sole.
Mentre facciamo ritorno all’accampamento, il tempo cambia all’improvviso: un forte vento spazza via le nuvole e comincia a splendere il sole.
Dopo un breve consulto, decidiamo di spostarci di qualche chilometro e accorciare la marcia di avvicinamento portandoci in serata a Hofn.
Verso le quattro, sfruttando il sole che ora splende alto, ci mettiamo sottovento concedendoci una pausa di fronte allo Breidamerkurjökull, che a differenza di altri ghiacciai che si stanno ritirando, avanza verso l’oceano formando ai suoi piedi una piccola laguna nella quale galleggiano alcuni iceberg.
Al momento di ripartire ecco l’ennesima foratura, ma ormai non ci facciamo più caso. Mentre lungo la Ring road continua lo stillicidio dei “gabbiani suicidi”, il paesaggio che scorre da ambo i lati della strada è semplicemente fantastico e ricco di colori, con le fattorie, le mandrie, i prati con le “mozzarelle”, le insenature, le montagne. Sembra di passare da un quadro paesaggistico dalle forti tonalità di colore, all’altro.
In serata giungiamo a Hofn. Buon per noi che nell’accampamento troviamo una tettoia dove ripararci dal vento gelido che soffia, e che fa raffreddare rapidamente i tortellini in brodo che Luca ha preparato.

3 settembre
Nonostante il vento gelido che continua a soffiare dall’oceano, il sole che splende al nostro risveglio ci mette di buon umore. Mentre i miei compagni di viaggio sono indaffarati nel ripiegare le tende, osservo la bassa marea che attira uno stormo di strani uccelli dal becco lungo che immergono la testa nell’acqua in cerca di cibo.
Dopo una doccia calda di 30 secondi per mancanza di monetine, eccoci a tostare il pane sul fornello elettrico messo a disposizione dalla direzione dell’accampamento.
Mentre Maurizio è intento a controllare i vari livelli dell’olio del fuoristrada, Massimo se la prende con il polacco che stamattina gli ha preso l’accappatoio che aveva steso al vento per farlo asciugare, e che lo ha abbandonato bagnato fradicio nella doccia.
Ci mettiamo quindi in marcia verso Egilsstadir. La tappa di oggi è breve, e i 250 km. del percorso si snodano tutti lungo una serie di fiordi.
La prima parte è la stessa del giorno del nostro arrivo, quando ci trovammo a passare tra pioggia e nebbia, mentre ora si sta rivelando in tutto il suo splendore: con le montagne e i crateri da un lato e la costa frastagliata, bagnata da un mare azzurro dall’altro.
Mentre ci troviamo a costeggiare un fiordo, Chiara lancia via radio un urlo: la balena. Gli sguardi si concentrano tutti verso l’oceano. Al primo bivio effettuiamo una deviazione e arriviamo fin sotto costa.

Ma una volta arrivati ci rendiamo conto che il cetaceo era un grosso scoglio che veniva sommerso a intervalli regolari dalle onde spumeggianti.
Quando ripartiamo, non appena rimettiamo le ruote sull’asfalto, dal mezzo di Maurizio arrivano strani rumori che non riusciamo a focalizzare, se rallenta diminuiscono, se accelera emettono un frastuono, se si ferma il motore gira regolare.
Dopo aver dato uno sguardo sotto al fuoristrada, ecco scoperto l’arcano. Quei burloni di Alessandro e Cicognone assieme ad altri insospettabili sardi, hanno legato una serie di lattine vuote, come è usanza fare alle auto degli sposi.
Mezz’ora più tardi, lo scherzo si rivelerà un segnale premonitore. All’improvviso, il motore della “Volpe” si spegne, e non ne vuole sapere di ripartire. Dopo un’ora di tentativi per esclusione, quando viene sostituito il filtro del gasolio, il motore riparte e noi riprendiamo il viaggio.
Lasciata la Ring road, affrontiamo quindi una strada in salita sterrata che ci porterà dalla parte opposta del fiordo. Quando scolliniamo, ci troviamo ormai a 50 km. dall’arrivo, ma visto che siamo in largo anticipo e notata la posizione ideale per la sosta, ci fermiamo per il pranzo.
Quello di oggi è l’ultimo panino della serie: provola, salame. Domani, mare permettendo, pranzeremo al self service della nave. Mangiamo quindi con una particolare devozione, mentre Gianluca chiede a Maurizio: Deh? Sono mica avanzate per caso delle provole?

La maggior parte del gruppo si inerpica lungo una scalinata per andare a visitare l’ennesima cascata, ma considerato che è uguale a quella vista ieri, preferiamo rimanere a sonnecchiare.
Al loro ritorno li attende una curiosità. Parcheggiate accanto ai fuoristrada ci sono due “Trambant” le utilitarie russe che hanno costituito un’epoca, e che ora stanno destando grande ammirazione.
Quando ripartiamo, gli ultimi chilometri trascorrono veloci senza che il paesaggio catturi ulteriormente la nostra attenzione. Il nostro pensiero è ora quello di arrivare al camping, sistemare definitivamente lo zaino, e indossare l’ultimo capo di biancheria pulita rimasto e conservato per il viaggio di ritorno.
Giunti a Egilsstadir, c’è tutto il tempo per lavare i mezzi e fare il pieno per domani. Al distributore ritroviamo Beppe di ritorno dal suo giro con i camperisti. Poi via a montare le tende perché nel frattempo il cielo si è annuvolato e comincia a cadere qualche goccia.
Per l’ultima sera rinunciamo a cuocere la pasta, ma visto che siamo quasi in città, andremo tutti a mangiare una pizza.
La serata trascorre in allegria occupando tutti i posti possibili del locale. Assieme a Maurizio e Massimo ci improvvisiamo camerieri e locandieri visto che altrimenti si sarebbe fatta notte prima di mangiare.
L’ultima battuta della serata è quella della voce di “Radio Islanda” che ci da le coordinate per seguire la trasmissione anche in Italia.

4 settembre
Alla sveglia di questo ultimo giorno in terra d’Islanda, sento in me la gioia che si prova quando si è da tempo lontani da casa e si sta per ritornare, ma vivo nel contempo anche una strana sensazione malinconica, perché tra poco mi separerò da questa grande famiglia.
Anche il vento sembra avercela con noi e mentre strapazza le tende quasi per farci un dispetto, sembra voler dire: ma dove andate?
Dopo aver liberato lo zaino da tute le cose inutili, montiamo sul “Gatto” e puntiamo verso Sedisfiordur che dista poco più di 30 km., e dove nel frattempo sta per giungere la nave.
Con il lavaggio del mezzo, ieri è stata messa fuori uso la centralina del fuoristrada e pertanto per far funzionare le spazzole tergicristallo bisogna premere il clacson, mentre per spengere il motore basta azionare il freno a pedale. Ci troviamo quindi in leggera difficoltà nell’osservare l’arcobaleno che tra le gocce di pioggia stampate sul finestrino sembra darci un ultimo saluto.
Mezz’ora più tardi, mentre scendiamo verso il livello del mare, dietro l’ennesima curva scorgiamo in lontananza la sagoma della “Norrona” che giunta da poco in porto sta ancora scaricando gli automezzi.

Attraversiamo il piccolo villaggio e ci dirigiamo verso il porto. Durante le due ore di attesa, procediamo all’assegnazione dei posti letto nelle cuccette. Infine quando arriva il segnale d’imbarco, ci muoviamo lentamente verso l’enorme bocca della nave che uno dietro l’altro ci inghiotte e deposita nel suo capace ventre.
Mentre in attesa della partenza, Mauro ci illustra sulla cartina il percorso effettuato in questi giorni, sulla nave ritroviamo il polacco vecchia conoscenza di Massimo, al quale Maurizio chiede notizie di un certo accappatoio, ricevendo come risposta una risata.
Alle undici il suono della sirena ci avvisa che la nave sta per partire. Salgo di corsa sul ponte più alto. I posti di osservazione migliori sono naturalmente già tutti occupati dai passeggeri che non vogliono perdersi lo spettacolo della partenza.
Nel frattempo il vento ha fatto pace con noi, spazzando via le nubi e lasciando avanzare un tepido sole che risplende dall’alto delle montagne a picco sul porto.
Un suono di sirena più lungo, i motori sono al massimo, le gomene vengono risucchiate dagli avvolgitori, la nave si stacca dalla banchina e si avvia tra i fiordi.
Un groppo sale alla gola mentre osservando la scia rivivo le emozioni di questi ultimi giorni. Emozioni indelebili che mi hanno proiettato in un’altra dimensione:DIMENSIONE AVVENTURA.