Aneddoti bizzarri di vacanzieri insoliti

Racconto di viaggio a Napoli

di Colli Marzia

VENERDI
Appuntamento ore 15:30 sotto casa di Moreno. Io passo a prendere gli altri perché la mia macchina ci avrebbe coraggiosamente accompagnati per quella che si prospettava essere una lunga traversata. Dopo le prime acrobazie dovute alle ipotetiche modalità di incastro delle valigie, grazie anche ai passati tornei di Tetris, riusciamo ad avvicinarci sempre di più al porto di Napoli.

La mia prima volta a Napoli! Stupita dai loro modi insoliti di affrontare il caos cittadino, decido di pensare solo a capire come e dove ci stavamo dirigendo per raggiungere il punto di imbarco. Dopo infiniti cambi di direzione riusciamo ad individuare un’improbabile fila di macchine che crediamo essere tutte in attesa di salire sul traghetto. Considerati i tempi previsti per salire e sistemarci, tre di noi (di cui non farò i nomi perché se il comandante, o chi per lui, di quel famoso traghetto dovesse leggere queste righe mi viene a bucare le gomme della macchina per ovvi motivi) dicevo, tre di noi decidono che dovevamo mangiare la pizza di Napoli tanto famosa.

Partono in avanscoperta di una pizzeria che tutti i napoletani hanno indicato come “vicina al porto”, ma il senso della distanza è qualcosa che richiede uno studio più approfondito. Coraggiosi, mi lasciano alla guida della (mia) macchina con il Doc (che sta per Doctor), personcina di infinita saggezza e tranquillità d’animo da vendere a peso d’ostrica. Nel momento in cui iniziano a far salire le prime macchine scopriamo che molti di quelli che erano in fila si trovavano lì per il saluto ai parenti, ma pian piano si aggiungono altre auto e nel giro di pochi minuti è il panico. Passiamo un’ora a cercare di sbrigliarci da quella matassa metallica e finalmente raggiungiamo le cuccette furbamente prenotate alcuni mesi prima.

I tre moschettieri sembrano essersi dissolti nell’atmosfera ma alla fine di questo pensiero buio arriva una loro chiamata “Tra poco siamo lì. Vi siete sistemati? Non vi preoccupate, arriviamo!”. Ancora oggi sono convinta che queste parole siano state estratte a caso dal loro vocabolario e mescolate abilmente come le carte delle probabilità del Monopoli, perché dopo quella telefonata è passato tanto di quel tempo che non so come, e non voglio neanche ricordarlo,mi sono trovata su una delle entrate ad implorare il personale di non partire perché mancavano tre scimmie urlatrici scappate dalla gabbia lasciata inavvertitamente aperta. In pratica riferisco agli addetti del trasporto passeggeri che mancano tre persone “ma stanno arrivando”, imploro rassicurante più a me stessa che a loro.”Ancora pochi minuti poi entrano dalla parte delle macchine” mi sento bofonchiare. Non faccio in tempo a girare la testa e il portellone dell’ingresso macchine si chiude. Non avevo più la faccia di implorare in ginocchio, e per fortuna non l’ho fatto perché all’orizzonte compaiono tre pazzi, con lo stile di corsa che era un mix tra baywatch e gli speedy-boys, che si precipitano con due scatole di pizza in mano. Mi hanno detto che l’omino del trasporto passeggeri si è fatto due allegre risate, ma io non l’ho visto perché mi ero già rinchiusa nella cuccetta, tanta era la vergogna. Passato questo momento imbarazzante, io e il pacioso Doc ci sbafiamo la celeberrima pizza e non nascondo che era davvero buona.

Napoli

Ma torniamo indietro di qualche istante. Dopo che ci siamo sistemati in cabina veniamo a sapere, grazie al racconto delle avventure dei tre moschettieri, che mentre io tenevo il traghetto ancorato a terra con la forza della disperazione al solo pensiero di lasciare a terra il mio amatissimo Moreno, lui e i suoi “compagni di merende” (o di pizza, se si preferisce) se ne stavano comodamente seduti al tavolo della pizzeria. Ora io non voglio far polemica, ma almeno potevano avere l’accortezza di accelerare un filino i tempi – visto che alle 19:00 di sabato le pizzerie non sono stracolme di gente neppure a Katmandu –ammesso che facciano la pizza!
Una volta sistemate le cose cerchiamo ogni possibile distrazione per trascorrere spensieratamente le dieci ore di navigazione che ci aspettavano: facciamo le foto sul ponte con vista Vesuvio; cerchiamo di capire, senza successo, cosa volessero proiettare in una saletta impropriamente definita ‘cinema’; fuggiamo dalla sala dove un disperato artista al pianobar accozzava le note tra loro ed infine ci arrendiamo e decidiamo di andare a dormire.
La notte è passata lenta, silenziosa, presagio di una vacanza ricca di magia e mistero, fascino e attrazione.

1° GIORNO.

L’alba e finalmente l’attracco. Lei era già lì che ci aspettava, paziente ed attenta, pronta a regalarci una giornata meravigliosa. E’ sempre strano l’impatto con le cose nuove, con i volti sconosciuti, con una città che non ha le stesse vie di quella in cui abitiamo, ma qualcosa sembrava essere diverso: quel posto si comportava come se ci fossimo sempre conosciuti. Tutto era familiare, la colazione al bar sembrava la solita di ogni mattina e il viaggio verso le spiagge che ci avrebbero coccolato per sette giorni si prospettava lungo, ma durante il tragitto lei iniziava a disvelarsi per quella che era davvero. Finora l’avevo soltanto letta per mezzo della penna di uno scrittore a lei fedele ed amato, e mai avrei immaginato che la Sicilia fosse davvero come Camilleri l’aveva trasmessa. Abbiamo rimpianto, ma credo sia stato meglio così, il non aver assistito ad una delle scene caratteristiche che si verificano all’Ucciardone durante le visite dei parenti ai detenuti: il sabato mattina, poiché ad alcuni di loro non sono concesse visite frequenti, i detenuti si affacciano alle finestre della prigione per parlare con i parenti che rimangono fuori dal cancello. Dicono essere una situazione tipica della Sicilia, ma a mio avviso così straziante da non poter essere tollerata, per non vedere il volto triste di quella terra tanto cara e lasciare nascosta questa sua ferita.

Castellamare del Golfo

Tornando al nostro viaggio, intanto siamo arrivati a Castellamare del Golfo; lì troviamo i suoi monti impassibili e vigili sulla città, mentre questa si mostrava pigramente accomodante sotto un sole africano che non ti lascia produrre pensieri né progetti ma che pensa solo a cullarti e scaldarti il cuore.
Più si avvicinava l’ora del pranzo più quel sole gigante ci suggeriva di risparmiare le forze e non ci permetteva di avanzare, e noi eravamo esausti a tal punto da non avere il coraggio di guardare in su per paura di scottarci il naso. Finalmente ci arrendiamo ad esso e all’idea di rifugiarci sotto ombre fantasma, ed inauguriamo degnamente il nostro soggiorno siciliano con una granita di limone. Poco dopo prendiamo l’appartamento a Scopello e dopo cinque minuti siamo al mare, soffrendo per quel massaggio non richiesto di sassi bollenti. Inizialmente rimpiangiamo la sabbia ma appena le nostre forze ci abbandonano riteniamo che tutto sommato quel massaggio non è poi così doloroso. Il primo bagno: di quelli che non ti lasciano tornare a casa. Le onde sembravano le braccia di una persona cara quando ti stingono per non lasciarti andare via: nessuno sforzo a restare per noi e nessuna fatica da parte del mare a rimanere calmo e accogliente.

Volevo evitare di parlare della prima, imbarazzante cena, ma non posso esimermi perché vorrei che qualcuno condividesse con me la scena a cui ho dovuto assistere, sebbene il racconto non renda così bene come l’esperienza sul campo. Dunque, per comprendere cosa dà origine alla ‘psicosi da banchetto’ è necessaria una premessa: credo infatti che sia stato piuttosto scontato che per muoverci da Castellamare del Golfo a Scopello, fino agli appartamenti, non ci spostavamo facendo affidamento sul fiuto e l’intuito, altrimenti eravamo già tornati a casa senza passare dal via! Per fare tutti questi spostamenti ci siamo messi nelle mani del fighetto del paese: il tipo era un ragazzo senza età né dimensione. Il peso era pressapoco lo stesso di un acaro della polvere, cambiava la corazza. Già, perché il giovanotto in questione (opportunamente ribattezzato Mizzeca) sembrava essere il testimonial ufficiale di Dolce e Gabbana. Era curatissimo nell’abbigliamento: ciabattina blu di D&G, uno straccetto di pantaloncino (grande come una culotte per capirci almeno con le donne) anch’esso immancabilmente blu di D&G, di stoffa sintetica, come la maglietta, bianca stavolta, ma sempre di D&G e ovviamente occhialini da vista di tendenza (potevano anche non essere graduati ma un accessorio che si rispetti non può non essere griffato D&G). Il tutto sormontato su uno Scarabeo, e se c’era qualcuno disposto a taroccare il motorino, ad un osservatore attento non sarebbe sfuggita la firma siciliana, ma il mio occhio d’aquila non ha captato nulla del genere, per cui posso testimoniare che almeno lo Scarabeo era un Aprilia originale. Insomma questo ragnetto ci accompagna agli appartamenti , ci spiega a chi appartengono, quali sono i comportamenti da tenere in un posto del genere (eravamo in mezzo ad un uliveto, e sembrava ci stesse dando le chiavi di un condominio ai Parioli) ci sgraffigna i soldi e poi, siccome siamo stati bravi, ci riempie di biglietti da visita dei negozi più disparati: dal negozio di lancette di orologi fermi a quello di ali di mosche del Sud della Francia, e in mezzo a questo tesoro nascosto scopriamo il biglietto da visita di un ristorante subito eletto come meta serale, perché andando lì avremmo goduto del 20% di sconto e noi, che siamo parsimoniosi, decidiamo di non farcelo sfuggire.

Giunta la sera, arriviamo in questo ristorante affamati come i lupi della Val Chisone e già all’ingresso i maschietti si fanno riconoscere alla sola vista del buffet, degno di un ricevimento a Buckingham Palace. Come vuole l’atteggiamento maschile in questi casi, iniziano a spararla su chi mangerà 3 kg di insalata di mare e chi si ingolferà di sarde al beccafico, fino a sfidarsi sulla gara di cozze scoppiate. L’arrivo del cameriere segna l’apertura delle ostilità alla sola lettura del menu fisso, che comprendeva (giusto per darvi un’idea) busiati alla non so come –i busiati sono dei fusilli chilometrici-, spaghetti alla non so come, grigliata di pesce, frittura di pesce, contorno di insalata, dolcefruttacaffèammazzacaffè. Oltre, ovviamente, a quella miseria di antipasto a buffet. La cena si è svolta in questo modo: i quattro esperti di cucina si sono azzuffati sul buffet ed alcuni di loro sono tornati al tavolo con due piatti colmi di cibo, senza considerare che al confronto il diavoletto della Tazmania sarebbe stato meno vorace; abbiamo dovuto far vedere che nella nostra città distribuiscono il cibo una volta a settimana. Per non parlare poi delle scene da cavalletta che mettevano in atto verso il mio piatto quando e se lasciavo qualcosa che non era di mio gradimento, lasciandosi andare a poco edificanti rimproveri a bocca piena. Ma tralasciamo queste piccolezze e lasciamoli mangiare e soprattutto bere in pace perché, con la scusa che l’acqua era troppo frizzante (praticamente avevamo delle mongolfiere nel bicchiere al posto delle bolle) andavano avanti a vino manifestando vanagloriosi la loro dedizione a Bacco. Con gran fatica delle loro straziate pareti addominali hanno avuto il coraggio di mangiare quasi tutto (le pirofile che hanno portato bastavano per otto persone a portata) alla modica cifra di 19 euro a persona. Da non crederci! E tralasciamo anche il fatto che per smaltire tutto quello che hanno mangiato abbiamo camminato persino tra le bancarelle pur di non fermarsi, consci del fatto che una volta fermi non avrebbero più avuto il coraggio di muoversi. La notte è trascorsa dolce e silenziosa, neanche avessimo avuto i letti cosparsi di zucchero.

2° GIORNO.
Decidiamo che il secondo giorno lo avremmo dedicato alla Riserva dello Zingaro: la partenza non è stata di certo mattiniera visti i disagi arrecati da chi non dorme mai abbastanza. Ora, non è per semplice spirito di lamentela, ma già il caldo rallentava ogni incerto movimento, se in aggiunta si calcola la ‘sindrome del bradipo’ che si impossessa puntualmente di Vice, non potevamo certo pensare di recarci in spiaggia ad un’ora che non fosse quella del sole all’Equatore! E infatti ci troviamo alla cassa alla simpatica ora delle 12:00, paghiamo l’ingresso e scegliamo di raggiungere la caletta che si trova (DICHENO!) ad un’ora di cammino. Già, senza considerare che abbiamo portato il sole in spalla per tutta la spensieratissima camminata, e senza considerare che bevevamo l’acqua con il contagocce per svariati motivi (1° motivo: il walkertexasranger di Palermo si preoccupa perché sei bottiglie d’acqua da un litro e mezzo per cinque persone ci avrebbe assicurato la disidratazione totale; 2° motivo: la sera precedente un giamburrasca che qui chiameremo Fabius, il quale si distingue sempre per arguzia e pensiero fino, ha pensato bene, anzi benissimo, di mettere l’acqua in freezer con l’illusione, non a torto, che si sarebbe mantenuta fresca, ma senza considerare che per la prima ora potevi scordarti di apportare liquidi al corpo, il quale, nel frattempo, veniva a sua volta bevuto dal sole).

Tralasciamo questi dettagli all’ingresso e decidiamo di procedere bel belli sotto l’arsura assassina. Passa la famosa ora e alcuni turisti di professione ci dicono che eravamo ancora a metà del cammino, ma le voci si rincorrono, allora ti dicono che manca poco, meno di 20 minuti: insomma, più il sentiero serpeggiava sotto di noi, più le teorie si moltiplicavano per gemmazione. Improvvisamente inizi a renderti conto di quanto potresti conoscere bene il tuo corpo sotto un profilo anatomo-fisiologico: la pressione la senti bassa perché d’improvviso devi fare attenzione a non pestarla, la sudorazione è così abbondante che percepisci un principio di annegamento e la pelle è così rossa e secca che ti senti come un serpente nel momento della muta. Poi, quando le mosche iniziano a ronzarti attorno, temi di odorare di carcassa e che questa possa stuzzicare l’happy hour degli avvoltoi e dare avvio ad un aperitivo ‘before lunch’: ma niente di tutto questo può realmente avvenire, è solo il cervello che va a spasso e perdi il guinzaglio per tenerlo a freno.

Il sentiero prosegue e dopo aver passato le prime calette, non so come, capiamo che la nostra era arrivata.
La scelta è stata quanto mai azzardata per via dell’elevato numero di persone che l’avevano puntata, oltre a noi. Procediamo ed impavidamente troviamo anche posto per l’ombrellone… chiuso! Audaci e testardi sfidiamo le leggi darwiniane della sopravvivenza del più forte e veniamo premiati: i primi, cioè quelli arrivati all’alba, ci lasciano inavvertitamente e malvolentieri il posto (d’altronde, o porti l’acqua per tutto il giorno o decidi di vivere, e questi pigroni hanno optato per la seconda scelta). L’ombrellone ci fa sapere di trovarsi bene e di stare comodo ma che vorrebbe sgranchirsi un po’, e lo accontentiamo subito. Occupando quel cerchietto d’ombra ci sembrava di aver conquistato il suolo lunare. Il problema era trovare il posto per le persone: alcuni di noi, incoscienti (ma agli occhi degli altri siamo sembrati coraggiosi!) si sono messi a ridosso delle rocce, dove c’erano ombra, posto a sedere a volontà e anche il motivo di cotanto agio. Infatti, girandoci di spalle non vedevamo più il cielo ma solo la roccia e, per chi soffre di claustrofobia, non era il massimo del relax, e infatti ho scelto, con la complicità della protezione 50, di mettermi in acqua e sguazzare sul materassino. Altri invece hanno trovato posto appollaiati su un masso sotto l’ombrellone, e se non hai fatto almeno il corso avanzato di yoga scordati di stare comodo. L’unica difficoltà era sopportare le superfici puntute e i sassi che si incastonavano nelle ossa come i brillanti sulla croce Damiani ma, una volta smussati gli angoli e persa la sensibilità osteo-articolare, potevi anche raggiungere il Nirvana.

Decidiamo di andare tutti a fare la nuotata di tre ore per scoprire fondali ed eventuali altre calette su cui stare sdraiati in pace: superiamo la passerella di sassi che ci dividono dal mare e la camminata si rivela essere lo spettacolo più divertente della giornata perché, viste le dimensioni dei sassi, la loro durezza e considerata la nostra mancanza di abitudine a camminarci sopra (noi come tutti) assumevamo posture che a definirle goffe si rischiava di renderle normali. In alcuni tratti facevamo come le top model che cadono dai tacchi, in altri se sotto i piedi avessimo avuto delle uova di gallina la situazione era più verosimile; in altri ancora mancava qualcuno davanti che diceva “Un, due, tre. Stella!”
Per gran parte della giornata siamo andati avanti nella goliardia più sfrenata a stilare classifiche per lo stile di camminata più cool della collezione primavera/estate 2005 dei nuovi arrivati o di quelli ai quali qualche buontempone (per fortuna non di mia conoscenza) aveva tolto le ciabatte dalla spiaggia all’uscita del bagno al mare. Il pomeriggio scorre tranquillo e nel momento in cui decidiamo di tornare assistiamo ad un altro show, di natura diversa, ma che aveva dell’incredibile. Si avvicina la Guardia Costiera sulla cui barca c’era una ragazza in costume che indica in una direzione vicina alla nostra, si tuffa e quando esce viene abbracciata calorosamente da amici o parenti; poi la Guardia Costiera va via e dopo pochi secondi di passaparola (come si dice: la caletta è piccola e la gente mormora) veniamo a sapere che non si tratta della prima serata dell’Isola dei Famosi ma che la sirenetta si era allontanata per nuotare e nota, nota, nota si è persa, quindi è stata raccolta dalla Guardia Costiera ed aiutata a ritrovare la spiaggia di partenza. Ora le domande: quello era un tentativo di fuga andato a monte oppure il sistema vestibolare della giovinastra funziona come l’orologio della cucina di mia nonna?

Il cammino a ritroso, come sempre accade, è sembrato più breve rispetto a quello d’andata e c’erano molte condizioni che lo hanno reso anche piacevole: il sole era appisolato dietro il monte, la temperatura era scesa di poco, ma aveva reso l’aria respirabile, e il peso da portare era nettamente inferiore anche se, quando walkertexasranger ci ha visti tornare con ancora due bottiglie da un litro e mezzo, si è inginocchiato come fossimo state cinque riproduzioni tascabili della Madonna di Tindari.
Saliamo in macchina con un girovita ridotto di 5 cm e l’interno coscia modellato come quello di Lorella Cuccarini e, vanitosi e fieri della nostra nuova silhouette ci accontentiamo di una merenda (alle 19:30) misera misera a base di sarde al beccafico, arancini, cassatine e cannoli. Il fegato e le coronarie hanno dovuto presiedere ad una riunione urgente ma quando il cervello ha ricordato che a pranzo avevamo mangiato la miniatura di un panino e la frutta, si sono messi tutti al lavoro senza chiedere nemmeno aumenti di stipendio. Torniamo a casa e ci rilassiamo, o meglio, i primi tre si sono rilassati, gli ultimi due si sono tonificati perché ‘acqua calda’ è un binomio ancora poco conosciuto in Sicilia. Il problema è stato minimo visto che, non appena l’acqua fredda è piovuta sul corpo, c’è stata una reazione chimica degna del laboratorio di Lavoisier: si è sprigionata una nube di vapore e in lontananza si vedeva il Duomo. Dopo aver riportato la temperatura corporea a livelli accettabili ci riprende la ‘psicosi da banchetto’ e andiamo di nuovo a cena fuori. Località: Balata di Baida. Andiamo in avanscoperta su quei monti scuri e silenziosi e ci imbattiamo in un’ottimo ristorante /pizzeria dal nome originale: Baida per l’appunto. Qui mi permetto di ringraziare Vice per il consiglione di affogare la panelle nel limone perché, ipse dixit, “guadagnavano in gusto”. A me è sembrato che l’unico che ci ha guadagnato sia stato lui perché, a seguito dell’esperimento indegno, nessuno ha più toccato le panelle tranne lui che ne mangiava a quattro mani (stile Dea Kalì). Di ritorno dalla pizzeria lasciamo i tre ragazzi della boyband ad una festa di Ferragosto sulla spiaggia, in un clima che ricordava tanto la festa dei lemuri in ‘Madagascar’.

3° GIORNO.
Andiamo a dormire ed in un batter di ciglio è già mattina, ma non per Vice. No, per lui era ancora notte fonda. Lo lasciamo contare le pecore oniriche e intanto facciamo una colazione light a base di succo di frutta, fette biscottate, marmellata e Nutella: il tutto lo abbiamo fatto nascosti per benino da occhi indiscreti per paura di un’istantanea espulsione dall’isola da parte di chi si sveglia con calzoni fritti e cornetti alla ricotta. Verso le 11:00 ci degna il pascià e comodo comodo si fa la sua barba, sistema con cura i capelli, fa colazione, si impupa e si imbelletta e alle 12:00, con il sole che ci scotta le ginocchia, siamo pronti per aggredire la giornata. Il caldo aveva già messo in moto la macchina, l’aria condizionata aveva individuato la causa di tutte quelle partenze fantasy, ma siccome la mia macchina è una signora, decide che è meglio non dare troppa corda a dei simili mascalzoni. Giriamo e rigiriamo incerti su dove andare e alla fine scegliamo la tonnara di Scopello.

La spiaggia non c’era ma soltanto cemento (d’altronde era una tonnara, mica la spiaggia vip di Porto Cervo) e l’unico angoletto che concedeva ancora qualche posto si trovava al di là di una ringhiera, che si poteva attraversare non senza difficoltà. Con il nostro spirito da orsetto lavatore, mangiamo la foglia e ci catapultiamo oltre l’ostacolo, ma il posto non era per nulla accogliente né tantomeno abbondante. Ingannati dall’ allucinazione e dagli svarioni che davano i loro primi segni di comparsa, ci appoggiamo mesti e dimessi sugli scalini a ridosso di un cancello. Per una serie di coincidenze fortunate quel cancello era di un appartamento e, procedendo sempre per coincidenze, quell’appartamento era abitato e, fortuna fortunella, quella simpatica masnada di inquilini decide che è ora del bagnetto e, per loro quieto vivere, aderiamo al nomadismo coatto. Ci attacchiamo come poster contro il muro nella vana speranza di trovare un po’ di fresco ma alla fine optiamo per un sit-in sotto l’ombra, visto che per l’ombrellone c’è sempre posto; ma il cemento si rivela essere arroventato tanto da temere la formazione delle piaghe da ustione persino sui lobi delle orecchie. A momenti scoppiava l’ombra!! Decidiamo di andare in acqua e ci imbattiamo in un mare dalle mille sfumature turchesi che ci lascia senza fiato e ci convince a rimanere con una piacevolissima sensazione di refrigerio.

Nuotiamo fino ai faraglioni, io sul materassino nell’illusione che se avessi trovato un posto tranquillo mi lasciavo liquefare dal sole. Brava! E secondo te sei così fortunata che ti va tutto per il verso giusto? Dopo un po’ che palettavo con le mie possenti braccione avverto una strana agitazione del mare; mi guardo intorno ed ero nel mezzo di una corrente , non troppo forte, ma che mi allontanava dalla costa ed era difficile poi tornare indietro. Gli altri, folgorati dalla febbre di ‘giochi senza frontiere’ hanno continuato a nuotare fino alle colonne d’Ercole; io non potevo permettermi tutta quella avanscoperta e decisi di invertire la rotta. Dopo qualche minuto che nuotavo sentivo le branchie crescermi addosso; alzo la testa per controllare i punti di riferimento e non avevo fatto un nodo dal punto di inversione. Dovevo mettere in atto quelle poche forze che il sole mi aveva gentilmente lasciato e, con impegno e concentrazione, inizio d’improvviso ad avvicinarmi alla baia. Poi però mi accorgo che il materassino seguiva un ritmo di nuotata diverso da quello dato dalle mie bracciate: per fortuna è giunto in mio soccorso il sirenetto Moreno! Usciamo dall’acqua e prendiamo nuovi posti: le nostre resistenze al caldo andavano ben oltre le più rosee previsioni. Il resto del pomeriggio è corso via tranquillo, permettendoci di assaporare il gusto di quell’estate che avremmo voluto non finisse mai. Torniamo a casa lasciando una piccola parte di cuore anche alla tonnara, ma aspettiamo a fare le docce (non certo nell’attesa che arrivasse l’acqua calda). Prima mangiamo il mellone altrimenti non c’è gusto a mangiarlo tutti puliti. Sì, la parola è proprio mellone e non è una storpiatura del melone, ma tutto un altro frutto. Comunemente detto anguria o cocomero, chiedo al fruttivendolo perché si chiama ‘mellone’. Quando mi son sentita rispondere “E perché! Perché a vederlo che altro nome gli vuoi dare?” ho smesso di fare domande. Da quel giorno in poi conosciamo solo il mellone. Dunque facciamo un aperitivo a base di mellone, poi doccia e cena.

A farla da padrone è la solita ‘sindrome della padella’ ma non andiamo a cena fuori, sebbene i locali siano tutti molto economici. Rinunciamo alla pasta al ‘nivuro di siccia’, allo sciauro del mare di quei piatti favolosi e ci banalizziamo con le pizze. Appena entriamo in pizzeria non rimaniamo indifferenti alle PIZZE GIGANTI, anche se (DICHENO!) che in genere con una pizza ci mangiano quattro persone. Ma questo popolo solare e pacioso vuol farci credere davvero che con una pizza gigante ci mangiano in quattro quando fanno colazione al bar con calzoni fritti e cornetti con la ricotta, per non parlare del panino col gelato?! Animati dallo spirito del pizzettaro d.o.c. portiamo via quattro pizze giganti (con grande perplessità dei pizzaioli), tra le quali la più leggera risultava essere quella con le melanzane (fritte). Sono bastati pochi istanti per vederne da vicino gli effetti collaterali, tra cui, immancabile, una gara ormai nota (alla quale ci tengo a precisare che non ho partecipato- per non farli sfigurare, non per altro!) e dal prossimo anno disciplina olimpica sponsorizzata da una famosa azienda leader nella produzione di bibite gassate. Fagocitato anche l’ultimo trancio ci arrendiamo e rimaniamo in silenzio fino alla mattina successiva per il timore che se avessimo aperto la bocca saremmo esplosi. Il dopocena è trascorso all’insegna della meditazione, alla quale ha fatto seguito un’abbondante dormita.

4° GIORNO.
E qui iniziano i dolori. Premetto che la sola rievocazione di questo martedì da leoni mi ha fatto venire la febbre e arricciare le dita dei piedi, tanto forte è ancora lo strano sentimento di inferiorità verso la natura che ho dovuto provare. Ma andiamo con ordine: partenza slow, come da copione. Carichi come i muli di Linosa insistiamo ancora un altro giorno alla Riserva dello Zingaro ma stavolta, memori della precedente insolazione, decidiamo di fermarci alla seconda caletta che si trovava a 20 miseri minuti di cammino dall’ingresso, ma walkertexasranger ci aveva presi in simpatia ed eletti i suoi miti personali. Camminiamo ed arriviamo in quel posto impervio fatto solo di scogli, perché la lingua di sabbia era già ampiamente occupata, affittata e subaffittata, e non c’era spazio nemmeno per un torsolo di mela cotogna.

Ma quando noi vediamo i colori di quel mare da sogno rimaniamo ipnotizzati come un cerbiatto davanti ai fari della macchina e non capiamo più nulla, grazie anche allo spirito di adattamento che non ci lascia mai. Lasciamo tutte le nostre cose sugli scogli e, dopo che gli ominidi saziano le spinte ormonali con occhiate fugaci e modeste per le strafiche vaganti, ci armiamo di occhialini e ci tuffiamo. Dopo circa due ore decidiamo di uscire, agevolati dal fatto che gli scogli erano a filo d’acqua e facilitavano sia l’entrata sia l’uscita; gli altri sono fuori in un batter d’occhio mentre io resto spiaggiata coma la balena del Tamigi. Provo e riprovo infinite volte ma non riesco ad uscire. D’improvviso si accende la lampadina! Il mio senso materno provvede a rassicurare il pubblico che si era formato ed esclamo ‘Non vi preoccupate per me, arrivo fino in spiaggia e mi arrampico sugli scogli. E’ più facile!’
Con il mio stile da palmipede mi appropinquo e grazie alle bellissime infradito a fiori mi preparo alla scalata. Attendo qualche minuto perché sopra di me c’era una famiglia piemontese che finiva l’arrampicata con notevoli e vistose difficoltà ed inizio a preoccuparmi, ma il pensiero che quella era l’unica via e dovevo farcela per forza mi faccio coraggio perché era il mio turno. Il mio stile goffo, a metà tra un geco e Manolo, suscita le preoccupazioni e i timori del capofamiglia il quale, coraggioso ed impavido, delega il compito di darmi una mano alla figlia quindicenne che sarà pesata pressappoco come Mizzeca, la guida griffata. Le dico di non preoccuparsi perché se mi fossi aggrappata l’avrei trascinata giù insieme a me, e cosa fa il capofamiglia?

Imbraccia l’ombrellone e si mette sul sentiero di ritorno, lasciandomi nelle esili mani della povera figlia sventurata che aveva preso a cuore il mio disagio nel restare aggrappata agli scogli con le unghie e le dita dei piedi chiuse a pinza. Ma non finisce qui perché la restante famiglia, composta dalla figlia ormai famosa, dalla sorella ancora più esile e dalla madre altrettanto filiforme, si mette a fare il tifo per me e a sperare che non venga trascinata dalla forza di gravità. A quel punto, rossa di vergogna ed incredula per l’indifferenza di quell’esempio di altruismo maschile mi affido all’ultimo colpo di reni rimastomi ed esco da quella trappola rocciosa, trovando il musetto di Moreno preoccupato perché non mi vedeva più e non sapeva dove cercarmi. Dimostrazione del fatto che gli speleologi non si perdono mai le fidanzate!

Arrivo sul mio asciugamano e, dopo aver regalato momenti di spasso, euforia e folklore con l’esilarante racconto della mia avvincente avventura, mi lascio coccolare dal sole e dal vento caldo. La sera ceniamo in una nuova trattoria e deliziamo il palato che, arrendevole ai gustosi sapori mediterranei, si lascia andare ad esaltanti piatti ancora oggi impossibili da dimenticare. Passeggiamo per Castellamare, stranamente popolata fino all’inverosimile, probabilmente per una festa di qualche santo, ma i nostri occhi a pamprinedda ci consigliamo di lasciar perdere la movida sicula e abbandonarci ad attività più produttive come ad esempio un bel gelatone di 20 kg o un panino con il gelato o una coloratissima cassatina.

5° GIORNO.
Il quinto giorno lo abbiamo dedicato a San Vito Lo Capo: la spiaggia era di sabbia, il mare cristallino come sempre.
I maschietti hanno apprezzato e ammirato il paesaggio, il clima mite e le rotondità del posto, manifestando il loro gradimento con grugniti cavernicoli di approvazione. I fidanzati delle ‘rotondità’ in questione volevano manifestare a loro volta il forte desiderio di annientamento verso alcuni dei quattro briosi galletti del pollaio, ma grazie ad un allineamento di pianeti e con un miracolo di Santa Rosalia siamo riusciti ad evitare inutili, spiacevoli (e a loro avviso anche inspiegabili) spargimenti di sangue.

A parte i mancati incontri di wrestling la giornata è scivolata via tra chiacchierate interminabili, pranzi luculliani a base di pizza e arancini geneticamente modificati -viste le dimensioni abnormi- e letture di alto calibro (Camilleri). Torniamo a casa, doccia rilassante/tonificante, e usciamo a cena di nuovo al ristorante/pizzeria a Balata di Baida; solo che stavolta per raggiungere il posto abbiamo impiegato un tempo inverosimilmente lungo e la causa è presto detta. Se i napoletani hanno il senso della distanza vagamente sfalsato, i siciliani ce lo hanno con il fuso orario di Mosca. Durante uno dei viaggi al mare notiamo un cartello che indica 4 km per la pizzeria Baida. Quella sera decidiamo di seguire l’indicazione perché la volta precedente avevamo fatto molto di più di 4 km.

Riponendo tutta la nostra fiducia in quel cartello partiamo pure in ritardo, “tanto abbiamo poco più di 4 km di viaggio” (abbiamo stupidamente pensato). Dopo 4 km eravamo ancora sulla stessa strada ai piedi del monte, mentre la pizzeria si trovava in cima al monte dalla parte opposta a quella su cui eravamo avviati. La strada si fa sempre più tortuosa, il sentiero diventa sterrato e le luci le vedevamo così lontane che ci sembrava di aver preso la strada per Marte. Dopo un’ora e una telefonata in pizzeria per annunciare il ritardo, troviamo finalmente la strada maestra e, come se non avessimo avuto fame, ci servono in tutta comodità dopo circa un’ora dall’aver preso l’ordinazione ma, forse l’attesa e forse il clima frizzante che si percepiva, credo di non aver mai mangiato un pesce spada alla griglia più buono di quello!! Apprezziamo la cena e John Cena, The Undertaker, Hulk Hogan e Ray Mysterio vogliono chiudere la cena in bellezza sbafandosi un numero imprecisato di cassatelle (che sono piccoli calzoni fritti ripieni di ricotta e cosparsi di zucchero a velo). Finita la cena ci deliziamo con uno degli ormai famosi tornei delle nostre vacanze, divenuto un punto fermo e senza il quale la nostra quota di divertimento scende drasticamente. L’unico e il solo che permette al vincitore di conquistare il titolo e di arrogarsi il diritto di sfottere gli altri ai quali ha soffiato il gradino più alto del podio: il MINIGOLF.

Quello che agli occhi di tutti potrebbe sembrare solo un simpatico passatempo, per noi è diventata una sfida sempre più agguerrita: un tutti contro tutti che talvolta assume dei risvolti drammatici. Ci armiamo di mazze e palline e scendiamo in campo per il match dell’estate: iniziano i primi tiri di riscaldamento tra gli sfottò di chi attende il proprio turno. Ci scaldiamo i polsi, ci sparaflashamo con delle foto sceme e pian piano sale la tensione. Le buche aumentano di difficoltà, fino ad arrivare alla buca n.5: i primi fanno il loro tiro, poi tocca a Vice. Sistema la pallina, soppesa il tiro, dice un paio di scaramantici ‘spa-ghe-tti’ e tira una cannonata così forte che spedisce la pallina in orbita lasciando un buco nella siepe delle dimensioni di una noce di cocco. Si stima che la pallina sia ancora in viaggio; addirittura alcuni giurano di averla vista coprire il sole e la luna in un giorno di eclissi. Riprendiamo la gara e sebbene tutti mostrino un’aria di superiorità cercando di non dar peso alla competitività, i primi segni di squilibrio non tardano a presentarsi. Nel favoloso contorno floreale/sanremese che adornava la pista, a causa di un tiro sbagliato, l’apparente quiete di Fabius sprigiona l’ira funesta e lui scaglia la sua mazza contro un coloratissimo cespuglio di margherite giganti. In questo modo abbiamo avuto conferma del fatto che una buona dose di calore in aggiunta ad un grado minimo di frustrazione si rivela essere un cocktail mortale soprattutto durante un’apparentemente ingenua partita di minigolf. Per fortuna eravamo quasi alla fine: il campo sembrava essere stato attraversato dall’uragano Katrina. Gli ultimi tiri, and the winner is: Moreno (gli ho appena chiesto conferma dicendogli “Hai vinto te questa estate al minigolf?”. Mi risponde “Certo, come tutti gli anni!”). alla faccia della modestia!

6° GIORNO.
Chiaramente il giorno seguente ci siamo trascinati il vanaglorioso vincitore per le rovine di Segesta,

rendendo ulteriormente difficile da gestire una giornata passata sulle strade infuocate e roventi, e poi per i vicoli di Erice,
fino alle saline di Trapani.
E tutto questo senza mai prendere fiato e sbandierando il tabellino con i parziali sotto gli occhi di mezza Sicilia.

7° GIORNO.
Per fortuna l’ultimo giorno a Favignana lo abbiamo trascorso in pace e senza il ronzio della zanzara- Moreno.

L’isola era fantastica anche se i trasporti alle spiagge non sono stati privi di difficoltà: infatti noi siamo arrivati a Favignana alle 12.30 circa e in tutta l’isola non erano rimaste auto, scooter o bici da affittare e il servizio pullman era sospeso fino alle 14.00. Di conseguenza abbiamo dovuto aspettare fino a quell’ora per poter raggiungere la spiaggia di Cala Rossa:
lo spettacolo era di quelli da togliere il fiato. Gli occhi vedono dei colori difficili da credere reali e ne fanno un’istantanea che si imprime nella testa e sovrasta tutti i pensieri senza lasciarti altro a cui rivolgere attenzione. A distanza di otto mesi, quando vedo le foto, non riesco a convincermi di essere stata lì per davvero ma sono sicura che questo effetto lo faccia un po’ a chiunque.
Anche a Favignana gli adoni dello scoglio mostrano interesse per il clima mite, il paesaggio e le rotondità del posto, ma in misura nettamente inferiore perché le vie di fuga, in previsione di un ipotetico ‘attacco del consorte’, erano poche e difficili da praticare. Parlare di Favignana ha notevoli effetti collaterali: broncospasmi, aritmie cardiache, iperventilazione e desideri autopunitivi per essere andata via da lì, e per evitare la crisi di coscienza ne parlerò poco. Il centro della città è meraviglioso, popolatissimo e colorato. Lasciarla è stato difficile, ma ancora più difficile sarà tornarci perché acquisti la certezza che non tornerai più indietro. Con Favignana termina il nostro tour siciliano anche se personalmente la mia vacanza non è ancora conclusa: ho trascorso questi otto mesi ad immaginare come sarebbero stati se li avessi vissuti lì.
L’ottavo giorno è stato di viaggio e ancora dobbiamo superare lo stress da separazione, quindi è meglio rimuovere ogni pensiero inerente il ritorno.
La settimana è trascorsa troppo velocemente, il desiderio di tornare è rimasto radicato in noi e i Negramaro ci hanno regalato una colonna sonora indimenticabile perché mentre tutto scorre abbiamo vissuto tre minuti d’estate tra nuvole e lenzuola.
P.S. Le ‘bambole gonfiabili’ a cui si fa riferimento nel titolo sono dovute ad un desiderio di presenza femminile di qualunque genere, nel timore che trascorrere otto giorni in vacanza con quattro mascoli poteva essere devastante dal punto di vista neurovegetativo, ma non ho avuto alcun bisogno di presenze femminine. Tutto sommato si può sopravvivere senza parlare di trucchi, smalti e costumi… i maschi ne parlano più delle femmine!

Colli Marzia