Il nostro Viaggio

Racconto di viaggio in Italia

di Fogli Rossella

Alle prime luci dell’alba il melenso ed acuto nautofono decreta l’inizio dell’autunno a Porto Garibaldi, località dell’alta riviera adriatica dove sono nata e vivo tuttora con mio marito.
Il brusco risveglio mi spiazza, caccio la testa sotto il guanciale, ma dopo alcuni minuti l’aria
mi viene a mancare.

Un fine settimana rovinato, come vorrei essere da tutt’altra parte!- ansimo sull’orlo dell’asfissia.
Per non soffocare, sollevo di poco l’orlo di quel morbido rifugio e vedo Stefan esibirsi in una performance da far sicuramente stizzire d’invidia il contorsionista del circo di Mosca il poveretto si cinge con le braccia la testa, in modo da proteggersi le orecchie dal frastuono emesso dal faro. Con voce cavernosa snodandosi e stirandosi le membra quasi anchilosate, borbotta:
-Sai Ross, potremmo andare…andare alla ricerca del sole.
– Perché no!- Esulto scagliando il cuscino fino al soffitto.
Ignari della destinazione e solo per un breve weekend, risvegliamo dal letargo: trolley, borsa da viaggio e beauty case. Escono come matrioske l’uno da dentro l’altro, sgualciti e forse un poco storditi ma felici. Lo capisco da come il trolley esibisce gli innumerevoli denti metallici della zip. Naturalmente non possono mancare: la fotocamera digitale per lui, mentre per lei, cioè io, la mitica macchina fotografica manuale. In men che non si dica ci troviamo in auto, Stefan s’immette sulla statale Romea direzione Ravenna, all’altezza del ponte che separa il mio paese dalla nota località balneare: Lido degli Estensi, di solito si ha una bella vista sul porto canale. Purtroppo la nebbia avvolge ogni cosa ed è talmente fitta che si può affettare e farcire con delle maledizioni fatte a dovere. La Romea privilegia il traffico pesante ma rimane in ogni caso regno assoluto di flora e fauna ed è così che di là dal parabrezza, chilometro dopo chilometro, scorre un affascinante paesaggio che appare ancor più incantevole in questo brumoso mattino.

Sulla carreggiata un fagiano ostenta l’appariscente piumaggio, le gazze sorvolano gli alti colli delle garzette e sfumano nel fitto canneto della valle dove svassi e folaghe nuotano tranquilli. Stamani c’è anche un falco di palude, sta appollaiato su ad uno degli innumerevoli cartelli del divieto di caccia dell’Oasi di Punta Alberete. Qui si trova il bosco idrofilo di flessibili salici e tenaci frassini che emergono acquerellando eterei colori. Le notizie meteo date alle radio ci assicurano che sarà quasi sereno su tutta Italia, questo ci mette di buon umore e proseguiamo il nostro viaggio alla ricerca del sole. Giunti a Ravenna, città natale di mio marito ma ben più nota per i mosaici e la piadina, imbocchiamo la E 45 una delle tante strade che portano a Roma. Stefan mi fa notare che qui si trova la Valle del Savio ma purtroppo la nebbia non ci permette di godere del panorama, quindi proseguiamo.
All’improvviso la massa di vapore acqueo che fino allora ci avvolgeva va diradando fino a divenire un’innocua e triste foschia, Stefan infierisce caricando sul compact un cd tanto ma tanto triste di Ludovico Einaudi. Leggermente contrariata da questa scelta musicale inserisco il rullino nella macchina fotografica, poi spolvero e rispolvero l’obiettivo il tutto per ammazzare il tempo, giacché non posso ammazzare il marito, quindicianni fa ho promesso di amarlo e rispettarlo!
Il ticchettio quasi impercettibile della freccia va ad inserirsi con estrema delicatezza nel malinconico contesto catturando la mia attenzione. Alzo lo sguardo e sospendo l’operazione avanzamento rullino per martirizzare il marito con frecciatine mirate.
– Come mai svolti? Ti sei perso? Non sai dove siamo? Perché non cambi musica?
– Ross piantala! Dobbiamo tener fede al patto, non c’è più nebbia quindi usciamo dall’E45.
– Ma dove andiamo?
– facciamo sosta ad Anghiari. – Mi risponde il martire puntando gli occhi al cielo proprio come San Sebastiano. Dispiego la cartina stradale, con l’indice scivolo lentamente su linee rette, tortuose e fitte come le varici sulle gambe di una vecchia zia. Contemporaneamente sfoglio la guida turistica alla ricerca della località in questione.
– Anghiari, dunque, mmm… si trova al confine con le Marche e la Romagna, qui assicura che è uno tra i borghi medioevali più belli d’Italia. Bene! Magari esce il sole e riusciamo a scattare qualche foto.- Maldestramente ripiego la cartina, ma è una lotta impari. Sono avviluppata dalla regione Toscana, ora più che mai mi è chiara l’utilità del navigatore satellitare.
– Hei Ross, sembri uno scout snob che sta in una tenda canadese firmata Alviero Martini. –
Dice l’ironico marito sorridendo e cambiando cd.
Ora è la tromba d’Enrico Rava con “certi angoli segreti” la colonna sonora del nostro viaggio.
Crea la giusta atmosfera mentre percorriamo affiancati da un tiepido e timido raggio di sole, un’inquietante strada lunga 6 km; terribilmente scoscesa e rettilinea va a collegare Sansepolcro ad Anghiari. Non voglio annoiarvi raccontandovi: quanto sono belli i vicoli di questo luogo, di quale delizioso panorama sulla Valtiberina si goda dalle mura, di quanti artisti ed artigiani siano qui concentrati e di quanto sia eccessivamente a misura di turista questo luogo. Forse non è questa la foto d’Anghiari che vi aspettate ma l’ha scattata Stefan e lui preferisce le bestiole ai bastioni.

Non ci posso credere, ha fotografato anche il bastione!

Riprendiamo il viaggio ed è il destino, emm …o quasi, a decidere la prossima tappa.
Un impellente bisogno m’attanaglia l’addome e so chi n’è la causa.
– Non avresti dovuto Stefan, non avresti dovuto.
– Che cosa vuoi dire?
– Non dovevi farmi ascoltare Einaudi, sai che fisicamente non lo sopporto!
– Ma che dici, sei tutta suonata! Allora, voi fermarti tra: gli oliveti, i vigneti o preferisci i cipressi?-
Mi domanda sarcastico il candidato e potenziale ex marito.
– No grazie, vedrò di resistere fino al prossimo paese.-
Rispondo imbestialita, digrignando i denti e successivamente spalancando le fauci come una iena.

Oltre le colline, riecco spuntare quell’introverso raggio di sole. Accarezza un vecchio castello ebbro di vigneti che degradano dolcemente verso l’Arno, sulla quale sponda datate ma dignitose case a schiera sgomitano con vetusti mulini. Siamo nel Casentino esattamente a… un attimo (scanerizzo la foto) voilà: Subbiano.
Nel borgo, attrae la mia attenzione un’originale insegna d’osteria con alloggio. Afferro l’avambraccio di Stefan teso sul volante ed imploro: – Ti prego! Fermiamoci qui, guarda quell’insegna, ho come la sensazione che…-
Stefan frena immediatamente e ironizza: – Ah, ah, da quando in qua si chiama sensazione – osserva l’insegna
-Buffo il nome di sto’ albergo, ci azzecca! fermiamoci pure qua… qua – mi dice forgiando della facile ironia.
– Hm che vorresti dire? – Chiedo, controllando che la mia coda di paglia o meglio di piume sia ben nascosta.
La locanda è una piacevole sorpresa. Tutto riporta agli anni ’50, l’atmosfera retrò aleggia in ogni anfratto, vedrete come sarà piacevole soggiornarvi, del resto vi ho fornito indizi sufficienti per riconoscerla.
Passeggiando per le vie di Subbiano svicoliamo faticosamente la colata di cemento che avanza risparmiando per fortuna il Borgo Maestro. Improvvisamente Stefan si ferma e volge lo sguardo a destra e poi a sinistra -Ross, hai visto quante macellerie. Saranno tre, quattro o forse cinque, in un paese così piccolo non ti sembrano troppe?
-Ma !- esclamo dubbiosa ed a voce alta, proprio sulla soglia di una di queste botteghe. Il proprietario ha udito il nostro chiacchiericcio, esce allo scoperto e cortesemente c’invita ad entrare. Ci presenta la nana che non è una donna piccola ma un’anatra avvolta in una morbida stola di porchetta, da annoverare tra prodotti enogastronomici del luogo. Il macellaio dal grembiule lindo, sgrana i dolci occhi bovini e corruga la fronte, il tono della sua voce è basso ma convincente
– Anni fa noi macellai eravamo ancor più numerosi, purtroppo da quando ci sono gli ipermercati tutto è cambiato – scuote la testa, si avvicina al banco d’acciaio dove troneggia un costato e
con orgoglio ne descrive le qualità.
– Da noi le vitelle sono lasciate allo stato brado, nei prati dell’Alpe della Catenaia dalla primavera all’autunno a cibarsi di fieno, castagne e ghiande. Il taglio della carne comprende il filetto e bla, bla, bla…-
Il fatto che sia organizzatissimo per la preparazione e la conservazione sottovuoto della carne, ci fa intendere che non siamo i primi turisti che si fermano a Subbiano. Insomma per farla breve acquistiamo delle buonissime bistecche di vitella, qui la fiorentina si chiama così!

Il giorno dopo decidiamo di prendere il Trenino del Casentino.
Alla biglietteria della stazione di Subbiano sta affisso un cartello, ottenuto riciclando un sacchetto del pane, con su scritto “torno subito”. Passano alcuni minuti; arriva una bicicletta dalla quale scende una ragazza trafelata con due sporte della spesa stracolme. Sorride, si affretta ad aprire la biglietteria e gentilmente illustra una vagonata di fermate: – Da qui se andate in su arrivate fino a Bibbiena, sempre che v’interessino i palazzi del cinquecento. Oppure, altra fermata interessante è Poppi, dove c’è il famoso castello dei Conti Guidi Poppi. Invece se volete andare ad Arezzo piuttosto che…-
– Vogliamo andare ad Arezzo – affermiamo corali e convinti.
Da inguaribile romantica m’illudo che il treno in questione sia simile
all’Oriental Express. In realtà
trattasi di carrozze decorate con graffiti, non so perché ma mi ricorda tanto il brucomela del luna park.
Devo ammettere che nel suo
piccolo è assolutamente comodo e geniale. In circa venti minuti arriviamo ad Arezzo.

Nel centro storico aleggia un’atmosfera antica; pare sia in atto un assurdo e bizzarro trasloco ma in realtà si tratta della fiera antiquaria. La forma trapezoidale e scoscesa di Piazza Grande o del Vasari, dove si tiene La Giostra Del Saracino, è celata da un accatastarsi di mobili d’epoca. La giornata stupenda ci permette di mangiare all’aperto, seduti ad un tavolo di quell’osteria d’angolo e riscaldati dal tiepido sole d’ottobre. Osserviamo l’affascinante Piazza, Stefan inclina la testa in modo da mettere a livello la situazione, mentre dal mio punto di vista a livella è esclusivamente una poesia e poi, dopo l’arrosto di maiale agli aromi ed un calice di Chianti tutto ha un equilibrio precario. Afferro la macchina fotografica e tento la messa a fuoco ma dal mirino vedo credenze, armadi e quant’altro seguire con rassegnazione la pendenza del suolo come su ad una barca in balia delle onde.

Assolutamente ebbri e gai, percorriamo, a lunghi passi, strade in salita che raccontano la storia di questa città. Palazzi rinascimentali si alternano alle botteghe d’antiquari da dove fuoriesce un penetrante ed antico odore di muffa; oggetti d’ogni epoca appartenuti a chissà chi, c’inseguono lungo i marciapiedi ed invadono le strade accompagnandoci fino alla cima della Collina Aretina.

Il sole si è nascosto ma il paesaggio rimane d’autore, pennellate armoniche colorano il nostro viaggio che dopo quest’ultimo scatto fotografico, scivolerà inevitabilmente tra i ricordi.
Il Duomo alle nostre spalle osserva austero e severo il cigolare di una vecchia giostra.
Più in là, dal chiosco di bibite giunge una melodia, è di nuovo il pianoforte di Ludovico Enaudi;
Stefan mi stringe a se, ora questa musica romantica ha trovato spazio nel mio cuore e scatena una crisi nostalgica:
– Sai Stefan… mi manca …lui.
– Chi?
– Il vecchio caro nautofono!-