La casa delle cose

Racconto di viaggio in Italia

di Emanuele Fontana

In provincia di Arezzo, non lontano dall’Umbria, ma pur sempre nella terra autarchica e ribelle della Toscana sud orientale, si trova la Casa delle Cose. Un misto fra museo e ludoteca, collezionismo e utile raccolta di oggetti, ancora di più: memoria e oblio.
Beppe Tofani, professore di tecnica artistica e pittorica all’Istituto Statale d’Arte di Anghiari (AR) è il curatore e soprattutto il fruitore della interminabile raccolta di oggetti della civiltà contadina della zona, che qui dimorano da almeno due decenni.

Suddivisi in mestieri e funzioni sono esposti presso una bellissima casa colonica che si affaccia nella più classica della aie (il cortile), chiusa a sua volta da una leggera rete metallica. Di fronte alla casa dalla parte opposta dell’aia, il “capanno”, o meglio una struttura in muratura che, fungendo da magazzino, conserva oltre gli attrezzi moderni (trattore, carrello e aratro) anche i più grandi fra i “pezzi” da lavoro raccolti nelle campagne circostanti, fino all’Umbria, alle Marche e alla vicina Emilia Romagna.
Fra innumerevoli gioghi e altre imbracature per cavalli e buoi, si riconoscono anche, i beccafichi (contenitori in vimini per seccare la frutta in estate), le zappe (alcuni pezzi del peso incredibile di 20 kg erano maneggiati dai contadini che con sforzi disumani scavavano i fossati intorno ai campi), i secchi di vimini e le botticelle per portare l’acqua nei campi (quella che serviva per dissetarsi).

Tutto incredibilmente ammassato in un’area di 20 metri quadrati, invasa anche da paglia, pezzi di legno e cottoli sparsi. Un’estetica entusiasmante a discapito dell’ordine come è inteso oggi ma ordinato rispetto ai canoni di cento e passa anni fa. Vedendo i “triangoli” dove venivano posate le “roncole” (falci tradizionali) e gli attrezzi per uso quotidiano si capisce quanto ingegno animava la vita di semplici ed umili contadini, delle loro donne, dei loro figli. Una vita dove anche i nonni avevano un ruolo: fabbricare, con incredibile tecnica, giochi per i nipoti. Appena entrati nella Casa infatti si possono notare una serie di fucili giocattolo con una meccanica di “sparo” senza eguali. Costruiti in legno di pioppo (per il calcio) e sambuco (la canna), sparano una cartuccia di legno espulsa dall’effetto di un giunco di vimini curvato con maestria alle due estremità della canna. Una volta liberato il “vinco” fa schizzare lontano la cartuccia. Precisione e affidabilità sono incredibilmente elevate.

Dalla grande cucina, dove oltre i fucili giocattolo si trovano fotografie d’epoca, mestoli, coperchi, pentole, la stufa, l’acquaio e quant’altro necessario alla preparazione dei pasti, si passa ad altre stanze, piene di oggetti e sensazioni. Cominciano le classificazioni per mestieri con raccolte di oggetti che naturalmente eccedono il fabbisogno di quell’epoca ma rendono magicamente l’atmosfera.
Il sarto, con il suo corredo di fili, aghi, molle, mollette, forbici ma anche il tombolo e i rocchetti. In alto si riconoscono filatoi e altri strumenti per preparare la lana e la canapa. Non manca una raccolta impressionante di forbici per la tosatura delle pecore: il primo passo.
Il macellaio, il ciabattino, il fabbro, il barbiere. Tutti corredi completissimi e spesso ridondanti di attrezzatura che a volte diventa curiosa e incomprensibile all’uomo d’oggi. Per esempio si possono trovare file di coltelli inusuali per oggi che servivano a tagliare con la dovuta cura le parti commestibili del maiale: anche se il maiale, detto da Beppe, era tutto commestibile e non veniva risparmiato in nulla.

Si vedono, fra gli altri strumenti, tutta una serie di forcine ed enormi aghi inequivocabilmente destinati alla cura del “saccone”. Questo era il materasso fatto a mano, riempito con i “cartocci del granturco”, cioè l’involucro della pannocchia. Il “saccone”, presente nella casa sopra un bellissimo letto in ferro battuto di fine ottocento, veniva “mosso” ogni mattina dalle mani sapienti delle donne che proprio per questa funzione lasciavano due fori, per far passare le braccia, alle estremità laterali.
Interessante la raccolta di strumenti per la lavorazione della cera. Una serie infinita di piccoli oggetti che servivano a modellare, limare, tagliere e intagliare le candele, unico strumento per rendere meno buie le lunghe notti d’inverno. Poi arrivò anche il lume a carburo, ma era cosa da ricchi. Con la cera avanzata i nonni realizzavano poi figure e animaletti in miniatura per il presepe o per i giochi invernali intorno al camino. D’estate si andava scalzi per i campi a lavorare con i grandi, magari utilizzati come coloro che muovono le zolle di terra con piccolissimi aratri di superficie, subito dopo la semina.

Indicati con fili e rocchetti accatastati sul tavolo ci sono i filatoi. Bellissime ruote con raggi orientati verso l’esterno, somiglianti a pale di mulini. Hanno una forma estremamente moderna, montati su pedane di legno che all’occorrenza servivano anche come base per tagliare, cucire o fare altre operazioni senza intaccare il tavolo di cucina.
Si rimane ancora più affascinati alla vista della collezione di molle e fermi per la saldatura degli strumenti musicali. Anche questa occupazione invernale per ricostruire o riparare, per conto di altri, spesso, chitarre, violini, violoncelli e mandolini. Tutta roba povera, di fattura leggera, niente a che vedere con gli strumenti dei musicisti d’orchestra ma sempre e indubitabilmente confortanti nelle sere di inverno o per le feste occasionali o comandate. Di strumenti musicali non ce ne sono che tre o quattro in proporzione è quanto di più prossimo al vero si potesse raggiungere in quanto erano pochi e con pochi strumenti i musicanti del contado. Si distinguevano per il fatto di sfoggiare, in ogni occasione, un fazzoletto rosso annodato al collo, segno del virtuosismo e del coraggio.

L’emozione della Casa delle Cose non si protrae oltre le mura della casa colonica e dell’aia, tutto è fruibile non solo alla vista ma pure al tatto. Lo stesso Beppe, accompagna i visitatori nella prova della lavorazione del vinco (vimini) o nella utilizzazione delle pale per il grano.
Si passa dal forno, dove veniva cotto il pane ogni settimana, e si esce ancora nell’aia da dove si vede la vasta campagna pianeggiante delimitata dalle colline dei “Monti Rognosi”.
Non è un museo appunto e nemmeno un centro per le ricerche antropologiche, è un logo di meditazione ma anche di lavoro, dove il flusso del tempo di ferma per un ora o due, quanto basta a vivere la Casa delle Cose e i suoi infiniti oggetti.
Beppe Tofani aspetta amici e sonoscenti, ma anche visitatori occasionali, presso la Casa delle Cose, basta arrivare ad Anghiari (AR), entrare nel primo bar, chiedere di Tofani o cercare sull’elenco telefonico il suo nome (unico utente con questo cognome) ed è possibile prenotare una visita gratuita e guidata alla Casa delle Cose. Nella visita è compreso anche un bicchiere di vino o di vin santo (una specie di passito di cui è impossibile descrivere le caratteristiche in questo articolo), basta apprezzare le Cose.