Tra Padova e Venezia

Racconto di viaggio in Italia

di Rita Stepina

Viaggiare: cosa vuol dire?
Staccarsi dalla abituale realtà quotidiana, svagarsi e dimenticare i problemi, partire alla ricerca di nuovi stimoli e nuove conoscenze (amici se non fidanzati), confrontarsi con culture diverse per capire poco dopo che sei morbosamente attaccato alla tua, soprattutto ad un buon piatto di pastasciutta che non si trova mai o mai come si deve in quei luoghi anche incantevoli per altri versi.

Comunque sembrano tutti motivi più o meno validi per cominciare a muoversi, muoversi non solo facendo un giro in bicicletta sotto casa o un giretto in macchina fino alla pizzeria più vicina o la solita passeggiata con il cane. Muoversi come sottoporsi ad una forza centrifuga, un inerzia che quando sei lì è difficile fermarsi. Sei già proiettato, lanciato verso qualcosa di magico se non sicuramente nuovo e fantastico (è quello che ci si aspetta si intende) sei già in un viaggio virtuale e non vuoi che rimanga solo tale.

Io come una viaggiatrice cronica preferisco tra tutti i validissimi motivi sopraelencati uno in particolare che mi da’ la forza di lasciare a casa le ciabattine calde e il materasso ortopedico: un’immersione nel passato. Full immersion (più è full – è più mi sento appagata dopo aver fatto sacrifici così duri come non avere la mia vasca da bagno ogni volta che ne sento il bisogno).

Eccoti attento lettore una meta imperdibile, un posto meraviglioso dove il passato ti attende.

C’è un fiume tra Padova e Venezia che da il nome ad un fenomeno di costume di qualche secolo fa. Un fenomeno che oggi ci affascina con i suoi tempi lunghi, ritmi lenti, con la sua cerimoniosità particolare. Diluiti nelle placide acque del Brenta i riflessi di quella vita passata ci stupiscono e ci appassionano. La magnificenza di Venezia vicina ci incanta. Il rituale stesso ci incuriosisce. Come si faceva allora “andar per ville”. Si dice che scivolando con le barche per le languide acque del Brenta ci volevano sei(!) giorni interi per arrivare a Padova.

E allora seguiamo l’avvolgente Brenta e scopriamo come lo si faceva. Anche senza barca. Meglio se in primavera quando c’è ancora quel fresco verde smeraldo nelle chiome e nelle erbe. E salici piangenti tendono le loro braccia verso le acque dello stesso colore.
Come pietre preziose di un diadema – testimonianze delle vecchie glorie – le dimore estive della nobiltà veneziana. Con i lunghi portici delle barchesse (per tenerci le barche una volta arrivati), giardini ombrosi pieni di statue irruvidite dal tempo e pavoni sempre splendidi come allora; su ogni tetto – caminetti caratteristici, sul fiume le darsene che solo a Venezia si può trovare. Vi sentite già la parrucca incipriata in testa ed un mantello al posto di giubbotto di jeans? Benvenuti. La riviera del Brenta ha fatto il suo incantesimo. Se aprite gli sportelli della macchina vi sentite in una carrozza che viaggia per il lungofiume.

C’è poco che stona nel quadro storico che ti si presenta davanti. Dietro ogni curva del fiume ti aspettano dei veri gioielli architettonici – i guardiani taciturni della storia. O, meglio, forse non così solenne. Della semplice vita di ogni giorno di tre secoli fa. Non c’è bisogno nemmeno di chiudere gli occhi per immaginarla. E la cosa più preziosa di questo posto. Qui il passato lo puoi toccare con la mano. Qui passato lo respiri.

Rita Stepina