Portogallo, ce n’è per tutti i gusti

Racconto di viaggio in Portogallo

Si fa presto a dire Portogallo, ma sarà più bella Oporto o Lisbona? Piacerà di più la costa Ovest o quella a Sud? Scogli o dune? Mare, anzi oceano, o sierra? Arido sud o verdeggiante nord? Cultura o natura? Baccalà o gamberoni? Vinho verde o Porto?

Un volo di qualche ora. Venezia dall’alto è straordinaria, l’alba la rende d’oro. Ma quella, non è la Valsugana? E quei monti, quei ghiacciai, quel fiume? Nuvole. Chissà come sarà il tempo? Poi pianure, ancora monti ma senza ghiacciai, città, costa. Ci siamo.
Lisbona ci tenta con belle vedute di case affacciate sul fiume, le mille attrattive, il suo irripetibile fascino. Ma il richiamo della natura è più forte. Puntiamo a Cabo Espichel. Andiamo a sud attraverso il nuovo lunghissimo ponte Vasco de Gama, prodigiosamente sospeso nel punto in cui il Tejo (Tago) è largo 8 km. Via, via superiamo l’inevitabile intrico di strade, di edifici, di traffico, che contornano sempre una grande città, fino ad arrivare in un posto desertico. E qui intuiamo di che pasta è fatto questo paese.
La scogliera è alta, ma il frastuono delle poderose onde arriva fin quassù. Colori decisi e nitidi. Luce, folgorante ma morbida, come dopo un temporale. Vento, ininterrotto e violento.
Vento padrone. C’è uno strano edificio, caserma o convento? Le finestre sono buchi vuoti, neri. Un guizzo bianco. Il vento entra, prende una tenda, la gonfia e avviluppa, vola fuori, poi la riporta dentro in un fluido gioco ipnotico.

Cabo Espichel

Cabo Espichel: il faro, una rete di sterrati, l’edificio abbandonato, una chiesa, pecore. Cespugli bassi. Verde, in tante sfumature, ma qui fra poco sarà tutto fiorito. Arrivano già ondate di profumo.
Via, dentro e fuori dal promontorio fino a Setubal. Con un traghetto attraversiamo l’estesa laguna. Dicono ci siano i delfini. E’ vero, eccoli! Stanno seguendo la scia di una barca, come onde che cavalcano onde. Entusiasti dell’avvistamento tutti si affollano a guardarli.
Toccata terra siamo nella Riserva naturale della foce del Sado, una zona salmastra, ricca di fauna, dai ritmi naturali. Qui si vive di pesca. Nei villaggi ci sono ancora parecchie case con tetto e pareti di canna. Strade sterrate, silenzio. Qualche donna vestita di nero, con gonna, pantaloni e il tipico cappello di paglia. Cicogne ovunque. Ritte sul nido, battono il becco con suono di nacchere. I grandi nidi generalmente sono ben piantati su tetti e camini, ma vengono fatti anche sulla cima di pali – luce o telefono che sia – e in questi casi sono capolavori di equilibrio. In volo a volte paiono insicure e instabili. Sarà il vento, ma non sembrano le più adatte a trasportare i bambini.
Il porto palafitticolo, vicino a Feder, è completamente a nudo, sembra abbandonato, ma ora la marea è bassa e non c’è niente da fare. Marea oceanica che fluttua di almeno due metri. I pali che sostengono le passerelle e le baracche sono tutti fuori, solo un rigagnolo d’acqua, le barche sono in secca, miseramente reclinate su un fianco. Due pescatori ritardatari stanno trasportando un grande mastello pieno zeppo di seppie e sogliole. Sta chiudendo anche il deposito del pesce.
Al limite del parco c’è Alcacer do Sal. Sull’unica bassa collina l’immancabile fortezza, sotto, tutta raccolta, la graziosa cittadina e l’ansa del Sado. Anche qui, come dappertutto, le case sono bianco candido con tetti rossi, rossi. Non c’è traccia di frenesia. Al sole fa molto caldo ma si trova frescura nei vicoli ombrosi. Gruppetti di uomini sono seduti sotto un albero o a ridosso di un muro. Se la raccontano, ma spesso stanno in silenzio. Guardano e aspettano.
Da qui comincia un altro paesaggio. Sughere isolate, nuovi uccelli, prati enormi strepitosamente colorati di viola, giallo, bianco, oliveti, campi di grano, felci. Ogni tanto un lago artificiale blocca il corso ad acqua azzurra e limpida. Sono laghi poco profondi – qui non ci sono ne montagne ne gole – ma molto ampi che arricchiscono il panorama dell’Alentejo, la regione più estesa del Portogallo.
Il paesaggio è bellissimo e la serenità altrettanto grande. Nulla traspare della miseria e degli stenti che la gente di questa regione ha patito per secoli. Questa è terra di latifondi, solo i pochi potentissimi proprietari terrieri avevano diritti. Per gli altri, condizioni di vita dure, spietate. Anche il clima era un inferno: infuocato e polveroso d’estate, gelido e ventoso d’inverno. Fu solo tra il 1974-75, con la Rivoluzione dei Garofani, che i contadini poterono contare su una riforma agraria che li vide protagonisti. Ai latifondisti venne lasciato qualche centinaio di ettari e il resto fu distribuito ai contadini, riuniti in cooperative. Ma da qualche anno le cose stanno cambiando, a favore dei vecchi proprietari.
Colline, campi, campi, colline, in bell’ordine e tutto molto curato. Campi come giardini. Fontane. Cittadelle fortificate. Ogni tanto piccoli paesi, muri sempre bianchissimi, finestre incorniciate di ocra o azzurro. Non c’è ricchezza, le case sono basse, modeste, poche macchine.

Estremoz

Poi Estremoz. Il sabato mattina c’è mercato, imperdibile. Nella piazza centrale i contadini, che vendono direttamente i loro prodotti: verdure appena colte, animali da cortile, piccoli formaggi di pecora, ceramiche, squisito prosciutto crudo, campanacci per gli animali, attrezzi per i campi. Donne, umili, vestite di nero. Uomini, tarchiati, con il basco. Fuori dalle mura i gitani: vestiti, scarpe, stoviglie. Donne bellissime, bambini esuberanti, uomini sfaccendati. Mercati pieni di atmosfera, dove personaggi e situazioni sono speciali ed esclusivi.
Per arrivare ad Alcoutim si corre tanto, tutto diventa via via più secco e assolato. Si entra nella sierra, ai campi si sostituiscono le alture con boschi di eucalipto, coltivati per farne carta. Sono alberi che riflettono il sole sul terreno, che inaridisce e desertifica. Per ridurre l’aridità e per costruire un ambiente adatto anche ad animali, su aree vastissime gli eucalipti sono stati eliminati e al loro posto sono stati piantati pini e cespugli di vario tipo.
Alcoutim ora è un tranquillissimo borgo sul fiume Guadiana, al confine con la Spagna. Dall’altra parte del fiume Sanlucar de Guadiana. Avamposti di frontiera. Da ambo le parti la fortezza, per controllare un confine conteso per millenni. Ora pace e serenità. Centinaia, migliaia di balestrucci volano ininterrottamente per raccogliere fango e insetti. Nidi dappertutto, anche in doppia, tripla fila. Barche a vela risalgono il fiume.

Algarve

Poco dopo la costa dell’Algarve, bella si, ma che disastro! In meno di venti anni i bei paesini di pescatori sono stati trasformati in enormi e mostruosi centri di vacanza. Seconde case, alberghi, bar, servizi, negozi, ristoranti, multiproprietà. Ma saranno tutti pieni? e ancora gru.
La scogliera ha colori eccezionali, la spiaggia ha sabbia finissima, la primavera dura tutto l’anno, il tramonto è straordinario, c’è persino un parco nella Laguna de Rio Formosa – ambiente ideale per il raro pollo sultano – ma quanto cemento. Via! Via! Verso luoghi più selvaggi e integri.
Sagres e Cabo de Sao Vicente, prue protese nell’oceano, selvagge e deserte. A Sagres, Enrico il Navigatore (di fatto più ideatore che navigatore) fondò una famosa scuola di navigazione che formò i grandi esploratori portoghesi. All’interno della fortezza c’è ancora una enorme rosa dei venti, corrosa dal tempo, su cui nel XV secolo uomini di mare, geografi e astronomi prepararono le grandi scoperte. Quante storie e luoghi affascinanti.
Bella e spettacolare continua ad essere tutta la costa fin quasi a Lisbona. Le condizioni climatiche qui sono meno favorevoli per il turismo di massa, quindi c’è da sperare che il vento non smetta di soffiare. I paesetti sono ancora ben conservati. Gli interventi turistici sono minimi, rivolti soprattutto ad un turismo locale. Costa più o meno ripida, più o meno ventosa o deserta, ideale per chi ama la solitudine. Scogliere eccezionali, per altezza, varietà di forme e colori; ogni tanto si abbassano e allora ecco spiagge e baie con sabbia rosata o dorata, piccole foci. Dune, come dei sahara in miniatura. Paradiso di pescatori-acrobati che per raggiungere il “loro” posto, magari di pochi decimetri quadrati, affrontano vere e proprie arrampicate. E poi restano li per ore in una sorta di simbiosi con lo scoglio e con il mare. Gettano e rigettano la lenza decine di volte. Ma, e il pesce? Che la pesca sia un pretesto per starsene in santa pace?

Lisbona si avvicina, ma questa sarà la prossima storia.

BUONO A SAPERSI
Letture: Una terra chiamata Alentejo, di José Saramago, Bompiani
Informazioni e Indirizzi: Campeggi frequenti ed economici.
41 Ostelli AIG www.pousadasjuventude.pt l’affiliazione conviene farla in Italia.
Si può dormire anche nei Parchi forniti di centro visite, previa prenotazione.
Parco Naturale di Rio Formosa – Quinta de Marin – Olhao – Algarve
Guide: EDT Lonely planet. Le guide Routard.