Arbat, Mosca

Racconto di viaggio in Russia

E’ una storia affascinante quella dell’Arbat, quella della Russia che cambia anche da una via, un quartiere, una città: Mosca.
A Ulitza Arbat, via Arbat, si ha la sensazione, con un pizzico di fantasia, per la curiosità e l’eccitazione della gita, di passeggiare in una strada del Quartiere Latino a Parigi. In alcuni tratti può ricordare anche Porta Portese a Roma o le strade e vicoli intorno a Rue du Main a Montparnasse o Place du Tertre su a Montmartre.
Via Arbat e l’omonimo quartiere è agli inizi di una ricerca, di una nuova idendità: è un crogiolo di scenografie, di personaggi che cambiano e si reinventano ogni giorno. E quindi somigliante solo a stessa, punto di incontro in evoluzione.
Ai primi degli anni ottanta aveva marciapiedi e la pavimentazione somigliava a tante altre strade del mondo. I kamni, “sanpietrini” o “serci”, la coprivano dal fianco del Ministero degli Esteri di Piazza Smolensky fino a Piazza Arbastskaya con il secolare e famoso ristorante Praga dove si possono gustare le specialità della cucina russa e ceka.
Poi arrivarono i lavori di rifacimento che annullarono l’antica scenografia, l’ortodossa architettura di inizio secolo. Furono eliminati i marciapiedi e i kamni furono sostituiti da un lastricato moderno. I gatti, che si aggiravano nei cortili interni o tra le macerie di vecchie palazzine, furono costretti a sloggiare, sfrattati senza preavviso.
Oggi è isola pedonale dove sorgono i nuovi negozi occidentali e all’occidentale.
Molto è stato distrutto e molto è affidato ad una lentissima ristrutturazione. Durante i lavori di ammodernamento i pedoni erano costretti a percorrerla lateralmente su palanche, tavole messe in fila, una dietro l’altra, per l’intero percorso da fare.
Gli artigiani riuscivano ancora a tirare avanti più per orgoglio di tradizione che per guadagno. Oggi, tutto questo è stato spazzato via, non esiste più. Le vecchie botteghe accoglienti di vecchi libri, di opere artistiche e artigianali sono state sostituite da nuove iniziative commerciali.
Solo la gioielleria è rimasta uguale perchè in passato definita “popolare”.
I turisti e gli stessi russi che amano l’Arbat, stentano ad avere o riconoscere punti di riferimento anche se ogni edificio fa parte della storia. Chi, percorrendo le strade dell’Arbat, può pensare dove un tempo si trovava l’albergo Stolitsa nel quale si fermò lo scrittore russo, premio Nobel, Ivan Bunin o, al numero 53, dove visse Alessandro Pushkin nel 1831 prima del matrimonio con la bella moscovita Natalia Gonciarova. Le case museo di Mikhail Lermontov, Alesandr Herzen, Serghej Aksakov, del compositore Alexandr Skriabin, della scultrice Anna Golubkina.
Contribuiscono alla trasformazione anche le babushke, le nonne che vendono i loro merletti, pizzi e trine lungo il Muro della Pace, стена мира, un maiolicato lungo decine di metri disegnato da giovani, suonatori di classiche melodie slave, pittori e saltimbanchi.
Per il quartiere vivono e passeggiano ancora Sasha, Katja, Marusja, Vasilj, ma non sono i protagonisti degli anni trenta di “Deti Arbata”, i “Figli dell’Arbat” di Anatolij Rybakov. I loro sogni sono vestire e mangiare secondo mode e menu importati, rincorrere desideri che resteranno tali almeno per una generazione. Sono figli diversi, che hanno vissuto avvenimenti troppo in fretta, che continuano a rincorrere l’idea di voler somigliare ai coetanei di altri paesi. E’ per questo che le poesie e le canzoni di Bulat Okudžava su Mosca e sull’Arbat sembrano già antiche, ormai lontane: Arbat, mio Arbat. Del passato, sull’Arbat si aggirano i fantasmi del gatto Ippopotamo e del suo collega Fagot nella loro sarabanda picaresca insieme al volo stregonesco di Margherita del Maestro … Bulgakov.

Minacciava di piovere e già qualche goccia s’era fatta sentire. Lo si avvertiva dall’odore di polvere bagnata.
E venne a piovere. Cadde un teporale estivo, di quelli che possono guastarti l’umore. Quando accade il formicolare di una metropoli può spaventare nella città sotterranea della metropolitana, non meno grande della città che si scalda al tiepido sole lungo la lenta Moskova e, nel rigido inverno, s’ammanta di neve. Una folla taciturna, tranquilla pur nelle file per gli acquisti tra commenti e qualche frase crassa.
Ci fu il tempo per trovare riparo sotto il porticato dell’isolato successivo.
Mentre continuavo a non pensare a quotidianità lontane, non mi ero accorto di una vecchina che, con voce fioca, dolce e aggraziata, mi rivolgeva parole. Con un vestito grigioscuro e modesto e un accenno di rossetto sulle piccole labbra, curata nella pettinatura, sembrava uscire da un sogno, dalla storia di una Russia ancora più Bianca, quando le trojke non si contavano sulle dita, non facevano parte del folklore e l’alfabeto cirillico conteneva più lettere delle attuali.
Si avvicinò e potei vederla meglio alla luce dei lampioni accesi per la sopravvenuta penombra del crepuscolo. Allungò la mano:
“Hotite cupit fialchi dlja svoej devushki?”, vuole comprare delle viole per la sua ragazza?
Dal gesto capii prima che l’interprete intervenisse. Nella mano stringeva un mazzolino di viole porte con grazia, quasi con timidezza, con gesto aristocratico, di chi abituato a ben altri ambienti, di chi abituato a porgere.
“Da, coneshno” risposi con la mia limitata e stentata lingua russa.
La babushka provò incredulità e gioia.
“Agromnoje, agromnoje. Spasibo”. Non spiegai che la signorina Olga non era la mia ragazza ma l’interprete messa a disposizione dall’Intourist. Per accontentare la nonnina Olga, l’interprete, fu la destinataria di alcuni mazzolini di viole. Quest’ultima, presa alla sprovvista, rimase di stucco, la sua faccia assunse una espressione intraducibile.
Da quanto tempo la vecchina era lì ad attendere passanti, turisti, che acquistassero le sue viole? Non credevo di essere stato così generoso ma divenne loquace.
“Vi inostranetz, atcuda?” E’ straniero, di dove?
“Ja italianetz”
“Jasno” e continuava a parlare convinta di essere, passo passo, compresa senza dare nemmeno il tempo all’interprete di starle dietro.
“V majej semie bilo mnoga musicantov. nocotorie igrali tagge v Italii i predstavleni v musicalnoj ecziclapdii”. Nella sua famiglia, mi riferì l’interprete, c’erano stati molti musicisti. Alcuni avevano suonato anche in Italia ed erano così importanti da essere presenti nell’Enciclopedia della Musica. Ora parlava con tono deciso e, orgogliosa, raccontava storie e descriveva personaggi ormai fantasmi del suo passato.
Purtroppo, anche se interessante, non potevamo permetterci di stare ad ascoltare tutta la storia della sua vita.
Ci accorgemmo che la pioggia stava concedendo una tregua e rinunciammo alla protezione del porticato.

Era tardi e offrii la cena alla mia interprete. Ci accolse la terrazza del ristorante Praga.
Quando uscimmo ci trovammo sotto un cielo rasserenato e inseguiti dalla bella musica e le strazianti parole della canzone d’amore “Million alykhr roz”, un milione di rose rosse, cantata da Alla Pugaciova.
Mentre cercavamo di fermare un taxi intravidi la nonnina delle viole allontanarsi e sparire inghiottita dal buio ricco di segreti e di mistero. Feci in tempo a notare il cesto vuoto e ne fui felice.

A bordo di un taxi lasciavo malinconicamente l’Arbat con in testa un caleidoscopio di immagini, una ubriacatura di colori mentre depositavo la cenere della sigaretta in una vuota lattina di birra fissata con un elastico alla maniglia interna dello sportello. Mi portava a casa, un appartamento in periferia circondato da alte betulle.
Quando mi ritrovai sulla strada del ritorno, su un volo SU, ripensai alla mia vacanza moscovita, alla babushka che mi aveva venduto viole … per la mia ragazza con la quale poi vissi giorni e notti nella fiabesca coreografia della città del caviale e champagne. E le corse in taxi appartennero anch’esse a noi, come il freddo invernale o il tepore di giorni autunnali, le ampie prospettive illuminate e deserte nei notturni o mattinieri rientri.

Olga, l’interprete, oggi è mia moglie. Mi ha regalato Costantino. Un figlio meraviglioso, un bravo ragazzo.
Ascoltiamo insieme un vinile che diffonde nell’aria famose note di arie slave.

Arbat, mio Arbat
(di Aldo Ardetti)