Scozia: Highlands ed Ebridi

Racconto di viaggio in Scozia

Partecipanti: Lorenzo e Gloria
Periodo: 8-21 agosto 2003
Spesa: meglio non pensarci, ma intorno ai 3000 euro totali

Prima avvertenza: questo non è l’itinerario completo per una prima vacanza in Scozia. O meglio, può esserlo per chi ha in mente di tornarci in seguito. Sono stato in Scozia cinque volte, e mia moglie tre: è inevitabile che ci sono posti in cui non siamo tornati stavolta, ma che meritano di essere visti. Potete far riferimento all’itinerario su questo sito “Scozia Big-Tour” del mitico Giovanni Cavalcabue.

Seconda avvertenza: se amate il divertimento notturno, la musica a tutto volume, guidare con l’ebbrezza della velocità o fare qualche bracciata nella piscina dell’hotel mentre vi preparate per i giochi organizzati dagli animatori, smettete di leggere: vi affatichereste gli occhi per niente.

Terza avvertenza: se non ve ne parlassi mi sentirei in colpa. Sapete cosa sono i midges? No? Sono moscerini piccolissimi, che specie nelle ore serali tendono ad assaltare gli ignari turisti assestando mini-punture non dolorose ma fastidiose, specie tra i capelli. Tenete in testa un berretto, e magari comprate una lozione repellente, ma liberarvene del tutto sarà difficile, specie nel nord. Sopportateli meglio che potete.

Fatte queste premesse, è bene che lo sappiate: la Scozia è un posto bellissimo, che potrebbe conquistarvi. Molto dipenderà anche dalle condizioni meteorologiche, ma non pensateci troppo, e tenete presente che se un po’ di pioggia quotidiana vi rovina la giornata non è il posto per voi. Su cinque viaggi fatti nelle Highlands, soltanto una volta sono incappato in otto giorni bagnati su otto. Sarebbe meglio che non succedesse, eppure quella vacanza resta una tra le più belle della mia vita. Quest’anno abbiamo avuto due giorni di caldo (28 gradi), otto di bel tempo (sole con qualche rapida pioggerella estemporanea), tre di brutto tempo (pioggia leggera ma costante). Ultima questione, Edinburgh: stavolta non ci siamo stati, ma non tenetene conto, e andateci. E’ una città molto affascinante, a mio modesto parere la più bella della Gran Bretagna (Londra ha uno charme tutto suo…), che si visita facilmente perché il centro è molto piccolo. Per una prima conoscenza, un paio di giorni potrebbero bastare (dipende anche da quali e quanti musei vi interessano). Detto tutto questo (un bel po’, lo ammetto), addentriamoci nell’itinerario vero e proprio. E per entrare, naturalmente, si passa dalla porta.

PRIMO GIORNO

STIRLING
Stirling, il “gate” delle Highlands, appunto. Ci siamo arrivati dal secondo aeroporto di Glasgow, che in realtà è a Prestwick, sulla costa, a una ventina di minuti dalla città. Per superare la Big City della Scozia, purtroppo, bisogna passarci in mezzo (a meno di deviazioni molto lunghe) e se siete alle prime armi con la guida a sinistra, non è il massimo. In ogni caso, personalmente pensavo peggio: nonostante l’orario (intorno alle 17,30) il traffico è accettabile e non mi faccio prendere dal panico. Abbiamo noleggiato la macchina alla Hertz (sconto con Ryan Air), e come spesso accade invece di una categoria B (Fiesta) ci hanno dato una C (Fusion), più comoda e spaziosa, anche se più assetata di benzina (che costa dalle 0,79 alle 0,99 sterline al litro). La prima sorpresa negativa è il caldo: non è una battuta, al sole di suda di brutto, e per la prima volta sono costretto ad accendere l’aria condizionata anche quassù. Il bed and breakfast prenotato dall’Italia tramite il sito www.visitscotland.com (ufficiale dello Scottish Tourist Board, in cui trovate foto, indirizzi, prezzi e e-mail di alberghi, ostelli, farmhouse, guesthouse e B&B) è discreto anche se in una strada esterna e trafficata. La vasca con idromassaggio nel bagno privato però è una goduria, e se fosse un po’ più fresco lo sarebbe ancora di più. Comunque non resisto e mi immergo nelle bollicine. E’ l’ora di cena: seguendo i consigli della guida lonely pocket (buona davvero) andiamo in un bel pub sotto al castello. Ambiente molto “scottish”, caldo e piacevole, cibo accettabile e costi “normali” (piatti da 6-7 sterline).

SECONDO GIORNO: STIRLING-BLAIR ATHOLL
La mattina serve anche per un breve giro per Stirling (un altro lo abbiamo fatto ieri sera, ma più che altro alla ricerca di un posto in cui mangiare) e per la visita del Castle. L’impressione iniziale riguarda la presenza di turisti, massiccia, e di italiani, veramente notevole. Fatto sta che parcheggio proprio davanti a una macchina targata Pistoia, cioè delle mie parti… Il castello è bello, abbastanza grande e ben tenuto. Soprattutto è in atto una ristrutturazione e risistemazione degli arredi che lo sta rendendo senza dubbio più interessante, non affastellando a casaccio paccottiglia di svariate epoche, come spesso succede. Il biglietto è abbastanza caro, sulle 7 sterline. Da lontano guardiamo il monumento a William Wallace (enorme, sulla collina di fronte), e prendiamo la strada verso il Pertshire, deviando per una sosta a Culross, paesino praticamente “gestito” dal National Trust of Scotland, e rimasto quasi uguale al 18° secolo, quando viveva con le miniere di carbone (?). Fa veramente caldo, tanto che dispero di riuscire nel mio intento: respirare dopo due mesi a 40 gradi in Italia. Prima di arrivare a destinazione passiamo per Dunkeld, dove ci facciamo un panino sul prato davanti alla bellissima cattedrale. In chiesa c’è un matrimonio, e di lì a poco escono sposi, testimoni e invitati, gli uomini naturalmente quasi tutti rigorosamente in kilt, accompagnati dall’immancabile cornamusa. Un optional che apprezziamo molto. Intanto mi preoccupo un po’: ho portato camicie primaverili, felpe e scarpe da pioggia, mentre la gente intorno a me ha i sandali, la canottiera e i bermuda da spiaggia… Blair Atholl, la nostra destinazione, è un grappolo di case lungo una strada tranquilla, quella che quasi tutti fanno per visitare il Blair Castle. Devo essere sincero: il paese non offre poi moltissimo, ma è tranquillo e immerso in una splendida zona. Qui vicino ci sono tantissimi posti da visitare: Queen’s View, un punto panoramico sul Loch Tummel dove la regina Vittoria faceva sempre fermare la carrozza (andateci, e capirete perché), ma anche Killiecrankie, il Loch Rannoch, le Bruar Falls (cascatelle immortalate dal poeta nazionale Robert Burns), Pitlochry, bel paesino, turistico ma molto carino, a pochi chilometri di distanza. La lista diventa troppo lunga (Perth non è lontana, idem Aberfeldy), e basterà dirvi che questa zona potrebbe essere la sistemazione ideale come base per gite di una giornata o di poche ore alla volta di molte bellezze scozzesi (Glamis Castle, Balmoral, anche Edinburgo o Glasgow…). Il bed & breakfast è confortevole, ma tra Pitlochry e Blair Atholl ne trovate quanti ne volete, anche se in piena stagione è necessario prenotare per non dormire all’addiaccio. Nel pomeriggio, dopo un breve riposino in camera, ci facciamo un tè al mulino… è proprio così, un mulino ad acqua funzionante con una tea room molto rustica, che ricordavamo con nostalgia da dieci anni.
Anche per cena ripercorriamo le tappe delle nostre visite precedenti, scegliendo il Bridge of Tilt Hotel, a due passi dal B&B, tutto sommato non male, anche se i prezzi sono leggermente più alti rispetto a Stirling (purtroppo l’eccezione era Stirling, ma ancora non lo sappiamo…). Ottima la birra (bitter, cioè quella più rossiccia, tipica della Gran Bretagna).

TERZO GIORNO: BLAIR ATHOLL E DINTORNI
La notte ha portato la pioggia, e mentre la padrona del B&B mi guarda come un menagramo perché mi ero lamentato del caldo, io comincio a sentirmi a mio agio. Andiamo a Pitlochry, un po’ per fare un giretto del paese (in realtà sono due file di case su una strada, quindi non è proprio un giretto…) e per prenotare una stanza per domani. Noto che alcuni negozi hanno cambiato nome rispetto a dieci anni fa, e l’impressione è di uno sviluppo sempre più votato al turismo. Nonostante questo, il posto è ancora piacevole, e nei negozi, se si dispone di diverse sterline in eccesso, ci sono bellissimi maglioni di lana e giacconi impermeabili con i quali dovrei sostituire il mio consumato finto Barbour (un accessorio necessario in Scozia). Quando torniamo a casa per una rapida sosta, la signora guarda il cielo, sorride e mi dice “sun agaaaaain”, cantilenando, come per dire: tiè, beccati questa, c’è il sole anche oggi. Non sarò qui per vedere la sua faccia tra un paio d’ore, quando ricomincerà a piovere….
Dopo un altro panino con l’orribile prosciutto cotto che si trova da queste parti (io ho una moglie difficile di gusti, altrimenti mi lancerei nell’assaggio di strani insaccati variopinti e farciti, o proverei il tacchino al miele), andiamo a Queen’s View. L’orario non è quello ideale (se potete andateci al tramonto) eppure lo spettacolo è sempre mozzafiato. La vista sullo stretto Loch Tummel, con la sua acqua piena di riflessi, i suoi praticelli verdissimi, le foreste che lo circondano… tutto meraviglioso. Nel pomeriggio andiamo a castello di Blair. Non entriamo dentro, ma paghiamo solo il biglietto per il grande parco. Apro una parentesi: fino al 1996 qui viveva il duca di Atholl, talmente povero e umile da disporre (unico in Scozia) di un esercito privato, gli Atholl Highlanders, che ancora oggi fanno i cambio della guardia e sparano una salva di cannone a beneficio dei turisti. L’accesso all’immenso parco del castello era gratuito, mentre ora che se n’è andato per sempre senza lasciare eredi diretti, ci tocca pagare un biglietto (mi pare sulle 4 sterline a cranio). Ne vale comunque la pena, la vista del grande castello bianco è unica, e per le stradelle del parco si possono fare piacevoli e interminabili camminate guardandosi attorno. Non siamo entrati nel castello perché c’eravamo già stati. Naturalmente, se vi interessa andateci, a dire la verità personalmente non sono un grande amante di queste estenuanti visite tra caminetti, lettini dei duchi, armature appese al muro, e gli immancabili gift shop che bisogna necessariamente visitare se non si vuole uscire buttandosi da una finestra.
Cena ancora al Bridge of Tilt, sempre per tradizione.

QUARTO GIORNO: VERSO LA BLACK ISLE.
Ripartiamo dal paesino più caro al nostro cuore rimettendoci in sella alla A9 in direzione nord. La prima sosta è a Kingussie, dove troviamo un’attrattiva molto particolare, il Wildlife Park. In pratica è una specie di mini-riserva piuttosto interessante. Intendiamoci, sa un po’ di zoo senza sbarre, ma si possono incontrare guidando per il sentiero cervi, mufloni e bisonti liberi. Insomma, piuttosto divertente, anche se il tutto dura poco e il biglietto costa 7,50 (io passo gratis come giornalista…). Dopo un altro po’ di strada, arriviamo davanti alle spettacolari rovine dell’Urquhart Castle, che ho già visitato un paio di volte, quindi ci limitiamo a un’occhiata dall’alto. Spuntino a Drumnadrochit, il paesino dove si trova l’imbarazzante museo del mostro di Loch Ness (siamo in riva al lago), visto anni fa. La Black Isle, meta della giornata per il pernottamento, in realtà è una penisola. Pensavamo a una zona tutto sommato insignificante, invece ci ricrediamo. Passiamo da Cromarty e Avoch, dove ci sono i resti di una cattedrale, e arriviamo alla Averon House, a Culbokie, B&B contattato per telefono. Il Cromarty Firth è uno spicchio di mare tempestato di piattaforme (petrolifere?): non proprio uno spettacolo naturale, ma d’altra parte non siamo nel paese delle favole, e la realtà qualche volta propone anche giganti di ferro in mezzo alla baia, perché gli scozzesi in qualche modo devono pur vivere… La signora del bed and breakfast ci offre subito tè e biscotti, poi ci dà un consiglio, mandandoci al Channory point presso Fortrose, da dove la sera verso le otto si possono avvistare i delfini. Più che avvistare, ci si può quasi giocare a briscola da quanto sono vicini. L’arrivo su questa spiaggiona ci riserva un vento gelido che ci fa soffrire per il freddo, ma dopo una decina di minuti d’attesa arrivano i delfini, che si avvicinano al gruppo di 15-20 persone saltellando fuori dall’acqua e dimostrando di gradire la compagnia degli spettatori. Per cena andiamo allo Station Hotel di Avoch, economico, sempre su consiglio della nostra padrona di casa, che è appena tornata dalle vacanze in Italia, per la quale ha una vera adorazione. A proposito, il B&B è da consigliare, con camere grandi e confortevoli, direi anche piuttosto belle.

QUINTO GIORNO: DURNESS
La nostra meta di oggi è un gruppo di case disseminate lungo la costa, in cima alla Scozia, Durness, dove andava in vacanza John Lennon. Ci siamo stati una decina di anni fa, e riuscimmo ad avvistare i mitici Puffins, solo che ora siamo a metà agosto e se ne saranno già andati via, in mare aperto, dove vivono per la gran parte dell’anno. Lasciando la Black Isle percorriamo il Cormatry Bridge, dal quale si vedono decine di foche addormentate sugli scogli, come segnalava la guida Lonely Planet. Lungo la strada, un viottolo tra le colline deserte piene di erica, passiamo in un paesino che resterà per sempre nella mia memoria: Crask. Vado a descriverlo. Case: una, più il Crask Inn. Abitanti approssimativi del capoluogo: da 3 a 5? Facciamo una deviazione per la spiaggia di Colbakie, una vera meraviglia, anche se per arrivarci ci costringiamo a una scarpinata niente male e abbastanza faticosa (specialmente al ritorno, quando dobbiamo risalire!!!). Per fare benzina invece mi fermo a Tongue: la pompa sempre appena tolta da un museo, per farla funzionare il proprietario aggeggia un po’ col cacciavite, poi mi riempie il serbatoio con una gentilezza tutta scozzese. Durness è un po’ cambiata con il passare del tempo: c’è un nuovo e modernissimo ufficio del turismo, c’è il John Lennon Memorial, addirittura un minimarket. La volta scorsa non c’era nulla di nulla, ora invece si capisce che il turismo si sta sviluppando. Dormiamo al Glengolly, una casa in cui si sta molto bene con gestori simpatici. Abbiamo la conferma che i puffins se ne sono andati, ma la passeggiata alla spiaggia di Balnakeil resta un momento indimenticabile, uno degli scorci più belli di tutta la vacanza, forse di sempre. Per cena andiamo nello stesso cupo hotel di nove anni fa, lo Smoo Cave, praticamente l’unica possibilità per mangiare del paese. Ci sediamo, e ci accorgiamo subito che tra quei tavoli bisunti e quelle sedie sbrindellate ci sono diversi italiani. Dopo un po’, alcuni arrivano e chiedono se possono cenare, e si sentono rispondere che la cucina è chiusa. Niente di strano, direte voi. Tranne che allo Smoo Cave Hotel la cucina chiude… alle 20! In ogni caso cena passabile e a buon prezzo.

SESTO GIORNO: LOCHINVER
La giornata comincia alla grande. Non mi riferisco solo alla sontuosa colazione con il Glengolly Special, una specie di pastrocchio di yogurt con frutta, muesli e cereali (buono!!), ma soprattutto allo spettacolo goduto dalla spiaggia. Il tempo è umido, ma c’è un po’ di sole. Quando arriviamo comincia a scendere una pioggerella, e in pochi secondi compare l’arcobaleno più vivido che abbia mai visto. Restiamo lì davanti, estasiati, per una ventina di minuti, camminando sulla sabbia e lanciandoci sguardi d’intesa con i pochi turisti presenti, come dire: “visto che roba?” o forse, per essere più precisi: “visto che culo trovarsi qui proprio ora?”. Saliamo in macchina, e dopo una breve capatina alle altre spiagge attorno a Durness, puntiamo verso Lochinver, percorrendo una strada strettissima a singola corsia (single track road) ma anche spettacolare. Il tempo è pazzesco: sole, pioggia leggera, sole, scroscio tipo uragano, sole, eccetera. Deviamo verso il faro da cui parte il lungo sentiero per la point of Stoer, ma la mia pigrizia e paurosi nuvoloni neri ci consigliano di tornare indietro prima di metà cammino. Lochinver è un paesino sul mare, una sfilata di case bianche, non propriamente piene di attrattive, anche qui attorno c’è un bel po’ di gente, come capiremo la sera. Il bed and breakfast è a circa un chilometro dal paese e non è male, anche se l’Ardglas guest house (c’ero già stato) è più economica e ha la vista sul porticciolo. Ottima cena in uno dei ristoranti di Lochinver, ma purtroppo non ricordo il nome, sigh!

SETTIMO GIORNO: LA SCOPERTA DI DUIRINISH
Per un attimo abbandono l’ordine cronologico e riporto letteralmente dagli appunti di viaggio: “Ci sono posti che a rigor di logica non dovrebbero esistere, almeno non più da un paio di centinaia d’anni. Questo paesino è così, due file di casette, quasi tutte bianche, e in mezzo – lo giuro – un piccolo pascolo per le Higland Cows”. La fine della giornata, con qualche imprevisto di troppo, ci porta in questa meraviglia, nel posto più tranquillo della mia vita, in un bed and breakfast bello e comodissimo. Ora però, torniamo al resoconto.
Sveglia di buon mattino, scottish breakast e partenza. Primo tratto di strada fino a Ullapool, lungo l’Assynt, poi la costa verso Laide e Gairloch, con le belle spiagge rosate, poi ancora verso Torridon e lo splendido paesino di Shieldaig, dove prendiamo un caffè rigenerante e ci sdraiamo per qualche minuto su un bel prato sotto un sole tiepido guardando i bambini che giocano sulla riva. La meta del giorno è Plockton, dove abbiamo prenotato in una bella casetta (Heron’s Flight) gestita da due adorabili vecchini, almeno a giudicare dalla foto su Internet. Invece appena arrivo vedo la padrona alla finestra, e dalla sua espressione capisco subito che qualcosa non va. Mi dice che aveva segnato la mia prenotazione per il giorno dopo, ma io estraggo la copia della e-mail di conferma, e… carta canta. A riprova della sua buona fede mi fa vedere un’agenda così scarabocchiata che non ci capirebbe nulla nemmeno il decriptatore di “A Beautiful Mind”, e per rimediare fa una serie di telefonate cercando di trovarmi una stanza. A Plockton niente da fare. Io sono stanco morto, spiego alla vegliarda che ho guidato per diverse ore, e che le sue scuse non mi hanno convinto troppo. Sospetto che una sopravvenuta prenotazione per una settimana abbia scalzato la mia per una notte, ma probabilmente è la stanchezza che mi fa pensare male. Alla fine mi prenota a Duirinish, e a me girano parecchio, perché Plockton è un gioiellino e io devo spostarmi di qualche chilometro. In realtà capitiamo in questa specie di piccolo paradiso, che – ci informano – è anche il set di un famoso telefilm (come Plockton), Amish Mc Beth, con una parte riservata anche alle mucche del paese. Il Bed and Breakfast è gestito da una simpatica e giovane signora: Morag Mc Kenzie, e ha un nome gaelico impronunciabile: Seamr Bhrutach. Ottima cena a base di pesce al Plockton Hotel, non proprio a buon mercato ma accettabile per la qualità. Primi faccia a faccia con i terribili midges, che rendono difficile una passeggiata serale per Plockton, a meno che non apprezziate i pizzicottini alle orecchie e al cuoio capelluto classici di questi amabili moscini.

OTTAVO GIORNO: SKYE
Non venivo su quest’isola da tanti anni, e sono cambiate parecchie cose. Al posto degli sgangherati e piccoli traghetti, ad esempio, c’è un mastodontico ponte. Certamente più comodo, più brutto, e carissimo, non ricordo la cifra ma rammento benissimo la pelle accapponata. Prima di tutto andiamo a vedere un angolino dell’isola in cui non siamo mai stati, Elgol. Devo dire la verità, per arrivarci ci mettiamo una vita, ma alla fine ci ritroviamo (a parte la bellezza della strada) in una minuscola baia con la sabbia grigia e il mare cristallino che merita di essere vista, a patto che restiate sull’isola per qualche giorno e non tralasciate le parti più interessanti. Prima di intraprendere appunto un tour “classico”, ci fermiamo al bed and breakast. Lo abbiamo trovato su Internet, cercando un posto abbastanza tranquillo e anche isolato… Beh, non c’è che dire, lo abbiamo trovato. “The Seashell”, a Fiscavaig, non lontano dalla distilleria del Talisker, è abbastanza sperduto. Una villetta (ancora in allestimento) che da direttamente su una grande baia sopra una spiaggia (che però non si vede). La camera forse è la più carina di sempre. Quando arriviamo la padrona non c’è, ma c’è la porta aperta e un biglietto che ci invita a entrare e sistemarci. In camera, tè, biscotti e bottiglia di minerale… Nel pomeriggio partiamo per un lungo e appagante giro: Trotternish (imperdibile), Staffin, Quierang (una strada di “montagna” molto spettacolare), e paesino di Uig, dove ritiriamo i biglietti per il tragehtto che ci porterà a Harris e Lewis. Per cena andiamo all’unico hotel di Portnalong, il “paese” più vicino a Fiskavaig.

NONO GIORNO: ISLE OF HARRIS AND LEWIS
Premessa obbligatoria. Per gli scozzesi Harris e Lewis sono due isole diverse. In realtà, come potrete constatare atlante alla mano, è un’unica isola: la parte sud, più piccola, si chiama Harris, quella nord invece Lewis. Non chiedetemi perché, sono misteri gaelici.
Dopo l’ottima colazione continentale con yogurt e frutta (stanchi per un giorno di uova e salsicce…) corsa verso Uig, nel tentativo di non perdere l’unico traghetto della giornata. Il paesino è molto cambiato: dieci anni fa c’era solo un benzinaio che vendeva anche giornali, latte e pane. E basta. Oggi c’è un ferry terminal piuttosto grande a addirittura un minimarket! La traversata è tranquilla (e costosa), appena arrivati ci dirigiamo verso la spiaggia di Huishinish, giustamente segnalata sulle guide. Ci rendiamo subito conto che le strade su Harris, veramente spettacolari, sono incredibilmente strette e tortuose: ci vogliono ore per fare poche decine di miglia. Il Bed and Breakfast si chiama Moravia, ed è nei pressi della spiaggia di Luskentyre, semplicemente meravigliosa ed enorme (con la bassa marea diventa uno spettacolo indimenticabile). La camera è carina, e vista la distanza dal più vicino ristorante, mangiamo la minestra di porri (buona) e il roastbeef cucinati dalla padrona di casa.

DECIMO GIORNO: STORNOWAY E LA DOMENICA
Oggi è domenica. Da noi significa che molti non lavorano e alcuni vanno alla messa. Qui le cose sono un po’ diverse: qui non lavora NESSUNO e vanno TUTTI alla messa. Ce ne rendiamo conto quando la padrona di casa ci spiega che per la cena ci dovremo arrangiare, perché nel giorno del signore non si può cucinare… Abbiamo in programma un lungo giro fino a Stornoway, il capoluogo di Lewis, dove, appena arrivati cerchiamo un bagno pubblico. Chiuso per la domenica. Incredibile. Fermo un tizio per strada e gli chiedo se ci sono caffè aperti o posti dove posso fare un bisognino. E’ uno di fuori, un cameraman di Channel 5 impegnato in un documentario subacqueo all’isola di St Kilda, e mi spiega che è tutto sprangatissimo. Ci porta nella pensione dove dorme, che è anche una pasticceria, ovviamente chiusa. Il padrone però si impietosisce, ci prepara due tè con pasticcini e ci fa usare il bagno. Restiamo un’ora a parlare con questi due personaggi della situazione locale (solo i cattolici, la minoranza, lavorano la domenica) e lo facciamo a luce spenta perché i passanti che vanno in chiesa guardando dalla vetrina potrebbero pensare che il locale sia aperto…Il pasticcere ci spiega che qui le massaie preparano da mangiare il sabato, che non si fa nemmeno giardinaggio di domenica, né si fanno passeggiate o si va a pesca. Si sta in poltrona e si va alla funzione religiosa. E stop. Alla fine, facciamo per pagare, ma offre la ditta. Ovvio, la domenica non si può lavorare!
Il giro a Lewis è stancante e onestamente per lunghi tratti non vale la fatica: per lunghi tratti sembra di essere sul set di “Le onde del destino” (girato proprio qui), tra paesi tristi e anonimi e paesaggi brulli e piatti. Naturalmente vediamo le famose “standing stones” e i broch, che un po’ ricordano i menhir di Carnac. Onestamente, se penso che sono contemporanee alle piramidi, mi viene un po’ da sorridere… Ceniamo al Mc Leod Motel di Tarbert, uno dei due posti in cui si può mangiare su Harris di domenica. Buon cibo, servizio lento ma cortese, ottimo pesce.

UNDICESIMO GIORNO: ANCORA A SKYE
Giornata largamente dedicata al viaggio di ritorno verso Skye, prima in traghetto (pioggia ma mare abbastanza calmo) e poi in macchina, diretti ancora a Fiskavaig. Ci fermiamo nel capoluogo Portree, con la notissima sfilata di case colorate sul molo. Il paesino è pittoresco, molto bello, ma anche turistico e pieno zeppo di italiani (a Harris e Lewis ne abbiamo visti zero). Una volta giunti al bed and breakfast, ancora il Sea Shell, facciamo due chiacchiere con la padrona parlando delle cose che sono cambiate negli ultimi dieci anni sull’isola. Per cena andiamo all’affollatissimo Old Inn, pub di Calbost, il paesino della distilleria Talisker, mangiando bene in un ambiente divertente per i tipi ameni che sono seduti ai tavoli.

DODICESIMO GIORNO: GLENCOE
Come accade sempre negli ultimi giorni di vacanza, c’è l’atmosfera del viaggio di ritorno verso Glasgow, e quindi anche verso casa… Oggi purtroppo piove molto e ininterrottamente. Qui in Scozia non può essere considerato un imprevisto, ma le giornate senza variabilità e schiarite si digeriscono un po’ malino… Sulla strada di ritorno facciamo due fermate. La prima, brevissima, davanti all’Eilean Donan Castle, quello del film Highlander tanto per capirsi, uno dei simboli della Scozia. Dopo averlo rimirato dall’esterno (dentro ci siamo già stati un paio di volte…) continuiamo verso sud, fermandoci a Fort Willliam, paese molto turistico, il regno indiscusso dei gift shop, ma comunque valido per una passeggiatina nella strada principale a fine viaggio. E poi, anche i gift da qualche parte vanno comprati! Pranziamo in un grandissimo pub (anche questo piuttosto turistico) e mangio degli ottimi Haggis (piatto tradizionale scozzese, stomaco di pecora ripieno di frattaglie) con le rape. La strada che porta a Glencoe ci presenta scenari molto belli, con le montagne attorno a noi, forse le più belle della Scozia. In realtà la pioggia fitta e la nebbia però ci sciupano un po’ il panorama. Il B&B, a North Balachulish, non è decisamente all’altezza dei precedenti, e visto che ci arriviamo nel primo pomeriggio siamo un po’ pentiti perché avremmo tranquillamente potuto arrivare a Glasgow e fare un giretto in città. Domani abbiamo appuntamento con una nostra amica che vive a Kilmarnock.

TREDICESIMO GIORNO: KILMARNOCK
Dal punto di vista turistico c’è ben poco da raccontare. In questa cittadina a sud di Glasgow vive un’amica che dieci anni fa gestiva un Bed and Breakfast a Blair Atholl. Nel corso degli anni ci siamo sentiti qualche volta, poi è sparita, trasferendosi prima in Francia e poi in Spagna. L’ho ritrovata per caso qualche giorno fa, rintracciandola a un telefonino che mi ha dato una sua amica di Blair. La troviamo in grande forma. Si è separata dal marito, ma ha due figli splendidi. Ci ospita in casa sua, e durante la cena (in cui mangio una trota grossa come un tonno) chiacchieriamo divertendoci come matti e sempre di più man mano che il cabernet cileno entra in circolo. Di Kilmarnock vediamo poco, anche se proprio davanti a casa c’è un grande parco e diamo due calci a un pallone insieme a Declan, che l’ultima volta che l’avevamo visto era un neonato… Mi rendo conto che tutto ciò al lettore interesserà zero, quindi la finisco qui. Domani, passando per l’aeroporto di Glasgow e quello di Stansted, torniamo a casa. Ci ripenseremo a lungo, durante l’inverno. Ma sappiamo già che prima o poi torneremo.

Lorenzo e Gloria

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