Dobre rano workers 2001

Racconto di viaggio in Slovacchia

“no se puede, no se puede trabacar!!! esto no es un campo de trabaco, es un campo de concentracione!!!!!”
parole sante ! La verità usciva ad intervalli regolari dalla bocca di Pedro ma, senza intervalli, si palesava agli occhi di tutti.

Slovacchia, agosto 2001, campo di “lavoro”, viaggio ad est… viaggio nel tempo!

Arriviamo da Praga, una settimana in un’altra dimensione… nella mente ancora i palazzi ricamati dai colori pastello, il Ponte Carlo che di notte s’indora e unisce le sponde della Moldava, i nomi stravaganti delle fermate del metrò, il nostro ostello malandato, la storia…l’arte e la musica che dal quartiere ebraico al centro respiri camminando…nel cuore, la dignità della gente che vive di semplicità e forza d’animo e una panchina magica per chiacchierare col pensiero..

Col treno passiamo il giovane confine che separa la sorella di città da quella di campagna, Bratislava ci accoglie e ci sconforta, ci tiene prigionieri nella stazione dove nessuno sa che esiste il resto del mondo….riusciamo ad andarcene solo dopo molte ore con un biglietto comprato a gesti, ovviamente dobbiamo anche fare un paio di cambi!
Finalmente le ultime rotaie puntano verso Vlcany, un piccolo paese a qualche chilometro dal confine ungherese, nell’assolatissima pianura meridionale dove regna il fiume Vah. Un’unica carrozza che parte dal binario più lontano e siamo nelle mani del “capo treno” che ha promesso di farci scendere al momento giusto…passiamo tre la case, tra gli orti, ci fermiamo a salutare gli amici e a prender sù la cena sporta con amore dal cancello.
Shoccati ed increduli ringraziamo il nostro angelo in divisa e saltiamo giù da quel pezzo da museo che piano piano continua il suo percorso.

Abbiamo pochi elementi per raggiungere da soli e in breve tempo il campo e gli altri, decidiamo di seguire con indifferenza l’unico ragazzo che come noi camminava con lo zaino in spalla…dopo qualche minuto rompre il silenzio e timido si offre di aiutarci; qualche telefonata e un po’ di indagini e ci consegna a 5 adolescenti che non vogliono sentire ragione, ci caricano in macchina tra i cocomeri e ci portano a “casa”.

E’ ora di cena e per quel giorno siamo gli ultimi ad arrivare, la Scoda stracolma ci sputa fuori appena dentro al cortile e in pochi minuti conosciamo gli altri workers, la telecamera, i sette cani e la famiglia di cui siamo ospiti….decisamente troppe emozioni.
Sarà stata la stanchezza del viaggio, sarà stata la fame, sarà stata forse la nostra ingenuità ma la sensazione nettissima era d’essere capitati nel posto sbagliato.

In slovacchia è sconveniente stare fuori all’aperto dopo il tramonto, all’ibrunire nuvoli di insetti famelici ti avvertono, ti braccano, ti trovano e ti divorano, qualsiasi cosa tu ti sia preventivamente spalmato sulla pelle: terminati i convenevoli entriamo.
Un occhio alla cucina e l’appetito se ne va, sistemiamo nel sotto tetto le nostre cose, abbiamo un letto ciascuno ma siamo tutti nella stessa stanza, vicini-vicini… caldi-caldi..

Nessuno ha pietà di noi e facciamo le ore piccole tutti in torno al tavolo in quella stessa cucina in cui mi ero illusa di non dover entrare mai…mancano ancora all’appello un ragazzo italiano (che non arriverà) e una ragazza tedesca (che ci raggiungerà due gg più tardi) ma siamo già numerosi.

Carcy, 35enne figlio dei fiori responsabile della logistica ma sfortunatamente privo di qualsiasi aggancio col nostro pianeta, Barbora, giovane strega cattiva custode del forziere e della cambusa e Joseph, spirito libero e inglese perfetto, “accanito” bevitore….questa la terna vincente che avrebbe dovuto gestire tutta la faccenda. Venuti da lontano poi, pieni di buoni propositi ed entusiasmo come noi, gli altri ragazzi: Pedro (Portogallo), Carol, Aida, Haizea (Spagna), Wendula (Repubblica Ceca), Lizebeth (Danimarca).
E’ finito il nostro primo giorno in Slovacchia e ci addormentiamo sudati ed asausti tenendoci per mano…

Gabriele è al suo primo campo, l’ho coinvolto in questa avventura incantandolo con i racconti delle mie esperienze passate, ma qui nulla è come avevamo immaginato, anche io sono disorientata.
Spediti così lontani dal caso, avremmo dovuto occuparci dei cavalli dell’allevamento e delle strutture a loro dedicate risistemandole…col sole del mattino è subito chiaro a tutti che non si trattava di un allevamento e che ci saremmo occupati di tutt’altro…

40°C e il primo obiettivo è svuotare il fienile portando le balle di paglia in un altro fienile: lavoriamo sodo in allegria e finito il fieno accatastiamo un monte di mattoni. Prima di cena l’immenso stanzone è irriconoscibile, siamo fieri del risultato e poi…”domani ci faranno vedere i cavalli”..pensiamo..
E’ il secondo giorno e nessuno ancora ci ha parlato di orari né di regole particolari, solo un cartellone in cucina da riempire con i turni per i pasti….quelli per le pulizie non sono contemplati (mah?!). E’ un attimo, ci guardiamo intorno e poi negli occhi, rapidamente raliziamo le scandalose condizioni igieniche…cerchiamo un pennarello e riempiamo quante più caselle si potesse fare senza che la nostra apprensione diventasse troppo evidente…salvi! cuciniamo noi!

Terzo giorno, sempre 40°C, secondo obiettivo scaricare il carro del fieno nel fienile svuotato ieri….siamo un po’ perplessi ma nessuno fa domande..

La lingua ufficiale sarebbe stata l’inglese, ma tra la paglia e gli insetti prende presto vita una Babele divertita e già rassegnata…ognuno commenta in lingua originale le curiose metodiche slovacche che l’indomani, come da pronostico, ci faranno rispostare il fieno dal primo fienile al secondo…(bah?!)

Nel pomeriggio finalmente ci presentano la piccola mandria, secchio alla mano a colpi di spugna facciamo la doccia ai cavalli sudati e polverosi, gli diamo modo di conoscerci, di ricordare il nostro odore e di farci voler bene.

E’ il quarto giorno e il morale è altissimo, un nuovo obiettivo ci attende e nessuno si fa aspettare. Oggi “deforestazione!”
“Deforestazione???????” … “ma si sono resi conti di dove siamo? Dopo il passaggio dei cani, dei trattori e del pony ninfomane (si! c’era un pony ninfomane che srecciava nel giardino cercando di dare affetto a qualsiasi cosa fosse all’altezza giusta, biciclette comprese!!) l’erbetta più alta non superava i 30 cm…ma cosa vogliono deforestare?”

Accanto al recinto dei cavalli stava un capannone in muratura praticamente fatiscente, recuperato a metà come ricovero notturno per gli animali e mangiatoia….terza impresa (obiettivo sarebbe riduttivo!), recuperare anche l’altra metà della struttura…per l’appunto deforestandola!! SI!!..perché negli anni, erbacce d’ogni tipo ma anche alberi alti e sani vi avevano trovato terreno buono..
4 giorni di lavoro, 4 giorni col badile in mano a spalare calcinacci, terra, pietre….sega, piede di porco, zappa (tutti strumenti indicati dal Manuale del Boscaiolo) per sradicare alberelli appena cresciuti e piante di almeno 15 anni….sudore, parolacce, accidenti tirati nel tentativo di strappare al cemento radici grosse quanto il braccio di un uomo salvo poi vederle estirpare solo verso sera, solo dopo aver insistito, solo dopo aver fallito…a costo zero, fatica zero, tempo zero…con un cavo d’acciaio tirato da un trattore.

Il clima all’interno del gruppo è altalenante, il lavoro e il sacrificio ti legano a chi, come te, cerca il modo di far bene, di ottimizzare gli sforzi..di spartirli, ma c’è chi poi non ha troppa voglia di lavorare ed effettivamente le condizioni erano difficili.
Con il primo weekend arrivano anche le escursioni promesse ed attese, abbiamo tutti voglia di mettere il naso fuori del cancello e toccare con mano la diversità di questa terra.

Come anticipato il responsabile della logistica ignorava alcune elementari regole per spostarsi in sicurezza, per così dire.. tipo partire all’ora giusta per prendere l’autobus giusto che va nella direzione giusta e poi trovare quel che vuoi vedere aperto e visitabile perché ti eri preventivamente assicurato che fosse aperto e visitabile in quel giorno.. per fortuna e per la legge dei grandi numeri che assiste i buoni di cuore e i fiduciosi, qualcosa siamo riusciti a vedere..

I Giardini Inglesi completi di vialetti in ghiaino e…basta! Il vanto del paese o “magic boat”, un battello superecologico che attraversa il fiume traghettando persone ed auto senza l’utilizzo di un motore sfruttando invece la sola corrente. Una piccola casa galleggiante stile mississipi trasformata in attrazione per famiglie. La città in cui Cirillo e Metodio cominciarono a diffondere i loro insegnamenti e l’innovativo sistema di scrittura (alfabeto cirillico). La piscina termale in cui siamo entrati clandestini col favore della notte dopo 40 minuti di sterrato a 80km l’ora, stipati in 6 nell’immancabile Scoda.

Sopravvissuti anche al finesettimana Gabriele ed Io meditiamo la fuga….le condizioni igieniche troppo poco igieniche, il nostro stato di affaticamento aggravato da notti praticamente insonni vuoi per il caldo vuoi per l’ubriaco di turno, la necessità di ricominciare a nutrirci con qualcosa che non forsse anguria, peperoni o riso, l’impossibilità di comunicare realmente con almeno due dei responsabili e quindi di collaborare concretamente al progetto…tutto questo diventava di ora in ora più forte anche delle battute di Pedro, della indimenticabile risata di Aida o della dolcezza di Christine… ma (perché quando non deve, c’è sempre un MA) non avevamo il denaro per andarcene!

Da qualche giorno avevamo chiesto d’essere accompagnati ad un change office o in una banca ma, appunto, mangiata la foglia sembrava che nessuno fosse disponibile ad aiutarci.
Le nostre ultime korone se ne erano andate per comprare delle banane e dei succhi di frutta, pochi pochissimi spiccioli per qualche minuto di ritrovata autonomia…senza denaro eravamo bloccati!

E’ l’ottavo giorno e fiutata la rivolta pensano bene di utilizzare la monodopera per qualcosa di più attinente al mondo equestre…e dai calcinacci passiamo alle stalle e ai 40 cm di letame misto a segatura che pressato ne ricopre i pavimenti.

Sette-otto ore di lavoro e i box sono sgombri, nessuno osa lamentarsi…anche se la schiena duole e c’è chi si conta le vesciche sulle mani eravamo andati lì anche per quello, consapevoli dell’inscindibilità del binomio cacca-cavallo.
Anche il quarto obiettivo è raggiunto brillantemente e il quinto è una rilassante sorpresa, almeno in apparenza; bisogna far passare di categoria le “camerette” dei nostri amici riimbiancandone le pareti e riverniciandone gli infissi.
Siamo stanchi, tutti davvero stanchi e non troppo motivati, nessuno rimpiange il badile è certo ma non c’è troppa allegria.

Per non restare con le mani in mano ci turniamo contendendoci scherzando due pennelli preistorici da un Kg l’uno e quattro spazzettoni a manico mozzo (con schegge vive è ovvio!) da intingere nel secchio dove un biccchiere di pittura era stato diluito con precisione in 10 litri d’acqua (dal Manuale dell’imbianchino,cap.1: strumenti di lavoro). Se avessimo usato del latte scremato e uno spazzolino da denti il risultato sarebbe stato identico! Il tocco finale con la vernice blu per le finestre e i cancelletti.

E’ il nostro giorno, il nono!! Ci portano in banca a cambiare quanto basta per svignarcela dal campo e finire al meglio la vacanza.
Col bottino nelle tasche e un ritrovato sorriso sulle labbra, scambiamo i nostri recapiti con i compagni di avventura, con quelli che davvero lo sono stati e prendiamo accordi con le ragazze spagnole per ritrovarci a Budapest, la nostra prossima meta.

Comunichiamo la nostra partenza anticipata, nero su bianco su tabellone apposito ma nessuno ci fa domande, prepariamo lo zaino e risistemiamo i nostri letti…ci godiamo le ultime ore sussurrando ai cavalli, leggendo sdraiati sul fieno, scambiando qualche parola in tutte le lingue…

E’ il decimo giorno, fa caldissimo, zaino in spalla ci incamminiamo lungo la strada dissestata che ci porta al centro del paese, riempiamo le bottiglie alla fontana e di nuovo a gesti compriamo un biglietto alla stazione, ancora verso sud..di nuovo in vacanza, di nuovo noi due, di nuovo sereni e allegri, ancora una volta per mano.

Davanti a noi qualche giorno per fare i turisti spensierati in una città che in molti ci hanno raccontato ma di cui sappiamo poco. Ci sistemiamo sul treno che viene proprio da Praga e che in un lusso insperato ci porterà nel cuore dell’Ungheria…

Nella mente un paese in cui il tempo scorre parallelo, molto molto lentamente, in cui la tecnologia è ancora un optional da usare con le mani sporche di terra, un paese che vive di agricoltura e di semplicità, che sogna un’ Europa di cui ha un’idea soltanto vaga mentre deve fare i conti con un’autonomia impegnativa..

Nel cuore una cena frugale consumata sotto le stelle accanto al fuoco, seduti ad una tavola imbandita di ospitalità, orgoglio e vera comunione..i sorrisi di chi aveva solo quelli per comunicare..il sostegno di chi ha saputo a volte fare anche la mia parte senza dire nulla né mai lamentarsi…le caramelle salate from denmark..i panni lavati a mano e stesi sacrificandoci a turno per poi andare in pasto alle zanzare..i cani e i cavalli coccolati come bambini..gli occhi di chi si chiede come sia vedere il sole tuffarsi nel mare, un mare di cui non conosce l’odore…

Garzie a Gabriele che ha rischiato con me e che, con me, ha vinto tantissime emozioni e ricordi speciali.

di ramado[at]libero.it