Una vacanza ungherese

Racconto di viaggio in Ungheria

22 agosto ore 09.25
Eccole, la fidata Nadiuccia e la sottoscritta, aggrappate alle ali della fantasia e del velivolo di compagnia ungherese, rotta Milano Budapest.

22 agosto ore 12.45
Cominciamo bene… Nadia’s valigia persa. Dopo la fase “speranza” che accompagnava sempre più desolata il percorso del nastro trasportatore, si entra nel file “burocrazia”.
La timida impiegata ungherese, da dietro un paio di lenti che non ne nascondono la disperazione, ci comunica che “sorry, but today’s is my first working day”. Sarà per la voce tremante, sarà per la pronuncia che definirei peggiore della mia, impieghiamo qualche istante prima di capire. Sì, prima di capire che avremmo dovuto compilare NOI i moduli – prestampati in ungherese – anche perché la collega della suddetta apprendista non si dimostra certo collaborativa, né con noi né con lei.
Al nostro fianco, davanti al bancone, un uomo piagnucola per la sua sacca smarrita. “E adesso come faccio, come mi cambio?” Vorrei suggerirgli che non è con gli indumenti che ne uscirà un uomo nuovo, ma temo mi guarderebbe allibito. “O arriva il bagaglio, o ritorno in Italia” scalpita e protesta, tra l’altro in italiano, quindi non credo avrà grosso successo al bancone delle impiegate (una al suo first working day, l’altra sempre più ingrugnita).
Lo incontreremo infatti nelle due ore successive mentre si sta organizzando per le procedure di rientro. Chissà, magari in Italia ci sarà una moglie commossa allo squillo inaspettato del campanello. O una moglie che dovrà rivestirsi in fretta, porgendo pantaloni e camicia a chi scivola veloce verso la porta di servizio.
Vabbè, non divaghiamo.

22 agosto ore 14.25
Siamo sul treno per Debrecen, rifocillate ma con diverse espressioni. Serena la mia, accigliato l’occhio della Nadia. Probabilmente il mio tentativo di sdrammatizzare l’incidente-valigia l’aveva fatta cadere nella disperazione: “Dai su, se il tuo bagaglio non ci raggiungerà in tempo ti presterò la mia biancheria”. Non dev’essere stato incoraggiante per lei immaginarsi fasciata in balconcini di pizzo neri abbinati a relativi slip o culotte, il tutto quarta misura, considerati i suoi usuali completini in cotone bianco e rosa, con ranocchie e orsetti, presumo taglia I.
Vabbè, meglio che nuda, su.

23 agosto – serata
La serata è nitida, la pioggia ci ha finalmente abbandonate, il verde dell’erba ungherese è proprio verde, l’azzurro ancora un po’ gocciolante del cielo è striato di quella luce crepuscolare che riesce sempre ad emozionarmi.
Sono stati due giorni pieni: ho plasmato l’argilla, costruendo con le mie mani (e con i piedi di un altro collaborativi turista) un bellissimo portacenere. Ne allego l’istantanea che ne mostra un aspetto un po’ deformato (del portacenere, non del turista).
Ho rinfrescato i miei ricordi “biciclettiferi”, in vista dei programmati itinerari ciclistici, ma non ne hanno giovato le terga che, a fine giornata, hanno richiesto urgente intervento…rigenerante. A questo ha provveduto l’enorme piscina mollemente adagiata sotto la cupola di travi in scuro legno, piscina nella quale ho depositato il contenuto del mio costume olimpionico.
Pronta ad affrontare il domani, mi sdraio in panciolle a sognare i giorni successivi, fatti di cavalli mongolfiere, saune e massaggi alternati a bagni turchi e goulash.

24 agosto – sempre serata (be’, i diari si scrivono sempre la sera, per… tirare le somme)
Giornata intensa, che ha visto la scrivente alle prese con i famosi cavalli ungheresi. Con l’occasione vorrei lanciare un appello alle agenzie di viaggio: cercate di istruire gli… istruttori a meglio trasmettere i comandi ai loro lucidi equini; questo per evitare altri malaugurati episodi conseguenti qualche sbadataggine. Infatti, quello che avrebbe dovuto essere un tranquillo passeggio, seguìto blandamente da un modesto trotto-per-turisti si è invece trasformato in un vivace galoppo, con l’amazzone strillante, aggrappata alle briglie, capelli al vento (un po’ di coreografia non guasta mai), ginocchia maciullate dalla tensione, occhi sbarrati e talloni inchiodati sul fianco ungherese.
Purtroppo l’immagine che è stata scattata dagli astanti non è nelle mani di chi scrive.

25 agosto – al solito tramonto
Solitamente rimuovo gli angoli sgradevoli delle mie giornate ma, nel caso specifico, nel desiderio di raccontare passo passo le mie vacanze intelligenti, riassumo brevemente l’escursione all’insegna del “con-la-bici-nel-vento” (così riportava il programma del tour operator): 45 km di sterrato, vento contro, moscerini anche, borraccia svuotata al 12° km, scontro della mia due ruote contro la due ruote, completa di cestello porta angurie, di tale contadina ungherese, che decideva improvvisamente di andare a far visita a qualche parente, abitante lungo il vialetto alla sua sinistra, proprio quando la sua bici si trovava alla destra della mia bici, che correva alla sua sinistra. Vabbè, riassumo: ci siamo accartocciate, lei insultante in ungherese, io sbraitante in italiano; l’anguria, saggiamente, silente.
Ma non è stato tutto così catastrofico: non dimentichiamo i dieci minuti di sauna alla massima temperatura (se poco fa bene, tanto farà meglio…), il solito sedere fumante nella solita tirepida acqua, il solito meraviglioso massaggio.

26 agosto
Tema: Gita in mongolfiera
Ci eravamo iscritti in pochi, anzi in poche (gli uomini difettano in ogni luogo), il costo dell’escursione era altino, e gli entusiasmi turistici mosci. Ma noi non ci siamo fatte contagiare. Sveglia alle 05.00, veloce colazione e via all’appuntamento: “Ore sei davanti alla hall, mi raccomando copritevi”. Non avevo pensato di andare in guepière, e neppure la Nadia nei suoi completino color pastello (la valigia nel frattempo ci aveva raggiunte, neppure troppo sgangherata).
Quel pallone che cresceva e cresceva, quegli sbuffi dell’elio che gonfiavano l’azzurro-grigio del telone, il cestello in robusto vimini pronto a raccogliere noi quattro eroine del cielo, tutto era lì per noi, e non restava altro che salire.
Quindi, il silenzio.
…E i bufali d’acqua, sotto di noi, a rincorrersi e forse litigare, ma no, ecco, quello laggiù a destra tenta una rappacificazione e si accoda ai compagni in festa. …E le casette che sembrano di Lego , che fanno cornice a un pastore che, solo ma sereno, lavora, pensa e vive.
Maccome, tu piccola turista, da 400 metri di altezza, spuntando da una mongolfiera svolazzante, intuisci la serenità e pensieri di un microscopico pastore ungherese? (ndr) Be’, in quell’atmosfera di favola non erano immaginabili ansie e patemi, ma solo una grandissima e profonda pace.
Come quattro streghe volanti, osserviamo dall’alto un paese che si sta svegliando, con i suoi ruscelli le sue balle di fieno così perfette nelle loro rotondità, i cavalli, le strade. Tutto così piccolo, laggiù, sotto il Grandissimo Organizzatore di questo mondo, lassù, sopra di noi.

Contemporaneamente a questo mio fantasticare, la voce della guida traduce man mano quello che il pilota comunica tramite walkie-talkie: informazioni sul nostro percorso a chi, da terra, sta seguendo quel puntino in cielo, seguendo le istruzioni che li porteranno sul prato dove atterreremo, loro pronti a tenere ben saldo il cestello, al fine di farci scendere, tronfie e orgogliose di quel viaggio nella fantasia.
Ecco, a ripensarci credo sarebbe stato meglio usare un altro tempo verbale, “dove avremmo dovuto atterrare”, per esempio.
Dopo una buona mezzora realizziamo infatti che la guida ha improvvisamente interrotto la sua traduzione simultanea, che il tono del pilota non fa pensare a terminologie tipo “che belle queste verdi praterie”, che la ripetitività degli incomprensibili vocaboli riporta invece a qualcosa che somiglia a “pregate ragazze, pregate”…
Ci verrà successivamente spiegato, quando ormai disperavamo di rivedere i nostri cari, che chi avrebbe dovuto precederci – via terra – per accoglierci e festeggiare l’arrivo – aveva avuto problemi di intasamento traffico e simili altre problematiche, per cui avremmo dovuto… arrangiarci.

“Ma guarda che bizzarri sistemi di atterraggio hanno le mongolfiere”, pensavamo infatti noi sprovvedute Icare, mentre la pancia del cestello strisciava sull’erbetta per circa 10/15 metri, prima di fermare la sua corsa e farci scendere, ammaccate ma davvero entusiaste dell’aeronautica esperienza.

Le immagini allegate documentano le espressioni rilassate e incuriosite, durante il rito del battesimo.

27 Agosto
Non conosco vacanza che non annoveri escursioni approfondite in Chiese, Cattedrale, Duomo.

Dopo qualche giretto, naso all’insù ad ammirare affreschi e volte, la comitiva si sparpaglia, con l’accordo del “ci si vede all’uscita tra un quarto d’ora”.
Io giracchio, osservo, leggo, finchè mi ritrovo davanti alla statua di Sant’Antonio da Padova che, mi avevano precedentemente spiegato, essere Santo molto caro agli ungheresi, come del resto a molti altri cittadini europei.
Approfitto quindi dell’occasione, per inginocchiarmi, salutarLo, e raccontargli qualche mio pensiero, desiderio, ansia o intime sensazioni.
Mi alzo compunta, e accenno il segno cristiano.
Ai piedi della statua scorgo però la chiara dicitura “San Ladislao”
Avevo sbagliato Santo.
Nel silenzio del suo mantello, San Ladislao sorride sornione.
“Senti, mi hai fatto parlare per mezz’ora senza avvisarmi. Ora, per favore, riporta tu a Sant’Antonio le mie preghiere. So che non esistono problemi di lingua, su da Voi. E stasera, prima di… coricarvi, parlate un po’ di me. Chissà, forse in due mi darete davvero una mano.
Grazie.

28 Agosto

La vacanza sta per finire. Ecco che ci rialziamo in volo (Rome to Genoa)
Dopo il solito rito “nel caso cadesse l’aereo attrezzatevi….”, si parte.
Seduto a mio fianco, un omaccione sui 100/110 km sbuffa per i 5 minuti di ritardo.
Canottiera rossa sbracciata, jeans taglia 54/56, vistoso tatuaggio sul bicipite.
Lui alla mia sinistra, tatuato il bicipite destro: sono quindi agevolata nello sbirciare benino il soggetto rappresentato: donna dalla lunga capigliatura, ciocche nere e rosse (milanista?), sotto la quale ideogrammi japan style immagino ne dettaglino le caratteristiche anagrafiche.
Interrompo lo sbirciamento in quanto il tipo mi lancia uno sguardo minaccioso. Forse ho esagerato con l’indagine tattoo.
Decolliamo. Chiudo gli occhietti. Il tatuato, che presumo abbia (io) abbandonato la preda, si fa fuggevole il segno della croce.
Mi commuovo sempre in queste occasioni, specialmente se… manifeste da soggetto torvo e appartenente al filone “io non ho paura di nessuno”. Di nessuno può essere, di precipitare da un aereo temo di sì.

La vacanza è finita, siamo soddisfatte, stanche quanto basta, pronte a raccontare agli amici le nostre avventure; e pronte a partecipare a questo concorso, con la speranza di raggiungere Parigi per un meritato week end-dono.

Week end nel quale scatteremo accurate fotografie e raccoglieremo appunti; chissà che CadillacTrip non presenti anche un edizione 2007.

di Paola Bartoli

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