Coast To Coast: Motoraduno a Sturgis

Racconto di viaggio Stati Uniti

Nel South Dakota, tra i suggestivi scenari delle Black Hills, ogni anno si danno appuntamento oltre mezzo milione di bikers per dar vita al più grande motoraduno del mondo. A Sturgis, un paesino di 5.000 anime, quest’anno c’eravano anche noi per la Honda Italia. Abbiamo ammirato Gold Wing super-elaborate, le uniche moto che osano sfilare nel regno indiscusso delle Harley Davidson. Avevamo con noi il nuovissimo maxi-scooter Silver Wing e siamo riusciti in una impresa difficilissima: stupire a Sturgis!

A Sturgis non è facile stupire. Puoi inventarti il posteriore di un Maggiolino, un anteriore motociclistico (con forcelle lunghe tre metri in stile Easy Rider), piazzarci su un 8 cilindri Chevrolet con scarichi aperti, cavalcare il bolide mascherato da Minotauro e … rischiare di passare inosservato! C’è chi ha fissato la testa imbalsamata di un bufalo sul manubrio dell’Harley, ricoprendo il resto con la pelle dell’animale, ma non è servito: pochi se ne sono accorti. Questa è Sturgis.

Se ne vedono di tutti i colori, basta osservare le fantasie cromatiche di moto e tatuaggi. E se ti dicono che un cavallo sta volando non alzare la testa perché…se guardi avanti vedrai cose ancor più incredibili! Diavolaccio di un Carlo E. Sabbatini: lui, il P.R. della Honda Italia, ben sapeva che in un mondo di stravaganze, di eccessi, nessuno avrebbe fatto caso nemmeno alla più elaborata e personalizzata delle Gold Wing. E poiché per gli americani lo scooter è veramente un “oggetto non identificato”, la Honda Italia si presenta con il nuovissimo Silver Wing. Operazione di Immagine riuscitissima: solo un alieno avrebbe potuto suscitare tanta curiosità. A Sturgis vengono tutti, ogni anno, per stupire. Ci sono quelli del ’38 che ora, a 63 anni, ricordano l’infanzia, quando il papà raccontava di quel magico appuntamento a due ruote, il primo di una lunga storia, proprio l’anno della loro nascita. “C’era una volta, in un piccolo paesino del South Dakota…”: la fiaba cominciava più o meno così. Ci sono anche coloro che nel ’38 non erano a Sturgis, ma già guidavano una moto. Dio li benedica! La storia narra che nel lontano 1937 un motociclista di passaggio a Sturgis investì un animale da allevamento (forse un maiale). Nell’urto la povera bestia ebbe sorprendentemente la peggio ma il padrone rifiutò ogni risarcimento, che pure il motociclista gli aveva offerto. “Non voglio danaro – disse – ma ti chiedo di tornare con altri amici il prossimo anno qui a Sturgis, sarete miei graditi ospiti.” Verità o leggenda? Certo è che in 60 anni, ad eccezione del periodo bellico, ogni edizione ha polverizzato il precedente record di presenze. Incontriamo i reduci di guerra, di tutte le guerre: dal Vietnam come dal Golfo. Li riconosci dai distintivi appuntati sulle giacche di pelle nera o da menomazioni corporee anche gravi. Vistose cicatrici, un occhio bendato, un arto amputato…… non impediscono comunque di guidare una Harley. Poi ci sono le nuove generazioni, quelli che nella edizione del ’95, dove noi eravamo andati per la prima volta, non erano ancora nati. Sono quelli, per intenderci, che per un Harley in miniatura (con motore a scoppio perfettamente funzionante) fanno spendere al loro babbo fino a 5.000 dollari. Uomini e donne, anziani e bambini: tutti in moto. Gli unici appiedati sono i Policeman che a Sturgis, pare, si divertono anche loro, non avendo risse da sedare o ubriachi da gettare in gattabuia. E ciò contrariamente alle aspettative, dato che le teste calde non mancherebbero e di sera la birra scorre come l’acqua nel Mississippi. Personalmente, nel mio frequente andirivieni da una costa all’altra degli States, mi sarò fermato a Sturgis tre o quattro volte. Ho maturato la convinzione che il fascino di questo mega-raduno non sia tanto nella pur esaltante permanenza nella bolgia infernale. “Vivere Sturgis” vuol dire soprattutto partecipare alla lenta marcia di avvicinamento alla meta. Una marcia che, ovviamente, può durare anche molti giorni. Come in un pellegrinaggio, i fedeli bikers si muovono da ogni parte degli States e del mondo. Ne abbiamo conosciuti moltissimi arrivare dalle regioni più estreme del Canada o del Messico, ma anche dal Sud America. Senza contare quei pochi che, avendo tempo e danaro, giungono in aereo da ogni parte del mondo, con la propria Harley al seguito! Almeno una volta nella vita l’Harleysta convinto va a Sturgis. E questa faticosa marcia di avvicinamento è tanto più affascinante quanto più Sturgis è lontana. Abbiamo ascoltato le parole di chi arrivava dal Colorado, dall’Arizona, dal Texas o dalla Florida. Migliaia di miglia (quasi sempre senza casco, dove la legge lo consente), con il rombo e le vibrazioni devastanti dei bicilindrici di Milwaukee. Un vero atto di fede. Poveri bikers nati nel South Dakota! Deve essere veramente frustrante partire da casa ed arrivare a Sturgis dopo appena qualche ora di viaggio. Probabilmente ci sarà qualcuno più frustrato che prende l’aereo, va a New York e lì noleggia una Harley per poi ritornare a Sturgis e sentirsi come gli altri. Già, da New York… proprio come noi! Per la verità avremmo preferito arrivare direttamente a Sturgis con un volo diretto da Roma.

Tuttavia eravamo impegnati non solo per la Honda ma anche con il tour operator Fullmonty Travel che, come ogni anno, ha organizzato il favoloso Coast to Coast da New York a San Francisco in moto. Sfruttando le opportune sinergie la Fullmonty ha potuto fornire alla Honda Italia il necessario supporto tecnico-logistico. Container navale per il trasporto del Silver Wing dall’Italia, pianificazione dell’itinerario e mezzi assistenza al seguito. E così dal cuore di Manhattan inizia, anche per noi, la lenta marcia di avvicinamento al “santuario di Sturgis”. La nostra rotta, dopo New York, Niagara ed un breve sconfinamento in Canada, volge decisamente in direzione west, passando per Chicago. L’interminabile ma suggestivo attraversamento del Midwest, sconfinati campi di cereali che separano l’est dalle montagne, ci ha consentito di familiarizzare on the road con i bikers provenienti dalla east coast, come pure dal Quebec e dall’Ontario. Ad ogni rifornimento ne incontravi a decine, magari appartenenti alle più svariate “confraternite”: gli Hell’s Angels, gli Outlaw, i Bandidos. Storia e leggenda di un fenomeno tipicamente americano, un tempo punteggiato da fatti cruenti ed episodi veri di malavita. Il Silver Wing richiama sempre il loro interesse. E dire che alcuni di noi viaggiano su fiammanti e italianissime maxi-moto, di quelle, per intenderci, che fanno sognare gli americani. Eppure l’attenzione degli uomini tatuati è sempre per lui: il Silver Wing. Quando arrivi a Sturgis è come entrare in un formicaio, dove le decine di migliaia di motociclisti si muovono incolonnati, a passo d’uomo, con il costante rumore di sottofondo dei motori Harley. Un rumore ininterrotto, giorno e notte. Goduria o tormento, fate voi. Trovare un parcheggio sulla Main Street è impresa ardua ma se riesci vale la pena occuparlo il più possibile, per poter girare anche a piedi mentre la tua moto resta costantemente “in vetrina”. Comunque il rito di Sturgis si compie percorrendo le due corsie della Main Street, con un filo di gas. Circa 400 metri da ripetere per una cinquantina di volte al giorno. Questa è la normalità ma i gli “integralisti” possono arrivare anche al triplo. E’ il più mistico degli atti di fede bikers. La devozione assoluta ad un mondo, ad una cultura, ad uno stile di vita. Durante la passerella devi esibire la tua diversità, devi lanciare un messaggio, di qualunque genere, a chiunque: l’importante è comunicare. Puoi comunicare in ogni modo, prima di ogni cosa con l’immagine. Ci fermano in continuazione per chiederci da dove veniamo, poi, sorpresi, vogliono sapere come abbiamo fatto a portare le moto dall’Italia! Altre espressioni di stupore nell’apprendere che la nostra destinazione ultima sarà San Francisco. “Ma come fate ad attraversare tutta l’America con questo! – ci chiedono indicando il Silver Wing. Eppure ancora sanno poco del nostro alieno. Le domande tecniche non tardano: cubatura e frazionamento, prima di ogni altra cosa. Bicilindrico? “Oh my God!” Certamente i loro bicilindrici hanno un’altra voce, ma quando capiscono che in totale assenza di vibrazioni, con un leggero fruscio, l’alieno filerà via sulle freeway più veloce dei loro bisonti, traspare dai loro volti un pò di amarezza. Cari Yankees, Sturgis è ancora lontana!. Qualcuno ha un approccio meno superficiale nei confronti dell’alieno. Comprende così come in Europa, ed in Italia in particolare, il problema della mobilità urbana sia grave e comunque assai diverso da quello Americano. Sicché lo scooter si diffonde proprio in quanto mezzo idoneo al superamento di questo handicap. Nello stesso tempo l’evoluzione tecnologica ha trasformato lo “scooterino” da città in “scooterone” che, pur senza tradire la facilità di movimento nei grandi centri urbani, si presenta come valida alternativa alla moto nei trasferimenti a medio e lungo raggio. Cominciamo ad essere visti con meno sospetto, il confronto ha portato ad un riconoscimento reciproco. Purtroppo i momenti vissuti a Sturgis corrono in fretta. Ed è tempo di lasciarsi alle spalle Mount Rushmore, con i volti dei quattro Presidenti scolpiti nella roccia. L’immagine-simbolo delle splendide Black Hills chiude la nostra avventura a Sturgis. Ma il nostro viaggio continuerà: dal Parco di Yellowstone, nel Wyoming, scenderemo a sud attraversando il Nebraska, per poi salire in quota verso l’aria rarefatta di Denver. Poi i boschi e le montagne del magnifico Colorado si trasformeranno in paesaggi tormentati di sconvolgente bellezza, dell’Indian Country, la regione delle riserve indiane. Scivoleremo nei canyon dello Utah, sino a Moab, pregustando i suggestivi scenari della Valley of Gods. Ancora in Colorado tra le verdi montagne del Mesa Verde National Park, sino al paesaggio incantato della celebre Monument Valley, scenari di “Ombre Rosse”! Le emozioni non ci lasceranno riprendere fiato, neanche per un attimo: eccoci al tramonto sul Lake Powell, con i suoi colori irreali. Poi entreremo in Arizona, con la magia del Grand Canyon. Seguiremo il Rio Colorado, in pieno deserto, e quando polvere e cactus ci avranno infine saziato, laggiù, alla fine dell’Highways 93 ci attende Las Vegas, che ammicca invitante come una sirena! Due notti di follie nei più famosi hotel-casinò del Nevada, prima di affrontare l’infernale Valle delle Morte, rapiti dal fascino di un paesaggio senza vita. Sognavamo la California e, nel risalire i più bei parchi nazionali, dal Sequoia allo Yosemite, conquisteremo San Francisco!

Testo: Pietro Verdesca Zain

Foto: Pietro Verdesca Zain e Alberto Angeloni

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