Northern Territori

Appunti di viaggio ed info sull’Australia

Northern Territory (Top End) & Queensland (Tropical North)

AGOSTO 2004 – Australia: un viaggio facile da vivere ma per me difficile da iniziare. Era infatti molto tempo che io e mia moglie avevamo intenzione di vedere cosa c’era in questo paese visto come un mito dall’immaginario collettivo ma quando l’altro anno ci eravamo decisi la Sars (allarme motivato o esagerato che fosse, viaggiando con una bimba piccola si hanno degli scrupoli) ci aveva bloccato gli scali orientali (in genere Singapore, Hong Kong o Bangkok) mentre quest’ultimo anno una interminabile serie di congiunzioni negative di salute e di lavoro avevano messo più volte in seria discussione la realizzazione del viaggio fino all’ultima settimana ovvero quando era tutto prenotato senza possibilità di recessione; la nostra caparbietà però era stata premiata e, a dispetto di tutto e tutti, il primo di Agosto eravamo sull’aereo che da Fiumicino era diretto a Francoforte (circa 2 ore con Alitalia in un Embraer ERJ-145 da 49 posti) da dove avremmo preso il successivo volo per Singapore (12 ore su un Boeing 747 della Qantas). Dopo una notte (ed un paio di giorni pieni per una visita) di sosta nella città orientale ci aspettava un Boeing 737 della Qantas per Darwin (circa 4 ore e mezza).
Volevo citare l’ottimo il servizio a bordo negli aerei della Qantas: molti gadget per i bambini (matite colorate, favole, album da disegno, portachiavi, carte da gioco, gomme, marsupi con giochini vari, adesivi, set di omogeneizzati ed altro) e per i grandi (trousse per toilet), cibo vario con selezione di piatti orientali, dotazioni di bordo ricche persino nell’economy (schermi lcd su ogni poltrona con programmi anche in Italiano, telefoni di bordo funzionanti a carta di credito su ogni bracciolo, videogiochi con joystick…) e soprattutto gentilezza, pazienza e professionalità.

 Il Top End del Northern Territory

L’impatto con l’Australia fu subito intenso: arrivammo puntuali a Darwin alle 4,10 del mattino ed in piena notte prendemmo immediatamente l’auto a noleggio per dirigersi sulla Stuart Highway (la strada principale che taglia da Nord a Sud la nazione) …guida a sinistra, nebbia fittissima (mai più incontrata i giorni successivi), animali selvaggi che attraversavano la strada e sante cartine scaricate da internet…
Subito ebbi la prima gradita sorpresa: pare che in Australia (se non mi ha burlato l’impiegato dell’autonoleggio Territory Thrifty) ci sia l’abitudine di dare, a chi preventivamente ha prenotato una determinata auto, un mezzo di una o due categorie superiori…che sia vero o no avevo prenotato e pagato dall’Italia per una due volumi a marce manuali (per risparmiare) e senza sovrapprezzo mi avevano dato un fuoristrada (Toyota Rav4 2000cc) a marce automatiche.

Guidare nel Northern Territory

Affittare un’auto in Australia richiede oltre la patente internazionale (che i noleggiatori mi hanno sempre chiesto) un po’ di attenzione in quanto tutto è rovesciato: si tiene la sinistra, il volante è a destra, si sorpassa sulla destra, il cambio è a sinistra, i comandi frecce-tergicristallo sono invertiti e bisogna abituarsi a girare la testa a sinistra per guardare lo specchietto retrovisore interno (per me è stata la cosa più difficile). Dopo un paio di giorni però si incominciano a fare le cose automaticamente ovvero si affrontano senza problemi incroci e rotatorie e nelle strade strette si riesce a mantenere la sinistra senza sconfinare nel centro della strada o come a volte mi è capitato senza andare con la ruota sinistra fuori strada. I primi due giorni adottavo un trucchetto: ogni volta che affrontavo un incrocio ripetevo dentro la testa la frase “mantieni la sinistra…mantieni la sinistra…”
Le “rented-car” non hanno un libretto di circolazione o documenti assicurativi o bolli; per ogni problema bisogna esibire il contratto di noleggio.
Le strade del Northern Territory sono praticamente deserte già dopo pochi chilometri fuori dai centri abitati sia quelle principali che quelle secondarie e questo facilita l’approccio alla guida. Non esistono autostrade e anche la famosa Stuart Hwy poco dopo Darwin diventa una strada stretta spesso ad una sola corsia per senso di marcia anche se in perfetto stato. Questo fatto non è dovuto ad una cattiva politica stradale ma semplicemente perché una strada più grande non servirebbe: si possono percorrere centinaia di chilometri senza incrociare nessuno, al massimo un paio di jeep.
Una curiosità: La Stuart Highway prende il nome dall’esploratore scozzese John McDouall Stuart che fu il primo a percorrere nel 1862 il tragitto da Adelaide a Darwin attraversando i deserti del centro e passando da Coober Pedy e Alice Springs (che inizialmente si chiamava Stuart).
Talvolta invece si può aver a che fare con i “Road Train”, veri e propri bestioni con tre o quattro rimorchi (spesso ondeggianti) ed un paio di centinaia di ruote che carichi di carburante o altre merci viaggiano a 100 all’ora o più…per superarli bisogna prevedere almeno un chilometro libero prima di invadere la sede stradale opposta. Per fortuna il modo di guidare dei locali è estremamente corretto, rilassato e rispettoso, quindi può capitare che ogni decina di chilometri o l’autotreno si fermi per permettere alle auto di superarlo oppure rallenti, accostando a sinistra, per far sfruttare agli automobilisti i tratti di strada (mediamente ogni 50Km ma le distanze possono variare) dove esiste una corsia aggiuntiva (preventivamente segnalata) appositamente costruita per permettere il superamento dei veicoli lenti.
I cartelli stradali sono sempre ben visibili e presenti, quelli marroni segnalano le località di interesse turistico. Il limite di velocità è segnalato di volta in volta, in genere è di 100Km/h, raramente di 110Km/h (50-60 Km/h nei centri urbani) e vi posso assicurare che spesso è adeguatissimo visto le strade non sempre facili. Mi è capitato anche di condividere la strada con interminabili colonne di automezzi pesanti militari e carro-armati ma per fortuna (diversamente che in Italia) si possono interrompere (ovvero ci si può infilare tra un camion e l’altro) e a questo proposito si distanziano di circa 100 metri e più tra loro. La precisione della guida nel N.T. è quasi maniacale: le distanze di sicurezza vengono abbondantemente rispettate come anche i limiti (anche quando la strada è dritta con decine di chilometri di visibilità), la freccia è usata sempre in ogni occasione compreso nel rientro dal sorpasso e pur di concedere la corretta precedenza un auto si può fermare ad un incrocio moltissimo tempo prima; anche la pazienza è proverbiale in quanto nessuno mi ha mai “suonato” in caso di una mia manovra scorretta o maldestra.
Probabilmente è proprio grazie alla correttezza (e senso civico) della gente che non ho mai visto una sola auto della polizia o vigile urbano sia fuori che dentro le città.
L’unico vero pericolo sono gli animali selvaggi che attraversano la strada, pericolo che aumenta di notte o alle prime luci del giorno. Mi è capitato molte volte che un paio di canguri mi attraversassero la strada all’improvviso magari fermandosi qualche secondo in mezzo alla carreggiata costringendomi ad una frenata brusca…non so cosa sarebbe successo se avessero attraversato qualche secondo più tardi magari con la jeep lanciata alla massima velocità consentita. Non per niente quasi tutti (dalle jeep ai pulmini) hanno un grande rostro sul muso proprio per limitare i danni da impatto ed è facile vedere ai lati delle strade canguri, cavalli, asini, rapaci (i rapaci che vanno a cibarsi delle carogne) o altri animali morti sfracellati.
Una annotazione: in alcuni luoghi le strade secondarie non sono asfaltate (anche se spesso si tratta di percorsi di terra rossa battuta percorribili anche con auto normali) quindi può essere comodo avere un mezzo a quattro ruote motrici (per raggiungere le attrazioni principali durante questa stagione però non è necessario ma se si vuole andare più veloci…) Vi avverto che tenendo inserita la trazione integrale (nella nostra Toyota Rav4 non era disinseribile !) i consumi superati gli 80 Km/h diventano incredibili !!! (non esistono i turbo-diesel sono tutti a benzina). Andando in alcuni tratti a 130-140 Km/h (ho superato i limiti lo so…chiedo venia) ho avuto l’impressione di vedere l’ago della benzina scendere a vista d’occhio: per fortuna il carburante costa quasi la metà che in Italia ma vi consiglio ogni volta che si può di fare rifornimento (e questo accadrà molte volte!) anche perché in alcuni tratti i distributori scarseggiano. In compenso le stazioni di servizio (tutte fai-da-te, nel senso che metti benzina autonomamente, poi paghi alla cassa) sono anche un piccolo supermarket con cibo, bevande e gadget. Spesso mettono a disposizione (è segnalato da un cartello sulla strada) caffè, tè e ghiaccio gratuiti.
Per guidare invece durante l’estate (quando da noi è inverno: le stagioni sono invertite) ovvero durante la stagione delle piogge è indispensabile avere un grande fuoristrada (infatti gli abitanti ce l’hanno tutti) perché anche le strade principali si allagano (parchi come il Kakadu diventano un’enorme palude); molte località turistiche sono addirittura interdette a qualsiasi veicolo.
Un ultimo consiglio: portate sempre con voi acqua e qualche spuntino poiché in caso di problemi con l’auto i soccorsi non sarebbero immediati (anche perché quasi mai il cellulare ha campo quindi non resta che fermare la prima auto di passaggio).
Una curiosità: nel N.T. il 99% delle auto sono Toyota (jeep, berline, camper 4×4, pulmini, ecc.).
Grazie alla buone indicazioni, alla penuria di strade extraurbane, alle città ordinate e non vaste ovunque sia andato in Australia sono riuscito a trovare vie e località con le semplici cartine scaricate da Internet (quelle che mi sono state di reale utilità le ho raggruppate in questa pagina) e sempre al primo colpo senza mai dover chiedere informazioni a chicchessia (anche perché spesso non c’era un anima viva!).

Territory Wildlife Park

Sistemate le valigie nell’auto, poiché il check-in in albergo (a Darwin) era all’ora di pranzo decisi per non perdere la giornata di dirigermi subito verso il Territory Wildlife Park a meno di un’oretta (60km, ma con la nebbia i tempi si allungarono) dalla città.
Arrivammo verso le 6,30 quando incominciava ad albeggiare, la temperatura era perfetta, forse un po’ calda, il “bush” (la boscaglia) si risvegliava con i suoi mille suoni d’uccello…decidemmo quindi di riposarci un po’ visto che il parco apriva alle 8.30. Nella fretta avevo dimenticato di cambiare gli euro ma per fortuna in Australia non era mai un problema: con la carta di credito si paga veramente tutto anche i più piccoli importi (anzi è gradita rispetto il contanti), non si usa dare mance e nessuno chiede soldi per la strada… quindi si può tranquillamente girare senza dollari australiani in tasca; consiglio comunque di averne una piccola quantità (un centinaio bastano) perché in un paio di occasioni sono serviti (alle grotte di Cutta Cutta non era in funzione il pos, mentre al centro culturale di Tjapukai la mia carta risultava inspiegabilmente disabilitata).
Il Territory Wildlife Park non è un parco nazionale bensì una vasta riserva con dei settori recintati dove all’interno gli animali vivono in un regime di semilibertà. Nel parco sono previsti dei percorsi guidati da cartelli e passerelle all’interno della foresta pluviale e del bush (circa 6 km che abbiamo fatto interamente a piedi con passeggino “carico” e zaini in spalla) e dei percorsi stradali percorribili anche a tappe tramite una navetta (il classico trattore camuffato da trenino con vagoncini a seguito). Lungo i vari itinerari (viene data una cartina all’entrata) sono previste soste a strutture artificiali come voliere, terrari per rettili, ragni e scorpioni ed acquari…compreso un lungo tunnel di vetro all’interno di un acquario dove poter vedere nuotare a 180 gradi molti pesci marini tropicali squali e razze comprese (Maeva riconobbe i vari personaggi del cartoon: Nemo) e un ambiente particolare completamente in penombra dove poter vedere gli animali notturni. Sono previste anche esibizioni e passeggiate gratuite guidate dai disponibilissimi ranger a determinati orari. Il parco è inoltre un rifugio temporaneo per animali feriti o orfani. Anche se non si tratta di un ambiente completamente naturale fui contento di aver speso 18 $ (a persona, bimba gratis) per questo parco in quanto mi permise di avere una panoramica degli ambienti e degli animali australiani (dai Dingo agli Emù), animali che non sempre riuscii a vedere nei deserti o nei grandi parchi nazionali proprio a causa della loro indole schiva, abitudini notturne o vastità ed impenetrabilità dei luoghi …e poi feci subito contenta Maeva: gli avevo promesso da un anno che avrebbe avuto un incontro ravvicinato con i canguri (i giorni prima di partire nonostante cercavamo di tapparle la bocca ad ogni persona che incontrava diceva: “vado a trovare i canguri!”) e l’ha avuto ! Infatti nella prima parte del percorso c’era una zona dove era possibile incontrali (sia i piccoli Wallaby che i grandi canguri rossi)…se noi adulti provavamo ad avvicinarci scappavano ma quando era la nostra piccoletta a farlo rimanevano fermi e tranquilli; il massimo poi fu quando un gentile ranger avvicinatosi a Maeva la portò verso un canguro più docile di altri (attirandolo con un po’ di cibo) permettendole di accarezzarlo…forse non sarà stato “ecologicamente corretto” ma stampò in lei un’impronta indelebile: Maeva aveva il terrore degli animali grandi o piccoli che fossero nonostante i miei incoraggiamenti in patria con cani, gatti, geci o cavallette ma dopo quel timido approccio si aprì completamente (anche troppo) ed ora non ha più paura di nulla !
Durante la giornata la temperatura si alzò notevolmente e dopo circa 3 ore e mezzo di cammino il parco era interamente visitato quindi, sfiniti dalla stanchezza (non dormivamo da Singapore), ci concedemmo prima di uscire una sosta nello spaccio interno per un pranzo veloce a base di pollo fritto e coca cola e per comprare un bel cappello australiano tipo cowboy (prezzi bassi) da usare nelle future escursioni e un serpente giocattolo per Maeva.
Per arrivare al parco da Darwin basta percorrere una cinquantina di Km la Stuart Hwy (il primo tratto è molto ampio), poi girare a destra per Berry Spring (un altro parco)/Territory Wildlife Park (ci sono dei visibilissimi cartelli di colore marrone che indicano il parco) sulla Cox Peninsula Road per altri 10 Km circa.

La cucina Australiana

La cucina australiana ovviamente non ha una tradizione antichissima in quanto gli originali abitanti (gli aborigeni) cacciatori e raccoglitori non elaborarono mai delle ricette limitandosi a mangiare il cibo procurato così com’era spesso crudo senza particolare fantasia.
Ne consegue che la cucina australiana è un mix di ricette provenienti dai vari paesi occidentali che l’hanno colonizzata, Italiani (sono il 10%) compresi (leggi: fettuccine). Le ultime ondate di emigrati orientali hanno portato invece i sapori cinesi e indiani. In generale posso affermare che le classiche ricette sono state rielaborate con profumi e spezie aggiunte utilizzando anche nuovi tipi di carni come canguro (molto comune), coccodrillo, dromedario o qualche animale più esotico; il beef (il manzo) comunque non manca mai accanto alla scelta di pesce freschissimo: anche a centinaia di chilometri dal mare è facile trovare menù a base di gamberoni, aragostine, ostriche e cozze verdi del Pacifico. Universale è anche il Barramundi (semplicemente chiamato: “Barra”): un pescione di acqua dolce pescato un po’ ovunque alla base di piatti sia elaborati che sbrigativi (Barra & Chips). Ovviamente non mancano mai tutti i cibi-spazzatura come hamburger, pollo fritto e compagnia bella.

Darwin

Dopo pranzo tornammo verso Darwin: avevamo prenotato un alloggio presso il Mirambeena Tourist Resort, una struttura media situata in Cavenagh Street che è considerata tra le strade principali e centrali di Darwin ovvero dove sono ubicati alcuni negozi utili come il supermercato subito “visitato” per fare abbondante scorta di acqua minerale da 3 litri (ed evitare di comprarla in albergo), spuntini da utilizzare durante i 2000 Km percorsi nel Northern Territory, omogeneizzati, scatolette di tonno/salmone e fusilli per assicurare una cena completa a Maeva (cucinata quotidianamente segretamente in stanza con un fornello elettrico) ed un grande negozio di campeggio dove comprammo una borraccia nuova visto che la nostra dava segni di cedimento.
Finite le compere, entrati in possesso della stanza andammo a cenare (si erano fatte le 18.00 e in Australia si cena prestissimo): ottimo pasto a base di carne di canguro e contorni.
Darwin pur essendo la capitale del N.T. è una piccola cittadina di provincia, non trafficatissima, con strade ordinate e facili da trovare (soprattutto se si hanno delle cartine sufficientemente dettagliate). L’ho girata in lungo ed in largo (soprattutto nella parte finale del mio giro nel N.T.) e sinceramente me l’aspettavo più multietnica perché avevo letto che era considerata la “porta d’oriente” a causa della vicinanza con l’Asia; invece posso affermare che non lo è più di una qualsiasi altra odierna cittadina di provincia italiana (probabilmente se mi fossi trovato a Darwin di Giovedì o di Domenica ovvero i giorni in cui si organizza il grande mercato di Mindil Beach mi sarei ricreduto).
Come tutte le città viste (sia nel N.T. che nel Queensland) aveva delle vie apposite (e segnalate) dove si concentravano le attività commerciali ed altre a maggiore tendenza residenziale, quindi città facili da esplorare e vivere.
Nonostante eravamo in inverno il clima era molto caldo ma non troppo umido.
Le attrazioni principali (parlerò di Darwin più dettagliatamente in seguito) sono il Museum & Art Gallery of NT, East Point, Mindil Beach, Wallabies Point, Aquascene (per i più piccoli) e poco altro.
Una curiosità: il ciclone Tracy che si abbatté sulla città nel 1974 distruggendola quasi completamente (il ricordo di quell’incubo è ancora presente nei musei, rovine e targhe) segnò il confine tra ciò che gli abitanti considerano “antico” e “nuovo” …tutto ciò rimasto (quasi nulla) prima del ciclone è “antico” (nel senso storico della parola) mentre il resto è “nuovo”, “moderno”.

Il Turismo nel Top End del Northern Territory

Nonostante il turismo sia massimo in questa stagione (clima secco, mai afoso, privo di pioggia, sempre soleggiato, temperature relativamente miti, strade praticabili e zanzare ridotte al minimo) non raggiunge mai livelli di folla. La maggior parte dei turisti è Australiano, soprattutto famiglie che hanno voluto fare una pausa dai rigori invernali del sud della nazione. Moltissimi viaggiano in jeep e roulotte a seguito o con camper fuoristrada o semplicemente con la tenda; il campeggio è sempre di gran moda ed in molti luoghi (anche nei parchi nazionali) è possibile campeggiare liberamente e talvolta fare un bel barbecue. I turisti restanti sono coppiette Italiane marsupiate in viaggio di nozze e tour organizzato un po’ spaesate (e quindi ad alto potere addensante) con un’ulteriore minoranza di inglesi e francesi.
Jumping Crocodile Cruise
Il mattino seguente dopo un’abbondante colazione americana (e regolare furto di panini per pranzo) lasciammo Darwin (ci torneremo dopo alcuni giorni per girarla meglio) in direzione del parco nazionale di Kakadu. Prendemmo quindi la Stuart Hwy (direzione Palmerston, l’antico nucleo abitativo di Darwin oggi cittadina a se stante) per poi deviare dopo 30-35 Km a sinistra sulla Arnhem Hwy (direzione Jabiru). Lungo la strada (altri 30Km) ci fermammo ai margini del Djukbinj National Park (i nomi sono difficili perché sono tutti aborigeni) ovvero lungo l’Adelaide River dove due o tre strutture turistiche organizzavano mini-crociere sul fiume per il “Jumping Croc” (letteralmente i coccodrilli saltanti) ad orari prestabiliti (9,11,13,15 durata circa un ‘ora e mezza prezzo 36 $).
Per strutture turistiche, luoghi di ristoro, ristoranti, affittacamere, stazioni di servizio in queste zone dovete immaginare modesti complessi di legno che fungono da casa e lavoro ad una famiglia situate nel nulla, nel silenzio più assoluto dove l’unico suono è la musica “country” (amatissima nel NT) che esce da qualche finestra o il rumore prodotto da un pesante attrezzo manovrato da qualche giovane ragazzona alta, robusta ma non grassa, sudata e sorridente, nella tenuta classica: pantaloncini e camicia color caki, cappello da cow-boy, capelli lunghi raccolti, scarponi pesanti e occhiali Rey Ban.
Se si affrontano le escursioni la mattina presto si evitano spesso i turisti (che arrivano in genere, mai troppi, con un pulmino nella tarda mattinata), al massimo troverete qualche gruppo motociclista con le loro Harley fermo per un caffè o un ciclista solitario con la bici carica di borse (o addirittura con carretto a traino) in cerca di ristoro da chissà quale impresa.
Alle 9.00 salimmo a bordo del barcone a due piani (quello inferiore chiuso a vetri e quello superiore, dove ci sistemammo, aperto) per iniziare la gita. Il fiume Adelaide nonostante il periodo secco era molto ampio, con l’acqua carica di fango e assolutamente incontaminato, sulle rive egrette e aironi bianchi sostavano sugli alberi, mentre nel cielo volteggiavano le aquile…l’unica stonatura era continuo parlare velocissimo della ragazzona che spiegava tramite microfono ed altoparlante tutto quello che vedevamo (ma sono riuscito a capire poco, troppo veloce, troppo slang!).
Ad un certo punto si incominciarono ad avvistare in acqua e lungo le rive i primi coccodrilli di acqua salata.
In Australia vivono due tipi di coccodrilli: quelli di acqua dolce (o Freshwater Croc) di indole relativamente buona (basta non infastidirli) e i coccodrilli di acqua salata (o Estuarine o Saltwater Croc) che vivono generalmente negli estuari dei fiumi (ma si possono trovare abbondanti anche in mare o nei fiumi e laghi molto distanti dal mare come in questo caso) di taglia maggiore e molto pericolosi (pappa-uomini).
La ragazzona prese da una grande cassa dei pezzi di carne e li attaccò all’estremità di un filo appeso ad una canna, abbassò l’esca a un paio di metri dal fiume e iniziò lo spettacolo. Anche questa volta ero riuscito a mantenere un’altra promessa fatta a Maeva più di un anno prima: vedere i coccodrilli balzare fuori dall’acqua. Per più un’ora rimase letteralmente incollata con lo sguardo sul pelo dell’acqua (e non solo lei) fissando ogni particolare (si era perfino accorta che un vecchio coccodrillo era privo di un arto)…uno spettacolo forse poco naturale ma molto suggestivo. La ragazzona mi spiegò che il cibo dato da lei era limitato appositamente per non alterare l’istinto predatorio naturale dei rettili, prova ne fu che durante la navigazione assistemmo all’attacco a sorpresa (non riuscito) di un coccodrillo ai danni di un’anatra che nuotava in un’ansa calma del fiume.
Alla fine della gita ci offrirono la classica tazza di tè/caffè e ci salutarono.

Kakadu National Park

Riprendemmo l’auto e continuammo lungo la deserta Arnhem Highway verso la nostra prossima tappa (200Km, circa 2 ore e mezzo) : il Gagudju Crocodile Holiday Inn, un hotel 3 stelle superior famoso per la sua struttura (metallica) a forma di coccodrillo situato a Jabiru dove risiedeva il centro (abitazioni, qualche negozio, servizi…) della comunità aborigena di questa zona.
Lungo la strada c’erano migliaia di enormi strutture grigie o rossicce: i termitai a “cattedrale” (dalla forma omonima, alti più di 5 metri) e quelli chiamati “magnetici” a forma di grande lapide orientati cardinalmente in modo da esporre la minor superficie al sole. La parte visibile del termitaio rappresenta il sistema di ” aria condizionata” di una comunità di particolari specie di termiti, infatti ha lo scopo (sfruttando i flussi di aria generati da aperture poste a diverse altezze) di raffreddare gli ambienti che si trovano sotto terra dove le formiche vivono e dove, a scopo alimentare, coltivano dei specifici funghi.
Per arrivare a Jabiru bisognava entrare nel parco nazionale del Kakadu. Il Kakadu fa parte di quelle terre restituite negli anni novanta agli aborigeni dai quali è parzialmente gestito (ranger, polizia, pedaggio…) e parzialmente affittato allo stato (manutenzione); ovviamente all’interno del parco vivono anche varie comunità aborigene.
All’entrata c’è da pagare un ingresso di 16$ e 25 cent a persona (sul biglietto c’è scritto “valido per 6 giorni” ma sui deplian al centro culturale c’è scritto 14) e viene rilasciato un libricino con cartina (le mappe che si trovano su internet). Il parco è enorme, centinaia di chilometri di perimetro ed è solcato da due strade principali (Arnhem Hwy e Kakadu Hwy) e molte secondarie generalmente non asfaltate (dirty road). Ai confini del parco si trova l’Arnhem Land (la terra aborigena per eccellenza nella quale non si può entrare senza permesso) e le miniere di uranio.
I mesi di Luglio ed Agosto rappresentano il periodo migliore per il Kakadu che essendo una vasta pianura alluvionale durante i periodi delle piogge si allaga completamente (anche per lo straripamento del South Alligator River) e pochissime strade sono percorribili e solo per alcuni tratti. Infatti anche nei due percorsi asfaltati principali si possono vedere spesso delle aste con scala graduata che indicano il livello dell’acqua che talvolta nella stagione sconsigliata può raggiungere anche i 3 metri (sopra il manto stradale). Un altro motivo per godersi il periodo asciutto sono le zanzare che si trovano in quantità minore in questo periodo. A questo proposito consiglio di portare durante le passeggiate un potente repellente (oltre la crema solare per il sole a protezione alta) per le zanzare che possono portare malattie serie; infatti anche se sulla L.P. e sugli avvisi del (vecchio) sito del Min. degli Esteri veniva segnalato un rischio di Febbre del Ross River Virus solo nella confinante zona di Kimberly (sul nuovo sito non c’è scritto più nulla) quando andai al Bowali Visitor Centre trovai dei deplian (anche in italiano) che avvisavano del pericolo in tutto il Kakadu; non solo: parlando con una guida mi disse della possibilità non tanto remota (si riferiva soprattutto ai campeggiatori che si accampavano di notte ma anche di escursionisti lungo i corsi d’acqua…) di contrarre il Dengue anche nella stagione secca…con questo non vorrei fare dell’allarmismo ma della prevenzione.
Il primo pomeriggio arrivammo al Gagudju Crocodile Holiday Inn (Gagudju è il nome di uno dei dialetti aborigeni). Appena entrati nell’hotel un getto di potente aria condizionata ci sfiammò la pelle…la hall era molto lussuosa con un grande coccodrillo estuarino imbalsamato nell’atto di catturare un barramundi, fontane e (molto interessante) un esposizione permanente di arte pittorica aborigena contemporanea (e rivendita). Dalla hall si poteva accedere alla grande sala ristorante ma non alle camere, quindi dopo fatto il check-in ci rimettemmo in auto e raggiunto il parcheggio più vicino alla nostra stanza scaricammo le valigie (notai che in tutti i resort/hotel/motel australiani non esiste il servizio facchinaggio…meglio così…mi piace essere autonomo!) e tramite una “gamba” del grande coccodrillo metallico salimmo (non esistono ascensori) al piano della nostra modesta ma decente stanza. Qualche zanzarina svolazzava in aria (a terra invece correva uno scarafaggio) ma non fu un problema…per la serie è meglio prevenire tirai fuori il mio fido apparecchio a batterie che diffondendo un leggero insetticida “bonificò” l’ambiente.
Sistemate la valigie, i soldi nella cassaforte, fatto uno spuntino riprendemmo la jeep (anzi dovrei chiamarla SUV) per dirigersi al Bowali Visitor Centre per raccogliere qualche documentazione ed informazione in più di quelle già abbondanti prese sulla rete. Il centro era ricco di cartine e libricini vari, aveva un piccolo museo interno sugli habitat del Kakadu,una biblioteca, un ristoro e un bancone con i ranger a disposizione per ogni chiarimento: è il giusto punto di partenza per chi autonomamente è arrivato nel parco senza essere riuscito a documentarsi a sufficienza prima (non è il mio caso) e vuole progettare una visita in base ai giorni a disposizione.
All’imbrunire tornammo in albergo, acquistai i biglietti per poter accedere il giorno seguente all’escursione sullo Yellow Water (40$ a persona, bambini fino a 3 anni non compiuti gratis: insegnammo subito a Maeva che in Australia doveva sempre dire con le dita ed in inglese di avere due anni e non tre !!!); attenzione: i biglietti non possono essere comprati sul luogo al momento dell’escursione) e andammo in stanza dove sbrigammo le incombenze quotidiane serali: doccia, preparazione delle cartine stradali/documentazione per il giorno dopo (avevo con me un centinaio di pagine stampate da Internet), cottura della pasta per Maeva, ecc. ed andammo a cena. Il buffet del Gagudju (un po’ costoso rispetto la media ma li valeva: 45 $) fu veramente ricco: feci molti “giri” di aragoste, ostriche, cozze, polpi e gamberoni…dopo aver ovviamente “planato” nel reparto carni…il tutto in compagnia di una birrona gelata e di fronte ad un complessino country che suonò tutta la serata .
Il giorno seguente di buon mattino ci recammo al molo della barca sullo Yellow Water a pochi chilometri dall’albergo, parcheggiammo e aspettammo l’apertura: lungo il pontile era stra-pieno di zanzare affamatissime ma per fortuna un’abbondante spruzzata di repellente ad alta concentrazione di principio attivo unita ad un abbigliamento lungo (jeans, camicia/maglietta a maniche lunghe e scarpe chiuse per tutti e tre) ci rese refrattari a qualsiasi puntura…non fu così per la manciata di persone che era con noi prive di repellente e vestite per il caldo con abiti succinti (pantaloncini, toppino, ciabatte…) che furono letteralmente sbranate !!!
Saliti sulla barca iniziò il giro del fiume e dei suoi canali e paludi. Questa escursione è considerata il fiore all’occhiello del Kakadu (quindi imperdibile) ma non aspettatevi qualcosa di particolarmente emozionante…tutte le attrazioni sono comunque molto “light”. La gita fu molto rilassante (almeno per noi, perché gli altri erano intenti a scacciare le zanzare): un paio d’ore lungo i placidi canali ad osservare un’infinità di uccelli (aquile, anatre, jabiru, aironi, cormorani e molti altri) spesso a distanza ravvicinata, coccodrilli sia di acqua dolce che estuarini, tartarughe palustri e una vegetazione eccezionale comprensiva di varie specie di ninfee fiorite. L’unico momento che spezzò la pace fu quando ci sorpassò un piccolo motoscafo con una coppia di coniugi che ci mostrò fiera la cattura di due barramundi.
Il pomeriggio fu dedicato alla scoperta delle suggestive pitture rupestri aborigene di Nourlangie Rock e Ubirr (vedi foto sul sito) Alcune pitture rupestri erano visibili tramite una serie di camminamenti su passerelle (anche per disabili e passeggini) mentre per raggiungerne altre (parcheggiai la famigliola all’ombra di un eucalipto) dovetti arrampicarmi per dei sentieri scoscesi ma tutto sommato facilissimi. La maggior parte delle pitture risalgono a due periodi: prima di 6000 anni fa (ovvero prima del disgelo delle calotte polari terrestri e conseguente allagamento delle valli della zona) e tra i 6000 e 2000 anni fa. Ovviamente se oggi vediamo ancora queste pitture che rappresentano l’unica testimonianza di un popolo privo di scrittura è perché nel corso dei secoli sono state “ripassate” ovvero “rinfrescate” dai vari aborigeni autorizzati (ed in parte è ancora così) utilizzando tecniche e materiali rimasti invariati nel tempo; viceversa gli agenti atmosferici (pioggia, sole, polvere…) l’avrebbero cancellate per sempre !
Per conoscere alcune leggende aborigene del Kakadu cliccare qui.
Prima di tornare in albergo facemmo una puntatina al piccolo centro commerciale di Jabiru per fare un po’ di spesa e curiosare nel negozio di artigianato…al supermercato (che aveva un reparto dedicato ai manufatti aborigeni) comprammo qualche boomerang di buona fattura (a mano) a prezzi leggermente inferiori che nel resto dei luoghi. Una cosa che notai subito era che tutti i posti di lavoro (anche i più umili) erano occupati dai bianchi mentre gli aborigeni (qui in maggioranza) erano tutti buttati in terra a far nulla come imbambolati…da questo punto del viaggio quindi incominciai a far caso a questo fatto (e anche a documentarmi con molta discrezione e tatto) e a proposito aprirò un capitoletto di mie personali considerazioni più avanti.
Volevo fare un osservazione: notate quanti luoghi sono riuscito a vedere (senza mai andare di fretta) grazie all’auto affittata ?; penso che non ci siano valide alternative se non si è in tour di gruppo organizzato (per me un orrore!). Teoricamente ci sono degli autobus pubblici (io non l’ho mai incrociati ma ci sono) che collegano le principali attrattive del parco ma come mi diceva una guida la pianificazione è talmente difficile che bisognerebbe avere molto tempo a disposizione e probabilmente non si potrebbe visitare più di un luogo al giorno passando molto tempo a cuocere sotto al sole del bush…
Sono contento quindi della maniera in cui mi sono organizzato (autonomamente) perché così facendo Maeva non è stata mai d’impaccio e sono riuscito a fare quasi tutto quello che avrei fatto anche senza prole a seguito…ho rinunciato solo all’escursione presso un villaggio aborigeno sperduto nell’Arnhem che a parte il costo e la giornata aggiuntiva da prevedere, mi sembrava eccessivamente pesante in quanto durava oltre 8 ore durante parte delle quali si doveva camminare molto in luoghi impervi (passeggino ?) infestati da zanzare (come scritto nei deplian).

Katherine e dintorni

Dopo due giorni al Kakadu la mattina prestissimo dopo colazione (alle 6.00) lasciammo il parco e tramite la Kakadu Highway continuammo verso sud in direzione di Katherine (più o meno 300Km e almeno 4 ore di viaggio) riprendendo poi la Stuart Highway.
Lungo il monotono paesaggio fatto interamente di boscaglia e termitai attraversarono la strada diversi grandi canguri rossi mentre Maeva per sua e nostra fortuna si addormentò (come sempre) nel suo seggiolino permettendoci di discutere sul da farsi e riacquistando in pieno le forze per le successive mete.
Come in altre occasioni ci dirigemmo direttamente verso la prossima escursione visto che il check-in minimo negli hotel era sempre all’ora di pranzo e quindi conveniva la mattina visitare, poi mangiare lungo la strada e prendere possesso dell’alloggio nel pomeriggio o addirittura a seconda dell’itinerario direttamente la sera. In entrambi gli Stati visitati non ho avuto nessun problema a parcheggiare l’auto in luoghi non protetti e poco frequentati con l’intero bagaglio a bordo (che nel caso della Jeep, che priva di cappelliera, era visibilissimo dall’esterno) e stare fuori anche una mezza giornata (spesso in località dove era palese il fatto che stessi fuori magari in barca in escursione) grazie al tasso di criminalità quasi assente e al grande rispetto per le cose degli altri; rispetto, senso civico e sicurezza pubblica che notai spesso in questa nazione e che secondo quanto appreso da altri erano comuni anche nelle grandi metropoli come Sydney e Merlbourne; prova ne fu che ascoltando i telegiornali locali (per locali intendo di un singolo Stato) le notizie più gravi erano riferite al massimo ad un singolo incidente stradale anzichè sentire di rapine, regolamenti di conto, attentati, stragi stradali, gambizzazioni…
La nostra tappa era Katherine Gorge nel Nitmiluk National Park, uno dei luoghi più (relativamente) frequentati della zona, dove era possibile effettuare una gita in barca (o in canoa) sul Katherine River…quel giorno era particolarmente frequentato perché si svolgeva una gara di canoe tradizionali tra le cittadine della regione (seppi alcuni giorni dopo che si trattava del Flying Fox Festival, un festival itinerante con prove relative a strumenti musicali tradizionali e manufatti locali). Parcheggiammo l’auto in uno spiazzo sterrato qualche centinaio di metri distante dalle rive scoscese e prenotammo una gita di un paio d’ore (23 $ a testa) sul barcone d’alluminio che risaliva il fiume (ulteriori scelte: gita di un’ora o di 4 ore a seconda di quante rapide si volevano risalire). La gita fu particolarmente suggestiva (paesaggisticamente parlando) in quanto si svolse all’interno di gole e canyon a picco sul fiume (non è proprio come il Colorado ma vale la pena di vederlo) alternati a spiagge di sabbia dove i coccodrilli si crogiolavano al sole. Arrivati alla prima (ed unica per quanto riguarda la gita da 2 ore) rapida sbarcammo su una sponda del fiume e proseguimmo a piedi. Una guida ci spiegò il “sogno spirituale” (i pittogrammi sulla roccia) degli aborigeni Jawoyn visibili sia dalla riva che lungo il corso d’acqua. Superata la rapida riprendemmo la navigazione con un’altra imbarcazione esplorando il successivo tratto del fiume, poi tornammo indietro e ripetemmo a ritroso il tragitto…durante la gita venne spesso distribuita gratuitamente dell’acqua (riempimmo la borraccia); la faccenda dell’acqua per combattere la disidratazione è una preoccupazione costante nel N.T.: cartelli, guide, opuscoli, indicazioni lo ricordano spesso. Al ritorno mi fermai nei pressi del piccolo museo locale (moltissimi luoghi d’interesse turistico hanno un piccolo museo interattivo fatto di cose spesso semplici e banali ma sempre ben spiegate con illustrazioni, suoni, scritti ed uso dei computer). Usciti dal museo buttammo giù un boccone (un incrocio tra una pietanza cinese e un surrogato di fastfood americano) e comprai a Maeva il tanto agognato canguro di peluche (l’ho viziata con piacere, volevo che tutti fossero al loro massimo della felicità) dal quale non si staccò più durante tutto il viaggio, aerei compresi !
Tornando nel parcheggio (deserto) ci fu una gradita sorpresa: dalla boscaglia un numeroso gruppo di canguri era uscito allo scoperto per brucare l’erba. Dopo averlo ammirato (e fotografato) tentammo di avvicinarci con molta circospezione ma purtroppo ad ogni nostro passo corrispondevano diversi balzi di fuga dei canguri…poi decidemmo di mandare avanti Maeva che essendo di taglia più piccola dei marsupiali incuteva certamente meno timore….ed infatti piano piano, passo dopo passo, con il suo peluche sotto braccio riuscì ad entrare in mezzo al gruppo dei canguri che rimasero fermi, come incuriositi di quel cucciolo di uomo intraprendente, per circa una decina di minuti finché non scomparsero di nuovo del bush.
Il pomeriggio arrivammo a Katherine per prendere possesso della stanza (tanto dopo le 17.00, ma spesso anche prima, tutte le attività, dai parchi ai negozi chiudevano, dopo poco più di un’ora diventava buio quindi e non c’era più molto da fare ) presso il Pine Tree Motel (della catena: Best Western).
Come capita spesso nei motel potei finalmente parcheggiare ad un metro esatto dalla porta della mia stanza l’auto così da facilitare le operazioni di scarico bagagli. La stanza era modesta ma funzionale, approfittai subito per farmi un cioccolato. Un’altra particolarità infatti delle stanze in Australia (dalla suite dell’hotel di lusso alla pensione) è l’immancabile bollitore elettrico con una selezione molto ampia di tipi di tè, caffè e cioccolato (e nel caso di questo motel anche i biscottini inglesi per fare colazione) messi a disposizione gratuitamente ai clienti; un’altra oggetto sempre presente è la tavola da stiro con il ferro e quasi sempre il locale “laundry” con le lavatrici a gettone.
Maria si dedicò al lavaggio quotidiano dei capi di abbigliamento.
Il bucato giornaliero fu per noi indispensabile, sia perché camminando nel N.T. tutto diventa rosso per la polvere ferrosa (ocra) e sia per i pochi cambi portati per far spazio alle varie attrezzature (pinne, maschere, set per cucinare a Maeva, medicine pediatriche e per adulti e un infinità di altre cosette tutte utili ad un viaggio come questo in ambienti “vari”) senza dover portare una vagonata di valigie. Noi siamo partiti con una valigia grande, una piccola e due zaini in spalla (oltre al passeggino) ma ovviamente ci siamo dovuti limitare ad un solo cambio per ogni capo di abbigliamento (quindi una sola maglietta, una camicia, un pantalone, un paio di mutande, un paio di calzini…) oltre a quella indossata: nessun problema ! bastava dedicare un po’ di tempo per il lavaggio serale (tanto la sera si mangiava presto e c’era poco da fare) e trovare a seconda della situazione i metodi migliori per asciugare: manualmente con il phon, appendendo gli abiti di fronte l’uscita dell’aria condizionata della stanza o stendendoli all’interno dell’auto che con l’aiuto del sole (durante le soste) si arroventava.
Katherine è una ordinata cittadina molto piccola e non c’è nulla per cui vada la pena di girarla; volevamo mangiare un boccone da qualche parte ma poiché era sabato (e lo stesso vale per la domenica) i pochi ristoranti e locali esistenti erano tutti chiusi, quindi dopo un tentativo per (tutte) le vie della città optammo per il “vario” menù del motel: manzo impanato fritto, pollo fritto, verdure fritte e patatine fritte (16$).
Il mattino ci alzammo molto presto (come al solito) e dopo una colazione in stanza “fai da te”, con i costumi sotto gli abiti, ci dirigemmo percorrendo la ormai nota Stuart Hwy verso la località di Mataranka a poco più di 100Km a Sud di Katherine. La località era famosa per le “Thermal Pool” ovvero per delle piscine naturali trasparentissime (si vedevano nuotare i pesci) lungo un corso d’acqua costantemente a 34 gradi. L’acqua riscaldata dal magma sotterraneo non era solforata quindi non aveva nessun odore particolare…ma questo non voleva dire però che nell’aria non si sentiva nulla ! Infatti una volta parcheggiata l’auto nei pressi di un campeggio ed una volta entrati nella macchia della foresta pluviale (molto suggestiva, seguire passerelle e cartelli) s’incominciò a sentire un odorino molto pungente, poi una serie di fischi acutissimi sempre più forti. Le palme e gli alberi erano letteralmente carichi di grandi pipistrelli (le cosiddette “volpi volanti”) che in un assordante bailamme si agitavano, volavano, si riappendevano…bellissime ! Per nostra fortuna avevano fatto i loro “bisognini” durante la notte (attenti a terra…si scivola!) quindi riuscimmo a camminare nella foresta senza essere minimamente “bersagliati”…una leggerissima polverina fatta di pelo di pipistrello scendeva soffice dall’alto. Arrivati nel punto in cui si poteva entrare in acqua (c’ erano dei gradini con un breve corrimano) ci spogliammo (poggiando tutto sul passeggino ed evitando quindi di adagiare vestiti e gli zaini su qualsiasi altra superficie sporca di guano) e ci calammo in acqua…(Maeva col suo salvagente) ahhhh ! relax perfetto…un paio d’ore nelle pozze d’acqua tiepida profonde circa un metro e mezzo/due nel mezzo di una selva talmente fitta da quasi coprirle, con grandi pipistrelli sopra le nostre teste e soprattutto senza nessuno (nonostante il vicino motel e caravan park, forse le 9.00 era un orario troppo mattutino!)…ci voleva proprio !
Finite le abluzioni tornammo indietro verso Nord per la prossima tappa: il villaggio aborigeno di Manyallaluk. Per raggiungerlo lasciammo la strada principale per dirigersi verso l’interno del bush, bisognava percorrere varie decine di Km di strada non asfaltata per arrivare presso un centro dove a pagamento gli aborigeni spiegavano alcuni aspetti della loro cultura ma purtroppo dopo una decina di chilometri un cartello mi bloccò: “chiuso il Sabato e la Domenica”…ed era Domenica !
Tornati un po’ delusi sulla strada principale mi fermai a fare benzina e comperare un po’ di acqua. Quando tornai vidi Maria che parlava con una donna aborigena. La cosa mi sorprese molto in quanto soprattutto in queste zone avevo spesso visto aborigeni vagare per la città e non mi sembravano affatto inclini a prendere confidenza ! Infatti in generale non mi sbagliavo ma quando si viaggia con i bambini si ha una marcia in più nei confronti dei locali (ma non solo), un pas-partout per fraternizzare: capita infatti spesso che la gente vedendo Maeva abbatta quel muro di diffidenza che normalmente si ha con lo straniero. Questa mamma aborigena infatti stava scambiando con Maria complimenti e commenti in uno stentato inglese sui rispettivi bambini…non solo ma fatto rarissimo volle fare con noi una foto (gli aborigeni odiano farsi fotografare) chiamando tutti i bambini che trovava, anche quelli non suoi. Più triste fu il dopo, quando chiedendole l’indirizzo dove poterle spedire la foto non riuscì a dirmelo…semplicemente non lo sapeva. A questo proposito ci portò da alcuni suoi amici seduti in una aiuola sulla strada, poi da altri appoggiati ad un muretto e da altri ancora…ma tutti ci rispondevano che sapevano fisicamente dove abitavano ma non sapevano dirci l’indirizzo…alla fine ci dissero di spedirla a “Katherine città” senza indirizzo (ovviamente la cosa era assurda!).
Maeva indicò i piedi degli aborigeni privi di scarpe e la donna gli rispose sorridendo: “e che ci facciamo con le scarpe ? non servono !“ …quindi ci congedò.
Qualche considerazione personale sugli Aborigeni
Con mio grande rammarico devo dire che mi hanno fatto una triste impressione. Nel N.T. se ne vedono molti, soprattutto si notano nelle piccole cittadine come Katherine e hanno tutti un comune denominatore: sembrano zombi. Escludendo infatti i pochissimi e simpatici aborigeni “vivi e vegeti” (praticamente solo le guide dei parchi e qualche raro artista) il restante di loro pareva in eterno stato di catalessi: intere famiglie con figli piccoli buttati in terra nelle aiuole o sui marciapiedi senza far niente, silenziosissimi, con gli sguardi sbarrati nel nulla, giovani che vagavano per le strade senza meta, tornando più volte sui loro passi, altri che entravano nei negozi senza comprare niente…tutti con lo sguardo fisso come animali selvatici in gabbia, senza parlare nemmeno tra loro…come appunto zombi. Nessuno lavorava, nemmeno i lavori più umili e quel che era più grave pareva che a vederli fossimo solo noi…all’attenzione degli australiani apparivano trasparenti, quasi non esistessero…neanche il loro aspetto trascuratissimo, la sporcizia sui loro abiti strappati pareva destare qualche reazione …nemmeno di repulsione o paura.
In qualche occasione mi sembrarono drogati (sapevo che sniffavano colla ed in effetti in un caso la cosa fu evidente) talvolta ubriachi ma la maggior parte delle volte era paranoia pura nata dall’emarginazione e dal “far nulla”, come vivessero in un mondo oramai a loro estraneo. In effetti analizzando la loro condizione era proprio così ! Come appresi una settimana più tardi al centro culturale aborigeno di Tjapukai gli aborigeni erano vissuti ai margini della società per un centinaio di anni, sfrattati dalle loro terre dall’uomo bianco e sottoposti a mille ingiustizie ed angherie. Quando poi i loro diritti erano stati lentamente riconosciuti era troppo tardi…il loro mondo non c’era più ! Non solo, ma ancora adesso il governo australiano contribuisce a lasciarli nella loro condizione di emarginazione dando loro un sussidio di 300 $ ogni due settimane (circa 340 euro al mese) . Con questa bassa ma (appena) sufficiente cifra per sopravvivere e con la mentalità incline a non possedere mai il superfluo (un tempo giustificata dal non sfruttare troppo la natura), nessuno degli aborigeni andava a lavorare e non lavorando si trovavano ad avere molto tempo a disposizione non colmabile né con gli svaghi tipicamente occidentali (anche per andare al cinema ci vogliono i soldi e se scarseggiano non si può andare) e né con le antiche occupazioni giornaliere come la caccia, la raccolta di cibo (con il sussidio si poteva comprare tanto buono cibo spazzatura !)…risultato noia e paranoia e quindi alienazione, in qualche caso violenza in famiglia, droga, alcol, trascuratezza di se stessi anche nelle malattia (notai che la maggior parte era zoppo o infermo, tant’è che l’aspettativa di vita è di 27 anni inferiore all’uomo bianco), ignoranza (sono tutti analfabeti) e nessuna autostima ! Questi sono i momenti in cui mi vergogno di essere bianco.
Continuammo in direzione di Katherine fermandoci lungo l’ultima tappa programmata del giorno: Cutta Cutta Cave.
Si tratta di un parco le cui attrattive principali (secondo me le uniche) erano le grotte (12,5 $ , non era possibile pagare con la carta di credito) che si snodavano per chilometri sotto terra ma che erano parte al pubblico per soli 800 metri !
Dopo aver pagato il biglietto un ragazzo (che era la stessa persona che fungeva da bigliettaio, guida e negoziante di souvenir, gelati, ecc.) ci diede appuntamento lungo un sentiero dal quale, dopo un quarto d’ora di cammino, entrammo nelle grotte. Una passerella facilitava il cammino, mentre con un telecomando il ragazzo faceva accendere di volta in volta le luci lungo il cammino spiegandoci le varie formazioni di stalattiti e stalagmiti… nella caverna un paio di serpentelli facevano la nanna !
Altri 30Km e giungemmo di nuovo al Pine Tree Motel: nel frattempo era arrivato un gruppo di motociclisti borchiati con le loro meravigliose Harley Davidson e Maeva ne rimase tanto affascinata che dovetti per forza farle alcune foto accanto (qualcuna vera e qualcuna per finta). La sera cenammo in motel (unica soluzione: era domenica) con un barbecue a base di carne di manzo, maiale e canguro (12$).
Dopo cena andammo in stanza e mentre Maria lavava mi accesi il Tv…durante la pubblicità vidi uno spot che parlava del Flying Fox Festival (il festival delle Volpi Volanti) del quale avevo notato i cartelli in città e del quale avevo tentato di informarmi inutilmente (Sabato e Domenica l’ufficio del Turismo era chiuso e sui cartelloni non erano riportate né date, né indirizzi e nemmeno gli orari).
Nello spot si parlava di gare di Didgeridoo (lo strumento a fiato aborigeno per eccellenza costituito da un ramo di eucalipto scavato dalle termiti, un bocchino in cera d’api e decorazioni esterne variopinte), lancio di boomerang, danze tradizionali aborigene e altre interessanti manifestazioni ed avevo sentito la frase “Domenica sera alla base R.A.A.F. di Katherine”). La mattina avevo notato la base della Royal Australian Air Force proprio una quindicina di chilometri fuori Katherine quindi dopo lo spot ci rivestimmo di corsa (Maeva che dormiva, fu trasportata in auto senza svegliarla) e nella più buia notte (con la meraviglia dei gestori del Motel che mentre ripulivano i tavoli ci videro uscire ad un orario in cui la città pareva essere abbandonata, fantasma) ci dirigemmo sulla Stuart Hwy. Mano mano che ci avvicinavamo alla base ci vennero i primi dubbi…in giro non c’era nessuno, ma proprio nessuno, non si vedevano luci e non c’era nemmeno lungo la strada la scia di lattine di birra che avevamo notato in prossimità di altre feste locali…poi arrivammo nel buio più profondo presso il bivio per la stradina che portava alla base aerea militare. Un grande cartello del Commonwealth invitava a tornare indietro, a non avvicinarsi alla base, poi più avanti a non proseguire oltre: pena l’arresto immediato…a quel punto soli di notte in una stradina di campagna, senza alcuna traccia del festival, con dei cartelli militari ostili in un periodo particolare (pochi giorni prima di partire Al-Qaida aveva minacciato d’attentati l’Australia) decidemmo di fare dietro-front onde evitare una cannonata sul tetto della nostra auto. La notte, risentendo meglio lo spot pubblicitario, scoprii che era riferito alla Domenica successiva ! …Maeva non si accorse di nulla: dal letto era stata prelevata e nel letto era stata rimessa, beata infanzia !
Ancora Darwin
Di buon mattino ci alzammo, ci preparammo in stanza una colazione calda (con i biscotti messi a disposizione dal motel e un buon tè) e dopo aver pagato mettemmo in moto la nostra auto per il ritorno a Darwin; più di 400 Km (5 ore) di Stuart Highway da fare d’un fiato (rifornimenti frequenti a parte!). Arrivati a Darwin (che oramai conoscevamo bene perché toccata all’inizio del viaggio) tornammo al Mirambeena Tourist Resort, dove posate velocemente le valigie uscimmo subito per visitare meglio la città.
Prima doverosa tappa il Museum & Art Gallery of NT che si trova vicino al mare a Fannie Bay.
Una volta arrivati parcheggiammo l’auto nel posteggio di fronte al museo ed entrammo (mi meravigliai che l’ingresso fosse gratuito). Il museo era abbastanza grande su più livelli e con vari temi. Gli spazi maggiori erano occupati dall’arte aborigena e di alcune popolazioni del Sud Pacifico soprattutto melanesiane, sia antica che contemporanea (in queste sale non si poteva fotografare), molto suggestiva. Ricordo con curiosità una sala di arte moderna dove ad ogni quadro appeso la muro corrispondeva una grande scatola di legno fissata sul pavimento con un foro dove si poteva infilare una mano e sentire un oggetto di consistenza variabile a seconda della sensazione tatto-vista che l’artista voleva trasmettere…Maeva non voleva più uscire e si divertiva ad “immaginare” col tatto cosa ci fosse dentro: un pedale di una bicicletta, una gobba di un dromedario, una pelle di coccodrillo, un sasso, uno straccio…
I padiglioni secondo me più suggestivi furono quelli naturalistici con una vasta collezione di coralli, conchiglie, invertebrati, rettili, anfibi, uccelli e pesci imbalsamati e con la ricostruzione dei vari ambienti naturali e persino con degli scheletri di alcuni animali preistorici rinvenuti nella zona.
Bizzarri furono i reparti dedicati al ciclone Tracy (1974) la cui memoria spaventava ancora gli abitanti di Darwin. Potei vedere la ricostruzione fedele (fatta con oggetti reali ed originali….dall’arredamento al condizionatore) delle abitazioni prima e dopo il passaggio del ciclone, articoli di giornali da tutto il mondo, bollettini radio, documentazione varia ed una impressionante cabina completamente al buio dove gli altoparlanti diffondevano a tutto volume il suono registrato originale del ciclone e simulare una parvenza di quello che avevano provato gli abitanti (all’entrata un cartello avvertiva che il rombo nella sala avrebbe potuto creare una grande angoscia a chi aveva realmente vissuto l’accaduto).
All’ultimo piano c’era il padiglione riservato alla storia navale.
Usciti dal museo prima di riprendere l’auto facemmo una passeggiata al mare, una spiaggia anonima e deserta lambiva la spiaggia; in mezzo un pontile di pietra si allungava qualche centinaio di metri su un mare torbido.
Poiché non era giorno di mercato (Mindil Beach Sunset Market) decisi di proseguire verso Nord, verso i quartieri più belli e residenziali in direzione di East Point. East Point è una penisola che si estende appunto verso Est di Darwin ed è secondo me il punto più interessante della città.
Con l’auto entrammo nel East Point Riserve ed esplorammo le varie stradine…c’era tantissimo verde, un maneggio di cavalli, un minuscolo museo militare, un parco con giochi per bambini (tappa per Maeva)…un ottimo luogo per rilassarsi e passeggiare…e all’imbrunire c’era la possibilità di incontrare altri canguri (Wallaby Point) che dalla boscaglia fuoriuscivano nei prati.
All’interno della penisola c’era anche un laghetto (Alexander Lake) dove le famiglie facevano il bagno ed i bimbi costruivano castelli di sabbia lungo le sponde…questo laghetto rappresentava il luogo più sicuro per nuotare anche durante la stagione estiva, ovvero quando il bagno era interdetto a causa delle velenosissime meduse a scatola (box jellyfish). Infine volevo segnalare la presenza di alcuni percorsi tracciati tra cui una suggestiva passeggiata tra le mangrovie.
Poi lasciato East Point esplorai la parte nord di Darwin ma sinceramente non trovai nulla di interessante a parte la spiaggia di Casuarina Beach nella Casuarina Coastal Reserve, un ambiente naturale ben protetto dove vale la pena di passare un’oretta al sole (c’era pure la parte riservata ai “naturisti”).
Finita l’intensa giornata tornammo in albergo dove avevamo preventivamente prenotato la cena. Ordinai una bistecca di manzo al sangue da far invidia ad una “fiorentina”, alta quattro dita, di formato gigante, morbidissima e saporitissima, …uno spettacolo a vedersi…purtroppo però l’entusiasmo fu spezzato dall’accorgermi che intorno a me c’erano due tavolate di turisti completamente influenzati (o qualcosa di simile) che tossivano a più non posso…i grandi ventilatori spargevano i bacilli in tutto il locale ! argghhh! la mia paranoia per gli untori mi fece infuriare…per fortuna riuscii a coprire completamente a mo’ di burka Maeva che “eccezionalmente” dormiva accanto al nostro tavolo nel passeggino e pregai il Cielo affinché nessuno di noi si ammalasse…già Maeva era partita con una brutta tosse che ci aveva fatto tremare ma che per fortuna era passata quasi completamente durante il viaggio aereo d’andata…non volevamo rischiare di rovinarci la vacanza.

Litchfield National Park

La mattina era prevista la visita al Litchfield National Park, quindi ci incamminammo sulla onnipresente Stuart Highway per poi girare a destra dopo circa 120 Km in direzione di Batchelor (sconsiglio la strada non asfaltata che, via Berry Spring, va da Darwin al Litchfield N.P. perché anche se fa risparmiare qualche decina di chilometri allunga di molto i tempi).
Il parco può essere tranquillamente fruito in una sola giornata in quanto non ha moltissime attrattive…lungo la strada si possono vedere i termitai magnetici (ma in fondo sono comuni un po’ ovunque nel N.T.) e l’unico luogo veramente suggestivo è il laghetto formato dalle cascate Wangi.
Arrivati alle Wangi Falls io e Maeva ci spogliammo, ci calammo nel lago (Maeva con la sua ciambella)…l’acqua era ad una temperatura piacevolissima e lo scenario davanti i nostri occhi con le due cascate di fronte era qualcosa di straordinario; volendo si poteva arrivare quasi a piedi (nuotando solo in alcuni tratti) sotto il getto delle cascate: un cartello spiegava le diverse profondità.
Anche in queste acque di potevano incontrare i coccodrilli (io non ne ho visti) ma solo in caso di occasionali avvistamenti della specie “marina” il bagno era interdetto.
Verso l’ora di pranzo tornammo indietro verso Darwin ma prima di uscire dal parco nazionale ci fermammo in un posto di ristoro per mangiare: beh ! è da raccontare.
Come accennato i luoghi di ristoro: benzinai, affittacamere o ristoranti avevano tutti una loro originalità, una loro storia di vita…e diversamente non poteva essere visto il contesto in cui si trovavano (lontani dalla civiltà, spesso in luoghi dove nemmeno i vari segnali radio arrivavano).
Entrammo quindi nella “Batchelor Butterfly and Bird Farm” (letteralmente la fattoria delle farfalle e degli uccelli nella località di Batchelor) Restaurant, Bar & Accomodation.

Nell’autorimessa era parcheggiata una vecchia Jaguar (l’unica auto europea vista finora) completamente pitturata con colori sgargianti e forme astratte, firme e farfalle dipinte…salimmo i gradini che portavano ad un patio ed entrammo nel locale. Intorno a noi c’erano dipinti di indiani d’America, strumenti indiani, calumet della pace, totem, teschi di bufalo, feticci…e in sottofondo arieggiava una musica new-age con una nenia presumibilmente indiana. Dal retrobottega spuntò un uomo a dorso nudo, asciutto, sulla quarantacinquina dall’aspetto alternativo “molto Cherokee”, con orecchini, tatuaggi e capelli lunghi fluenti che ci accolse molto calorosamente. Ci chiese cosa volevamo mangiare e una volta scelto un piatto a base di pollo e patate (molto buono, preparato sul momento) ci portò, per ingannare l’attesa, l’album delle sue foto e dei suoi pensieri ed una serie di giochini per Maeva. Nell’album c’era tutta la storia documentata da immagini e racconti del posto dove ci trovavamo…per dirla breve l’uomo (Chris) nato a Melbourne aveva vissuto in Irlanda molto tempo con il pensiero fisso di tornare nella sua terra e costruire un luogo dove poter allevare farfalle. Circa dodici anni fa era riuscito nel suo sogno costruendo con le proprie mani asse dopo asse la sua casa di legno, poi la voliera per le farfalle, poi il recinto per gli uccelli…poi dopo un anno il fumo di un incendio scoppiato nel bush gli aveva ucciso tutti gli animali e lui aveva iniziato daccapo inseguendo il suo sogno di sempre…
Finito il pranzo Chris ci tenne a farci vedere tutti i suoi sforzi manuali: il laghetto per le tartarughe, il mini parco giochi per i piccoli, il suo giardino tropicale con i suoi Buddha…ed ovviamente le sue voliere. Per una cifra irrisoria ci aprì l’enorme locale dove tra ruscelli, cascatelle artificiali e piante tropicali decine di grandi farfalle svolazzavano tra noi talvolta posandosi sulle nostre teste o sulle nostre mani…l’uomo ci invitò a rimanere da soli a lungo nella voliera per apprezzarle il più possibile…poi uscimmo e passammo nella gabbia degli uccelli dove si divertì soprattutto Maeva tra pavoni, galline e colombi. Un posto veramente surreale: tra l’altro erano disponibili anche tre stanze in affitto e lezioni giornaliere di Karatè, Yoga e T‘ai-Chi.
Quando fu ora di rimetterci in cammino, il simpatico Chris ci congedò con un forte abbraccio augurandoci di tornare presto… mi sentivo anni luce lontano dalla mia vita reale quotidiana !
Quella sera, tornati a Darwin, cenammo alla solita ora ma andammo a dormire presto perché il giorno dopo avremmo dovuto lasciare il Northern Territory per il Queensland: quindi alzataccia alle 3 del mattino, ordino dei bagagli, check-out in albergo, guida sino all’aeroporto internazionale, riconsegna dell’auto affittata, check-in alla Qantas e imbarco per Cairns con il volo delle 6 del mattino (circa 2 ore e 20 minuti a bordo di un Boeing 737).
Un solo pensiero dubbioso: l’aver lasciato il Northern Territory senza aver visto Ayers Rock (Uluru), il monolite simbolo dell’Australia aborigena ma il tempo è tiranno e il luogo molto distante da quelli toccati. Avevo pensato di arrivare da Darwin ad Alice Spring (poi da lì prendere un’auto a nolo o un pulman fino ad Ayers Rock) con la nuova tratta ferroviaria aperta proprio quest’anno in primavera, avrei potuto prendere un costoso volo interno, mi avevano proposto di percorrere migliaia di chilometri di Stuart Highway (circa tre giorni) con un auto affittata (tra l’altro lungo la strada non c’è nulla di interessante da vedere) ma mi è sembrato sprecato dover “tagliare” qualche giorno del mio viaggio per vedere una roccia sicuramente molto suggestiva (tra l’altro per rispetto non ci sarei mai salito sopra e spero che lo facciano sempre meno persone) ma che dal lato culturale-aborigeno non avrebbe aggiunto molto all’arte rupestre e alle altre cose apprese nel Kakadu (e non solo).

 Il Tropical North del Queensland

Green Island – nel Parco Nazionale della Grande Barriera

Atterrammo verso le 9 all’aeroporto di Cairns e cercammo subito un taxi per raggiungere il molo da cui partivano i grandi catamarani per l’Isola Verde (proprio di fronte l’uscita dell’aeroporto c’è una parcheggio dove ogni quindici minuti circa ne arriva uno).
Una volta arrivati al porto facemmo il check-in negli uffici della Great Adventures (era come per l’aereo, si lasciavano le valigie sul tapirulan) e ci avvicinammo al molo dove era prevista la partenza per le 10,30. Ovunque la barriera corallina era sponsorizzata dalle pubblicità dei personaggi del cartone animato Nemo con ilarità di mia figlia. La folla di giapponesi che attendeva con me sul pontile mi incominciava a preoccupare.
La scelta di Green Island non fu casuale. Nel parco nazionale della barriera corallina vi erano decine di isole nelle quali riposarsi qualche giorno (e soprattutto far riposare Maeva) dai “tour de force” fatti nel Northern Territory (prima di riaffrontare quelli nel nord del Queensland) ma costi a parte (più o meno sono tutte molto costose) solo Green Island (da quello che era risultato dalle mie documentazioni) era raggiungibile con facilità (ovvero senza dover prendere un piccolo aereo che avrebbe comportato un bagaglio ridotto e spesa aggiuntiva), accettava bambini piccoli (alcune isole accettano solo adulti) e contemporaneamente era compatibile con il periodo climatico (le isole più a sud erano consigliate in altri periodi).
Visto la spesa non indifferente speravo però in un luogo poco affollato e tranquillo, non proprio un’isoletta sperduta nel Sud Pacifico come tante viste nel passato ma qualcosa di vagamente simile.
La mia preoccupazione aumentò quando vidi salire sul mio stesso catamarano qualche centinaia di persone tutte dirette a Green Island…mi ero ammutolito…durante il viaggio parlai solo quando una coppia di anziani giapponesi dietro a me in viaggio con i nipoti mi chiese di Maeva (gulp ! sapevano l’Italiano…bisogna stare attenti a come si parla, spesso la nostra lingua è parlata dalle persone più insospettabili…i coniugi avevano vissuto per anni a Firenze!).
Durante la navigazione vennero prese le prenotazioni per le escursioni.
Dopo una quarantina di minuti (circa 27 Km di navigazione) sbarcammo sull’isola e…
“Quivi sospiri, pianti e alti guai risonavan per l’aere sanza stelle, per ch’io al cominciar ne lagrimai. Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d’ira, voci alte e fioche, e suon di man con elle facevano un tumulto, il qual s’aggira sempre in quell’aura sanza tempo tinta, come la rena quando turbo spira.” (Inferno, canto III).
Le preoccupazioni si fecero certezza, lungo le centinaia di metri di pontile una interminabile fila di persone si accalcava per raggiungere la terra ferma mentre nell’altro senso un’altrettanta fila tumultuosa si stava creando sotto il sole diretta verso le varie escursioni (e questo era niente in quanto alle ore più tarde della giornata il pontile si affollava anche di un migliaio di persone!), un elicottero rombava dalla vicina base di atterraggio/decollo portando i gitanti a fare un giro panoramico.
Una volta arrivati nella prima parte dell’isola la vista di un piazzale con negozi (dall’abbigliamento all’oreficeria), fast-food, ristorante, internet point, cocktail-bar, bancone per la prenotazione di ogni tipo di escursione (dalle immersioni al parasailing) e piscina con corsi Padi, letteralmente assaltati da giapponesi brulicanti come cavallette mi fece quasi svenire (venendo poi dal pacato N.T. l’impatto fu potenziato).
Nel frattempo mi incominciò a prendere una sospetta tosse secca…”che sia stato contagiato nel ristorante di Darwin ?” …notai che anche sull’isola moltissimi turisti tossivano pesantemente…la giornata stava prendendo una pessima piega ! Persino una colonna di formiche verdi australiane che avevo inavvertitamente interrotto con il piede per aspettare Maeva che era rimasta indietro mi attaccò arrivando in pochi secondi fino al collo !
Un giro in spiaggia prima di prendere possesso della camera (disponibile solo dopo tre ore) peggiorò il mio umore: oltre a giapponesi era pieno di italiani (seppi poi di essere incappato senza volerlo in una delle tappe fisse da “catalogo preconfezionato” che i tour operator italiani mettevano a completamento dei pacchetti di viaggio di nozze in Australia) dai quali appresi subito che fronte spiaggia c’erano pochissimi coralli e pesci da vedere, quasi nulla…arghhh ! : sei giorni in quel luogo mi avrebbero fatto impazzire !!! ma per fortuna mi sbagliavo e i giorni successivi mi sarei dovuto ricredere sul giudizio dato a prima vista.
Ci accomodammo nella sala ricreativa dove venivano messi a disposizioni dei clienti libri, vhs, tv, scacchi, tè, caffè, videogiochi e aspettammo che la stanza fosse pronta…notai che nella zona “clienti” regnava la pace. Infatti la folla di persone viste era riferita agli escursionisti giornalieri ovvero a tutte quelle persone che avevano scelto di fare una gita di qualche ora sull’isola, un mordi e fuggi che onestamente non consiglio in quanto non rende giustizia all’isola penalizzandola con un giudizio negativo ed affrettato. Fuori dal piazzale principale la zona era interdetta agli escursionisti e tutto cambiava: una foresta pluviale ricca di uccelli, molti dei quali terrestri nel sottobosco, celava le moderne strutture abitative su due piani, meno di cinquanta stanze grandi quasi quanto casa mia (56-66 mq) dotate di tutti i confort.
Non amo il lusso quando sono in viaggio di piacere (anche se spesso si è obbligati a sceglierlo se si vuole alloggiare in un determinato luogo), lo considero uno spreco di risorse economiche (le mie) e contrariamente a mia moglie (e ultimamente a mia figlia) mi lascia completamente indifferente ma devo ammettere che quando entrai in stanza rimasi a bocca aperta, il design era migliore di quello della suite di un grande albergo: una stanza da letto con parquet con ampie finestre dalle quali si ammirava l’interno della macchia, un bagno con megavasca da spot pubblicitario e doccia trasparente (i servizi igienici però erano come in tutta l’Australia privi di bidet e scopettone per il water), consolle per la preparazione con il bollitore di tè/caffè/cioccolato con ampissima scelta di gusti, cassaforte, terrazzino…tutto impeccabile, pulito e ben studiato…su un tavolino faceva bella mostra un secchiello metallico con all’interno una bottiglia di ottimo spumante sud-australiano secco affogata nella mistura di acqua e ghiaccio e accarezzata dal classico tovagliolo. Un paio di “flute” e dei fiori erano appoggiati vicino…a questo punto approfittai subito…tutta l’agitazione mi aveva messo sete .
Notai con piacere che l’ambiente naturale dell’isola era ben preservato (era vietato ad esempio entrare nella boscaglia e si poteva camminare solo sui percorsi attrezzati con le passerelle di legno, era vietato dar da mangiare agli animali e così via…) e la quantità di specie di uccelli era veramente notevole. La foresta pluviale era talmente fitta che uscendo fuori sul balcone della mia stanza al primo piano non riuscii mai a vedere il cielo…pareva sempre che mancasse il sole o che albeggiasse anche a mezzogiorno…per fortuna in tutto il viaggio incontrai sempre il sole pieno, nemmeno un giorno nuvoloso, nemmeno durante i quattro giorni di sosta a Singapore, città notoriamente in questo periodo (e non solo) nuvolosissima con temporali quasi giornalieri.
La sera prenotai il ristorante: ottimo cibo anche se scarso rispetto il prezzo (decisi quindi di alternare nei giorni seguenti una cena a base di spuntini acquistati al fast-food prima della chiusura delle 17.00 ad una cena “regular” al ristorante). Durante la notte aumentò di parecchio la mia tosse, con aggiunta di afonia, raucedine…oramai la sindrome influenzale era conclamata ! Purtroppo nonostante sciroppi, antibiotici e mentine varie non si attenuerà durante tutta la mia permanenza a Green Island (e a distanza di un mese ancora ho un po’ di tosse) facendomi passare molte notti insonni e limitandomi i bagni al mare ad una mezz’oretta al giorno…per fortuna nessuna febbre (appresi poi che mezza Australia, Singapore e addirittura Roma stava nelle mie stesse condizioni).
La mattina seguente incominciai a rivedere il mio giudizio sull’isola: mi alzai con il canto degli uccelli, andai a fare una abbondante colazione americana (io preferii soprattutto mangiare funghi e salmone) e feci una passeggiata sulla spiaggia. La pace del primo mattino faceva assomigliare Green Island più una placida isoletta dei mari del sud anziché ad una gettonatissima meta turistica.
Dalla battigia avvistai le teste di alcune testuggini (ne vivevano varie nella laguna grazie alla abbondanza di praterie sottomarine da brucare) che dal pontile si dirigevano verso il lato opposto dell’isola, a riva invece una grande razza prendeva il sole in un palmo d’acqua facendosi accarezzare dalla mia mano prima di fuggire in uno scatto fulmineo, l’antica scogliera corallina verso nord formava una specie di minuscola laguna zeppa di gabbiani ed aironi, il silenzio faceva da padrone. Poi verso le 9,30 arrivò il primo catamarano ma notai con piacere che la folla si limitò al primo tratto dell’isola (benché le spiagge non fossero interdette a nessuno): il resto delle spiagge rimase un paradiso…con questi presupposti tutto prendeva un altro verso…bastò allontanarsi un poco dalla zona turistica per avere molte centinaia di metri di litorale tutti per sè e non vedere anima viva (in Agosto non era poca cosa!); poi dopo le 17.00 i negozi chiusero e dopo mezz’ora l’ultima barca carica di gitanti tornò a Cairns lasciando l’isola in mano a pochi di noi fortunati.
Fu sufficiente percorrere il periplo completo dell’isola in circa una mezz’oretta per vedere quanto l’isola era naturale, per niente rovinata e assolutamente rilassante…non per niente Green Island è un parco nazionale a se stante (con tanto di ranger permanentemente sull’isola) all’interno del parco nazionale della Grande Barriera Australiana !
Curiosa la faccenda degli oggetti smarriti: appena l’isola di svuotava lungo la spiaggia principale si trovava di tutto: dagli occhiali da sole agli asciugamani che poi il giorno seguente venivano rimossi dal personale: noi non prendemmo nulla ad eccezione di un paio di scarpe da mare della taglia giusta di Maria che ci eravamo scordati di portare dall’Italia ma in compenso (per la prima volta in vita mia) lasciai in cambio la mia vecchia ma gloriosa mutina a mezze maniche da 3 mm.
Rimaneva solo la faccenda dello snorkeling. Dall’isola partivano i grandi catamarani che raggiungevano in un’oretta (circa la metà del tempo di quelli che partivano da Cairns e a minor prezzo) un punto della barriera corallina dove una grande piattaforma dotata di tutti gli agi (toilette, bar, osservatorio subacqueo, prendisole…) ancorata stabilmente fungeva da punto di partenza per lo snorkeling ma considerando che per colpa della mia tosse grassa volevo limitare la mia permanenza in acqua (non proprio calda) non mi sembrò il caso di spendere i 111 $ per l’escursione.
Il primo giorno con l’acqua freddissima (nonostante la “ex” mia muta) tentai di raggiungere il largo dalla riva (nonostante non sia normalmente propenso ad allontanarmi troppo ma il mare degradava molto lentamente) ma trovai solo dei coralli sbiancati e qualche piccolo pesce spaurito…non sapevo come fare….nella parte “turistica” dell’isola decine di giapponesi nuotavano con maschera e pinne in mezzo metro d’acqua senza vedere quasi nulla…poi il lampo di genio: provare a nuotare sotto il pontile. Il lungo pontile dove attraccavano i catamarani era posto sul bordo dell’unico “pass” dell’isola (un “pass” è un punto generalmente d’acqua profonda dove avviene lo scambio di acqua durante le maree tra l’Oceano e la laguna, in pratica un corridoio naturale ricavato nella cinta della barriera corallina), soluzione ovvia per permettere agli scafi di avvicinarsi all’isola senza urtare i coralli ed ovviamente creava in mare un cono d’ombra. Una scogliera corallina un poco più profonda che del resto nell’isola e il senso di protezione generato dall’ombra mi sembrarono le uniche speranze per poter vedere un po’ di fauna marina…ed infatti, complice la bassa marea (ma anche con l’alta non ci sono molte differenze in profondità) mi allontanai a piedi il più possibile dalla riva seguendo lateralmente il pontile (pochi centimetri di acqua), poi dove l’ormeggio curvava e dove era attraccato un catamarano appena arrivato mi avvicinai al pontile iniziando a nuotare…incominciai a vedere i primi coralli di varie forme e colori. Appena entrato nel cono d’ombra (dove non andava nessuno) il fondo passò di colpo da circa un metro e mezzo a quattro-cinque metri di profondità lasciando scoprire un mondo a se stante: branchi di pesci di grandi dimensioni sostavano tra i piloni, enormi carangidi scuri pattugliavano la zona e altri pesci variopinti (non sto a elencarvi tutte le specie di pesci che ho visto, più o meno sono le stesse che si incontrano in tutti i mari tropicali) nuotavano in abbondanza…nonostante la superficie di mare esplorabile fosse limitata al pontile posso dire di aver fatto un ottimo snorkeling e di aver visto i più grandi pesci della mia vita compreso una colossale e massiccia cernia: Jack (seppi che era il nome datole dai guardiani dell’isola) lunga quasi un paio di metri. Durante il soggiorno feci amicizia con una coppia di Parigini (lui a dire il vero era della Martinica Francese) con bimba a seguito più o meno dell’età di Maeva e quando feci vedere loro il luogo del mio snorkeling mi dissero che nemmeno quando avevano fatto l’escursione sulla barriera corallina avevano visto tanta abbondanza di pesce e di quelle generose dimensioni, semmai avevano visto una migliore qualità e varietà di coralli…la cosa mi rallegrò !
I giorni seguenti la temperatura dell’aria e dell’acqua aumentò notevolmente evitandoci la felpa pesante la sera e i tremori nell’acqua di mare.
Durante le mie passeggiate mattutine avevo notato che ad una certa ora prestabilita (verso le 9.00), puntuali come un orologio svizzero, diverse tartarughe si allontanavano dal pontile (forse volevano evitare l’arrivo dei gitanti ?) andando verso il lato più tranquillo dell’isola; un giorno quindi, nonostante la mia tosse sempre più forte, armato dalla passione, decisi di posticipare la mia colazione e di calarmi in acqua con la mia macchinetta fotografica…ed infatti l’appuntamento andò a buon fine…per la prima volta in vita mia riuscii, a qualche decina di metri da riva, a snorkellare insieme a varie tartarughe, quasi tutte di media grandezza, una molto grande, alcune schive che nuotavano veloci, altre talmente tranquille da farsi accarezzare sul carapace…un’esperienza bellissima che mi fece perdere la cognizione del tempo e dello spazio (mi ero allontanato un bel po’ da riva!)…penso di essere stato il solo in tutta l’isola ad aver fatto questo suggestivo incontro visto che la mattina presto (se per presto s’intende prima delle 9.00…per me è già tardi!) ero tra i pochi a stare in spiaggia e consideriamo il fatto che il tratto di mare non era quello fronte hotel (quello con gli ombrelloni e lettini) ma quello qualche centinaio di metri più a nord poco frequentato anche alle ore di punta.
Le giornate, tosse a parte, passarono in perfetto relax (per fortuna non esisteva alcuna parvenza di animazione insulsa né diurna, né notturna ) spostandomi a seconda dell’ora nelle parti dell’isola che preferivo e partecipando alle discrete attività dell’isola riservate (e gratuite) ai pochi clienti fissi dell’isola, tra queste: il Nature Walking (passeggiata intorno all’isola), il Glass Bottom Boat Tour (il classico giro con la barca col fondo di vetro…ottima per i bimbi), il Fish Feeding (ogni pomeriggio dopo che gli escursionisti andavano via una persona attirava sul pontile i grandi pesci predatori con del cibo naturale…in accordo alle severe leggi del parco) ed il Night Walks (la sera dopo le 21,30 si organizzavano passeggiate lungo la spiaggia per scoprire la vita notturna come i granchi, venivano spiegate le costellazioni di questa parte dell’emisfero visibilissime nelle splendide notti stellate non abbagliate dalla luce delle città e veniva aperto l’osservatorio subacqueo dal quale vidi una sera l’ enorme testuggine incontrata il mattino durante il mio snorkeling e visibile anche il pomeriggio dal pontile). Ogni attività era in lingua inglese e giapponese ed anche il personale del resort era australiano e giapponese …strano non fossero organizzati anche in lingua italiana visto l’abbondante affluenza di nostri connazionali.
Una mattina portai Maeva nell’osservatorio subacqueo (di giorno è a pagamento: 10$). Si tratta di alcuni pezzi di una nave militare assemblati ed affondati a circa 5 metri di profondità (con l’alta marea) tra il 1953 e 1954 a scopi di ricerca; all’epoca fu il primo osservatorio subacqueo del mondo. Accedemmo all’interno della sala (7,5 metri x 2,4 per 2,1 d’altezza) tramite una rampa di scalini che dal pontile scendeva sotto la superficie del mare; nella sala una serie di oblò di 30 cm di diametro facevano vedere i coralli ed i pesci della barriera corallina. Per chi praticava snorkeling non fu una gran cosa, i vetri incrostati non avevano una visibilità eccezionale ma immaginate una bambina di tre anni con in mente tutti i personaggi del cartone animato Nemo…c’erano tutti, persino (a pochi centimetri da un finestrino) il pesce pagliaccio protagonista del cartoon nel suo anemone (ne volle comprato uno di pezza…costava pochissimo…acconsentii con piacere).
Un’altra cosa che rimase impressa a Maeva fu quando la portai al Marineland Melanesia (10$) ovvero presso l’allevamento di coccodrilli che c’era all’interno dell’isola (chissà se proveniva da lì la carne di croc mangiata un paio di volte come antipasto al ristorante). Due volte al giorno veniva organizzato il classico spettacolo australiano del pasto dei coccodrilli (all’interno della struttura viveva Cassius, un coccodrillo marino di sei metri quasi centenario spacciato per essere il più vecchio al mondo in cattività) e per i più piccoli la possibilità di fare una foto (a pagamento) con un cucciolo di rettile in mano…riconosco tutto che può essere diseducativo ma provatelo a spiegare voi sul momento (quindi a caldo) ad una bambina eccitatissima nel vedere animali visti prima d’ora solo in forma di pupazzetto di plastica “made in China” comprato alla bancarella sotto casa ?
Molto interessante fu invece per me, che sono un appassionato, l’enorme collezione di manufatti Melanesiani (soprattutto della vicina Papua Nuova Guinea): maschere, totem, attrezzi, monili e la discreta raccolta di artigianato proveniente dell’isola di Bali.
Il giorno prima di partire eravamo tutti un po’ tristi di lasciare la nostra isoletta, un po’ per il luogo che si era rivelato tutto sommato all’altezza delle nostre aspettative ed un po’ perché avevamo fatto amicizia con il gentilissimo e disponibilissimo personale che quasi meravigliato per la nostra permanenza eccezionalmente lunga rispetto la media (6 notti) ci trattava come fossimo del loro staff…al tramonto ammirai un’ultima volta le colonne d’acqua alzate dalle balene megattere che transitavano tra l’isola e la costa…decisi di affogare i pensieri prenotando la cena al ristorante che quel giorno sapevo essere a buffet (62 $ a persona ma almeno questa volta le porzioni le sceglievo io!) …inutile criticare…fu semplicemente eccezionale: pesce (aragoste, gamberoni, cozze…oramai un “classico” da leccarsi i baffi) e carne (persino un carpaccio di casuario…una specie di struzzo australiano che pensavo fosse protetto) a volontà.
Il mattino seguente alle 9,30 lasciammo l’isola con il grande catamarano (questa volta deserto, c’eravamo solo noi) per continuare l’avventura nel “Nord Tropicale” del Queensland.
PS: nei momenti “liberi” ho raccolto in loco della documentazione non reperibile via internet, nemmeno sul sito ufficiale di Green Island, con la quale ho voluto costruire una piccola scheda storico-tecnica dell’isola… chi è interessato può cliccare qui.

Cairns

Sbarcati a Cairns ritirammo i nostri bagagli e prendemmo un taxi sino al centro città, all’autonoleggio della Hertz dove avemmo la stessa sorpresa che a Darwin: un auto di almeno un paio di categorie più alta rispetto quella prenotata/pagata ovvero una Toyota Camry Ateva VVTI
(2362cc, cambio automatico, 153 CV: più di 4 metri e 80 di piacere di guida) al posto di una piccola berlina a marce manuali. La prima tappa fu il supermercato dove ci rifornimmo di spuntini da utilizzare durante gli spostamenti, qualche cibaria per Maeva e soprattutto molta acqua, poi feci un salto in farmacia a prendere uno sciroppo per la mia tosse (perfettamente inutile) ed infine uscimmo dalla città puntando subito verso nord.
Cairns è decisamente una cittadina meno provinciale di Darwin e molto più turistica, piena di strade con centri commerciali (tra cui la catena più famosa di grandi magazzini Australiana: Woolworths) ma pur sempre ordinata e facile da girare con una cartina stradale anche non dettagliatissima.
Nelle strade più affollate si parcheggia accanto i parcometri funzionanti a moneta. Attenzione: mettendo dei dollari nella macchinetta questa segnerà il tempo a disposizione (non ci sono biglietti da ritirare) quindi può capitare di fermare l’auto in un parcheggio appena liberato con ancora un buon residuo di tempo: in questo caso non occorre introdurre altri spiccioli.
Guidare nel Tropical North del Queensland
Valgono ovviamente le stesse regole e considerazioni fatte per il N.T. ma con meno “rilassatezza”. Ho notato infatti una guida leggermente più nervosa (niente a che vedere con quella a cui sono abituato in patria) ovvero con uso del clacson in caso di lentezza o guida maldestra dell’auto avvicinata, supero dei limiti di velocità e qualche altra piccola infrazione.
Attenzione ad imboccare senza tentennamenti e nel verso giusto le grandi rotatorie “veloci” (ovvero che si affrontano generalmente a velocità non moderata) presenti in grande quantità sulla strada extraurbana principale da Cairns verso il nord: la Captain Cook Highway.
Cartine utilizzate nel North Tropical.

A Nord di Cairns

E proprio iniziando da questa strada incominciammo a risalire il Queensland. A pochi chilometri da Cairns arrivammo al centro culturale aborigeno di Tjapukai accanto alla Skyrail (funivia) nella località di Caravonica.
Esiste un altro centro culturale aborigeno nella zona che funge anche da mini-zoo lungo la Kennedy Hwy in direzione del paese di Kuranda, il Rainforestation Nature Park, ma lo sconsiglio sia per evitare di percorrere decine di chilometri di strada stretta e piena di curve (l’abbiamo fatta un paio di volte), sia perché è un doppione meno scenico di Tjapukai.
Il parco culturale aborigeno si divide in vari ambienti dove è possibile assistere a varie manifestazioni con cadenza regolare completamente gestite dagli aborigeni (questa volta quei pochi fortunati “integrati” e non gli alienati “brutti, sporchi e cattivi”). Si tratta indubbiamente di spettacoli per turisti ma realizzati con maturità e coscienza in quanto non sono realizzati solo per sollazzare qualche ora un pubblico di bianchi ma anche per far conoscere storia, abusi ed usanze di un popolo fino a poco tempo fa dimenticato dalla comunità internazionale…storia e soprusi raccontati questa volta, cosa importante, dagli stessi aborigeni…ovvero dalla “campana” giusta.
Dopo aver fatto i biglietti (29$ a persona nel nostro caso ma ci sono anche prezziari maggiorati che comprendono Skyrail, trasferimenti, pranzo o cena con spettacoli notturni) entrammo nel primo ambiente “il Teatro della Storia”. Si trattava di una sala simile ad un cinema con a disposizione delle cuffiette senza fili con le quali era possibile selezionare la lingua desiderata (anche l’Italiano, cosa molto gradita!) dove era possibile apprendere con immagini d’epoca e racconti la storia del popolo Tjapukai (e più in generale del popolo aborigeno intero) e l’impatto devastante che 120 anni fa l’uomo bianco ebbe su una cultura antica di 40.000 anni.
Questo filmato di venti minuti con toni fortemente provocatori nei confronti degli occidentali raccontò con verità e documentazioni tutti i soprusi passati ed il calvario subito e non ancora definitivamente concluso dei nativi…fu toccante e di forte impatto psicologico per me bianco.
Dopo le giustificate denunce si passò, attraversando un piccolo museo delle arti aborigene, in una sala di teatro: “il Teatro della Creazione” dove, smorzati i toni ostili, vennero narrate le credenze spirituali della tribù Tjapukai. Il Teatro della Creazione fu un mix di cultura e tecnologia in quanto alla rappresentazione teatrale con aborigeni in carne ed ossa si affiancarono enormi ologrammi laser a spettacolarizzare la scena.
Anche qui vi erano gli apparecchi portatili che traducevano la voce degli attori in inglese, giapponese, coreano, tedesco, francese, mandarino, italiano e spagnolo (siamo in Australia !).
Tra le narrazioni più famose la leggenda del popolo Djabugay riguardo la dualità dell’universo. All’inizio del tempo (o Dreamtime) un uovo di casuario (un uccello tipico della zona simile ad uno struzzo), crebbe fino a diventare alto due metri; poi dei fulmini aprirono l’uovo (i fulmini c’erano sul serio nella rappresentazione!) dal quale fuoriuscirono i due elementi principali dell’universo: l’umido (Damarri) e il secco (Guyala) e dai quali si generarono tutti gli cose del mondo animate e non.
Maeva assistette in prima fila accanto al suo passeggino con le cuffiette alle orecchie ed il naso all’in su: meravigliata dagli effetti speciali.
Poi si passò al terzo ambiente, questa volta semi-aperto: il Teatro della Danza. Qui vennero rappresentati i “Corroborees” ovvero gli spettacoli che fanno parte dell’arte tradizionale di narrare le storie coinvolgendo il ballo, il canto e la musica: 25 minuti nei quali potemmo conoscere meglio vestiti, strumenti, totem, balli e abilità di sopravvivenza aborigene (per esempio l’accensione del fuoco tramite due bacchette di legno).
Al termine delle rappresentazioni passammo al parco esterno dove potemmo assistere (questa volta in inglese) a dimostrazioni di uso del Didgeridoo (lo strumento a fiato tradizionale), spiegazioni sui cibi e le medicine tradizionali nonché (mettendoci in fila) alla prova del tiro della lancia e del boomerang in un apposito campo protetto da reti.
Il pomeriggio riprendemmo l’auto e ci dirigemmo verso il nostro alloggio situato a circa 90 chilometri più a nord, nella foresta del Daintree. La statale che lambiva la costa soprattutto dopo Port Douglas fu veramente panoramica e ci permise di ammirare delle spiagge meravigliose che ci promettemmo di esplorare con più comodo il giorno dopo. Poi la strada incominciò a deviare verso l’interno dove piantagioni di canna da zucchero si alternavano a piantagioni di banane; in questa zona era in corso un esperimento per sfruttare le 20 mila tonnellate di banane scartate perché troppo mature o ammaccate producendo tramite la loro fermentazione una quantità di gas sufficiente a generare elettricità per 500 abitazioni…siamo in Australia, un paese che da 10 anni a questa parte fa della ricerca scientifica la sua forza !.
Per la prima volta in viaggio avevamo con noi un cellulare gsm (fino a qualche mese fa mia moglie aveva un vecchio tacs, io non posseggo nessun telefonino per scelta) per risparmiare utilizzando gli sms al posto della classica chiamata vocale ma poche volte fu utilizzabile; come nel N.T. anche nel Queensland bastava allontanarsi di una decina di chilometri o poco più da una cittadina (o molto meno se si trattava di un piccolo centro abitato) per non avere campo.
Daintree Rainforest
Lasciata quindi (almeno apparentemente) la civiltà arrivammo nei pressi del Daintree River dove una chiatta, trascinata da corde avvolte e svolte da un motore a scoppio, traghettava per pochi dollari dalle 6 a mezzanotte gli automezzi al di là del fiume all’interno della foresta pluviale del Daintree.
La Daintree Rainforest è considerata dai geo-botanici la foresta più antica della terra, un pezzo relativamente piccolo delle foreste che popolavano il continente Gondwana prima che si spezzasse formando varie terre, 450 milioni di anni nei quali questa giungla è rimasta invariata vedendo l’ascesa e la scomparsa dei dinosauri. Si estende dal fiume Daintree al fiume Bloomfield molto più a nord di Cape Tribulation; un ambiente unico dove si può passare in meno di cinque minuti da un bosco fitto ed impenetrabile ad una caletta rocciosa o una lunghissima spiaggia di sabbia dorata. La foresta è formata dalle piante più antiche della terra come felci arboree, ancestrali specie di palme ed altre piante rare ed è popolata da molti animali tra cui 13 specie di mammiferi autoctoni e una serie di bestioline velenose come ragni e serpenti. Il simbolo del parco è senz’altro il Casuario, un uccello dal corpo scuro e la testa blu-rossa-bianca con una grande cresta e che, come l’Emù (un altro uccello non volante australiano), è simile allo struzzo africano e che con la sua stazza (è alto 2 metri), le sue possenti zampe (e becco) e il suo carattere aggressivo è meglio tenere a distanza di sicurezza (basta qualche metro per non disturbarlo).
Sbarcati dal ferry-boat (immediatamente dopo lo sbarco era possibile prenotare delle gite lungo il Daintree tramite il “River Train”) proseguimmo all’interno della tortuosa strada che si infilava nella buia foresta pluviale…i segnali stradali nel frattempo erano mutati: al posto di “pericolo di attraversamento canguri” c’erano quelli che segnalavano il “pericolo di attraversamento casuari”. La sensazione era quella di essere veramente fuori dal mondo, una bella sensazione !
Dopo una mezz’oretta di curve, tornanti e dossi sulla Cape Tribulation Road avvistammo il cartello che indicava la nostra destinazione: il Daintree Wilderness Lodge ; ci infilammo quindi nella stradina bianca e parcheggiammo nei pochissimi posti a disposizione ricavati nella foresta. L’atmosfera del luogo era surreale, una foresta fittissima nella quale, camminando su apposite passerelle di legno, si scorgevano uno alla volta i pochissimi bungalow su palafitte completamente schermati e o meglio avvolti della vegetazione…tutto intorno: verde e silenzio interrotto solo dal verso degli uccelli. I gestori, una famiglia australiana, ci accolsero calorosamente come fossimo in casa nostra mentre le ombre della notte calavano sul Daintree…
Poiché eravamo gli unici clienti per quel giorno del lodge ci dissero che non avrebbero aperto la cucina e ci invitarono a prenotare qualcosa fuori ma sinceramente poiché eravamo un po’ stanchi del viaggio e dovevamo ancora svolgere le operazioni quotidiane (docce, pasto Maeva, ecc.) decidemmo di rimanere nella nostra casetta (evitando altre curve) e, per la prima volta, di cucinarci col fornello elettrico un piatto “australianissimo”: fusilli australiani con tonno alle spezie australiano cucinati in acqua australiana e sale delle bustine della Qantas.
La casa era qualcosa di meraviglioso (pfui al Grand’Hotel!): una struttura completamente di legno (che bello sentire i propri passi scricchiolare per le assi del pavimento), essenziale nella sua bellezza, con un letto matrimoniale con zanzariera, ventilatore a pale nel soffitto, un tetto con un grande vetro dal quale si poteva ammirare la vegetazione, molte ampie finestre da dare l’impressione di essere all’esterno nel bosco e un televisore con due (?) lettori di dvd. Eh ! già con il dvd: perché i segnali radio al Daintree non arrivavano, quindi niente cellulare ma anche niente tv e niente radio (la mia radiosveglia da viaggio era muta!)…ahhhh ! il posto che faceva per me…in apparente lontananza dalla civiltà !
Maeva si prese il dvd del cartone animato Nemo, io più tardi un film comico che aveva tra le lingue selezionabili anche l’Italiano e di fronte al primo piatto di pasta australiana ed una bottiglietta di Merlot australiano (made in Qantas) passammo in allegria la serata.
Questo fu per qualche giorno l’alloggio finale del mio viaggio e per il quale dovetti utilizzare tutti quegli oggetti che avevo portato con me per scrupolo ma che pensavo di non utilizzare come il phon da viaggio (per limitare i sovraccarichi di corrente non erano disponibili in stanza ma dal momento che l’avevamo con noi ci diedero il permesso di usarlo), la torcia elettrica (provate a raggiungere la sala pranzo o peggio ancora il parcheggio nel buio più buio!) o la sveglia da viaggio.
Per sicurezza tirai fuori di nuovo l’ammazza-zanzare a batterie per bonificare l’ambiente da un paio di piccole mosquitos che avevo intravisto nei paraggi.
Il tarantolone che sostava fuori dalle finestre (quasi certamente un esponente cresciutello di una delle tante specie di ragno-lupo molto comuni nel Daintree, velenose ma non mortali) all’accensione della lampada esterna si andò ad appostare sopra il neon per acchiappare qualche preda…operazione che puntuale ripeté ogni giorno.
La mattina seguente ci svegliammo in un tripudio di versi di suoni: era l’alba ovvero quel lasso breve di tempo dove gli uccelli davano il meglio di se stessi in quanto a doti canore…una leggera nebbiolina faceva capolino tra le fronde delle palme e delle felci che potevo osservare sopra di me dal mio letto tramite il tetto trasparente, mentre il fruscio delle frasche indicava l’approssimarsi di qualche animale terrestre; ci vestimmo e andammo a colazione. Il simpatico gestore con la moglie ci prepararono una colazione da re con la quale iniziammo bene, pieni di energia la giornata, un po’ meno bene Maeva che distrattamente cadde dalle passerelle di legno finendo un metro e mezzo più giù per fortuna attutita dal sottobosco e dal suo canguro di peluche.
Kuranda
Dopo colazione ci aspettava un lungo tragitto indietro, fino quasi a Cairns. Ammetto che la scelta di tornare indietro da dove eravamo partiti parrebbe irrazionale ma rispetto i piani iniziali c’era stato un cambio di programma ovvero il giorno prima eravamo stati al centro aborigeno di Tjapukaii (non previsto) rinunciando alla visita di Kuranda quindi oggi dovevamo riparare la mancanza.
Dopo un paio d’ore arrivammo alla stazione di Caravonica da cui partiva la funivia (o forse sarebbe più giusto chiamarla ovovia) ovvero la Skyrail. Presso la cassa presi atto delle tante combinazioni di escursione autonome possibili e optai per l’acquisto del biglietto (82$ a persona) che comprendeva un viaggio di sola andata con la Skyrail sino al paese di Kuranda, un viaggio di sola andata da Kuranda alla stazione Freshwater con il treno a vapore (Steam Train) e il pulmino per tornare dalla stazione di Freshwater a quella di Caravonica dove avevo parcheggiato l’auto…un itinerario che portava una buona parte della giornata.
Montammo al volo sulla cabina della Skyrail molto comoda per noi tre + il passeggino (è progettata per sei persone) e incominciammo a salire. La vista dall’alto della foresta pluviale fu qualcosa di molto scenico soprattutto nei tratti in cui il percorso sfiorava di pochi metri le cime degli alberi.
Il percorso nella cabinovia era lungo sette chilometri e mezzo diviso in tre tratti di circa 15-20 minuti di durata di tempo l’uno. In ognuno dei tratti si poteva scendere in una stazione intermedia per visitare le attrattive naturali.
Dopo aver scattato delle foto panoramiche dalla nostra vetratissima e fresca (finestrini aperti) cabina arrivammo alla piccola stazione di Red Peak; da qui una passerella ci permise di ammirare più da vicino la foresta e con l’aiuto di cartelli e della spiegazione di una guida (o almeno quello che riuscimmo a capire di un discorso in un inglese “rapido”) di riconoscere piante e sapere qualcosa in più della fauna; poi riprendemmo la funivia ed arrivammo alla stazione successiva: Barron Falls. Questa stazione fu più interessante in quanto ci permise di vedere dei notevoli scorci panoramici tra cui il fiume Barron e relativa gola e cascata (a dire il vero in questa stagione molto modesta rispetto ai fragori del periodo delle piogge) nonché continuare ad informarci sulla foresta tramite il Rainforest Interpretive Centre, un piccolo museo interattivo.
Poi tornammo nella cabinovia per l’ultima tappa…attraversammo a grande altezza il fiume Barron e arrivammo al capolinea di Kuranda.
Kuranda è un paese a misura di turista: negozi di artigianato, caffè, ristoranti, bancarelle e mercatini vari fanno da padrone.
Iniziammo quindi a passeggiare con calma lungo le strade fino a raggiungere il mercatino principale interessante in quanto molto etnico: dall’arte aborigena ai chioschi di cucina orientale.
Accanto al mercato c’erano una serie di attrazioni naturalistiche: il santuario delle farfalle, la voliera degli uccelli ed il parco dei koala…e qui scattò la terza promessa che avevo fatto a Maeva da quasi due anni: la possibilità di abbracciare un koala.
Feci quindi subito i biglietti (anche perché il tempo era limitato: dopo un paio d’ore ci partiva il treno) ed entrammo nel piccolo zoo dove potemmo vedere (ahimè non nel loro ambiente naturale) i koala e alcuni grandi canguri talmente abituati alla gente ed impigriti dal facile cibo da lasciarsi accarezzare da chiunque.
Maeva ebbe il suo grande momento di emozione quando (a pagamento) una bella ranger mi mise in braccio un koala (non poteva darlo in mano direttamente a mia figlia poiché pesava circa otto chili) e poté toccarlo, parzialmente abbracciarlo…seguì la classica foto che le suggellò nella mente l’indelebile ricordo.
Dopo lo zoo ci fermammo lungo le bancarelle per pranzare (patatine fritte e panini a base di salsicce di canguro…ottima carne alternativa per Maeva che è intollerante alle proteine del manzo) poi dal momento che era tardi prendemmo il bus-navetta che ci portò più rapidamente alla stazione dei treni. La stazioncina di Kuranda treni restaurata e mantenuta invariata da più di 100 anni pareva scaturita da un dipinto d’altri tempi: c’era la piccola ma affollata banchina con un localino dove la gente si rilassava tra un tè e una lettura di un giornale, c’era il capotreno che controllava l’andamento dei due treni (uno a motore a scoppio più moderno…ma non troppo…ed uno a vapore: il nostro), c’era l’addetto allo scambi e soprattutto c’era il caratteristico sbuffo della locomotiva a vapore…persino il macchinista (vedi foto) pareva uscito da una caricatura d’epoca !
Tutti furono estremamente gentili nel rispondere ad alcune mie curiosità e poiché eravamo interessati ci fecero salire all’interno della cabina di comando del locomotore: accidenti che temperatura !…capisco solo ora quanto duro deve essere stato (e in questo caso lo era ancora) il lavoro di macchinista nei treni a vapore: di fronte a mille leve ed indicatori dalla difficile comprensione c’era la caldaia che emanava un calore insopportabile. Mi spiegarono che per motivi ecologici la locomotiva non funzionava più né a legna, né a carbone ma ad olio esausto (lo scarto delle auto) e si sentiva: un puzzo di olio bruciato veniva emanato con il fumo all’interno delle carrozze.

Anche i vagoni passeggeri erano originali, il primo completamente aperto, gli altri chiusi ma molto spartani con panchine di legno. Due fischi ed una serie di sbuffi annunciarono la partenza…il viaggio fu molto panoramico tra gole, ponti sospesi e foreste con una breve sosta in corrispondenza delle cascate Barron (nello scendere dal treno Maeva ruzzolò di sotto sulla banchina)…faceva molto caldo…dopo circa un paio d’ore arrivammo a destinazione e dovemmo svegliare Maeva che nel frattempo si era addormentata come un sasso !; dalla stazione prendemmo il pulmino, un vecchio scuolabus e tornammo a Caravonica dove avevamo la nostra auto.
Restava ancora una manciata di ore al tramonto che decidemmo di utilizzare esplorando le vaste spiagge deserte lungo la litoranea… una considerazione sul senso civico australiano: nonostante il litorale non fosse frequentato, nonostante non ci fossero costruzioni, abitazioni, locali, posti di controllo o guardiani nei punti di accesso al mare c’erano le apposite cassettine con all’interno la bottiglia di aceto (piena, nessuno l’aveva presa per condirci l’insalata !): unico primo soccorso alle bruciature spesso mortali delle “meduse a scatola (box jellyfish)” che infestano le coste del Queensland durante la stagione estiva; …inutile dire che gli arenili erano immacolati ovvero privi di qualsiasi tipo di rifiuto anche piccolo !
Daintree River-Cape Tribulation
All’imbrunire tornammo verso il Daintree, suggestivo fu l’attraversamento col ferry-boat del fiume soltanto illuminato dai fari del manovratore e suggestivo fu tuffarsi nel buio della Cape Tribulation Road che di notte appariva addirittura più stretta e tortuosa che di giorno…meno suggestivo fu l’arrivo al lodge in quanto avevo scordato la torcia in casa ed arrivare dal parcheggio in piena foresta alla prima costruzione illuminata (la sala pranzo-reception) fu un problema (prendemmo come punto di riferimento la luce fioca di un lumino in lontananza).
La giornata continuò alla grande con la cena al lodge (questa volta la cucina era aperta in quanto oltre a noi c’era una coppia di australiani) che risultò, come anche quella del giorno successivo, la migliore mai fatta in tutto il viaggio: elaborata, ricercata, squisita, ben presentata ed anche abbastanza economica (gamberoni, zuppa di cocco, barramundi…).
Al termine della cena la signora che gestiva il lodge prese per mano Maeva e con una torcia si avviò nel buio della foresta…all’inizio pensammo che la volesse portare in casa a prendere una caramella ma non vedendola tornare in un tempo “ragionevole” ci venne un po’ di agitazione…ma poi quando tornarono Maeva sorridente ci disse: “ho visto l’orsacchiotto sugli alberi !”; chiesi alla donna cosa fosse e questa mi portò a vedere uno degli animali notturni del Daintree il “possum” (o Opossum).
Il giorno seguente dopo una colazione a base di salmone atlantico, crêpe e tè locale (le uniche piantagioni visibili all’interno del Daintree sono quelle di tè) decidemmo di vedere l’attrazione principale della foresta:Il Daintree Discovery Centre.
A dire il vero non si trattò di un’attrattiva sconvolgente ma fu senz’altro il punto di partenza per approfondire la conoscenza della flora e della fauna di questa regione. Il centro era formato da un circuito con passerelle sospese a più altezze (e scale) ed era guidato da cartelli esplicativi e da comodi apparecchi elettronici distribuiti all’entrata (simili a telefoni portatili) sui quali bisognava spingere i numeri corrispondenti al cartello per ascoltare la spiegazione (anche in Italiano). Non mancava un centro interattivo particolarmente curato con libri, computer, dvd, sale cinema…
Personalmente la cosa più interessante, anche se stancante, fu la salita della Canopy Tower, ovvero la salita di una torre di 23 metri formata da piani intermedi dai quali si poteva capire la vita della foresta ai vari livelli; con un po’ di fortuna riuscii all’ultimo piano a vedere un pitone giallo che dormiva placido sull’estrema cima di un albero.
A Maeva invece piacquero senz’altro i vari lettini di legno lungo il percorso con i quali, distendendosi, si poteva ammirare la foresta da una prospettiva inusuale.
Il pomeriggio fu dedicato alle spiagge che rappresentavano il limite della foresta pluviale, tutte pulite ed immacolate formate da ampi e lunghi arenili delimitati agli estremi da rocce e mangrovie…tutte completamente deserte… beh ! forse dovrei dire semideserte.
Iniziammo da Cow Bay…un paio di chilometri di spiaggia talmente isolata da non trovare nemmeno un’impronta sulla sabbia…un paio d’ore di relax dove poter correre con mia figlia ed esplorare con lei le coste: esplorammo i corsi d’acqua ed i laghetti bordo spiaggia (con molta attenzione visto i cartelli inquietanti che segnalavano la presenza di coccodrilli marini), esplorammo le mangrovie con granchi sempre appostati, giocammo con una noce da cocco, ci divertimmo a calpestare i castelli di sabbia costruiti da alcuni grandi vermi della sabbia prima che la marea li distruggesse e ci arrampicammo sulle rocce…non c’era nessuno…tant’è che prima di andare via mi appartai dietro uno scoglio che sbarrava l’accesso alla spiaggia (a meno di passare via mare caldissimo ma agitato) per fare pipì …e zak! sul più bello spuntò via mare un uomo con un grosso cane: se era raro incontrare un anima viva in quella spiaggia ancor più raro era incontrarla con un animale domestico a seguito visto che nelle zone di interesse naturalistico ne era vietata l’introduzione (per evitare il fenomeno del randagismo o peggio della proliferazione incontrollata di specie non autoctone come successo 6000 anni fa col Dingo o più recentemente con conigli, dromedari, ecc.); …l’uomo mi salutò e sorrise: incredibile ! era il gestore del lodge !
Continuammo il giro delle spiagge sino a Cape Tribulation (nome coniato da J. Cook quando si dovette fermare forzatamente alcuni mesi da queste parti a causa dell’incagliamento della sua nave in una barriera corallina di fronte) …poco prima un cartello scritto a pennarello “the last refueling” ci avvisava che per molti, molti chilometri non avremmo trovato carburante…dopo Cape Tribulation la strada verso Cooktown divenne bianca….la percorremmo per un po’, poi prima che imbrunisse tornammo verso il lodge. Dietro una curva frenai improvvisamente per assistere alla “ciliegina” della giornata: l’attraversamento di una coppia di grandi casuari.
Eravamo oramai all’ultimo giorno in terra australiana e come mia consuetudine tirai le somme: era stato un viaggio vario con emozioni e posti unici ed incomparabili tra loro ma il Daintree aveva lasciato nell’anima qualcosa in più degli altri luoghi (e ancora adesso, dopo più di un mese, il ricordo mi provoca un’emozione particolare)…affogai tutta la tristezza per la fine di uno dei più importanti viaggi della mia vita con un’insalatiera gigante di linguine allo scoglio !
Arrivederci Australia !

di Stefano

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