Fiji, le isole della Gentilezza

FIJI: IERI LE ISOLE DEI CANNIBALI… OGGI DELLA GENTILEZZA E DELL’ALLEGRIA !

PREMESSA:
Le Isole Fiji fanno parte di quella vastissima regione del Sud Pacifico chiamata Melanesia ( ovvero “le isole nere”…alle quali appartengono anche la Nuova Caledonia, le Isole Salomone, la Nuova Guinea e le Isole Vanuatu ).
La popolazione è formata da Fijani Melanesiani ( i nativi di razza negroide ) e Fijani Indiani ( arrivati alla fine del 19° secolo ) circa in parti uguali e da una minoranza Polinesiana, Europea e Cinese.
Le religioni più diffuse tra i Fijani Melanesiani sono la Metodista e la Cattolica , mentre tra i Fijani Indiani è ovviamente praticato l’Induismo ( più raramente l’Islamismo ).
I Fijani Melanesiani sono un popolo gentilissimo e mite nonostante fino a quarant’anni fà si praticasse ancora il cannibalismo.
Il racconto sarà narrato come un unico viaggio; in realtà ho toccato queste isole nell’Agosto del 1998 e nell’Agosto 2000:
due anni molto diversi tra loro ( politicamente parlando ) che hanno visto l’ascesa e la discesa del turismo.

PERIODO MIGLIORE ED ISOLE

Il periodo migliore per visitare le Isole Fiji va da fine Maggio a fine Ottobre, cioè durante l’inverno del Sud Pacifico.
Nei restanti periodi le piogge/burrasche frequenti unite al forte caldo generano una grande afa.
Le Fiji sono formate da 320 isole e 480 isolotti minori. La maggior parte delle isole è disabitata.
Le isole sono di origine vulcanica, alcune con picchi montuosi e talvolta circondate da reefs, altri semplicemente atolli corallini sabbiosi dagli splendidi e chiari fondali ( e acqua a 26-30 gradi !!! ).
Le più grandi sono Viti Levu ( dove risiede l’aeroporto internazionale di Nadi e la capitale: Suva ), Vanua Levu, Taveuni ( attenzione in questa rigogliosa e verde isola: piove quasi tutti i giorni dell’anno ) e Kadavu.
Tra gli arcipelagi principali: le isole Lau, le Lomaiviti, le Mamanucas ( le più vicine a Viti Levu ) e le Yasawa ( le più spettacolari ma costose ).
Gli ultimi due arcipelagi citati sono quelli dove è più facile trovare delle sistemazioni, oltre ovviamente, alle isole più grandi.

LINGUA, MONETA E FUSO ORARIO

Le lingue ufficiali sono l’Inglese ( parlato bene da entrambi i gruppi etnici ) ed il Fijano ( parlato dai Fijani Melanesiani ).
I Fijani Indiani ovviamente parlano tra loro la lingua Hindi.
La moneta corrente è il dollaro Fijano ( FJD: valore attuale click ! )
Le mance, come è tradizione nell’ospitalità del Sud Pacifico, sono sconosciute…ma non per gli Indiani !
Il fuso orario è di + 11/+10 ore secondo l’ora Italiana solare/legale.

ITINERARIO DI VOLO DALL’ITALIA

Le isole Fiji si trovano quasi agli antipodi. Il viaggio può durare dai due ai quasi tre giorni a seconda dei voli utilizzati.
Partendo dall’Italia si deve volare verso Ovest facendo scalo obbligatorio al Lax di Los Angeles ( circa 15 ore ). Poi si deve aspettare la coincidenza ( talvolta molte ore in sala d’aspetto ! ) per Nadi ( Aeroporto internazionale delle Fiji…si pronuncia Nandi ). Una delle maggiori compagnie su quest’ultima tratta è l’ Air New Zealand. Il tragitto Los Angeles ( USA ) – Nadi ( Fiji ) può durare dalle 11 alle 15 ore a seconda che il volo sia diretto oppure con scalo intermedio a Tahiti ( Polinesia Francese ) + Rarontonga ( Isole Cook ).
Una volta sbarcati a Nadi si può proseguire per le destinazioni locali tramite voli interni effettuati con aerei ( Sunflower Airline, Air Fiji ), idrovolanti ( Turtle Airways ), elicotteri ( Island Hoppers ) oppure in caso di destinazioni vicine come ad esempio l’arcipelago delle Mamanucas tramite ferry boat, motoscafi veloci, catamarani, etc.
Le Isole Fiji sono ben collegate con le Tonga, Cook, Nuova Zelanda, Hawaii, Polinesia Francese e Samoa.

LA STORIA: ( leggetela ! capirete meglio la situazione attuale ! )
Le Fiji furono popolate fin dal VII millennio a.C. da popolazioni provenienti forse dall’Indonesia. Sicuramente intorno al 1500 a.C. le isole erano abitate dal popolo tranquillo dei Lapita famosi per aver lasciato molti reperti di vasellame in tutta la Melanesia e Polinesia.
Poi gradatamente ( in mille anni ) le isole furono invase da un popolo molto meno “pacifico” di razza negroide proveniente dalle isole immediatamente ad Ovest. Questo popolo cruento ( da cui derivano i Fijani Melanesiani odierni ) assorbì molte usanze ed usi popolari dei Lapita ma non si fuse mai con questi ultimi…anzi i Lapita dovettero scappare ad Est ed a Sud occupando le attuali Tonga, Polinesia Francese, Cook, Nuova Zelanda e Hawaii fino all’Isola di Pasqua dando origine alla razza Polinesiana.
Il primo Europeo ad avvistare le Fiji fu il Portoghese: Ferdinando Magellano nel 1520 durante il viaggio nel quale trovò il passaggio dal Nuovo Mondo all’Oceano da lui battezzato “Pacifico”…ma proseguì senza fermarsi verso le Filippine dove fu ucciso.
Nel 1643 un altro Europeo avvistò le Fiji: l’Olandese Adbel Janszoon Tasman diretto in Nuova Zelanda.
Il primo Occidentale invece che sbarcò nell’arcipelago Fijano ( sull’isola deserta di Vatoa per pochi giorni ) fu l’onnipresente James Cook nel 1774 ! Anche gli ammutinati del Bounty ( 1789 ) ed il capitano Bligh ( abbandonato con alcuni suoi ufficiali su una scialuppa ) passarono da queste parti ma la sinistra fama dei bellicosi e cannibali Fijani fece loro desistere dall’approdare.
Quindi sino al 19° secolo le isole, pur segnate nelle carte nautiche, furono ignorate…anzi evitate dagli Europei: sia per la mancanza di appetibili risorse sfruttabili, sia per la pericolosa e primitiva popolazione dedita a continue e sanguinose lotte tra clan rivali.
Dopo il 1800 incominciarono i primi insediamenti Europei per sfruttare l’abbondante legno di sandalo ai quali seguirono i missionari.
Per molti anni la convivenza con gli indigeni fu difficile ( in pratica spesso gli Europei finivano “in pentola” …mentre i Fijani per rappresaglia venivano sterminati con le armi da fuoco ), poi finalmente nel 1854 il potente capo-tribù Cakobau si convertì al Cristianesimo, riunì in pochi anni tutte le isole sotto il suo controllo ed iniziò la fase di “ingentilimento” del popolo Melanesiano ( ricordo che le ultime pratiche antropofaghe si tennero solo 40 anni fà ! ).
Poichè però era difficile per un semplice capo-tribù mantenere un regno così vasto, Cakobau chiese aiuto ( in cambio di un trattato di vassallaggio ) alla Gran Bretagna, poi agli Stati Uniti ed infine alla Prussia ma senza ottenere nulla. Nel frattempo la mentalità di Cakobau, aperta al mondo Occidentale, favorì l’arrivo di coloni Europei che svilupparono un agricoltura moderna, soprattutto della canna da zucchero.
Nel 1874 la Gran Bretagna, vista la crescente colonizzazione ( e le nuove possibilità di guadagno ), pensò di rivedere la propria posizione e di accontentare Cakobau: le Fiji divennero un protettorato inglese.
La crescente espansione delle coltivazioni della canna da zucchero ( tutt’ora la maggiore attività in agricoltura ) richiese grandi risorse di mano d’opera e siccome i Fijani non volevano lavorare ( caratteristica “cromosomica” dell’abitante del Sud Pacifico ! :-) ) si decise di importare emigrati dall’India: nel 1879 arrivarono i primi 498 Indiani …poi, in più riprese, altri 60.000 !
Anche dopo scaduto il contratto di lavoro nelle piantagioni, gli Indiani vollero rimanere per intraprendere varie attività.
Chiaramente con l’arrivo di Europei ed Indiani arrivarono anche le terribili malattie dell’epoca così che agli inizi del 1900 c’erano più Indiani che aborigeni Fijani.
Per decine di anni si mantenne un buon equilibrio sociale: da un lato gli Indiani, superiori in numero e con in mano tutte le attività economiche delle Fiji, dall’altro i Fijani Melanesiani padroni delle terre.
Il 10 Ottobre del 1970 le Fiji ottennero l’indipendenza dalla Gran Bretagna entrando nel Commonwealth Britannico ( comunque fino al 1987, anno di due golpe indipendentisti, il capo di Stato era ancora la regina Inglese Elisabetta II ) ed al nuovo stato democratico vollero partecipare attivamente anche gli Indiani, consci di aver dato molto al tessuto economico del paese con la costruzione di opere pubbliche, industrie ed attività varie.
E su questo la storia deve essere ancora finita di scrivere. Infatti dopo anni di apparente convivenza pacifica ( durante i quali le due etnie vissero due modi di vita separati e distinti ) nel Maggio del 2000 iniziarono presso la capitale Suva una serie di tentativi di golpe, manifestazioni e uccisioni da parte dei Fijani Melanesiani per revocare la costituzione multirazziale del 1997 ( rivista varie volte ) e togliere ogni diritto civile ( partecipazione al governo e possedimento di terre o case ) ai Fijani Indiani.
la pace spezzata tra le due etnie è causa di forti tensioni e molti Indiani hanno lasciato il paese.
Nessun pericolo per i turisti sempre ben accetti !

COSA RAPPRESENTAVA IL CANNIBALISMO ALLE FIJI: ( e nel resto del Sud Pacifico )
Per capire meglio il cannibalismo e in genere l’animo bellicoso degli abitanti di questa parte di mondo bisogna partire dalla loro organizzazione primitiva sociale e famigliare. C’è da premettere che i singoli individui possedevano solo la propria capanna e talvolta un piccolo lembo di terra mentre la maggior parte dei terreni/beni apparteneva alla comunità ed ognuno dava come poteva il proprio contributo.
Durante la coltivazione delle terre “comuni” emergevano alcuni personaggi con maggiori doti organizzative e lavorative che riuscivano a produrre più di tutti quanti. Questi uomini allora organizzavano grandi feste dispensando il loro “surplus” al resto della tribù. Chiaramente questa popolarità giovava politicamente al “dispensatore” il quale aumentava il proprio potere ed influenza nella comunità e veniva eletto capo-tribù. Per mantenere il potere però doveva continuare ad assicurare un certo benessere ai propri sudditi: all’inizio bastò far loro coltivare le terre secondo le proprie fruttuose idee. Ma ad un maggior benessere corrispose anche un maggior incremento demografico e le risorse alimentari così diminuirono diventando insufficienti. Una volta sfruttata tutta la terra a disposizione, la migliore soluzione fu quella di razziare le risorse del villaggio vicino. Questo comportò la nascita di un esercito e quindi la trasformazione di molti agricoltori in guerrieri ( diminuendo tra l’altro la forza lavoro e aumentando il bisogno di razzie ). Ovviamente in questo “quadro di guerre” non mancavano le alleanze tra capi-tribù ed i matrimoni “misti” per rinsaldare accordi di pace o di reciproco aiuto.
Volevo sottolineare come la società Fijana fosse più democratica di quella Occidentale. I capi-tribù infatti fondavano il potere sulle proprie reali capacità organizzative ( lavoro, alleanze ) mentre i re della “società civile” basavano il proprio potere sulle risorse e le ricchezze sulle quali vantavano “di diritto” la proprietà assoluta.
Allora vi chiederete: ma se erano così civili e democratici, come potevano concepire un’azione tanto orribile come il cannibalismo ?
E’ noto in tutto il mondo che, in assenza di “tabù” condivisi da una comunità, azioni considerate negative da alcuni possono risultare normali per altri come per esempio in Oriente mangiare insetti, cibarsi di carne di maiale ( proibita dai Musulmani ) o di bovini ( gli Indù sono contrari ) oppure tirare il collo ad un pollo, nutrirsi di carne di cane o di gatto…
Per assicurarsi le scorte di cibo sarebbe bastato depredare i villaggi vicini di risorse alimentari come patate dolci oppure maiali ma questo avrebbe causato una non tranquilla fruibilità del bottino in quanto i nemici vinti prima o poi si sarebbero vendicati: quindi era necessario uccidere ! anche perchè sarebbe stato difficile, nelle piccole e semplici comunità Fijane, mantenere un vero e proprio controllo militare di un territorio così vasto oppure fare prigionieri per utilizzarli come schiavi.
Ma uccidere un uomo non vuol dire necessariamente mangiarlo ! Bisogna allora considerare che a causa delle povere economie dei villaggi ( al limite della sussistenza ) il bottino in cibo era sempre molto scarso e così la crescente richiesta di nutrimenti portò alla pratica del cannibalismo. Ci furono quindi in maniera graduale sempre più bottini “in carne umana” e si organizzavano grandi feste con canti e balli nei quali ,mangiando i nemici, si credeva di incorporare anche la loro forza e coraggio…così che più il nemico si era battuto con eroismo e più ambita era la sua carne !
Purtroppo questa pratica moltiplicò a dismisura le guerre in un circolo vizioso dove “tutti erano contro tutti ” e la vita su queste isole, un tempo felice, divenne un vero e proprio inferno sino a che Cakobau, un capo-tribù, convertito per necessità di potere al Cristianesimo ( convertendosi si assicurò l’amicizia degli Europei ), aiutato dagli Inglesi riuscì ad assoggettare tutte le terre sotto il suo dominio e quindi la pratica del cannibalismo ( molto gradatamente e relativamente da poco ) cessò.
La cessazione dell’antropofagia avvenne per due motivi: il primo di carattere tradizionale, in quanto era considerato un reato gravissimo punibile con la morte non seguire l’esempio del capo ( appunto di Cakobau ), il secondo di carattere sociale, in quanto la riunificazione di tutte le tribù sotto un unico capo faceva cadere le rivalità tra clan e villaggi e quindi le motivazioni del cannibalismo.

IL RACCONTO:
Tutto iniziò l’anno prima ( Ott. 1997 ) quando conobbi per la prima volta il Sud Pacifico ( la Polinesia Fr. ) e subito fu amore a prima vista !
Nonostante i sacrifici per il lungo viaggio ( costi compresi ) ero rimasto così stregato da questa parte di mondo da decidere di tornarci alla prima occasione. L’occasione si presentò dopo qualche mese quando io e mia moglie entrammo in agenzia per acquistare un biglietto per andare a “Parigi” una settimana ( io l’avevo vista già tre volte ma Maria mai ! ). Ne io, nè mia moglie eravamo molto convinti della destinazione ma eravamo un pò in bolletta e non era il caso di spingerci, a distanza di poco tempo, molto lontano… All’interno dell’agenzia c’era un libro fotografico dedicato alle isole Fiji e l’impiegata lo stava sfogliando. Ci guardammo… nessuno di noi sapeva cosa stesse realmente pensando l’altro ! …ma una vocina a mo’ di diavoletto incominciava a ronzare nelle nostre teste.
Mentre la signora ci stava confermando il biglietto per Parigi bisbigliammo tra noi : <> ed ancora: <>…fu questione di un attimo e quasi contemporaneamente urlammo alla donna dietro il bancone: << cambi destinazione…vorremmo andare una mesata alle isole Fiji !!! >> La donna impallidì, pensò ad uno scherzo e quando si rese conto che facevamo sul serio non sapeva se congratularsi con noi o scusarsi per averci tentato con il libro…
Buttai giù sul momento un itinerario personalizzato ( volevo assicurarmi anche i pernottamenti per non perdere tempo sul luogo visto il periodo di alta stagione) : ero preparatissimo sulle Fiji …come se non avessi studiato altro in quei giorni ! riuscii infatti a soddisfare tutte le mie voglie ad eccezione delle Yasawa : tutte già stra-piene per Agosto…nonostante fosse Maggio ( 1998 ) !
Uscimmo dall’agenzia più “poveri” ma felici !
I giorni che seguirono furono un lungo conto alla rovescia sino all’8 Agosto: giorno di partenza. Alle 9,45 spiccammo il volo per Los Angeles via Linate: 15 ore di viaggio con Alitalia ( fu l’ultima volta con la nostra compagnia di bandiera a causa di alcuni episodi di scortesia ).
Tra le curiosità : in prossimità della costa Americana, all’altezza del circolo polare artico a -70°C, vedemmo gli iceberg !
Sosta a Lax di 7 ore ! in una sala d’aspetto desolata priva di negozi e di un luogo di ristoro ( ma eravamo attrezzati di borraccia e biscotti ! ) e poi imbarco per Nadi ( Fiji ) …altre 11ore ( volo diretto con Air New Zealand ).
Una volta atterrati a Nadi ( sull’ Isola di Viti Levu ) ci dirigemmo verso l’uscita dell’aeroporto dove c’erano una serie di uffici turistici ( erano le 5 del mattino ed era buio…ma erano già aperti ! ) e dove vi consiglio di andare per un “fai da te”. Anche noi, che avevamo prenotato dall’Italia i pernottamenti, entrammo in una di queste agenzie per convertire i nostri documenti di viaggio con i voucers delle strutture locali e ricevere i biglietti dei voli/traversate locali, cartine, suggerimenti…etc.
Ovviamente ci fu l’immancabile accoglienza floreale tipica del Sud Pacifico ( collane di fiori di frangipane profumati )…anche se molto più pacata di quella Tahitiana ! Sbrigate le formalità prendemmo un taxi per raggiungere l’imbarco presso il tranquillo porticciolo di Denarau Marina posto sull’Isolotto di Denarau collegato con un ponte all’Isola madre di Viti Levu. Prima però ( era presto ) approfittammo dell’intraprendenza ( leggi: richiesta di mancia ) del tassista “indiano” per fare un giro per Nadi e dintorni. Nadi è la città commercialmente più importante ( risiede infatti l’aeroporto internazionale ) ed è anche la più grande. Chiaramente per più grande intendo più grande della capitale Suva ( dove risiede invece il governo ) ma pur sempre poco più di un villaggio ! Ovunque un brulicare di Indiani intenti a lavorare nei vari mercatini o negozi …mentre i Fijani Melanesiani…beh ! …loro sono più “filosofi” nei ritmi di vita !
Poco fuori città distese di canna da zucchero si perdevano a vista d’occhio e ricordo che la seconda volta che toccai le Fiji ( nel 2000 ) riuscii anche a vedere il famoso e particolarissimo “trenino della canna”, un treno in miniatura che come cento anni fa trasportava ancora sui suoi vagoncini le balle di “sugar-cane” verso la raffineria locale.
Poi fu la tappa al tempio Induista, il più grande del Sud Pacifico: ricordo che i raggi bassi del sole all’aurora lo trapassavano da parte a parte creando un forte effetto mistico-coreografico rafforzato dalla sagoma controluce di un monaco indaffarato nelle prime faccende mattutine.
Purtroppo il tempio non era aperto agli “infedeli” e ci dovemmo accontentare di ammirarlo dall’esterno ( vedi foto ).
Infine arrivammo a Denarau; il porticciolo era deserto in un silenzio quasi irreale, a pochi metri dal molo qualche piccola imbarcazione privata ed un veliero fantasma, il mare era calmissimo…il taxi ci lasciò ed andò via… Dopo qualche minuto spuntò all’improvviso un omone di due metri, grasso: un tipico Fijano Melanesiano ( si distinguono dai Fijani Indiani per i capelli riccissimi e la grande mole )…mi stritolò la mano in segno di saluto e disse: << Bula ! I ‘am the Captain ! >>…pensai << è il capitano di chissà quale nave che ci dà il benvenuto ! >>, invece era il capitano-traghettatore-portavalige-ecc di una specie di pulmino camuffato da barca ( o l’inverso ? ) che però comodamente in mezz’ora ci portò nella nostra prima destinazione: l’isola del Tesoro ( Treasure Island ) nel vicino arcipelago delle Mamanucas.
Nonostante la stanchezza per il lungo viaggio, dopo aver preso possesso del bungalow a pochi metri dal mare comprensivo di grandi gechi all’interno ( affermano che portano fortuna ! ) , ci tuffammo immediatamente in acqua. C’era la bassa marea e l’acqua era molto torbida ( dopo qualche ora con l’inversione della marea diventerà limpidissima )…superammo il primo tratto sabbioso per dirigerci verso la parte di barriera corallina poco profonda: la sagoma opaca di un grande squalo ci diede il benvenuto !
L’isola era molto piccola, praticamente un banco di sabbia con una vegetazione bassa circondato dai pochi bungalows…in dieci minuti si girava a piedi ! Per fortuna una piccola “bugia” ( ci spacciammo per honey-mooners ) ci fece guadagnare un bungalow ( n.9 ) nella posizione migliore: non è raro infatti capitare in isole ( questo vale in qualsiasi parte del mondo ) che, se anche molto piccole, hanno lati migliori e lati peggiori e mi riferisco soprattutto al vento serale ( che può variare a seconda della posizione da assente a fortissimo ) ma anche ai fondali ( sabbioso o corallino, limpido o torbido, in corrente oppure no ) e a varie romatincherie ( privacy, lontananza dalla zona cena/spettacoli, alba o tramonto fronte “amaca”… )
Come ogni isola visitata nelle Fiji, anche Treasure aveva il proprio “motto”o slogan : << Treasure Island : one of life’s simple pleasures >>.
Dopo la prima snorkellata ci mangiammo come pranzo due belle zuppe di mais, un pò di frutta tropicale, una banana split e via a nanna ! La sera dopo un pò di amaca e passeggiate ci recammo a cena per gustare i tipici piatti a base di pesce…praticamente quasi simili in tutto il Pacifico ad eccezione di alcune varianti: per esempio ci servirono un piattone di tridacne ( conchiglie dal sapore e consistenza gommosa che però digerii perfettamente nonostante l’apparenza “indigesta” ) che normalmente non sono considerate in altri paesi commestibili !
Continuai la “pappatoria” con gamberoni e polpi pescati in giornata ( di fronte l’isola infatti tra i coralli, incontrai molte volte grandi polpi: octopus ! come venivano chiamati in Inglese ! ).
Alla fine della serata feci il mio primo incontro ( il primo di una lunghissima serie che mi portò sino a Tonga ) con la magica ( ed “ansiolitica” ) bevanda della Kava. Per una spiegazione approfondita sulla preparazione, origine e tradizione leggete la mia pagina Web…click ! Fu portato il grande e tipico contenitore di legno dalla vaga forma di un braciere, furono adagiate all’interno le radici sminuzzate di una particolare pianta del pepe e con dell’acqua fresca e uno straccio iniziò la solenne preparazione della bevanda. Lo straccio aveva la funzione di “strizzare” bene la pianta per rilasciare nell’acqua l’aroma ( leggermente assomigliante alla liquirizia ), il sapore ( …di fango ! ), l’aspetto ( pure di fango ! ) e soprattutto il principio attivo “rilassante”.
Ci tengo a precisare che la bevanda non ha nulla di illegale ( tanto che si può acquistare la pianta in polvere o trinciata dappertutto e portarla tranquillamente in Italia ) ma sicuramente bevuta in dosi massicce ( come fa ogni buon Fijano e ogni buona Fijana in occasione di cerimonie, feste, battesimi, matrimoni…etc. ) dà un effetto simile a quello della marijuana ( cioè beatitudine ed occhi rosso-fuoco ).
Preparata a più riprese la “pozione” fu decantata in un secchio di plastica ( tipo quelli per pulire in terra…alle Fiji ne ho visti preparare molti colmi sino all’orlo !!! ) e poi offerta. Vi consiglio di accettare…nessuno si offenderà se non la berrete ma se lo farete sarete considerati “più amici” …è un pò il “calumet della pace” del Sud Pacifico !…e poi è piacevole !
La bevanda fu servita in una tazza fatta con un mezzo cocco, rigorosamente servita con il dito pollice inserito ” a mollo “. La prima sensazione che ebbi, appoggiata la bocca, fu quella di avere la lingua anestetizzata come se avessi assaggiato della cocaina. Seguirono altre tazze…il tutto nel sottofondo dei canti Fijani provenienti da un gruppetto di persone che in disparte si stava scolando tra un vocalizzo e l’altro un bidone di Kava e fumando chissà che cosa !
Quella sera il cielo mi parve più stellato ! …già il cielo, quel cielo che avevo smesso di guardare da un pezzo ma che era sempre lì a portata di naso…tutti i giorni !
La mattina seguente mi alzai all’alba…era una magnifica alba…il profumo dell’Oceano mi faceva sentire proprio “bene”… approfittai per andare a vedere i pesci “saltare” vicino la riva. Un Fijano che bighellonava sulla spiaggia con il suo pallone da rugby sottobraccio mi guardò sorridendo e con la mano alzata a mò di saluto mi gridò: << Bula ! Friend…keep smiling and be happy, have a good day ! >>…rimasi di sasso !
L’intera giornata la dedicai ad attività marine ma non riuscii a togliermi dalla mente quell’incontro mattutino !
In questa isola praticai un ottimo snorkeling da principiante ( cioè da riva ! ), infatti nel lato corallino dell’isola, ben identificato da una piccola piattaforma galleggiante raggiungibile a nuoto, c’era una fauna abbastanza ricca, in particolar modo abbondavano i branchi…anzi sarebbe meglio chiamarli i “fiumi in piena” di grandi ( i più grandi che abbia mai visto ) e coloratissimi pesci pappagallo, con i loro tipici rumori ( il grattare ed il tritare i coralli con le loro potenti dentature ). Talvolta, soprattutto quando ci facevamo dare qualche avanzo di cucina, erano così abbondanti da nascondere completamente le nostre sagome ed allora per nuotare si urtava inevitabilmente contro i loro corpi riuniti in una variopinta nuvola in quel cielo azzurro che era il mare.
La sera assistemmo ad uno spettacolo di danze di guerra e canti Fijani…ai quali si aggiunse anche uno show Polinesiano delle Samoa.
Si trattava ovviamente di shows improvvisati ( anche se ben fatti e con ottimi costumi ) dagli stessi operai, cameriere e cuochi della struttura…ma presto, su un’altra isola, avremmo visto qualcosa di più vero…
Il carattere dei Fijani Melanesiani si rivelò subito uno dei migliori al mondo. Mai avevo visto delle persone tanto allegre e disponibili: la simpatia impersonificata in quei corpulenti esseri dagli occhi neri e le teste con le particolari capigliature riccissime a forma di globo !
Ancora oggi il ricordo di quei maestosi ma miti esseri, sempre “attenti ed intenti ” a prendere la vita con filosofia e buonumore, con serenità e gioia, contrasta di molto con quella che è la loro storia passata di sanguinari e, purtroppo quella odierna di intolleranti e reazionari.
Senz’altro posso affermare con certezza ( col senno del poi ) che fu il popolo con cui riuscimmo a socializzare di più e con maggiore facilità. Non c’era piccolo episodio, incontro od incrocio di sguardi che non generasse una frase carina, un’amicizia od un sorriso…o forse dovrei dire una risata. Si ! I Fijani e soprattutto le Fijane hanno l’abitudine di ridere…ridere a crepapelle per tutto…in continuazione ! All’inizio può generare in noi, dagli animi corrotti e soprattutto diffidenti, un attimo di sgomento…in pratica ti sembra di essere preso in giro…ma poi ti accorgi che non è così: è solo la loro gioia di vivere innata che, incontenibile dentro i pur grandi corpi, scoppia all’esterno in un’esplosione di ilarità ! basta un saluto, un episodio buffo: ricordo di un giorno che un pescatore mi accompagnò ( senza volere alcun compenso ) a fare snorkeling a largo. Poichè la situazione non mi sembrava molto sicura ( soprattutto per mia moglie ) volli risalire prima del dovuto in barca e nel salire sulla ripida e stretta scaletta scivolai risultando un pò goffo…beh ! per tutta la settimana ogni volta che il pescatore passava nei pressi dell’isola in corrispondenza del mio bungalow oppure riconosceva la mia sagoma sulla spiaggia…si agitava come una scimmia richiamando la mia attenzione con le mani e facendo poi seguire una lunghissima risata ! ( per un pò l’ho odiato…ma poi ho capito ! ).
Anche la mattina presto quando ancora tutti ( o quasi ) dormivano, il silenzio veniva spesso squarciato da una sonora risata: chissà per quale motivo e proveniente chissà da chi ! E vi potete immaginare cosa succedeva durante gli shows “casalinghi “, cioè durante gli shows organizzati dallo staff Fijano dell’isola…quando era il turno dei balli degli uomini, le loro donne ridevano fino a piegarsi in due, per terra, lacrimanti…e vi potete immaginare quanto tutto questo fosse contagioso !
Il riso e l’allegria è senz’altro una caratteristica comune nel Sud Pacifico ma nelle Fiji è particolarmente marcata !
Arrivò purtroppo il giorno della partenza…Marama Maria e Turaga Stefano ( così ci chiamavano per dire Signora e Signor… ) dovevano partire. Venne intonato in nostro onore, come è consuetudine in tutte le Fiji, la canzone di “farewell” ( d’addio ): Isa Lei, una canzone che narra della tristezza di un Fijano che dovendo partire lascia le sue amate terre ed Isa Lei: il suo grande amore. Isa Lei è “la canzone” per eccellenza delle Fiji ed è cantata ovunque con serietà e solennità ( spesso purtroppo è schernita dai pochi turisti Europei…molto rispettata invece dai Neozelandesi che rappresentano la maggior parte dei visitatori ) ( click x ascoltarla ).
In genere è cantata la sera prima del congedo di un ospite: uomini e donne si vestono per l’occasione con abiti tipo “gospel ” e si dispongono in due file, una dietro all’altra ( ci tengono molto a fare bella figura ! ); poi intonano un canto, senza accompagnamento musicale, che ha ovunque lo stesso testo tranne che in due punti: le parole “isole Fiji” vengono sostituite con il nome dell’isola sulla quale uno si trova ed il personaggio narrato, con il nome reale della persona che va via !
Partimmo con un motoscafo veloce verso l’isola di Tokoriki, sempre nell’arcipelago delle Mamanucas…vedemmo le imponenti figure delle Fijane salutarci da lontano ed intonare di nuovo Isa Lei… Seguì una mezz’oretta di traversata non priva di fascino, tra le isolette disabitate e… ad un certo punto la barca fece una brusca virata, il Fijano spense il motore scrutando la superficie del mare: poi mi indicò l’ostacolo mancato per un pelo: << whale ! whale ! >>: un gruppo di megattere tagliò indisturbato la nostra rotta…poi dopo uno sbuffo si inabissò per scomparire definitivamente dalla nostra vista…
Tokoriki era un’isola dall’aspetto poco curato, un pezzo di terra brulla, color marrone che spuntava da un mare dai colori azzurro-verdognoli.
La poca vegetazione costiera era formata da alberi caduti e storti. Un’unica palma da cocco isolata sull’unica spiaggia ! Il resto dell’isola era off-limit…impossibile girarla a piedi a causa di barriere naturali insormontabili ( montagna, scogliera…), impossibile girarla pagaiando sui kayak che i Fijani ci mettevano a disposizione gratuitamente a causa delle forti correnti, acqua non trasparentissima vicino riva ( a largo la barriera però era fantastica ), cibi meno ricercati soprattutto a base di fritti, un aspetto meno curato degli abitanti ( sempre simpaticissimi però… ) ed in più prezzi molto abbordabili…addirittura prendi 7 ( giorni ) e paghi 5 !…la cosa mi puzzava alquanto e mi puzzò di più quando mi venne in contro il direttore della struttura, un magrissimo inglese, poco più di un fantasma vestito da “colonialista” che si era relegato ( alienandosi del tutto ) da anni in quell’isola dandosi all’alcool ( fin dalla mattina presto ! ). L’isola può effettivamente apparire a prima vista ( per i più ) una destinazione noiosa ( per la quasi mancanza di cose da fare durante il giorno, snorkeling compreso… a meno di non prendere una barca ) …in realtà all’attento viaggiatore può dare soddisfazioni inaspettate ! e per me fu così i giorni seguenti !
Il motto ( verissimo ) della gente dell’isola era: << You’ll arrive as a visitors…and leave as a friend >>.
Ogni sera infatti, nel buio più buio dell’Oceano, arrivava ( senza luci ), in sordina, senza che nessuno la notasse, una piccola barchetta di legno a remi, con dentro una decina di Fijani provenienti da un isola di fronte ( Yanuya ) dove c’era un villaggio molto povero, senza acqua ed elettricità, senza servizi ( più tardi la descrizione ), e vestiti con gli abiti della festa venivano a fare amicizia con noi, ad allietarci le serate cantando e suonando a richiesta canzoni d’amore o di guerra …senza volere nulla…solo la nostra attenzione, la nostra amicizia. E dopo cena si attardavano con noi per ridere e scherzare, per raccontare fatti e storie di altri tempi… per poi molto tardi scomparire nel mare: altri mondi !
Qualche volta portavano anche i loro figli, le loro mogli… per farle svagare…per regalarsi un piccolo pezzo di mondo lontano dal loro…
Ovviamente anche qui la Kava faceva da padrone ai canti ed alle serate !
In questa isola fotografai i più bei tramonti della mia vita di un rosso fuoco e passai molto tempo ad osservare le famiglie dei pochi Fijani che vivevano stabilmente a ridosso della montagna ( poco più che baracche per coloro i quali lavoravano nel piccolo residence ) che la sera passeggiavano sulla spiaggia. Qualche giovane giocava allo sport nazionale Fijano: il rugby ( non senza invitarti )…qualche Fijana preparava il cibo per la famiglia ed i bambini piccoli insieme ai padri imparavano a pescare la “cena”…erano abilissimi: prima, con una piccola rete lanciata pressochè a riva, catturavano i numerosi piccoli pesci ( probabilmente acciughe o aringhe ) che sostavano nelle acque basse, poi una lenza ( con esca le acciughe ) veniva lanciata nel punto in cui i piccoli pesci saltavano ( era il segnale che nelle vicinanze c’era un predatore all’attacco ) …risultato: la cattura di piccoli tonni ( carancidi ) di qualche chilo…gli stessi che, se in eccedenza, venivano cucinati nella nostra mensa sotto il nome di “the catch of the day”.
Un giorno fummo invitati nell’isola di Yanuya, l’isola di fronte Tokoriki, dove c’era il villaggio, a circa 15 minuti di barca. L’isola era un grande pezzo di roccia con alcuni picchi ( vulcani spenti ) e poca vegetazione. Il villaggio viveva un’esistenza molto semplice: ricordo che la sera, guardandolo da Tokoriki, era sempre buio ( nonostante il villaggio fosse proprio davanti a noi a poca distanza in linea d’aria ), quindi capii che era privo di elettricità e che gli abitanti probabilmente cessavano ogni attività al tramonto. Ricordo anche che una sola notte, in occasione probabilmente di qualche festeggiamento ( nascita, morte, ricorrenza o matrimonio ), osservai accesi grandi fuochi sulla spiaggia e udii un suono ritmato di tamburi…
Come ci avvicinammo alla spiaggia del villaggio ci vennero incontro dei bambini su una vecchia tavola danneggiata da surf che con le loro grida “Bula ! bula ! ” ci diedero il benvenuto. La spiaggia purtroppo era un pò la loro discarica ed era piena di bottiglie, vecchi pezzi di ferro e stracci, le casette erano tutte piccolissime, basse ( come da tradizione Melanesiana-Polinesiana ), alcune costruite in foglia di palma, altre in legno e qualche mattone, altre ancora in lamiera, una sola era completamente in muratura ( una specie di “comune” dove il consiglio degli anziani si ritirava per prendere decisioni ). L’unica acqua dolce era custodita in una cisterna di cemento al centro del villaggio nella quale confluivano le grondaie delle case accanto…l’isola infatti non avendo falde acquifere faceva affidamento solo sull’acqua piovana che, a giudicare dalla vegetazione, non era abbondantissima.
La gente fu molto cordiale e sorridente come sempre. In particolar modo notai le curiose casette, tanto piccole che le persone per affacciarsi alla finestra dovevano stare sedute in terra. Il silenzio faceva da padrone spezzato solo dai grugniti dei maialini, dai versi delle galline e dai crepiti della legna nei fuochi. Ogni tanto tra una casetta e l’altra c’era un piccolo orto e qualche albero del pane, papaya e banano. La gente continuò indisturbata le proprie faccende quotidiane fermandosi per un attimo solo per regalarci un “bula !” ( il loro saluto ) ed un grande sorriso ! C’era chi lavava i panni in mare, c’era chi riposava ( molti ! ) e c’era chi fabbricava il vasellame secondo l’antica tecnica ereditata dai Polinesiani Lapita. Ricordo una serie di vecchiette senza denti, sedute sull’uscio di casa, che lavoravano abilmente l’argilla ( creando ciotole o pentolini ), abbellendola con decorazioni in foglia di banano e ricoprendola di una resina scura che poi veniva cotta in un falò.
Durante la nostra visita ( accompagnati da un Fijano che avevamo conosciuto la sera prima al residence e che viveva proprio nel villaggio ) ci vennero incontro le “autorità ufficiali”: il capovillaggio e gli anziani. Ci accolsero con tutti gli onori e ci invitarono a seguirli nella casa in muratura ( lasciando le scarpe fuori ! ), un grande stanzone con finestre e tendine, completamente vuoto, con il classico grande tappeto in fibra di palma al centro e…l’immancabile “Kava bowl” di legno. Incominciarono subito ad allestire il tutto. La cerimonia del Kava fu molto diversa da quella del Treasure ( ricetta e preparazione della bevanda a parte ), infatti fu fatta secondo gli ancestrali e rigidi canoni della tradizione:
<< La cerimonia del Kava a Yanuya: Immaginate una grande stuoia tessuta con le fibre delle foglie della palma da cocco con sopra una grande ciotola ( Tanoa ) di un legno molto duro con sotto delle corte zampe. Nella parte anteriore del Tanoa vi sono delle corde rossastre fatte con le fibre della buccia della noce di cocco. All’ estremità delle corde vi sono attaccate delle conchiglie bianche che saranno orientate verso un capo oppure verso l’ospite d’onore. Poi i partecipanti si mettono a sedere sulla stuoia intorno alla ciotola disposti a cerchio. Dietro il Tanoa prende posto l’uomo che preparerà la Kava ed alla sua destra quello che la servirà. La Kava sarà servita in tazze formate dalla mezza buccia della noce di cocco. Il Tanoa viene riempito di acqua ed il preparatore dispone una certa quantità di Kava in un panno che fungerà da setaccio, quindi immerge il panno nell’acqua e comincia a massaggiarlo delicatamente. L’ acqua gradualmente prende un colore marrone ed opaco. Quando il preparatore ritiene sia arrivato il momento giusto, viene offerta all’ ospite d’onore ( nel nostro caso un assaggiatore locale ) la prima tazza di Kava che giudicherà se la bevanda è troppo debole o troppo forte. Se è troppo debole il panno verrà rimesso in acqua per continuare la preparazione, se è troppo forte, verrà aggiunta un pò d’acqua. Una volta terminata definitivamente la preparazione, il preparatore appoggia entrambe le mani sull’ orlo del Tanoa, applaudisce tre volte ed afferma ” il Kava è pronto, o mio capo !”. Ora sono tutti pronti a bere. Il preparatore immerge la tazza nella Kava e la dà all’uomo alla sua destra che la passa ( con il dito pollice immerso ) a turno a tutti i partecipanti iniziando da quelli vicini a lui. Ogni bevitore applaude una volta in segno di accettazione e beve d’un fiato senza pausa. Poi il bevitore e il resto della gente seduta intorno al Tanoa applaude tre volte in segno di apprezzamento ( un rito simpaticissimo e molto serio !…forse l’unico momento durante il quale non ho visto nessuno ridere ! ) e la tazza viene ridata all’uomo accanto al preparatore che la riempirà nuovamente. Questo processo è ripetuto fino a che tutti non abbiano avuto una tazza da bere. Durante gli intervalli fra una tazza e l’altra, i bevitori rilassati parlano, cantano e raccontano storie. Gli intervalli non hanno una lunghezza determinata e tutto è lasciato alla discrezione del preparatore. Infatti lo scopo della cerimonia non è quello di svuotare semplicemente il Tanoa il più rapidamente possibile, ma godere con gli altri l’ esperienza comune della Kava. Quando il Tanoa è vuoto, se il gruppo lo vuole, viene ripreparata un’altra ciotola di Kava fresca ed il giro continua… >>
Finita la cerimonia ringraziammo e uscimmo di nuovo fuori tra le case del villaggio. Una donnona con un grande ombrello colorato ( per ripararsi dal sole ) mi venne incontro con due bambine. Si agitava, mi parlava in Fijano, indicava me e le bambine e faceva dei gesti che non capivo. Non sapevo bene cosa volesse, avevo fatto qualcosa che non andava ? ( caramelle ), avevo offeso qualcuno ? poi l’uomo che mi aveva accompagnato con la barca mi spiegò: la donna voleva che facessi qualche foto alle sue bambine… la accontentai con piacere…poi pensando che volesse dei soldi in cambio ( gli abitanti del villaggio erano poverissimi ! ) tirai fuori qualche dollaro Fijano. La donna mi disse: << Senga ! >> ( sapevo che voleva dire No ! ) e con la mano mi invitò ad entrare nella sua piccola baracca di legno. Con mio stupore vidi che le pareti della baracca erano tutte tappezzate di immagini soprattutto foto di famiglia di tutte le epoche…ma anche manifesti pubblicitari della Coca Cola e posters dell’appena defunta Lady Diana !
Capii allora che voleva che gli spedissi le foto e, poichè la posta sull’isola non arrivava regolarmente ( o forse non arrivava affatto ! ), presi accordi con il mio amico-accompagnatore per spedire il tutto a Tokoriki ed arrivato in Italia fu una delle prime cose che feci !
Poi salutai e mi recai nel centro del villaggio.
All’interno del villaggio c’era una grande piazza, dove si radunava la gente durante le feste, con un edificio che assomigliava ad una piccola chiesa: mi spiegarono che si trattava di una scuola che era stata costruita alcuni anni prima, ma che però aveva presto smesso di funzionare.
Ai bordi della piazza, sparsa la voce che c’erano degli ospiti sull’isola, si radunarono delle vecchiette per vendere quel poco artigianato che avevano prodotto durante le loro giornate : ciotole, maschere di legno, conchiglie, ed altri semplici manufatti. Tutto bellissimo e a poco prezzo: comprai una maschera.
Sul retro dell’isola invece notai una costa corallina con dei promontori frastagliati: mi spiegarono che era la parte dell’isola “appartata” , dove le coppiette potevano restare sole. Infatti tornando il pomeriggio a Tokoriki notai tra la lista delle escursioni una gita all’isola “honeymoon”, nella quale una coppia poteva essere “abbandonata” per qualche ora in quel tratto di costa per fare gli “Adamo ed Eva”.
A dire il vero una coppia con cui avevamo fatto amicizia aveva provato l’esperienza ma durante ehm ! “la permanenza ” si era trovata all’improvviso “sul più bello” di fronte un Fijano che tagliava delle canne di bambù …lui per niente sorpreso gli aveva risposto in inglese: << tranquilli…fate pure come se io non ci fossi…devo solo tagliare un pò di legna per il villaggio ! >>
La sera ci furono le danze…qualcosa di veramente straordinario: la solita barchetta arrivò dal villaggio al residence in piena notte ( che ai tropici vuol dire dopo le 18,30-19 ) con un carico di persone adornate con i tipici vestiti cerimoniali Fijani: gonne in paglia, collane di fiori secchi colorati, foglie di banano fresche, simboli neri disegnati sulla faccia, ed una serie di strumenti ed oggetti.
Un panzuto vecchio Fijano senza un occhio con autorità dispose la “banda” ordinatamente su tre file: gli uomini davanti e dietro, in mezzo le donne ed incominciarono a cantare. Le nenie Fijane furono veramente particolari ed interessanti, i coretti ben intonati…il tutto accompagnato solo dai loro strumenti più antichi: un tronco cavo di un albero come tamburo ( molto usato in tutte le Fiji ) e le canne di bambù sbattute ritmicamente in terra. Poi dopo i canti iniziarono le danze di guerra con le loro ancestrali armi, quelle dei tempi del cannibalismo: lance e soprattutto una grande varietà di inquietanti mazze di legno di ogni forma ( a forma di ascia, a forma di alabarda, a forma di palla con aculei, ecc. ) in un crescendo di urla, grida, percussioni sorde e…tanta, tanta Kava !
La funzione fu chiaramente una ricostruzione dei riti sanguinari che si tenevano sino al secolo scorso ma era rimasta in vita intatta perchè ancora usata a scopo ricreativo durante le feste nei villaggi.
Il giorno seguente ci dedicammo ad un pò di kayak… ( simil-canoa ) tanto per fare un pò i “vacanzieri”, che ogni tanto non guasta !
Consiglio: attenzione alle correnti però…non vi allontanate mai troppo…anche l’apparente calma di una laguna protetta dal reef ( come a Tokoriki ) può celare un pericolo. Mentre pagaiavo piacevolmente con la mia macchinetta fotografica, cappellino, super-strato di crema solare, occhiali da sole, sguardo inebetito e manina cadente a contatto dell’acqua in un relax degno di un vero Fijano si avvicinarono due ospiti del resort che mi invitarono a fare con loro una “kayakkata” più a largo, nei pressi della barriera corallina che sorgeva cento-centocinquanta metri più giù, tra il fragore delle onde. Io che in vacanza sono in genere abbastanza prudente, soprattutto in mare, rifiutai ! Dopo un pò di insistenza, i ragazzi andarono da soli verso il reef. Tutto bene sino a pochi metri dal bordo interno della barriera, quando per effetto della bassa marea, la corrente che dalla laguna interna andava verso il mare aperto si fece sentire con violenza. L’effetto risucchio fu tale che i due kayak non riuscirono a contrastare la corrente sfracellandosi contro i taglienti coralli. I kayak si persero in mare, ed i ragazzi riuscirono sanguinanti a tornare a riva a nuoto ( per fortuna nessuno squalo ebbe la voglia di assaggiare il “maiale lungo”, come venivano chiamati gli uomini bianchi dai cannibali ). Appena a riva, i ragazzi con il torace completamente escoriato furono soccorsi dai Fijani: furono fatti distendere su una panca e…vennero spremuti su di loro dei ricchi e succosi limoni !!!
La sera ci rifocillammo con il “lovo”. Il “lovo” è il tipico forno “interrato”. Caratteristico in tutto del Sud Pacifico, anche se con qualche variante ( nella preparazione ), è conosciuto con vari nomi ( per esempio in Polinesia Francese è il “forno Tahitiano” ).
La preparazione fu lunga. Prima accatastarono molta legna e delle grosse pietre…poi fecero ardere la pira per varie ore. Nel frattempo scavarono una grande buca dove posero all’interno i grandi cartocci di foglia di banano con all’interno pesce, maiale, pollo, tapioca e patate dolci preparati dalle donne, infine aggiunsero le pietre infuocate con un pò di brace ed interrarono il tutto. I tempi di cottura, come da tradizione Fijana, furono decisi dagli uomini. Verso l’ora di cena dissotterrarono il cibo…e vi devo dire che fu una vera leccornia !
La settimana a Tokoriki passò tutto sommato veloce…anche grazie ad alcune iniziative “no-profit” culturali che lo staff Fijano si “inventò” per chi non voleva fare solo una vacanza di mare…ma capire anche qualcosa in più su questo popolo. Infatti nei pomeriggi ci furono corsi di lingua Fijana ( ricordo che è la lingua ufficiale insieme all’Inglese ! ), corsi per imparare ad indossare i “sulu” ( sono i corrispettivi Tahitiani dei “pareo” ) e loro significati, corsi sull’uso di erbe medicinali, corsi di cucina e tante altre “trovate” tutte interessanti.
Un altro aspetto che vorrei sottolineare non solo a Tokoriki ma in tutte le isole Fijane è l’amore che hanno le donne Melanesiane per i bambini…si ! certo è una cosa innata in tutte le donne del mondo …ma alle Fiji è molto più marcata ed evidente. La dolcezza di queste donnone nei confronti dei “cuccioli ” di uomo di ogni razza è qualcosa di veramente speciale ! Ogni volta infatti che incrociavano qualche bambino, bianco o nero era uguale, lasciavano perdere tutto e lo baciavano, lo abbracciavano, ci giocavano… Non per niente a differenza di altri paesi del Sud Pacifico ( come la Polinesia Francese ), le Fiji accettano i bambini al di sotto dei 12 anni in quasi o tutte le strutture ! non solo, ma gratuitamente hanno sempre un servizio di baby-sitter e vi posso assicurare che ci si può fidare davvero ! : le simpatici “mamas”, come vere chiocce con i pulcini, seguono amorosamente da vicino con il gioco, la parola, l’ascolto, la protezione, ogni bambino che viene loro affidato ! Pensate che addirittura in molti resort ( e non di lusso ! come a Tokoriki ) si organizzano cene e pranzi differiti per genitori e bambini, in modo da dare l’opportunità ai genitori di godersi la vacanza un pò più liberi ( magari facendo tardi la sera per un drink od uno spettacolo di folclore ) e ai bambini di stare insieme, mangiare cose diverse più appropriate e giocare un pò con le Fijane che arrivano fino a portali a letto, rimboccare loro le coperte e vegliarli fino a notte tarda…un vero paradiso anche per le coppie con figli !
L’ultima notte, come consuetudine, ebbi il mio “Isa Lei”…il mio “farewell” “solennemente” personalizzato…
L’isola di Tokoriki mi aveva permesso di vedere molti lati autentici delle Fiji !…
La mattina della partenza ( dopo ben una settimana di permanenza sull’isola ! ) salutammo i nostri coinquilini del bungalow ( i soliti gechi ! ), baciammo ed abbracciammo lo staff Fijano ed aspettammo sulla spiaggia l’arrivo dell’idrovolante della Turtle Airways, una piccola ma efficiente compagnia aerea nata come servizio di trasporto delle attrezzature cinematografiche alle Yasawa ( Tourtle Island ) per il set del film Laguna Blu ( con Brooke Shields ) e convertita poi al trasporto passeggeri ( funziona anche come aereo-ambulanza ).
Dopo un pò, un rumore di motore squarciò il silenzio ed il piccolo monomotore Cessna 206’s Express bianco, con l’immagine sulla coda simile alle “tartarughe ninja” con la maglietta con la scritta “bula ! “, atterrò in pochissimo spazio sulla piccola laguna interna e protetta dell’isola di Tokoriki …poi con calma arrivò sino quasi in spiaggia. Il pilota scese per fare i “bisogni” sull’isola chiedendomi di “tenergli” l’aereo … io lo ressi con le mani dall’ala, per evitare che la debole corrente marina lo allontanasse dalla riva, poi imbarcammo i pochi bagagli nella coda e partimmo con dolcezza alla volta di Nadi, o meglio del molo di Denarau dove ci aspettava un taxi Indiano che ci doveva portare all’aeroporto di Nadi. Il volo sull’idrovolante fu molto scenico, infatti nella mezz’ora circa di volo, rimase ad una quota relativamente bassa ( intorno ai 500 metri ) e quindi riuscii a godere, dal piccolissimo abitacolo ( simile ad una vecchia Fiat 500, sedili compreso ! ), della vista dell’arcipelago delle Mamanucas.
Una volta all’aeroporto internazionale di Nadi aspettammo la partenza del volo della Sunflower Airline ( oggi Sun Air ) per l’isola di Taveuni, nel Nord delle Fiji. Attenzione ai bagagli nel “solo” aeroporto internazionale: durante l’attesa due Indiani tentarono di rubarmeli e solo la mia quasi ossessiva attenzione riuscì a sventare all’ultimo momento il furto !…2 minuti più tardi avrebbero preso il “volo” per sempre !
Oggi ( 2001 ) probabilmente questo episodio non sarebbe accaduto a causa della stretta sorveglianza armata che “blinda” letteralmente l’aeroporto !
Infatti se nel 1998 ( anno politicamente tranquillo ) l’aeroporto di Nadi era un piccolo scalo internazionale brulicante di gente civile di varie razze, privo di controllo, quando tornai nel 2000 ( un paio di mesi dopo i vari tentativi di golpe ) lo trovai molto diverso: militari dappertutto, ispezioni a raggi x di ogni bagaglio, posti di blocco all’entrata, postazioni armate di mitragliatrici pesanti e sacchi di sabbia un pò ovunque e così via !…si respirava decisamente un’aria molto tesa e molto differente da quella che si respirava sulle isole minori o negli anni indietro !
Ma torniamo all’anno 1998…aspettai di fronte all’unico gate per i “domestic flying” l’ordine di imbarco per l’isola di Taveuni…aspettai…aspettai…ma nulla ! Nonostante fosse di molto passato l’orario di decollo ancora non ci avevano chiamato ! <<Strano… >> pensai e approfittando dell’unico e raro poliziotto a guardia della pista chiesi informazioni in inglese : << Scusi, sa quando parte l’aereo per Taveuni ? >> …ma come avrei dovuto prevedere la risposta fu: << Fiji time !!! >>. Fiji Time: questa fu la frase che più di tutte ( Bula a parte, il saluto ) mi sentii dire alle Fiji. Ogni volta che feci una domanda relativa al tempo, ogni volta che domandai << quando ?, fra quanto ?, a che ora ? >> la risposta fu sempre ( da tutti ) : Fiji Time ! Il “tempo delle Fiji” si traduce ( come mi spiegò un locale ) meno letteralmente in << non ti preoccupare e lascia che il mondo si affanni un attimo senza di te ! >>, uno dei concetti che meglio rappresenta la mentalità Fijana ed più generalmente l’animo rilassato delle genti del Sud Pacifico.
Ricordo nel 2000 che con la scusa del “Fiji Time” ( che si risolve poi sempre nell’attendere qualsiasi cosa ! ) e con il fatto che quindi “non mi dovevo preoccupare”…perchè alle Fiji è normale ritardare, la reception di un albergo di Nadi non volle sollecitare telefonicamente l’arrivo di un taxi che mi doveva portare in aeroporto ( volo internazionale per Rarotonga e Papeete – bisognava fare il check-in 2 ore prima ! ). Ero preoccupato per il forte ritardo ma la reception continuava a rispondermi: Fiji Time, Fiji Time ! Solo quando il ritardo fu oramai osceno ( un’ora prima dell’imbarco ) si degnarono di telefonare scoprendo che il taxi si era diretto ( per distrazione ) da tutt’altra parte ! Morale della favola: arrivai in aeroporto praticamente a tempo super-scaduto ma per fortuna al check-in della Air New Zealand, l’inserviente “Fijana” non solo mi accettò il biglietto ma mi fece capire che secondo “il loro tempo” ero quasi in anticipo ( della serie: quando le usanze superano i regolamenti ! ).
Chiusa la parentesi del “Fiji Time” ci imbarcammo nel bimotore De Havilland DH6 Twin Otter ( 20 posti ) che in circa un’ora e mezza ci doveva portare sulla”isola giardino” di Taveuni.
Partimmo senza particolari problemi, era una bella giornata di sole, poco vento, visibilità perfetta, panorama da “sballo”: tra le distese verdi di mangrovie e la barriere coralline color turchese ( volo a bassa quota sotto ai 3000 metri ). Avevo sentito parlare di Taveuni come l’isola “giardino”delle Fiji ( è conosciuta anche come il “giardino dell’Eden” ) , ricca di corsi e specchi d’acqua, con una vegetazione rigogliosa ( diversamente dalle altre isole ). Avevo letto che la media annuale delle precipitazioni era estremamente elevata, rispetto Viti Levu, Yasawa e Mananucas; avevo anche visto un piccolo sito internet ( ora disattivo ) dove veniva citato il valore di 300 gg di pioggia su 365, ma poichè si discostava troppo dalle medie delle altre isole Fijane avevo pensato ad un errore di redazione.
Nessun errore: l’isola di Taveuni e probabilmente buona parte Nord dell’arcipelago erano il luogo d’incontro di varie perturbazioni che tutto l’anno portavano frequenti piogge ( per fortuna brevi in questo periodo anche se ad intermittenza continua ) e forte vento a raffiche !
Capii che il clima era estremamente diverso da quello delle Mamanucas quando incominciai ad avvicinarmi alla costa di Vanua Levu: davanti a noi un tappeto fitto di nuvoloni neri senza fine incominciò a sballottare l’aereo ed un vento laterale a farlo oscillare come una barchetta !.
L’apparecchio volava abbastanza vuoto: oltre io e mia moglie, c’era un enorme Fijano ( così enorme da dover stare praticamente piegato per non sbattere la testa sul tetto ), una vecchietta locale, una ragazza e due bambine europee ( che giocavano con una Barbie facendo un gran fracasso ! ) e molti viveri, casse di acqua minerale, pezzi di ricambio meccanici… Ad un certo punto incominciò a scendere di quota per atterrare…il seguito fu un incubo…l’unica volta in vita mia che ho pensato di non farcela…almeno con un aereo ( …e io non ho paura ! ).
Entrammo nella nuvola scura ( e bassa ) per uscirne dopo poco in preda ad un forte vento: l’aeromobile si dibatteva come pesce catturato all’amo facendo dondolare la coda ed il muso come un pendolo; ogni tanto si udiva, per fortuna brevemente, il “bip” dello stallo, i motori erano imballati per aumentare la portanza, totale mancanza di visibilità a causa di un acquazzone fitto e violento che rendeva nulli i ridicoli tergicristalli sul vetro anteriore, scricchiolii di ogni genere…un vero pandemonio: le due bambine si zittirono improvvisamente e diligentemente si misero a sedere con le mani ben “serrate” sotto la sedia ! Nell’ultimo tratto di discesa si incominciò, tra la forte pioggia, ad intravedere la sagoma della pista di atterraggio: praticamente una strisciolina di fango scavata in mezzo ad una foresta pluviale fittissima. Con mio stupore mi accorsi che il pilota con la mano sinistra manovrava abilmente la cloche, con la destra mangiava un pezzo di pizza rossa di notevoli dimensioni. L’oscillazione del muso era talmente ampia da far vedere attraverso il parabrezza del pilota un attimo la pista ed un attimo dopo la nuvola nera…questo provocò a mia moglie una forte nausea. Ricordo la mia prontezza di riflessi in quel putiferio… ( il tutto a pochi metri e secondi dall’atterraggio ) : con una mano mi trattenni al sediolino, con l’altra tirai fuori con sveltezza il “sacchetto” posto nell’apposita sacca del sedile, infilai la mano dentro per aprirlo, poi la sfilai accorgendomi che mi si era appiccicata alle dita una caramella vetrosa color fuxia con annessa carta trasparente appallottolata con scritte giapponesi ed osso di albicocca, infine misi il tutto sotto la bocca di Maria che rovesciò una piccola vomitata proprio nell’attimo del “touch down”…nel frattempo la pizza del pilota era stata momentaneamente riposta tra le sue gambe. L’impatto sul terreno ci vece sobbalzare ( che colpo alla schiena ! ) ma riuscii ugualmente a mantenere in equilibrio ( e in traiettoria ) il “cartoccio” ! L’aereo poi incominciò a sbandare per la superficie fangosa e completamente in “derapata” si fermò sul fondo della pista evitando delle mucche e delle galline che sostavano ovviamente in mezzo. Tirammo un sospiro di sollievo…era andata bene ! Con il gomito spannai il finestrino per vedere meglio fuori: praticamente l’aeroporto era formato da una baracca con il comignolo fumante e niente più…solo foresta e cocchi. Da un lato si intravedeva un cartello di legno con una scritta verniciata a mano: “Savusavu” ! <> esclamò mia moglie <>…effettivamente sul sito della Sunflower era riportato il volo diretto ! Mentre facevamo queste considerazioni, l’omone Fijano scese dall’aereo, vennero sbarcati dei grandi sacchi e ripartimmo. Il pilota fece un pò fatica a tenere in traiettoria l’aeroplano durante il decollo, a causa del fango, e contemporaneamente finire la pizza ! Una bella folata di vento frontale ci fece prendere quota quasi verticalmente ! Altro giro, altro regalo: dopo poco tempo raggiungemmo Taveuni ripetendo lo show dell’atterraggio ( la pizza del pilota però era finita ! ). Scendemmo dall’aereo, le bambine vennero prese da una Fijana, la ragazza invece salì su una grande jeep chiedendoci dove eravamo diretti. Effettivamente intorno a noi ( a parte la ragazza ) non c’era anima viva, nessun taxi o mezzo pubblico ( a dire il vero nemmeno la strada ! ), solo una baracca ( vuota ) come aeroporto e tanta vegetazione ( e vento ! ) …rispondemmo che eravamo diretti al Maravu Plantation Resort…la ragazza ( che poi scoprimmo essere Tedesca ) sorrise e ci disse: << vi stavamo aspettando…salite ! >>. Partimmo con la jeep percorrendo le strade accidentate e fangose di Taveuni. L’isola, nonostante la perturbazione atmosferica, si presentava in tutta la sua bellezza: un’ esplosione di vita vegetale come mai avevo visto ! Il nome di isola-giardino era perfettamente azzeccato, anche se ovviamente a tanta vegetazione doveva per forza corrispondere…tanta pioggia !
Taveuni è un’isola che nonostante le piogge frequenti consiglio di vedere, sia perchè diversa dal resto delle Fiji, sia perchè meravigliosamente selvaggia.
La foresta pluviale fittissima unita alle antiche piantagioni di cocchi ( spesso abbandonate: un tempo questa pianta era molto più preziosa ) formavano un paesaggio di raro fascino. Taveuni è anche famosa per essere l’unica isola delle Fiji dove passa il 180° meridiano ( quello opposto al meridiano 0 di Greenwich ) ovvero la data-line, la linea immaginaria dove avviene il cambio di data. A dire il vero le Fiji sono attraversate dalla data-line solo geograficamente, in quanto convenzionalmente il cambio di data si ha dalle isole Tonga in poi in quanto queste ultime hanno l’intero territorio “al di là” della data-line mentre le Fiji solo una piccola parte ! Nonostante ciò in corrispondenza del famoso meridiano c’era una casupola di legno dove era segnalato il passaggio e dei cartelli ai lati di un solco tracciato sulla terra con scritto: “oggi” e” ieri” ! Non so se siano andati mai in porto i progetti di illuminare con potenti lampade il percorso della data-line a Taveuni per tracciare ( insieme con le altre isole ), con una scia luminosa visibile dallo spazio, il meridiano durante il cambio di millennio. Sinceramente non penso, dal momento che oltre ad essere una grande baggianata, poco fruibile dai comuni mortali, penso che ai Fijani poco sarebbe importato ! e poi l’isola è tutt’altro che abitata o turistica…un vero paradiso incontaminato ( non per niente hanno girato il film: “il ritorno a Laguna Blu” ), quasi disabitato, ricco di laghetti e cascatelle associate a mille leggende e gente semplicissima.
Finalmente arrivammo al Maravu ( che non per niente in Fijano significa “calmo e tranquillo” ) Plantation ( perchè un tempo era una piantagione coloniale di cocchi ) Resort. L’atmosfera che si respirava era quella di una “piccola famiglia”. Pochissimi bungalows, effettivamente occupati: solo il nostro e quello di una coppia di ragazzi Tedeschi (… e questo nonostante durante l’Agosto del 1998 il turismo “tirasse” molto bene… ma alle Fiji si possono ancora trovare molti luoghi dove il tempo si è fermato ! ).
Il bungalow era una ristrutturazione di una casetta coloniale, con molti arredi originali. Tutto era pittoresco: il letto a baldacchino con zanzariera, la poltrona in bambù, la lampada a petrolio, le tendine con motivo floreale, il vaso dei fiori, il quadro, lo scrittoio…una vera chicca in stile d’altri tempi ! Fuori sul patio c’era l’immancabile amaca, amica delle ore di pioggia, mentre all’interno una buona collezione di libri di vario genere in inglese e gli immancabili gechi da soffitto ! Immediatamente fuori dalla nostra casa, la vegetazione esplodeva con cocchi, alberi del pane, manghi, ed una marea di fiori colorati tropicali. Persino i fusti degli alti cocchi erano completamente ricoperti di felci e bromeliacee. Nel retro c’era un orto dove venivano coltivate ananas e papaye, più giù altri alberi da frutta ed altri orti…praticamente buona parte del cibo vegetale era di produzione del Maravu…sembrava di essere in pieno autunno Europeo anche come temperatura. La calma era totale …non si vedeva intorno anima viva…persino lo staff del resort sembrava quasi mimetizzato, sparito…ed il silenzio era solo interrotto dal rumore, talvolta assordante, del vento tra le foglie dei cocchi o dalle schioppettate simili a petardi dei grandi rami di palma che cadevano al suolo…ne schivai più di uno per un pelo ! A dire il vero cadevano anche molte noci di cocco provocando, quando cadevano sui tetti dei bungalows, un forte botto. Camminare infatti nella piantagione sempre battuta dal vento a raffiche non fu molto “sicuro”…in compenso visto la grande disponibilità di tempo e materia prima imparai ad aprire da solo le noci da cocco, aiutandomi con un cacciavite ( che avete capito ? non si svitano mica…il cacciavite lo usavo come picchetto insieme ad una pietra ! ), procurandomi la merenda…e risparmiando la preziosa acqua minerale ( latte di cocco nella borraccia ). La spiaggia a circa 300 metri dal Maravu era ovviamente “deserta” e molto particolare. Praticamente alternava tratti di sabbia a tratti di roccia nera ed era orlata da alberi secolari dal fogliame fitto. Quando veniva l’alta marea veniva rapidamente ingoiata dal mare insieme con i fusti degli alberi ( nonostante non si trattasse di mangrovie ). Da lontano si scorgeva una baracca con un paio di tende…mi dissero poi che era un piccolo campeggio. Presi maschera e pinne e decisi a snorkellare un pò da riva… ottimo !: la temperatura del mare, nonostante il tempo, non era fredda, c’erano molti coralli “colorati” e non “sbiancati”, soprattutto verso il largo, e pesci nuotavano copiosi….tanto che rimasi in acqua anche durante le frequenti piogge. Di fronte a noi c’era lo stretto di Somosomo che, secondo la letteratura specializzata per il diving, rappresenta uno dei migliori fondali del mondo caratterizzato da una particolare abbondanza di coralli molli ed una fauna molto ricca.
Tra le escursioni disponibili…trekking, passeggiate a cavallo o passaggi in jeep per scoprire la natura dell’isola.
La sera sentimmo il battere ritmato di un legno su un tronco cavo…oramai eravamo esperti: si trattava del segnale che la pappa era pronta ! ( ricordo che alle Fiji quando si sente un Tam-Tam bisogna sempre accorrere…può voler indicare l’inizio del pasto ma anche l’inizio di uno spettacolo… insomma genericamente parlando: una comunicazione ! )
Per quanto in viaggio io dia poca importanza al cibo, se non riferito a ricette strettamente tipiche locali, devo pubblicamente fare i complimenti al cuoco Fijano di questa semplice ma pulita struttura: i migliori cibi come gusto e raffinatezza li trovai al Maravu ! Tra i piatti che più mi colpirono: un pesce con una delicata salsa di cocco ( tipica ), pollo sempre al cocco ed un Italianissima pasta alla Bolognese. Già, nonostante eviti la pasta all’estero, la “famigliola” Fijana volle preparare in nostro onore una pastasciutta e non me la sentii di rifiutare . Al primo scettico assaggio, invece, assaporai un perfetto ragù guarnito con il basilico, al dente…una pasta perfetta ! << Qui, gatta ci cova ! >> pensai e chiamai il cuoco chiedendogli dove aveva imparato a fare delle pasta così “italiana”…non poteva essere farina del suo sacco ! Infatti il cuoco mi raccontò che aveva avuto come direttore per cinque anni un certo “Gianni”, Genovese, che oltre ad insegnargli alcuni piatti della nostra cucina aveva riportato dal suo paese una pianta profumata che in poco tempo aveva invaso mezza collinetta: era basilico che a queste latitudini e climi diventava un cespuglio perenne…
Dopo cena ci fu una festa, tanto per passare allegri la serata…lontani da radio, Tv e giornali…una festa dove era forte la sensazione di sentirsi a milioni di km di distanza dalla terra, fuori dal mondo reale…come in un bel sogno !: eravamo gli unici forestieri ( la coppia di tedeschi era tornata dopo cena nel bungalow ed i titolari della struttura, un fratello ed una sorella anch’essi tedeschi, erano assenti ! ) e nonostante ciò non ci sentivamo assolutamente a disagio. Partecipammo ai loro canti ( rigorosamente solo voce e percussione ) ed alle loro danze. Con molta allegria una donnona Fijana mi trascinò brutalmente al centro della stanza tenendomi stretto ( immobilizzato ! ) tra le sue braccia per ballare, mentre uno dei tanti omosessuali Fijani ( ricordo che nel Sud Pacifico l’omosessualità fa parte della normalità, spesso incoraggiata dalle famiglie di origine…leggi il mio racconto sulla Polinesia Francese o Tonga ) invitò gentilmente e con raffinatezza mia moglie ad un giro di danza.
La serata passò veramente in allegria e fu veramente come condividere la vita reale dei pochi abitanti. Ovviamente un folto gruppo di uomini e donne, in disparte, iniziò la cerimonia del Kava… prima pregando solennemente, poi con una serie di atavici gesti, dando il via alla preparazione. Una volta realizzati tre o quattro bidoni colmi della bevanda “magica” si avvicinarono a noi e tutti insieme continuammo la festa ! Le danze, tutte abbellite dai costumi colorati locali, andarono avanti per ore e fu per me un onore assistere come unico spettatore ( oltre ovviamente a Maria ) all’esibizione disinteressata delle coreografiche “funzioni” Fijane.
Il mattino seguente mentre passeggiavamo sulla spiaggia si avvicinò una Fijana e ci invitò ad un matrimonio che, come tradizione, si doveva tenere poco prima del tramonto in riva al mare: una coppia di Tedeschi residenti alle Fiji , infatti, si sposava ( realmente ) con il rito civile.
Fu molto interessante parteciparvi, sia perchè sempre più ci sentivamo “di casa”, quasi oserei dire tutt’uno con la comunità locale, sia perchè, nonostante il rito ufficiale fosse moderno, venivano seguite quasi tutte “regole ” millenarie Fijane. Innanzitutto fu creato il tipico “baldacchino ” di rami impreziosito da foglie di palma fresche intrecciate. In terra furono stesi tappeti di fibra di palma sopra i quali fu posto un trono, mentre come tetto fu adagiato un vecchio tessuto di tapa ( un’ antica e complessa lavorazione delle foglie del gelso battute ). Ovunque intorno al trono furono aggiunte stoffe con i tipici disegni decorativi astratti Melanesiani. Tutti gli abitanti del villaggio vicino, vestiti a festa con abiti dai disegni e colori sgargianti, si radunò nei pressi della spiaggia cantando e portando molte collane di fiori…infine si sedette sulle lunghissime stuoie di palma che erano state distese tra i cocchi in riva al mare. Un Fijano in giacca, cravatta e gonnellino comandò la cerimonia. Seguirono altri canti e balli…e per diritto di modernità: anche un bicchiere di spumante ! Poi dal nulla spuntarono un gruppo di ragazzi carichi di secchi dell’immancabile Kava ( quasi un ossessione… molto più che a Tonga ! ) . Infine come detta la tradizione propiziatoria dei matrimoni Fijani, gli sposi furono fatti salire su una barca e si allontanarono all’orizzonte come ingoiati dalla luce accecante del tramonto rosso fuoco…
Appena fece buio tornammo al nostro bungalow…per fortuna avevamo con noi la nostra fida torcia elettrica, dal momento che ovviamente in queste isole quando si fa sera, non si vede assolutamente nulla ! Trovammo la via giusta del ritorno anche grazie ad alcune fiaccole che erano state accese nella parte comune del resort, vicino la piscina ( …oramai in completo abbandono e piacevolmente auto-trasformata in un laghetto dove i rospi si accoppiavano ! ).
Arrivò anche per Taveuni il momento della partenza: lo staff Fijano battendoci le mano e riempiendoci di collane di buganville e frangipane, ci cantò gioiosamente il nostro “Isa Lei ” ! …poi salimmo sulla Jeep e rivolgendo lo sguardo verso i nostri amici seguimmo con gli occhi da lontano il movimento labiale delle parole ( che oramai sapevamo a memoria ) della canzone d’addio…non senza pensare con preoccupazione al viaggio di ritorno verso Nadi ( turbolenze ! ).
Per fortuna il volo fu un tantino migliore ( ma non troppo ) dell’andata, solito aereo vuoto ( Twin Otter ), scalo intermedio questa volta nella vicina Laucala, solita oretta e mezza panoramica e così via; …appena avvistammo la costa di Viti Levu il sole tornò a brillare in un cielo privo di nuvole e gli sballottamenti del vento cessarono. Purtroppo però eravamo anche alla fine del viaggio !
Poichè il volo per l’Italia ( circa 60 ore complessive via Rarotonga, Tahiti e Los Angeles ) era previsto per il giorno dopo ci eravamo organizzati per pernottare un giorno nella squallida Nadi ed avevamo scelto un Hotel di buon livello ( dal momento che di “verace” e tipico non c’era niente ): il Nadi Sheraton Fiji di Denarau Island, uno di quegli hotels di “transito” dove il lusso faceva da padrone con mega-campo da golf, campi da tennis, vari ristoranti “tematici”, sale per massaggio e sauna, discoteca, palestra, fontane, piano bar, negozi di artigianato e gioielli all’interno, parrucchieri, windsurfs, belloni muscolosi con occhiali da sole e drink in mano, formose “accompagnatrici” di colore, piscina con “pool-bar”, un vero impatto devastante dopo la semplicità dei luoghi dove avevo alloggiato…tutto quanto l’occorrente per farmi inorridire !…e allora voi mi direte “perchè ci sei andato ?”… beh ! a volte sbaglio anch’io ! :-) … non credevo esistesse tanto lusso alle Fiji !…ma la buona sorte mi stava riservando una grandissima e graditissima sorpresa !
Vorrei far notare come tutta questa folla di granosi turisti, come questa abbondante “dolce vita”, come tanta mondanità fu effimera. Due anni più tardi, nel 2000, dopo lo scoppio dei disordini a Suva, infatti il turismo ebbe una tale frenata ( ci furono addirittura molte prenotazioni disdette ) che lo Sheraton chiuse a tempo indeterminato, molti voli internazionali furono momentaneamente ed improvvisamente soppressi e ricordo che quelli che un tempo erano alberghi ( mi riferisco agli hotels nei dintorni dell’aeroporto internazionale di Nadi ) brulicanti di gente e divertimento, diventarono veri e propri cimiteri dove io e mia moglie ci aggirammo come fantasmi tra i corridoi silenziosi e tristi testimoni di un fasto appena passato…
Ma torniamo all’ultima sorpresa che mi riservò questa fantastica terra.
Appena sistemati i bagagli in camera andammo a fare un giro di perlustrazione. Ovunque tanta gente…la spiaggia, deturpata da lettini ed ombrelloni non mi ispirò neanche ad indossare il costume da bagno… tirai diritto verso i negozi ed alcune bancarelle all’interno dello Sheraton…tutto bello ma a prezzi decisamente poco competitivi. Infine andammo a prenotare un tavolo per le 21.00 al ristorante fronte mare ( alla reception mi avevano avvertito che la prenotazione era obbligatoria ! ). Era un giorno triste perchè l’indomani sarei dovuto partire via e perchè non ero riuscito a vedere una cosa, della quale avevo sentito parlare, ma che avevo capito essere molto più rara di quello che pensassi…in ogni isola avevo chiesto di vederla ma tutti mi avevano risposto che era impossibile… e quindi oramai avevo perso tutte le speranze…
Mentre bighellonavo nel gigantesco hotel vidi all’improvviso tra la vegetazione spuntare un enorme fumo…incuriosito ( pensavo che fosse uno dei frequentissimi incendi che sia nel 1998 che nel 2000 avevo visto divampare nell’arcipelago ) mi avvicinai. In realtà si trattava di un enorme falò, grandissimo !, posto al centro di una vasta arena di erba e terra …immediatamente le mie speranze si riaccesero…fuori non c’era alcun cartello, nessuna indicazione…per un profano o comunque uno che non avesse letto approfonditamente le leggende delle Fiji, sarebbe sembrato un normale fuoco acceso per bruciare le potature o l’immondizia ma per me era diverso…
Corsi immediatamente alla reception e chiesi se si trattava di quello che pensavo…ed era così: era previsto l’arrivo dei “Firewalkers” !
La felicità fu tanta che ci precipitammo a disdire la prenotazione per la cena.
Verso le 21.00 ci incominciammo ad avvicinare al grande fuoco. Altre persone interessate ( a dire il vero non molte ) allo spettacolo incominciarono ad affluire: tutti ci disponemmo in circolo, un pò sull’erba, un pò su alcune sedie.
Una grossa Fijana radunò tutti i bambini dei turisti a sè e li dispose in prima fila, seduti in terra, sotto il suo attento occhio vigile.
Ora devo fare una premessa: come dice la parola stessa i firewalkers sono coloro i quali camminano sul fuoco.
Alle Fiji è una tradizione antichissima derivata dalla tribù di Sawau che vive nei quattro villaggi sul lato sottovento ed a Sud dell’isola di Beqa. Tutt’ora la pratica è esercitata solo dai membri dei villaggi dell’isola di Beqa ( ecco perchè è uno spettacolo raro da vedere ) e si rifà alla leggenda di un dio che sacrificò la propria vita per donare agli abitanti il potere di dominare il fuoco.
Prima di passare alla descrizione volevo sottolineare la differenza di significato che assume il gesto tra i firewalkers Melanesiani rispetto quelli per esempio Indiani ( pure presenti alle Fiji ).
I primi infatti praticano il camminare sul fuoco ( anzi sulle pietre infuocate ) solo a scopo evocativo per commemorare un evento ( in questo caso il sacrificio del dio ), mentre i secondi camminano sulla brace ardente ( e non sulle pietre ) come atto di fede ovvero come atto di devozione a Krishna e purificazione dell’anima a dimostrazione che con la fede si può vincere anche il dolore.
Innanzitutto vi fu la spiegazione in inglese sulla preparazione del fuoco. Dapprima veniva scavata una buca di circa quattro metri di diametro e profonda uno, poi sul fondo di questa venivano ammucchiate grandi pietre e ricoperto il tutto con una grande quantità di legno. In seguito veniva dato fuoco alla legna e lasciata ardere per almeno 8 ore ( e questo posso testimoniarlo perchè effettivamente notai il fuoco appena arrivato a Nadi, poco dopo pranzo, e fu spento solo la sera… ). Durante i giorni precedenti la cerimonia i partecipanti ( rigorosamente scelti di volta in volta dal Bete cioè dal sacerdote del villaggio ) erano stati in ritiro, separati dalle donne e dai famigliari, in regime di astinenza sessuale ed evitando di mangiare il cocco ( ??? ). Ovviamente nessuno doveva barare in quanto la superstizione narrava che colui il quale non si era comportato onestamente non sarebbe stato refrattario al calore…in pratica chi “sgarrava” si bruciava !
Purtroppo non ho materiale fotografico perchè la cerimonia fu fatta alla luce di piccole fiaccole ed a distanza di una ventina di metri da me, quindi il piccolo flash della compatta, nonostante i 400 asa, non riuscì ad impressionare a sufficienza il rullino.
Parteciparono al rito anche altri Fijani dell’isola di Beqa in veste di preparatori/incitatori dei firewalkers. Quando arrivò il momento, questi ultimi in preda all’ eccitazione vennero condotti dal Bete per preparare l’ arena per i firewalkers. Muniti di lunghi bastoni e lacci ( dei viticci verdi detti “walai” ) incominciarono a frustarsi le estremità dei piedi e delle mani …mentre i più giovani toglievano dal fuoco la legna ardente. Mentre avveniva la fustigazione pubblica tutti insieme cantavano: ” O-vulo-vulo “!
Una grande felce arborea chiamata “Waqa-bala-bala” ( che si dice contenga lo spirito del dio ) venne posta nella buca in direzione del Bete.
Poi con l’ aiuto di un grosso bastone vennero livellate e riposizionate meglio le pietre infuocate.
Quando le pietre furono in posizione, il Bete le controllò attentamente per verificarne la stabilità.
Quando tutto fu pronto, venne aggiustata di nuovo la “Waqa-bala-bala” in base ai comandi del Bete con la base rivolta nella direzione dalla quale arrivarono i firewalkers ( tutta la procedura fu lunga e complessa ).
Gli uomini del villaggio che avevano preparato il “forno” si disposero in circolo attorno la buca lasciando il solo spazio per l’ entrata dei firewalkers. Il Bete controllò ancora il tutto ed al grido ” Vuto-O ” iniziò la cerimonia. I firewalkers sbucarono all’improvviso e si avvicinano di corsa alla buca. Venne tolto rapidamente il “Waqa-bala-bala” e singolarmente i firewalkers salirono sulle pietre infuocate, camminandoci sopra come se nulla fosse. Non sembravano soffrire neanche un pò il calore ! … il pubblico era in religioso silenzio !
I firewalkers intorno al fuoco innalzarono grida e canzoni. Intorno alle loro caviglie si poteva notare un laccio formato dalle foglie della felce, chiamato “Drau-ni-bala-bala” che aveva la caratteristica di essere ignifugo. E’ tradizione al termine della cerimonia sotterrare questi lacci nella buca insieme a quattro ceste speciali contenenti delle radici commestibili ( il Taro ) : questi oggetti prendono simbolicamente il posto degli esecutori nella buca infuocata.
Infine la buca venne ricoperta parzialmente di terra. Secondo la tradizione dovrebbe essere completamente ricoperta di terra e abbandonata per un periodo di quattro giorni, dopo i quali, il forno dovrebbe essere dissotterrato dai firewalkers e le radici cotte mescolate con acqua e mangiate ( …questo mi ricorda tanto il Lovo ! ).
Quando la cerimonia fu definitivamente finita e tutti andati via ci avvicinammo di soppiatto alle pietre infuocate…lo so ! non era un gesto carino…ma i nostri animi diffidenti imponevano una conferma diciamo ” di tipo galileano” : appoggiammo la mano per sentire la temperatura: i nostri ditini, puniti per lo scetticismo, rimasero incollati nella nuda roccia ! :-(
Le Fiji ci avevano proprio soddisfatto ed erano riuscite a stupirci sino all’ultimo giorno !
Stefano Ruffini ( Steve )

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