Il viaggio non finisce mai

Racconto di viaggio in Nuova Zelanda

19-21 Dicembre
36h da casa a “casa”…… Quanto ci misero Abel Tasman (1642) e James Cook (1769) a bordo dei loro velieri?
Il viaggio è banale, scomodo e monotono sul grande aereo di linea. Niente incontri, turisti, viaggiatori, gente che torna a casa per Natale, accozzaglia di umanità, dai celati valori e segreti. Niente che emerga, ognuno ha solo voglia di arrivare.
Nuova Zelanda, i perfetti antipodi, più in là non si può andare, se non tornare indietro.

Maui era un mitico antenato dei polinesiani, pescatore di isole. La leggenda racconta che si smarrì pescando e navigando verso l’ignoto Sud.
Grazie ad un suo magico amo pescò un pesce mostruoso, l’isola Nord della Nuova Zelanda, che Maui chiamò Te Ika a Maui (il pesce di Maui) però non potendolo caricare sulla propria canoa, Te Wai Pounamu, l’isola del Sud, se lo legò alla poppa per portarselo a casa. Ma Ra, il dio sole, arrabbiato per un vecchio oltraggio, trasformò il pesce e la barca in isole remote in cui tutto è estremo, dalle cime innevate e spazzate dai venti, ai ghiacciai che si tuffano nell’oceano, dalle spiagge infinite e deserte ai vulcani attivi dalle sorgenti bollenti.

21/12
Auckland, solo freddo e nuvole, niente per cui essere qui, città mista tra tecnologia e pionierismo, tra poche grandi torri di vetro si sparpagliano casette di legno e giardinetti dall’erba verdissima e tagliata meglio dei miei capelli. Il vento spazza la baia stretta e lunga, oltre la quale l’oceano si fa cattivo, duro, grigio, oltre la quale il nulla per giorni di navigazione tremenda, a ovest l’Australia, a nord le Fiji, arcipelago dei cannibali dalle grandi canoe, i migliori navigatori al mondo, secondo Corto Maltese, nomi esotici ed affascinanti per i turisti di oggi, dal sapore amaro per i pionieri di secoli fa.

22/12
Waikiki – Devonport, sempre freddo e nuvole basse mentre si esce dalla metropoli attraversando la baia e si perde la civiltà. L’approdo sull’isola è spoglio ed una salita ripida porta tra case di villeggiatura e dolci colline ad un’azienda vinicola tutta speciale, dove ogni domenica Bacco e Venere si mischiano in un connubio che lascia spazio alla fantasia, come trovarsi indietro di più di 20 secoli, in un’isola greca, a declamare versi di poeti perduti, fresco sapore del vino bianco, come quello della pelle di giovani ancelle, duro e pieno l’aroma del vino rosso come quello dei loro compagni dalle barbe non fatte.

23/12
Il viaggio prosegue verso Sud, verso il freddo che viene dall’Antartico. Ancora aereo per atterrare a Nelson, città più a nord dell’Isola del Sud, come un gioco di parole, ma è una città solare e protetta dai venti, un clima ideale scoperto dagli americani che stanno comprando tutto, un piccolo angolo di riviera, da lasciare con un mezzo insolito, una moto a noleggio, l’ideale per godere le strade e i paesaggi, un po’ meno per affrontare il freddo, la pioggia, la neve della west Coast. La piccola mappa incollata al mio Moleskine, il taccuino mitico di Chatwin, non segna ad ovest città fino a Glenorchy, chiaro che ci si dovrà arrivare, ma attraverso cosa?

24/12
Oltre la montagna che protegge Nelson, una pioggia fittissima per lunghi chilometri fino a che il sole sbuca fra le nuvole, creando una luce bellissima, contrasto tra l’oceano che si infrange su altissime guglie di roccia creando spray di vapore salmastro e l’aria calda che scende da terra ed all’incontro crea una nebbia che nasconde ogni cosa o fa apparire Hokatika, la città fantasma, la citta dei naufragi. In meno di 15 anni più di cento naufragi hanno scaricato a terra il loro carico di disperazione. Alla fine dell’800 tutte le nazionalità sono giunte a Hokatika, su navi carretta, per raggiungere un sogno, l’oro che non c’era, terra di disperati, non sembra una storia di oggi? Somali, Armeni, Albanesi, Italiani, che importa? E poi stanotte è Natale.

25/12
Poco più a Sud ci sono i ghiacciai che si tuffano in mare da tremila metri, dove ghiaccio che lambisce la spiaggia e palme tropicali si mischiano in uno scenario surreale.
Verso il massimo sud avviene lo spettacolo della natura dove l’uomo non è richiesto.
Non c’è più spazio per l’umanità qui, la natura ha vinto, si aprono laghi glaciali dall’acqua azzurrissima , praterie di ginestre, foreste alpine, è la terra selvaggia del “Signore degli Anelli”, eppure tra tutte queste visioni drammatiche, c’è anche una baia perfetta per uno chalet di legno, dove mettere radici e scrivere un libro.

26/12
Finalmente in fondo all’ennesima valle è Glenorchy, la città della mappa, diciotto case ed un drugstore, niente di più.
Glenorchy, alla fine di tutto anche di qualsiasi perché, oltre non c’è dove andare con mezzi normali.
L’elicottero decolla spazzando lo spiazzo d’atterraggio e comincia la sua salita, la vista è fantastica, l’elicottero supera ogni barriera, segue le strade, le incrocia, le abbandona, supera un valico, si ferma di fronte ad un picco, poi si piega verso una nuova valle, la attraversa di netto, e con essa il lago prima costeggiato, lungo la strada. Si immerge in una nuvola di neve e si butta verso valli assolutamente deserte. Salta un dosso e presenta la vista del mare di Tasman. Si inclina di nuovo a sinistra e si immerge nell’immensa gola di Milford Sound, un fiordo fatto di strapiombi, cascate alte centinaia di metri, acqua che si tuffa nell’acqua, creando nuvole di vapore e colori dell’iride, contro il verde della foresta tropicale, acqua+acqua+acqua, per finire su una spiaggia bianchissima, dove la temperatura è fredda d’estate, è gelo d’inverno.

27/12
Nell’arco di mezza giornata si è di fronte ai due amici, rivali e nemici, Cook e Tasman, trasformati in ghiacciai alti 3.000 metri e destinati per sempre a sfidarsi a chi farà soffiare il vento più forte, a chi farà più fragore spezzando enormi blocchi di ghiaccio che rovineranno a valle in una scena apocalittica.

28/12
E prima o poi bisogna fare rotta verso nord, dove le strade si moltiplicano e la gente ha trovato più spazio per vivere, climi più miti, più umani, verso la costa Est affacciata all’oceano Pacifico, qui di nome e di fatto.

29/12
“…. La gente Maori aveva convissuto con lo spettacolo di foche e balene per secoli, grandi animali considerati sacri, a volte atterravano sulla spiaggia quasi regalando le loro carcasse ricche di grasso, di olio e di alimenti da distribuire.
A volte le canoe Maori si avventuravano in caccia, oltre alla pesca, di animali vecchi che potessero essere utili a loro prima di venire attaccati da nemici più naturali come squali ed orche assassine.
Da oltre 100 anni i grandi velieri erano arrivati scaricando sulle spiagge gente pallida e grossa, dall’aspetto triste ed esausto che aveva portato nuovi modi di vivere, diversi usi e costumi, malattie, strane religioni e paure per l’ignoto.
Te Rauparaua era un giovane Maori assoldato dalla compagnia delle balene per avvistare i grandi mammiferi. Usciva in canoa o si appostava su punti cospicui, da dove mandava segnali alla vedetta del porto di Kaikoura perché le piccole baleniere uscissero per la mattanza. Quel giorno si era appollaiato sullo scoglio delle foche ad aspettare. Le foche erano state vendute come pellicce e grasso già da un pezzo, il posto era solo, freddo e solitario.
Il mare era calmo così il frangere delle onde era solo sciacquio. C’era però un rumore sordo, continuo, invece no, ad intervalli, un soffio, uno spruzzo, un sospiro.
La fitta nebbia non permetteva di vedere dallo scoglio alla riva.
La mattina era appena cominciata.
Dal porto aspettavano un suo segnale, ma questo solo se si fosse potuto vedere.
Quel giorno un sole ed un vento bizzarro sollevò la nebbia dallo scoglio fino alla Patagonia, ma il porto rimase avvolto dalla nebbia ed il giovane Maori rimase a guardare centinaia di balene pescare, giocare e fare all’amore in pace. Le baleniere ed i cacciatori di balene rimasero nelle taverne ignari di tutto.
Questo viene ancora raccontato a Kaikoura dai vecchi Maori, che sia vero o no, si dice che Te Rauparaua rimase sconvolto da quello spettacolo meraviglioso e dal senso di colpa dell’aiutare i pionieri allo sterminio, tanto da non fare ritorno dallo scoglio, sembra perché, innamorato, si fosse unito al branco delle balene, aiutato da Maui, e diventando balena lui stesso….”.

Questa storia è il simbolo dell’integrità Maori e del rifiuto ad adeguarsi alla cultura dei colonizzatori. Ma alla fine dell’800 di balene ne rimanevano meno dei Maori, perché quando la nebbia si alzò le sterminarono tutte o quasi e Kaikoura diventò solo un posto di passaggio, perché le poche balene superstiti cambiarono le loro rotte migratorie abbandonando quella baia protetta dalle furie oceaniche.
Oggi la nuova Zelanda è tra i paesi più attivi nella protezione dei cetacei così le balene sono tornate a Kaikoura dove i pronipoti di Te Rauparaua sono tornati a scrutare l’orizzonte per avvistarle e dare il segnale ai cacciatori che da baleniere moderne, sparano con macchine fotografiche e le balene possono fermarsi quasi in pace, solo disturbate dai click e dagli ohhh dei turisti, per lo più giapponesi.

30/12 La costa continua ed ogni tanto ci si imbatte in poche case che pretendono di essere città, come Kakerengu, paese del nulla da fare, dove gli abitanti possono pescare “solo” 6 aragoste a testa al giorno per il loro fabbisogno. Crudeltà del destino, perché ovviamente le odiano, come noi odieremmo gli spaghetti, se fosse l’unica cosa da mangiare 365 giorni l’anno.

31/12 Non esistono guide turistiche per i viaggi dell’anima. Cercare l’anima di un luogo è un progetto affascinante e misterioso che arricchisce se stessi prima di tutto e si potrebbe continuare all’infinito, ma il percorso di un isola torna sempre al punto di partenza.
L’Isola del Sud, Te Wai Pounamu, la canoa di Maui trasformata in isola di roccia dalla vendetta di Ra, il dio sole, come ogni cosa appartenente ad una divinità, svela sempre qualche segreto, ma come una donna, ne tiene sempre qualcuno in serbo per il prossimo incontro.

di colettimp[at]hotmail.com

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