Il paradiso in terra

Racconto di viaggio in Polinesia

Vorrei iniziare questo mio scritto con la frase della vecchia canzone: “non son degno di te…” …infatti oltre a non essere tra i fortunati mortali nati e/o viventi in questo Eden del Sud Pacifico…non “mi sento degno” o forse “in grado” di riuscire con le crude lettere di un computer a sviscerare quelle che sono le emozioni, le sensazioni e le riflessioni che rimangono nell’animo di chi come me ha conosciuto, apprezzato e si è, con i sensi, immerso in questo angolo di mondo… Si !… mi sono ammalato di un male incurabile: il “mal di Polinesia”, un male insidioso ma inevitabile…
La gente “che non ha visto” non ti capisce ed allora talvolta ti isoli con il ricordo dagli altri, eviti di parlarne, ti struggi perchè ti manca, forse qualche volta arrivi a maledire il giorno che hai deciso “di vedere” e quando incontri qualcuno che è come te, crei un “clan” con il quale puoi sfogarti e parlare apertamente senza apparire un esaltato, un pazzo !
Questo è l’animo di chi, pur avendo viaggiato molto nel mondo ed ai tropici, è rimasto colpito da quelli che un tempo erano con semplicità chiamati “i Mari del Sud“…tanto colpito da destinare la maggior parte delle proprie risorse economiche a questa parte di mondo ( e più in genere al Sud Pacifico ) …tanto colpito che mia figlia ( nata il 22-5-2001 ) ha uno splendido nome Tahitiano: Maeva ( ovvero: “benvenuta” ! ).
Ringrazio pubblicamente il destino per avermi fatto trovare una compagna che mi asseconda in questa follia…non so ancora per quanto !… :-) .
PS: anche gli ammutinati del Bounty, Gauguin e Marlon Brando la pensavano come me !

Mi scuso fin d’ora se questo mio lavoro potrà assomigliare più ad uno zibaldone che ad un ordinato servizio turistico ma l’estasi quasi mistica con la quale lo sto scrivendo tutto d’un fiato ( prima che il logorio della vita mi interrompa con uno squillo telefonico o con il rombo di un autobus ) mi impedisce di far uscire i pensieri sempre con la priorità giusta. Cercherò come posso di dividere gli argomenti per capitoli e vi prometto tante utili informazioni…
Il racconto si riferisce a tre viaggi effettuati nell’Ottobre 1997, Agosto 1998 ed Agosto 2000 ( a quando il prossimo ? ) ma sarà raccontato come fosse uno solo ininterrotto…

PERIODO MIGLIORE PER ANDARE IN POLINESIA

Il periodo “statisticamente migliore” per viaggiare in questi arcipelagi va da MAGGIO ad OTTOBRE compreso ( cioè quando nell’emisfero australe è inverno ) …chiaramente ricordo che ci troviamo ai Tropici…quindi in un area geografica climaticamente instabile ed umida …quindi vi consiglio di portare sempre con sè un Key-Way ( anche durante le escursioni ) perchè un breve ma intenso acquazzone è sempre dietro l’angolo. Durante le mie permanenze anche in anni “anomali” ( niño e niña ) ho comunque trovato generalmente un tempo buono.
Temperatura: stabile notte e giorno intorno ai 25-26 gradi, mare tiepido ( sino a 30 gradi max ) e vento quasi assente soprattutto durante il giorno.
Evitate l’ “estate Polinesiana” ( Novembre-Aprile ) perchè troppo calda ed afosa nonchè a rischio uragani ( anzi nel Pacifico si chiamano Tifoni ).
PS: portatevi creme solari a protezione totale…il sole scotta come mai ! ( leggi anche il mio articolo: click ! )
Per il tempo in diretta e previsioni: click !

VOLO, ORE ED ITINERARIO
Per arrivare all’aeroporto internazionale ( Faa’a ) di Papeete ( capitale della Polinesia Francese nell’isola di Tahiti ) dall’Italia conviene ( economicamente e temporalmente parlando ) dirigersi verso Ovest ( nonostante in linea d’aria passando da Est si percorrebbero all’incirca gli stessi Km ).
Preparatevi a volare per quasi 25.000 Km ! attraversando tutto l’Oceano Atlantico ( talvolta dal finestrino si possono vedere i ghiacci polari alla deriva ! ) e mezzo Oceano Pacifico.
Bisogna raggiungere Los Angeles ( LAX, California, USA ) con un volo che quando era diretto dall’Italia impiegava circa 15 ore (da alcuni anni non esiste volo diretto dall’Italia verso Lax) …di più se con scalo intermedio per esempio a Parigi, Londra o Francoforte , attendere anche molte ore in sala d’attesa e continuare per Papeete ( altre 9 ore o poco meno in genere con Air New Zealand, Aom, Air France o Corsair ). Totale poco meno di due giorni di viaggio ! …una faticaccia, ma ne vale la pena !
Esiste da qualche anno un’alternativa: un volo diretto da Parigi (Air France) che in 22 ore dalla Francia vi porta in Polinesia Francese (nelle 22 ore sono comprese 2 di sosta per rifornimento a Lax; al ritorno impiega un’ora di meno grazie ai jet stream).
E’ possibile arrivare in Polinesia Francese anche da altre destinazioni ad esempio dall’Australia.
Ricordo che, per i motivi che vi potete leggere nella pagina principale del mio sito, al ritorno i voli dureranno qualche ora in meno.
Consigli ( personali ) per Los Angeles: occhio alle valigie ( rammento un altoparlante che avvertiva sino alla nausea in inglese ed in spagnolo sui pericoli di furto ) ed informatevi bene ( in loco ) se siete in reale “transit” ( quindi eviterete di passare la dogana / visa ed eviterete di riprendere i bagagli spediti dall’Italia ) oppure no ( dipende dalle compagnie aeree )… a me, su 6 volte, sono capitati entrambi i casi !
Un altro consiglio pratico/economico: talvolta le agenzie di viaggio “spingono” per aggiungere un soggiorno di 2-3 giorni a Los Angeles per abbassare la media costo/giorno e sembrare competitive sul preventivo ( ricordo che la Polinesia Francese è il luogo più caro al mondo…più caro dell’Islanda ! ). Evitatelo ! Innanzitutto Los Angeles non è, secondo me, una città ben rappresentativa della California e più in generale degli Stati Uniti…inoltre è malsicura e dispersiva…e soprattutto non è a “tema” rispetto il vostro viaggio. Se proprio volete fare tappa a Los Angeles, prevedete al ritorno ( quando qualsiasi contrattempo non vi potrà più nuocere e la vostra adrenalina sarà esaurita facendovi sentire la stanchezza ) una notte in un Hotel nei pressi dell’aeroporto ed affittate la mattina un auto per levarvi lo sfizio ( a me non è piaciuto ) di fare un giro a Beverly Hills oppure agli Studios.
Ma torniamo alla Polinesia Francese: una volta arrivati a Papeete prenderete un volo locale per la prima isola prescelta ( dai 15 minuti all’ora e mezzo con Air Tahiti o Air Moorea a seconda della destinazione ).
Per soggiornare in Polinesia Francese è obbligatorio esibire il biglietto di “ritorno”.
Esistono delle tariffe particolari per più voli interni…si chiamano Air Tahiti Air Pass. ( vedi anche il sito dell’Air Tahiti )
Aggiornamento Luglio 2005: Nuove rotte, tra cui la possibilità di arrivare a Papeete da New York: http://www.airtahitinui.it/
RICORDATEVI UNA VOLTA A DESTINAZIONE DI RICONFERMARE I VOLI INTERNAZIONALI E LOCALI !!! ( anche via fax o telefono )
…è per il vostro bene…sarete così informati di eventuali cambi d’orari !
Consigli per l’itinerario Polinesiano: anche qui l’agenzia tenterà di farvi dormire qualche giorno a Papeete ( isola di Tahiti ). Probabilmente per cause tecniche di volo sarete obbligati a farlo una notte ma sconsiglio di fermarsi di più a meno di non programmare delle escursioni fuori della città ( per esempio andare al Lagunarium dove si può vedere sott’acqua tramite gli oblò di due sale ) . Infatti Papeete ha poco a che fare con la Polinesia paradisiaca che vi aspetterete di trovare essendo una città caotica ( vale un pò di attenzione solo il mercato centrale la mattina presto ) con tutte le caratteristiche negative importate dall’occidente: caos, traffico, smog, bordelli, ubriachi e luoghi notturni poco raccomandabili. Una città “poco autentica”, dove i prodotti artigianali ( spacciati per locali ) venduti sulle bancarelle e nei negozi sono “made in Indonesia o Filippine” e dove già Gauguin a cavallo tra il 1800 ed il 1900 scriveva <>
Per chi può consiglio un’ estensione di 3-4 giorni all’Isola di Pasqua ( Cile ) collegata con Papeete tramite un volo notturno bisettimanale della Lan Chile di circa 5 ore e mezzo…un’esperienza unica per conoscere l’estremo est non tropicale della Polinesia…che vi allargherà gli orizzonti culturali su questo antico popolo di navigatori e guerrieri, dove potete riflettere sulle sorti del mondo all’ombra delle gigantesche statue di pietra ( Moai ). Attenzione: il clima è fresco ! vi consiglio di lasciare a Papeete ( magari in albergo come ho fatto io ) tutte le attrezzature/abbigliamento da mare, portandosi lo stretto necessario. Leggi anche il mio racconto: click !
PS: sconsiglio di risparmiare utilizzando negli spostamenti i ferry boat al posto degli aerei ! ( Moorea a parte ) :
vi faccio un esempio: Tahiti-Isole della Società in aereo: circa tutte mezz’ora…in nave: Bora Bora 15 ore, Huahine 10, Raiatea 12 …e così via … Rangiroa molto di più ! In alternativa ci sono veloci aliscafi però abbastanza costosi.

PER CHI PROVIENE DA DESTINAZIONI DIVERSE DALL’EUROPA/LOS ANGELES
La Polinesia Francese è ben collegata.
E’ infatti raggiungibile tramite volo diretto da Honolulu ( Hawaii, USA ), Santiago del Cile ( via Isola di Pasqua ), Sydney ( Australia, via Auckland, NZ), Auckland ( Nuova Zelanda ), Nadi ( Fiji, tramite il volo che parte da Auckland ), Rarotonga ( Isole Cook, stesso volo di prima ), Tokyo ed Osaka ( Giappone) e Noumea ( Nuova Caledonia ) …un idea per un estensione ? ;-D

LINGUA E MONETA
La lingua ufficiale è il Francese ( infatti le isole fanno parte dei “territori d’oltre mare” della Francia ), ma anche l’Inglese è molto diffuso ( anche il Giapponese ma non penso vi interessi ! ). Tra loro gli abitanti usano parlare il Tahitiano ( una lingua dolcissima diffusa con le opportune varianti sino all’Isola di Pasqua…vedi mini dizionario sul mio sito ) o più spesso un mix tra Tahitiano e Francese.
La moneta è il Franco del Centro Pacifico ( CFP …belle le monetone ! ) che aveva un tempo il cambio fisso con il Franco Francese ( 18: 1 ) oggi quindi con l’Euro ! : Un Euro vale quasi 120 CFP ovvero un CFP=quasi ex 17 lire. ( vedi tabella )
Le carte di credito sono molto usate anche nei luoghi meno turistici…( soprattutto quelle su circuito Visa e Mastercard ), meglio però cambiare lo stesso un piccolo importo ( in loco ) perchè non sono accettate per esempio dai distributori di benzina ( noleggio ) o da alcuni organizzatori di escursioni “indipendenti” ( cioè extra resorts ).

SALUTE
La Polinesia Francese gode di un alto livello sanitario, uno dei migliori tra i paesi del Sud Pacifico.
Le malattie tropicali sono rarissime, quasi inesistenti.
A Tahiti ( facilmente raggiungibile in aereo da qualsiasi isola ) ci sono eccellenti servizi medici e dentali, farmacie, cliniche private ed ospedali governativi. Le altre isole invece hanno ospedali o i centri medici spesso privati.
In tutte le isole si effettuano i controlli sanitari per combattere le potenziali epidemie di malattie tropicali.
Non ci sono serpenti terrestri o ragni velenosi.
Gli animali potenzialmente pericolosi sono in mare ma basta non infastidirli o provocarli per non avere problemi….della serie guardare (e magari fotografare) ma non toccare…vedi anche “Animali Marini Pericolosi”
In ogni isola battuta dal turismo ( anche minimo ) ci sono rifornimenti di medicinali di pronto soccorso per trattare ferite, scottature e rare forme di avvelenamento come la puntura del pesce pietra.
Occhio quindi alle scottature da sole e non camminare mai sulle barriere coralline senza protezione ai piedi ( sandali di plastica ).

FORMALITA’
Per i cittadini della comunità europea è richiesto il passaporto con validità di almeno 6 mesi, senza alcun visto d’ingresso per soggiorni turistici inferiori ai tre mesi.
Nessuna tassa da pagare per uscire dal paese.
Nessuna vaccinazione o profilassi richiesta ai cittadini della comunità europea.
I bambini devono essere registrati sul passaporto dei genitori se non si transita per gli Stati Uniti altrimenti devono avere il loro passaporto personale.

ELETTRICITA’
110 e 220V 50/60 HZ
Vedi anche la tabella internazionale e legenda

TELEFONI
Per chiamare l’Italia il prefisso è il solito 0039 mentre per chiamare la Polinesia Francese è 00689.
Si vendono carte telefoniche ( bellissime ) da usare nelle cabine telefoniche poste però solo presso i centri abitati ed aeroporti…quindi non sempre facilmente fruibili nei pressi dei resorts.
Il roaming turistico con l’Italia è stato attivato (tra Tim/Omnitel e la locale Tikiphone) nel 2003 e poichè è sui 900Mhz basta un normale cellulare GSM anche non dual band. E’ possibile mandare e ricevere sms.
(l’aggiornamento è di Gennaio 2004, ma siccome gli accordi di roaming variano velocemente meglio consultare i siti dei singoli operatori per esempio tramite la mia pagina dei links alla sezione “Telefonia”)
…ma io vi consiglio di lasciare i “giocattolini” a casa !

COSA NON TROVERETE ( …ancora per quanto ? )…Papeete a parte !
Discoteche, locali notturni, spiagge affollate, rumore, traffico, venditori ambulanti, semafori, criminalità e polizia, freddo, mare mosso ( almeno sotto costa, visto che le grandi barriere coralline proteggono totalmente le lagune dalle correnti oceaniche ), palazzi e malattie sono incubi che dovete lasciarvi alle spalle !
La vita scorre lenta all’ombra delle palme da cocco, a misura d’uomo, …nessuno vorrà vendervi qualcosa e soprattutto nessuno pretenderà della mance: considerate un’offesa dalla concezione dell’ospitalità Tahitiana ( quanto resisterà questo senso di civiltà?).
Volevo infine precisare che quando uso/userò il termine “turistico” o “più turistico” non mi riferirò mai ad un turismo di massa ( tipo Caraibi, Mar Rosso o Sardegna d’Agosto ) ma sempre ad un turismo molto “soft” , motivato e ( almeno per ora ) a basso impatto ambientale…insomma anche in alta stagione se volete stare in una spiaggia deserta lo potete fare…

FUSO ORARIO
11/12 ore in meno rispetto l’Italia a seconda dell’ora solare/legale.
( meno 11,30-12,30 ore all’arcipelago delle Marchesi )
Orario di luce, come dovunque ai tropici: più o meno dalle 6 alle 18.
Ogni 31 Dicembre si festeggia uno degli “ultimi” Capodanni della terra.

ALCUNE PRECISAZIONI GEOGRAFICHE
Molto spesso si identifica la Polinesia Francese con la “Polinesia” ! ( questa è una cosa che spazientisce anche il più calmo degli “afecionados” ). In realtà la Polinesia è un’area molto vasta dell’Oceano Pacifico rappresentata idealmente come un triangolo i cui vertici sono a Nord: le Hawaii ( Usa ), ad Ovest: la Nuova Zelanda ed a Est: l’Isola di Pasqua ( Cile ) nel cui interno vive una popolazione appartenente alla stessa etnia ma sparsa in varie nazioni come il Regno Di Tonga, la Polinesia Francese, le isole Samoa ( Americane ed Occidentali ), le isole Cook (Nz) ed altre minori.
Spesso leggerete il termine Tahitiano associato non solo alla lingua ma anche alle persone: anche qui volevo precisare che non mi riferisco semplicemente agli abitanti dell’isola di Tahiti ( guai a voi se scrivete Thaiti ! ) ma a tutta la Polinesia Francese, una vasta porzione di Oceano lunga e larga migliaia di Km e divisa in cinque arcipelagi ( circa 120 isole, la maggior parte disabitate ) : le Isole della Società ( a sua volta divise in “Iles du vent” ed “Iles sous le vent” come Tahiti, Moorea, Bora Bora, Huahine, Raiatea, etc. ) caratterizzate da isole vulcaniche verdi con montagne alte e giovani, le Tuamotu ( il più vasto, 1300 Km ! ) al quale appartengono 78 antichi atolli corallini circolari, brulli, piatti e privi di roccia come Rangiroa, Tikehau, Manihi o le distanti Moruroa e Fangataufa tristemente note per gli esperimenti nucleari francesi finiti nel 1996 ), le Marchesi, dove morì il pittore Gauguin ( anche lui stregato dal posto e dalla gente ) caratterizzate da isole montagnose prive della protezione della barriera corallina ( reef ), ed infine gli arcipelagi minori e selvaggi delle isole Gambier ( Mangareva ed altre ) ed Australi ( famose per essere un luogo di incontro delle megattere ).

CON CHI ANDARE
Ovviamente con chi vi pare…ma vi devo avvertire che la romanticità di luoghi, la mancanza di locali notturni ed i ritmi rallentati ( generalmente alle 21.00 al massimo si va a nanna ) lo fanno un luogo adatto alle coppie di innamorati…non per niente è la tipica tappa degli “honey-mooners” più fortunati di tutto il mondo. Quindi chi è in cerca di baldoria, di turismo sessuale o di una vacanza tipicamente da single dovrà dirottare per altre mete, per esempio ai Caraibi…
Anche le affascinanti donne Tahitiane molto affabili e cordiali hanno perso da un paio di secoli i costumi libertini che caratterizzavano l’antica ospitalità/mentalità Tahitiana ( vedi i marinai del Bounty ), costumi che furono soppressi immediatamente dai missionari Protestanti; attualmente la Chiesa è molto presente nella vita dei locali.
Attenzione a chi va con i bimbi: moltissimi resort non li accettano !

QUANTO STARE
Trattandosi di un luogo lontano, i costi dell’aereo incidono abbastanza sulla spesa totale, quindi per ammortizzarli è conveniente soggiornare in Polinesia Francese il più possibile.
Tenuto conto di questo e tenuto conto anche della durata del viaggio di andata e ritorno, consiglio di prendere in considerazione solo periodi superiori ai 15 gg netti ! ( escluso viaggio ) meglio se di almeno 20 gg.
Come tipologia di soggiorno sconsiglio quella “stanziale”, cioè della serie: “arrivo in Polinesia Francese e mi incollo 15 gg su un’isola”, mentre è raccomandabile un tour delle isole principali raggiungibili comodamente con l’aereo ( il servizio dell’Air Tahiti è efficiente, i voli frequenti ed esiste un abbonamento “intera rete” chiamato “air pass” ).
Il periodo di permanenza su ogni isola deve essere di tre o quattro giorni al massimo !
Un altro modo per apprezzare questo paradiso è in barca, sia con le mondane crociere ( che a me fanno schifo ! ) e che non riescono a raggiungere gli angoli più incontaminati degli arcipelagi, sia con un catamarano od un’altra barca a vela insieme ad uno skipper ( ci sono vari privati che organizzano questi tour ).

COSA PRENOTARE
Per non avere sorprese consiglio di prenotare biglietti aerei e pernottamenti dall’Italia ed evitare improvvisazioni sul luogo in quanto in genere è sempre tutto pieno soprattutto nei mesi di alta stagione a causa della bassa ricettività. Pensate, per farvi un esempio, che nel 2000 ho cercato di riservare un bungalow nell’isola di Manihi, tra l’altro in una struttura “non economica”, per il mese di Agosto: mi sono recato in agenzia a fine Aprile e non ho trovato posto !
Inoltre vi consiglio la mezza pensione ( dove è non obbligatoria la completa come nelle isole più sperdute ), in quanto la pensione completa non vi permette di essere liberi durante la giornata di vagabondare alla ricerca di una spiaggetta particolare o quant’altro. Anche decidere di non far includere alcun pasto non vi farà risparmiare. Infatti i pochi ristoranti/bar esterni sono cari arrabbiati ( ma anche quelli interni ); vi do qualche cifra: una cena semplice primo: riso, secondo: tonno, contorno: patatine bevande: una birra piccola ( non vi azzardate a prendere il vino ! ) nel 2000 mi è costata in un albergo di Tahiti sino a 150.000 lire cadacranio, a Raiatea di più. Una colazione non “continentale” ( cioè senza uova e bacon… ) ma semplicemente a base di cornetto, tè e marmellatine varie lire 40.000 ( sempre a testa, al Sofitel Maeva Beach di Papeete ) …e così via ! L’alternativa è mangiare nei vari spacci cinesi presenti in alcune isole oppure alle roulotte vicino al porto di Papeete ma spesso soprattutto la sera si preferisce cenare negli hotels/resorts per poter godere degli spettacoli di folclore che in alcune strutture turistiche sono addirittura giornalieri.
Consiglio risparmio: la mezza pensione mi sembra la soluzione più equa: la mattina dopo colazione con uno zainetto vi fregate un bel pò di cibarie per il pranzo ( tranquilli…è un’usanza che ho notato molto in voga…ma vi consiglio di farlo sempre con una certa riservatezza…portarsi dall’Italia le posate o prenderle in “prestito” sull’aereo ): nei ricchi buffet mattutini dei resorts più importanti troverete di tutto: dallo yogurt all’arrosto !, la sera invece vi godrete in prima fila, dal vostro tavolo con pasto “regolare” ( andare a cena presto per prendere i posti migliori ), gli spettacoli Polinesiani…cosa che nei locali esterni non troverete !

CURIOSITA’
Tre parole sono entrate a far parte della lingua Italiana/Europea…ma pochi sanno che sono Tahitiane:
Tabù ( sacro, intoccabile, proibito – non solo in Tahitiano ma anche nel resto della Polinesia come a Tonga, Nuova Zelanda…)
Tatù ( “Tattoo”, i tatuaggi tanto comuni in tutta la Polinesia )
Moana ( nome proprio Tahitiano, a dire il vero sia maschile che femminile… significa: oceano, blu )
…poi c’è anche il bellissimo nome Maeva ( in Tahitiano: “benvenuto/a” )
Gauguin scrisse sulle “vahinè” ( ragazze ): <>
La società che vende le Isole in Polinesia Fr. ( e nel resto del mondo )… click !

IL RACCONTO DI VIAGGIO

…il sole stava spuntando all’orizzonte quando dal finestrino mi apparve il picco di una montagna verdissima, poi un porto ed infine la pista di atterraggio parallela al mare…ero finalmente arrivato nell’isola di Tahiti, la mia prima “esperienza Tropicale” che aprirà le porte a tante altre.
L’impatto sia per me che per la mia neo-moglie fu da mozzafiato, di quelli che annullano completamente la stanchezza o il sonno, ancora oggi mi viene il nodo alla gola al pensiero: la musica, i colori ed i profumi.
Tutto era come immaginato in tanti miei sogni da ragazzo ( ma più emozionante perchè vero ): la discesa dalla scaletta dell’aereo, il caldo che mi penetrava subito nelle ossa, le belle Vahinè ( ragazze ) Tahitiane che ci accoglievano con i loro sorrisi solari, i costumi coloratissimi che ornavano i loro corpi sensuali che si contorcevano al ritmo delle soavi melodie rese ancor più piacevoli dalle loro voci musicali, la tipica accoglienza floreale Polinesiana con collane di ( fiori ) Tiarè ( una particolare gardenia che cresce solo su queste isole con la quale si producono olii profumati ! ), Ibiscus e Frangipane ( o Plumeria ) …ed il profumo inebriante: un vero tuffo al cuore !
Soprattutto vorrei insistere sul profumo dei fiori che in Polinesia Francese è una costante dell’aria.
Chi è stato in Sardegna in nave via Olbia o Golfo degli Aranci avrà notato la mattina presto, soprattutto quando c’è nebbia, il profumo intenso dei mirti e delle erbe aromatiche emanate dalla costa, una caratteristica unica di questi “tropici di casa nostra” , beh! Tahiti mi ha ricordato proprio questo fenomeno ( solo che il profumo è più dolce e più intenso perchè emanato dalle tante varietà di fiori ), che ho notato nelle numerose volte che sono sbarcato in questo aeroporto ! Penso che lo riconoscerei al primo colpo anche se fossi bendato !…ed è proprio questo profumo che respirato notte e giorno insieme con la musica crea quella miscela ammaliante che rapisce la mente…
Ripresi dallo shock, passammo la frontiera ( il doganiere scrutando i nostri passaporti disse ridacchiando: << Italiani ? Ahhh! Ferrari, Spaghetti…Mafia ! ), ritirammo i bagagli e con un carrello ci dirigemmo a piedi verso l’area dei voli interni che si trova non proprio vicinissimo ai voli internazionali. Qui ci aspettava un bielica Twin Otter 20 posti dell’Air Moorea pronto a salpare verso la prima nostra meta: l’isola di Moorea.

MOOREA

Ovvero la “Lucertola gialla” ( il nome dei nobili che la dominarono ), è raggiungibile in dieci minuti di volo ( 16 km panoramici ! ) o una/due ore in battello ed è senz’altro una tra le isole più sceniche dopo Bora Bora. Spiagge bianchissime orlate da cocchi piegati, picchi montuosi ( come il Toheia di oltre 1200 metri ) ed una vegetazione lussureggiante.
Una volta atterrati ci dirigemmo verso il bancone della Tahiti Nui Travel, il tour operator locale, che ci diede i voucher necessari al nostro viaggio e ci invitò a salire su uno dei “truck”, gli autobus pubblici coloratissimi di legno che fanno servizio nelle isole principali della Polinesia Francese. Con questo pittoresco mezzo ci recammo presso il nostro resort: il Moorea Beachcomber Parkroyal (oggi si chiama Moorea Beachcomber Inter-Continental Resort) …una struttura di alto livello ( …la prima volta ero in viaggio di nozze e mia moglie non era ancora abituata a dormire in maniera spartamnacon i “vari animaletti” …sarà diverso in futuro ! ) preventivamente prenotato dall’Italia …ricordo ancora che la bassa ricettività alberghiera sconsiglia il “fai da te” a meno di non alloggiare in strutture modeste ( alla fine del racconto i links ) come Guest House, pseudo-campeggi o case famiglia… in periodi di non alta stagione.
Tra le strutture di lusso con un buon rapporto prezzo/prestazioni a Moorea c’è anche il Club Med ( presente anche a Bora Bora )…che personalmente non gradisco per il tipo di animazione presente. Ottimo anche il Sofitel.
Appena arrivati in albergo con il nostro carico di collane di fiori ci accolsero con un’altra “vagonata” di… collane di fiori e con il classico drink a base di succhi tropicali…non vi preoccupate troppo per il ghiaccio…in questa parte della Polinesia ( forse la più …relativamente…turistica ma ugualmente affascinante ) sono rispettate ( generalmente ) tutte le moderne norme sanitarie ed anche il ghiaccio è fatto con l’acqua minerale che sgorga direttamente dalle montagne di Tahiti.
Due microsecondi per sistemare i bagagli, rifiuto della mancia da parte del cameriere e via in costume per esplorare la spiaggia del resort. Una cosa che notai subito fu la totale mancanza di gente in spiaggia nonostante la struttura fosse abbastanza grande. In effetti questo fu il mistero durante tutta la mia permanenza…durante il giorno non incontravo nessuno, la sera a cena era pieno di turisti soprattutto Giapponesi, Americani e qualche Francese che rappresentavano la maggior parte dei visitatori della Polinesia Francese… almeno in quell’anno ! Successivamente, la fine degli esperimenti nucleari e la fine del il timore ( infondatissimo ) della radioattività aumentarono in maniera esponenziale il turismo europeo e soprattutto italiano: quando tornai nel 2000 i nostri connazionali non erano più una rarità.
Continuammo con il nostro giro in costume. Dappertutto piante tropicali e fiori. Un falso fiume con una corrente sostenuta in realtà dalle maree tagliava in due la bianchissima sabbia. Ricordo un pontile che attraversava questo fiume dal quale una notte osservai il passaggio di un grande squalo. Più avanti un tratto di mare era stato recintato ed all’interno vi era una coppia di grandi delfini con i quali ( purtroppo a prezzo salato ! ) si poteva fare il bagno…mentre accanto ai bungalows “over-water” c’era un piccolo bacino, poco meno di una piscina, dove un cucciolo orfano di delfino veniva assistito da alcuni ricercatori notte e giorno ( passai molte ore notturne a parlare con loro ).
Ma il pezzo forte della giornata così intensa di emozioni fu dopo cena ( più tardi dedicherò un paragrafo sulla cucina ) quando, al rombare dei tamburi e degli urli, entrò il gruppo di ballo Tahitiano. E qui vorrei soffermarmi con alcune descrizioni e considerazioni: il “Tamourè”, il ballo Tahitiano per eccellenza, è una delle cose più emozionanti ed imperdibili in assoluto che si possano vedere in Polinesia Francese e ( forse anche meglio ) sull’Isola di Pasqua. Andare dall’altra parte del mondo e non assistere a queste meravigliose danze popolari equivale a perdere almeno la metà ( se non di più ) delle sensazioni che questa terra può lasciarvi incise indelebilmente in fondo al cuore. Purtroppo non è facile assistere a questi spettacoli folcloristici al di fuori delle strutture turistiche e quindi la scelta di costose strutture di lusso ( anzichè qualcosa di più abbordabile ) è una via quasi obbligata, almeno per chi viene per la prima volta in questi luoghi e vuole conoscere meglio la cultura di un antico popolo le cui tradizioni sono mantenute in vita anche grazie al turismo. In realtà queste danze non sono solo “per turisti” ma anche per gli stessi protagonisti e si vedeva ! Tutti infatti professionisti e non, vecchi e bambini anche piccolissimi partecipavano gioiosamente a queste danze e spesso gli abitanti della zona scendevano la sera presso i resorts per assistere alle danze come in una festa che univa turisti ed abitanti. Assistetti ad uno show di circa un’ora che andò dalle fiere danze di guerra interpretate da virili e muscolosi nonchè tatuatissimi polinesiani ed arricchite da martellanti percussioni , a melodiosi e sensualissimi balli dapprima lenti poi ritmati delle Vahinè che… con i loro corpi bruni, unti e profumati di olio di cocco , piacevolmente sudati, le labbra carnose, gli sguardi ammiccanti, gli occhi leggermente a mandorla, i sorrisi maliziosi, i capelli neri sciolti e selvaggi lunghissimi, talvolta quasi alle caviglie, i tatù ornamentali sulle braccia, i seni roteanti prigionieri dei mezzi gusci di noci da cocco usati come reggiseno, i denti bianchissimi sui cui scivolavano le mobili lingue, i fianchi vibranti, le gonnelline di paglia movimentate come… impazzite, i fiori tra i capelli e lungo il corpo, i tamburi a ritmo crescente, i corpi seminudi…creavano una miscela di esplosiva eroticità perfettamente intonata ai luoghi.
Sono convinto che la danza, che questo popolo ha nel sangue, è l’unico momento in cui traspare l’antica indole libera dei Polinesiani, prima che venissero inibiti dalle regole religiose. In fondo si tratta di un popolo dal carattere caldo e giocoso. << Tutto sommato >> mi diceva un Polinesiano << noi Tahitiani non siamo molto diversi da voi Italiani, abbiamo lo stesso sangue “caliente”, lo stesso animo simil-“latino”, siamo pieni di ardore, siamo ospitali, amiamo la famiglia e gli amici e ci piace fare casino … mentre ci sentiamo diversi dai freddi Giapponesi o dagli stessi Francesi…>> in effetti la Polinesia Francese fa parte di quei luoghi nei quali ci si sente subito a proprio agio, un luogo tanto diverso dal nostro ma con una mentalità simile…forse anche troppo…al Polinesiano piace cantare, ridere, danzare, fare l’amore e mangiare …e poco lavorare ! ( solo che lui lo può fare …noi no ! ).
Dopo le danze, come è consueto un pò in tutto il Sud Pacifico, sia io che mia moglie fummo invitati a ballare il tamourè con loro…al termine feci delle foto ricordo uniche…
Consiglio per i meno esperti: portatevi solo rullini con una sensibilità di almeno 400 Asa ( talvolta sull’involucro c’è scritto: “per tutti gli usi, interni e esterni ) ed evitate le “standard” 100 Asa. Questo perchè i 400 Asa vanno bene un pò in tutte le condizioni e vi capiterà senz’altro di fotografare sia con il sole pieno, che con grandi nuvoloni ( abbastanza frequenti a queste latitudini ), sia la sera all’interno di una struttura per immortalare le danze polinesiane che la notte in spiaggia per assistere ad uno spettacolo o ad un rito di folclore locale…
Altro consiglio: portatevi molti rullini ( ho detto molti ! )…eviterete di comprali in loco ( a prezzi salatissimi ), di perdere ricordi importanti o peggio di rompere le scatole al prossimo ( spesso il “prossimo” ero io ! ) nel chiedere in regalo la pellicola o direttamente il servizio fotografico sviluppato spedito a casa !
Il giorno dopo ci alzammo di buon mattino, verso le 5, per fare una passeggiata e vedere l’alba. Faceva freschetto ma con una magliettina si stava bene. Lungo la litoranea, una strada di 60 Km sempre vuota che circonda l’isola, scorgemmo degli enormi alberi di mango dai dolci frutti maturi ( era Ottobre…in Agosto invece sono ancora acerbi ) e ci divertimmo a raccoglierne qualcuno. Poi vedemmo dei cocchi a terra e cercai di aprirne uno ( tecnica difficilissima all’inizio ma che con gli anni ho affinato con buoni risultati, basta un cacciavite ). Mentre ero fantozzianamente all’opera si avvicinò un locale, un armadio muscoloso di due metri, rigorosamente scalzo, dai polpacci di roccia, che mi sussurrò delle parole in francese. Mia moglie cercò di tradurre: << questo non è buono ! dove alloggiate ? quale è numero del vostro bungalow ? tra 15 minuti aspettatemi di fronte la vostra porta ! >>…sinceramente non riuscivamo a capire bene cosa volesse. Tornammo in stanza. Dopo 15 minuti esatti sentimmo bussare ed alla porta c’era l’omone con un macete incastrato nei striminziti pantaloncini e due cocchi aperti nelle due mani. Ce lo offrì e scappò via rifiutando la mancia ( da quel momento smisi per sempre di offrirla a chiunque in quella parte del mondo ). Mangiammo con il cucchiaino italiano la crema all’interno del cocco ( quando il cocco è verde infatti la polpa bianca ha quasi la consistenza del gelato…gnum ! ) e bevvi una parte del nettare all’interno…con il restante riempii una borraccia da un litro ( risparmiando una bottiglia d’acqua che in Polinesia Fr. nel 1997 poteva costare sino a 20.000 lire ! ). Poi andammo a colazione…solito rito del riempimento occultato del cibo per pranzo…poi in acqua a giocare con i mille pesci colorati ( soprattutto i pesci farfalla ) che fin da riva reclamavano il loro pezzo di pane ( e anche di coscia …leggi: pizzichi ! ). In Polinesia Francese, contrariamente ad altri paesi dove è addirittura vietato, si usa…anzi si incita la gente a dare da mangiare ai pesci, organizzando appuntamenti durante i quali si offrono gli avanzi della cucina oppure riempiendo di pane secco ( soprattutto baguette francesi ) i cesti posti vicino le case o nei pressi dei luoghi più significativi.
D’altronde se così non fosse non ci sarebbe quell’abbondanza di fauna vicino la riva che è sabbiosa e priva di corallo in quanto il poderoso reef è molto lontano ! La lontananza e la grandezza del reef è una delle caratteristiche di queste isole, una vera e propria muraglia dove con un fragore persistente notte e giorno le onde dell’Oceano si abbattono continuamente formando grandi onde sia durante la bassa che durante l’alta marea. Questa barriera corallina quasi circolare, interrotta solamente dai “pass” ( i punti in cui entra ed esce l’Oceano ), crea delle immense lagune sabbiose color piscina, poco profonde, dove all’interno è possibile navigare e nuotare in tutta sicurezza con il mare sempre piatto. Durante le mie “snorkellate” a pochi metri dalla riva ( portarsi maschera, pinne e macchinetta fotografica subacquea, anche solo usa e getta ! ) incontrai spesso grandi razze nere per niente intimidite…anzi spesso curiose e vidi piccole murene tropicali sotto i rari ammassi di corallo.
Il giorno seguente decisi di esplorare l’isola per fare un servizio fotografico ed acquistare qualche ricordo ( e fare rifornimento d’acqua minerale presso un piccolo spaccio gestito da cinesi ). Mi recai quindi presso il vicino autonoleggio per affittare un’auto. L’affitto andava ad ore, Moorea era una delle isole meno care, nel 1997 con 120.000 lire mi aggiudicai una Mini Moke scassata per quattro ore, benzina esclusa. Alternativa più costosa: una Fiat Panda in buono stato, alternativa meno costosa: una Vespa Piaggio ( ma obbligo del casco con il sole tropicale a picco ! ), alternativa da pazzi ( o da campioni ): una bicicletta ! ( ma impossibile arrampicarsi per la via sconnessa montana ! ).
Perdersi era impossibile. Oltre alla cartina fornita, c’erano solo due strade asfaltate, una girava in tondo all’isola percorribile in un ora o poco più ( quasi deserta ) ed un’altra ( piuttosto malridotta ) si arrampicava all’interno sul Belvedere di Moorea tra i tornanti, la foresta tropicale e le coltivazioni di papaya e ananas. Durante quest’ultimo tragitto mi fermai per percorrere a piedi sentieri all’interno della foresta per ammirare la lussureggiante vegetazione e per raggiungere siti archeologici formati però solo da alcuni sassi, resti di antichi altari ( c’erano delle indicazioni ). Arrivati alla sommità della montagna un piazzale mi permise di fermarmi e godere dall’alto della meravigliosa vista. L’affitto di un’auto è una economica alternativa alle escursioni denominate “safari 4×4″ dove si viene scarrozzati su una Land Rover ( riconoscibile dalla frutta tropicale incastrata sul cofano dentro la ruota di scorta ) da una guida in lingua inglese o francese.
Dopo il “Belvedere” ( si chiama proprio così… ) continuammo il periplo dell’isola. Per fortuna la mancanza di traffico sopperì alla mancanza quasi totale dei freni ! Poi fu il turno del rifornimento ( il serbatoio fu fornito ovviamente a secco ! ) presso l’unico benzinaio ( accettò solo valuta locale…no credit card o dollaroni …seppi poi che era romano sposato con una Tahitiana) ci recammo verso uno dei punti più belli, la baia di Cook ( dove Cook non è però mai approdato…nel Sud Pacifico ogni isola ha una sua baia di Cook…è un pò come da noi che ogni paese o città ha una Via Roma o una P.zza Garibaldi… ) Conosciuta anche come la baia di Pao Pao è uno dei tratti di costa migliori da fotografare ( meno per farci il bagno ) caratterizzata dalla vista della verde montagna di fronte, da un calmo fiordo, approdo sicuro per i velisti e dalle lunghe e sottili palme da cocco che si adagiano sino a toccare il pelo dell’acqua.
Dopo questa ennesima sosta…ripartimmo. Sostammo qua e là ai bordi delle piantagioni di cocco per scattare foto…nell’aria ogni tanto si udivano i suoni ritmici di percussioni ! Lungo il percorso ci successe un piccolo imprevisto che poteva però trasformarsi in un guaio serio. Purtroppo una delle piaghe delle grandi isole tropicali è il randagismo e la Polinesia Francese non è esente. Infatti non fu raro incontrare cani anche grandi vagabondare o sonnecchiare sul ciglio ( o in mezzo ) della strada. La Mini Moke che avevamo affittato era una simpatica automobile a metà tra il Mini Minor ed una campagnola ed era completamente aperta e priva di sportelli. Passare vicino ad un cagnone scuro e minaccioso equivalse ad una sfida: ne seguì un inseguimento con abbaio annesso. Mentre guidavo con il cane dietro che mi rincorreva con la bava alla bocca…improvvisamente l’auto incominciò a perdere colpi ed a rallentare ( per la serie: le comiche ! ). Mia moglie preoccupatissima, timorosa già di suo dei cani e soprattutto con i calzoncini corti incominciò a sbiancare. Io ( seguendo il consiglio che mi aveva dato il gestore del noleggio ) incominciai ad immettere aria nel serbatoio, pompando con il tappo della benzina che per fortuna era facilmente raggiungibile mettendo fuori la mano…i secondi sembrarono anni…quando infine il cane ci raggiunse, fece un balzo in direzione della coscia di Maria ed improvvisamente con uno scatto stacca-collo il motore riprese a funzionare, rimandando il “fiero pasto della bestia”…( fatto realmente accaduto ! ). Da quel momento ci armammo di una rassicurante “clava” di servizio anche per le nostre passeggiate a piedi nella campagna…nessun problema invece sulle spiagge. Il nostro giro finì in un negozio di souvenir ( ce ne sono alcuni nei pressi dei villaggi ) ma visti i prezzi dei parei ( un prodotto tipico di queste parti ! molto belli e colorati…si organizzano anche corsi per imparare ad indossarlo ! ), statuette ( in particolar modo i Tiki di legno o di pietra raffiguranti gli spiriti protettori degli antenati ), perle nere ( produzione locale…costano anche la metà che in Italia…ma sempre troppo ! ), Cd di musica Tahitiana ( circa 80.000 nel 1998 ) cercai di limitare al massimo la lista delle persone da “ossequiare” al ritorno !
La sera partecipammo ad un banchetto lussuriosamente a base di aragoste ed ostriche servite a volontà ed innaffiate con champagne con danza folcloristica finale e montagna di fiori !…non c’era sera che non si tornasse carichi di fiori profumatissimi nei capelli ( sia io che mia moglie ! ), sulle orecchie, intorno al collo, in testa e quando entravamo in stanza trovavamo sempre il letto, i comodini, i sanitari e quant’altro adornati di fiori freschi e frutta tropicale !…il tutto con un sottofondo lontano di chitarre polinesiane e di canti, alla luce delle fiaccole e della luna !…che sballo !
Se amate i canti e la cultura andate al Tiki Village, una struttura che vi consiglio di visitare in escursione dove è riprodotto un antico villaggio polinesiano…danze comprese !
…riconosco che alcune “caratteristiche” di questo viaggio sono state forse poco “genuine” e poco avventurose e talvolta un tantino mondane ( ma non è stato sempre così )…ma sinceramente ci stavano proprio bene !
Venne però presto il giorno di lasciare Moorea e baciate le Polinesiane del resort con le quali avevamo preso confidenza ci avviammo verso l’aeroporto. Chiaramente prima ci fu il classico rito del regalo delle collane di conchiglie. E’ infatti usanza Tahitiana ogni volta che si arriva ricevere in regalo una collana di fiori ( che vengono rinnovati ogni volta che appassiscono ) mentre quando si va via si riceve una collana di conchiglie ( che a differenza dei fiori non si degraderà così come non dovranno mai svanire i nostri ricordi per i bei giorni passati ).
Prossima destinazione: l’Isola di Huahine, sempre dell’arcipelago della Società, che raggiungemmo in circa mezz’ora con un comodo turboelica ATR 42 ( 42 posti ) dell’Air Tahiti.

HUAHINE

Conosciuta come l’Isola “selvaggia” è divisa in due parti distinte, come le ali di una farfalla, e separate da un tratto di mare ( e collegate tra loro da un ponte ): Huahine Nui ( grande ) e Huahine Iti ( piccola ).
La leggenda narra che il solco che ha diviso l’isola fu creato dalla prua della piroga del Dio Hiro.
E’ considerata l’isola dell’arcipelago della Società che per prima fu abitata dai Polinesiani.
Senz’altro è tra le isole meno frequentate dai turisti ( tra quelle raggiungibili via aereo ) e quella che meglio ha mantenuto la magia del vivere a contatto con una natura incontaminata.
Atterrati all’aeroporto ci attendeva un pulmino pronto a portarci al nostro resort: il Sofitel Heiva, non lontano dal villaggio di Maeva…raggiungibile tramite un tratto di strada non asfaltata che correva tra le piantagioni di papaye e vaniglia. La struttura buona ma non lussuosa era formata da piccoli bungalows fronte mare o fronte laguna interna. Proprio quest’ultima tipologia fu la nostra casa per tre notti. Il resort si trovava proprio in un luogo isolato da tutto e tutti ed il paesaggio era veramente “selvaggio”. Fu emozionante alzarsi la mattina presto e “sbirciare” dal nostro “vetratissimo” bungalow la calma della laguna interna dove i pescatori catturavano piccoli pesci lanciando a mano le reti e la sagoma fiera di uno dei due vulcani spenti dell’isola, verdissimo ! Suggestivo fu osservare come la figura del vulcano si rispecchiasse perfettamente sul fiordo marino come una montagna dolomitica nel proprio laghetto. Nella parte opposta invece c’era la laguna esterna dove la barriera corallina in questo punto eccezionalmente vicina alla costa era l’unico rumore ( onde fragorose che si rifrangevano ) presente durante il giorno e durante la notte.
Chiaramente… nello stretto lembo erboso naturale tra la laguna interna e quella esterna, dove erano stati costruiti una trentina di bungalows, abbondavano piante e fiori esotici !
In questo punto dell’isola però non c’erano le grandi spiagge di sabbia accecante…infatti la stretta riva era formata da milioni di ciottoli di coralli morti di tutte le forme e gusci di tridacne ( una specie di ostrica ). Se per un profano questa poteva essere una delusione ( non ho mai visto nessuno bagnarsi ad eccezione di alcuni bambini polinesiani con cui giocammo insieme ) per me no ! Infatti i residui corallini tradivano la presenza di un fondale interessante anzichè la solita sabbia. Feci un giro. A poca distanza dal resort ( 200 m lungo la spiaggia ) infatti notai un piccolo cartello: “Jardin Du Coral” . Il “Jardin du Coral” ( in altri luoghi del Sud Pacifico come alle Fiji è chiamato Coral Garden ) sta a significare un punto, generalmente vicinissimo alla riva, dove si può nuotare tra i coralli ( vivi ) ed una varietà strabiliante di pesci tropicali…ed infatti alcune chiazze scure nel mare color cielo facevano intravedere la possibilità !
Corsi a prendere maschera e pinne e…che meraviglia ! ad un paio di bracciate ( ed un paio di metri d’acqua ) mi apparse una grande quantità di coralli di tutte le forme e colori, ricci giganti, pesci di ogni tipo ( le attirai con il pane preso a colazione ), murene, aquile di mare ( una specie di razze ) e soprattutto un’ acqua incredibilmente cristallina nonostante la forte corrente ( attenzione ai ricci ! ) . Senz’altro, in qualità di principiante “snorkelliano”, questo fu il tratto di mare dove realizzai le foto più colorate e nitide, nonostante l’attrezzatura da dilettante ( macchinetta sub usa e getta…gli anni successivi mi attrezzai con una camera più decente dotata di flash ! ). Anche mia moglie, che non aveva mai indossato una maschera in vita sua, per la prima ( e non ultima… ) volta ammirò quel mondo subacqueo che aveva visto solo nei documentari e provò l’emozione di vedere decine di pesci colorati mangiare dalle sue mani ! …e pizzicare il suo sedere ! :-)
La sera ci gustammo una grigliata sul mare…alla luce delle grandi fiaccole ed assistemmo/partecipammo ad un ennesimo spettacolo di danze in costume.
Poichè il luogo era un pò isolato non riuscii ad affittare un auto per poter esplorare l’isola che vantava le rovine di antichi templi “marae” ( piattaforme usate per riti religiosi vicino al villaggio di Maeva ) antichi di mille anni ma non fu gravissimo…riparai due anni dopo visitando i più importanti “marae” dell’isola sacra di Raiatea…ma questa è un’altra storia !
I giorni, passati pressochè sempre in acqua, volarono in fretta e presto arrivò il giorno della partenza verso la mitica Bora Bora, isola che aveva sempre stimolato la mia immaginazione, fin dai tempi scolastici, quando sull’antologia lessi un racconto sulla tradizionale “pesca con il sasso” ( si tratta di un antica tecnica di pesca, ancor oggi utilizzata durante una cerimonia annuale che si tiene in Ottobre. Alcuni polinesiani in piedi sulle loro canoe, adorne di fiori, sbattono violentemente una pietra legata ad una corda sulla superficie dell’acqua. Il rumore sordo spinge i pesci verso le acque più basse dove una catena umana sorregge una grande rete. Chiaramente la battuta di caccia finisce con canti e danze… e pappatorie ! ).

BORA BORA

Chiamata originariamente Pora Pora ( nel Tahitiano più antico la lettera “B” non esisteva ) è senz’altro l’isola più famosa di tutti i mari del Sud…tanto che è conosciuta con l’appellativo di “Perla del Pacifico”.
Pur essendo senz’altro l’isola più turistica e più costosa, tappa obbligata per chiunque arrivi in Polinesia Francese, rimane sempre il luogo più affascinante che ci sia, dove i paesaggi tropicali più immaginati, più da cartolina, più da mozzafiato prendono forma davanti ai nostri occhi come in un sogno.
Questa perla fu scoperta nel 1722 da Jacob Roggeveen ( quello che scoprì l’Isola di Pasqua qualche anno più tardi ) ma non fu interessato ad attraccare e proseguì dritto. Lo fece nel 1777 il “buon” ( si fa per dire ) James Cook ( praticamente onnipresente in tutto il Pacifico ) che dopo averla esplorata la lasciò in pace…pace che durò altri 20 anni fino a che fu “invasa” dai primi missionari inglesi che cambiarono purtroppo i costumi “liberi” degli indigeni…poi arrivarono i missionari francesi, il colonialismo…il resto della storia la sapete !
Arrivammo di buon mattino nei pressi dell’isola dopo circa un’oretta di volo ( Atr 42 ) da Huahine. La vista che offre Bora Bora dal finestrino è qualcosa di strabiliante: l’antico vulcano verdissimo che si erge da una laguna color turchese circondata dai vari “motu” ( in Polinesia Francese i “motu” sono le isolette intorno alle isole principali formate dall’innalzarsi della barriera corallina )…vi consiglio vivamente di preparavi per tempo la macchinetta fotografica e scattare qualche sensazionale foto dall’alto da appendere poi, tornati in Italia, sopra al caminetto ! :-) A questo proposito vi consiglio di prendere posto sull’aereo (in genere i
posti non sono preassegnati come nei grandi aerei) sulla fila di sinistra.
Ricordo ai meno esperti di fotografia che se volete fare delle buone foto attraverso il finestrino ( anche quando vi sembra sporco o graffiato ) e possedete le pratiche camere compatte automatiche dovete regolare ( se presente ) l’obbiettivo ad “infinito” ( qualche volta c’è il simbolo delle montagne ) così da evitare che il telemetro ( misuratore automatico di distanza ) intercetti il vetro e falsi la messa a fuoco. La macchinetta va avvicinata il più possibile al finestrino senza però toccarlo ( per evitare le vibrazioni ).
Fu scenico anche l’atterraggio… in quanto il piccolo aeroporto Vaiare di Bora Bora non si trovava sull’isola vera e propria, bensì su uno dei “motu” della barriera corallina.
L’aeroporto fu costruito in questa singolare posizione per mancanza di un’ area sufficientemente ampia e pianeggiante sull’isola madre e fu il primo aeroporto di tutta la Polinesia Francese; all’inizio fu una base dell’aviazione Americana durante la “guerra del Pacifico” ovvero durante la seconda guerra mondiale, contro i Giapponesi.
Scesi dall’aereo, a poche decine di metri dalla pista, ci imbarcammo in una della grandi e moderne imbarcazioni che fanno la spola dall’aeroporto all’isola vera e propria. Fu un’occasione per ammirare da un’altra prospettiva la maestosità dall’isola e per contemplare da vicino il mare dal color turchese irreale. La traversata durò quasi un’ora, fino a Punta Matira, uno degli scorci più suggestivi dell’isola, dove sorgeva il nostro resort, il Moana Beachcomber Parkroyal (oggi si chiama Bora Bora Beachcomber Inter-Continental Resort). Qui facemmo la nostra prima ed ultima pazzia economica della nostra vita ( ehi ! sono giustificato: la prima volta nel 1997 eravamo in honey-moon ! )…affittammo per tre giorni un bungalow “overwater” cioè uno dei quei bungalows costruiti su palafitte direttamente nella laguna…oltre un milione a notte ! ( quando si dice una “botta” di vita !…anzi una “batosta” di vita ! ) …ora vi racconto un pò di cosa si tratta !
Innanzitutto per accedere ai bungalows bisognava passare su un pontile di legno adorno di fiori. All’esterno di ogni casa si poteva notare il tetto di paglia, la panchina personale di legno e il cesto colmo di pane secco per i pesci. All’interno, oltre al classico tetto alto in stile polinesiano con gechi annessi, c’erano tutti conforts dal frigo alla Tv ( sul canale via cavo del resort trasmettevano notte e giorno musiche Tahitiane ! ). L’arredamento era in tema “polinesiano” con quadri e statuette tipiche. Tutto era costruito in legno, in bambù o in fibra di palma . Accanto al lettone ricoperto di hibiscus rossi ( fiori importati in Polinesia nel 19° secolo ma subito molto apprezzati dagli isolani ) c’era la “classica” bottiglia di champagne francese ( Don Perinon ) che viene donata ai neosposi ( riempii subito la mia fida borraccia…) , il sempre-presente cesto di frutta tropicale e gli auguri della direzione. Il bagno era moderno ed accessoriato di tutti i tipici prodotti cosmetici Tahitiani a base di cocco e fiori di Tiarè …notai inoltre che lungo la vasca cresceva, provenendo dal tetto, un bel rampicante di vaniglia. Nella zona “salotto” divisa da quella letto da due porte scorrevoli di legno e carta velina ( tipo casa giapponese ) c’era un divano con di fronte un tavolino di cristallo. Questo simpatico “suppellettile” aveva la caratteristica di lasciar vedere il sotto del bungalow ! Praticamente stando comodamente seduti sul divano si potevano vedere di giorno i pesci tropicali che stanziavano sotto il bungalow ( dove era stato portato un pezzo di barriera corallina ) e cibarli ( il tavolino si apriva ! ), di notte, tramite dei potenti fari che automaticamente si accendevano sotto di noi, i branchi di razze che venivano in acque basse a fare le loro incursioni.
Un’altro pezzo forte della camera era l’enorme finestrone a fianco del letto, senza tende, posto in direzione dell’esterno della laguna ( così da mantenere la privacy del bungalow ) che dava la sensazione netta, quando si era sdraiati, di stare in barca ( si vedeva solo il mare ) …per il rollio invece…bisognava pensarci “di proprio” ;-)
Una grande porta finestra faceva accedere al patio, sempre sul mare, accessoriato di scaletta per scendere in acqua, doccia esterna, eccetera, eccetera…che sogno…!
Praticamente passai tutto il giorno in acqua ( 27 gradi ! ) con la maschera a guardare la grande varietà di pesci ( dai barracuda ai polipi, dalle razze ai pesci farfalla, dai pesci trombetta ai pesci pagliaccio…e così via ! ) che transitavano ( e sostavano ) nei pressi dei bungalows.
Dopo una serata da sogno a base di cucina di pesce e danze Tahitiane andammo a nanna ( ricordo che alle 21, massimo 21,30 in questi luoghi si va a letto ! ). Il giorno seguente decidemmo il giro stradale dell’isola. Visto i prezzi molto cari ( a Bora Bora tutto costa di più ! ) e visto la minore estensione dell’isola ( la strada che la circonda, che è poi l’unica e nemmeno tutta asfaltata…almeno sino al 1997 …è lunga appena 30 Km ! ) affittammo per due ore ( circa 100.000 lire ! ) una “Fun Car”, un simpatico trabiccolo a 5 ruote ( due grandi davanti, una grande di dietro con ai lati altre due ruote piccole tipo quelle delle biciclette dei bimbi ) a miscela 50 cc…che arrivato alla velocità di 30-35 Km/h vibrava talmente tanto da rendere impossibile la presa del volante…quando non cambiava da solo corsia ! …chiaramente con freni “virtuali” ! Lungo la strada deserta facemmo delle splendide foto, comprese quelle insieme con i bambini di una scuola elementare che dopo aver fatto amicizia con noi non vollero più staccarsi ( praticamente dovemmo scappare a “manetta ” con il nostro autoveicolo, calciando i bimbi per “scollarli ” dalla carrozzeria !!! ).
Il pomeriggio ci rilassammo ( come se ci fosse bisogno di relax a Bora Bora !!! ) sull’amaca…un altro oggetto onnipresente nelle isole Polinesiane ed in genere in tutto il Sud Pacifico.
Il giorno dopo decisi di regalarmi un pò di adrenalina…beh ! forse esagero…diciamo uno stimolo di curiosità e prenotai anche per mia moglie l’escursione: “Shark Feeding” a prezzo abbastanza ragionevole. Lo Shark Feeding ( letteralmente “il dar da mangiare agli squali” ) è in realtà una gita adatta a tutti, soprattutto ai principianti del mare e non comporta alcun pericolo…o per lo meno diciamo che il rischio è calcolato ! E’ prenotabile anche in altre isole ma consiglio se si è alle prime armi con maschera e pinne di farla a Bora Bora in quanto la visita agli squali si effettua in acqua profonda poco più di un metro ( comunque si tocca ! )…mentre per esempio a Moorea il mare era profondo circa tre metri.
Si partì in gruppo ( sei-sette persone ) la mattina presto con una piroga a bilanciere ( tipica invenzione Polinesiana da cui sono derivati tutti i catamarani moderni del mondo ) a motore ( …questo è meno tipico ma comodo ! ). Durante il tragitto in barca il giovane Polinesiano che ci portava esibì tutta la sua prestanza fisica con una serie di esercizi gonfia-muscoli e giocando con alcuni gabbiani. Ho notato più volte che i giovani locali talvolta peccano di un pò di sbruffonaggine/spacconaggine nei confronti di noi uomini europei ( nel senso che ci considerano poco “ruspanti” ) e cercano di fare i “belloni” con le nostre “femmine”…ma sono innocui…mizzicaaaa !!! ). Arrivati in mezzo alla laguna, nei pressi di una secca dove, nonostante la distanza dalla costa, si toccava sino al petto…il Polinesiano iniziò a buttare sangue e pezzi di pesce nell’acqua dalla barca per attirare gli squali di barriera. Appena incominciarono a vedersi le prime sagome scure ci fece segno di calarci in mare. Indossate maschera e pinne ( sono incluse nell’escursione ma consiglio di portare le proprie, quelle presenti in barca sono antichissime e malridotte ) ci dirigemmo verso una corda fissata ad un palo di legno che il Polinesiano aveva preventivamente conficcato sotto la sabbia ( serve ad assicurare una certa stabilità statica altresì compromessa dalla debole ma continua corrente marina e quindi per mantenere compatto il gruppo ). Mia moglie che nel frattempo aveva ascoltato tutte le “baggianate” di una turista Francese che gli aveva raccontato di aver partecipato l’anno prima a questa escursione e di essere morta di paura, modificò l’atteggiamento da entusiasta a pentita e decise di rimanere sulla piroga insieme alla turista. Io mi buttai per primo per ammirare finalmente e per la prima volta in vita mia un branco di squali, i pinnanera. Ce ne erano almeno una decina di circa due metri di lunghezza praticamente di fronte a me, che nuotavano in circolo attirati dai pezzi di pesce crudo che il Polinesiano continuava a lanciare al di là della corda. L’intero show, che nel frattempo attirò anche una moltitudine di pesci farfalla gialli, durò circa venti minuti. Per fortuna gli ultimi cinque minuti riuscii a convincere Maria a scendere dalla barca ( con l’inganno che gli squali erano “cuccioli” di pochi centimetri ) perchè mi dispiaceva troppo sapere che avrebbe perso uno spettacolo non certo “di tutti i giorni”…Maria infatti, nonostante il piccolo tranello, fu felice dell’esperienza e si promise di non dare più retta a nessuno…
L’escursione continuò in direzione di un “motu” ( isoletta ) disabitato di incomparabile bellezza. Durante il tragitto in piroga si avvicinarono improvvisamente dei nuvoloni neri e minacciosi ( … non sono affatto una rarità ai Tropici ! ) che diedero sfogo ad un acquazzone fortissimo farcito di vento …con lo stupore di tutti i partecipanti in costume da bagno e con una calma quasi inglese tirai fuori i nostri due k-way e li indossammo ! Arrivati al “motu” la pioggia smise repentinamente ed il sole tornò a splendere potente. Sul “motu” sostammo un’oretta, durante la quale il Polinesiano prese una cassa colma di frutta dalla piroga ed la incominciò a tagliare con il macete ( coltellone ) organizzando un succoso pic-nic. Poi rincominciò a fare un pò il cretino con le donne cercando di screditare gli uomini con mezzucci del tipo: ti tiro un grosso polipo sulla spalla…o baggianate di questo genere fino a che io, con la scusa dello scherzo, non gli tirai un enorme “granchio del cocco” ( una bestia massiccia e pesante, più grande della mia testa, dalle chele gigantesche ). Il granchio del cocco è un crostaceo che vive normalmente sulle palme da cocco ( anzichè in mare ), e che con le sue affilate grandi chele riesce a tagliare e far cadere le noci di cocco. Infatti nelle piantagioni le palme vengono protette mettendo intorno al fusto, ad una certa altezza, un foglio di metallo che ha la funzione di far “scivolare” il granchio a terra !
Ripartiti dal “motu” ci portarono sulla grande barriera corallina, la fascia esterna che protegge le isole dalla forza dell’Oceano Pacifico. La barriera era talmente grande, lunga chilometri ed alta ( esce fuori dall’acqua come un’autostrada ) che con le apposite scarpette abbiamo potuto percorrerla per esplorare la vita più minuta che si celava nelle tante pozze. Prima di ritornare a terra ci riportarono in un’altra secca nella laguna dove ci aspettavano delle grandi razze scure per il “Manta-Ray Fishing”. Anche questo fu un altro momento molto emozionante: una decina di giocose razze ci volteggiavano all’altezza della cintola pretendendo il loro pesce-regalo.
Le razze sono animali molto intelligenti e per niente pericolose nonostante le dimensioni e nonostante possiedano sulla lunga coda ( lunga anche più di un metro e mezzo ) un aculeo potenzialmente velenoso.
Nonostante ciò, la loro pazienza ai nostri atteggiamenti maldestri ( carezze, prese in braccio ) fu grande. L’unico consiglio è non stringere con forza nella mano la loro coda perchè essendo seghettata può inavvertitamente tagliare.
All’improvviso il Polinesiano ( tanto per scherzare ) mi diede in mano un grande pezzo di pesce e mi disse di agitarlo fuori dall’acqua…in un batter d’occhio mi si avvicinò una razza e mi ritrovai con mezzo braccio ( fino al gomito ) dentro la bocca dell’animale ( nessun pericolo…ho scoperto che non ha i denti ! )…la sensazione fu quella di mettere la mano dentro il tubo di un grande aspiratore ! Visto ciò, mi feci dare un altro pesce e lo usai come esca per farmi “coprire” la schiena a mò di mantello !
La sera, “stanchi ma felici”, assistemmo allo spettacolo delle “mamas”, un gruppo di tardone Polinesiane sovrappeso ( senz’altro più “genuine” di tante altre ) che pretesero come tributo di ballare con me ! Mia moglie si divertì a fotografarmi ! …e prendermi in giro ! Seguirono delle interessanti dimostrazioni sulla spiaggia di raccolta e lavorazione del cocco, fabbricazione di manufatti in foglia di palma ( come borse, cappellini, corone…regalati poi al pubblico ) nonchè esibizioni sui mille modi e significati di indossare il pareo…un’altro giorno era terminato…sigh!
Il giorno seguente continuammo con le visite qua e là alternate allo snorkeling “under bungalows” !
La sera mangiammo nel solito ristorante dell’albergo nel quale le avvenenti cameriere, prima di servire, portarono due fiori bianchi da inserire dietro le nostre orecchie sinistre. E’ infatti un’ usanza molto in voga in tutta la Polinesia ( non solo in quella Francese ) portare oltre che i fiori nei capelli, un fiore dietro l’orecchio e questo vale per tutti: uomini, donne e gay. Il fiore ha il significato di segnalare, se è a sinistra, cioè dalla parte del cuore, che si è impegnati…se è a destra che si è liberi ed in cerca dell’anima gemella…o quasi !
Vorrei aprire una parentesi: ho citato la parola “gay”. Nel Sud Pacifico vi capiterà di incontrarne molti dalle movenze spiccatamente femminili ( e per niente celate ) che si contrappongono decisamente ai fieri guerrieri tutta-virilità. E ne troverete soprattutto nelle strutture turistiche. Infatti nel mondo Polinesiano non sono affatto degli emarginati…anzi sono ricercati per i lavori al pubblico in quanto ritenuti più adatti, precisi e gentili . L’omosessualità in tutta la Polinesia e Melanesia ( per es. Fiji ) è una tendenza come un’altra ed è considerata al pari dell’eterosessualità…fa parte insomma della “normalità” e viene vissuta quindi serenamente.
Molto spesso è decisa e forzata dalle stesse famiglie d’origine e questo già dalla tenera età, per motivi che variano a seconda delle regioni e delle tribù ( leggi per esempio il mio racconto su Tonga ).
Un Tahitiano mi spiegò che i genitori di un suo amico volevano fortemente una figlia e quando nacque invece un maschietto decisero di allevarlo come una femmina ( vestiti, bambole, etc. ).
Se si tratta di omosessuali travestiti il termine Polinesiano è “Raerae” (o Rere), se invece si tratta di maschi allevati come femmine dalla famiglia di origine il termine è “Mahou” (o Mahu: questi ultimi abilissimi nelle faccende domestiche ).
A questo proposito ho trovato un articolo molto interessante: http://www.viaggiatorionline.com/news.asp?id=259
Dopo cena ci fu uno spettacolo emozionante. Ci radunammo tutti in spiaggia, alla luce delle fiaccole, la temperatura era perfetta e non tirava un alito di vento. Dal buio del mare arrivarono pagaiando velocemente alcune piroghe dalle quali scesero dei tatuatissimi Polinesiani che al rullo degli assordanti tamburi incominciarono a danzare, urlare con i loro tipici versi ( avete mai visto la danza propiziatrice Maori dei calciatori Neo Zelandesi e quindi Polinesiani prima di una partita ? ) ed improvvisare giochi di fuoco ( vedi foto ). Finita la cerimonia ( simulata lo so, ma pur sempre una reale testimonianza della loro cultura e certamente d’effetto ) potemmo familiarizzare e chiedere spiegazioni ed approfondimenti sul rito ( non è questa cultura ? ). Al termine della serata entrarono le vahinè e ci illustrarono la cerimonia del “matrimonio Tahitiano” ( lo sapete che in Polinesia Francese si può organizzare, purtroppo a prezzi salati, un secondo vostro matrimonio in costume con tanto di invitati indigeni, piroga nuziale e benedizione del capovillaggio ? ). Per dare una dimostrazione della parte finale dello sposalizio ( il corrispettivo del nostro “si” ) fu richiesta una coppia “volontaria”. Nessuno si propose… poi una turista francese fece la spia: << tra noi c’è una coppia di Italiani ! >> Considerati all’epoca piuttosto rari e considerati il simbolo “dell’amore, dell’ardore e della romanticità ” ( la nostra fama meritata o immeritata è giunta sino lì ) fummo immediatamente reclutati. Pubblicamente il cerimoniere ci avvolse entrambi nel tradizionale pareo nuziale e ci mise in testa due corone di fiori e foglie. Dopo una serie di frasi e gesti di rito, le due corone furono scambiate ( deve essere il corrispettivo dello scambio degli anelli ! ) e ri-fummo marito e moglie.
La mattina seguente ci volemmo far “coccolare” , un’ultima volta, da Bora Bora…facendoci portare la colazione in stanza: una coreografica canoa bianca addobbata di fiori ( alcuni atteggiamenti saranno pure artificiali…ma ci sanno fare ! ) partì dalla riva con a bordo un Polinesiano vestito di bianco come vogatore ed una bella Polinesiana, sempre il pareo bianco, con la nostra colazione in mano ( con ogni ben di Dio ! ). Attraccò al nostro pontile/patio, ci bussò dalla porta finestra, entrò, lasciò con un sorriso ed una parolina dolce il vassoio ai piedi del nostro letto e scomparve verso il mare…
Ma i giorni correvano inesorabili…ed il tempo ci beffava ! In una terra dove la vita scorreva lenta, dove i locali facevano tutto con calma, dove non esisteva la parola “subito e di corsa”, la nostra vacanza si consumava velocemente come fosse rimasta sincronizzata ai tempi frenetici della madre patria ! :-(
Detto ciò facemmo di nuovo la valigia, salutammo con molta malinconia la Perla del Pacifico e ci imbarcammo su un’automobile+barca+aereo ( Atr42 ) diretti verso l’arcipelago delle Tuamotu, nell’isola di Rangiroa…ultima nostra tappa del viaggio del 1997.

RANGIROA

Ovvero “il cielo infinito” … L’isola si trova abbastanza lontano dalle Isole della Società… infatti da Bora Bora impiegammo circa un ora e mezzo di volo !
Con i suoi 70 Km di lunghezza e 200 Km di circonferenza Rangiroa è l’atollo più grande della Polinesia, il secondo al mondo !
Come le altre isole delle Tuamotu non ha fonti d’acqua dolce, nè coltivazioni o allevamenti quindi è completamente dipendente dai rifornimenti provenienti dalle Isole della Società.
La sua forma, un anello a forma di ellisse molto schiacciata formato dai vari “motu” interrotti solo dai pass, crea un’immensa laguna interna, talmente grande da avere un proprio clima autonomo ( per esempio il mare, nonostante sia racchiuso all’interno dell’anello può agitarsi quasi sino alla tempesta come se fosse un Oceano aperto ), talmente grande che quando la attraversai in barca nel punto più stretto, a metà strada non si vedeva più la costa nè a prua e nè a poppa !
Anche qui vi consiglio di sedervi vicino al finestrino dell’aereo e di preparare la macchina fotografica perchè lo spettacolo che si gode dall’alto è certamente singolare. Le Tuamotu sono atolli molto diversi dalle isole citate prima: infatti sono di formazione molto più antica. Il cono del vulcano che anticamente era spuntato dal mare favorendo la formazione alla sua base della barriera corallina, era oramai sprofondato ( diversamente che nelle Isole della Società dove è ancora presente ) lasciando lo spazio al mare “interno”. Il risultato è una serie di atolli, di cui Rangiroa è il più grande, formati dalla sola barriera corallina circolare, talmente grande da ospitare stabilmente sopra villaggi e foreste di palme da cocco. Chiaramente non esistendo rilievi rocciosi vulcanici, gli atolli sono tutti piatti ( 2-3 metri sopra il livello del mare sono già un record di altezza ! ) e sotto i piedi non c’è altro che corallo…la pietra non esiste !
Noterete subito l’estetica della popolazione locale un pò diversa, dai tratti più zingareschi, più massicci, dalla pelle più scura…forse meno bella e aggraziata ma più vera: infatti a Rangiroa la razza Polinesiana ( Paumotu ) è più pura e meno incrociata rispetto le isole più vicine a Tahiti dove nei secoli, Europei e soprattutto Cinesi ( anche se l’incrocio con quest’ultimi ha creato delle donne veramente belle ! ) hanno messo lo “zampino” ( …chiamiamolo così…:-) )
E’ senz’altro anche il paradiso dei Sub ( anche se personalmente mi sono limitato allo snorkeling ) in quanto parlando in “italiano” con gli addetti del Diving Six Passenger ho appreso che è possibile fare immersioni “in corrente” nei pressi dei famosi pass di Tiputa ed Avatoru ( ricordo che i pass sono i corridoi che collegano le lagune interne con il mare aperto ) dove ammirare oltre che la classica fauna tropicale anche varie specie di squali formato “gigante”, mante, pesci napoleone…etc.
Una volta atterrati, un classico “truck” ci portò presso l’attualmente unica struttura alberghiera decente dell’isola: il KiaOra Village, una struttura non molta economica rispetto la sua decadenza ( adesso ho notizia che è stata ristrutturata ).
Decadenza ed informalità che era in “tono” con il resto dell’isola sia come architettura ( povera ma genuina ) dei villaggi, che come infrastrutture ( unica strada dissestata, ponti sui pass malridotti, etc. ) e forse proprio per questo Rangiroa emanava un suo fascino di “altri tempi” che poteva ammaliare o deludere. La diversità dell’isola si notava anche dai colori: su Rangiroa predominava il bianco del corallo sul verde della vegetazione !
Sostammo un paio di giorni al Kia Ora Village …anche perchè era la condizione obbligatoria per poter poi accedere al Kia Ora Sauvage, una struttura su un isoletta di fronte ( si fa per dire…a 45 minuti di motoscafo veloce in condizioni di mare buone ) chiamata anche Robinson Island, gestita dalla direzione del “Village”. Durante la permanenza ( bungalow spiaggia ) al K.O.V assistemmo ai più bei tramonti che avessi mai visto in vita mia ( eguagliati solo da quelli delle Fiji l’anno dopo )…e non fu un caso !…pare che in Polinesia Francese siano davvero “speciali” …così carichi di colore giallo e di rosso carminio da sembrare “solidi”. A questo proposito consiglio di armarsi di un treppiedi e con l’autoscatto immortalare questi spettacoli.
La calma irreale dei bungalows tra i cocchi ispirava il massimo relax e pigrizia durante tutto il giorno…passato ovviamente a snorkellare lungo la costa ricchissima di varietà di corallo e pesci.
L’unica escursione terrestre che vi consiglio è quella al vicino villaggio di Tiputa ancora rimasto abbastanza genuino dove i ritmi di vita locali non sono stati minimamente influenzati da quelli occidentali, mentre tra le gite via mare vi consiglio di fare un salto nella “laguna blu”, una piccola laguna incantata che come un laghetto si è formata all’interno della striscia corallina ( non ci sono stato per ora, ma l’ho vista/fotografata dall’aereo e ne ho sentito parlare ).
Quello che aspettavo era il giorno della partenza per il Kia Ora Sauvage posto nella micro-isola di Avearahi, nella porzione di anello di fronte a quello del K.O.V.
Di buon mattino Pier, il “traghettatore” ( che qualche mese più tardi insieme con il resto dello staff del K.O.S. riconobbi in “turisti per caso” ), un giovane Francese trasferitosi in Polinesia, ci fece salire a bordo del suo motoscafo, un sei metri dotato di due inquietanti motori neri fuoribordo da 150 Hp l’uno… non capivo ancora a cosa servissero !
Partimmo insieme ad un gruppo formato da due ragazze giapponesi + la mamma ( sempre giapponese…era da quelle parti per festeggiare il compleanno ! )…il mare era liscio come l’olio, la giornata sgombra di nuvole ed il vento assente…tutti gli ingredienti per una buona traversata che sarebbe dovuta durare circa 45 minuti.
Per qualche minuto costeggiammo placidamente i vari motu del grande atollo, poi il motoscafo puntò verso il largo ( o meglio verso l’interno di Rangiroa ). Apparentemente senza motivo Pier fermò la barca e mi invitò a riporre il mio borsello con dentro la macchina fotografica nel ripostiglio sotto il volante ed aprendo lo sportello estrasse cinque giacche a vento molto pesanti, gialle, con tanto di cappello, tipo quelle che si vedono nei documentari addosso ai pescatori d’alto mare. Insistetti per mantenere la macchina fotografica…ma a nulla valsero le mi rimostranze…anzi con fermezza ci invitò ad indossare gli impermeabili dicendomi che tanto anche volendo non sarei stato in grado di fare foto ! …non capivo…immaginavo un acquazzone in arrivo ma il cielo era abbastanza sgombro di nuvole…pensai ad un eccesso di zelo ! Fu un attimo…il tempo di indossare le giacche e si scatenò il finimondo. Il cielo si oscurò improvvisamente come in una eclissi, il mare da quel celeste piscina che era diventò grigio scuro, la superficie specchiata divenne ribollente. Il mare incominciò ad gonfiarsi sempre di più, il vento si rinforzò e si formarono onde di parecchi metri, onde che sembravano ripide colline che impedivano di vedere l’orizzonte e che mi davano la sensazione di essere veramente “piccolo”. Devo ringraziare la perizia di Pier che da esperto navigatore riuscì a governare il motoscafo molto bene facilitato anche dai due potenti motori ( …ecco a che servivano ! ). L’equipaggio si sedette sul fondo della barca stretto vicino per non cadere in mare, Pier in piedi manovrava freneticamente il timone con i motori al massimo…nonostante l’imbarcazione si muovesse lenta rispetto le onde ! Imbarcavamo tantissima acqua che a seconda dell’inclinazione defluiva fuori dalle apposite aperture laterali. La barca risaliva con fatica le colline formate dal mare per poi sul cucuzzolo saltare, esponendo le eliche all’aria con il classico rumore di “fuorigiri” e generando nei nostri stomaci ( per fortuna non soffro il mal di mare ! ) dei forti “vuoti d’aria”. Fu uno dei due momenti “viaggeschi” durante i quali pensai non farcela ( l’altro l’anno dopo alle Fiji in una situazione simile ma con un piccolo aereo ) ma per fortuna non ci furono momenti di panico, il gruppo si strinse ammutolito, con la testa bassa per ripararsi dai flutti che si frangevano contro i nostri impermeabili…a Pier ogni tanto scappò qualche “merd !”. Il viaggio a causa delle condizioni durò il doppio, un’ora e mezza ! e sembrò un’eternità ! Avevo conosciuto un altro aspetto dell’Oceano che tanto Pacifico non era e se si pensa che mi trovavo all’interno di un anello di isole semichiuso, quindi tutto sommato in un mare “interno”…in una laguna…ho immaginato cosa avessero potuto incontrare gli antichi navigatori, anche se con barche più grandi, quando andavano in pieno Oceano alla ricerca di nuove terre !
Le gigantesche onde mi impedivano di vedere terra ( anzi isola )…per cui non riuscivo a capire se il nostro viaggio fosse nella parte finale oppure in quella iniziale…all’improvviso spuntò un ciuffo di palme di cocco ed il mare si placò ! Eravamo arrivati a poche decine di metri dall’isola ed il fondale basso, protetto da una serie di banchi di corallo, smorzava completamente la forza del mare…eravamo di nuovo nella nostra “piscina” Polinesiana dai colori rassicuranti…persino il sole era tornato, e l’incubo era finito ! ( mica tanto però…confesso che i giorni seguenti ero piuttosto preoccupato per il ritorno ! ). Un allegro Polinesiano ci venne incontro con la sua canoa a bilanciere, invitandoci a salire e trasportando le nostre cose ( il motoscafo non si avvicinò troppo alla riva perchè aveva premura di ripartire…seppi poi via radio che al ritorno ebbe un guasto ad un motore…!!! , l’esperto Pier riuscì comunque a tornare…anche se ci mise più tempo ! ).
Sbarcati sull’isoletta di Avearahi ci furono subito delle accoglienti e calorose presentazioni. Il Polinesiano che ci aveva prelevato dal motoscafo e che era un po’ l’organizzatore di tutto era Ugo ( un uomo nato da madre Polinesiana e da padre Italiano…pare di Firenze …scappato quando era piccolo ) poi c’era la moglie Celine ( una bella Polinesiana di Rangiroa dai capelli lunghi ), una simpatica vecchietta sempre in disparte ( la suocera ), un altro Polinesiano ( non ricordo purtroppo il nome ed il grado di parentela ), Napoleon, un cagnolino: la “mascotte” dell’isola”, un micio bianco ed un “pulcino” cresciutello di fregata. Una autentica famigliola Polinesiana ( ora sostituita con un altro staff ugualmente simpatico …purtroppo Napoleon è morto e sostituito a sua volta :-( ) che aveva deciso di trascorrere la loro semplicissima vita su un fazzoletto di terra lontano da qualsiasi cosa a contatto solo con i clienti del Kia Ora Sauvage. Seguì il consueto drink tropicale e la sistemazione del bagaglio ( passaporti, soldi, biglietti e quant’altro l’avevamo lasciato in custodia al Kia Ora Village come consigliato…tanto nell’isola non servivano ! ).
La prenotazione al K.O.S. era stata una sorpresa che avevo riservato a mia moglie…che quindi non conosceva la particolarità del luogo…<> ( eravamo al nostro primo viaggio tropicale insieme ed ancora non conoscevo bene le sue reazioni ). Maria chiese subito ad Ugo in francese dove era un telefono per poter avvisare i suoi genitori che non sentiva da parecchi giorni e che sicuramente erano preoccupati ( per chi non è stato mai all’estero, sapere che il figlio è in Polinesia è come dire che è su Marte ! ). Ugo sorridendo rispose in francese: << il telefono ? rilassati sei in Polinesia ! >>. Maria mi guardò interdetta…allora sentii che era il momento di spiegare come funzionava il tutto ed ora lo spiego pure a voi: il Kia Ora Sauvage è una delle occasioni migliori, secondo me, per vivere la parte più vera della Polinesia Francese, non tanto per il luogo isolato dove la natura fa da padrone ma anche perchè, pur mantenendo la propria privacy, si possono vivere durante il giorno e soprattutto la sera momenti a stretto contatto con una famiglia Polinesiana con tutto quello che consegue come parlare, chiedere, ridere e scherzare: quale occasione migliore per poter apprendere gli usi e la cultura di un popolo ? L’isola possedeva cinque bungalows ( descrizione più avanti ) rigorosamente costruiti come vuole la tradizione Tahitiana ( si chiamano Falè ), in quei giorni tutti liberi, ad eccezione di quello occupato solo per una sera dai Giapponesi ( praticamente i giorni seguenti c’eravamo solo noi ! ) posizionati dal lato meno ventoso dell’isola. Poi c’era la casa dei Polinesiani che fungeva da ristorante, bar, reception…e tutte le altre cose descritte nei depliants …ma in realtà semplicemente una casetta con un ampia veranda di legno con un tavolo dove si mangiava tutti assieme come vecchi amici. Un silenzio spezzato solo dal fragore di una piccola barriera corallina e dai versi delle fregate ( uccelli marini scuri i cui maschi hanno il caratteristico grande gozzo rosso ), niente elettricità, niente telefono, solo una radio VHF d’emergenza collegata ad un pannello solare, niente acqua calda, doccia d’acqua piovana e cibo fresco dal menù dipendente dai rifornimenti saltuari del motoscafo e soprattutto dal pescato giornaliero ( sub ) di Ugo o Celine ( oppure dal pescato dei clienti ). L’isola misurava circa 15 minuti di passeggiata a piedi. Tutto intorno non si vedeva che mare…mare…mare ! Un paradiso…per me !
Non fu dello stesso “impatto” mia moglie che pervasa da un senso di “sperduto” scoppiò a piangere. Per fortuna fu solo l’impatto iniziale, forse un’emozione nuova accentuata dall’infernale traversata…infatti poi passò un periodo bellissimo sull’isola che negli anni futuri ripetemmo l’esperienza in altri luoghi del mondo…forse anche in maniera più estrema !
L’isola, un pugno di palme da cocco su un banco sabbioso, era pattugliata tutto il giorno da decine di squaletti “pinnanera” che la circumnavigavano a pochi metri dalla riva… ( anche perchè dopo pranzo venivano praticamente in secca a pretendere dalle nostre mani i resti di omelette, pesce arrosto… ).
Napoleon, il cagnolino giallo, ci seguiva silenzioso tutto il giorno, durante le spensierate passeggiate alla ricerca di conchiglie, dormiva sotto la nostra amaca ( quando c’eravamo noi sopra ), passava la notte fuori del nostro Falè e quando ci facevamo il bagno ci aspettava sonnecchiando sulla riva scrutando però attento il mare. Ogni volta però che si avvicinava a noi un innocuo squaletto, prima ancora di averli visti io, Napoleon con coraggio scattava buttandosi in mare cercando di azzannare il pesce. Notai che la innata predisposizione di “acchiappa squalo” scattava solo quando eravamo in mare…e non quando prendevamo il sole sulla riva..quindi si trattava proprio di “protezione” nei confronti nostri…protezione che ebbe conferma quando lo vidi alle prese con lo scacciare lontano da noi altri animaletti come vespe e granchi !
L’inclinazione a “guardia del corpo”, mi raccontò Ugo, gli era costata cara anni addietro, quando una puntura velenosa di razza ( aveva ancora la cicatrice ) azzannata lo portò in fin di vita, con febbre altissima…ma si salvò grazie alle cure premurose ( e mediche ) del Polinesiano.
Anch’io feci una gaffe: chiesi ad Ugo a che ora si mangiava di solito ed ebbi la giusta risposta in inglese : <> <<…il “tempo non esiste siamo in Polinesia ! >>…beato lui ! me lo avrà ripetuto almeno cento volte…talvolta quando mi incontrava durante il giorno mi salutava da lontano sempre con questa frase: << Stefàno…no time ! You are in Polynesia…no time..no time..no time Stefàno !!! >>…probabilmente si notava molto la nostra rigida impostazione mentale occidentale !
Capii ben presto anche cosa voleva dire “faxare per pranzo” ( non me lo aveva spiegato ! ) …in pratica ogni volta che ci voleva chiamare soffiava nella sua grande conchiglia emettendo un suono tipo sirena navale che avvertivamo ovunque ci trovavamo ( anch’io ho provato a suonarla ma non è uscito nulla ! )…ma veniamo al nostro bungalow:
senz’altro era il più caratteristico di tutti, fatto riproducendo tecnica di costruzione ed estetica dei Falè Tahitiani. Interamente di legno e foglia di palma, ampio, areato grazie alla grande apertura sul tetto ( quindi fresco di giorno…l’apertura permetteva un ottimale ricambio dell’aria, talmente ottimale che la sera se si alzava in spiaggia il vento, dentro casa ce n’era di più ! ), con i soffitti molto alti, a pochi metri dal mare, pulitissimo e così via. Chiaramente non essendo dotato di elettricità, il pomeriggio Ugo ci forniva di due lampade a petrolio ( che servivano anche ad illuminare il tratto di spiaggia che dovevamo percorrere dal nostro bungalow alla sala da cena ) che lasciavamo accese tutta la notte ( con un pieno facevano più di 12 ore ! ). Nessuna zanzara, nessun scarafaggio…solo qualche simpatico ed innocuo geco con qualche farfallina notturna…il resto era pace ! Non riuscirò mai a descrivere le sensazioni che si possono provare ad andare a nanna con il buio più completo spezzato solo dalla luce calda della fiammella della lampada a petrolio, della Luna e delle stelle ( e in queste condizioni se ne vedono tante ! purtroppo noi tutti abbiamo perso l’abitudine di guardarle ma in Polinesia…l’abitudine torna )…in particola modo la croce del Sud ( che da noi non si vede ! ) cullati solo dal sibilo del vento che entra a mulinello ed il rumore della barriera corallina che filtra attraverso le numerose aperture delle finestre senza vetri… Dormimmo bene e soprattutto all’asciutto ( nonostante le abbondanti aperture del tetto ) anche durante un violento nubifragio che si abbattè una notte con violenza !
L’unico elemento del bungalow poco originale ma gradito era la zona bagno, divisa dalla camera da letto da una tenda di conchiglie. Il bagno era formato dai normali servizi igienici ( tazza, doccia gigantesca con acqua fredda, lavabo a “tridacna”, specchio con cornice di ostriche perlifere ) in stile “Flinston” cioè con elementi decorativi in conchiglia, legno e pietra e… palme, felci ed altre piante vere che crescevano dal pavimento di brecciolino ( piccole pietre lisce ) !.
Ugo mi raccontò che durante il periodo dei tifoni il K.O.Sauvage veniva chiuso, le capanne smontate pezzo per pezzo e riposte in alcune buche fino al passaggio della stagione delle perturbazioni.
Come passavamo la giornata ? Raccogliendo conchiglie, nuotando, snorkellando con gli squaletti, sonnecchiando sulle amache e chiacchierando con i Polinesiani…( quale migliore occasione di dialogo ! )
…per esempio scoprii che Folco Quilici aveva lasciato un grande e buon ricordo in tutta la Polinesia Francese.
Quando era ora di pranzo/cena venivamo chiamati con la cupa sirena della conchiglia di Ugo e correvamo nel suo appartamento/reception dove ci sedevamo tutti insieme a tavola come vecchi amici. Ugo preparava la mensa con grande accuratezza senza dimenticare gli aspetti estetici: innanzitutto riempiva di fiori il grande tavolo di legno, poi ci aggiungeva al centro un bel pezzo di corallo e poi con le conchiglie a mò di piatto venivano servite tutte contemporaneamente le varie pietanze: farfalle ( pasta non insetti ! ) in bianco con verdure, spiedini di pesce, crostini, ravioli, tonno arrosto, spinaci, fagiolini, succhi vari…etc ! Molto spesso poi attrezzava fuori casa una grigliata a base di pesce di laguna catturato da lui, da noi ( è possibile fare pesca subacquea se accompagnati ) o dalla bella Celine. Ricordo una sera, nella parte più solitaria dell’isola, al tramonto rosso fuoco, di aver visto la sagoma scura in controluce di Celine, praticamente in monokini come le vere Polinesiane di una volta, calarsi silenziosamente in acqua, con una fiocina in una mano e con la sua piroga a bilanciere nell’altra, per andare a procurare la nostra cena…in genere grossi pesci balestra !
Altre vite…altri ritmi…altre gioie…altre filosofie…mi raccontavano che l’unico loro rammarico era la troppa uniformità delle stagioni…niente freddo e niente neve ! ma poi quando gli parlai dei raffreddori e delle influenze quasi certe di noi Occidentali ( i Polinesiani che vivono nelle terre più isolate neanche conoscono simili malattie ! ) dovettero rivedere i loro piccoli crucci !
Ma le sere passate con loro sono senz’altro i ricordi più belli che porto nel cuore.
Poichè la sera chiaramente non c’erano spettacoli con gruppi esterni di folclore e danze l’animazione notturna la dovevamo inventare noi tutti insieme ! E in quei giorni la cosa riuscì tanto bene che nonostante la desolazione in cui ci trovavamo ( in senso positivo ) tirammo sempre fino a tardi ( quasi sino a mezzanotte ) cosa che negli alberghi più blasonati non era affatto possibile ! Infatti dopo cena ci buttavamo tutti sul divano ( la prima sera c’erano anche le tre giapponesi che con la loro tipica freddezza non spiccicarono parola se non per dedicarci un “congratulation” seguito da un asettico applauso per il nostro fresco matrimonio ) a bere birra ( tanta fino quasi a sbronzarci ), conversare e soprattutto cantare ( che con la birra ci sta bene ! ) a lume di candela con la chitarra. Cantammo canzoni Tahitiane ( …anzi cantarono ), ma anche canzoni italiane. Tra il repertorio ( addirittura scritto su un vecchio quaderno ) figuravano le canzoni italiane più famose nel Sud Pacifico ( dico così perchè le conoscevano anche da altre parti come Fiji, Tonga, Australia… ) come “volare…ooh oh “, “lasciatemi cantare…sono un italiano vero !” e la “gettonatissima” “Marina, Marina, Marina…ti voglio sposar” ( ancora non c’era il Grande Fratello…non preoccupatevi ! ).
Una sera invece ci insegnarono le danze Tahitiane, a me quelle dei guerrieri con tanto di urla, lancia e pareo…a mia moglie quella delle vahinè e poi insieme, dopo ore di prove e provini, organizzammo uno spettacolino !
Un’ altra sera ci spiegarono i mille modi di indossare un pareo…insomma non c’era proprio da annoiarsi !.
Potete quindi immaginare quanto fu triste il giorno della partenza, lasciare forse per sempre gli amici del K.O.S. con cui avevo diviso pochi giorni ma intensi ! Firmammo il libro degli ospiti ( scoprimmo che da poco erano passati di lì Syusy Blady e Patrizio Roversi ! ) e salutammo l’allegra famiglia. Questa volta il viaggio di ritorno fu tranquillo: mare liscio come l’olio. Un Francese di mezza età con la giovanissima e bella compagna Polinesiana ci riportò al Kia Ora Village…da lì andammo in aeroporto per il volo verso Papeete.

RAIATEA

Dopo un breve soggiorno ( obbligato dalla schedulazione dei voli aerei ) al lussuoso Sofitel Maeva Beach di Papeete ( altro spettacolo notturno ! ) ci dirigemmo verso Raiatea, ” l’Isola Sacra” , la “Mecca” della Polinesia con un volo panoramico di circa 45 minuti !
Avevo scelto quest’isola nel 2000 per poter “allargare” la mia cultura Polinesiana…avevo infatti progettato ( e realizzato ) in quell’anno un itinerario lungo le rotte delle antiche migrazioni partendo dall’estremo Ovest ( Regno di Tonga ), passando per il centro ( Polinesia Francese ) e terminando ad Est nell’Isola di Pasqua.
Chiamata un tempo “Havai’i”, Raiatea era stata il centro nevralgico dell’antica religione Polinesiana, cuore culturale della stirpe Maori ( dalla Nuova Zelanda alle Hawaii ). E’ un isola dall’aspetto ancora molto selvaggio, un’isola molto grande, con immense foreste tropicali, montagne giovani ed alte ( le più alte della Polinesia Francese ) e corsi d’acqua, tra cui l’unico fiume navigabile di tutta la Polinesia Francese percorribile in canoa tramite un’escursione ma in pratica parzialmente ostruito a causa di alcuni tronchi d’albero caduti anni fa durante un tifone e mai tolti di mezzo ! ( 2000 )
Sulle montagne vive ancora allo stato brado il famoso Tiarè Apetahi, il fiore endemico per eccellenza, dai cinque petali bianchi, delicati e profumatissimi, molto usati nei cosmetici locali, che si dice siano derivati dalle dita della mano di una vahinè che ebbe il cuore spezzato dall’amore impossibile per un re.
L’isola è forse la meno turistica ( anche se ci sono strutture di buon livello ) a causa della totale mancanza di spiagge. Sull’isola infatti non esiste la tipica “sabbia bianca” da “cartolina” ( ad esclusione di alcuni “motu” a largo raggiungibili in canoa ) ma solo coste rocciose … Raiatea ha una caratteristica unica per questo arcipelago: è dotata di una doppia barriera corallina, la prima tipicamente posta a largo che ripara la laguna dai capricci dell’Oceano, la seconda posta praticamente a riva ( slurp ! ); tra le due barriere c’è una zona sabbiosa di acqua non profonda ( qualche metro, a parte immediatamente vicino alla barriera interna che può raggiungere qualche decina di metri ). Nella parte Nord dell’isola si può prendere una barca e raggiungere la vicinissima isola di Tahaa, nota per le abbondanti piantagioni di vaniglia.
Un tempo la Polinesia Francese era infatti la maggior produttrice al mondo di questo prezioso baccello; poi quando iniziarono gli esperimenti nucleari nelle Tuamotu i militari Francesi per tenere “buona” la popolazione offrirono a tutti un lavoro “facile” ben remunerato nelle proprie strutture…così i villaggi si spopolarono, i terreni vennero trascurati, la fatica fu abbandonata per la più facile e comoda occupazione. Questo perchè coltivare la pianta della vaniglia non è affatto facile: originaria del Messico, fu importata in Polinesia ( e nel resto del mondo ) senza il suo insetto impollinatore ( un moscerino )…risultato: oggi se si vogliono produrre i baccelli si deve impollinare a mano un fiore alla volta !…per non parlare del resto: la maturazione sulla pianta dura nove mesi e ne servono altri sei dopo la raccolta per avere il baccello pronto per l’uso !!! ( essiccazione, fermentazione… )
Adesso che gli esperimenti nucleari sono definitivamente finiti, molti Tahitiani sono senza occupazione e quando gli aiuti Francesi si interromperanno, la crisi si farà sentire. Allora si cerca di porre riparo incoraggiando ( ma non troppo ! ) il turismo e ripristinando la coltivazione della vaniglia ( tra i “contadini” c’è anche un Italiano di Milano…).
La coltivazione delle perle nere invece ha tirato sempre tanto anche se è in mano agli Europei ed ai Giapponesi.
A Raiatea è possibile visitare una “Perl Farm” ( anche se la produzione più famosa è su altre isole come Manihi ) …se affittate un’auto noterete fuori le cataste di gusci ri-usati per la fabbricazione di oggetti di artigianato !
Arrivati a Raiatea ci imbattemmo in un piccolo imprevisto…non c’era un’anima viva in giro: nè i truck pubblici, nè un pulman per dirigersi in albergo, nè un telefono, i taxi non esistevano…anzi cinque minuti dopo l’atterraggio il piccolo aeroporto locale era praticamente deserto: l’aereo era ripartito per Bora Bora, i pochi locali scesi dall’Atr 42 dileguati con i loro furgoncini…eravamo rimasti solo noi con i bagagli…dovevo “pensare” qualcosa !
Per fortuna la cordialità degli abitanti venne in nostro aiuto. Una vecchietta, “dai tipici vestiti a fiori”, nascosta dietro un albero aveva notato la nostra ” interdizione “, si avvicinò ed in Francese ci disse: << dove dovete andare ? >> noi gli comunicammo la destinazione: il “Raiatea Pearl Beach Hawaiki Resort” e subito si diede da fare: entrò nell’aeroporto, prese per un orecchio ( si fa per dire…ovviamente ) una signorina che era dietro al bancone…si fece prestare il cellulare ( e già ci sono anche qui… ), compose il numero di telefono…disse alcune frasi in Tahitiano…e dopo dieci minuti spuntò un pulmino che ci portò in Hotel…Urka che efficienza ! ( della vecchietta…s’intende ! ).
Arrivati a destinazione entrammo in possesso del nostro bungalow. Poichè, come vi ho detto, a Raiatea non esistevano spiagge, i bungalows erano costruiti tutti nell’acqua, qualcuno ( i più economici come il nostro ) sulla barriera corallina costiera dove l’acqua era profonda appena mezzo metro…altri, pochi metri più giù, direttamente sull’orlo dello strapiombo ( non so quanto fosse profondo…facendo snorkeling non si vedeva il fondo…quindi presumo superiore ai 30 metri ! ). Il bungalow aveva un grande patio dal quale si potevano osservare le “nuvole” di pesci colorati ed un’infinità di altri animali come murene, polipi… Indovinate cosa feci per prima cosa…prima ancora di sistemare il bagaglio ? Ma ovvio…indossai la mia mutina a mezze maniche da 3 mm ( non che ce ne fosse bisogno…ma almeno mi impediva di tagliarmi con i coralli nel breve tratto di acqua bassa sino alla parete scoscesa della barriera ), le mie pinne e la maschera, poi presi la mia camera subacquea e via a snorkellare. La fauna nei pressi dei bungalows era ricchissima ( tranne i coralli non proprio al loro massimo di colori ) tanto che ( parere personalissimo ) fu l’isola che mi piacque di più…soprattutto per la comodità di fare apnea “facile” ( cioè vicino riva ), vedere tanti pesci ( non vi dico gli assalti quando portavo qualche pezzo di pane ! …ma lo feci raramente: non ce n’era bisogno ! ) senza dover essere condizionato dagli orari delle tipiche escursioni ( tra l’altro sempre a pagamento ). A 10 metri dal nostro Falè ( bungalow ) abbondavano pesci farfalla, banchi immensi di pesci chirurgo anche di notevole taglia, polipi ( si lasciavano accarezzare ! ) , murene giganti ( attenzione ai piedi…erano anche in mezzo metro d’acqua ! ), grandi barracuda, molti pesci scorpione, idoli moreschi, pesci angelo coloratissimi, lunghi pesci trombetta, gruppi di rossi pesci soldato, carangidi ( piccoli tonni ) di ogni taglia e così via ! Non incontrai purtroppo squali ( ma razze si ! ). Lungo i piloni dei pontili/bungalows crescevano grandi fasci di anemoni nei quali vivevano varie specie di pesci pagliaccio !…scendendo in profondità ad una decina di metri ( di più il mio sedentario fisico non regge ! ;-)) i pesci ( soprattutto chirurgo ) aumentavano di taglia ma diminuivano in quantità e varietà.
Le serate vennero allietate dalle immancabili danze Tahitiane, coinvolgenti sia emotivamente che fisicamente ( si può partecipare ) nelle quali ballarono anche per ore alcuni bambini Polinesiani vestiti con i tipici “gonnellini” e fasci di fiori…anzi ci fu una bambina di 3 anni che si divertì talmente tanto che volle continuare da sola anche quando il gruppo di danza se n’era andato…era così tenera e graziosa !: seria e professionale nei suoi movimenti aggraziati con le manine e con i fianchi !
Ma il motivo che mi aveva spinto in quell’isola era un altro: visitare le antiche e sacre rovine dell’antica cultura Polinesiana: i Marae: i templi religiosi, gli ancestrali altari che avevano visto i sacrifici umani di un passato sanguinario ed oscuro della storia di una buona parte del Sud Pacifico.
Feci due calcoli sul costo di un’auto in affitto ( sempre elevato rispetto l’Italia ), sull’eventuale scomodità per andarla a ritirare e ri-consegnare ( il giorno prima avevo precorso alcuni km a piedi sino in paese per andare in banca e comprare da mangiare e la strada piena di grandi cani minacciosi non mi era piaciuta affatto… ), sul fatto che sicuramente da solo non avrei trovato i punti migliori dell’isola e soprattutto la loro spiegazione e quindi decisi di lasciar perdere “il fai da te” a favore dell’escursione in Jeep guidata. Quella convenzionata con l’albergo non era possibile perchè il mezzo aveva subito un danno ed il pezzo di ricambio sarebbe arrivato solo molti giorni dopo, quindi mi affidai ad un servizio pubblicizzato nei vari opuscoli disponibili nelle sale d’aspetto degli aeroporti.
Telefonato all’organizzatore … e chiesti i prezzi ( salatatissimi…nel 2000 circa 200.000 lire a testa per quattro ore ! ) ci accordammo subito ( o meglio dovetti accettare ! ) così dopo pranzo ci venne a prendere in hotel !
La gita veniva effettuata con le Jeep della Suzuki ( quelle piccole )…ovviamente seduti dietro il cassone rigorosamente aperto ! e comprendeva effettivamente un bel giro approfondito di Raiatea ( considerate 4 ore in un’ isola senza traffico…non sono poche ! ). La “Cicerone” era una giovane Polinesiana dalla parlata prolissa e veloce e dalla guida molto disinvolta…dovete vedere con che velocità affrontava le curve…ovviamente parlandoci in inglese e francese e contemporaneamente tenendo lo sguardo a metà tra la strada e noi che eravamo seduti nel retro…per non parlare dei sentieri fuoristrada e dei guadi nei vari ruscelli ! Ci raccontò che anni prima aveva fatto da guida ad un paio di sconosciuti e strani Italiani, una certa Syusy ed un certo Patrizio che poi avevano realizzato un buffo documentario dove veniva inquadrata e che quindi gli avevano spedito… ( ancora “turisti x caso ! …bastaaa! )
Dopo aver girato le foreste ed essersi arrampicati sino al punto più alto raggiungibile di Raiatea dove sostammo per il tipico spuntino “offerto dalla casa” a base di frutta tropicale, finalmente arrivammo nell’area dei Marae e specialmente nel più bello di tutta la Polinesia: il Marae Taputapuatea vicino al villaggio di Opoa, culla dei regnanti e di tutta la civiltà Polinesiana nonchè meta di pellegrinaggi per centinaia di anni da parte di tutte le genti del Sud Pacifico. Il Marae fu consacrato al Dio Oro, una delle più potenti figure mitologiche del tempo: Oro era il Dio della guerra e della pace, figlio del “Creatore” Tangaroa e della Dea “Terra”, Hina Tu A Uta. In tempo di pace era chiamato Oro I Te Tea Moe ( letteralmente “Oro con la lancia abbassata” ), mentre in tempo di guerra veniva chiamato “uccisore degli uomini” ed assisteva ad ogni battaglia gioendo per la morte degli uomini. Ebbe un figlio, Hoa Tapu ( il “fedele amico” ) e tre figlie: Toi Mata ( “sguardo di scure” ), Ai Tupuai ( “mangiatrice di teste” ) e Mahu Fatu Rau ( “fuoriuscita da cento pietre” )…un bel terzetto non c’è che dire !
ORO fu anche l’antico nome degli antenati degli abitanti dell’isola di Rarotonga ( Isole Cook ).
Dopo la parentesi su questa leggenda…potete immaginare cosa servissero questi Marae…senz’altro per riti religiosi ma che molto spesso richiedevano cruenti sacrifici umani accompagnati da episodi di cannibalismo. Di questi Marae ( presenti anche sull’Isola di Huahine ), antichi di mille anni, rimangono i basamenti, delle piattaforme formate da pietre vulcaniche, ed una serie di monoliti messi in piedi ai lati ed al centro delle piattaforme. Con un pò di immaginazione sono molto suggestivi !
Terminata la nostra escursione tornammo alle nostre “faccende quotidiane” : snorkeling e danza/musica Tahitiana !

Purtroppo dopo qualche giorno venne il tempo di partire sul serio…prima per Tahiti, poi per Rapanui ( Isola di Pasqua ), poi di nuovo a Tahiti e poi verso il crudo ritorno alla durissima realtà Occidentale: Los Angeles, Francoforte, Fiumicino: una vera doccia fredda !
Per fortuna la Polinesia mi regalò un ultimo sprazzo di allegria durante il viaggio di ritorno ! Sull’aereo per Los Angeles un gruppo di persone dalla pelle dorata, ben vestite di tarda età…quasi insospettabili…iniziò prima a ticchettare le dita, poi ad accennare un canto…per poi tirar fuori dagli scomparti sopra i sedili chitarre e percussioni ed improvvisare un movimentassimo e scatenato concerto Tahitiano in aereo di ore ed ore che coinvolse passeggeri ed equipaggio…quando si dice che l’allegria è contagiosa !!!
A quando la prossima volta ? forse tra molti anni… forse… l’importante è che ci sarà un’altra volta e di questo ne sono sicuro ! ho ancora molto da imparare e la Polinesia ( Francgese e non ) mi manca tanto !

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I LINKS CONSIGLIATI :

Per un viaggio completamente “fai da te” all’indirizzo: http://www.tahiti-explorer.com/ troverete cliccando nella colonnina a sinistra su “The Hotels” : la guida completa dei Resorts/Hotels con i prezzi, mentre cliccando, sempre nella colonnina, poco più in basso ( “The Main Island “) sulle singole isole avrete a disposizione gli indirizzi di:
Alloggi-famiglia
Campeggi
Ristoranti
Ufficio del Turismo
Servizi: Bus-Ferry Boat-Aereo-Elicottero-Yacht-Taxi-Noleggio auto-ecc.
…vedi anche:

http://www.tahiti-tekuratravel.com/tahiti-tekuratrave-vf/accommodation/itah.html

…vi conviene senz’altro richiedere materiale informativo ( brochure ) all’ Ufficio del Turismo in Italia !
e comunque leggete attentamente i vari link che quotidianamente aggiungo nella mia pagina principale !

Per preparare un viaggio contattando direttamente la principale struttura turistica locale ( alla quale si rivolgono tutti i t.o. del mondo ed alla quale mi sono rivolto anch’io…organizzano anche i soggiorni per l’Isola di Pasqua ! ) vi consiglio la Tahiti Nui Travel.
Sito Ufficiale dell’Ufficio del Turismo in ITALIANO …click !
L’indirizzo dell’Uff. del Turismo a Milano ( potete richiedere materiale ) : P.zza Caiazzo, 3 – 20123
Tel. 02 66980317 Fax 02 6692648

Per un viaggio in strutture di buon livello mi sono appoggiato al tour operator Sandan.
Altro buon tour operator Italiano per un viaggio in strutture di minor livello (e quindi minor costo) come le pensioni: Manureva.

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